Post con tag “neologismi”
Tradurre obscenicon? #$*%@!!
In inglese trovo efficace la parola obscenicon, suggerita dal linguista e lessicografo Benjamin Zimmer per descrivere le sequenze di caratteri usati in fumetti e vignette al posto di imprecazioni o volgarità. Esempi tipici sono
#$&%?!
Un termine alternativo per lo stesso concetto è grawlix, coniato dal fumettista Mort Walker.
Già nel XIX secolo esisteva la convenzione tipografica di sostituire le lettere di parole volgari con trattini e asterischi, mentre nei fumetti apparivano delle stelle per comunicare il dolore, a cui si sono aggiunti in seguito altri simboli, ad esempio vari tipi di spirale per indicare linguaggio censurabile. Con l’introduzione delle macchine da scrivere, i vignettisti hanno iniziato a usare i caratteri #$&%?!, facilmente accessibili perché sugli stessi tasti dei numeri, e da qui la pratica è passata ai fumetti (dettagli e centinaia di esempi in Grawlixes Past and Present).
In genere la sequenza dei caratteri è casuale e questo rende gli (le?) obscenicon una convenzione internazionale subito riconoscibile e usata in molte lingue*. Ci sono poche eccezioni, ad esempio in inglese $#!+ fa subito venire in mente SHIT.
L’idea di parlare di obscenicon mi è venuta leggendo una striscia di Dilbert che mi ha fatto pensare che non vorrei essere al posto di un eventuale traduttore italiano:
Ovviamente qui i caratteri
non sono casuali ma scelti per costruire la battuta… Qualcuno ha suggerimenti brillanti, magari aiutandosi anche con il leet speak?
E a proposito del verbo ship, in italiano non ha un equivalente e di solito è reso con locuzioni tipo “mettere in commercio”. È un verbo ben noto a chi lavora nella localizzazione, soprattutto per il concetto di simship, il rilascio simultaneo della versione originale di un prodotto e delle versioni localizzate in altre lingue, rese disponibili contemporaneamente nei diversi mercati. Come prevedibile, in questo ambito si mantiene il termine inglese simship e gergalmente si dice “scippare” (o forse dovrei scrivere shippare?!?).
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* Non credo esista un termine italiano per obscenicon ma ho trovato una risorsa
interessante, un glossario dei termini tecnici del fumetto in 8 lingue.
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Vedi anche: animoticon, un neologismo tutto italiano, e alcune differenze tra emoticon occidentali e orientali.
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Alternative a blog, chat, newsletter, spamming? – 1
Il mese scorso il blog Linguista ha lanciato un concorso, rivolto soprattutto agli studenti, per proporre traduzioni a cinque parole inglesi legate al Web e ormai comuni in italiano: blog, chat, newsletter, provider, spamming.
Nel linguaggio tecnico, specialmente informatico, i prestiti integrali sono spesso preferiti a possibili alternative italiane per il loro valore monosemico (non si confondono con altri oggetti o concetti) e per la loro concisione, efficacia espressiva e adeguatezza nominativa*. A parte provider, che ha un equivalente italiano in fornitore, anche i termini scelti per il concorso fanno parte di questa categoria e mi sembra siano ormai radicati nella nostra lingua, diventando dei cosiddetti forestierismi insostituibili.
L’iniziativa di Linguista appare così soprattutto un divertimento linguistico ma è sicuramente una bella idea per stimolare riflessioni sulla produzione e l’uso del lessico. Dando un’occhiata ai contributi si notano infatti parecchi suggerimenti creativi e commenti interessanti e colpisce la notevole varietà di meccanismi di formazione di nuove parole usati dai partecipanti:
| ▄ | Prestiti adattati, come blogo, blago, nuletta, niuslitter, nosletta, niuslettera, provaider, provvideratore, ciattera, ciat, ciaccia, ciatta. |
| ▄ | Prestiti interni (dialettismi), come ciacola, ciac(c)olata, ciana, cicera (chat), rumenta, munnezza (spamming). |
| ▄ | Calchi: notiziolettera, novaletta, novalittera (newsletter), manzotin, manzotinaggio, simmenthalare (spamming, con riferimento etimologico). |
| ▄ | Molti esempi di derivazione, tra cui soprattutto l’aggiunta di suffissi a parole esistenti, ad es. infuffamento (spamming), chiacchieraio, cianciatoio, chiacchia, ciarleria, conversario (chat), serviziatore, internettaro (provider), cogitario (blog). |
| ▄ | Ancora per il meccanismo di derivazione, molto usati prefissi e soprattutto prefissoidi come in iperdialogo, ciberciarla, elettrodialogo, telechiacchiera (chat), iperpattume, e-scorie, emmondizia (spamming), ciberfornitore, e-fornitore (provider); interessante notare che inter- non significa più “tra” ma “Internet”, come in intervoce, interdialogo (chat) e interdiario (blog) |
| ▄ | Esempi di alterazione, soprattutto per rendere l’accezione negativa di spamming, ad es. postume, postazza, postaccia. |
| ▄ | Parole composte, in particolare secondo il modello nome+aggettivo, come ad es. chiacchierata telematica / elettronica / virtuale (chat), zibaldone elettronico (blog). |
| ▄ | Molti esempi di parole macedonia (tamponamenti di parole), ad es. postizia (posta+immondizia), polesta (posta+molesta), pospazza (posta+spazzatura), pubblicitame (pubblicità+ciarpame); periodiziario (periodico+notiziario), retiario (rete+diario), forniservizi (fornitore/fornire+servizi), cronolario (cronologico+diario), ciarola (ciarla+parola), leggizia (leggimi+notizia); molto divertente forfoposta (forfora+posta). |
| ▄ | Vari conglomerati, ad es. scrivoparlo e digiparla (chat), postinvade (spamming) |
| ▄ | Acronimi, ad es. DDB (diario di bordo) e DECC (diario elettronico condiviso e commentato) per blog, CIR (chiacchierata in rete) e CIAT (Corrispondenza Istantanea Attraverso Terminale) per chat, NEP (notiziario elettronico periodico) per newsletter, ESE (erogatore servizio elettronico) e F.A.SE.R (fornitore accesso servizi di rete) per provider. |
| ▄ | Abbreviazioni, ad es. infovelo (newsletter). |
| ▄ | Metaforizzazione, come per polentaggio (“il voler propinare a tutti i costi un qualcosa che ti esce fuori dagli occhi…per questo ho pensato alla polenta che in tempi di guerra probabilmente a molte persone suscitava le stesse reazioni dello spam”), zanzare (“inevitabili, fastidiose, frequenti” come lo spam). |
| ▄ | Mi ha colpito l’uso di elementi formanti colti dalle lingue classiche, un approccio che in ambito Web potrebbe sembrare insolito se non si pensa alle parole latine nella terminologia informatica inglese. Alcuni esempi: celesce, “celerĭter velocemente + λέσχη, -ης, ἡ conversare”, per chat, semito, “σήμερον oggi + μῦθος, -ου, ὁ notizia”, per newsletter; effemeride, “dal lat. ephemĕris -ĭdis, dal greco diario, composto di sopra (a riguardo) + giorno” per blog; ci sono poi varie proposte forse non del tutto convincenti per provider, come remicula, “rete, is + militia, -ae servizio militare”, retiario, “mediato dal latino Retiarius, che alludeva a un gladiatore armato di rete” per provider; apparitore, “da apparitus ovvero servitore pubblico”; sinistarco, “συνιστημι sunistemi in greco”. |
| ▄ | Ci sono anche parecchi esempi di parole che non sono trasparenti e non è chiaro se siano neoformazioni ad hoc o se si tratti di gergo giovanile, ad es. slollo (chat), suntiva (newsletter), sbittatore (provider), smuggia, digiastro (spamming), però hanno una loro efficacia perché rimangono impresse facilmente. |
| ▄ | Divertente l’enfasi espressiva conferita con il simbolo @ in chi@cchiera (chat) e di@rio (blog). |
Altre proposte sono invece meno efficaci ed evidenziano le difficoltà che si possono incontrare anche con i progetti terminologici in crowdsourcing o comunque aperti alla partecipazione di tutti gli utenti, un’attività ultimamente abbastanza diffusa nella localizzazione. Ne parlerò nella seconda parte di questo post.
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* Cfr. Le parole del lessico italiano
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Vedi anche: 10 anni della parola blog, sull’assestamento del termine blog anche in italiano, e Ancora sull’uso dello scanner, sui possibili meccanismi che portano alla prevalenza di un’opzione linguistica su altre disponibili.
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iPad, “flick” e terminologizzazione
iPad è disponibile anche in Italia e così ho dato un’occhiata al manuale italiano per vedere se fosse stato risolto il problema terminologico di cui avevo parlato qualche mese fa (iPhone e iPod), però non ho notato novità né per pinch (esempi qui) né per un altro termine correlato, flick.
In inglese standard flick può indicare il movimento veloce, spesso ripetuto, che si fa con un pollice o soprattutto con l’indice per spostare o eliminare qualcosa di piccole dimensioni, ad es. delle briciole, una macchiolina o un insettino da una manica.
Nei dispositivi con touch screen, specialmente in ambito Apple, flick indica il gesto che si fa con un dito per far scorrere una pagina, per passare alla foto successiva di una raccolta, ecc. Nella documentazione italiana di iPhone e iPad, flick viene reso in vari modi, ad es. “dare un colpetto” (qui), “fare scorrere le dita”, “scorrere”, “scorrere le dita”, a volte anche nello stesso contesto in cui appare scroll, altro termine a cui viene associato il verbo italiano scorrere, e in alcuni casi si crea confusione (esempi qui, manuale italiano qui e inglese qui).
Ho pensato di parlarne perché pinch e flick mettono in evidenza un potenziale problema terminologico che, se non viene riconosciuto “a monte” nella lingua di partenza, può causare errori di localizzazione e incongruenze nelle lingue di arrivo.
Come pinch, anche flick è un esempio tipico di terminologizzazione, un meccanismo di formazione di neologismi semantici molto comune in ambito informatico: una parola del lessico generico acquista un nuovo significato e diventa un termine che rappresenta un concetto particolare in un ambito specifico (ne ho già parlato altre volte, ad es. qui, qui e qui).
Per chi si occupa di gestione della terminologia, è un processo linguistico molto interessante ma che può complicare il lavoro terminologico rivolto alla localizzazione:
| ▄ | Raramente i neologismi semantici vengono identificati dai sistemi di estrazione automatica della terminologia (term mining), proprio perché hanno la stessa forma linguistica di parole generiche. |
| ▄ | Spesso sfuggono anche all’estrazione manuale, ad es. da parte del team di sviluppo del prodotto, specialmente se chi se ne occupa lavora solo nella lingua di partenza e non ha particolari competenze terminologiche: difficile che i neologismi semantici vengano riconosciuti come termini. |
| ▄ | Possono avere un impatto imprevisto sul contenuto e sui sistemi concettuali descritti nel database terminologico. Esempio: se viene documentato il termine ribbon (elemento di interfaccia), va creata una scheda terminologica anche per il |
| ▄ | Se non identificati, questi termini possono creare incongruenze nella lingua d’arrivo, come nel caso di pinch e flick, e impedire che un concetto importante venga facilmente condiviso (ad es. se si vuole parlarne senza ambiguità), con potenziali conseguenze sull’esperienza dell’utente. |
È sicuramente superfluo dirlo ancora una volta, ma in tutti questi casi la collaborazione di chi localizza è davvero essenziale!
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Vedi anche: Internet e determinologizzazione, per il processo opposto.
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(in)accessibilità
Una parola virgolettata in un recente titoletto nel Corriere della Sera ha attirato la mia attenzione: Manovra: il testo è «inaccessibile».
Non devo essere l’unica ad avere pensato che il titolo fosse fuorviante (inaccessibile = impossibile da raggiungere) perché nel frattempo l’articolo è stato modificato e ora si legge Manovra: il testo accessibile con grande difficoltà (confronto con la versione originale qui).
Ho comunque trovato interessante il tentativo di esprimere in un’unica parola il contrario di accessibile, un termine informatico ormai diffuso, chiaro calco dall’inglese, che descrive la piena fruibilità di un sito o di un prodotto anche per chi ha qualche difficoltà fisica, ovvero l’accessibilità: “la capacità dei sistemi informatici, nelle forme e nei limiti consentiti dalle conoscenze tecnologiche, di erogare servizi e fornire informazioni fruibili, senza discriminazioni, anche da parte di coloro che a causa di disabilità necessitano di tecnologie assistive o configurazioni particolari”.
La definizione è tratta dalla cosiddetta Legge Stanca, che si può dire abbia ufficializzato la terminologia italiana sull’argomento, anche se non mi sembra che i principali dizionari abbiano ancora recepito le accezioni “informatiche” di accessibile e accessibilità.
Dando un’occhiata alla terminologia del software con opzioni pensate per chi ha disabilità, sviluppato in inglese e poi localizzato, si trova che nelle versioni italiane di Windows meno recenti, come pure nelle principali distribuzioni Linux, il termine accessibility (ad es. in Accessibility Options, Accessibility Wizard) è tradotto con accesso facilitato, una locuzione comprensibile anche da chi, soprattutto anni fa, poteva non avere ancora familiarità con il nuovo concetto di accessibilità. Può essere interessante notare che nella versione americana di Windows Vista il termine accessibility è stato sostituito da ease of access (più trasparente o addirittura più politicamente corretto?), mentre in italiano Windows 7 ha portato a un adeguamento alla terminologia ufficiale ed è stato quindi preferito accessibilità.
Per quel che riguarda Apple, mi pare che nei Mac si faccia riferimento a questo tipo di funzionalità con Universal Access / Accesso Universale e che nei dispositivi (iPad, iPhone ecc.) appaia invece anche il termine accessibility, in italiano accessibilità. Anche nei prodotti Adobe accessibility è accessibilità.
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PS Stesso articolo del Corriere, altro tipo di commenti: Il governo ne sa una più del modem.
Altre mie osservazioni su articoli del Corriere in Ristoranti in crowdsourcing e open source? e link correlati.
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Web2.0rhea
In “Blogorrhea” e “blogorrea” sono la stessa cosa? ipotizzavo che nella parola italiana blogorrea si notasse soprattutto il richiamo a logorrea mentre nell’inglese blogorrhea fosse più evidente il riferimento al suffisso –rrhea e relative connotazioni negative.
Mi sembra che questa interpretazione possa trovare conferma nel neologismo inglese Web2.0rhea, coniato per descrivere i contenuti, spesso non proprio eccelsi, generati dagli utenti nei social network. È ricorrente in The Register, da cui sono tratti questi esempi:
| ▄ | “Web2.0rhea infects International Space Station – A US astronaut has made a giant leap in social-networking history by sending the first tweet from space” [qui] |
| ▄ | “Gmail to get real |
Pur avendo una grafia particolare, destinata soprattutto alla comunicazione scritta, la parola Web2.0rhea non è comunque difficile da leggere, grazie alle convenzioni di pronuncia di 2.0 ("two point oh"): un’invenzione lessicale davvero efficace e divertente.
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Vedi anche: Lingua spedita, lingua tradita? (italiano, nuove tecnologie e social network).
significato Web 2.0
Internet e determinologizzazione
Pubblicità che continua a passare alla radio:
| Voce femminile: “Purtroppo da noi non c’è l’ADSL” | |
| Voce maschile: “Non hai Internet?!?” |
Ogni volta che sento questo riferimento a Internet penso al processo di determinologizzazione: un elemento lessicale che in origine aveva un significato fisso e specifico in un ambito specializzato entra nel linguaggio comune dove assume un significato più generico.
In origine il termine Internet indicava una rete mondiale di computer e reti interconnessi utilizzando un protocollo comune di comunicazione TCP/IP, quindi un concetto informatico ben preciso e lontano dal riferimento generico all’idea di “connettività” trasmessa dalla pubblicità.
Il concetto di determinologizzazione (de-terminologization) è stato introdotto in un articolo di I. Meyer e K. Mackintosh, When terms move into our everyday life: An overview of de-terminologization. Tra i vari esempi per l’inglese vengono citati anche virtual, recycle, anorexic, multitasking e viene spontaneo notare che anche in italiano e altre lingue si riscontrano gli stessi fenomeni per i termini equivalenti.
Vedi anche: post che parlano del processo opposto, la terminologizzazione, e Algoritmi nel quotidiano per un altro esempio di determinologizzazione.
Aggiornamento luglio 2010 – Un bell’esempio di determinologizzazione con slittamento di significato nel linguaggio della politica: Parole matematiche: teorema.
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Lingua spedita, lingua tradita?
Ho trovato molto interessante Lingua spedita, lingua tradita?, lo speciale del Portale Treccani sull’italiano usato in email, SMS, chat, social netwok, newsgroup e forum, dove, oltre ad analisi approfondite, vengono anche sfatati alcuni miti tanto cari ai giornalisti non solo nostrani: le nuove tecnologie e le nuove modalità di comunicazione non portano a un imbarbarimento della lingua!
Alcune caratteristiche dell’italiano usato in questi contesti riassunte da Vera Gheno in Newsgroup e forum di discussione: la lingua fa esperimenti:
| ▄ | anglismi (prestiti) di almeno quattro tipi: l’inglese informatico, quello specifico della comunicazione telematica (es. lurker, troll, spammer), talora quello relativo all’argomento di discussione e l’inglese tutto sommato superfluo, “di moda” |
| ▄ | dialetti, usati soprattutto per fini espressivi (ocio, bedda mia!) |
| ▄ | tachigrafie o brachigrafie, come gli acronimi (LOL ‘laughing out loud’, Pd’A ‘perfettamente d’accordo’, SUPF ‘sei un povero fesso’) e le contrazioni di parole (cmq ‘comunque’, thx ‘thanks’, nn ‘non’) |
| ▄ | maiuscole e allungamenti vocalici a mimare l’urlo (nonmelodireeEEee); onomatopee e fonosimboli riconducibili alla lingua dei fumetti come snip, rumore delle forbici che “tagliano” il messaggio citato (quotato),e sbam, tonfo dell’utente che metaforicamente cade dalla sedia per la sorpresa |
| ▄ | coprolalia, con esempi interessanti di autocensura quali effing ‘f*ing’, OMFG ‘oh my f*ing God’, porcoddue o caxxo” |
| ▄ | punteggiatura polarizzata sui segni di maggiore espressività, spesso presenti in accumuli (I?!!) |
| ▄ | uso delle emoticon, sia “verticali” che orizzontali, di provenienza orientale, che danno una chiave di lettura a posteriori, in parziale sostituzione della prosodia |
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Aggiornamento agosto 2010 – How the internet is changing language (BBC) propone alcune riflessioni sull’impatto della tecnologia sul lessico dell’inglese e dell’ucraino.
Alcuni post correlati:
| ▄ | Flessibilità dell’inglese: un- – neologismi inglesi con il prefisso un- nei social network e loro equivalenti italiani |
| ▄ | Solo 800 parole? – l’affermazione che gli adolescenti usino solo 800 parole non ha molto senso |
| ▄ | Clausole di riservatezza nei messaggi – ambiguità sintattiche e burocratese in alcuni email |
| ▄ | XOXO: baci e abbracci – saluti ed SMS |
| ▄ | Facebook e il Facebook – sempre più spesso il nome proprio Facebook è usato con l’articolo determinativo |
| ▄ | È cambiato lo stile del messaggi? – perplessità su un articolo che annuncia nuove modalità di scrivere gli email |
Folksourcing?
Il pesce d’aprile di The Guardian di quest’anno è del tutto focalizzato su Gordon Brown e la politica britannica ma ci sono comunque dettagli divertenti anche per chi segue solo da lontano gli eventi in UK, ad es. mi sono piaciuti il cosiddetto “effetto Putin” e i finti manifesti elettorali con riferimenti a film famosi.
Da un punto di vista linguistico, sono rimasta incuriosita dal termine folksourcing ("harness the power of internet folksourcing"), che non avevo mai visto prima e che sembra proprio un neologismo, infatti al momento ha pochissime occorrenze in rete. Dal contesto appare essere un sinonimo di crowdsourcing ma per chi, come me, non fa parte della cultura britannica è difficile cogliere le sfumature di significato che vogliono sicuramente essere conferite (ironia su chi si riempie la bocca con i termini più in voga e mischia folksonomy con crowdsourcing?). Sarà interessante vedere se e quando folksourcing entra in Urban Dictionary!
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Vedi anche: Pesce d’aprile in meno di 140 caratteri
Aggiornamento: divertente anche Google che cambia nome in Topeka e soprattutto Google Translate for animals, il traduttore automatico che “incoraggia maggiore interazione tra uomini e animali”, come mostrato qui.
Aggiornamento 2: da .mau. scopro altri scherzi divertenti, tra cui il “”problema” di Gmail con le vocali che mi ha subito fatto pensare al romanzo Ella Minnow Pea…
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-ese, il suffisso “che dà la parola”
Ho trovato interessante Lingua, linguacce e società, un articolo sul suffisso –ese e su come venga usato per creare nomi di linguaggi particolari, spesso con connotazioni ironiche o sarcastiche:
“…il suffisso -ese, tradizionalmente generatore di aggettivi e sostantivi indicanti appartenenza a realtà geografica o a entità linguistica, nazionalità, cittadinanza e simili (francese, calabrese, bolognese) si è spesso cucito addosso il grado semantico a volte scherzoso, a volte ironico, spesso polemico (se non perfino denigratorio), ricavato dall’-ese che ricalca l’-ais di franglais, per indicare un qualche linguaggio tipico di un settore della società, della politica, di una qualche disciplina o materia, di un qualche personaggio (di norma noto).”
[Treccani.it]
Tra i numerosi esempi di linguaggi tipici andrebbe aggiunto interpretese, il modo di parlare degli interpreti che Fiorello sa imitare alla perfezione. Ne ho ho letto divertita qualche giorno fa quando ho scoperto SSLMIT – fatti e misfatti (grazie Lorenza!), un blog gustosamente impietoso sull’università che ho frequentato anch’io.
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Vedi anche: itanglese (sinonimo di italiese), Clausole di riservatezza nei messaggi (esempi di burocratese) e Tendenze nella formazione di neologismi (meccanismi di formazione di nuove parole).
…ancora sull’uso dello scanner
Ieri Stefano Bartezzaghi in la Repubblica:
“C’è qualcosa di persino commovente nell’ansia con cui una quota di parlanti, minoritaria ma cospicua, cerca risposte certe in merito alla nostra lingua nazionale.” […] “Un linguista non può minimamente legiferare, neppure in fatto di lingua, ma è al servizio di fenomeni spontanei che possono solo essere registrati e studiati”.
È proprio quello che succede con scansionare, scansire, scandire, scannerizzare (ad es. nel forum Scioglilingua la settimana scorsa): il desiderio di molti parlanti di sapere quale sia il termine “giusto” e contemporaneamente una certa resistenza ad accettare il parere di fonti come l’Accademia della Crusca o il Portale Treccani che confermano che tutti i sinonimi citati sono accettabili da un punto di vista linguistico perché rispettano i meccanismi per la creazione di nuove parole.
Si potrebbe allora tentare qualche ipotesi sui motivi che stanno portando all’affermazione spontanea del verbo scannerizzare, facendo una carrellata sulle varie opzioni:
| ▄ | Nel 1996 il linguista Giovanni Adamo scriveva “Nel caso dell’informatica, si riscontra un rapporto particolarmente difficile fra la terminologia ufficiale —attestata nelle pubblicazioni scientifiche, nei manuali, nei programmi e nei dizionari specialistici — e il gergo parlato nei centri di sviluppo del software e di elaborazione dei dati. […]. La terminologia informatica in lingua italiana appare spesso guardinga e tende a preferire il prestito più che il conio di nuovi termini.” Anche se divario tra terminologia “ufficiale” e gergo informatico (e, aggiungo io, lessico dell’utente finale) non è più così marcato come 15-20 anni fa, non è stato eliminato del tutto: eseguire la scansione sopperisce all’impossibilità del prestito non integrato ed evita il conio di un neologismo (altri dettagli qui) ma può darsi venga percepito come eccessivamente ufficiale e non sia quindi riuscito a entrare nel linguaggio standard per questioni di lunghezza e di registro. Probabilmente anche digitalizzare, per quanto immediatamente comprensibile, viene avvertito come un termine troppo specializzato da chi non ha competenze tecniche estese. |
| ▄ | Le parole del lessico italiano evidenzia che un forestierismo, quale un calco o un prestito, “acquisisce abitualmente un valore monosemico, serve cioè a far riferimento a un solo oggetto o a un solo concetto”. I verbi scannare e scandire non rispettano questo criterio perché sono già associati ad altri concetti. |
| ▄ | Nella creazione di nuovi verbi si ricorre soprattutto alla suffissazione, di solito con –are o –izzare, con una marcata preferenza per i verbi della prima coniugazione: forse è per questo che scansire, della terza, non ha avuto molto successo? Potrebbe anche darsi che alcune flessioni di scansire vengano avvertite come forme errate del verbo scansare e quindi evitate. |
| ▄ | Il derivato verbale denominale è uno dei tipi più comuni di formazione di verbi e spesso ha come base il nome dell’oggetto prodotto dall’azione che si vuole descrivere, ad es. film → filmare, clone → clonare, ecc. Il verbo scansionare avrebbe quindi tutte le carte in regola per imporsi, ma così non è stato, se non tra chi ha competenze tecniche. La mia impressione è che non tutti i parlanti associno scansione in modo univoco al concetto di “immagine acquisita digitalmente” (può infatti avere altri significati) e come conseguenza anche al verbo scansionare venga a mancare il valore monosemico che invece ci si aspetterebbe. Questo potrebbe spiegare perché sono nati altri due verbi che hanno come base lo strumento usato per compiere l’azione, sul modello di telefono → telefonare, computer → computerizzare, e che, tra scannerare e scannerizzare, forse sia prevalso il secondo perché percepito come meno gergale o comunque più facilmente ricollegabile a scanner. |
Non sono però una lessicologa e quindi queste sono solo considerazioni personali! Un grazie comunque a Enrico, .mau., Elio e Paolo per i commenti che me le hanno suggerite.
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Vedi anche: Tendenze nella formazione di neologismi sui meccanismi di nascita di nuove parole.
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PS Questa foto non c’entra granché, serve solo ad aggiungere un po’ di colore e fare una rapida considerazione su come siano cambiate le modalità di condivisione delle foto in pochi anni, grazie anche a un uso dello scanner che ormai sembra lontano anni luce: con le macchine fotografiche tradizionali bisognava (farsi) prestare i negativi per ottenere poche selezionate copie stampate, poi, per chi aveva accesso a uno scanner e si prestava all’operazione, si è passati a una fase intermedia in cui circolava qualche copia digitalizzata spedita per email, di dimensioni ridotte per non intasare la posta e avere problemi a scaricarla. E ora, grazie a fotocamere digitali e siti e/o software appositi, lo scanner non ci serve più e ci siamo abituati a immagini disponibili quasi immediatamente, come questa della Croda Rossa d’Ampezzo fatta sabato sulla pista di sci di fondo Dobbiaco-Cortina in una giornata freddissima ma incredibilmente bella.
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scansionare, scansire, scandire, scannerizzare…
Ho seguito le notizie sull’introduzione dei body scanner negli aeroporti con interesse perché danno un esempio efficace di quelli che io chiamo assestamenti terminologici.
Negli anni scorsi si è discusso molto su quale dovesse essere il verbo italiano per descrivere l’acquisizione di immagini con uno scanner, ovvero la traduzione dell’inglese scan: quale calco preferire tra scandire, scansire, scannerare, scannerizzare, scansionare o scannare? Nel 2004 l’Accademia della Crusca in un intervento molto citato suggeriva massima libertà di scelta, senza però convincere i frequentatori del forum, l’autore della voce di Wikipedia e molti altri che argomentavano a favore di un termine o dell’altro.
A distanza di qualche anno, il dibattito sui body scanner conferma che scannerizzare sta diventando nettamente prevalente nel linguaggio non specializzato e che la frequenza degli altri sinonimi è molto diminuita. [Aggiornamento: qui ho aggiunto alcune ipotesi sul perché il verbo scannerizzare si stia affermando sulle altre opzioni lessicali che immagino siano destinate a una lenta scomparsa]
Interessante notare che scannerizzare non è invece entrato nel linguaggio tecnico “ufficiale”: nella loro documentazione, i principali produttori di scanner privilegiano infatti la locuzione eseguire la scansione, una scelta condivisa anche da molti produttori di software, che, se viene specificato l’oggetto della scansione, ricorrono anche ad acquisire e digitalizzare (ad es. acquisire un’immagine, immagine digitalizzata).
A questo proposito, vorrei aggiungere una nota sul lavoro terminologico nell’ambito della localizzazione e sull’obiezione che digitalizzare descrive un concetto più generico e quindi non è del tutto adeguato: ci sono situazioni particolari in cui, nel trasferire un concetto da una lingua all’altra, può avere senso optare per un iperonimo, ad esempio quando nella lingua di arrivo coesistono diversi sinonimi e non è possibile prevedere quale prevarrà (le diverse “traduzioni” italiane di scan e scanned che proliferavano 10-15 anni fa sono un esempio tipico). In questi casi, peraltro limitati, il terminologo analizza i contesti d’uso per assicurarsi che l’iperonimo non crei ambiguità e può fare test di comprensibilità sugli utenti finali per valutare l’eventuale impatto sulla loro curva di apprendimento: nel caso di scan, anch’io a suo tempo avevo avuto la conferma che digitalizzare un’immagine veniva interpretato correttamente (“convertirla in formato digitale”) mentre i vari scandire, scansire, scannerare, ecc. suscitavano non poche perplessità tra i destinatari dei prodotti. Ecco quindi che può essere giustificato ricorrere a una soluzione relativamente generica se comunque consente di comunicare adeguatamente concetti e istruzioni (come in questo esempio della documentazione di Adobe Photoshop, originale qui) e di evitare di scegliere tra termini non ancora assestati che potrebbero diventare presto obsoleti e quindi confondere l’utente.
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Vedi anche: 10 anni della parola blog, per un altro esempio di proliferazione iniziale di sinonimi poi destinati a scomparire; Se non c’è la sfera di cristallo…, per un esempio di scelte terminologiche che possono entrare in conflitto con situazioni future non prevedibili; Attenzione alle spalle…, su possibili valutazioni linguistiche quando si introduce un nuovo concetto per cui non esiste ancora un termine nella lingua di arrivo; Ricerca terminologica e verifiche con Google, per valutare le opzioni terminologiche già esistenti.
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Ristoranti in crowdsourcing e open source?
Sometimes English is not sexy* but stupid cita un paio di sondaggi in Der Spiegel da cui risulta che la maggior parte dei tedeschi non capisce gli slogan in inglese usati in alcune pubblicità e ne dà interpretazioni a volte strampalate, ad es. c’è chi pensa che Broadcast Yourself (YouTube) significhi “fabbricati il tuo portapane” (altri esempi inglese-tedesco qui).
Sarebbe interessante fare una ricerca simile in Italia, ad esempio tra i lettori di quei giornali che sono sempre più infarciti di parole inglesi, a volte però usate a sproposito (ad es., escludendo chi è stato in America, quanti lettori generici sanno cos’è un mall?)
Mi è anche venuto in mente un articolo della settimana scorsa nel Corriere della Sera il cui rimando, qui a sinistra, appariva in mezzo a notiziole su calcio, cantanti e calendari. Dubito che titoli e articolo, Il ristorante fai da te in crowdsourcing, siano stati riletti e che sia stato verificato se fossero comprensibili per il lettore tipico del sito. Per poterli interpretare è infatti essenziale conoscere i concetti associati a crowdsourcing e open source, termini specializzati che, soprattutto il primo, non sono ancora entrati nell’italiano standard.
La giornalista avrebbe potuto trovare il modo di spiegare che crowdsourcing è un processo produttivo simile all’esternalizzazione (outsourcing, dove un’azienda si affida alle prestazioni di un fornitore di servizi esterno per portare a termine una particolare attività); nel caso specifico del crowdsourcing, però, le risorse esterne sono costituite da un insieme di persone (crowd) non precedentemente organizzate tra loro che, di solito, contribuiscono su base volontaria e le cui prestazioni non sempre sono retribuite ma possono essere ricompensate in termini di prestigio, visibilità, soddisfazione personale, ecc.
Se le idee e i contributi di chi ha partecipato al progetto sono messi liberamente a disposizione di altri per un eventuale riutilizzo, ecco che si può usare la metafora dell’open source, come nel software il cui codice sorgente è di pubblico dominio.
Una distinzione che si tende a fare tra modello crowdsourcing e modello open source è che il primo è un modello di business in cui c’è sempre un committente, quindi ci sono specifiche finalità commerciali che invece non sono necessariamente presenti nel modello open source. Nel “ristorante in crowdsourcing” citato dall’articolo del Corriere, infatti, un imprenditore ha cercato un’idea originale per un nuovo tipo di ristorante e si è rivolto a una community, i membri di instructables.com (non le “folle” generiche dell’articolo italiano), che hanno contribuito a sviluppare il concetto; la descrizione del progetto fa inoltre concludere che il ristorante sia stato realizzato con finanziamenti di tipo tradizionale e non un “fai da te” in autogestione come suggerito in italiano. L’ideatore del ristorante diceva:
“I have been involved in several pilot and concept restaurants in the past […] I will open an open-source restaurant that is completely made of, and only serves food based on the original instructables all the members on instructables.com have made or will make”.
Non mi pare che tutto ciò si capisca dall’articolo italiano: forse meglio evitare rielaborazioni di pezzi tradotti che contengono parole e riferimenti stranieri se non sono del tutto chiari.
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* Il titolo citato all’inizio, Sometimes English is not sexy but stupid, mi ha ricordato che alcuni giornalisti italiani sembrano ignorare che l’aggettivo
inglese sexy può essere un falso amico: se riferito ad es. a un prodotto, vuol dire che è un oggetto appetibile che tutti vorrebbero avere (come l’iPhone al suo esordio). Il significato in questo caso è più simile a “figo” e non a “sensuale” o “conturbante”, che mi pare continuino ad essere le uniche accezioni del prestito sexy in italiano (escludendo l’uso peculiare di Beppe Severgnini, che sembra amare molto questo aggettivo, tanto da associarlo anche a salsicce e segni di interpunzione
).
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Vedi anche:
| ▄ | Per l’uso dell’inglese nei messaggi pubblicitari: Marketing plurilingue: tradurre o non tradurre? |
| ▄ | Per altri esempi dell’uso disinvolto di parole inglesi negli articoli del Corriere della Sera, Il Corriere e le parole "tech" da non usare più, il misterioso gatto tuxedo, Uova orientali? Forse no… (Easter egg e sorprese) e Parla come mangi; notevole anche l’interpretazione letterale di once in a blue moon messa in evidenza da Il Disinformatico! |
| ▄ | Qui un esempio di crowdsourced restaurant citato anche dall’autore del neologismo crowdsourcing, Jeff Howe, che ho potuto ascoltare a una conferenza davvero interessante qualche anno fa |
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Parole dell’anno… e per gli anni
Il tempo grigio spinge a stare in casa e leggiucchiare in qua e in là. Abbastanza prevedibili alcuni argomenti linguistici di inizio d’anno, ad es. Words of 2009 and the 2000s riassume varie classifiche di parole del 2009 e del decennio per inglese, tedesco e altre lingue.
Se in America si discute ancora come chiamare il decennio appena trascorso (ad es. qui, qui, qui e qui), in UK c’è una chiara preferenza per the noughties e in Italia per anni zero.
Tra chi parla inglese sembra invece comune l’indecisione su come pronunciare il nome dei prossimi dieci anni (esempi qui, qui, qui, oltre a un lungo elenco in Language Log); ne parla anche David Crystal in On tens, teens, or whatever, con commenti interessanti dei lettori. Per il momento, però, nessun dibattito sulle parole generiche per “decennio”: oltre a decade, ci sono decennium, decadal e decennary!
Cambiando argomento, Difficult languages: Tongue twisters è un articolo molto piacevole sulle complessità di varie lingue del mondo (e ho appena visto un lungo commento qui).
Infine, chi è abituato a leggere testi di vario genere in inglese apprezzerà sicuramente how to write badly well, un blog su come scrivere male
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Vedi anche: Parole dell’anno “tecnologiche” negli USA, con vari aggiornamenti per inglese e italiano, ad es. qualche giorno fa la Repubblica ha scelto crisi come parola del 2009.
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Terminologia giuridica – Atti Realiter 2009
Sempre a proposito della giornata scientifica Realiter 2009, Terminologia e plurilinguismo nell’economia internazionale, avevo trovato molto interessante anche Le peculiarità del linguaggio giuridico. Problemi e prospettive nel contesto multilingue europeo di Maria Teresa Sagri, che aveva evidenziato le complessità, anche linguistiche, nel disciplinare in maniera uniforme l’attività normativa dell’UE: gli ordinamenti nazionali sono fortemente ancorati nel contesto storico-sociale a cui appartengono e non sempre convivono facilmente con norme di origine comunitaria.
L’impatto sulla terminologia del diritto comunitario è notevole, si registra ad esempio:
| ▄ | genericità terminologica (molta iperonimia) dovuta alla difficoltà di trasposizione tra le diverse lingue, con conseguente ambiguità giuridica e recepimento complesso nei singoli ordinamenti; |
| ▄ | “colonizzazione” da parte di termini ed espressioni comunitarie che entrano nelle tassonomie nazionali (ad es. moneta unica, sussidiarietà, libro bianco); |
| ▄ | neologismi semantici (ad es. persona legale da legal person); |
| ▄ | neologismi combinatori (ad es. danno ambientale dove danno è usato con accezione civilistica e non penalistica); |
| ▄ | mancata uniformità linguistica (ad es. coesistono recesso, risoluzione e rinuncia, oppure biologico ed ecologico). |
In questa situazione non sono rari gli errori terminologici che possono a loro volta causare problemi giuridici. Ecco quindi che si ricorre sempre più all’informatica giuridica per creare strumenti linguistici di controllo e soprattutto si sta lavorando a un approccio con ontologie formali che rappresentino le conoscenze giuridiche codificandole in base alle loro proprietà, svincolate dai linguaggi naturali, per consentire una comparazione più scientifica dei diversi sistemi giuridici e una migliore valutazione dell’effettivo livello di equivalenza linguistica, come descritto in dettaglio nel testo dell’intervento.
Terminologia e plurilinguismo – Atti Realiter 2009
Sono stati pubblicati gli atti della giornata scientifica Realiter 2009 dedicata a Terminologia e plurilinguismo nell’economia internazionale.
Strategie traduttive e non-traduttive nella comunicazione al pubblico dei prodotti mass-market è l’intervento di Andrea di Gregorio di cui avevo già parlato in Marketing plurilingue: tradurre o non tradurre?
Per applicazioni pratiche ed esempi di lavoro terminologico, si possono ricavare informazioni molto utili da Un glossario terminologico IT/ES nel Settore Bancario (Franco Bertaccini e Claudia Lecci) e Il Centro regionale di documentazione scientifica della Lombardia (Elisabetta Oliveri e Antonella Folino).
Interessante anche L’attività terminologica e le dinamiche dei cambiamenti sociolinguistici di Giuseppe G. Castorina, in cui viene sottolineata l’importanza, in un contesto europeo, di ricorrere a terminologia i cui elementi compositivi siano condivisi da un maggior numero possibile di lingue e culture, ovvero di recuperare elementi lessicali che costituiscano un europese per la comunicazione nell’ambito dell’UE, con un registro linguistico universale. L’intervento è ricchissimo di esempi di terminologia tecnico-scientifica, specialmente in campo medico, finanziario e informatico (c’è anche briefcase) e include molti riferimenti all’eponimia. Viene inoltre fatta la proposta di inserire nelle schede terminologiche dati e indicatori che consentano di valutare, tra i termini esistenti, quelli più trasparenti e più comprensibili a livello europeo e internazionale:
| ▄ | Indice di Diffusione Europea (IDE), il numero di lingue dell’UE in cui il termine presenta variazioni minime e non rilevanti ai fini della comprensione. |
| ▄ | Indice di Diffusione Internazionale (IDI). |
| ▄ | Indice di Trasparenza e Comprensibilità Internazionale (ITCI), valutabile in base alla presenza, tra le componenti dei termini, di confissi, elementi, affissi che appartengono a eurofamiglie lessicali; al numero di occorrenze nella rete e in repertori lessicali quali la Academic Word List; alla diffusione internazionale dei processi di creazione dei termini. |
È un approccio sicuramente condivisibile in teoria ma non sempre fattibile in pratica, come dimostrano gli innumerevoli prestiti in campo tecnologico, spesso entrati nella lingua attraverso i cosiddetti early adopter, prima quindi che eventuali terminologi possano intervenire proponendo neologismi più ragionati da un punto di vista linguistico ma che non rispecchiano l’uso effettivo nella lingua. Castorina, ad esempio, suggerisce accesso di servizio come possibile alternativa per backdoor ma questa soluzione, oltre ad essere fuorviante (backdoor identifica un metodo di accesso alternativo e non autorizzato a un programma o a un sistema di sicurezza) non recepisce che backdoor in inglese è un neologismo semantico, ovvero viene conferito un nuovo significato a una parola comune (“porta sul retro” con il significato di “segreto, non dichiarato” quando usato in forma aggettivale), ma non sempre le metafore su cui sono formati molti neologismi semantici sono riproducibili allo stesso modo in tutte le lingue, neanche se hanno basi lessicali comuni: basti pensare a ribbon, nudge, cookie. Nel caso specifico di backdoor, il prestito ha inoltre il vantaggio di essere breve e facilmente memorizzabile e di identificare in modo univoco un concetto specifico, caratteristiche difficilmente associabili a un termine più “internazionale” e trasparente, ma generico, come un eventuale accesso non autorizzato.



