Post con tag “neologismi”
-ese, il suffisso “che dà la parola”
Ho trovato interessante Lingua, linguacce e società, un articolo sul suffisso –ese e su come venga usato per creare nomi di linguaggi particolari, spesso con connotazioni ironiche o sarcastiche:
“…il suffisso -ese, tradizionalmente generatore di aggettivi e sostantivi indicanti appartenenza a realtà geografica o a entità linguistica, nazionalità, cittadinanza e simili (francese, calabrese, bolognese) si è spesso cucito addosso il grado semantico a volte scherzoso, a volte ironico, spesso polemico (se non perfino denigratorio), ricavato dall’-ese che ricalca l’-ais di franglais, per indicare un qualche linguaggio tipico di un settore della società, della politica, di una qualche disciplina o materia, di un qualche personaggio (di norma noto).”
[Treccani.it]
Tra i numerosi esempi di linguaggi tipici andrebbe aggiunto interpretese, il modo di parlare degli interpreti che Fiorello sa imitare alla perfezione. Ne ho ho letto divertita qualche giorno fa quando ho scoperto SSLMIT – fatti e misfatti (grazie Lorenza!), un blog gustosamente impietoso sull’università che ho frequentato anch’io.
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Vedi anche: itanglese (sinonimo di italiese), Clausole di riservatezza nei messaggi (esempi di burocratese) e Tendenze nella formazione di neologismi (meccanismi di formazione di nuove parole).
…ancora sull’uso dello scanner
Ieri Stefano Bartezzaghi in la Repubblica:
“C’è qualcosa di persino commovente nell’ansia con cui una quota di parlanti, minoritaria ma cospicua, cerca risposte certe in merito alla nostra lingua nazionale.” […] “Un linguista non può minimamente legiferare, neppure in fatto di lingua, ma è al servizio di fenomeni spontanei che possono solo essere registrati e studiati”.
È proprio quello che succede con scansionare, scansire, scandire, scannerizzare (ad es. nel forum Scioglilingua la settimana scorsa): il desiderio di molti parlanti di sapere quale sia il termine “giusto” e contemporaneamente una certa resistenza ad accettare il parere di fonti come l’Accademia della Crusca o il Portale Treccani che confermano che tutti i sinonimi citati sono accettabili da un punto di vista linguistico perché rispettano i meccanismi per la creazione di nuove parole.
Si potrebbe allora tentare qualche ipotesi sui motivi che stanno portando all’affermazione spontanea del verbo scannerizzare, facendo una carrellata sulle varie opzioni:
| ▄ | Nel 1996 il linguista Giovanni Adamo scriveva “Nel caso dell’informatica, si riscontra un rapporto particolarmente difficile fra la terminologia ufficiale —attestata nelle pubblicazioni scientifiche, nei manuali, nei programmi e nei dizionari specialistici — e il gergo parlato nei centri di sviluppo del software e di elaborazione dei dati. […]. La terminologia informatica in lingua italiana appare spesso guardinga e tende a preferire il prestito più che il conio di nuovi termini.” Anche se divario tra terminologia “ufficiale” e gergo informatico (e, aggiungo io, lessico dell’utente finale) non è più così marcato come 15-20 anni fa, non è stato eliminato del tutto: eseguire la scansione sopperisce all’impossibilità del prestito non integrato ed evita il conio di un neologismo (altri dettagli qui) ma può darsi venga percepito come eccessivamente ufficiale e non sia quindi riuscito a entrare nel linguaggio standard per questioni di lunghezza e di registro. Probabilmente anche digitalizzare, per quanto immediatamente comprensibile, viene avvertito come un termine troppo specializzato da chi non ha competenze tecniche estese. |
| ▄ | Le parole del lessico italiano evidenzia che un forestierismo, quale un calco o un prestito, “acquisisce abitualmente un valore monosemico, serve cioè a far riferimento a un solo oggetto o a un solo concetto”. I verbi scannare e scandire non rispettano questo criterio perché sono già associati ad altri concetti. |
| ▄ | Nella creazione di nuovi verbi si ricorre soprattutto alla suffissazione, di solito con –are o –izzare, con una marcata preferenza per i verbi della prima coniugazione: forse è per questo che scansire, della terza, non ha avuto molto successo? Potrebbe anche darsi che alcune flessioni di scansire vengano avvertite come forme errate del verbo scansare e quindi evitate. |
| ▄ | Il derivato verbale denominale è uno dei tipi più comuni di formazione di verbi e spesso ha come base il nome dell’oggetto prodotto dall’azione che si vuole descrivere, ad es. film → filmare, clone → clonare, ecc. Il verbo scansionare avrebbe quindi tutte le carte in regola per imporsi, ma così non è stato, se non tra chi ha competenze tecniche. La mia impressione è che non tutti i parlanti associno scansione in modo univoco al concetto di “immagine acquisita digitalmente” (può infatti avere altri significati) e come conseguenza anche al verbo scansionare venga a mancare il valore monosemico che invece ci si aspetterebbe. Questo potrebbe spiegare perché sono nati altri due verbi che hanno come base lo strumento usato per compiere l’azione, sul modello di telefono → telefonare, computer → computerizzare, e che, tra scannerare e scannerizzare, forse sia prevalso il secondo perché percepito come meno gergale o comunque più facilmente ricollegabile a scanner. |
Non sono però una lessicologa e quindi queste sono solo considerazioni personali! Un grazie comunque a Enrico, .mau., Elio e Paolo per i commenti che me le hanno suggerite.
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Vedi anche: Tendenze nella formazione di neologismi sui meccanismi di nascita di nuove parole.
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PS Questa foto non c’entra granché, serve solo ad aggiungere un po’ di colore e fare una rapida considerazione su come siano cambiate le modalità di condivisione delle foto in pochi anni, grazie anche a un uso dello scanner che ormai sembra lontano anni luce: con le macchine fotografiche tradizionali bisognava (farsi) prestare i negativi per ottenere poche selezionate copie stampate, poi, per chi aveva accesso a uno scanner e si prestava all’operazione, si è passati a una fase intermedia in cui circolava qualche copia digitalizzata spedita per email, di dimensioni ridotte per non intasare la posta e avere problemi a scaricarla. E ora, grazie a fotocamere digitali e siti e/o software appositi, lo scanner non ci serve più e ci siamo abituati a immagini disponibili quasi immediatamente, come questa della Croda Rossa d’Ampezzo fatta sabato sulla pista di sci di fondo Dobbiaco-Cortina in una giornata freddissima ma incredibilmente bella.
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scansionare, scansire, scandire, scannerizzare…
Ho seguito le notizie sull’introduzione dei body scanner negli aeroporti con interesse perché danno un esempio efficace di quelli che io chiamo assestamenti terminologici.
Negli anni scorsi si è discusso molto su quale dovesse essere il verbo italiano per descrivere l’acquisizione di immagini con uno scanner, ovvero la traduzione dell’inglese scan: quale calco preferire tra scandire, scansire, scannerare, scannerizzare, scansionare o scannare? Nel 2004 l’Accademia della Crusca in un intervento molto citato suggeriva massima libertà di scelta, senza però convincere i frequentatori del forum, l’autore della voce di Wikipedia e molti altri che argomentavano a favore di un termine o dell’altro.
A distanza di qualche anno, il dibattito sui body scanner conferma che scannerizzare sta diventando nettamente prevalente nel linguaggio non specializzato e che la frequenza degli altri sinonimi è molto diminuita. [Aggiornamento: qui ho aggiunto alcune ipotesi sul perché il verbo scannerizzare si stia affermando sulle altre opzioni lessicali che immagino siano destinate a una lenta scomparsa]
Interessante notare che scannerizzare non è invece entrato nel linguaggio tecnico “ufficiale”: nella loro documentazione, i principali produttori di scanner privilegiano infatti la locuzione eseguire la scansione, una scelta condivisa anche da molti produttori di software, che, se viene specificato l’oggetto della scansione, ricorrono anche ad acquisire e digitalizzare (ad es. acquisire un’immagine, immagine digitalizzata).
A questo proposito, vorrei aggiungere una nota sul lavoro terminologico nell’ambito della localizzazione e sull’obiezione che digitalizzare descrive un concetto più generico e quindi non è del tutto adeguato: ci sono situazioni particolari in cui, nel trasferire un concetto da una lingua all’altra, può avere senso optare per un iperonimo, ad esempio quando nella lingua di arrivo coesistono diversi sinonimi e non è possibile prevedere quale prevarrà (le diverse “traduzioni” italiane di scan e scanned che proliferavano 10-15 anni fa sono un esempio tipico). In questi casi, peraltro limitati, il terminologo analizza i contesti d’uso per assicurarsi che l’iperonimo non crei ambiguità e può fare test di comprensibilità sugli utenti finali per valutare l’eventuale impatto sulla loro curva di apprendimento: nel caso di scan, anch’io a suo tempo avevo avuto la conferma che digitalizzare un’immagine veniva interpretato correttamente (“convertirla in formato digitale”) mentre i vari scandire, scansire, scannerare, ecc. suscitavano non poche perplessità tra i destinatari dei prodotti. Ecco quindi che può essere giustificato ricorrere a una soluzione relativamente generica se comunque consente di comunicare adeguatamente concetti e istruzioni (come in questo esempio della documentazione di Adobe Photoshop, originale qui) e di evitare di scegliere tra termini non ancora assestati che potrebbero diventare presto obsoleti e quindi confondere l’utente.
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Vedi anche: 10 anni della parola blog, per un altro esempio di proliferazione iniziale di sinonimi poi destinati a scomparire; Se non c’è la sfera di cristallo…, per un esempio di scelte terminologiche che possono entrare in conflitto con situazioni future non prevedibili; Attenzione alle spalle…, su possibili valutazioni linguistiche quando si introduce un nuovo concetto per cui non esiste ancora un termine nella lingua di arrivo; Ricerca terminologica e verifiche con Google, per valutare le opzioni terminologiche già esistenti.
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Ristoranti in crowdsourcing e open source?
Sometimes English is not sexy* but stupid cita un paio di sondaggi in Der Spiegel da cui risulta che la maggior parte dei tedeschi non capisce gli slogan in inglese usati in alcune pubblicità e ne dà interpretazioni a volte strampalate, ad es. c’è chi pensa che Broadcast Yourself (YouTube) significhi “fabbricati il tuo portapane” (altri esempi inglese-tedesco qui).
Sarebbe interessante fare una ricerca simile in Italia, ad esempio tra i lettori di quei giornali online che sono sempre più infarciti di parole inglesi, a volte però usate a sproposito (ad es., escludendo chi è stato in America, quanti lettori generici sanno cos’è un mall?)
Mi è anche venuto in mente un articolo della settimana scorsa nel Corriere della Sera il cui rimando, qui a sinistra, appariva in mezzo a notiziole su calcio, cantanti e calendari. Dubito che titoli e articolo, Il ristorante fai da te in crowdsourcing, siano stati riletti e che sia stato verificato se fossero comprensibili per il lettore tipico del sito. Per poterli interpretare è infatti essenziale conoscere i concetti associati a crowdsourcing e open source, termini specializzati che, soprattutto il primo, non sono ancora entrati nell’italiano standard.
La giornalista avrebbe potuto trovare il modo di spiegare che crowdsourcing è un processo produttivo simile all’esternalizzazione (outsourcing, dove un’azienda si affida alle prestazioni di un fornitore di servizi esterno per portare a termine una particolare attività); nel caso specifico del crowdsourcing, però, le risorse esterne sono costituite da un insieme di persone (crowd) non precedentemente organizzate tra loro che, di solito, contribuiscono su base volontaria e le cui prestazioni non sempre sono retribuite ma possono essere ricompensate in termini di prestigio, visibilità, soddisfazione personale, ecc.
Se le idee e i contributi di chi ha partecipato al progetto sono messi liberamente a disposizione di altri per un eventuale riutilizzo, ecco che si può usare la metafora dell’open source, come nel software il cui codice sorgente è di pubblico dominio.
Una distinzione che si tende a fare tra modello crowdsourcing e modello open source è che il primo è un modello di business in cui c’è sempre un committente, quindi ci sono specifiche finalità commerciali che invece non sono necessariamente presenti nel modello open source. Nel “ristorante in crowdsourcing” citato dall’articolo del Corriere, infatti, un imprenditore ha cercato un’idea originale per un nuovo tipo di ristorante e si è rivolto a una community, i membri di instructables.com (non le “folle” generiche dell’articolo italiano), che hanno contribuito a sviluppare il concetto; la descrizione del progetto fa inoltre concludere che il ristorante sia stato realizzato con finanziamenti di tipo tradizionale e non un “fai da te” in autogestione come suggerito in italiano. L’ideatore del ristorante diceva:
“I have been involved in several pilot and concept restaurants in the past […] I will open an open-source restaurant that is completely made of, and only serves food based on the original instructables all the members on instructables.com have made or will make”.
Non mi pare che tutto ciò si capisca dall’articolo italiano: forse meglio evitare rielaborazioni di pezzi tradotti che contengono parole e riferimenti stranieri se non sono del tutto chiari.
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Vedi anche:
| ▄ | Per l’uso dell’inglese nei messaggi pubblicitari: Marketing plurilingue: tradurre o non tradurre? |
| ▄ | Per altri esempi dell’uso disinvolto di parole inglesi negli articoli del Corriere della Sera, Il Corriere e le parole "tech" da non usare più, il misterioso gatto tuxedo, Uova orientali? Forse no… (Easter egg e sorprese) e Parla come mangi; notevole anche l’interpretazione letterale di once in a blue moon messa in evidenza da Il Disinformatico! |
| ▄ | Qui un esempio di crowdsourced restaurant citato anche dall’autore del neologismo crowdsourcing, Jeff Howe, che ho potuto ascoltare a una conferenza davvero interessante qualche anno fa |
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* Il titolo citato all’inizio, Sometimes English is not sexy but stupid, mi ha ricordato che alcuni giornalisti italiani sembrano ignorare che l’aggettivo
inglese sexy può essere un falso amico: se riferito ad es. a un prodotto, vuol dire che è un oggetto appetibile che tutti vorrebbero avere (come l’iPhone al suo esordio). Il significato in questo caso è più simile a “figo” e non a “sensuale” o “conturbante”, che mi pare continuino ad essere le uniche accezioni del prestito sexy in italiano (escludendo l’uso peculiare di Beppe Severgnini, che sembra amare molto questo aggettivo, tanto da associarlo anche a salsicce e segni di interpunzione
).
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Parole dell’anno… e per gli anni
Il tempo grigio spinge a stare in casa e leggiucchiare in qua e in là. Abbastanza prevedibili alcuni argomenti linguistici di inizio d’anno, ad es. Words of 2009 and the 2000s riassume varie classifiche di parole del 2009 e del decennio per inglese, tedesco e altre lingue.
Se in America si discute ancora come chiamare il decennio appena trascorso (ad es. qui, qui, qui e qui), in UK c’è una chiara preferenza per the noughties e in Italia per anni zero.
Tra chi parla inglese sembra invece comune l’indecisione su come pronunciare il nome dei prossimi dieci anni (esempi qui, qui, qui, oltre a un lungo elenco in Language Log); ne parla anche David Crystal in On tens, teens, or whatever, con commenti interessanti dei lettori. Per il momento, però, nessun dibattito sulle parole generiche per “decennio”: oltre a decade, ci sono decennium, decadal e decennary!
Cambiando argomento, Difficult languages: Tongue twisters è un articolo molto piacevole sulle complessità di varie lingue del mondo (e ho appena visto un lungo commento qui).
Infine, chi è abituato a leggere testi di vario genere in inglese apprezzerà sicuramente how to write badly well, un blog su come scrivere male
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Vedi anche: Parole dell’anno “tecnologiche” negli USA, con vari aggiornamenti per inglese e italiano, ad es. qualche giorno fa la Repubblica ha scelto crisi come parola del 2009.
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Terminologia giuridica – Atti Realiter 2009
Sempre a proposito della giornata scientifica Realiter 2009, Terminologia e plurilinguismo nell’economia internazionale, avevo trovato molto interessante anche Le peculiarità del linguaggio giuridico. Problemi e prospettive nel contesto multilingue europeo di Maria Teresa Sagri, che aveva evidenziato le complessità, anche linguistiche, nel disciplinare in maniera uniforme l’attività normativa dell’UE: gli ordinamenti nazionali sono fortemente ancorati nel contesto storico-sociale a cui appartengono e non sempre convivono facilmente con norme di origine comunitaria.
L’impatto sulla terminologia del diritto comunitario è notevole, si registra ad esempio:
| ▄ | genericità terminologica (molta iperonimia) dovuta alla difficoltà di trasposizione tra le diverse lingue, con conseguente ambiguità giuridica e recepimento complesso nei singoli ordinamenti; |
| ▄ | “colonizzazione” da parte di termini ed espressioni comunitarie che entrano nelle tassonomie nazionali (ad es. moneta unica, sussidiarietà, libro bianco); |
| ▄ | neologismi semantici (ad es. persona legale da legal person); |
| ▄ | neologismi combinatori (ad es. danno ambientale dove danno è usato con accezione civilistica e non penalistica); |
| ▄ | mancata uniformità linguistica (ad es. coesistono recesso, risoluzione e rinuncia, oppure biologico ed ecologico). |
In questa situazione non sono rari gli errori terminologici che possono a loro volta causare problemi giuridici. Ecco quindi che si ricorre sempre più all’informatica giuridica per creare strumenti linguistici di controllo e soprattutto si sta lavorando a un approccio con ontologie formali che rappresentino le conoscenze giuridiche codificandole in base alle loro proprietà, svincolate dai linguaggi naturali, per consentire una comparazione più scientifica dei diversi sistemi giuridici e una migliore valutazione dell’effettivo livello di equivalenza linguistica, come descritto in dettaglio nel testo dell’intervento.
Terminologia e plurilinguismo – Atti Realiter 2009
Sono stati pubblicati gli atti della giornata scientifica Realiter 2009 dedicata a Terminologia e plurilinguismo nell’economia internazionale.
Strategie traduttive e non-traduttive nella comunicazione al pubblico dei prodotti mass-market è l’intervento di Andrea di Gregorio di cui avevo già parlato in Marketing plurilingue: tradurre o non tradurre?
Per applicazioni pratiche ed esempi di lavoro terminologico, si possono ricavare informazioni molto utili da Un glossario terminologico IT/ES nel Settore Bancario (Franco Bertaccini e Claudia Lecci) e Il Centro regionale di documentazione scientifica della Lombardia (Elisabetta Oliveri e Antonella Folino).
Interessante anche L’attività terminologica e le dinamiche dei cambiamenti sociolinguistici di Giuseppe G. Castorina, in cui viene sottolineata l’importanza, in un contesto europeo, di ricorrere a terminologia i cui elementi compositivi siano condivisi da un maggior numero possibile di lingue e culture, ovvero di recuperare elementi lessicali che costituiscano un europese per la comunicazione nell’ambito dell’UE, con un registro linguistico universale. L’intervento è ricchissimo di esempi di terminologia tecnico-scientifica, specialmente in campo medico, finanziario e informatico (c’è anche briefcase) e include molti riferimenti all’eponimia. Viene inoltre fatta la proposta di inserire nelle schede terminologiche dati e indicatori che consentano di valutare, tra i termini esistenti, quelli più trasparenti e più comprensibili a livello europeo e internazionale:
| ▄ | Indice di Diffusione Europea (IDE), il numero di lingue dell’UE in cui il termine presenta variazioni minime e non rilevanti ai fini della comprensione. |
| ▄ | Indice di Diffusione Internazionale (IDI). |
| ▄ | Indice di Trasparenza e Comprensibilità Internazionale (ITCI), valutabile in base alla presenza, tra le componenti dei termini, di confissi, elementi, affissi che appartengono a eurofamiglie lessicali; al numero di occorrenze nella rete e in repertori lessicali quali la Academic Word List; alla diffusione internazionale dei processi di creazione dei termini. |
È un approccio sicuramente condivisibile in teoria ma non sempre fattibile in pratica, come dimostrano gli innumerevoli prestiti in campo tecnologico, spesso entrati nella lingua attraverso i cosiddetti early adopter, prima quindi che eventuali terminologi possano intervenire proponendo neologismi più ragionati da un punto di vista linguistico ma che non rispecchiano l’uso effettivo nella lingua. Castorina, ad esempio, suggerisce accesso di servizio come possibile alternativa per backdoor ma questa soluzione, oltre ad essere fuorviante (backdoor identifica un metodo di accesso alternativo e non autorizzato a un programma o a un sistema di sicurezza) non recepisce che backdoor in inglese è un neologismo semantico, ovvero viene conferito un nuovo significato a una parola comune (“porta sul retro” con il significato di “segreto, non dichiarato” quando usato in forma aggettivale), ma non sempre le metafore su cui sono formati molti neologismi semantici sono riproducibili allo stesso modo in tutte le lingue, neanche se hanno basi lessicali comuni: basti pensare a ribbon, nudge, cookie. Nel caso specifico di backdoor, il prestito ha inoltre il vantaggio di essere breve e facilmente memorizzabile e di identificare in modo univoco un concetto specifico, caratteristiche difficilmente associabili a un termine più “internazionale” e trasparente, ma generico, come un eventuale accesso non autorizzato.
Oggetti del decennio in UK
BBC News Magazine fa un ritratto dei primi dieci anni del XXI secolo (in inglese the Noughties, da nought; in italiano anni zero) scegliendo dai contributi dei lettori i 20 elementi più rappresentativi per ciascuna di queste categorie: persone, parole, notizie, oggetti e cultura.
Può essere divertente dare un’occhiata al risultato finale per vedere quante scelte sono tipicamente britanniche, quindi difficilmente riconoscibili se non si segue la cultura locale, e quante invece sono riconducibili a un mondo globalizzato, per cui anche in Italia o altri paesi verrebbero viste come rappresentative del decennio appena trascorso. Indovinato? Prevalgono decisamente i riferimenti al mondo anglosassone.
Mi aspettavo comunque una certa globalizzazione nella categoria degli oggetti, e invece, a parte esempi prevedibili legati alla tecnologia, come BlackBerry, iPod, auricolare Bluetooth (Bluetooth earpiece), TV a schermo piatto (flat-screen TV), Playstation, navigatore satellitare (Sat-nav) e Skybox, e un esempio di moda recente che ha attecchito anche qui, gli stivali australiani Ugg, tutto il resto è connotato culturalmente e localmente, a partire da oggetti molto comuni a cui un italiano probabilmente non darebbe importanza, ad es. la pattumiera con ruote (wheelie bin) come quelle per la raccolta differenziata nei nostri condomini, il giubbotto catarifrangente (high-visibility vest) e la piastra per i capelli (hair straightener).
Ci sono poi oggetti legati alla società britannica, come il grattacielo di Londra soprannominato The Gerkhin, l’abbonamento ai trasporti londinesi Oyster card, e hoody (o hoodie), le felpe con cappuccio che sono diventate sinonimo di giovani criminali (coprendo il volto si riesce a mascherare la propria identità se ripresi dalle telecamere a circuito chiuso, diffusissime nel Regno Unito).
Interessante notare le voci legate all’ambiente: oltre a wheelie bin, appaiono Toyota Prius, i generatori eolici (wind turbine), le borse per la spesa riciclabili da usare al posto delle buste di plastica (bag for life) e le cassette di prodotti biologici (organic vegetable box) simili a quelle che in Italia si comprano tramite i gruppi di acquisto solidale (GAS).
Sicuramente prima della fine dell’anno appariranno classifiche del genere anche in Italia. Sono curiosa di vedere cosa salterà fuori!
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Vedi anche: Parole dell’anno “tecnologiche” negli USA per vari esempi di parole in evidenza nel 2009, aggiornato con vari link tra cui Noughtyisms: the best words of the decade, una divertente carrellata di neologismi inglesi nati nell’ultimo decennio.
Aggiornamento 15/12/2009 – sul Corriere della Sera Cosa resterà di questi anni zero?
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Gergo aziendale inglese
Alcuni degli esempi nel post itanglese sono prestiti che arrivano direttamente dal cosiddetto corporate speak (o corporate doublespeak), il gergo usato nelle aziende americane, inglesi e multinazionali per rendere più interessanti concetti a volte banali (le buzzword che da un momento all’altro sono sulla bocca di tutti, come ad es. slide deck, playbook, stakeholder), oppure eufemismi per mascherare concetti sgradevoli. …
Per chi è interessato all’argomento, ho raccolto qualche riferimento in inglese.
50 office-speak phrases you love to hate propone esempi dei lettori di BBC News. Anch’io ho una certa avversione per evangelist (esperto che condivide conoscenze su un prodotto; inquietante che sia anche un ruolo e non un termine ironico), granularity (per indicare il livello di dettaglio), going forward (“d’ora in avanti”) e le combinazioni con paradigm (in genere significa “modello” o “esempio”), ad es. paradigm shift (un approccio diverso).
Thirty words and phrases you need to stop using today dà altri esempi, tra cui ho sempre trovato fastidiosi il verbo leverage (“sfruttare”, “usare a proprio vantaggio”), takeaways (usato al plurale: le informazioni utili che si ricavano da una riunione o presentazione) e competency (in particolare core competencies, l’insieme di conoscenze ed esperienze necessarie per un’attività specifica. Chissà perché viene preferito a competence…).
Councils get banned jargon list fa riferimento a un elenco di 200 parole messe al bando dalle amministrazioni locali britanniche, tipiche del burocratese e spesso prese in prestito dal gergo aziendale, come ad es. taxonomy, holistic, synergies.
Corporate crapspeak cita invece varie espressioni più o meno eufemistiche per descrivere la riduzione del personale: declutter, decruit, euthanise, harden up the synergies, optimisation of the use of internal resources, rank and yank, rightsize.
Plain English Campaign da 30 anni combatte il burocratese ma anche il gergo aziendale come quello che è valso alla Coca Cola uno dei Golden Bull (una specie di “tapiro”) appena assegnati per il 2009. Tipici gli esempi di management speak come be proactive not reactive e think outside the box (pensare in maniera non convenzionale), ma l’elenco potrebbe essere facilmente arricchito con tutte le altre frasi che tanto piacciono ai middle manager delle multinazionali, ad es. we need to do more with less.
Infine, per sorridere: esempi di cartelle di buzzword bingo (vignetta di Dilbert) qui, qui e qui e frasi di corporate speak create automaticamente da Business Sentence Generator.
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Aggiornamento 15/12/2009 – The Telegraph ha pubblicato un elenco delle 20 frasi fatte più fastidiose che si sentono in ufficio. In cima alla classifica At the end of the day, seguito da What goes around, comes around e It’s not rocket science. Si piazza bene anche Give [somebody] the heads up (preavvisare, allertare), frase molto amata dagli americani.
Aggiornamento 18/1/2010 – Altri esempi di gergo aziendale in Workplace Lingo e in Office workers being invited to "bite the reality sandwich".
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itanglese
Le aziende parlano l’itanglese fa una carrellata sulle parole inglesi più usate nelle aziende italiane, un fenomeno che, a quanto pare, ha avuto un aumento del 773% negli ultimi nove anni (dettagli della ricerca qui). Alcuni esempi citati: brainstorming, mission, conference call, performance, business (con tutte le sue variazioni, ad es. modello di business e core business), benchmarking e human resources (o, più colloquialmente, “accaerre”).
Aggiungerei step, feature, feedback, guideline, deadline, policy, ad es. policy aziendali, tool, trend, competition, marketplace, outsourcing, customer service/care, tanto per fare i primi esempi che mi vengono in mente: forse passaggio o passo, caratteristica o funzionalità, commenti e/o suggerimenti, linee guida, scadenza, regole o criteri, strumento, tendenza, concorrenza, mercato, esternalizzazione e assistenza ai clienti non sono abbastanza espressivi?
Ci sono poi alcuni prestiti che appaiono forse più giustificabili perché difficili da rendere in italiano con un unica parola, come roadshow (un evento commerciale che si sposta di città in città), stakeholder e pain point (problema specifico ma spesso complesso da risolvere).
Infine confesso che mi sta particolarmente antipatico un termine in prestito dal football americano, playbook, ovvero gli schemi di gioco di una squadra e quindi le strategie per una campagna politica o pubblicitaria o le modalità dettagliate che vengono definite per un nuovo tipo di progetto.
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Vedi anche: Gergo aziendale inglese e Britalian: britaliano o anglo italiano?
Parole dell’anno “tecnologiche” negli USA
Il New Oxford American Dictionary ha scelto il verbo unfriend come parola dell’anno 2009: in alcuni social network come ad es. Facebook il significato è rimuovere dagli amici.
Altre parole prese in considerazione in campo tecnologico / informatico:
| hashtag | il cancelletto # (in inglese hash ma anche pound sign e number sign), tag che si aggiunge davanti a una parola in Twitter per poter trovare tweet (“post”) sullo stesso argomento … |
| intexticated | descrive lo stato di distrazione al volante per colpa di SMS (to text = mandare SMS), simile alla guida in stato di ebbrezza (intoxicated). Per il dizionario americano Webster New World College Dictionary, la parola inglese scelta per l’anno 2009 è simile, distracted driving, preferita a cloud computing, wrap rage, netbook, wallet biopsy e go viral. … |
| netbook | prestito entrato anche in italiano per descrivere un laptop di dimensioni (e prestazioni) ridotte … |
| paywall | meccanismo per bloccare l’accesso a un sito web e consentirlo solo a chi è abbonato a un servizio a pagamento … |
| sexting | l’invio di messaggi o immagini sessualmente espliciti via cellulare (sex+text) |
A giudicare da distracted driving, intexticated e sexting, sembra proprio che da parte degli americani continui la “scoperta” degli SMS!
Qui i dettagli sulle altre parole dell’anno per il New Oxford American Dictionary in ambito economico (freemium, funemployed, zombie bank), politico o sociale (choice mom, death panel, teabagger) e ambientale (brown state, green state, ecotown). Molto efficaci deleb, una persona famosa (celeb) deceduta, e tramp stamp, un tatuaggio subito sopra al fondoschiena, specialmente di una donna.
[15/12/2009: ne parla anche la Repubblica in La parola dell'anno? "Unfriend". Vince il lessico da social network]
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Aggiornamento 19/11/09 – Il Corriere della Sera propone ai lettori di scegliere la parola dell’anno 2009 votandola tra digitale terrestre, escort, Kindle, pandemia, papi, papello, ripresa, terremoto, Twitter e zero tituli: tre su dieci quelle “tecnologiche” che però al momento non sembrano essere molto votate.
Aggiornamento 20/11/09 – il dizionario americano Merriam-Webster anziché neologismi vari indica invece admonish come parola dell’anno 2009. È la parola più consultata nella versione online del dizionario, scelta perché riflette l’attualità (nel caso specifico l’ammonimento ufficiale a un deputato che aveva dato del bugiardo al presidente Obama). Ne parla Merriam-Webster’s Word of the Year: “Admonish”, con note sui fatti di cronaca a cui si riferiscono le dieci parole più cercate.
Aggiornamento 15/12/09 – Noughtyisms: the best words of the decade ha una selezione davvero gustosa di neologismi inglesi dell’ultimo decennio, tra cui witches’ knickers, che in Irlanda descrive i sacchetti di plastica impigliati negli alberi, helicopter mom, che negli USA denota le mamme incombenti che controllano un po’ troppo attentamente tutte le attività dei figli, e menoporsche, che nel Regno Unito prende in giro gli uomini prossimi all’andropausa che tentanto di riacquistare una parvenza di giovinezza dotandosi di costose auto sportive…
Aggiornamento 28/12/09 – Per i lettori di la Repubblica la parola dell’anno 2009 è crisi.
Aggiornamento 31/12/09 – Il sondaggio del Corriere della Sera per scegliere la parola che meglio caratterizza il 2009 vede in testa papello, subito seguito da escort, mentre la parola del “proprio anno” più segnalata dai lettori è amore.
Aggiornamento 11/01/10 – La prestigiosa American Dialect Society ha scelto la parola dell’anno (WOTY – Word Of The Year) per il 2009: è tweet. Tutti i dettagli qui e in Visual Thesaurus. Vincitrice nella categoria parole più creative è Dracula sneeze, ovvero starnutire nell’incavo del gomito come Dracula che si copre la parte inferiore della faccia con il mantello (pratica suggerita per evitare il diffondersi dell’influenza H1N1); eufemismo dell’anno invece è sea kittens, i micini marini, neologismo coniato da un’associazione animalista per descrivere i pesci.
La parola del decennio è invece il verbo google. Altri candidati: 9/11, blog, green (nel senso ecologista), il verbo text, la famigerata espressione war on terror, e infine Wi-Fi.
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Vedi anche: Cinepanettoni e parole dell’anno 2008 e Ancora sulle parole dell’anno 2008 (parole in evidenza l’anno scorso in inglese e italiano; interessante notare come alcuni neologismi siano già praticamente scomparsi dall’uso comune in così breve tempo, probabile destino anche di molte parole del 2009) e Flessibilità dell’inglese: un- (neologismi inglesi come il verbo unfriend, formati con il prefisso un-).
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XOXO: baci e abbracci
No, non sto pensando al microformato eXtensible Open XHTML Outlines ma all’abbreviazione per hugs and kisses che viene in mente leggendo un articolo del Corriere della Sera, L’uomo «metrotextual»? Manda baci via sms (anche ai maschi)* (originale qui).
Mah, che sia davvero il caso di scomodare gli psicologi per capire perché ora molti uomini inglesi concludono SMS e altri messaggi con uno o più baci, le X, anche quando scrivono ad altri uomini? Forse le X, una volta usate solo dalle ragazze nelle lettere, hanno semplicemente perso parte del significato originale per diventare saluti più neutri, privilegiati perché brevissimi? Mi pare sia un po’ quello che sta succedendo in italiano con baci e bacio alla fine di telefonate e messaggi, sempre più diffusi e sempre meno riconducibili al loro significato letterale.
Lo slittamento di significato è abbastanza comune con i saluti, basti pensare a ciao che nei secoli ha perso qualsiasi riferimento a schiavo o a How are you? che in Irlanda di solito non è una domanda ma un saluto, infatti si tende a rispondere ripetendo How are you?
* L’articolo italiano non chiarisce che in inglese metrotextual è un gioco di parole con metrosexual, un uomo molto preoccupato della propria immagine, etero ma con atteggiamenti di solito associati ai gay (tipo David Beckham), e con text, l’SMS.
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Aggiornamento 9/11/09 – Un paio di commenti divertenti su metrotextual in Schott’s Vocab.
Aggiornamento 19/11/09 – David Crystal riporta che in GB anche il significato del saluto see you later è cambiato, perlomeno tra i più giovani, diventando più generico e non implicando più un incontro nella stessa giornata.
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Pangrammi…
In giro cominciano a vedersi i soliti indicatori che ci segnalano meno di due mesi alla fine dell’anno: ieri, ad esempio, ho notato scaffali pieni di decorazioni natalizie e ho letto un paio di articoli (qui e qui) sui neologismi dell’anno, in particolare i 1200 lemmi entrati nell’edizione 2010 del Vocabolario della lingua italiana Zingarelli.
Tra le nuove voci citate ce ne sono alcune che non sono proprio neologismi, ad es. pangramma, la frase più breve possibile scritta con tutte le lettere dell’alfabeto. Chi ha usato software in inglese sicuramente ricorderà The quick brown fox jumps over the lazy dog, pangramma di 35 caratteri che esemplificava l’aspetto dei tipi di carattere nelle prime versioni di Windows e adottato anche altrove. In italiano era stato localizzato con Cantami o Diva del pelide Achille l’ira funesta ma, per quanto fossi curiosa, non ero mai riuscita a scoprire perché fosse stata scelta una citazione della traduzione dell’Iliade e non un pangramma italiano, come ad es. Quel fez sghembo copre davanti usato in alcune distribuzioni Linux.
I pangrammi mi faranno sempre pensare a Ella Minnow Pea, un romanzo epistolare ambientato in una comunità dominata dall’eredità spirituale dell’autore del pangramma The quick brown fox… Quando la lettera Z cade dal monumento a lui dedicato, ai cittadini è vietato usarla in qualsiasi comunicazione; la stessa sorte toccherà per le lettere che cadono in seguito, costringendo gli abitanti a veri e propri contorsionismi linguistici (il libro è composto da
una serie di lipogrammi sempre più complessi che giocano con l’ortografia dell’inglese, come nell’esempio a destra). La speranza di salvezza è legata a un pangramma e, tra i vari esempi forniti dalla protagonista Ella Minnow Pea, si impara che J.Q. Vandz struck my big fox whelp contiene tutte 26 le lettere dell’alfabeto inglese senza alcuna ripetizione, mentre di poco più lunghi sono Quick zephyrs blow, vexing daft Jim (29) e Few quips galvanized the mock jury box (32). Altri esempi di pangrammi qui.
Nell’edizione italiana, Lettere. Fiaba epistolare in lipogrammi progressivi, il traduttore Daniele Petruccioli ha trovato un equivalente davvero efficace per il pangramma chiave: Fu questa volpe a ghermir d’un balzo il cane (36 caratteri, 7 in meno della traduzione “classica” Ma la volpe col suo balzo ha raggiunto il quieto Fido). Appaiono anche Che strazio quando Giambi fa il VIP (29) e Pochi frizzi mostrò quel divo balengo (32).
Un’ultima nota sul romanzo: l’avevo letto in inglese e mi ero divertita molto con le invenzioni linguistiche e lessicali, a partire dal nome della protagonista. L’idea di fondo è molto originale e la lettura è piacevole anche se non sempre avvincente, forse perché la trama e la caratterizzazione dei personaggi non sono così approfonditi come ci si aspetterebbe.
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Aggiornamento: Daniele Petruccioli racconta come ha tradotto in italiano Ella Minnow Pea in Letteralmente a pezzi.
Aggiornamenti sulle parole dell’anno 2009: il dizionario americano Webster ha scelto distracted driving, preferita a cloud computing, wrap rage, netbook, wallet biopsy e go viral. La parola dell’anno per il New Oxford American Dictionary è unfriend.
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10 anni della parola blog
A people’s history of the internet: from Arpanet in 1969 to today è un documentario interattivo di The Guardian sulla storia di Internet. A ciascuno degli ultimi 40 anni sono associati eventi e ricordi di chi usa la rete.
Si scopre che il neologismo weblog (“a log of the web”) è stato coniato nel 1997, poi abbreviato in blog nel 1999.
Ci è voluto qualche anno perché il concetto di “diario online continuamente aggiornabile” diventasse di uso comune. Nei mass media se n’era cominciato a parlare solo qualche anno più tardi, descrivendolo in vari modi: in italiano, ad es., si trovava diario telematico, diario web, diario in Rete; la parola blog, invece, appariva spesso virgolettata e veniva ancora considerata un termine gergale (un esempio qui).
Il concetto era stato documentato nel database terminologico Microsoft nel 2003; lo ricordo bene perché, nella scelta del termine da privilegiare tra quelli che coesistevano allora, avevamo monitorato anche lo sviluppo delle notizie sul blogger di Baghdad, una delle prime volte che l’argomento blog veniva portato all’attenzione del pubblico generico.
La scelta del prestito blog per l’italiano, per quanto il termine allora non avesse una frequenza particolarmente elevata se non tra gli “addetti ai lavori”, si è rivelata azzeccata… anche senza sfera di cristallo! ![]()
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Vedi anche: "Blogorrhea" e "blogorrea"sono la stessa cosa?
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netbook
Flessibilità dell’inglese: un-
Un articolo del New York Times, The Age of Undoing, mette in evidenza i verbi inglesi creati aggiungendo il prefisso un- a verbi già esistenti per indicare l’annullamento di un’azione, interessanti perché danno origine a molti neologismi, specialmente nella pubblicità e nelle opzioni delle interfacce di software e di social network:
[…] you can friend someone on Facebook; follow a fellow user on Twitter; or favorite a video on YouTube. Change your mind? You can just as easily unfriend, unfollow or unfavorite with a click of the mouse.
È un ulteriore esempio della flessibilità della lingua inglese, non sempre facilmente riproducibile nella terminologia italiana equivalente, dove si è costretti ad usare strategie diverse a seconda del tipo di verbo e del concetto espresso.
Se possibile, si ricorre a un prefisso anche in italiano, in genere scegliendo tra s- e dis- :
| lock / unlock | bloccare / sbloccare |
| link / unlink | collegare / scollegare |
| dock / undock | ancorare / disancorare |
| install / uninstall | installare / disinstallare |
A volte si deve usare un verbo con un’etimologia diversa, anche se per l’utente potrebbe diventare meno immediata l’associazione tra un’azione e il suo annullamento:
| group / ungroup | raggruppare / separare |
| hide / unhide | nascondere / scoprire |
In altri casi non è possibile trovare un verbo adeguato e si adottano soluzioni specifiche che, anche se trasparenti, possono risultare “verbose”:
| protect / unprotect | proteggere / rimuovere la protezione |
| share / unshare | condividere / annullare la condivisione |
Va poi fatta particolare attenzione al prefisso de- perché in inglese non sempre conferisce lo stesso significato di un-. Esempio: decompress e uncompress di solito sono sinonimi e in italiano decomprimere può rendere entrambi; deselect e unselect, invece, lo sono in alcuni contesti ma in altri possono indicare rispettivamente “disattivare un’impostazione” e “annullare una selezione di testo o oggetti” e quindi potrebbe essere necessario mantenere la distinzione anche in italiano, ad es. con deselezionare e annullare la selezione.
Ovviamente le scelte terminologiche in questi casi sono semplificate se si dispone di database terminologici in cui i concetti sono descritti accuratamente e tutti i sinonimi (es. decompress e uncompress) e i concetti correlati (es. deselect e unselect) sono documentati chiarendo che tipo di relazioni hanno tra loro.
Tornando infine agli esempi dell’articolo del NYT, e in particolare a Like / Unlike di Facebook, è consolante (!) vedere come anche in altre lingue sia difficile riprodurre l’efficacia e la concisione dell’inglese e come spesso si adottino soluzioni simili, ad es. Mi piace / Non mi piace più in italiano, Me gusta / Ya no me gusta in spagnolo e Gefällt mir / Gefällt mir nicht mehr in tedesco.
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Aggiornamento 16 novembre 2009: unfriend è la parola dell’anno 2009 per il New Oxford American Dictionary.
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Vedi anche: altri post con il tag lavoro terminologico.
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