Post con tag “neologismi”
#snOMG!
Dopo le abbondanti nevicate di questi giorni, nelle prime pagine dei quotidiani di ieri e di oggi mi sarei aspettata titoli ad effetto sul maltempo e invece la parola scelta quasi ovunque è gelo, senza alcuna esagerazione.
L’inglese è molto più creativo, specialmente in America, dove le tempeste e le bufere di neve possono durare vari giorni e causare enormi disagi. Si registrano in particolare parole macedonia, che da portmanteau [word] sono state ribattezzate snowmanteau.
Le due parole che hanno avuto più successo sono snowmageddon (snow+armageddon) e snowpocalypse (snow+apocalypse); Snowzilla (snow+Godzilla) invece è il nome dato sia a un enorme pupazzo di neve che a una famigerata (mostruosa?) bufera di neve.
Altre parole divertenti sono snovice (snow+novice), una persona che non ha mai visto la neve, e snowhere, la risposta che si dà alla domanda “where do you go in a snowstorm?”. E su Twitter si usa l’hashtag #snOMG, che combina la parola snow con l’esclamazione OMG.
Vignetta: Partially Clips via Language Log
Ultrabook, notebook e altri –book
Negli articoli di questi giorni sul CES 2012 di Las Vegas sembra immancabile la parola ultrabook, spesso scritta con l’iniziale minuscola anche se Ultrabook™ è un marchio di Intel: identifica una specifica categoria di computer portatili (notebook) con un processore Intel Core di seconda generazione, molto sottili (meno di 20 mm), molto leggeri (meno di 1,5 kg) e con durata della batteria di oltre 5 ore.
Acronimi per paesi: CIVETS e CARBS
In inglese vengono spesso coniati nuovi acronimi per identificare gruppi di paesi con una o più caratteristiche in comune. Si fanno notare per la loro fantasia, basti pensare ai poco lusinghieri PIGS e STUPID, ma in molti casi si tratta di occasionalismi con vita breve.
Ho letto in 2011 in Words che quest’anno sono nati anche
CIVETS (Colombia, Indonesia, Vietnam, Egitto, Turchia e Sudafrica), ossia “zibetti”, per descrivere la nuova generazione di paesi “tigri” in senso economico, e
CARBS (Canada, Australia, Russia, Brasile e Sudafrica), “carboidrati”, per i paesi tra i maggiori produttori di commodities con un mercato azionario caratterizzato da notevole liquidità ma particolarmente sensibile alle fluttuazioni dei prezzi di tali commodities.
2011 in Words contiene molte altre parole interessanti, raggruppate in base ai meccanismi di formazione dei neologismi più comuni in inglese, ad es. l’uso di prefissi, suffissi, ed elementi suffissali, come per likeonomics, che prende l’elemento –nomics da economics.
Nei fumetti: HURK
In una striscia di Dilbert ho visto una parola a cui finora non avevo mai fatto caso, hurk:
Nel contesto il significato è chiaro e si fa presto a verificare che in inglese americano hurk /hɜrk/, di ovvia origine onomatopeica, indica un conato di vomito. La parola si sarebbe diffusa grazie ai lolcat, dove è usata per descrivere il rumore che pare facciano i gatti quando rigurgitano quello che hanno appena mangiato. Non è ancora registrata dai dizionari tradizionali ma da anni appare in strisce e fumetti, ad es. qui e in Garfield:
(da non confondersi con yuk o yuck /jʌk/, che esprime disgusto; in inglese americano yuk può anche indicare una risata, come quella di Pippo l’amico di Topolino)
Per rimanere in tema fumetti, vedi anche Tradurre obscenicon? #$*%@!!
Bungarello: occasionalismo o neologismo?
Ieri il Corriere della Sera riportava che in occasione della giornata mondiale contro l’AIDS
(1 dicembre) alle redazioni dei programmi RAI era stato comunicato il divieto del ministero della Salute di nominare esplicitamente il profilattico (ma il ministro ha poi smentito).
La trasmissione radio Caterpillar ha approfittato di questo contesto per chiedere agli ascoltatori di trovare un nome più accattivante per il preservativo.
Ci sono state proposte molto divertenti e ha vinto un bell’esempio di creatività linguistica, bungarello.
Uno dei conduttori l’ha descritto come “un termine un po’ vezzeggiativo”, cogliendo un aspetto interessante della formazione delle parole.
Biffatura (o le beffe del censimento)
Comincio a pensare che i documenti del censimento 2011 siano parte di una beffa progettata da qualche burocrate per prendere in giro i cittadini italiani.
Da oggi si può provare a compilare il questionario online (se accessibile!) e sul sito è stato pubblicato un nuovo documento, il Manuale d’istruzione d’uso del questionario on line.
Incredibile ma vero, è scritto completamente in burocratese, ignorando qualsiasi convenzione sulla scrittura di istruzioni d’uso per software. Un esempio:
| In questa pagina di riepilogo l’utente ha una nozione visiva dello stato della compilazione. In essa sono riportati, a guisa di indice, l’elenco delle quattro aree che compongono il questionario (LISTA A, LISTA B, Sezione I, Sezione II) affiancate da un simbolo di check (o biffatura) che informa se quella parte è stata compilata, nel qual caso il suo colore da bianco diventerà verde. |
L’effetto è ridicolo perché anche in questo caso il linguaggio usato contrasta visibilmente con le schermate illustrative del sito, che invece segue gli standard a cui siamo abituati per questo tipo di istruzioni:

Occasionalismi: nymwars
Un occasionalismo è un neologismo destinato ad avere vita breve e non rimanere nell’uso perché è relativo a una situazione particolare e non duratura.
Un esempio recente di occasionalismo è la parola inglese nymwar (o nym war), usata soprattutto al plurale per descrivere le controversie sulla decisione di Google+ di proibire l’uso di pseudonimi.
Ne parla Fritinancy in Word of the Week: Nymwars, spiegando che nymwars è una
forma abbreviata di pseudonym wars ed è nata a fine luglio come hashtag in Twitter.
È una parola interessante non solo per l’etimologia ma anche per l’uso di nym come sostantivo, peraltro già visto in alcuni termini informatici. Mi pare inoltre che evidenzi alcune differenze in inglese e in italiano nell’uso di un suffisso che a prima vista è invece del tutto equivalente (dal greco -ώνυμος, “nome”, in entrambe le lingue viene aggiunto come secondo elemento in un nome composto).
Inglesi e mance: tronc e troncmaster
Ieri anche in Italia è stato dato risalto alla notizia riportata da vari media britannici che David Cameron, in vacanza in Toscana, ha bevuto un cappuccino in un bar ma poi, scandalo, non ha lasciato la mancia!
Siamo proprio in silly season, non solo oltremanica.
Mi domando se i redattori italiani che hanno criticato il premier britannico, riprendendo pedissequamente i commenti inglesi, siano soliti lasciare la mancia quando, in Italia, fanno colazione al bar (a meno che non si tratti di qualche centesimo di resto per fare cifra tonda). Non mi sembra si siano resi conto della differenza culturale che rende la storia della mancia mancata una “non notizia” per un pubblico italiano.
Come ben sa chi viaggia all’estero, le consuetudini sulle mance cambiano moltissimo da paese a paese. Senza mai arrivare ai livelli americani, anche nel Regno Unito i camerieri contavano sulle mance per arrotondare lo stipendio, perlomeno fino a un paio di anni fa, quando è stata introdotta una normativa tuttora molto discussa. In quell’occasione HM Revenue & Customs (il fisco britannico) aveva ufficializzato due termini abbastanza insoliti:
| tronc: | le modalità per dividere tra il personale le mance o i costi di servizio pagati dai clienti, oppure una specie di “cassa comune” in cui vengono raccolte tutte le mance (e anche l’insieme delle mance) |
| troncmaster: | la persona, diversa dal datore di lavoro, incaricata di dividere le mance tra il personale |
L’etimologia è dal francese tronc, la cassetta dell’elemosina, presumibilmente anche con riferimento al contenitore per le mance (tip jar) che si può trovare sui banconi o vicino alla cassa di alcuni locali.
Pastachetti, Soffatelli, gelato Boccalone Prosciutto
Menu made in USA: un primo di Pastachettis ai quattro formaggi, poi Soffatelli con pollo o manzo e infine, dulcis in fundo, un gelato Boccalone Prosciutto.
Avete già l’acquolina in bocca? No? Beh, sembra che neanche i clienti della catena di ristoranti Olive Garden siano stati molto tentati da pastachettis e soffatelli. A quanto pare i nomi inventati non risultavano sufficientemente familiari, come raccontato qui.
Ho provato a immaginare l’ispirazione per questi nomi “creativi” pseudoitaliani facendo un paio di considerazioni tipiche delle valutazioni di globalizzazione e di localizzabilità:
| ▄ | Un pastachetti è una striscia di pasta che avvolge del composto al formaggio, quindi il nome potrebbe essere una parola macedonia formata da pasta+pacchetti. Ma si pronuncia con /k/ oppure “pastacéti”? |
| ▄ | I soffatelli sono dei fagottini di pasta sfoglia, però il vero nome italiano mi pare improponibile per il possibile riferimento a faggot. Difficile capire da cosa derivi soffatelli, forse chi ha coniato il nome si è ispirato ai Sofficini? O forse ha pensato alla pasta sfoglia (puff pastry) che si gonfia (puff up) durante la cottura? In questo caso, una ricerca da dizionario limitata a puff potrebbe spiegare il verbo “soffiare” come equivalente italiano e spunto per il nome. |
Comunque sia, è poco probabile che in queste scelte siano stati coinvolti “italiani DOC”!
Il gelato Boccalone Prosciutto è invece una specialità di una gelateria di San Francisco; il nome fa riferimento all’ingrediente principale e alla salumeria che lo fornisce.
L’ho scoperto dopo aver letto Ice Cream (The Language of Food), un articolo che prende spunto da alcuni gusti insoliti proposti da gelaterie californiane per raccontare la storia dei gelati e dei sorbetti e aggiungere alcune considerazioni fonosemantiche sulle vocali nei nomi di gelati.
Flipback, Librino e .2: un’alternativa agli ebook?
Tiny books – the next big thing? (The Irish Times) si domanda se i libri di piccole dimensioni siano la nuova tendenza dell’editoria, soprattutto per i lettori che preferiscono ancora la carta stampata agli ebook, e cita il successo dei volumetti (bookette!) pubblicati qualche anno fa dalla casa editrice inglese Penguin.
Lo spunto è un nuovo formato di libro tascabile, appena lanciato sul mercato britannico con il nome di flipback. Misura 12×8 cm, quindi è poco più grande di un iPhone, si legge a 90° rispetto ai libri tradizionali (il testo è parallelo al dorso), rimane aperto da solo e in media pesa meno di 145 g perché stampato su carta leggerissima.
L’idea è di una casa editrice olandese specializzata in bibbie (grammatura ridotta!) che ha chiamato il nuovo formato dwarsligger, spiegando così il significato: “A person unwilling to cooperate, who is stubbornly resistant to everything; obstructionist; troublemaker (from Dutch dwars – crossways, transverse; intractable, contrary – and liggen, to lie)”.
Il nome originale era ovviamente improponibile altrove e può essere interessante confrontare i marchionimi scelti per gli altri mercati in cui è presente il nuovo formato.
| ▄ | In inglese flipback fa pensare a paperback, il libro tascabile, con un riferimento esplicito a flip, l’azione di girare velocemente le pagine (che può essere back and forth); può richiamare anche le parole flip book, il cineografo, e flip phone, il cellulare con l’apertura a conchiglia; |
| ▄ | in spagnolo è stato scelto un nome trasparente, Librino, ottenuto con un diminutivo che non fa parte della lingua ma che è immediatamente comprensibile; |
| ▄ | in francese il nome .2 (Point Deux) e la pubblicità giocano invece con i riferimenti alle nuove tecnologie: … |
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La révolution du livre
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La novità arriverà anche in Italia? Spero di sì, se non altro per sapere come si chiamerà!
Vedi anche: Scelte terminologiche: ringare, Rrring! e trillo, per esempi di strategie diverse in lingue diverse nella scelta del nome di una nuova funzionalità.
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La storia dell’inglese: Internet English
Via Language Hat mi sono divertita a guardare la brevissima storia della lingua inglese raccontata da The Open University in The History of English in ten minutes.
Il capitolo 9 parla di Internet English evidenziando parole ora molto comuni in inglese ma che fino a poco tempo fa erano ancora neologismi o il cui significato standard era completamente diverso (uno dei miei argomenti preferiti, la terminologizzazione). Tra gli esempi ci sono spam, host, inbox, messaging, email, download, toolbar, firewall, blog, poke, reboot, hard drive, FAIL e gli acronimi FYI, LOL, IMHO, BTW e FAQ:
Gli altri video si possono vedere in questa playlist (altra parola recente!).
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Parole affascinanti: fascinator
A proposito di matrimonio reale e di dettagli che percepiamo come tipicamente inglesi, in Cappelli, cappellini e copricapi c’è una raccolta di foto di invitate che hanno attirato l’attenzione per quello che portavano in testa. Alcune avevano optato per un fascinator, che non è né un cappellino né un copricapo né un’acconciatura che fa parte di una pettinatura elaborata ma è invece una decorazione particolare, spesso vistosa, fatta soprattutto con piume, fiori o materiali insoliti.
È un accessorio specifico, tornato in auge da poco (io ne avevo scoperto l’esistenza solo un paio di anni fa a un matrimonio irlandese) e per questo la parola fascinator non è ancora considerata parte del lessico comune inglese, tanto che è spesso accompagnata da una spiegazione del significato. Royal Bride Sparks Fascinator Frenzy riporta però un dato da Google secondo cui le ricerche per fascinator sono aumentate del 67% nell’ultimo anno.
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Oscar, domande di sicurezza e “upcycling”
Leggendo qualche articolo sui premi Oscar, ho notato che la moglie italiana* di Colin Firth, miglior attore protagonista, tende a essere chiamata Livia Firth negli articoli in inglese e Livia Giuggioli in quelli in italiano.
In questo caso ci saranno sicuramente motivi d’immagine, però il fatto che in alcuni paesi come l’Italia e la Spagna le donne sposate mantengano sempre il loro cognome può ancora suscitare qualche stupore in interlocutori inglesi e soprattutto americani: è una differenza culturale a cui non sono abituati.
In particolare ricordo che anni fa, quando erano apparsi i primi servizi online che prevedevano una domanda di sicurezza (security question) per poter recuperare la password nel caso venisse dimenticata, la domanda predefinita in inglese riguardava sempre il cognome da nubile della propria madre, what is your mother’s maiden name?
A quanto pare era una consuetudine in uso già da tempo nel sistema bancario americano e proprio per questo poteva risultare difficile spiegare agli sviluppatori americani che in alcuni mercati non aveva molto senso.
Sono convinta che ora vengano privilegiate altre domande non tanto per esigenze di internazionalizzazione (o perché il cognome della madre è un’informazione facilmente recuperabile e quindi poco sicura), quanto per un altro fattore a cui gli americani sono particolarmente sensibili: si devono essere resi conto che non è politically correct fare questa domanda, visto che non tutte le madri sono (state) sposate.
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* Livia Giuggioli / Firth ha fatto notizia per l’abito “ecologico” (in inglese eco-dress) indossato alla cerimonia, ricavato riciclando undici diversi vestiti del periodo in cui è ambientato il film Il discorso del re.
È un esempio di upcycling, il processo di “riciclo creativo” di materiali usati o già riciclati che dà al prodotto ottenuto maggior valore dei componenti originali, un concetto trasparente ma difficile da rendere in italiano in maniera efficace, come ha sottolineato Ilaria Dal Brun.
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Canzoni, soramimi, buffalaxing e animutation
In inglese ci sono alcune parole davvero curiose per descrivere le interpretazioni “creative” dei versi delle canzoni.
Ho già parlato di mondegreen, il fraintendimento involontario di alcuni versi di canzoni che vengono interpretati con parole foneticamente simili ma con un significato spesso meno plausibile dell’originale.
Un tipo particolare di mondegreen è il soramimi, parola giapponese che descrive i versi di una canzone in lingua straniera percepiti come se fossero cantati nella propria lingua, con risultati spesso assurdi.
C’è poi chi prende video di canzoni in altre lingue e li sottotitola con frasi inglesi vagamente omofone, con significato volutamente strampalato, per creare un effetto comico. Questo fenomeno è noto gergalmente come buffalaxing e prende il nome da Buffalax, pseudonimo di un noto autore di questo genere (uno dei suoi video più famosi è Benny Lava, reinterpretazione “inglese” di una canzone indiana stile Bollywood). In Language Log era stato suggerito di chiamare questo tipo di giochi linguistici Autour-du-mondegreens ma non sembra che il termine abbia avuto molto successo.
Se invece all’interpretazione creativa di una canzone vengono associate immagini in tema con le nuove parole, si parla di animutation, come in questa variazione di O Fortuna da Carmina Burana di Orff:
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L’idea per questo post mi è venuta leggendo Prisencolinensinainciusol – Olrait!, dove ci sono dei video “buffalaxed” della famosa canzone di Celentano.
A proposito di canzoni e motivetti martellanti, vedi anche Earworm, Ohrwurm e “Strüdel”.
itanglese 2 (social, digital e switch)
Un anno fa ho parlato di itanglese, l’uso smodato di parole inglesi in italiano, prendendo spunto da una ricerca del 2009 di Agostini Associati.
Da qualche settimana è disponibile un aggiornamento con i dati per il 2010, L’Itanglese continua ad avanzare con un incremento del +223%, che stila una classifica delle 10 parole inglesi più frequenti in un campione di 54 milioni di parole di documenti aziendali italiani tradotti verso altre lingue nel 2010:
| Parola inglese | Densità % |
| Social | 1,94 |
| Business | 1,81 |
| Smart | 1,80 |
| Wellness | 1,56 |
| Fashion | 1,55 |
| Benchmarking | 0,99 |
| Digital | 0,98 |
| Brand | 0,70 |
| Network | 0,68 |
| Switch | 0,61 |
Sono sicuramente dati molto interessanti (ad es. se ne discute qui, qui e qui) ma da un punto di vista terminologico alcune delle parole in classifica non mi convincono del tutto.
I risultati della ricerca sono rivolti a un pubblico non specialistico e quindi si parla di “termini” nel senso generico di “parole” e, come è prevedibile in questi casi, non vengono forniti dettagli sulla metodologia di estrazione dei dati. Per un terminologo, invece, sarebbe utile sapere se nell’analisi sono state considerate statisticamente solo singole parole oppure anche unità lessicali (locuzioni) perché consentirebbe di capire meglio la presenza nell’elenco di social, digital e switch.
In un’ottica prettamente linguistica, in italiano gli aggettivi inglesi social e digital non possono essere considerati termini in senso stretto: non hanno un significato specifico in un ambito specializzato né un valore monosemico che li faccia preferire ai corrispettivi italiani sociale e digitale . Mi sembra anche che, per il momento, in italiano né social né digital possano essere usati liberamente ma appaiano solo all’interno di locuzioni in cui tutti gli elementi sono parole inglesi, come nel caso di nomi di formati, standard o prodotti, o di nomi di concetti specifici che non sarebbero altrettanto idiomatici se tradotti letteralmente. Un paio di possibili esempi che mi vengono in mente:
| ▄ | Social network, social media, social web ecc. In particolare, la locuzione social network giustificherebbe la presenza nell’elenco per il 2010 di network, parola entrata in italiano almeno 30 anni fa e quindi, secondo me, non più classificabile come itanglese. |
| ▄ | Digital Video, Secure Digital, Sky Digital Key ecc. e concetti quali digital divide. |
Il lessico che descrive nuovi concetti di tipo “digital” e “social” mutuati dall’inglese non è ancora del tutto assestato in italiano e infatti si può notare la coesistenza di prestiti (parole inglesi) e calchi (parole italiane) ma non di eventuali “forme ibride”: ad es., si trovano sia il prestito digital native che il calco nativo digitale mentre *nativo digital suonerebbe alquanto insolito (a meno che digital non sia da intendersi “tra virgolette”). Credo sia un’ulteriore prova che in italiano social e digital non hanno un significato proprio e non sono usati arbitrariamente ma appaiono solo all’interno di specifiche locuzioni, quindi includerli tra gli esempi più tipici del fenomeno itanglese è sicuramente significativo da un punto di vista statistico ma meno da uno lessicale (cfr. anche un sondaggio di Repubblica, che addirittura implica che social e digital siano parole “ormai non più tradotte”).
Tornando alla classifica di itanglese per il 2010, trovo interessante anche la presenza di switch, parola usata gergalmente per indicare un passaggio o un cambiamento netto, ad es. da un sistema a un altro. Mi domando però se in questo caso la notevole frequenza, già registrata nel 2009, sia effettivamente un caso di itanglese o potrebbe invece avere a che fare con lo switch-over e lo switch-off del digitale terrestre, nel qual caso si tratterebbe semplicemente di terminologia tecnica.
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Vedi anche: Una casa shabby al punto giusto (parole inglesi abusate in italiano).
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