Terminologia etc.

Terminologia, localizzazione, traduzione e altre considerazioni linguistiche

Post con tag “utente tipico”

I registri del Registro delle Opposizioni

Il Registro Pubblico delle Opposizioni dovrebbe essere un “servizio per il cittadino” ma, a parte la pagina iniziale, mi sembra pensato soprattutto per chi è abituato a navigare e a districarsi con il linguaggio tecnico e burocratico.

opposizioni13Ho trovato il logo molto efficace, non altrettanto invece le modalità di comunicazione e in particolare le scelte di allocuzione: si ha l’impressione che chi ha curato il contenuto del sito non sia riuscito a decidere come rivolgersi all’utente.

In alcune pagine si è optato per un registro formale, ricorrendo però a due forme diverse:

la forma di cortesia standard (terza persona singolare), ad es. i dati da Lei conferiti; il trattamento dei Suoi dati;
una forma di cortesia obsoleta, la seconda persona plurale ormai usata solo in Italia meridionale, ad es. i Vostri dati; i dati da Voi forniti ecc. (non si tratta della seconda persona plurale “standard” tipica dei siti web perché non prevede le maiuscole di cortesia, qui invece sempre presenti, e perché nel sito viene chiaramente specificato che solo l’intestatario dell’abbonamento può seguire la procedura prevista, quindi non avrebbe molto senso rivolgersi a più di un utente contemporaneamente).

Altrove viene invece preferito un registro informale:

ci si rivolge all’utente con la forma confidenziale (seconda persona singolare), ad es. benvenuto; in questa sezione potrai scaricare.  

Spesso si ricorre anche a un registro neutro e/o burocratico, che coesiste con gli altri:

viene usata la forma impersonale tipica di manuali, istruzioni e testi legali, ad es. inserire le informazioni, è possibile selezionare, chiunque rilasci dichiarazioni mendaci sarà punito.

Queste incongruenze e vari altri problemi linguistici (e terminologici) penalizzano la comprensibilità del testo e rendono il sito poco fruibile agli utenti meno esperti. Si sarebbero potuti evitare ricorrendo a una guida di stile o seguendo le indicazioni per una comunicazione istituzionale chiara ed efficace, come quelle promosse da REI.


Vedi anche: Tu, voi o infinito?

Affinità con i piccoli utenti

Nell’ultimo post ricordavo che le scelte di localizzazione devono tenere conto delle aspettative e delle esigenze dell’utente finale. I manuali di stile o altre linee guida forniscono indicazioni generali ma ci sono casi in cui vanno adottate soluzioni ad hoc.

Immagini e icone tipiche della cultura di partenza non sono sempre universali e riconoscibili anche nella cultura di arrivo, come sottolinea La differenza culturale passa (anche) attraverso le immagini (a piè di pagina), che mi ha fatto ricordare un aneddoto che ripropongo qui perché ha a che fare con utenti finali un po’ particolari.

All’inizio degli anni ‘90 era uscito Creative Writer, un elaboratore di testi per bambini con una funzionalità che consentiva di sostituire alcune decine di parole comuni con immagini stilizzate, simili a icone o alle odierne emoji:

Un gatto si era addormentato sotto un grande alberoe sognava di essere una farfalla che si posava su un fiore.

(altro…)

Come riconoscere le lingue europee

A field guide to the main languages of Europe - Spot that language and tell it apart from othersUna breve pubblicazione della Commissione europea, A field guide to the main languages of Europe, dà indicazioni su come identificare rapidamente 98 lingue europee, in particolare come distinguere quelle che possono sembrare molto simili. Ad esempio, vengono indicate queste differenze tra testi scritti in ceco e in slovacco:

Caratteri comuni a entrambe le lingue:
č, ď/Ď, ň, š, ť/Ť, ý, ž 
Caratteri usati in ceco ma non in slovacco: ě, ř, ů
Caratteri usati in slovacco ma non in ceco: ä, ĺ, ľ/Ľ, ô, ŕ

Compilare queste guide non è banale, non solo per il numero di persone coinvolte ma soprattutto per il numero di revisioni necessarie, durante le quali capita di scoprire che caratteristiche ritenute uniche per la propria lingua siano invece presenti in altre lingue e quindi si devono trovare esempi alternativi e verificare nuovamente che non causino ambiguità di interpretazione.

Gli esempi vanno inoltre modulati in base ai destinatari, ad es. è utile indicare parole brevi e distintive che hanno un’alta frequenza nel testo di una lingua, scegliendo le quali va fatta particolare attenzione: la differenza tra la terza persona singolare dell’indicativo del verbo essere in italiano [ è ] e in portoghese [ é ], ovvia per un traduttore, potrebbe non essere così palese per un tecnico americano (e forse neanche per qualche nostro connazionale!).

Vedi anche: Accenti gravi e acuti in italiano

Manuali di stile e funzione del testo

Come nasce un manuale di stile (Lavori in corso) riassume in modo efficace alcune considerazioni essenziali per la preparazione di note redazionali, tra cui questo punto:

Come costruire un testo adattato al lettore. Sfortunatamente, infatti, tutti noi che scriviamo (anche come traduttori) a volte dimentichiamo che il testo non è nostro né per noi

È importante sottolinearlo perché le guide di stile forniscono indicazioni generali ma è poi compito di chi scrive o traduce metterle in pratica, operando scelte specifiche che tengano conto delle aspettative e delle esigenze del lettore (o utente tipico) di quel testo. È un’operazione non sempre ovvia, soprattutto quando si traduce materiale in apparenza standard, simile a testi già visti, e si lavora con strumenti di automazione.

La funzione del testo viene espressa in modalità anche molto diverse da lingua a lingua. In inglese, un testo con funzione didattica (ad es. un manuale di istruzioni) e un testo con funzione informativa e/o “esortativa” (ad es. materiale marketing che descrive un prodotto) possono essere resi con le stesse strategie linguistiche e stilistiche (ad es. rivolgendosi direttamente all’utente con l’imperativo), mentre in un’altra lingua potrebbe essere necessario differenziare le funzioni (ad es. usando forme impersonali per un tipo di testo e più dirette e informali per l’altro, diversificando registro e lessico generico, ecc).

Il mancato riconoscimento della funzione del testo è un problema che ho notato più volte e che può avere un impatto negativo sull’esperienza dell’utente, come nelle descrizioni di prodotti che dovrebbero essere accattivanti e invogliare all’acquisto e invece contengono espressioni formalmente corrette e accettabili in altri contesti (ad es. allo scopo di, pertanto, è possibile effettuare…)  ma fuori luogo in un messaggio pubblicitario.

La capacità di identificare correttamente il tipo di testo e di lettore/utente a cui è destinato e la consapevolezza delle strategie usate dalle lingue di partenza e di arrivo sono quindi essenziali per dare il “senso di identità a ciò che si scrive” descritto da Come nasce un manuale di stile.


Vedi anche: post con tag Guida di stile, in particolare Guide di stile: giornali inglesi e localizzazione, e con tag utente tipico.

Quando Eminem è meglio di John Wayne…

Mi è piaciuto David Crystal Guest Post: Who’s John Wayne? un intervento del noto linguista britannico su alcune difficoltà che può incontrare un autore quando scrive per un tipo di lettore diverso dal solito, nel caso specifico adolescenti e pre-adolescenti inglesi a cui è rivolto il suo ultimo libro A little book of language, un’introduzione alla linguistica.

Crystal aveva fatto leggere le bozze a una ragazzina di 12 anni, chiedendole di sottolineare tutto quello che non capiva. Mai si sarebbe aspettato che a essere messo in questione fosse il nome John Wayne, usato per spiegare il concetto di pseudonimo:locandina del film Ombre rosse, titolo originale Stagecoach. Dal sito trovacinema.repubblica.it

I gave some examples of pseudonyms. “Do you know who Marion Morrison is?” I had written, and followed up my question with “You’ll know him better as John Wayne.” My young reader underlines John Wayne. “Why have you underlined him?” I ask her. “Who’s John Wayne?” she says. I am temporarily at a loss for words. “You don’t know who John Wayne is??” “No.” “What about Stagecoach?” “What?” “You’ve never seen Stagecoach?” I explain the fantastic chase at the end of the film. Her face is totally blank. I realize there is a yawning chasm between our cultural mindsets.

È un esempio efficace di mancata corrispondenza tra autore e lettore di “conoscenze enciclopediche”, tutte quelle informazioni extralinguistiche di conoscenza del mondo condivise da chi appartiene a una cultura specifica. In questo caso, le differenze culturali sono di tipo generazionale, che Crystal ha risolto sostituendo l’esempio di John Wayne con quello di Eminem (vero nome: Marshall Bruce Mathers).

Molte conoscenze enciclopediche sono legate a un paese specifico (ad es. personaggi e programmi televisivi, prodotti, avvenimenti, tradizioni, ecc.) e ci sono riferimenti che risultano incomprensibili quando ci si sposta altrove, pur parlando la stessa lingua. Crystal fa vari esempi, tra cui è divertente quello di una pubblicità neozelandese (e poi altri aggiunti dai lettori nei commenti).

Ovviamente le difficoltà di comprensione causate dalle conoscenze enciclopediche non condivise aumentano in maniera esponenziale nel passaggio da una lingua all’altra, come ben sa chi parla una lingua straniera e soprattutto i traduttori che devono riuscire a identificare tutti gli aspetti di un testo con connotazioni “enciclopediche” e decidere le strategie di traduzione più adatte in base alle competenze del lettore tipico di quel testo (o, nel caso della localizzazione, dell’utente finale).

Maggiori dettagli in Conoscenze enciclopediche e relativi commenti.

Vedi anche: esempi di conoscenze enciclopediche nella categoria differenze culturali (ad es. Traduzione enogastromica, Competenze culturali nel ciclo di vita del prodotto, Il clima italiano visto da Italia.it, Segnali di globalizzazione).

Una casa shabby al punto giusto…

Ho tra le mani il numero di luglio 2010 di una rivista di arredamento non specializzata, destinata a chi vive in case di piccole e medie dimensioni. Ha una grafica accattivante ed è molto piacevole da sfogliare, però prima ancora che i mobili ho notato l’uso massiccio di parole inglesi, ben oltre i prevedibili look, trendy, hi-tech e altri prestiti ormai comuni in italiano (il famigerato itanglese).

Qualche esempio di anglicismi superflui (corsivi miei):

in stile navy, stile British, dondolo old style
rigorosamente white&blue, black&white, se sei blu-addicted [sic], total white, il tuo green party, green & chic, cucinare: blue link
English Mood, scegli il tuo mood
wallpaper anni ‘70, daybed 
pattern iper-materico, forma sixties
tre modi di dire outdoor, complementi d’arredo outdoor  
tutto mooolto glam, coffee-table iperglam [sic]   
soft budget, nice design, cucina young, ambiente open, temperature hot, decoro easy     
apparecchi new generation, case stress-free, il divano è un comodo no-name
mix & match, shopping in & out  
bookmaniaci, Face & cook  

I testi delle riviste italiane infarciti di parole inglesi non sono certo una novità, ho però l’impressione che la loro presenza nelle pubblicazioni destinate a un pubblico generico sia un fenomeno un po’ più recente: mi viene in mente la rivista del supermercato Esselunga, che si chiama NEWS e pullula di parole inglesi, ad es. i prodotti alimentari sono sempre  rigorosamente descritti come food. Mi domando che effetto faccia sulle persone più anziane e su chi non ha molta familiarità con l’inglese…

O forse queste riviste scelgono gli anglicismi proprio dando per scontato che il lettore tipico abbia una comprensione limitata dell’inglese? Una casa descritta come accogliente e shabby, ad esempio, può sembrare una specie di ossimoro a chi ha padronanza della lingua, Case stress-free: una villetta luminosa, accogliente e shabby al punto giusto. però immagino che il lettore tipico della rivista interpreti la parola shabby unicamente come riferimento allo stile shabby chic e ignori i significati negativi dell’aggettivo inglese (misero, squallido, in cattivo stato, degradato), e quindi che shabby sia diventato uno pseudoanglicismo.

Vedi anche: L’invasione degli anglicismi, Terminologia e utente tipico e un look ancora più fashion.


Aggiornamento – Dal numero di febbraio 2011 della stessa rivista, solo nelle prime 15 pagine non di pubblicità si trovano craft room, crafts, soft budget, idee express, news, cult!, city-guide, progetto crafts (con la nota del direttore “non me ne vogliano i patiti dell’italiano-a-tutti i costi ma le craft room hanno già una loro storia”), angolo crafts, stile glossy, tendenza crafts, stickers, scrapbook, la cover della poltrona minimal, atmosfera cottage, idea cool, effetto hand-made, il look tricot è molto craft (?!), animal style, masking tape (suona decisamente più cool di nastro adesivo per mascheratura!), décapé forever, bordo a crochet (francesismo usato anche in inglese; probabilmente “all’uncinetto” non è abbastanza trendy?), comfort, all white, living, stylist, mood, mission possible, cozy (spiegato traducendolo come “coccoloso”)… E anche la pubblicità non scherza: in tre pagine successive si legge more with less, living and cooking, total home design.

Vedi anche: mandarino ≠ mandarin (in un’altra rivista di arredamento, falso amico o pseudoanglicismo scelto perché sia comprensibile dal lettore tipico italiano?).

Nuovi post con altri pseudoanglicismi dell’arredamento:
Chi dice “nel mio living”?
Relooking, uno pseudoanglicismo

Il clima italiano visto da italia.it

Una protesta sulle tariffe pagate per la traduzione dei contenuti del portale Italia.it  (qui e qui) con commenti negativi sulla qualità delle pagine già tradotte, ma senza esempi specifici, mi ha fatto venire la curiosità di darci un’occhiata.

In effetti non c’è da stare molto allegri: traduzioni estremamente letterali, tanto che viene in mente quel famigerato invito in inglese a visitare l’Italia da parte dell’ex ministro Rutelli.

Soprattutto, però, non mi sembra siano stati fatti molti tentativi di adattare le informazioni al punto di vista dell’utente finale, il potenziale turista, come si può vedere dalla pagina in inglese sul clima. Due esempi banali ma che saltano subito agli occhi:

Estremi climatici

Per invogliare a venire in Italia chi non c’è mai stato, il clima viene descritto in questo modo: in the north the climate is harsh, with very cold winters and very hot, particularly humid summers […] intense cold season […]  the sultriness of the northern cities […]

tipico inverno italiano: biciclette a Milano, gennaio 2010Rispetto al testo originale, tutto sommato accettabile dal punto di vista di chi vive in Italia (equivale alle informazioni dei testi scolastici, quindi fa parte delle conoscenze comuni di tutti gli italiani), nella traduzione sono state enfatizzate alcune descrizioni negative, tra cui collocazioni italiane come clima rigido e inverno rigido che, secondo me, non andavano interpretate letteralmente ma “localizzate”.

Se il testo promozionale turistico fosse stato scritto direttamente in inglese, gli aspetti meno gradevoli del clima sicuramente sarebbero stati smorzati, specialmente nel caso di destinatari che vivono in climi decisamente meno favorevoli del nostro (si può fare un confronto con le stesse informazioni date da Rough Guides che, come tutte le guide turistiche, dà innanzitutto un’immagine positiva del clima italiano e indica poi anche i periodi migliori per visitare il paese: Italy’s climate is one of the most hospitable in the world, with a general pattern of warm, dry summers and mild winters. There are, however, marked regional variations ). Ma forse quella di Italia.it è una scelta voluta, per rafforzare lo stereotipo della tendenza italiana all’esagerazione?!?

Localizzazione delle temperature

Nella pagina sul clima vengono indicate temperature medie per tre città, una per ciascuna area climatica, ma senza specificare quale, quindi dando per scontato che anche chi non è italiano sappia fare la giusta associazione. Le temperature sono in gradi Celsius e le precipitazioni in mm, dati del tutto insignificanti per potenziali turisti americani abituati ai gradi Fahrenheit e ai pollici e per i quali andrebbe prevista la doppia tabella o l’opzione di conversione, cfr. Problemi di conversione (e di localizzazione) su convenzioni culturali e unità di misura.


Aggiornamento giugno 2013 – La grafica del sito è stata cambiata ma le traduzioni non sono state riviste e contengono ancora errori tipici di chi traduce verso una lingua che non è la propria. Nella pagina The climate in Italy [sic], alcune frasi sono state tagliate e c’è un tentativo maldestro di localizzazione, come si può vedere dalla tabella del clima di Milano:

versione inglese del clima di Milano in Italia.it

La combinazione di temperature in gradi Fahrenheit e precipitazioni in millimetri non ha senso: i primi sono usati solo negli Stati Uniti (e pochissimi altri paesi), dove il sistema metrico risulta praticamente incomprensibile; viceversa, chi è abituato ai sistema metrico difficilmente trova significative le temperature “americane”.

Mi sembra anche poco appropriato mantenere i decimali che risultano dalla conversione di temperature medie: sarebbe stato più opportuno arrotondare i numeri.


Vedi anche: Localizzazione… e visioni del mondo su conoscenze enciclopediche e punti di vista diversi in base al mercato e Crocchette <> croquettes per altri esempi di traduzioni poco felici in un sito del Ministro del Turismo.

Effetto mouseover: la “serrandina”

Tirar giù le parole - Il blog del mestiere di scrivere


Luisa Carrada nel blog del mestiere di scrivere ha usato un nome molto efficace, “serrandina”, per identificare un effetto usato in siti come The Guardian: è il breve testo descrittivo associato ad alcuni titoli e visualizzabile facendo passare il puntatore del mouse sopra ai titoli stessi.

Cos’è il mouseover

Si tratta di un effetto mouseover (evento mouseover da un punto di vista più strettamente di programmazione): quando il puntatore del mouse o del touchpad passa sopra un elemento, questo cambia aspetto, ad es. un pulsante diventa di un altro colore, anche questo è un effetto mouseover: la descrizione appare quando il puntatore del mouse viene fatto passare sopra a un'immagine o a un collegamento ipertestualeun’immagine o del testo vengono visualizzati in una finestrella popup, appare un URL sulla barra di stato, ecc. Un esempio tipico e noto a tutti: le descrizioni dei comandi sulle barre degli strumenti (tooltip).

In inglese la “serrandina” è un tipo di mouseover dropdown (è un effetto che appare “a discesa”); non so se esista un termine specifico ma immagino si possa chiamare mouseover dropdown box o mouseover dropdown text.

Terminologia italiana e utente finale

E in italiano? In un contesto sulla comunicazione, come nel blog del mestiere di scrivere, “serrandina” è perfetto. In istruzioni o materiale di riferimento, dove ci si aspetta terminologia meno informale, andrebbero invece fatte altre considerazioni. Se dovessi proporre un termine, innanzitutto analizzerei il concetto e il relativo sistema concettuale originale (ad es. gli altri concetti subordinati a mouseover dropdown, come mouseover dropdown menu, e i concetti correlati relativi ad altri eventi del mouse, tipo mouseclick), poi, dopo aver verificato l’uso del termine all’interno del prodotto, stabilirei se altrove è diffuso e già standardizzato oppure se esistono alternative in contesti d’uso diversi, quindi, se necessario, farei alcune valutazioni in base al tipo di utente finale, ad esempio:

se è un utente generico a cui si vuole illustrare la funzionalità del sito Web, si potrebbe optare per una descrizione come testo a discesa che appare al passaggio del mouse; è una soluzione lunga e non identifica il concetto con un termine univoco ma è accettabile se è l’unica occorrenza: ha il vantaggio di essere esplicita e non costringe l’utente a imparare nuovi termini
se si tratta di un utente con competenze tecniche si potrebbe proporre invece testo a discesa con mouseover (sottinteso “effetto” e/o “evento”); è utile mantenere il riferimento all’inglese mouseover se fa parte del codice che definisce l’evento

In entrambi i casi opterei per testo per il tipo di effetto, anche se è molto generico, perché nelle interfacce grafiche descrizioni più specifiche come casella o riquadro sono già associate a concetti ben definiti, ad es. casella di testo corrisponde all’inglese textbox e implicherebbe l’inserimento di testo da parte dell’utente, invece non previsto qui: ecco sottolineata l’importanza dell’analisi del sistema concettuale, che identifica l’esistenza del concetto coordinato mouseover dropdown textbox e aiuta ad evitare incongruenze ed errori terminologici.

Vedi anche: border / boundary / edge / perimeter network per alcuni esempi di relazioni tra concetti (subordinati, coordinati, correlati) e [aggiornamento] Usare sempre il flussometro! per un altro esempio di scelte terminologiche e utente finale.

scansionare, scansire, scandire, scannerizzare…

[2010] Ho seguito le notizie sull’introduzione dei body scanner negli aeroporti con interesse perché danno un esempio efficace di quelli che io chiamo assestamenti terminologici

Negli anni scorsi si è discusso molto su quale dovesse essere il verbo italiano per descrivere l’acquisizione di immagini con uno scanner per la conversione in formato digitale, azione che in inglese è resa con il verbo scan, e in particolare quale calco si dovesse preferire tra scandire, scansire, scannerare, scannerizzare, scansionare e scannare.

Nel 2002 l’Accademia della Crusca in un intervento molto citato suggeriva massima libertà di scelta, senza però convincere i frequentatori del forum, l’autore della voce di Wikipedia e molti altri che argomentavano a favore di un termine o dell’altro.

A distanza di qualche anno, il dibattito sui body scanner conferma che scannerizzare sta diventando nettamente prevalente nel linguaggio non specializzato e che la frequenza degli altri sinonimi è molto diminuita.  [Aggiornamento: In Ancora sull'uso dello scanner ho aggiunto alcune ipotesi sul perché il verbo scannerizzare si stia affermando sulle altre opzioni lessicali che immagino siano destinate a una lenta scomparsa]

L’iperonimo digitalizzare

Interessante notare che scannerizzare non è invece entrato nel linguaggio tecnico “ufficiale”: nella loro documentazione, i principali produttori di scanner privilegiano infatti la locuzione eseguire la scansione, una scelta condivisa anche da molti produttori di software, che, se viene specificato l’oggetto della scansione, ricorrono anche ad acquisire e digitalizzare (ad es. acquisire un’immagine, immagine digitalizzata). 

A questo proposito, vorrei aggiungere una nota sul lavoro terminologico nell’ambito della localizzazione e sull’obiezione che digitalizzare descrive un concetto più generico e quindi non è del tutto adeguato: ci sono situazioni particolari in cui, nel trasferire un concetto da una lingua all’altra, può avere senso optare per un iperonimo, ad es. quando nella lingua di arrivo coesistono diversi sinonimi e non è possibile prevedere quale prevarrà (le diverse “traduzioni” italiane di scan e scanned che proliferavano 10-15 anni fa sono un esempio tipico).

In questi casi, peraltro non molto frequenti, il terminologo analizza i contesti d’uso per assicurarsi che l’iperonimo non crei ambiguità e può fare test di comprensibilità sugli utenti finali per valutare l’eventuale impatto sulla loro curva di apprendimento: nel caso di scan, anch’io a suo tempo avevo avuto la conferma che digitalizzare un’immagine veniva interpretato correttamente (“convertirla in formato digitale”) mentre i vari scandire, scansire, scannerare, ecc. suscitavano non poche perplessità tra i destinatari dei prodotti.

Ecco quindi che può essere giustificato ricorrere a una soluzione relativamente generica se comunque consente di comunicare adeguatamente concetti e istruzioni (come in questo esempio della documentazione di Adobe Photoshop, originale qui) e di evitare di scegliere tra termini non ancora assestati che potrebbero diventare presto obsoleti e quindi confondere l’utente.

Aggiornamento: in ancora sull’uso dello scanner altre considerazioni sulle alternative a scannerizzare.


vignetta: Loose Parts


Vedi anche: 10 anni della parola blog, per un altro esempio di proliferazione iniziale di sinonimi poi destinati a scomparire; Se non c’è la sfera di cristallo…, per un esempio di scelte terminologiche che possono entrare in conflitto con situazioni future non prevedibili;  Attenzione alle spalle…, su possibili valutazioni linguistiche quando si introduce un nuovo concetto per cui non esiste ancora un termine nella lingua di arrivo; Ricerca terminologica e verifiche con Google, per valutare le opzioni terminologiche già esistenti.

Sicurezza online spiegata dalle Poste italiane

Poste italiane - spazio sicurezza Le Poste italiane hanno un sito sulla sicurezza online. Le informazioni sembrano facilmente comprensibili anche per chi non ha conoscenze in materia: in genere i tipi di frode e vari termini informatici sono spiegati in modo conciso ma chiaro e per maggiori informazioni ci sono collegamenti alle voci del glossario, sempre consultabile da una scheda accessibile da tutte le pagine (una “best practice” consigliabile ad altri siti).

Mi sembra un’ottima idea che potrà essere ulteriormente migliorata. Immagino infatti che l’utente tipico del sito sia una persona senza eccessive competenze tecniche e/o approfondita conoscenza di altre lingue e quindi sarebbe utile che nel glossario:

venga inclusa tutta la terminologia usata nelle varie pagine del sito, ad es. al momento tra le voci mancano smishing e vishing (peraltro descritti altrove);
http://antiphishing.poste.it/phishing.swfper i prestiti venga data una brevissima indicazione sulla loro etimologia, in modo che sia più facile memorizzarli.  Viene già fatto per alcuni termini (ad es. cache e cookie) ma non per altri (ad es. firewall) ed è curioso che al concetto chiave nel sito, phishing, siano sempre associate immagini di pesci e ami ma non venga fatto accenno all’origine del neologismo, forse non così ovvia per chi mastica poco l’inglese ma sicuramente utile per ricordare più facilmente il termine.



Vedi anche: Terminologia e utente tipico e Phishing: truffa, spillaggio o abboccamento?

Chaos Defrost – Scongelamento Chaos

Alfredo mi inoltra un commento divertente di un irlandese a proposito di un forno a microonde di una nota marca giapponese:

Bought myself a new microwave today to replace my old, trusty and very rusty one. I’m a bit afraid of the new one, it has a button labelled "Chaos Defrost" ( I haven’t pressed it yet!!! ). I’ve decided to do a Homer* and put a plaster over the nefarious button. Out of sight out of mind.

chaos defrostVerrebbe subito da pensare che Chaos Defrost sia un possibile errore di interpretazione e/o localizzazione del termine originale giapponese, invece si tratta proprio di un riferimento specifico alla teoria del caos e alla sua applicazione pratica in una modalità avanzata di scongelamento con microonde

Nel sito italiano del produttore si trova Scongelamento Chaos: come per l’inglese, mi domando se il nome consenta all’utente tipico di ricordarlo e associarlo facilmente al tipo di funzionalità (viene in mente l’alternativa ben più banale, ma trasparente, scongelamento intelligente). Dubito che venga colto il riferimento scientifico specializzato ma perlomeno la scelta della grafia inglese chaos dovrebbe evitare che l’utente italiano si preoccupi inutilmente di cosa possa succedere premendo il pulsante!

In ogni caso è l’ennesimo esempio di quanto sia difficile trovare nomi di funzionalità descrittivi, efficaci e che funzionino a livello globale e di come le connotazioni delle parole usate nel lessico comune spesso prevalgano sui loro eventuali significati specializzati.

Vedi anche: Terminologia e utente tipico.
….

*  In inglese doing a Homer, con chiaro riferimento ai Simpson, starebbe per “evitare fortuitamente di combinare qualche disastro”.

Marketing plurilingue: tradurre o non tradurre?


Oggi ero alla Giornata REALITER 2009 dedicata a Terminologia e plurilinguismo nell’economia internazionale. Molti gli interventi interessanti.

Andrea Di Gregorio, ad esempio, ha parlato di strategie traduttive e non-traduttive nella comunicazione al pubblico dei prodotti mass-market in un mercato globale, evidenziando come siano sempre più diffusi i messaggi pubblicitari non tradotti, parzialmente tradotti o addirittura “ritradotti” nella lingua di partenza, in genere l’inglese.

Per decidere se mantenere un messaggio nella lingua originale vengono fatte valutazioni sul target, il tipo di prodotto, il mezzo di comunicazione e il tipo di comunicazione (ad es. se informativa o evocativa, se punta a far riconoscere il prodotto dal cliente o a far sì che il cliente si riconosca nel prodotto, se è più importante quello che si dice o che lo si dica in inglese).

In questi casi è ovviamente essenziale un’analisi del testo inglese per determinare se è facile e distintivo, se contiene termini di origine latina o comunque ben noti e quindi subito riconoscibili, oppure se le parole sono sconosciute ma dal suono comunque accattivante (mi viene in mente Bing, il nuovo motore di ricerca), So where the bloody hell are you?se eventuali giochi di parole sono intraducibili ma comprensibili. Potrebbe essere necessario spiegare comunque il messaggio, anche se indirettamente, come nella campagna So where the bloody hell are you?  di Tourism Australia che nella versione italiana riportava in calce “Che cosa aspetti a venire?”

Andrea Di Gregorio ha sottolineato il ruolo importante del traduttore in queste scelte, anche in caso di non-traduzione, per l’apporto che può dare grazie alla sensibilità sia verso la lingua di partenza che quella di arrivo. Concordo in pieno, specialmente quando si tratta di valutare le conoscenze dell’inglese da parte dell’utente italiano dal punto di vista E2 (English as a Second Language): nel caso della campagna australiana, ad esempio, avrei qualche dubbio che tutti gli italiani che conoscono l’espressione bloody hell la associno a un intercalare tipicamente australiano come può fare chi è di madrelingua inglese.

Aggiornamento 15/12/2009: il testo dell’intervento di Andrea Di Gregorio è ora consultabile nel sito Realiter.

Vedi anche: Terminologia e plurilinguismo – Atti Realiter 2009, Cultural awareness and product development/localization e Competenze nelle valutazioni di localizzabilità in Le competenze linguistiche nella localizzazione.  

Utente tipico e differenze culturali

mamma Alla radio c’è una pubblicità che inizia con una voce femminile martellante che dice una serie di frasi tipiche di mamma italiana, tipo “Copriti bene che fa freddo”,La tua camera è un porcile”, ecc. Una voce maschile descrive poi i vantaggi di un’auto, invita il potenziale acquirente a portare la mamma in concessionaria  per avere uno sconto e conclude “Tua mamma sarà musica per le tue orecchie”.

L’utente tipico di questa auto è ben definito: il bamboccione!

Immagino che la pubblicità sia stata creata apposta per l’Italia. Non sarebbe facilmente  localizzabile e non potrebbe mai funzionare in posti con culture diverse come la Germania o i paesi nordici: lo stereotipo di mamma assillante non è condiviso e i giovani con patente e il potere d’acquisto per un’auto raramente vivono ancora con i genitori (e non si sono mai sentiti dire “Questa casa non è un albergo” come i loro coetanei italiani!).

Sarebbe interessante sapere qual è l’utente tipico per la stessa auto negli altri paesi e se anche nelle altre pubblicità vengono sfruttati esplicitamente gli stereotipi culturali locali. 

Tu, voi o infinito?

In questi giorni [maggio 2009] sono raramente davanti al computer e solo ora ho iniziato a leggere i commenti all’intervista in Punto Informatico.

youCi sono molti spunti interessanti, ad esempio sullo stile usato in molti prodotti (non solo Microsoft!): perché non ci si rivolge all’utente direttamente, come in inglese, ma si prediligono forme impersonali e l’infinito per le istruzioni? 

Le versioni localizzate dovrebbero essere finalizzate alle esigenze dei mercati locali. La maggior parte degli utenti italiani ignora come sia il software originale: se le scelte di localizzazione sono adeguate, efficaci e consentono di imparare a usare un prodotto facilmente e produttivamente, è abbastanza irrilevante cosa viene usato in inglese.

In italiano di solito le istruzioni, se non sono tradotte da altre lingue, prediligono le forme impersonali e basta aprire la scatola di qualche apparecchiatura o di un medicinale per verificarlo. Immagino che nei primi prodotti localizzati sia stato adottato questo stile proprio perché era quello che si aspettavano gli italiani digiuni di computer ma abituati a seguire istruzioni di altro tipo: è risaputo che la familiarità ha un impatto positivo sulla curva di apprendimento.

Va anche detto che le prime applicazioni localizzate erano destinate soprattutto ad ambiti professionali dove il “tu” sarebbe stato fuori luogo. Nel 2009 l’utente tipico dei prodotti software ha sicuramente una sensibilità diversa ma nel frattempo la forma impersonale è diventata uno standard a cui credo siamo ormai abituati… a parte le obiezioni di chi usa il Mac o di utenti più “informatizzati” che, però, non sempre rappresentano l’utente tipico. 😉

In ogni caso la forma impersonale non dovrebbe essere sinonimo di stile troppo formale e sono del tutto d’accordo con chi si lamenta di frasi “barocche” più adatte alla burocrazia che a un’interfaccia grafica. Ad esempio, se un titolo inglese dice What I could do to protect my computer, non mi sembra il caso di tradurre Quali misure è possibile adottare per proteggere il proprio computer se, mantenendo una forma impersonale, si può semplificare in Che cosa si può fare per proteggere il computer. Le guide di stile per la localizzazione possono dare indicazioni generali ma sta a chi traduce operare scelte accettabili.


Aggiornamento agosto 2013 – Lo stile usato nelle interfacce e nelle app dei dispositivi mobili, ma anche nell’interfaccia di Windows 8, è ora molto più informale e viene usata anche la prima persona: un commento e alcuni riferimenti qui.

L’invasione dei mashup

Il termine inglese mashup (anche mash-up) è ormai comune in ambito informatico, in particolare nello sviluppo Web, dove indica un mix di contenuto, codice o altri elementi da fonti diverse che vengono integrati dinamicamente per creare un nuovo tipo di servizio o applicazione.

Origine del termine mashup

Il significato di mashup viene spesso spiegato in italiano indicando che, letteramente, vuol dire poltiglia. Forse è un po’ riduttivo: poltiglia può avere connotazioni negative mentre in genere con un’azione di mashing up si riduce tutto a pezzetti per ottenere qualcosa che ha una consistenza omogenea  (ad es. le mashed potatoes, il parente inglese del purè).

In inglese il termine mashup si è diffuso inizialmente in campo musicale (un particolare mix di uno o più brani) per poi essere usato in altri ambiti (ad es. spezzoni video montati in sequenza per creare un effetto totalmente diverso dagli originali sono un mashup, tipico esempio il programma televisivo Blob).

Come prevedibile, in italiano è stato adottato il prestito mashup, soprattutto in informatica: difficile trovare un termine univoco italiano altrettanto breve e facilmente memorizzabile che identifichi un concetto così specifico e tuttavia ancora in evoluzione.

Mashup e letteratura

mashupUltimamente ho incontrato il termine mashup in un nuovo contesto: in inglese si sta discutendo parecchio del romanzo Pride and Prejudice and Zombies, definito come il primo rilevante mashup in campo letterario (85% testo originale del classico di Jane Austen e il resto aggiunto da tale Seth Grahame-Smith per farlo diventare una storia di zombie).

Tra chi ne parla, ho notato che in inglese britannico è preferita la grafia  mash-up, spesso tra virgolette e con spiegazione del  significato “musicale” (esempi: BBC, The Guardian, The Times; origine e grafia di mash-up sono descritti da The virtual linguist), mentre in inglese americano si opta per mashup e viene dato per scontato che il lettore ne conosca il significato (esempi: The New Yorker, New York Times, Publishers Weekly).

Terminologia italiana

Se è un genere di romanzo destinato a prendere piede, sarà interessante vedere che termine lo descriverà in italiano, visto che in campo letterario i prestiti dall’inglese non sono diffusi come in informatica. Per ora chi ha dato la notizia, ad es. Marie Claire e blog come booksblog e A piè di pagina, ha descritto l’operazione chiarendo il contesto ma evitando di dare un nome al genere (scelta che condivido). Tra i giornali, solo il Corriere parla di mash-up ma l’impressione è che si tratti di una traduzione un po’ frettolosa di testo inglese, tra l’altro mantenendo molti riferimenti che sono sicuramente ovvi per il lettore tipico inglese (ad es. l’incipit e i nomi dei personaggi di Orgoglio e pregiudizio) ma forse non altrettanto trasparenti per il lettore tipico italiano.

Aggiornamento novembre 2011 – Sembra che anche in ambito letterario italiano si stia affermando il prestito, in particolare dopo l’uscita di I promessi morsi di Anonimo Lombardo, primo romanzo italiano del genere. Ne parla, ad esempio, Fenomeno mash up: quando i classici della letteratura diventano horror.

Intanto, visto il successo di Pride and Prejudice and Zombies, è in uscita il mashup di un altro romanzo di Jane Austen: Sense and Sensibility and Sea Monsters. C’è addirittura un video promozionale che farà sicuramente inorridire gli (le?) amanti degli sceneggiati della BBC:

(via Visual Thesaurus)

In ambito musicale si stanno inoltre affermando le neoformazioni ibride mashuppare e mashuppato (“mesciappare” e “mesciappato”).