Post con tag “utente tipico”
Terminologia medica inglese e italiana
Questa canzoncina ironizza sull’incomprensibilità della terminologia medica inglese e identifica tre problemi che la rendono particolarmente ostica: parole latine (però termini come steatorrhea sono di origine greca), eponimi e acronimi.
Mi è tornata in mente ieri quando ho aggiunto il commento che gli italiani, in generale, conoscono più terminologia medica degli inglesi.
Usare sempre il flussometro!
Senza contesto o conoscenze tecniche specifiche, quanti di noi saprebbero “tradurre” correttamente in italiano standard l’istruzione USARE SEMPRE IL FLUSSOMETRO?
Io interpreterei flussometro come “apparecchio per la misurazione del flusso di un liquido” ma farei un errore: quello che mi viene chiesto, molto più banalmente, è di tirare lo sciacquone dopo aver usufruito del bagno.
È un cartello che ho visto ieri nel bagno di un traghetto MOBY, posizionato sopra al water. Mi ha lasciata perplessa per la terminologia insolita, perlomeno prima di scoprire che in ambiti tecnici specifici si chiamano flussometri dei particolari tipi di rubinetti temporizzati per WC (esempio qui).
Alta velocità Trenitalia: vietato parlare di guasti!
In Italia la terminologia fa raramente notizia e quando succede le connotazioni sono spesso negative, come nel caso di una sanzione inflitta da Trenitalia a una propria dipendente per non avere usato la terminologia corretta .
Ne parla La capotreno punita per aver detto «guasto»:
| La motivazione è scritta in una lettera del 31 maggio firmata dal responsabile della Divisione Frecciargento: l’aver comunicato la presenza di «un guasto deviatoio quando il manuale degli annunci (Mab) per i treni Av non prevede il termine "guasto" e ha utilizzato il termine tecnico "deviatoio" probabilmente sconosciuto ai viaggiatori. Avrebbe dovuto dire invece per "un controllo tecnico sulla linea"». |
A quanto pare esistono tre manuali che regolamentano le comunicazioni ai passeggeri:
1) annunci nelle stazioni, 2) annunci a bordo dei treni ad Alta velocità, 3) annunci a bordo di tutti gli altri treni. La terminologia usata può variare a seconda delle circostanze e si possono notare alcune differenze tra il lessico generico dell’italiano standard e quello specifico degli annunci di Trenitalia:
| lessico generico | annunci stazione | annunci altri treni | annunci Av |
| guasto | guasto | guasto | controllo tecnico |
| ostacolo | ostacolo in linea | ostacolo in linea | ingombro |
| incendio | intervento dei vigili del fuoco | intervento dei vigili del fuoco | intervento dei vigili del fuoco |
la persona più tipica del mondo
Più volte ho accennato all’idea di utente tipico.
È un modello di riferimento che aiuta a operare scelte stilistiche, di traduzione e di localizzazione, a selezionare o adattare esempi e riferimenti, a decidere quali informazioni rendere esplicite e quali mantenere implicite. Il profilo dell’utente tipico viene definito valutando diversi fattori che possono influenzare la fruizione di un prodotto, di un testo o di altri contenuti, tra cui esperienza ed esperienze, aspettative e conoscenze specifiche ed enciclopediche* del destinatario.
“Tipico” è comunque un concetto alquanto relativo, specialmente se riferito a persone. Lo sottolinea the world’s MOST typical person, un video realizzato per National Geographic usando la tecnica della tipografia cinetica:
[via Open Culture]
| * | Il sistema consuetudinario statunitense è un esempio di conoscenze enciclopediche non condivise: per chi è cresciuto negli Stati Uniti le misure 5′11” e 5′4½” sono trasparenti, mentre la maggior parte di noi deve fare qualche calcolo o usare tabelle di conversione per sapere che corrispondono a 180 e 164 cm (e che 100 galloni sono circa 378 litri). … |
Vedi anche: Terminologia e utente tipico e Il concetto di “user persona” nel software.
lettore tipico…
I registri del Registro delle Opposizioni
Il Registro Pubblico delle Opposizioni dovrebbe essere un “servizio per il cittadino” ma, a parte la pagina iniziale, mi sembra pensato soprattutto per chi è abituato a navigare e a districarsi con il linguaggio tecnico e burocratico.
Ho trovato il logo molto efficace, non altrettanto invece le modalità di comunicazione e in particolare le scelte di allocuzione: si ha l’impressione che chi ha curato il contenuto del sito non sia riuscito a decidere come rivolgersi all’utente.
In alcune pagine si è optato per un registro formale, ricorrendo però a due forme diverse:
| ▄ | la forma di cortesia standard (terza persona singolare), ad es. i dati da Lei conferiti; il trattamento dei Suoi dati; |
| ▄ | una forma di cortesia obsoleta, la seconda persona plurale ormai usata solo in Italia meridionale, ad es. i Vostri dati; i dati da Voi forniti ecc. (non si tratta della seconda persona plurale “standard” tipica dei siti Web perché non prevede le maiuscole di cortesia, qui invece sempre presenti, e perché nel sito viene chiaramente specificato che solo l’intestatario dell’abbonamento può seguire la procedura prevista, quindi non avrebbe molto senso rivolgersi a più di un utente contemporaneamente). |
Altrove viene invece preferito un registro informale:
| ▄ | ci si rivolge all’utente con la forma confidenziale (seconda persona singolare), ad es. benvenuto; in questa sezione potrai scaricare. |
Spesso si ricorre anche a un registro neutro e/o burocratico, che coesiste con gli altri:
| ▄ | viene usata la forma impersonale tipica di manuali, istruzioni e testi legali, ad es. inserire le informazioni, è possibile selezionare, chiunque rilasci dichiarazioni mendaci sarà punito. |
Queste incongruenze e vari altri problemi linguistici (e terminologici) penalizzano la comprensibilità del testo e rendono il sito poco fruibile agli utenti meno esperti. Si sarebbero potuti evitare ricorrendo a una guida di stile o seguendo le indicazioni per una comunicazione istituzionale chiara ed efficace, come quelle promosse da REI.
Vedi anche: Tu, voi o infinito?
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Affinità con i piccoli utenti
Nell’ultimo post ricordavo che le scelte di localizzazione devono tenere conto delle aspettative e delle esigenze dell’utente finale. I manuali di stile o altre linee guida forniscono indicazioni generali ma ci sono casi in cui vanno adottate soluzioni ad hoc.
Immagini e icone tipiche della cultura di partenza non sono sempre universali e riconoscibili anche nella cultura di arrivo, come sottolinea La differenza culturale passa (anche) attraverso le immagini (a piè di pagina), che mi ha fatto ricordare un aneddoto che ripropongo qui perché ha a che fare con utenti finali un po’ particolari.
All’inizio degli anni ‘90 era uscito un elaboratore di testi per bambini con una funzionalità che trasformava alcune parole sostituendole con immagini stilizzate, simili a icone:
| Un |
C’erano stati vari problemi nella fase iniziale di localizzazione perché la traduzione in italiano delle parole trasformabili era stata fatta senza considerare le immagini corrispondenti, ad es. nella versione alfa scrivendo topo non succedeva niente mentre mouse faceva apparire una figurina dell’animale (chi aveva tradotto dall’inglese doveva aver pensato che mouse fosse un termine informatico). In altri casi le immagini “americane” erano poco riconoscibili e avevano richiesto adattamenti personalizzati.
Un esempio divertente è quello della parola cookie, che nella versione originale era
associata a un’immagine del tipico chocolate chip cookie americano, simile a quella qui a destra, però non molto rappresentativa per l’italiano biscotto.
La soluzione adottata, dopo avere consultato alcuni bambini e maestre, è un esempio di localizzazione forse non molto ortodossa ma efficace, molto apprezzata dagli utenti finali: l’immagine del cookie americano appariva quando i bambini italiani scrivevano cacca!
Ovviamente avevamo evitato di farlo sapere agli sviluppatori americani, che sicuramente non avrebbero trovato molto politically correct la nostra affinità con i piccoli utenti…
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Vedi anche: Localizzazione di esempi e riferimenti e Immagini, traduzione automatica e tazze (problemi con le parole chiave associate alle immagini).
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Come riconoscere le lingue europee
Una breve pubblicazione della Commissione europea, A field guide to the main languages of Europe, dà indicazioni su come identificare rapidamente 98 lingue europee, in particolare come distinguere quelle che possono sembrare molto simili. Ad esempio, vengono indicate queste differenze tra testi scritti in ceco e in slovacco:
| ▄ | Caratteri comuni a entrambe le lingue: č, ď/Ď, ň, š, ť/Ť, ý, ž |
| ▄ | Caratteri usati in ceco ma non in slovacco: ě, ř, ů |
| ▄ | Caratteri usati in slovacco ma non in ceco: ä, ĺ, ľ/Ľ, ô, ŕ |
Compilare queste guide non è banale, non solo per il numero di persone coinvolte ma soprattutto per il numero di revisioni necessarie, durante le quali capita di scoprire che caratteristiche ritenute uniche per la propria lingua siano invece presenti in altre lingue e quindi si devono trovare esempi alternativi e verificare nuovamente che non causino ambiguità di interpretazione.
Gli esempi vanno inoltre modulati in base ai destinatari, ad es. è utile indicare parole brevi e distintive che hanno un’alta frequenza nel testo di una lingua, scegliendo le quali va fatta particolare attenzione: la differenza tra la terza persona singolare dell’indicativo del verbo essere in italiano [ è ] e in portoghese [ é ], ovvia per un traduttore, potrebbe non essere così palese per un tecnico americano (e forse neanche per qualche nostro connazionale!).
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Vedi anche: Accenti gravi e acuti in italiano
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Manuali di stile e funzione del testo
Come nasce un manuale di stile (Lavori in corso) riassume in modo efficace alcune considerazioni essenziali per la preparazione di note redazionali, tra cui questo punto:
| Come costruire un testo adattato al lettore. Sfortunatamente, infatti, tutti noi che scriviamo (anche come traduttori) a volte dimentichiamo che il testo non è nostro né per noi. |
È importante sottolinearlo perché le guide di stile forniscono indicazioni generali ma è poi compito di chi scrive o traduce metterle in pratica, operando scelte specifiche che tengano conto delle aspettative e delle esigenze del lettore (o utente tipico) di quel testo. È un’operazione non sempre ovvia, soprattutto quando si traduce materiale in apparenza standard, simile a testi già visti, e si lavora con strumenti di automazione.
La funzione del testo viene espressa in modalità anche molto diverse da lingua a lingua. In inglese, un testo con funzione didattica (ad es. un manuale di istruzioni) e un testo con funzione informativa e/o “esortativa” (ad es. materiale marketing che descrive un prodotto) possono essere resi con le stesse strategie linguistiche e stilistiche (ad es. rivolgendosi direttamente all’utente con l’imperativo), mentre in un’altra lingua potrebbe essere necessario differenziare le funzioni (ad es. usando forme impersonali per un tipo di testo e più dirette e informali per l’altro, diversificando registro e lessico generico, ecc).
Il mancato riconoscimento della funzione del testo è un problema che ho notato più volte e che può avere un impatto negativo sull’esperienza dell’utente, come nelle descrizioni di prodotti che dovrebbero essere accattivanti e invogliare all’acquisto e invece contengono espressioni formalmente corrette e accettabili in altri contesti (ad es. allo scopo di, pertanto, è possibile effettuare…) ma fuori luogo in un messaggio pubblicitario.
La capacità di identificare correttamente il tipo di testo e di lettore/utente a cui è destinato e la consapevolezza delle strategie usate dalle lingue di partenza e di arrivo sono quindi essenziali per dare il “senso di identità a ciò che si scrive” descritto da Come nasce un manuale di stile.
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Vedi anche: post con tag Guida di stile, in particolare Guide di stile: giornali inglesi e localizzazione, e con tag utente tipico.
Quando Eminem è meglio di John Wayne…
Mi è piaciuto David Crystal Guest Post: Who’s John Wayne? un intervento del noto linguista inglese su alcune difficoltà che può incontrare un autore quando scrive per un tipo di lettore diverso dal solito, nel caso specifico adolescenti e pre-adolescenti inglesi a cui è rivolto il suo ultimo libro A little book of language, un’introduzione alla linguistica.
Crystal aveva fatto leggere le bozze a una ragazzina di 12 anni, chiedendole di sottolineare tutto quello che non capiva. Mai si sarebbe aspettato che a essere messo in questione fosse il nome John Wayne, usato per spiegare il concetto di pseudonimo:
| I gave some examples of pseudonyms. “Do you know who Marion Morrison is?” I had written, and followed up my question with “You’ll know him better as John Wayne.” My young reader underlines John Wayne. “Why have you underlined him?” I ask her. “Who’s John Wayne?” she says. I am temporarily at a loss for words. “You don’t know who John Wayne is??” “No.” “What about Stagecoach?” “What?” “You’ve never seen Stagecoach?” I explain the fantastic chase at the end of the film. Her face is totally blank. I realize there is a yawning chasm between our cultural mindsets. |
È un esempio efficace di mancata corrispondenza tra autore e lettore di “conoscenze enciclopediche”, tutte quelle informazioni extralinguistiche di conoscenza del mondo condivise da chi appartiene a una cultura specifica. In questo caso, le differenze culturali sono di tipo generazionale, che Crystal ha risolto sostituendo l’esempio di John Wayne con quello di Eminem (vero nome: Marshall Bruce Mathers).
Molte conoscenze enciclopediche sono legate a un paese specifico (ad es. personaggi e programmi televisivi, prodotti, avvenimenti, tradizioni, ecc.) e ci sono riferimenti che risultano incomprensibili quando ci si sposta altrove, pur parlando la stessa lingua. Crystal fa vari esempi, tra cui è divertente quello di una pubblicità neozelandese (e poi altri aggiunti dai lettori nei commenti).
Ovviamente le difficoltà di comprensione causate dalle conoscenze enciclopediche non condivise aumentano in maniera esponenziale nel passaggio da una lingua all’altra, come ben sa chi parla una lingua straniera e soprattutto i traduttori che devono riuscire a identificare tutti gli aspetti di un testo con connotazioni “enciclopediche” e decidere le strategie di traduzione più adatte in base alle competenze del lettore tipico di quel testo (o, nel caso della localizzazione, dell’utente finale).
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Vedi anche: esempi di conoscenze enciclopediche nella categoria differenze culturali (ad es. Traduzione enogastromica, Competenze culturali nel ciclo di vita del prodotto, Il clima italiano visto da Italia.it, Segnali di globalizzazione).
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Una casa shabby al punto giusto…
Mi è capitata tra le mani una rivista di arredamento non specializzata, destinata a chi vive in case di piccole e medie dimensioni. Ha una grafica accattivante ed è molto piacevole da sfogliare, però più che i mobili ho notato l’uso massiccio di parole inglesi, ben oltre i prevedibili look, appeal, trendy, hi-tech e altri prestiti ormai comuni in italiano (specialmente in ambito aziendale).
Qualche esempio (corsivi miei):
| ▄ | in stile navy, stile British, dondolo old style |
| ▄ | rigorosamente white&blue, black&white, se sei blu-addicted [sic], total white, il tuo green party, green & chic, cucinare: blue link |
| ▄ | English Mood, scegli il tuo mood |
| ▄ | wallpaper anni ‘70, daybed |
| ▄ | pattern iper-materico, forma sixties |
| ▄ | tre modi di dire outdoor, complementi d’arredo outdoor |
| ▄ | tutto mooolto glam, coffee-table iperglam [sic] |
| ▄ | soft budget, nice design, cucina young, ambiente open, temperature hot, decoro easy |
| ▄ | apparecchi new generation, case stress-free, il divano è un comodo no-name |
| ▄ | mix & match, shopping in & out |
| ▄ | bookmaniaci, Face & cook |
I testi delle riviste italiane infarciti di parole inglesi non sono certo una novità, ho però l’impressione che la loro presenza nelle pubblicazioni destinate a un pubblico generico sia un fenomeno un po’ più recente: mi viene in mente la rivista del supermercato Esselunga, che si chiama NEWS e pullula di parole inglesi, ad es. i prodotti alimentari sono sempre rigorosamente descritti come food. Mi domando che effetto faccia sulle persone più anziane e su chi non ha molta familiarità con l’inglese…
O forse in alcuni casi si dà per scontato che il lettore tipico abbia una comprensione abbastanza ristretta dell’inglese? Una casa descritta come accogliente e shabby, ad
esempio, può sembrare una specie di ossimoro a chi ha padronanza della lingua, però può darsi che chi legge la rivista di arredamento interpreti la parola shabby unicamente come riferimento allo stile shabby chic, senza associarla ai significati negativi dell’aggettivo inglese (misero, squallido, in cattivo stato, degradato).
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Vedi anche: Terminologia e utente tipico e itanglese.
Aggiornamento – Dal numero di febbraio 2011 della stessa rivista, solo nelle prime 15 pagine non di pubblicità si trovano craft room, crafts, soft budget, idee express, news, cult!, city-guide, progetto crafts (con la nota del direttore “non me ne vogliano i patiti dell’italiano-a-tutti i costi ma le craft room hanno già una loro storia”), angolo crafts, stile glossy, tendenza crafts, stickers, scrapbook, la cover della poltrona minimal, atmosfera cottage, idea cool, effetto hand-made, il look tricot è molto craft (?!), animal style, masking tape (suona decisamente più cool di nastro adesivo per mascheratura!), décapé forever, bordo a crochet (francesismo usato anche in inglese; probabilmente “all’uncinetto” non è abbastanza trendy?), comfort, all white, living, stylist, mood, mission possible, cozy (spiegato traducendolo come “coccoloso”)… E anche la pubblicità non scherza: in tre pagine successive si legge more with less, living and cooking, total home design.
Il clima italiano visto da italia.it
Una protesta sulle tariffe pagate per la traduzione dei contenuti del portale Italia.it (qui e qui) con commenti negativi sulla qualità delle pagine già tradotte, ma senza esempi specifici, mi ha fatto venire la curiosità di darci un’occhiata.
In effetti non c’è da stare molto allegri: traduzioni estremamente letterali, tanto che viene in mente quel famigerato invito in inglese di visitare l’Italia da parte dell’ex ministro Rutelli.
Soprattutto, però, non mi sembra siano stati fatti molti tentativi di adattare le informazioni al punto di vista dell’utente finale, il potenziale turista, come si può vedere dalla pagina in inglese sul clima. Due esempi banali ma che saltano subito agli occhi:
| ▄ | Per invogliare a venire in Italia chi non c’è mai stato, il clima viene descritto così: in the north the climate is harsh, with very cold winters and very hot, particularly humid summers […] intense cold season […] the sultriness of the northern cities […] Rispetto al testo originale, tutto sommato accettabile dal punto di vista di chi vive in Italia (equivale alle informazioni dei testi scolastici, quindi fa parte delle conoscenze comuni di tutti gli italiani), nella traduzione sono state enfatizzate alcune descrizioni negative, tra cui collocazioni italiane come clima rigido e inverno rigido che, secondo me, non vanno interpretate letteralmente: in qualsiasi testo promozionale turistico scritto direttamente in inglese sarebbero state sicuramente smorzate, specialmente se destinate a chi vive in climi decisamente meno favorevoli del nostro. O forse è una scelta voluta, per rafforzare lo stereotipo della tendenza italiana all’esagerazione?!? |
| ▄ | Vengono indicate temperature medie per tre città, una per ciascuna area climatica, dando per scontato che anche chi non è italiano sappia esattamente dove si trovino. Le temperature sono in gradi Celsius e le precipitazioni in mm, dati del tutto insignificanti per potenziali turisti americani abituati ai gradi Fahrenheit e ai pollici e per i quali andrebbe prevista la doppia tabella o l’opzione di conversione. |
Per fare un confronto, le stesse informazioni date da Rough Guides che, come tutte le guide turistiche e a differenza di italia.it, dà innanzitutto un’immagine positiva del clima italiano e indica poi anche i periodi migliori per visitare il paese: Italy’s climate is one of the most hospitable in the world, with a general pattern of warm, dry summers and mild winters. There are, however, marked regional variations […].
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Vedi anche: Problemi di conversione (e di localizzazione) su convenzioni culturali e unità di misura, Localizzazione… e visioni del mondo su conoscenze enciclopediche e punti di vista diversi in base al mercato e Crocchette <> croquettes per altri esempi di traduzioni poco felici in un sito del Ministro del Turismo.
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effetto mouseover: la “serrandina”
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Luisa Carrada nel blog del mestiere di scrivere ha usato un nome molto efficace, “serrandina”, per identificare un effetto usato in siti come The Guardian: è il breve testo descrittivo associato ad alcuni titoli e visualizzabile facendo passare il puntatore del mouse sopra ai titoli stessi.
Si tratta di un effetto mouseover (evento mouseover da un punto di vista più di programmazione): quando il puntatore del mouse passa sopra un elemento, questo cambia aspetto, ad es. un pulsante diventa di un altro colore,
un’immagine o del testo vengono visualizzati in una finestrella popup, appare un URL sulla barra di stato, ecc. Un esempio tipico e noto a tutti: le descrizioni dei comandi sulle barre degli strumenti (tooltip).
In inglese la “serrandina” è un tipo di mouseover dropdown (è un effetto che appare “a discesa”); non so se esista un termine specifico ma immagino si possa chiamare mouseover dropdown box o mouseover dropdown text.
E in italiano? In un contesto sulla comunicazione, come nel blog del mestiere di scrivere, “serrandina” è perfetto. In istruzioni o materiale di riferimento, dove ci si aspetta terminologia meno informale, andrebbero invece fatte altre considerazioni. Se dovessi proporre un termine, innanzitutto analizzerei il concetto e il relativo sistema concettuale originale (ad es. gli altri concetti subordinati a mouseover dropdown, come mouseover dropdown menu, e i concetti correlati relativi ad altri eventi del mouse, tipo mouseclick), poi, dopo aver verificato l’uso del termine all’interno del prodotto, stabilirei se altrove è diffuso e già standardizzato oppure se esistono alternative in contesti di utilizzo diversi, quindi, se necessario, farei alcune valutazioni in base al tipo di utente finale, ad esempio:
| ▄ | se è un utente generico a cui si vuole illustrare la funzionalità del sito Web, si potrebbe optare per una descrizione come testo a discesa che appare al passaggio del mouse; è una soluzione lunga e non identifica il concetto con un termine univoco ma è accettabile se è l’unica occorrenza: ha il vantaggio di essere esplicita e non costringe l’utente a imparare nuovi termini |
| ▄ | se si tratta di un utente con competenze tecniche si potrebbe proporre invece testo a discesa con mouseover (sottinteso “effetto” e/o “evento”); è utile mantenere il riferimento all’inglese mouseover se fa parte del codice che definisce l’evento |
In entrambi i casi opterei per testo per il tipo di effetto, anche se è molto generico, perché nelle interfacce grafiche descrizioni più specifiche come casella o riquadro sono già associate a concetti ben definiti, ad es. casella di testo corrisponde all’inglese textbox e implicherebbe l’inserimento di testo da parte dell’utente, invece non previsto qui: ecco sottolineata l’importanza dell’analisi del sistema concettuale, che identifica l’esistenza del concetto coordinato mouseover dropdown textbox e aiuta ad evitare incongruenze ed errori terminologici.
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Vedi anche: border / boundary / edge / perimeter network per alcuni esempi di relazioni tra concetti (subordinati, coordinati, correlati).
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scansionare, scansire, scandire, scannerizzare…
Ho seguito le notizie sull’introduzione dei body scanner negli aeroporti con interesse perché danno un esempio efficace di quelli che io chiamo assestamenti terminologici.
Negli anni scorsi si è discusso molto su quale dovesse essere il verbo italiano per descrivere l’acquisizione di immagini con uno scanner, ovvero la traduzione dell’inglese scan: quale calco preferire tra scandire, scansire, scannerare, scannerizzare, scansionare o scannare? Nel 2004 l’Accademia della Crusca in un intervento molto citato suggeriva massima libertà di scelta, senza però convincere i frequentatori del forum, l’autore della voce di Wikipedia e molti altri che argomentavano a favore di un termine o dell’altro.
A distanza di qualche anno, il dibattito sui body scanner conferma che scannerizzare sta diventando nettamente prevalente nel linguaggio non specializzato e che la frequenza degli altri sinonimi è molto diminuita. [Aggiornamento: qui ho aggiunto alcune ipotesi sul perché il verbo scannerizzare si stia affermando sulle altre opzioni lessicali che immagino siano destinate a una lenta scomparsa]
Interessante notare che scannerizzare non è invece entrato nel linguaggio tecnico “ufficiale”: nella loro documentazione, i principali produttori di scanner privilegiano infatti la locuzione eseguire la scansione, una scelta condivisa anche da molti produttori di software, che, se viene specificato l’oggetto della scansione, ricorrono anche ad acquisire e digitalizzare (ad es. acquisire un’immagine, immagine digitalizzata).
A questo proposito, vorrei aggiungere una nota sul lavoro terminologico nell’ambito della localizzazione e sull’obiezione che digitalizzare descrive un concetto più generico e quindi non è del tutto adeguato: ci sono situazioni particolari in cui, nel trasferire un concetto da una lingua all’altra, può avere senso optare per un iperonimo, ad esempio quando nella lingua di arrivo coesistono diversi sinonimi e non è possibile prevedere quale prevarrà (le diverse “traduzioni” italiane di scan e scanned che proliferavano 10-15 anni fa sono un esempio tipico). In questi casi, peraltro limitati, il terminologo analizza i contesti d’uso per assicurarsi che l’iperonimo non crei ambiguità e può fare test di comprensibilità sugli utenti finali per valutare l’eventuale impatto sulla loro curva di apprendimento: nel caso di scan, anch’io a suo tempo avevo avuto la conferma che digitalizzare un’immagine veniva interpretato correttamente (“convertirla in formato digitale”) mentre i vari scandire, scansire, scannerare, ecc. suscitavano non poche perplessità tra i destinatari dei prodotti. Ecco quindi che può essere giustificato ricorrere a una soluzione relativamente generica se comunque consente di comunicare adeguatamente concetti e istruzioni (come in questo esempio della documentazione di Adobe Photoshop, originale qui) e di evitare di scegliere tra termini non ancora assestati che potrebbero diventare presto obsoleti e quindi confondere l’utente.
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Vedi anche: 10 anni della parola blog, per un altro esempio di proliferazione iniziale di sinonimi poi destinati a scomparire; Se non c’è la sfera di cristallo…, per un esempio di scelte terminologiche che possono entrare in conflitto con situazioni future non prevedibili; Attenzione alle spalle…, su possibili valutazioni linguistiche quando si introduce un nuovo concetto per cui non esiste ancora un termine nella lingua di arrivo; Ricerca terminologica e verifiche con Google, per valutare le opzioni terminologiche già esistenti.
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Sicurezza online spiegata dalle Poste italiane
Le Poste italiane hanno un sito sulla sicurezza online. Le informazioni sembrano facilmente comprensibili anche per chi non ha conoscenze in materia: in genere i tipi di frode e vari termini informatici sono spiegati in modo conciso ma chiaro e per maggiori informazioni ci sono collegamenti alle voci del glossario, sempre consultabile da una scheda accessibile da tutte le pagine (una “best practice” consigliabile ad altri siti).
Mi sembra un’ottima idea che potrà essere ulteriormente migliorata. Immagino infatti che l’utente tipico del sito sia una persona senza eccessive competenze tecniche e/o approfondita conoscenza di altre lingue e quindi sarebbe utile che nel glossario:
| ▄ | venga inclusa tutta la terminologia usata nelle varie pagine del sito, ad es. al momento tra le voci mancano smishing e vishing (peraltro descritti altrove); |
| ▄ | per i prestiti venga data una brevissima indicazione sulla loro etimologia, in modo che sia più facile memorizzarli. Viene già fatto per alcuni termini (ad es. cache e cookie) ma non per altri (ad es. firewall) ed è curioso che al concetto chiave nel sito, phishing, siano sempre associate immagini di pesci e ami ma non venga fatto accenno all’origine del neologismo, forse non così ovvia per chi mastica poco l’inglese ma sicuramente utile per ricordare più facilmente il termine. |
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Vedi anche: Terminologia e utente tipico e Phishing: truffa, spillaggio o abboccamento?
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Chaos Defrost – Scongelamento Chaos
Alfredo mi inoltra un commento divertente di un irlandese a proposito di un forno a microonde di una nota marca giapponese:
Bought myself a new microwave today to replace my old, trusty and very rusty one. I’m a bit afraid of the new one, it has a button labelled "Chaos Defrost" ( I haven’t pressed it yet!!! ). I’ve decided to do a Homer* and put a plaster over the nefarious button. Out of sight out of mind.
Verrebbe subito da pensare che Chaos Defrost sia un possibile errore di interpretazione e/o localizzazione del termine originale giapponese, invece si tratta proprio di un riferimento specifico alla teoria del caos e alla sua applicazione pratica in una modalità avanzata di scongelamento con microonde.
Nel sito italiano del produttore si trova Scongelamento Chaos: come per l’inglese, mi domando se il nome consenta all’utente tipico di ricordarlo e associarlo facilmente al tipo di funzionalità (viene in mente l’alternativa ben più banale, ma trasparente, scongelamento intelligente). Dubito che venga colto il riferimento scientifico specializzato ma perlomeno la scelta della grafia inglese chaos dovrebbe evitare che l’utente italiano si preoccupi inutilmente di cosa possa succedere premendo il pulsante!
In ogni caso è l’ennesimo esempio di quanto sia difficile trovare nomi di funzionalità descrittivi, efficaci e che funzionino a livello globale e di come le connotazioni delle parole usate nel lessico comune spesso prevalgano sui loro eventuali significati specializzati.
Vedi anche: Terminologia e utente tipico.
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* In inglese doing a Homer, con chiaro riferimento ai Simpson, starebbe per “evitare fortuitamente di combinare qualche disastro”.
in the north the climate is harsh, 


