Terminologia etc.

Terminologia, localizzazione, traduzione e altre considerazioni linguistiche

Post con tag “terminologizzazione”

il cloud e la cloud

Il genere dei forestierismi

In italiano non c’è una regola precisa per stabilire il genere dei prestiti. Le grammatiche indicano che il genere dovrebbe essere determinato dal sostantivo italiano corrispondente (ad es. il biglietto > il ticket, la parola > la password) ma in realtà prevale il maschile, a meno che il riferimento a un sostantivo italiano femminile non sia palese.

Cloud

Fatte queste premesse, mi piacerebbe chiedere a chi non ha già familiarità con i concetti legati al cloud computing che genere assegnerebbe a cloud in italiano: maschile o femminile? Ci pensavo guardando una pubblicità che imperversa in questi giorni:

 Immagine Nuvola Italiana Pubblicità Nuvola Italiana

Nello slogan “La Nuvola Italiana di Telecom Italia. L’unico cloud con la rete dentro”  l’associazione tra nuvola e cloud è esplicita ma il prestito è di genere maschile.
Immagino che la scelta di Telecom Italia non sia stata scontata ma, come è prassi in questi casi, abbia richiesto un’analisi terminologica con la valutazione di vari fattori.

(altro…)

L’evoluzione della parola doodle

doodlesIl sostantivo inglese doodle è formato da una sequenza di lettere che gli danno un aspetto di tipica parola inglese. Pensavo fosse in uso da molto tempo e invece il significato moderno di “scarabocchio / ghirigoro / disegnino fatto soprappensiero” è alquanto recente (per il dizionario Merriam Webster la prima occorrenza attestata è del 1937).

L’etimologia è abbastanza incerta ma sia Online Etymology Dictionary che Collins English Dictionary ritengono che doodle fosse una forma dialettale riconducibile al verbo dawdle nel senso di “perdere tempo”, “oziare”, oppure vada fatta risalire al sostantivo doodle che nel XVII secolo significava “sempliciotto”, “sciocco” (Oxford Dictionaries riporta solo questa etimologia).

Credo però che ora, in particolare tra persone che non sono di madrelingua inglese, doodle faccia pensare innanzitutto ai logo personalizzati di Google. In questo caso non si tratta di semplici disegni ma di elaborazioni grafiche anche interattive (ad es. chitarra e Pac-Man) che possono richiedere l’intervento di programmatori ed esperti vari: ne parlava ieri Where Do Google Doodles Come From? illustrandone storia e processo creativo.

Google_Doodle_Pi_Day

Considerate le origini, per la parola doodle è stata un’evoluzione davvero notevole! Nel significato più recente (Google) è un esempio di terminologizzazione e, come prevedibile, in italiano si è optato per il prestito doodle.

Sarei però curiosa di sapere se i terminologi italiani di Google abbiano mai considerato un sinonimo letterario di ghirigoro che ha una vaga assonanza con il nome del marchio: girigogolo (anche ghirigogolo).


Aggiornamento 17 agosto 2011: doodle non va confuso con la parola doddle, usata soprattutto nell’espressione “it’s a doddle” per descrivere una cosa molto facile da fare, sicuramente non il caso della dimostrazione dell’ultimo teorema di Fermat, protagonista di questo doodle (e di un libro molto piacevole, Fermat’s Last Theorem):

 

Aggiornamento agosto 2012: sull’argomento, un articolo dettagliato della BBC, Google’s doodles: Who’s behind them?

La storia dell’inglese: Internet English

Via Language Hat mi sono divertita a guardare la brevissima storia della lingua inglese raccontata da The Open University in The History of English in ten minutes.

Il capitolo 9 parla di Internet English evidenziando parole ora molto comuni in inglese ma che fino a poco tempo fa erano ancora neologismi o il cui significato standard era completamente diverso (uno dei miei argomenti preferiti, la terminologizzazione). Tra gli esempi ci sono spam, host, inbox, messaging, email, download, toolbar, firewall, blog, poke, reboot, hard drive, FAIL e gli acronimi FYI, LOL, IMHO, BTW e FAQ:

Internet English – The History of English (9/10)

Gli altri video si possono vedere in questa playlist (altra parola recente!). 

Puntine o punturine?

Per pubblicizzare Internet Explorer 9 sono state scelte delle immagini stilizzate graficamente molto piacevoli (un esempio di flat design). Senza leggere il testo associato, però, non è sempre subito chiaro cosa vogliano simboleggiare:

image image image

[per la descrizione originale in inglese, far passare il puntatore su ciascuna immagine]

pinIn particolare, l’immagine centrale mi fa pensare a una siringa, anche se so bene che rappresenta la tipica puntina americana. È un classico esempio di oggetto comune che può avere aspetti diversi in mercati diversi. Ed è proprio la sua “normalità” che lo fa sfuggire alle valutazioni di globalizzazione perché chi sviluppa dà per scontato che invece sia un simbolo riconoscibile internazionalmente.

In questo caso il simbolo è legato anche a una funzionalità recente di Windows che in inglese è descritta dal termine pin, verbo che indica la possibilità di “fissare” un elemento (ad es. il collegamento a una pagina Web o a un programma) su un punto pinningspecifico dell’interfaccia (e poi rimuoverlo se non serve più, unpin), proprio come se venisse usata una puntina. 

In inglese pin e unpin sono esempi di terminologizzazione. In italiano i due termini sono stati resi con lessico generico, aggiungere e rimuovere, scelte accettabili ma che non imageidentificano il concetto in modo univoco e non sono sempre efficaci, come si può vedere confrontando lo stesso testo in inglese e in italiano.

In questo caso, inoltre, usare l’immagine del materiale marketing americano anche per quello italiano forse non è una buona idea: è poco probabile che gli utenti italiani associno la puntina americana stilizzata alla nuova funzionalità.
…#

Aggiornamento marzo 2012 – Anche Pinterest, il social network di cui si parla molto ultimamente, usa la metafora dell’appuntare (il verbo pin) immagini su una bacheca (pinboard) per condividerle con chi ha gli stessi interessi (interest). Da notare l’uso del sostantivo pin, un termine che in questo contesto è un neologismo semantico perché descrive l’immagine aggiunta e non la “puntina” (un passaggio di significato operato tramite metonimia: ciò che è prodotto prende il nome dello strumento usato per realizzarlo) pulsante Repine di repin, che può descrivere sia l’azione di aggiungere un’immagine altrui a una propria raccolta che l’immagine stessa.

Aggiornamento novembre 2013 – È ormai diffuso il neologismo pinnare e la rappresentazione della puntina adesso è diventata subito riconoscibile.


Vedi anche: iPad, “flick” e terminologizzazione per alcuni problemi di localizzazione legati ai neologismi semantici.

Velocipedi a Milano (e altrove)

Non sono certo la prima ad avere notato la dicitura scelta per la segnaletica verticale (cartelli e pannelli luminosi) all’entrata del tunnel di Porta Nuova a Milano: mi ha sempre fatto pensare a un esempio di burocratese con una velata presa in giro dei ciclisti, categoria non molto rispettata da queste parti. L’altra sera passavo di lì e ho fatto una foto:

divieto_velocipedi

velocipedeI principali vocabolari di italiano (Treccani, Sabatini Coletti, Zingarelli ecc.) descrivono il velocipede come un mezzo antiquato e aggiungono che nel linguaggio contemporaneo è una parola usata solo scherzosamente come sinonimo di bicicletta.

Non registrano altre accezioni ma l’assenza del significato visto sui cartelli è giustificata: in questo caso velocipede non fa parte del lessico generico ma è un termine tecnico* usato nell’ambito specializzato del Codice della strada per identificare un concetto specifico:

Art. 50. Velocipedi
1 I velocipedi sono i veicoli con due ruote o più ruote funzionanti a propulsione esclusivamente muscolare, per mezzo di pedali o di analoghi dispositivi, azionati dalle persone che si trovano sul veicolo; sono altresì considerati velocipedi le biciclette a pedalata assistita, dotate di un motore ausiliario elettrico avente potenza nominale continua massima di 0,25 KW la cui alimentazione è progressivamente ridotta ed infine interrotta quando il veicolo raggiunge i 25 km/h o prima se il ciclista smette di pedalare
.

Tutti gli italiani con patente di guida dovrebbero conoscere il Codice della strada (ehm…), quindi ben vengano le iniziative per semplificarne il linguaggio e renderlo più accessibile, purché non riducano la precisione terminologica, essenziale in tutti gli ambiti specializzati.

A proposito dei velocipedi e dell’art. 50, FIAB propone questa modifica:

Biciclette
1 Le biciclette sono mezzi di trasporto con due ruote, o altri mezzi di trasporto a più ruote equiparabili, funzionanti a propulsione esclusivamente muscolare, per mezzo di pedali o di analoghi dispositivi, azionati dalle persone che si trovano a bordo
.

Mi sembra però che ci siano margini di miglioramento perché con questa definizione vengono esclusi i mezzi a pedalata assistita (con motore) e si crea qualche ambiguità: gli altri mezzi (o le ruote?) sono equiparabili in che senso, esattamente? Interessante comunque che FIAB suggerisca anche di aggiungere termini e definizioni ora mancanti, quali attraversamento ciclabile, attraversamento ciclopedonale misto, corsia ciclabile e itinerario ciclabile. Ulteriori proposte in Modifiche al codice della strada.

Nel frattempo cercherò di non fare più troppo caso ai cartelli del tunnel di Porta Nuova…

*  Velocipede è un esempio di terminologizzazione, anche se in questo caso la parola del lessico generico scelta per rappresentare il concetto particolare non era più di uso comune ma già un arcaismo.

Vedi anche: esempi di segnaletica orizzontale e cartelli insoliti (peccato non aver potuto fotografare il cartello visto domenica a Enego, sull’Altopiano di Asiago, decisamente Pregolamentare nell’aspetto ma non nella dicitura: il simbolo standard di parcheggio era accompagnato dalla scritta RISERVATO AI SCIATORI).

bullismo, mobbing e bullying

cyberbullying

Un’insegnante mi diceva che il bullismo nelle scuole è sempre più diffuso. Riflettevamo sulla parola, che non deriva direttamente da bullo ma è un calco dell’inglese bullying (da cui provengono anche bullismo online / cyberbullismo, gli atti molesti o persecutori compiuti mediante strumenti informatici e diffusi sul web, in particolare sui social network, o attraverso la telefonia mobile).

In inglese bullying descrive vari tipi di comportamento intimidatorio, non solo tra i giovani od online ma anche in contesti lavorativi, familiari, religiosi, politici ecc. Una delle tipologie più diffuse è il workplace bullying / bullying in the workplace.

Può quindi sembrare insolito che in varie lingue europee si descrivano le vessazioni sul lavoro, soprattutto da parte dei superiori, ricorrendo a un’altra parola inglese, mobbing, ormai molto diffusa anche in italiano ma raramente usata con la stessa accezione nel linguaggio comune inglese.

Mobbing arriva direttamente da un linguaggio speciale: il termine inglese (da mob, “attaccare in massa”) è stato introdotto dall’etologo Konrad Lorenz per denominare il comportamento difensivo collettivo di alcuni uccelli contro i rapaci, in seguito è stato usato per descrivere le azioni aggressive di animali di una stessa specie contro un loro simile e infine lo psicologo Heinz Leymann l’ha applicato anche a comportamenti umani.

In ambito specialistico, alcuni considerano i termini inglesi bullying e mobbing sinonimi ma in genere si preferisce differenziarli:

bullying indica il comportamento aggressivo e vessatorio di un individuo, di solito un superiore verso uno più sottoposti
mobbing descrive il comportamento di un gruppo di individui, anche appartenenti a diversi livelli gerarchici, che si coalizzano contro una persona (un loro pari, un sottoposto o anche un superiore); interessante l’etimologia di mob, dal latino mobile vulgus, “gentaglia instabile”  

In un contesto inglese generico, per un italiano può essere utile ricordare che mobbing è un potenziale falso amico ed è preferibile usare bullying.


Vedi anche: È davvero un mondo cyber? sull’evoluzione e le risemantizzazioni dell’elemento formativo cyber–, usato in cyberbullismo.

Tecnologia, frutta e marchi registrati

The fruits of technological innovation, citato in Apple, Blackberry & Orange, ipotizza che per alcuni prodotti tecnologici vengano scelti nomi di frutta in modo che gli utenti associno le connotazioni positive evocate dai frutti ai prodotti stessi.

Probabilmente c’è anche un altro motivo: per un produttore è più facile riuscire a ottenere la protezione giuridica tramite marchio registrato se il nome proposto non è associabile alle caratteristiche del prodotto o del servizio.

Stati Uniti: trademark distinctiveness

In un aggiornamento a Facebook, face, book e marchi registrati avevo già accennato agli Stati Uniti, dove un marchio è registrabile se soddisfa varie condizioni, tra cui la capacità distintiva (distinctiveness). Per determinarla, si fa riferimento al cosiddetto spectrum of distinctiveness, una scala lungo la quale vengono posizionati i nomi sottoposti a registrazione: a un’estremità si collocano quelli generici e all’altra quelli di fantasia, passando per nomi descrittivi, suggestivi e arbitrari.

spectrum of distinctiveness

Maggiore è l’originalità di un marchio, maggiore è la protezione giuridica: i nomi inventati (fanciful) sono immediatamente registrabili.

Chi ha notato il mio debole per la terminologizzazione capirà perché trovo particolarmente interessante la classificazione arbitrary: descrive i nomi che corrispondono a parole comuni, già esistenti e con un loro significato preciso e documentato, che vengono usate completamente fuori contesto e quindi, non essendoci alcuna correlazione tra il nome e il tipo di prodotto, rendono i marchi facilmente registrabili. È appunto il caso di Apple, Blackberry e altri prodotti di vario genere che hanno nomi di frutta (nel caso di un’azienda agricola, invece, Apple e Blackberry sarebbero considerati descriptive e quindi difficilmente registrabili).

Italia: capacità distintiva del marchio

In Italia la capacità distintiva è descritta nell’art.13 del Codice della proprietà industriale:

Capacità distintiva
1. Non possono costituire oggetto di registrazione come marchio d’impresa i segni privi di carattere distintivo e in particolare quelli costituiti esclusivamente dalle denominazioni generiche di prodotti o servizi o da indicazioni descrittive che ad essi si riferiscono, come i segni che in commercio possono servire a designare la specie, la qualità, la quantità, la destinazione, il valore, la provenienza geografica ovvero l’epoca di fabbricazione del prodotto o della prestazione del servizio o altre caratteristiche del prodotto o servizio.
[…]


Vedi anche: Marchionimi e terminologia, sulla distinzione linguistica tra marchi forti e deboli.

Apple, Blackberry & Orange ;-)

In The fruits of technological innovation, Beth Penfold suggerisce una nuova parola, techfruit, per descrivere i nomi di hardware e software che in inglese derivano dalla frutta, come Apple, Blackberry, Raspberry e Orange (provider di servizi Internet e telefonia mobile).

Techfruit potrebbe essere un titolo alternativo per un esilarante sketch inglese con vari riferimenti a nomi di prodotti, come Windows e Xbox 360, e a terminologia informatica, tra cui parole che hanno subito metaforizzazione e terminologizzazione, ad es. freezeblackspot (malattia delle piante / zona dove non c’è segnale), desktop, mouse, trash, boot  e crash (dongle, la chiavetta Internet, invece non deriva certo da dong, un parola colloquiale per il pene, ma probabilmente da dangle, “spenzolare”)*.

Attenzione: se premete il tasto YouTube icon vi verranno installati cookie di terze parti, siete avvisati!

Lo sketch è dal programma The One Ronnie (BBC one). Grazie a Edwina per il link!

* Per significato ed eventuali equivalenti italiani dai dizionari Zanichelli, fare doppio clic sulle parole; run out of juice = (di batteria) scaricarsi.

Vedi anche: Animali nella terminologia informatica e [aggiornamento] Tecnologia, frutta e marchi registrati.

“nel post di blog”?

terminologizzazioneHo parlato altre volte di terminologizzazione, accennando ai problemi che si possono incontrare se i neologismi semantici non sono identificati nella lingua di partenza a causa della loro polisemia (il nuovo termine coincide con una parola generica già esistente) e per questo non vengono resi adeguatamente nella lingua di arrivo, come è successo con pinch nei prodotti Apple.

Lo scenario opposto si verifica quando il nuovo concetto e il termine associato vengono subito riconosciuti e, per sottolineare la novità, nella lingua di arrivo si adotta il termine originale. Nell’ambito informatico italiano, ricorrere ai prestiti dall’inglese nei casi di terminologizzazione è una soluzione abbastanza comune che di solito non causa problemi di localizzazione, proprio perché si tratta di parole nuove con significato univoco.

Si possono però creare imprecisioni traducendo pedissequamente il testo originale. Un esempio è la traduzione di blog post nella presentazione di Windows Live Writer 2011:

Crea post di blog sorprendenti in pochi minuti.
Dai vita alla tua storia aggiungendo foto e video ai post di blog. 
Inserisci una mappa di Bing nel tuo post di blog per illustrare una località.

In questi casi va tenuto presente che in inglese, soprattutto nei testi destinati a utenti generici, si tende a rendere esplicite le parole che hanno subito terminologizzazione: qui gli americani specificano blog post perché post è polisemico e potrebbe risultare ambiguo. Al contrario, in italiano post è monosemico: se il contesto è palese, come in questo esempio (“software per blog”), non ha molto senso specificare di blog, proprio come di solito è ridondante tradurre web browser con browser web

Le traduzioni che “suonano strane”, come nel tuo post di blog (cfr. nel post del tuo blog), non andrebbero sottovalutate: possono avere un impatto negativo sui potenziali utenti, che inconsciamente potrebbero associare il testo poco idiomatico a una complessità d’uso del prodotto, decisamente non il caso di Windows Live Writer.

Vedi anche: Manuali di stile e funzione del testoAggettivi indefiniti subdoli.

Curiosità sul nome Web

wwwVent’anni fa, il 12 novembre 1990, l’inglese Tim Berners-Lee e il belga Robert Cailliauper presentavano la proposta di ricerca che avrebbe dato origine al World Wide Web.

Ben Zimmer in On Language (The New York Times) ricorda l’anniversario raccontandoci che il nome World Wide Web era una soluzione provvisoria e che gli autori avevano l’intenzione di trovarne uno più idoneo se il progetto fosse stato approvato.

Sappiamo com’è andata a finire: allo stesso modo di mouse, il nome “temporaneo” World Wide Web non solo è rimasto ma ha anche dato origine a uno dei più diffusi neologismi semantici dell’inglese, web, ed è stato subito adottato da molte altre lingue.

Prima di optare per WorldWideWeb (inizialmente scritto come un’unica parola), gli autori avevano esaminato e scartato varie alternative:

Mesh (pronuncia troppo simile a mess)
Mine of Information (l’acronimo MOI, “me” in francese, poteva sembrare troppo egocentrico)
The Information Mine (l’acronimo TIM poteva sembrare ancora più egocentrico perché coincideva con il nome di Berners-Lee, Tim)
Nomi di figure mitologiche greche o egizie (la prassi nella scelta dei nomi degli esperimenti del CERN, che Berners-Lee e Cailliauper volevano evitare proprio per sottolineare il carattere innovativo e rivolto al futuro del loro progetto) 
Nomi di figure mitologiche nordiche (nessuno era sembrato adatto)

Altra curiosità: l’espressione world-wide web già nel XIX secolo era usata nel linguaggio giornalistico per descrivere intrighi spionistici internazionali e nel 1867 un religioso inglese aveva messo in guardia contro i pericoli delle innovazioni scientifiche ipotizzando l’inquietante futuro scenario di un tiranno mondiale al controllo di mezzi di trasporto e di comunicazione, “a world-spider in the omphalos* of his world-wide web”.

Ben Zimmer riprende l’argomento in Word Routes (Visual Thesaurus) aggiungendo dettagli ed elencando alcuni termini associabili a web per lo stesso uso metaforico della lingua: spider, browsing, navigating e surfing, tipici esempi di terminologizzazione.


Vedi anche: 10 anni della parola blog.


* omphalos = onfalo (centro, ombelico)

iPad, “flick” e terminologizzazione

iPad è ora disponibile anche in Italia e così ho dato un’occhiata al manuale italiano per vedere se fosse stato risolto il problema terminologico di cui avevo parlato qualche mese fa (iPhone e iPod), però non ho notato novità né per pinch (esempi qui) né per un altro termine correlato, flick.

Nel lessico comune inglese flick può indicare il movimento veloce, spesso ripetuto, che si fa con un pollice o soprattutto con l’indice per spostare o eliminare qualcosa di piccole dimensioni, ad es. delle briciole, una macchiolina o un insettino da una manica.

il gesto "flick" descritto graficamente nella documentazione AppleNei dispositivi con touch screen, specialmente in ambito Apple, flick indica il gesto rapido che si fa con un dito per far scorrere una pagina, per passare alla foto successiva di una raccolta, ecc.  Nella documentazione italiana di iPhone e iPad, flick viene reso in vari modi, ad es. “dare un colpetto” (qui), “fare scorrere le dita”, “scorrere”, “scorrere le dita”, a volte anche nello stesso contesto in cui appare scroll, altro termine a cui viene associato il verbo italiano scorrere, e in alcuni casi si crea confusione (esempi qui, dai manuali in inglese e in italiano). 

Ho pensato di parlarne perché pinch e flick mettono in evidenza un potenziale problema terminologico che, se non viene riconosciuto “a monte” nella lingua di partenza, può causare errori di localizzazione e incongruenze nelle lingue di arrivo.

terminologizzazioneCome pinch, anche flick è un esempio tipico di terminologizzazione, un meccanismo di formazione di neologismi semantici molto comune in ambito informatico: una parola del lessico generico acquista un nuovo significato e diventa un termine che rappresenta un concetto particolare in un ambito specifico (ne ho già parlato altre volte, ad es. qui, qui e qui).

Per chi si occupa di gestione della terminologia, è un processo linguistico molto interessante ma che può complicare il lavoro terminologico rivolto alla localizzazione:

Raramente i neologismi semantici vengono identificati dai sistemi di estrazione automatica della terminologia (term mining), proprio perché hanno la stessa forma linguistica di parole generiche.
Spesso sfuggono anche all’estrazione manuale, ad es. da parte del team di sviluppo del prodotto, specialmente se chi se ne occupa lavora solo nella lingua di partenza e non ha particolari competenze terminologiche: difficile che i neologismi semantici vengano riconosciuti come termini.
Possono avere un impatto imprevisto sul contenuto e sui sistemi concettuali descritti nel database terminologico. Esempio: se viene documentato il termine ribbon (elemento di interfaccia), va creata una scheda terminologica anche per la la forma Ribbon nelle Illustrazioni di Office 2007parola ribbon (un elemento grafico generico) per evitare problemi nelle lingue di arrivo se appaiono nello stesso prodotto e le “traduzioni” per termine e parola sono diverse? Se sì, ci si può limitare a documentare solo il nome dell’elemento in questione, o, per coerenza, vanno aggiunti anche quelli degli altri elementi correlati, anche se abbastanza irrilevanti perché non rappresentano alcun concetto specifico, quindi di regola non ammessi nel database? Quando si progetta un sistema di gestione della terminologia, è importante porsi anche queste domande.  
Se non identificati, questi termini possono creare incongruenze nella lingua d’arrivo, come nel caso di pinch e flick, e impedire che un concetto importante venga facilmente condiviso (ad es. se si vuole parlarne senza ambiguità), con potenziali conseguenze sull’esperienza dell’utente.

È sicuramente superfluo dirlo ancora una volta, ma in tutti questi casi la collaborazione di chi localizza è davvero essenziale! 

Vedi anche: Internet e determinologizzazione, per il processo opposto.

Internet e determinologizzazione

Pubblicità che continua a passare alla radio:

Voce femminile: “Purtroppo da noi non c’è l’ADSL”
Voce maschile: “Non hai Internet?!?”

determinologizzazione Ogni volta che sento questo riferimento a Internet penso al processo di determinologizzazione: un elemento lessicale che in origine aveva un significato fisso e specifico in un ambito specializzato (termine) entra nel linguaggio comune dove assume un significato più generico (parola o vocabolo).

In origine il termine Internet indicava una rete mondiale di computer e reti interconnessi utilizzando un protocollo comune di comunicazione TCP/IP, quindi un concetto informatico ben preciso e lontano dal riferimento generico all’idea di “connettività” trasmessa dalla pubblicità.

Il concetto di determinologizzazione (de-terminologization) è stato introdotto in un articolo di I. Meyer e K. Mackintosh, When terms move into our everyday life: An overview of de-terminologization. Tra i vari esempi per l’inglese vengono citati anche virtual, recycle, anorexic, multitasking e viene spontaneo notare che anche in italiano e altre lingue si riscontrano gli stessi fenomeni per i termini equivalenti.
 

Altri esempi di determinologizzazione: algoritmo, Wi-Fi, ecosistema, anno luce, hashtag, meme, interfaccia. In Risemantizzazione un confronto con il processo opposto, la terminologizzazione.


Un bell’esempio di determinologizzazione, con slittamento di significato nel linguaggio della politica, in un intervento di Maurizio Codogno: Parole matematiche: teorema.

McDonald’s e… terminologia

link alla pubblicità McDonald's Una pubblicità della McDonald’s nel Regno Unito sta facendo discutere di terminologia: McDonald’s Pounded Over ‘Bob’ Menu Advert racconta di come la catena americana pubblicizzi nuovi menu che costano circa una sterlina affermando che bob e pound hanno un significato equivalente ("the pound, also known as a bob"). In realtà bob indicava in origine uno scellino (prima dell’introduzione del sistema metrico, 12 “old” pence, quindi 5 “new” pence) e ora descrive colloquialmente un ammontare monetario generico ma non singole sterline.

La giustificazione della McDonald’s è che il significato delle parole cambia nel tempo:

  Although a ‘bob’ was formerly used as a slang term for the shilling until the introduction of decimalisation in 1971, research has shown it is now more commonly used as slang for a pound or money in general”.
  As with many words in the English language, the technical meaning of words can change over time and although the word remains in use, what it signifies may develop into something else”.

Sull’evoluzione della lingua ovviamente non si discute ma è interessante che in un comunicato stampa ci sia un riferimento al “significato tecnico” delle parole: di solito è riservato alla terminologia in senso stretto (le parole usate in ambiti specialistici per designare concetti specifici) ma raramente è associabile a parole gergali e/o colloquiali, a meno che non abbiano subito un processo di terminologizzazione, che però non è il caso di bob.

Vedi anche: esempi di terminologizzazione in inglese quali ribbon, cookie e terminologia di microblogging legata a Twitter.

 
Aggiornamento 28 gennaio – La stampa inglese di nuovo su McDonald’s, stavolta per raccontare del nuovo panino McItaly lanciato a Roma questa settimana con il patrocinio del Ministero delle Politiche Agricole: gustosi commenti in McDonald’s launch McItaly burger di Matthew Fort (di cui ho appena letto Sweet Honey, Bitter Lemons, un libro di appunti culinari e altre note sulla Sicilia: una notevole competenza della cultura gastronomica italiana).
Aggiornamento 8 febbraio – Sulla polemica e relativi strascichi interviene anche la BBC con The ‘McItaly’ burger row.

“pinch” non è solo pizzicare

Nei dispositivi con touch screen i comandi più comuni vengono eseguiti con movimenti specifici dello stilo, delle dita o delle mani.

Nell’iPhone, nell’iPod e nei Tablet PC con Windows 7, come pure in alcuni touchpad, ci sono due gesti associati alla visualizzazione di oggetti grazie ai quali immagini, pagine e documenti si possono rimpicciolire o ingrandire rispetto alle dimensioni dello schermo: si usano il pollice e l’indice che vengono avvicinati o allontanati l’uno dall’altro.

dalla documentazione di Apple iPhone: a sinistra il movimento per ridurre le dimensioni di un'immagine, a destra quello per ingrandirla

Apple e terminologia inglese

Questi gesti sono stati introdotti da Apple e poi adottati anche in dispositivi di altri produttori, con la stessa terminologia, perlomeno prima che Apple brevettasse le funzionalità legate al multi-touch. È interessante notare che in inglese viene usato un unico termine, pinch, per descrivere il concetto sovraordinato “gesto in cui due dita si muovono in direzioni opposte”, senza dare un nome individuale a ciascuno dei due diversi movimenti delle dita, per ingrandire e per ridurre le dimensioni:

When viewing photos, webpages, email, or maps, you can zoom in and out. Pinch your fingers together or apart.” – Apple iPhone User Guide
 
The new “Pinch” gesture functionality translates multi-finger input (two fingers moving apart or together on a TouchPad) and performs zoom-in and zoom-out capability in a variety of popular applications.” – Synapticsa

Il termine inglese pinch, letteralmente “pizzicare” o “pizzicotto”, è un tipico esempio di terminologizzazione. Forse non è del tutto intuitivo se associato all’azione di separare le dita, e si può notare che alcuni produttori hanno deciso di distinguere tra pinch (dita che si avvicinano) e stretch o spread (dita che si allontanano) e [aggiornamento] anche unpinch.

Apple e localizzazione italiana

Nella localizzazione potrebbe essere necessario discostarsi dalla terminologia originale e trovare soluzioni alternative che rappresentino il concetto senza ambiguità. Nella documentazione italiana Apple (iPhone e iPod), però, pinch non è trattato come un termine ma come una parola generica, tradotta in varie maniere: pizzicare, allontanare e avvicinare le dita, aprire e chiudere le dita, utilizzare il movimento delle dita (esempi specifici qui). La comprensione dell’utente è quindi affidata alle immagini descrittive piuttosto che a un nome che “etichetti” in maniera univoca il concetto.

Terminologia Windows

In Windows 7 esistono gli stessi concetti ma sono stati scelti termini che descrivono i comandi anziché i gesti che li simboleggiano, riproponendo terminologia usata in contesti tradizionali: in inglese zoom identifica così il concetto sovraordinato, zoom in indica il movimento per ingrandire l’immagine e zoom out il movimento per ridurla. In italiano i termini corrispondenti sono zoom, (fare) zoom avanti e (fare) zoom indietro [descrizione aggiornata].

Aggiornamenti

Maggio 2010 – Anche nella documentazione italiana di iPad stesse incongruenze nella traduzione di pinch, a cui si aggiunge comprimere, come si può vedere in alcuni esempi qui.

Agosto 2012 – In nuova documentazione italiana per Apple iPad datata luglio 2012 si può vedere un esempio dove pinch viene reso in tre modi diversi nella stessa pagina: apri e chiudi due dita, allontana / avvicina l’indice e il pollice sullo schermo e apri e chiudi / avvicina rapidamente due dita sullo schermo. La lunghezza delle locuzioni conferma che nella localizzazione italiana pinch continua a non essere riconosciuto come concetto e quindi come termine. Nel testo americano si può invece notare che ora i due tipi di zoom vengono differenziati chiamandoli pinch open e pinch closed (esempi in inglese e in italiano qui).

Vedi anche: iPad, "flick" e terminologizzazione, per un altro esempio di gesto non riconosciuto come termine specifico nella localizzazione italiana dei prodotti Apple, e Apple, Samsung e il brevetto “pinch to zoom”, per alcune conseguenze pratiche della mancata standardizzazione terminologica di pinch in italiano.

Boot, reboot e bootstrap

Mi sa che è deformazione professionale, perché ogni volta che sento Unknown Caller degli U2 faccio caso ai riferimenti informatici nel testo. Credo proprio che Bono usi un Mac:

Force quit and move to trash” (cfr. uscita forzata e trascinare nel cestino in italiano)

Più trasparente e subito comprensibile un’altra metafora, quella di azzerare tutto e ricominciare:

Restart and reboot yourself

bootstrap I termini boot e reboot hanno un’origine divertente, una metafora che però credo sia abbastanza nota solo in inglese. Non descrivono l’azione di dare un calcio al computer per farlo ripartire (anche se a volte…) ma in origine fanno riferimento alle linguette (bootstrap) che aiutano a infilarsi scarponi o altre calzature e da cui deriva l’espressione to pull oneself up by one’s bootstraps: inizialmente indicava un compito impossibile ma poi ha acquisito il significato di “uscire da una situazione difficile o complessa da soli, senza intervento altrui”. 

L’origine dell’espressione viene spesso fatta risalire a un episodio del romanzo Le avventure del barone di Münchhausen che però non lo contiene, quindi è una falsa etimologia.

Il termine bootstrap è stato adottato in ambito informatico per descrivere il processo per cui un programma abbastanza semplice consente di caricare, avviare e preparare all’uso programmi molto più complessi, come ad esempio il sistema operativo del computer. Da bootstrap è poi derivata la forma abbreviata boot che ha acquisito il significato più generico di “avviare un computer”, tanto che restart e reboot di solito sono sinonimi (ad es. nei prodotti Microsoft e sembrerebbe anche nella documentazione Apple). Non per gli U2, però!

PS Visto che siamo in tema, ne approfitto per segnalare un falso amico che trovo molto fastidioso: liriche per descrivere il testo di una canzone, calco dall’inglese lyrics.