Terminologia etc.

Terminologia, localizzazione, traduzione e altre considerazioni linguistiche

Post con tag “terminologizzazione”

Metafore e terminologia informatica 1

Tech talk, un intervento apparso due giorni fa in Macmillan Dictionary Blog, afferma che la maggioranza dei termini informatici che in inglese descrivono nuove funzionalità e oggetti destinati ad avere una grande diffusione non sono nuove parole ma nuovi significati attribuiti a parole esistenti. Sottolinea inoltre che le  parole comuni associabili ad oggetti fisici, al corpo umano e alle sue azioni e i suoi sensi sono quelle preferite per designare concetti altrimenti non familiari.

Efficacia delle metafore

L’articolo sembra dare per scontato che questo uso metaforico della lingua sia sempre di comprensione immediata e che consenta di capire intuitivamente concetti nuovi e/o complessi, anche da parte di chi ha solo conoscenze elementari della lingua inglese, proprio perché vengono usate parole del lessico comune. Afferma inoltre, citando un noto redattore tecnico, che dal punto di vista dell’utente questo tipo di terminologia è trasparente a tal punto che non dovrebbe neanche richiedere definizioni.

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lost in the cloud

vignetta: geek&pokeMarco in Cloud e lessico comune ha citato un sondaggio da cui risulta che la maggioranza degli americani pensa che il cloud computing abbia a che fare con le condizioni fisiche atmosferiche, tanto che il 51% ritiene che il maltempo possa interferire con il cloud computing.

Alla domanda cosa sia the cloud, solo il 16% ha risposto che si tratta di uno spazio online per archiviare, elaborare e condividere dati, mentre il resto pensa sia davvero una nuvola (“fluffy white thing”) o ha dato le risposte più disparate, tra cui carta igienica, paradiso, fumo, droghe, tristezza, luogo di incontro ecc. E per chi ha risposto correttamente, il principale vantaggio del cloud computing è quello di poter lavorare nudi…

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“Popolazione” di database… e del lessico

Nella terminologia informatica inglese, in particolare in contesti di database, il verbo populate descrive l’operazione di importare dati, inserendoli con apposite procedure.

Ho letto in Vox ‘Populate’ che negli Stati Uniti il termine populate ora viene usato anche in contesti finanziari con il significato di “fornire contenuto” e si può supporre che entrerà nel lessico comune come sinonimo di fill in, ad es. populate a form per “riempire un modulo”.

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Cloud e lessico comune

L’American Dialect Society qualche giorno fa ha annunciato le parole dell’anno 2011.

cloudNella categoria parole che hanno più probabilità di successo, quindi ormai parte del lessico comune inglese, si è affermato un termine informatico, cloud.

Un articolo del 2008 di Visual Thesaurus parlava di data cloud descrivendo il termine come molto tecnico, relativamente nuovo e privo di unico significato. A pochi anni di distanza non è più necessario specificare data: il processo di terminologizzazione è stato efficace*.

La definizione “generica” usata dall’American Dialect Society, spazio online per l’elaborazione e l’archiviazioni di dati su vasta scala, conferma che il significato comunemente attribuito a questa accezione di cloud è quello di “area virtuale” .

In italiano, come notavo in il cloud e la cloud, per ora sembra invece prevalere un altro significato, grazie a un meccanismo improprio di “accorciamento” delle locuzioni inglesi:

inglese: data cloud cloud
italiano: cloud computing cloud

È un fenomeno non inusuale, basti pensare a come sono stati accolti nel lessico italiano gli anglicismi golf coat, smoking jacket, night club, garden center, living room, pile fabric ecc., creando parole che privilegiano il determinante anziché il determinato e si sono così trasformate in falsi amici o, per essere più precisi, pseudoprestiti
.


* [aggiornamento settembre 2012] Forse i lessicografi americani sono stati eccessivamente ottimisti sull’efficacia del termine cloud quando è usato nel lessico comune, al di fuori dell’ambito informatico: lo dimostrerebbe un sondaggio da cui risulta che la maggioranza degli americani pensa che il cloud computing abbia a che fare con le condizioni fisiche atmosferiche e che il maltempo possa interferire con il suo corretto funzionamento. Ne ho parlato in lost in the cloud.
.

“charm” in Windows 8, telefonini e calendari

Nota: questo testo è stato scritto un anno prima dell’uscita di Windows 8. Dettagli sulla terminologia definitiva in varie lingue in Windows 8: da charm ad accesso.


Terminologia di Microsoft Windows 8

Partecipando al progetto MTCF si possono votare alcuni esempi di terminologia italiana di Windows 8 oppure suggerire soluzioni alternative. Sono proposti termini associati a nuovi concetti, come speed bump, badge e tile, e altri già discussi anche qui, come pinch e pin.

Charm, un nuovo concetto

charms

charms_metroCharm è una nuova funzionalità ad alta visibilità descritta come “a button that provides access to key Windows features, including the Start screen, search, sharing, devices, and settings”.

Nell’interfaccia desktop i cinque charm appaiono posizionando il puntatore del mouse nell’angolo inferiore sinistro dello schermo (sostituiscono il menu Start delle versioni precedenti di Windows); nell’interfaccia Metro (ad es. nei tablet) appaiono sul lato destro.

Charm, un nuovo termine

Charm è un esempio di terminologizzazione, un uso nuovo e originale di una parola esistente. Microsoft ha richiesto la registrazione come marchio e, se la ottenesse, immagino che potrebbe decidere di mantenere il termine in inglese anche nelle versioni localizzate.

Charm, un significato (s)conosciuto?

In un contesto di lingua inglese il termine charm funziona perché è breve, eufonico e facilmente riconoscibile. In un contesto internazionale lo trovo invece poco felice.

Mi domando se l’origine della metafora sia chiara per chi non è di madrelingua inglese
Sono sicuramente noti i significati primari (più frequenti) della parola charm:

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il cloud e la cloud

Il genere dei forestierismi

In italiano non c’è una regola precisa per stabilire il genere dei prestiti. Le grammatiche indicano che il genere dovrebbe essere determinato dal sostantivo italiano corrispondente (ad es. il biglietto > il ticket, la parola > la password) ma in realtà prevale il maschile, a meno che il riferimento a un sostantivo italiano femminile non sia palese.

Cloud

Fatte queste premesse, mi piacerebbe chiedere a chi non ha già familiarità con i concetti legati al cloud computing che genere assegnerebbe a cloud in italiano: maschile o femminile? Ci pensavo guardando una pubblicità che imperversa in questi giorni:

 Immagine Nuvola Italiana Pubblicità Nuvola Italiana

Nello slogan “La Nuvola Italiana di Telecom Italia. L’unico cloud con la rete dentro”  l’associazione tra nuvola e cloud è esplicita ma il prestito è di genere maschile.
Immagino che la scelta di Telecom Italia non sia stata scontata ma, come è prassi in questi casi, abbia richiesto un’analisi terminologica con la valutazione di vari fattori.

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L’evoluzione della parola doodle

doodlesIl sostantivo inglese doodle è formato da una sequenza di lettere che gli danno un aspetto di tipica parola inglese. Pensavo fosse in uso da molto tempo e invece il significato moderno di “scarabocchio / ghirigoro / disegnino fatto soprappensiero” è alquanto recente – per il dizionario Merriam Webster la prima occorrenza attestata è del 1937.

L’etimologia è abbastanza incerta ma sia Online Etymology Dictionary che Collins English Dictionary ritengono che doodle derivi da una forma dialettale riconducibile al verbo dawdle nel senso di “perdere tempo”, “oziare”, oppure vada fatta risalire al sostantivo doodle che nel XVII secolo significava “sempliciotto”, “sciocco” (Oxford Dictionaries riporta solo questa etimologia).

I doodle di Google

Credo però che da qualche anno, in particolare tra persone che non sono di madrelingua inglese, doodle faccia pensare innanzitutto ai logo personalizzati di Google. In questo caso non si tratta di semplici disegni ma di elaborazioni grafiche anche interattive (ad es. chitarra e Pac-Man) che possono richiedere l’intervento di programmatori ed esperti vari: ne parlava ieri Where Do Google Doodles Come From? illustrandone storia e processo creativo.

Google_Doodle_Pi_Day

Considerate le origini, per la parola doodle è stata un’evoluzione davvero notevole! Nell’uso di Google è un esempio di terminologizzazione e, come prevedibile, in italiano si è optato per il prestito doodle.

Sarei però curiosa di sapere se i terminologi italiani di Google abbiano mai considerato la localizzazione del nome doodle usando un sinonimo letterario di ghirigoro che ha una vaga assonanza con il nome del marchio: girigogolo (anche ghirigogolo).

Doodle non va confuso con doddle, parola usata soprattutto nell’espressione “it’s a doddle” per descrivere una cosa molto facile da fare. Sicuramente non si può dire della dimostrazione dell’ultimo teorema di Fermat, protagonista di questo doodle (e di un libro molto piacevole, Fermat’s Last Theorem):

 

Aggiornamento 2012 – In tema, un articolo della BBC, Google’s doodles: Who’s behind them?


Aggiornamento 2018 – I doodle di Google hanno compiuto 20 anni: il primo doodle è apparso il 30 agosto 1998 in occasione del Burning Man Festival:

primo doodle

Il primo doodle internazionale invece risale al 14 luglio 2000, giorno della Festa nazionale francese:

doodle con bandiera francese, fuochi d’artificio e le parole Liberté, Égalité, Fraternité

Dettagli nell’Archivio dei doodle, dove si può leggere la storia dei doodle e vedere i più di 2000 doodle creati in questi anni.

La storia dell’inglese: Internet English

Via Language Hat mi sono divertita a guardare la brevissima storia della lingua inglese raccontata da The Open University in The History of English in ten minutes.

Il capitolo 9 parla di Internet English evidenziando parole ora molto comuni in inglese ma che fino a poco tempo fa erano ancora neologismi o il cui significato standard era completamente diverso (uno dei miei argomenti preferiti, la terminologizzazione). Tra gli esempi ci sono spam, host, inbox, messaging, email, download, toolbar, firewall, blog, poke, reboot, hard drive, FAIL e gli acronimi FYI, LOL, IMHO, BTW e FAQ:

Internet English – The History of English (9/10)

Gli altri video si possono vedere in questa playlist (altra parola recente!). 

Puntine o punturine?

Per pubblicizzare Internet Explorer 9 sono state scelte delle immagini stilizzate graficamente molto piacevoli (un esempio di flat design). Senza leggere il testo associato, però, non è sempre subito chiaro cosa vogliano simboleggiare:

image image image

[per la descrizione originale in inglese, far passare il puntatore su ciascuna immagine]

pinIn particolare, l’immagine centrale mi fa pensare a una siringa, anche se so bene che rappresenta la tipica puntina americana. È un classico esempio di oggetto comune che può avere aspetti diversi in mercati diversi. Ed è proprio la sua “normalità” che lo fa sfuggire alle valutazioni di globalizzazione perché chi sviluppa dà per scontato che invece sia un simbolo riconoscibile internazionalmente.

In questo caso il simbolo è legato anche a una funzionalità recente di Windows che in inglese è descritta dal termine pin, verbo che indica la possibilità di “fissare” un elemento (ad es. il collegamento a una pagina Web o a un programma) su un punto pinningspecifico dell’interfaccia (e poi rimuoverlo se non serve più, unpin), proprio come se venisse usata una puntina. 

In inglese pin e unpin sono esempi di terminologizzazione. In italiano i due termini sono stati resi con lessico generico, aggiungere e rimuovere, scelte accettabili ma che non imageidentificano il concetto in modo univoco e non sono sempre efficaci, come si può vedere confrontando lo stesso testo in inglese e in italiano.

In questo caso, inoltre, usare l’immagine del materiale marketing americano anche per quello italiano forse non è una buona idea: è poco probabile che gli utenti italiani associno la puntina americana stilizzata alla nuova funzionalità.
…#

Aggiornamento marzo 2012 – Anche Pinterest, il social network di cui si parla molto ultimamente, usa la metafora dell’appuntare (il verbo pin) immagini su una bacheca (pinboard) per condividerle con chi ha gli stessi interessi (interest). Da notare l’uso del sostantivo pin, un termine che in questo contesto è un neologismo semantico perché descrive l’immagine aggiunta e non la “puntina” (un passaggio di significato operato tramite metonimia: ciò che è prodotto prende il nome dello strumento usato per realizzarlo) pulsante Repine di repin, che può descrivere sia l’azione di aggiungere un’immagine altrui a una propria raccolta che l’immagine stessa.

Aggiornamento novembre 2013 – È ormai diffuso il neologismo pinnare e la rappresentazione della puntina adesso è diventata subito riconoscibile.


Vedi anche: iPad, “flick” e terminologizzazione per alcuni problemi di localizzazione legati ai neologismi semantici.

Velocipedi a Milano (e altrove)

Non sono certo la prima ad avere notato la dicitura scelta per la segnaletica verticale (cartelli e pannelli luminosi) all’entrata del tunnel di Porta Nuova a Milano: mi ha sempre fatto pensare a un esempio di burocratese con una velata presa in giro dei ciclisti, categoria non molto rispettata da queste parti. L’altra sera passavo di lì e ho fatto una foto:

divieto_velocipedi

velocipedeI principali vocabolari di italiano (Treccani, Sabatini Coletti, Zingarelli ecc.) descrivono il velocipede come un mezzo antiquato e aggiungono che nel linguaggio contemporaneo è una parola usata solo scherzosamente come sinonimo di bicicletta.

Non registrano altre accezioni ma l’assenza del significato visto sui cartelli è giustificata: in questo caso velocipede non fa parte del lessico generico ma è un termine tecnico* usato nell’ambito specializzato del Codice della strada per identificare un concetto specifico:

Art. 50. Velocipedi
1 I velocipedi sono i veicoli con due ruote o più ruote funzionanti a propulsione esclusivamente muscolare, per mezzo di pedali o di analoghi dispositivi, azionati dalle persone che si trovano sul veicolo; sono altresì considerati velocipedi le biciclette a pedalata assistita, dotate di un motore ausiliario elettrico avente potenza nominale continua massima di 0,25 KW la cui alimentazione è progressivamente ridotta ed infine interrotta quando il veicolo raggiunge i 25 km/h o prima se il ciclista smette di pedalare
.

Tutti gli italiani con patente di guida dovrebbero conoscere il Codice della strada (ehm…), quindi ben vengano le iniziative per semplificarne il linguaggio e renderlo più accessibile, purché non riducano la precisione terminologica, essenziale in tutti gli ambiti specializzati.

A proposito dei velocipedi e dell’art. 50, FIAB propone questa modifica:

Biciclette
1 Le biciclette sono mezzi di trasporto con due ruote, o altri mezzi di trasporto a più ruote equiparabili, funzionanti a propulsione esclusivamente muscolare, per mezzo di pedali o di analoghi dispositivi, azionati dalle persone che si trovano a bordo
.

Mi sembra però che ci siano margini di miglioramento perché con questa definizione vengono esclusi i mezzi a pedalata assistita (con motore) e si crea qualche ambiguità: gli altri mezzi (o le ruote?) sono equiparabili in che senso, esattamente? Interessante comunque che FIAB suggerisca anche di aggiungere termini e definizioni ora mancanti, quali attraversamento ciclabile, attraversamento ciclopedonale misto, corsia ciclabile e itinerario ciclabile. Ulteriori proposte in Modifiche al codice della strada.

Nel frattempo cercherò di non fare più troppo caso ai cartelli del tunnel di Porta Nuova…

*  Velocipede è un esempio di terminologizzazione, anche se in questo caso la parola del lessico generico scelta per rappresentare il concetto particolare non era più di uso comune ma già un arcaismo.

Vedi anche: esempi di segnaletica orizzontale e cartelli insoliti (peccato non aver potuto fotografare il cartello visto domenica a Enego, sull’Altopiano di Asiago, decisamente Pregolamentare nell’aspetto ma non nella dicitura: il simbolo standard di parcheggio era accompagnato dalla scritta RISERVATO AI SCIATORI).

bullismo, mobbing e bullying

cyberbullying

Un’insegnante mi diceva che il bullismo nelle scuole è sempre più diffuso. Riflettevamo sulla parola, che non deriva direttamente da bullo ma è un calco dell’inglese bullying (da cui provengono anche bullismo online / cyberbullismo, gli atti molesti o persecutori compiuti mediante strumenti informatici e diffusi sul web, in particolare sui social network, o attraverso la telefonia mobile).

In inglese bullying descrive vari tipi di comportamento intimidatorio, non solo tra i giovani od online ma anche in contesti lavorativi, familiari, religiosi, politici ecc. Una delle tipologie più diffuse è il workplace bullying / bullying in the workplace.

Può quindi sembrare insolito che in varie lingue europee si descrivano le vessazioni sul lavoro, soprattutto da parte dei superiori, ricorrendo a un’altra parola inglese, mobbing, ormai molto diffusa anche in italiano ma raramente usata con la stessa accezione nel linguaggio comune inglese.

Mobbing arriva direttamente da un linguaggio speciale: il termine inglese (da mob, “attaccare in massa”) è stato introdotto dall’etologo Konrad Lorenz per denominare il comportamento difensivo collettivo di alcuni uccelli contro i rapaci, in seguito è stato usato per descrivere le azioni aggressive di animali di una stessa specie contro un loro simile e infine lo psicologo Heinz Leymann l’ha applicato anche a comportamenti umani.

In ambito specialistico, alcuni considerano i termini inglesi bullying e mobbing sinonimi ma in genere si preferisce differenziarli:

bullying indica il comportamento aggressivo e vessatorio di un individuo, di solito un superiore verso uno più sottoposti
mobbing descrive il comportamento di un gruppo di individui, anche appartenenti a diversi livelli gerarchici, che si coalizzano contro una persona (un loro pari, un sottoposto o anche un superiore); interessante l’etimologia di mob, dal latino mobile vulgus, “gentaglia instabile”  

In un contesto inglese generico, per un italiano può essere utile ricordare che mobbing è un potenziale falso amico ed è preferibile usare bullying.


Vedi anche: È davvero un mondo cyber? sull’evoluzione e le risemantizzazioni dell’elemento formativo cyber–, usato in cyberbullismo.

Tecnologia, frutta e marchi registrati

The fruits of technological innovation, citato in Apple, Blackberry & Orange, ipotizza che per alcuni prodotti tecnologici vengano scelti nomi di frutta in modo che gli utenti associno le connotazioni positive evocate dai frutti ai prodotti stessi.

Probabilmente c’è anche un altro motivo: per un produttore è più facile riuscire a ottenere la protezione giuridica tramite marchio registrato se il nome proposto non è associabile alle caratteristiche del prodotto o del servizio.

Stati Uniti: trademark distinctiveness

In un aggiornamento a Facebook, face, book e marchi registrati avevo già accennato agli Stati Uniti, dove un marchio è registrabile se soddisfa varie condizioni, tra cui la capacità distintiva (distinctiveness). Per determinarla, si fa riferimento al cosiddetto spectrum of distinctiveness, una scala lungo la quale vengono posizionati i nomi sottoposti a registrazione: a un’estremità si collocano quelli generici e all’altra quelli di fantasia, passando per nomi descrittivi, suggestivi e arbitrari.

spectrum of distinctiveness

Maggiore è l’originalità di un marchio, maggiore è la protezione giuridica: i nomi inventati (fanciful) sono immediatamente registrabili.

Chi ha notato il mio debole per la terminologizzazione capirà perché trovo particolarmente interessante la classificazione arbitrary: descrive i nomi che corrispondono a parole comuni, già esistenti e con un loro significato preciso e documentato, che vengono usate completamente fuori contesto e quindi, non essendoci alcuna correlazione tra il nome e il tipo di prodotto, rendono i marchi facilmente registrabili. È appunto il caso di Apple, Blackberry e altri prodotti di vario genere che hanno nomi di frutta (nel caso di un’azienda agricola, invece, Apple e Blackberry sarebbero considerati descriptive e quindi difficilmente registrabili).

Italia: capacità distintiva del marchio

In Italia la capacità distintiva è descritta nell’art.13 del Codice della proprietà industriale:

Capacità distintiva
1. Non possono costituire oggetto di registrazione come marchio d’impresa i segni privi di carattere distintivo e in particolare quelli costituiti esclusivamente dalle denominazioni generiche di prodotti o servizi o da indicazioni descrittive che ad essi si riferiscono, come i segni che in commercio possono servire a designare la specie, la qualità, la quantità, la destinazione, il valore, la provenienza geografica ovvero l’epoca di fabbricazione del prodotto o della prestazione del servizio o altre caratteristiche del prodotto o servizio.
[…]


Vedi anche: Marchionimi e terminologia, sulla distinzione linguistica tra marchi forti e deboli.

Apple, Blackberry & Orange ;-)

In The fruits of technological innovation, Beth Penfold suggerisce una nuova parola, techfruit, per descrivere i nomi di hardware e software che in inglese derivano dalla frutta, come Apple, Blackberry, Raspberry e Orange (provider di servizi Internet e telefonia mobile).

Techfruit potrebbe essere un titolo alternativo per un esilarante sketch inglese con vari riferimenti a nomi di prodotti, come Windows e Xbox 360, e a terminologia informatica, tra cui parole che hanno subito metaforizzazione e terminologizzazione, ad es. freezeblackspot (malattia delle piante / zona dove non c’è segnale), desktop, mouse, trash, boot  e crash (dongle, la chiavetta Internet, invece non deriva certo da dong, un parola colloquiale per il pene, ma probabilmente da dangle, “spenzolare”)*.

Attenzione: se premete il tasto YouTube icon vi verranno installati cookie di terze parti, siete avvisati!

Lo sketch è dal programma The One Ronnie (BBC one). Grazie a Edwina per il link!

* Per significato ed eventuali equivalenti italiani dai dizionari Zanichelli, fare doppio clic sulle parole; run out of juice = (di batteria) scaricarsi.

Vedi anche: Animali nella terminologia informatica e [aggiornamento] Tecnologia, frutta e marchi registrati.

“nel post di blog”?

terminologizzazioneHo parlato altre volte di terminologizzazione, accennando ai problemi che si possono incontrare se i neologismi semantici non sono identificati nella lingua di partenza a causa della loro polisemia (il nuovo termine coincide con una parola generica già esistente) e per questo non vengono resi adeguatamente nella lingua di arrivo, come è successo con pinch nei prodotti Apple.

Lo scenario opposto si verifica quando il nuovo concetto e il termine associato vengono subito riconosciuti e, per sottolineare la novità, nella lingua di arrivo si adotta il termine originale. Nell’ambito informatico italiano, ricorrere ai prestiti dall’inglese nei casi di terminologizzazione è una soluzione abbastanza comune che di solito non causa problemi di localizzazione, proprio perché si tratta di parole nuove con significato univoco.

Si possono però creare imprecisioni traducendo pedissequamente il testo originale. Un esempio è la traduzione di blog post nella presentazione di Windows Live Writer 2011:

Crea post di blog sorprendenti in pochi minuti.
Dai vita alla tua storia aggiungendo foto e video ai post di blog. 
Inserisci una mappa di Bing nel tuo post di blog per illustrare una località.

In questi casi va tenuto presente che in inglese, soprattutto nei testi destinati a utenti generici, si tende a rendere esplicite le parole che hanno subito terminologizzazione: qui gli americani specificano blog post perché post è polisemico e potrebbe risultare ambiguo. Al contrario, in italiano post è monosemico: se il contesto è palese, come in questo esempio (“software per blog”), non ha molto senso specificare di blog, proprio come di solito è ridondante tradurre web browser con browser web

Le traduzioni che “suonano strane”, come nel tuo post di blog (cfr. nel post del tuo blog), non andrebbero sottovalutate: possono avere un impatto negativo sui potenziali utenti, che inconsciamente potrebbero associare il testo poco idiomatico a una complessità d’uso del prodotto, decisamente non il caso di Windows Live Writer.

Vedi anche: Manuali di stile e funzione del testoAggettivi indefiniti subdoli.

Curiosità sul nome Web

wwwVent’anni fa, il 12 novembre 1990, l’inglese Tim Berners-Lee e il belga Robert Cailliauper presentavano la proposta di ricerca che avrebbe dato origine al World Wide Web.

Ben Zimmer in On Language (The New York Times) ricorda l’anniversario raccontandoci che il nome World Wide Web era una soluzione provvisoria e che gli autori avevano l’intenzione di trovarne uno più idoneo se il progetto fosse stato approvato.

Sappiamo com’è andata a finire: allo stesso modo di mouse, il nome “temporaneo” World Wide Web non solo è rimasto ma ha anche dato origine a uno dei più diffusi neologismi semantici dell’inglese, web, ed è stato subito adottato da molte altre lingue.

Prima di optare per WorldWideWeb (inizialmente scritto come un’unica parola), gli autori avevano esaminato e scartato varie alternative:

Mesh (pronuncia troppo simile a mess)
Mine of Information (l’acronimo MOI, “me” in francese, poteva sembrare troppo egocentrico)
The Information Mine (l’acronimo TIM poteva sembrare ancora più egocentrico perché coincideva con il nome di Berners-Lee, Tim)
Nomi di figure mitologiche greche o egizie (la prassi nella scelta dei nomi degli esperimenti del CERN, che Berners-Lee e Cailliauper volevano evitare proprio per sottolineare il carattere innovativo e rivolto al futuro del loro progetto) 
Nomi di figure mitologiche nordiche (nessuno era sembrato adatto)

Altra curiosità: l’espressione world-wide web già nel XIX secolo era usata nel linguaggio giornalistico per descrivere intrighi spionistici internazionali e nel 1867 un religioso inglese aveva messo in guardia contro i pericoli delle innovazioni scientifiche ipotizzando l’inquietante futuro scenario di un tiranno mondiale al controllo di mezzi di trasporto e di comunicazione, “a world-spider in the omphalos* of his world-wide web”.

Ben Zimmer riprende l’argomento in Word Routes (Visual Thesaurus) aggiungendo dettagli ed elencando alcuni termini associabili a web per lo stesso uso metaforico della lingua: spider, browsing, navigating e surfing, tipici esempi di terminologizzazione.


Vedi anche: 10 anni della parola blog.


* omphalos = onfalo (centro, ombelico)