Terminologia etc.

Terminologia, localizzazione, traduzione e altre considerazioni linguistiche

Post con tag “stile”

Semplificazione dei foglietti illustrativi

Ho appena preso una pastiglia per la gola e ripensando all’ultimo post ho dato un’occhiata al foglietto illustrativo, dove ho trovato un bell’esempio di comunicazione efficace e comprensibile ottenuta senza rinunciare alla precisione della terminologia medica:

xyz è un antisettico del cavo orofaringeo (disinfettante della bocca e della gola), dove svolge una rapida azione battericida (elimina rapidamente batteri e funghi causa di disturbi).

La struttura delle frasi è lineare, è stato scelto un registro neutro e alla terminologia medica è affiancata una spiegazione con parole del lessico generico.

Purtroppo la semplificazione non è ancora la norma, come mostra questo esempio dal “bugiardino” di un farmaco antinfiammatorio:

zwr è indicato per inibire o finanche di sopprimere lo stato infiammatorio, il dolore e l’edema che accompagnano gli stati flogistici acuti e cronici.

A parte i burocrati, c’è davvero qualcuno a cui viene spontaneo usare l’avverbio finanche?
Non oso immaginare come siano descritti i medicinali per malattie gravi.
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Vedi anche: Usabilità e istruzioni (incongruenze nei foglietti illustrativi).

(L’)Huffington Post, un nome ancora in rodaggio

immagine della testata (L'Huffington Post) e della casella di ricerca (Cerca in Huffington Post)

È online la versione italiana di The Huffington Post e anch’io ieri ho dato un’occhiata al nuovo sito, senza però riuscire a capire come si scriva il nome italiano.

Il nome va preceduto dall’articolo determinativo, L’Huffington Post oppure no, Huffington Post?
Se l’articolo fa parte del nome, va scritto con la lettera maiuscola, L’Huffington Post, o minuscola, l’Huffington Post (cfr. la Repubblica)?
Se l’articolo fa parte del nome ed è preceduto da preposizione, rimane “interno” e separato dalla preposizione, ad es. in L’Huffington Post, o si può formare una preposizione articolata (articolo “esterno”), ad es. nell’Huffington Post?
Huffington Post e HuffPost sono equivalenti? Quando va aggiunto Italia?

(continua…)

Digitare è lo stesso che scrivere?

Giuseppe Antonelli parla di “italiano telematico” e di confidenza con la scrittura e con i registri linguistici in SMS ed e-mail: la frammentarietà del nuovo italiano scritto:

SMS ed e-mail: la frammentarietà del nuovo italiano scritto

Ho trovato efficace l’idea di chiamare ipotesto le forme di testo estremamente breve tipiche di SMS, email e Twitter, e di descriverle come esempi di italiano dell’uso immediato (cfr. l’italiano dell’uso medio, definito da Francesco Sabatini, a cui avevo accennato qui).
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Vedi anche: Internet ed errori di ortografia.

Linguaggio e percezione

Duelity è un’animazione del 2007 della Vancouver Film School che racconta le origini della terra contrastando la “dualità” del creazionismo e dell’evoluzionismo. La  particolarità è che la visione creazionista è raccontata con linguaggio scientifico e infografica, mentre la visione evoluzionista è descritta con linguaggio religioso e immagini evocative, evidenziando così l’influenza del linguaggio (e delle immagini) sulla percezione delle informazioni che ci vengono fornite. 

DuelityRyan Uhrich

one story… …the other story
According to the records of the General Organization of Development labs (GOD) it took a mere six days to manufacture a fully-operational universe, complete with day, night, flora and fauna, and installing Adam as its manager to oversee daily functions on Earth. If thou shalt believe the Book of Darwin, t’is five billion years after The Big Bang that we behold what the cosmos hath begat: the magma, the terra firma, the creeping beasts, and mankind, whose dolorous and chaotic evolution begat the gift of consciuosness.

Questi e altri dettagli nel sito Duelity  (via Open Culture).


Su linguaggio e percezione, vedi anche: Relatività linguistica e suffisso inglese –ette e Dimmi cosa parli e ti dirò chi sei.

Biffatura (o le beffe del censimento)

Comincio a pensare che i documenti del censimento 2011 siano parte di una beffa progettata da qualche burocrate per prendere in giro i cittadini italiani.

Da oggi si può provare a compilare il questionario online (se accessibile!) e sul sito è stato pubblicato un nuovo documento, il Manuale d’istruzione d’uso del questionario on line (non più disponibile sul sito).

Incredibile ma vero, è scritto completamente in burocratese, ignorando qualsiasi convenzione sulla scrittura di istruzioni d’uso per software. Un esempio:

In questa pagina di riepilogo l’utente ha una nozione visiva dello stato della compilazione. In essa sono riportati, a guisa di indice, l’elenco delle quattro aree che compongono il questionario (LISTA A, LISTA B, Sezione I, Sezione II) affiancate da un simbolo di check (o biffatura) che informa se quella parte è stata compilata, nel qual caso il suo colore da bianco diventerà verde.

L’effetto è ridicolo perché anche in questo caso il linguaggio usato contrasta visibilmente con le schermate illustrative del sito, che invece segue gli standard a cui siamo abituati per questo tipo di istruzioni:

istruzioni online

(continua…)

…ancora sul censimento 2011

Le mie perplessità sul linguaggio usato nei documenti del censimento 2011 sono aumentate dopo aver visto il sito per compilare il questionario online.

Ho scoperto infatti che per le pagine web è stata adottata una modalità di comunicazione diversa, molto più comprensibile, anche se limitata a informazioni generali sul censimento (questionario e istruzioni rimangono invariati). Mi domando se semplicità e chiarezza siano previste solo per chi ha accesso a Internet ma non per gli “analfabeti digitali”?

penna_ISTAT

Per confrontare le due modalità di comunicazione aggiungo qualche dettaglio.

(continua…)

Censimento 2011: linguaggio poco comprensibile

Dopo aver letto Il lavoro domestico è soltanto un hobby, riflessioni di Bruno Gambarotta sul questionario per il censimento 2011, ho dato un’occhiata al plico ricevuto dall’ISTAT.

Probabilmente gli autori dei testi non apprezzano molto la semplificazione del linguaggio amministrativo* e non hanno mai parlato con qualche rilevatore di censimento, altrimenti saprebbero che alcune parti dei documenti sono ai limiti della comprensibilità.

Nella lettera informativa, ad esempio, c’è una frase che credo di aver interpretato correttamente solo dopo averla letta un paio di volte: 

“A tale proposito la informo che, mentre i dati censuari potranno essere diffusi, privi degli identificativi diretti, anche con frequenza inferiore alle tre unità, ciò non si applica ai dati di natura sensibile”

(continua…)

mucca fiscale

Mi ha lasciata perplessa una frase sentita durante un telegiornale, in un servizio sull’IVA:

…la vera mucca fiscale del paese si conferma il nord ovest, dove si
    produce oltre il 40% dell’IVA…

La metafora della “mungitura” era chiara, eppure non l’ho trovata efficace, per due motivi:

registro – credo che la parola mucca venga percepita come informale, quindi fuori luogo in un contesto in cui vengono invece usati termini tecnici come gettito fiscale e adempimenti tributari;
meccanismi di metaforizzazione – nelle espressioni figurate e nei modi di dire italiani si tende a parlare di vacche e non di mucche, ad es. tempi di vacche grasse/magre, stare in un ventre di vacca, il mercato delle vacche. Dubito però che vacca fiscale avrebbe funzionato meglio e in effetti né cercando mucca fiscalevacca fiscale si ottengono risultati degni di nota.

 mucca

I registri del Registro delle Opposizioni

Il Registro Pubblico delle Opposizioni dovrebbe essere un “servizio per il cittadino” ma, a parte la pagina iniziale, mi sembra pensato soprattutto per chi è abituato a navigare e a districarsi con il linguaggio tecnico e burocratico.

opposizioni13Ho trovato il logo molto efficace, non altrettanto invece le modalità di comunicazione e in particolare le scelte di allocuzione: si ha l’impressione che chi ha curato il contenuto del sito non sia riuscito a decidere come rivolgersi all’utente.

In alcune pagine si è optato per un registro formale, ricorrendo però a due forme diverse:

la forma di cortesia standard (terza persona singolare), ad es. i dati da Lei conferiti; il trattamento dei Suoi dati;
una forma di cortesia obsoleta, la seconda persona plurale ormai usata solo in Italia meridionale, ad es. i Vostri dati; i dati da Voi forniti ecc. (non si tratta della seconda persona plurale “standard” tipica dei siti web perché non prevede le maiuscole di cortesia, qui invece sempre presenti, e perché nel sito viene chiaramente specificato che solo l’intestatario dell’abbonamento può seguire la procedura prevista, quindi non avrebbe molto senso rivolgersi a più di un utente contemporaneamente).

Altrove viene invece preferito un registro informale:

ci si rivolge all’utente con la forma confidenziale (seconda persona singolare), ad es. benvenuto; in questa sezione potrai scaricare.  

Spesso si ricorre anche a un registro neutro e/o burocratico, che coesiste con gli altri:

viene usata la forma impersonale tipica di manuali, istruzioni e testi legali, ad es. inserire le informazioni, è possibile selezionare, chiunque rilasci dichiarazioni mendaci sarà punito.

Queste incongruenze e vari altri problemi linguistici (e terminologici) penalizzano la comprensibilità del testo e rendono il sito poco fruibile agli utenti meno esperti. Si sarebbero potuti evitare ricorrendo a una guida di stile o seguendo le indicazioni per una comunicazione istituzionale chiara ed efficace, come quelle promosse da REI.


Vedi anche: Tu, voi o infinito?

E se fosse stato Lei il traduttore di George?

In questi giorni [novembre 2010] nel sito BBC News (e probabilmente altrove) imperversa una pubblicità di Nespresso in cui si viene invitati a cambiare il finale di uno spot con George Clooney.

L’ho guardata (puro interesse linguistico, what else?!?!) perché mi è sembrata peculiare la scelta di rivolgersi ai consumatori in maniera estremamente formale, addirittura con le ormai obsolete maiuscole di cortesia, ma facendolo via Internet, dove la comunicazione di solito avviene in modo informale:

pubblicità Nespresso

(poi però il riferimento al protagonista dello spot è solo per nome, George, mentre in un registro formale ci si aspetterebbe nome+cognome, George Clooney) 

Sul sito associato alla pubblicità viene veniva usato il “lei” anche per un’opzione dell’interfaccia, mentre in altri comandi e istruzioni appare appariva il molto più comune infinito, come in questo esempio:

sito Nespresso What Else 

(effettivamente sarebbe insolito se le icone per la condivisione su social media fossero precedute da un congiuntivo esortativo, invii)

Sarei proprio curiosa di sapere se queste scelte stilistiche sono espressamente volute da chi ha ideato la campagna pubblicitaria (è un prodotto destinato a chi ha un certo potere d’acquisto, sicuramente non ragazzini) o se si tratta solo di una traduzione letterale dall’inglese, senza adattamenti particolari. A questo proposito, immagino che la percentuale femminile di chi guarda lo spot sia alta, eppure la pubblicità si rivolge ai consumatori con formulazioni che in inglese sarebbero neutre ma che in italiano hanno una connotazione maschile (E se fosse stato Lei il regista di George?), facilmente evitabile ad es. con E se George l’avessi diretto tu? / E se George Clooney l’avesse diretto lei?

Aggiornamento novembre 2012 – L’intero sito è stato aggiornato e uniformato al pronome allocutivo informale tu, mentre sono scomparse le forme con pronome allocutivo reverenziale Lei e maiuscole di cortesia.


Vedi anche: Tu, voi o infinito? su stile e registro usati nella localizzazione di software e siti.

Manuali di stile e funzione del testo

Come nasce un manuale di stile (Lavori in corso) riassume in modo efficace alcune considerazioni essenziali per la preparazione di note redazionali, tra cui questo punto:

Come costruire un testo adattato al lettore. Sfortunatamente, infatti, tutti noi che scriviamo (anche come traduttori) a volte dimentichiamo che il testo non è nostro né per noi

È importante sottolinearlo perché le guide di stile forniscono indicazioni generali ma è poi compito di chi scrive o traduce metterle in pratica, operando scelte specifiche che tengano conto delle aspettative e delle esigenze del lettore (o utente tipico) di quel testo. È un’operazione non sempre ovvia, soprattutto quando si traduce materiale in apparenza standard, simile a testi già visti, e si lavora con strumenti di automazione.

La funzione del testo viene espressa in modalità anche molto diverse da lingua a lingua. In inglese, un testo con funzione didattica (ad es. un manuale di istruzioni) e un testo con funzione informativa e/o “esortativa” (ad es. materiale marketing che descrive un prodotto) possono essere resi con le stesse strategie linguistiche e stilistiche (ad es. rivolgendosi direttamente all’utente con l’imperativo), mentre in un’altra lingua potrebbe essere necessario differenziare le funzioni (ad es. usando forme impersonali per un tipo di testo e più dirette e informali per l’altro, diversificando registro e lessico generico, ecc).

Il mancato riconoscimento della funzione del testo è un problema che ho notato più volte e che può avere un impatto negativo sull’esperienza dell’utente, come nelle descrizioni di prodotti che dovrebbero essere accattivanti e invogliare all’acquisto e invece contengono espressioni formalmente corrette e accettabili in altri contesti (ad es. allo scopo di, pertanto, è possibile effettuare…)  ma fuori luogo in un messaggio pubblicitario.

La capacità di identificare correttamente il tipo di testo e di lettore/utente a cui è destinato e la consapevolezza delle strategie usate dalle lingue di partenza e di arrivo sono quindi essenziali per dare il “senso di identità a ciò che si scrive” descritto da Come nasce un manuale di stile.


Vedi anche: post con tag Guida di stile, in particolare Guide di stile: giornali inglesi e localizzazione, e con tag utente tipico.

Tu, voi o infinito?

In questi giorni sono raramente davanti al computer e solo ora ho iniziato a leggere i commenti all’intervista in Punto Informatico.

youCi sono molti spunti interessanti, ad esempio sullo stile usato in molti prodotti (non solo Microsoft!): perché non ci si rivolge all’utente direttamente, come in inglese, ma si prediligono forme impersonali e l’infinito per le istruzioni? 

Le versioni localizzate dovrebbero essere finalizzate alle esigenze dei mercati locali. La maggior parte degli utenti italiani ignora come sia il software originale: se le scelte di localizzazione sono adeguate, efficaci e consentono di imparare a usare un prodotto facilmente e produttivamente, è abbastanza irrilevante cosa viene usato in inglese.

In italiano di solito le istruzioni, se non sono tradotte da altre lingue, prediligono le forme impersonali e basta aprire la scatola di qualche apparecchiatura o di un medicinale per verificarlo. Immagino che nei primi prodotti localizzati sia stato adottato questo stile proprio perché era quello che si aspettavano gli italiani digiuni di computer ma abituati a seguire istruzioni di altro tipo: è risaputo che la familiarità ha un impatto positivo sulla curva di apprendimento.

Va anche detto che le prime applicazioni localizzate erano destinate soprattutto ad ambiti professionali dove il “tu” sarebbe stato fuori luogo. Nel 2009 l’utente tipico dei prodotti software ha sicuramente una sensibilità diversa ma nel frattempo la forma impersonale è diventata uno standard a cui credo siamo ormai abituati… a parte le obiezioni di chi usa il Mac o di utenti più “informatizzati” che, però, non sempre rappresentano l’utente tipico. 

In ogni caso la forma impersonale non dovrebbe essere sinonimo di stile troppo formale e sono del tutto d’accordo con chi si lamenta di frasi “barocche” più adatte alla burocrazia che a un’interfaccia grafica. Ad esempio, se un titolo inglese dice What I could do to protect my computer, non mi sembra il caso di tradurre Quali misure è possibile adottare per proteggere il proprio computer se, mantenendo una forma impersonale, si può semplificare in Che cosa si può fare per proteggere il computer. Le guide di stile per la localizzazione possono dare indicazioni generali ma sta a chi traduce operare scelte accettabili.

È cambiato lo stile dei messaggi?

Il punto (e la virgola) della crisi in Mediablog riprende un commento del Financial Times, Welcome back, semicolon; cu l8r, informality, e si domanda se la crisi economica influenzi il modo di scrivere email e SMS, facendo preferire uno stile più formale che evita espressioni colloquiali:

Nella valanga di email che riceviamo negli ultimi tempi è ricomparsa la punteggiatura: punti, virgole, punti e virgola hanno ripreso il posto che compete loro. Anche i confidenziali “ciao”, “hola”, “hey” e gli attacchi senza nessun tipo di saluto diventano sempre più rari. Al loro posto ricompare una certa formalità “pre-email”, quella delle lettere, per intenderci: “Gentilissimo”, “Caro”, “Buongiorno” e così via. Anche il momento del congedo non si sottrae a formalismi di altri tempi: “Distinti saluti”, “Cordialmente”, perfino il “Porgo cordiali saluti”. Maiuscole e firma con nome e cognome sono magicamente ricomparse.

Non sono del tutto convinta. Per quel che mi riguarda, non mi pare di aver mai ricevuto un messaggio in italiano con hey o hola, tantomeno con le forme abbreviate da SMS. Mi sembra poco probabile che ciao scompaia tra chi si dà del tu e dubito sia mai stato usato in messaggi formali. In tutti questi anni, sia in inglese che in italiano, ho continuato a vedere forme di saluto sia all’inizio che alla fine della maggior parte dei messaggi.

Mi viene da pensare che gli esempi citati in Mediablog siano una “localizzazione” del testo inglese e non effettivi esempi italiani. O forse con colleghi e amici faccio parte di una fascia di età che non si era mai accorta dei cambiamenti di stile e continuava a seguire forme di comunicazione più tradizionali…