Terminologia etc.

Terminologia, localizzazione, traduzione e altre considerazioni linguistiche

Post con tag “sinonimi”

Cultura inglese: il pappagallo morto

pappagallo norvegese blu morto stecchito con le zampe all’aria
immagine: Oikiden

Molti sketch dei Monty Python fanno parte delle conoscenze enciclopediche degli inglesi.

Tutti conoscono l’episodio del pappagallo morto, ambientato in un negozio di animali, in cui John Cleese interpreta un cliente che protesta perché gli è stato venduto un pappagallo, un Norwegian Blue, che era già defunto. Il negoziante, contro ogni evidenza, nega che il pappagallo sia davvero morto, ad esempio insiste che sta riposando (resting) e poi che si sta struggendo [per la nostalgia] dei fiordi (pining for the fjords). Cleese, sempre più esasperato, snocciola una serie di modi di dire per descrivere la morte (expire, kick the bucket, push up the daisies, be bereft of life, be a stiff, meet the maker, be no more, cease to be, ring down the curtain, join the choir invisible…).

Lo sketch è andato in onda per la prima volta nel 1969, ha una sua voce nel dizionario OALD e appare spesso nelle discussioni su sinonimi ed eufemismi, come in due articoli recenti, This police horse is no more. It has ceased to be. It’s expired and gone to meet its maker (Mind your language – The Guardian) e “This parrot is no more”. When is a synonym not a synonym? (Macmillan Dictionary).

Attenzione: se premete il tasto YouTube icon vi verranno installati cookie di terze parti, siete avvisati!

Nota: nei sottotitoli ci sono molti errori di ortografia. Trascrizione dello sketch qui.

Aggiornamento settembre 2014 – Anche David Crystal in A thousand words for death prende spunto dallo sketch e aggiunge esempi letterari e da classi sociali e registri diversi.

Aggiornamento gennaio 2019 – Lo sketch ha già 50 anni ma le sue battute continuano ad essere riconoscibilissime. Ad esempio, ha ispirato questa vignetta sull’accordo per la Brexit negoziato da Theresa May con l’Unione europea e bocciato dal Parlamento britannico (eppure May ha dichiarato che intende ripresentarlo): Vignetta che riproduce lo sketch: pappagallo morto con la scritta Brexit deal, John Cleese che dice “This parrot has ceased to be…” e le altre frasi sul pappagallo morto. Il venditore è Theresa May che dice “He’s just resting”.
Vignetta: Dave Whamond

Stati Uniti: iPad sinonimo di tablet?

In inglese il nome iPad starebbe subendo un processo di volgarizzazione del marchio e starebbe diventando una parola del lessico comune.

immagine di iPad È quanto afferma un articolo ripreso da molti media americani. Negli Stati Uniti, a quanto pare, se si descrive il concetto “tablet (computer)” chiedendo di identificarlo con il nome, la maggior parte delle persone risponde “iPad” (un iponimo). Non viene fornito alcun dettaglio sulla ricerca ma viene tratta la conclusione che nell’inglese americano il marchionimo di Apple potrebbe presto diventare un nome comune, come è successo con thermos, frisbee, velcro e teflon e anche con iPod, che ormai designa qualsiasi lettore di file audio.

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Regionalismi a Palermo

scarrozzoSono sempre incuriosita dai geosinonimi e dai geoomonimi usati in zone diverse d’Italia.

Ne ho notato qualcuno a Palermo: il passo carraio, ad esempio, in alcuni quartieri della città è scarrozzo, parola marcata come “siciliana” nei dizionari.

manderiniSi notano differenze anche nei nomi di alcune verdure. Sulle bancarelle dei mercati ho visto quasi sempre la scritta manderini e quelli che per me sono cavolfiori verdi, lì sono broccoli, nome che io associo a brassicacee con le infiorescenze verde scuro, dello stesso colore delle foglie, e che invece a Palermo si chiamano sparacelli.

broccoli siciliani sparacelli
Broccoli a Palermo Sparacelli a Palermo

In alcuni casi vengono privilegiati sinonimi che fanno parte dell’italiano standard ma che altrove non sono altrettanto frequenti nello stesso tipo di contesto, ad es. negli annunci immobiliari viene indicato il numero dei vani o degli ambienti e non dei locali (ad es. si parla di bivano arredato). Negli autobus, la richiesta all’autista di aprire la porta posteriore è espressa con la frase bussola dietro!

Questi fenomeni di variazione diatopica mi piacciono molto perché evidenziano la ricchezza espressiva della nostra lingua.


Vedi anche: Altitudine 4500 (iscrizione palermitana) e Cartelli insoliti (esempio datato marzo 2012).

Le parole della politica

[Novembre 2011] Mi ha fatto sorridere Le nuove parole d’ordine (sparso) della politica (La Stampa), un glossarietto di voci che in questi giorni di probabile nuovo governo Monti sono salite o tornate alla ribalta nei teatrini della politica. Si va da appoggio esterno a veti incrociati, passando per banda bassotti e passo indietro. Un esempio con il superlativo improprio governissimo, “governo sostenuto dalla coalizione di quasi tutti i partiti”:

Governissimo – O governo tecnico. O governo tecnico con discontinuità. O di salute pubblica. O della larghe intese. O di larghe convergenze. O di tregua. O di unità nazionale. O di responsabilità nazionale. O di solidarietà nazionale. O di garanzia. O istituzionale. O di decantazione. O per le riforme. O di legittimazione parlamentare. O di transizione. O della salvezza. O di emergenza. Purché serio. Purché a termine. Purché a obiettivo. Purché ambizioso. Purché bipartisan. Purché condiviso. Purché non sia un governicchio. Un governicchio? No, serve un governissimo. O un governo tecnico…

Dal glossarietto sono esclusi neologismi od occasionalismi legati alla politica, alcuni dei quali si possono però trovare nel blog Salvalingua (ad es. Merkozy e Papasconi).
.

Aggiornamento 15 novembre 2011 – In un’intervista radiofonica il linguista Luca Serianni è intervenuto su espressioni come bunga bunga, scesa in campo e mi consenta, evidenziando che rimarranno legate a un preciso periodo politico, il berlusconismo, e quindi la loro frequenza d’uso diminuirà. Per un eventuale governo Monti ha previsto un linguaggio meno marcato e meno alla ricerca del pittoresco, con ridotta inventiva linguistica; a proposito di lacrime e sangue, ha ricordato che si tratta di una formula di tradizione ormai antica, resa famosa da Churchill (che a sua volta l’aveva presa in prestito da Garibaldi).


Vedi anche: 150 anni (e più) di unità linguistica per un’altra osservazione sul linguaggio della politica contemporanea e [aggiornamento gennaio 2013] alcuni commenti sulla contrapposizione tra lo scendere in campo di Berlusconi e il salire in politica di Monti.

film ≠ movie

È una delle prime differenze tra inglese britannico e americano che si imparano a scuola: in Europa al cinema si proiettano film e negli Stati Uniti invece movie*.

In realtà gli americani usano entrambe le parole, con sfumature di significato diverse, come evidenzia lo slogan nei poster dell’ultimo New York International Latino Film Festival:

slogan (via Tutti i giardinieri sono ispanici) 

La parola movie descrive soprattutto le produzioni commerciali, destinate al grande pubblico, mentre film identifica le pellicole d’autore, ovvero produzioni artistiche. I festival del cinema sono infatti film festival, ad es. Sundance Film Festival, Toronto International Film Festival ecc.

Un altro sinonimo di film è flick ma quasi esclusivamente in contesti familiari o colloquiali, ad esempio nel nome del genere chick flick. [Aggiornamento] La parola flick è riconoscibile anche nel nome Netflix, con variante grafica che trasforma flicks in flix.


* Andrebbe comunque detto che movie è una parola ormai usata anche nel Regno Unito.

Mulini da olio

olive_oilDescrizione di prodotti tipici della Toscana in un libro di viaggi tradotto dall’inglese:

L’olio extravergine di oliva viene venduto fresco direttamente
al mulino

Mi è sembrata una descrizione insolita perché se si pensa all’edificio dove si frantumano e macinano le olive, in italiano viene in mente la parola frantoio. Esiste comunque anche mulino da olio, un geosinonimo meno conosciuto.

In questi casi credo sia preferibile escludere i regionalismi e optare per il lessico più frequente, per evitare che il testo susciti perplessità (“ma vendono olio o farina?”) e di riflesso le informazioni risultino meno attendibili.

Forse però qui si tratta semplicemente di una traduzione letterale. Come mulino in italiano, anche la parola inglese mill ha vari significati e può descrivere sia macchinari che macinano e/o frantumano (o macinini, ad es. coffee mill e pepper mill) che luoghi di lavorazione di vari materiali (ad es. cotton mill, textile mill, paper mill, steel mill ecc.). Il frantoio è [olive] mill.


Vedi anche Fungo e mushroom, per un altro tipo di traduzione letterale dall’inglese.

Scopo dei glossari… e nocciolo degli affari

Quando si crea una raccolta terminologica, prima ancora di decidere la struttura dei dati è essenziale definirne scopo e destinatario, anche se si tratta di un glossario di poche decine di voci. Può sembrare ovvio, eppure ignorare queste indicazioni di base è spesso causa di raccolte non accurate e/o che non incontrano le aspettative dell’utente.

Ci pensavo dando un’occhiata a un sito italiano che si prefigge di contrastare l’uso smodato dei prestiti dall’inglese. Viene proposto un glossario il cui scopo è dare un “aiuto per vincere la pigrizia e riscoprire il vecchio amore per la nostra lingua” con “esempi delle parole inglesi più utilizzate e l’alternativa prevista invece dall’italiano.  

Ci si aspetterebbe un elenco di prestiti di lusso e corrispettivi sinonimi italiani intercambiabili, come weekend fine settimana, e che i prestiti di necessità (o forestierismi insostituibili) ne siano esclusi. Non è così, anzi, è difficile identificare i criteri di compilazione del glossario, e si rilevano invece problemi abbastanza tipici.

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Earworm, Ohrwurm e “Strüdel”

Peccato che in italiano non ci sia un equivalente della parola tedesca Ohrwurm (in inglese c’è il calco di traduzione earworm*), estremamente efficace per descrivere l’orrendo motivetto tiroleggiante che oggi, complice una martellante pubblicità radiofonica, non riesco a togliermi dalla testa. O forse si potrebbe dire tarlo musicale?

striscia di Pearls Before Swine
Striscia: Pearls Before Swine di Stephan Pastis

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decifrare, decodificare, decrittare, decriptare…

Torno a citare il forum Scioglilingua per una discussione sul verbo decrittare (a cui aggiungo le varianti decriptare e decrittografare). Vari punti di vista:

tipico esempio di sudditanza nei confronti dell’inglese (qui)
accettabile perché non deriva dall’inglese ma dal greco (qui e qui)
forzatura, pseudo-neologismo: meglio usare decodificare (qui)
brutta parola, né utile né necessaria: ci sono già decifrare e decodificare (qui)

È interessante perché consente di evidenziare la differenza tra lessico generico (parole) e lessico specializzato (termini).

decryptEtimologia a parte, il verbo decrittare è arrivato in italiano dall’inglese decrypt. Nel lessico generico inglese, documentato dai dizionari, decrypt, decode e decypher/decipher sono considerati sinonimi.

Nel lessico specializzato inglese, invece, ciascun termine (e ogni termine correlato) identifica concetti specifici usati in ambiti specifici. Nel Dizionario enciclopedico di informatica, ad esempio, si trovano queste differenze:

encode – trasformare la rappresentazione di informazioni, ad es. convertire un formato grafico in un altro, comprimere dati ecc. Sinonimo: code 
decode – riconvertire le informazioni codificate nel formato originale, ad es. decomprimere dati precedentemente compressi
encipher / encrypt – trasformare la rappresentazione di informazioni allo scopo di renderle incomprensibili a eventuali intrusi che intercettassero il messaggio
decipher / decrypt – ripristinare nella loro forma originale delle informazioni rese incomprensibili mediante cifratura per evitare che le informazioni vengano carpite nel caso cadano in mano a un intruso

Nella comunicazione di messaggi c’è chi fa invece queste distinzioni:

encode – trasformare intere parole o frasi in altre parole o frasi
encipher – trasformare lettere o simboli individualmente
encrypt – termine sovraordinato che include sia encode che encipher

Anche in altri ambiti specializzati, decrypt e decipher non sono sinonimi:

decrypt fa riferimento a dati che sono stati deliberatamente trasformati perché risultassero incomprensibili (cfr. l’intervento firmato duccio)
decipher è relativo, ad es., all’analisi di documenti antichi, scritti in una lingua o in un alfabeto sconosciuti, oppure all’analisi del codice genetico contenuto nel DNA, quindi dati che sono intrinsecamente complessi da interpretare ma che non sono stati precedentemente manipolati

Questi sono solo alcuni esempi, sufficienti però a confermare, ancora una volta, che ogni termine non andrebbe mai considerato singolarmente ma sempre all’interno del sistema concettuale a cui appartiene.

Tornando all’italiano e al forum Scioglilingua, mi sembra eccessivo stigmatizzare una parola solo perché sembra brutta, perché è un calco o perché esistono già parole (apparentemente) simili: come in inglese, in ambiti generici si può ovviamente usare il sinonimo che piace di più, invece in alcuni ambiti specializzati decrittare (e non decodificare o decifrare) sarà l’unico termine possibile per identificare in modo univoco un concetto specifico, differenziandolo da quelli correlati.


Vedi anche: Che relazione c’è tra obsoleto, disapprovato e deprecato? sulla distinzione, non sempre ovvia, tra significato generico e significato specializzato.


PS  Un suggerimento agli studenti che so che leggono il blog: i termini sono “etichette” a volte abbastanza intercambiabili, specialmente in alcuni ambiti come l’informatica; nelle traduzioni specializzate, se non è disponibile la terminologia specifica del progetto ma si usano dizionari o glossari specializzati acquisiti da altre fonti, in certi casi è meglio non fidarsi al 100% dei termini “già pronti” ma è preferibile verificare i concetti per assicurarsi che il sistema concettuale descritto e quello su cui si sta lavorando corrispondano. Esempio: Font, typeface, famiglie e tipi di carattere.

blog ≠ post

Mi piace molto Johnson, il blog di The Economist sull’uso e l’abuso del linguaggio nella politica, nell’economia e nella cultura (il nome deriva dall’autore del dizionario inglese ma spesso vengono discusse anche altre lingue).

blog ≠ postDevo ammettere che qualche giorno fa ho provato una certa soddisfazione nel leggere Check out this blog e scoprire che uno degli autori condivide un mio pet hate: la parola blog usata erroneamente come sinonimo di post o posting, ad es. I just wrote a new blog on X.

Temo che l’uso non corretto di blog si stia diffondendo anche in italiano (ad es.*ho scritto un blog su XYZ), eppure la differenza tra i due termini dovrebbe essere chiara: questo blog si chiama Terminologia etc. mentre il post è intitolato blog ≠ post.

Vedi anche: 10 anni della parola blog.


Per chi eventualmente arrivasse qui con una ricerca sulla differenza di significato tra blog e post, riporto due definizioni:

blog un sito internet, generalmente gestito da una persona o da un ente, in cui l’autore (blogger) pubblica più o meno periodicamente, come in una sorta di diario online, i propri pensieri, opinioni, riflessioni, considerazioni ed altro, assieme, eventualmente, ad altre tipologie di materiale come immagini o video [Wikipedia]
post messaggio testuale, con funzione di opinione o commento, inviato in uno spazio comune su Internet per essere pubblicato. Tali spazi possono essere blog, newsgroup, forum (o board)  [Wikipedia]

…gnificato blog

Regionalismi e gestione della terminologia

Prendo spunto da un commento a Ciaspole, ciaspe, racchette da neve… e da un articolo di BBC News, You have a regional dialect – even on Twitter, per accennare a due tipi di regionalismi che descrivono fenomeni di variazione diatopica (il modo in cui una lingua cambia nello spazio geografico):

Geosinonimi: parole diverse che in luoghi diversi descrivono gli stessi concetti. Esempi: affittare al nord, appigionare in Toscana e fittare e locare al sud; anguria al nord, cocomero in Romagna e al centro, melone d’acqua al sud; i nomi dei dolci fritti tipici di carnevale (frappe, chiacchiere, cenci, crostoli, bugie, galani, sfrappole…) o le espressioni per marinare la scuola.
Geoomonimi: parole identiche nella forma che in luoghi diversi sono associate a concetti diversi. Esempi: in alcune parti del Veneto il balcone è l’imposta (scuro) mentre il cocomero è il cetriolo (anche in alcune zone della Sicilia); in Romagna il panno è la coperta; al sud tovaglia equivale ad asciugamano (telo); in alcune parti d’Italia temperino è un coltello, in altre un temperamatite; in Toscana il mestolo è un cucchiaio di legno, al nord invece è un utensile per cibi liquidi (ramaiolo in Toscana).

I fenomeni di geosinonimia e geoomonimia riguardano in particolare cibo, mestieri e nomi di oggetti e strumenti di uso comune, per i quali non c’è stata una standardizzazione terminologica a livello nazionale (l’italiano standard è modellato su una lingua letteraria abbastanza estranea a questi argomenti).

In quest’ottica, anche per un’azienda che operi in un contesto unicamente monolingue è un vantaggio avere un sistema di gestione della terminologia che documenti le varianti regionali: l’ottimizzazione delle ricerche dei propri prodotti è l’applicazione pratica più ovvia.

oggetto1Ad esempio, in un catalogo online di articoli per l’ufficio, lo strumento raffigurato a destra dovrebbe risultare nelle ricerche per cucitrice, oggetto2puntatrice, pinzatrice, spillatrice e graffettatrice; in un catalogo di forniture per cucine potrebbero venire inclusi lavello, lavandino, acquaio e secchiaio (cfr. i sanitari lavabo e lavandino!); chi produce l’articolo a sinistra dovrebbe tener conto di appendiabiti, ometto, appendino, attaccapanni, gruccia, stampella, croce...   

Altri esempi in:

♦  Nespole!
♦  Si dice in Romagna…
♦  …e si dice in Lombardia
♦  Regionalismi a Palermo
♦  Dialettismi e regionalismi
♦  Geosinonimi italiani in ALIQUOT
♦  Ciaspole, ciaspe, racchette da neve… e racchettoni


Nota  In inglese dialect può indicare due concetti diversi:

1 qualsiasi varietà linguistica associabile a un gruppo specifico di parlanti (il significato usato nell’articolo citato all’inizio)
2 lo stesso significato di dialetto in italiano, “un sistema linguistico usato in zone geograficamente limitate e in un ambito socialmente e culturalmente ristretto, divenuto secondario rispetto a un altro sistema dominante e non utilizzato in ambito ufficiale o tecnico-scientifico” (De Mauro)

[Aggiornamento] Maggiori dettagli in Esempi di "dialetti" inglesi.

 

Dizionari inversi per l’inglese

Nei commenti a Dizionario inverso dell’italiano ho aggiunto due riferimenti per l’inglese, che ripropongo qui.

RhymeZone consente di trovare le rime inglesi in base alla pronuncia della parola, ad es. cercando parole e frasi che facciano rima con honey si ottengono 40 risultati, divisi per numero di sillabe, tra cui bunny, funny, money, runny, sunny, e per ogni parola c’è un link alla definizione. Si possono cercare anche sinonimi, antonimi, omofoni, parole con pronuncia simile, parole con le stesse consonanti, citazioni ecc.

Per la ricerca in base a sequenze di lettere, RhymeZone rimanda a una risorsa che mi piace moltissimo, OneLook, dove si possono fare vari tipi di ricerche usando non solo i soliti caratteri jolly (? e *) ma anche # per singole consonanti e @ per singole vocali. Molto utili i due punti per ricerche relative a uno specifico significato, ad es. p*:ireland trova tutte le parole che iniziano per p e che sono in qualche modo correlate con l’Irlanda.

Di OneLook apprezzo in particolare il Reverse Dictionary, che non è un dizionario inverso come quello italiano descritto ieri ma una risorsa per trovare parole partendo da definizioni o parole correlate. Riporto gli esempi delle varie opzioni descritte nella home page:

Trovare una parola partendo dalla definizione, ad es. barrel maker, museum guide, search for food, urge to travel, being tried twice for the same crime  
Analizzare concetti correlati, ad es. baseball, clouds, twisty, push  
Generare un elenco di parole in una categoria specifica, ad es. large birds, green fruit, Canadian authors  
Trovare parole formulando domande, ad es. What is the capital of Vietnam?, Who is Big Bird’s friend on Sesame Street?, What is the longest river in the world? 
Risolvere cruciverba usando caratteri jolly, ad es. ??lon:synthetic fabric,
s?nt?:christmas, l*ch*:fruit, ??????:hit, c*:board game 

Vedi anche: Dizionari di inglese online e Dizionari delle collocazioni dell’inglese

# nomi inglesi del cancelletto #

Ho trovato interessante hash / pound / number sign (titolo composto dai tre termini più comunemente usati in inglese per identificare il simbolo #) e scoprire, in particolare dai commenti a questo e a un altro post, The "pound sign" mystery, che il cancelletto viene chiamato in molti altri modi, con ulteriori differenze d’uso tra la varietà americana, dove prevalgono pound sign e number sign, e quella britannica, che invece privilegia hash (sign).

cancelletto Alcuni esempi di nomi: octothorpe e le varianti octothorp, octathorp, octothorn, and octatherp (le possibili etimologie sono molto curiose ma fanno quasi tutte risalire oct- alle otto punte del simbolo), crosshatch symbol, square (UK), gate (UK), double cross symbol (diverso da , double dagger), tick-tack-toe sign (con riferimento al gioco del tris), crunch (gergale, usato in ambito mainframe) e sharp symbol (in questo caso # viene confuso con , il simbolo musicale del diesis, che però ha le barrette lunghe perpendicolari e quelle corte inclinate, l’opposto del cancelletto).

Il simbolo # ha inoltre il significato di “inserire spazio” nelle revisioni di testo e può indicare “frattura” negli appunti dei medici americani.

Perché si chiama pound sign?

In molti fanno risalire l’origine di pound sign all’abbreviazione lb per la libbra (pound): nella scrittura a mano le due lettere sarebbero state unite in e da qui si sarebbe poi arrivati alla forma del cancelletto (non c’entrano croci o altri simboli religiosi).

Ci sono comunque altre teorie per il nome pound sign, come descritto in The "pound sign" mystery: in seguito a una revisione del codice Baudot (un sistema di codifica di caratteri per telescriventi), a una specifica combinazione di tasti nelle versioni internazionali del codice era stato assegnato il simbolo £, usato anche per la sterlina (pound) e per questo poco utile negli Stati Uniti, cosicché nella versione americana alla stessa combinazione era stato fatto corrispondere il simbolo # e questo, in inglese americano, potrebbe aver portato al nome pound sign per il cancelletto.

Hashtag in Twitter

Ancora più incerta l’origine di hash sign, forse da hatch che è un tipo di tratteggio con linee parallele molto ravvicinate.

Nella terminologia ufficiale del servizio di microblogging Twitter, il simbolo # è chiamato hashtag. Come già descritto qui, si aggiunge come tag davanti a parole chiave per facilitare la categorizzazione dei messaggi e le ricerche per argomento. Nell’uso comune, però, sia in Twitter che in altri contesti informatici, un hashtag è invece ciascuna parola marcata in questo modo, ad esempio #terminologia.

Aggiornamento gennaio 2013 – Dettagli in Hashtag, parola e simbolo.

geek e nerd, dork e dweeb

Dopo la pubblicazione di questo post (giugno 2010), è diventato più marcato lo slittamento di significato subito dalla parola geek e ora prevalgono le connotazioni positive, registrate negli aggiornamenti.


L’ultima vignetta di XKCD è su geek e nerd, due termini colloquiali usati ormai da parecchio tempo anche in italiano (in particolare nerd) ma le cui sfumature di significato non sono sempre ovvie:

The definitions I grew up with were that a geek is someone unusually into something (so you could have computer geeks, baseball geeks, theater geeks, etc) and nerds are (often awkward) science, math, or computer geeks. But definitions vary.

Geek vs nerd

Come sempre in XKCD, va letto il testo che appare al passaggio del mouse: una differenza tra geek e nerd è che i primi sarebbero individui fissati con particolari attività o cose e i secondi sarebbero una sottospecie di geek, spesso socialmente imbranati e focalizzati soprattutto su materie scientifiche, come matematica e informatica. Esistono comunque varie definizioni.

La differenza tra geek e nerd non è ovvia neanche per chi è di madrelingua inglese: molti dizionari li considerano sinonimi (esempi di definizioni: geek e nerd nel Longman Dictionary of Contemporary English, geek e nerd nel Macmillan Dictionary) ma in giro abbondano spiegazioni di ogni genere per distinguerli, come ad es. la guida per riconoscere geek e nerd.

Da un punto di vista diacronico si nota anche un’evoluzione nella percezione del significato: nel tempo si sono attenuate le connotazioni negative, specialmente tra alcuni gruppi sociali, e c’è infatti chi si autodefinisce geek o nerd (ma i dizionari non registrano ancora questa accezione positiva, come fa notare Geeks Are Still Being Bullied By Dictionaries).
Aggiornamento novembre 2012 – Anche Are ‘geek’ and ‘nerd’ now positive terms? analizza e conferma lo slittamento di significato che stanno subendo geek e nerd.

Dork e dweeb

Efficace e divertente il diagramma qui sotto, che include anche dork e dweeb, altri due termini colloquiali che spesso vengono confusi perché descrivono individui goffi e dall’aspetto e dall’abbigliamento che lasciano alquanto a desiderare, ma mentre dork fa pensare a ottusità, dweeb può avere anche la connotazione di “secchione” (esempi di definizioni: dork e dweeb nel LDOCE, dork e dweeb nel Macmillan Dictionary):

 The Difference between Nerd, Dork, and Geek Explained by a Venn Diagram

[fonte originale: Great White Snark; altra infografica e vignette nei commenti qui sotto]

Facezie a parte, le rappresentazioni grafiche delle relazioni tra concetti possono essere molto utili nel lavoro terminologico multilingue, specialmente se vanno trovate soluzioni ad hoc perché non c’è una corrispondenza diretta tra la terminologia della lingua di partenza e quella della lingua di arrivo. Per l’inglese, due risorse che rappresentano graficamente le relazioni tra i concetti usando i dati di WordNet sono Visual Thesaurus e Visuwords.


Aggiornamenti

Dicembre 2012: La differenza tra jock e geek

Luglio 2013: Un confronto tra geek e nerd (un’analisi delle parole che appaiono con maggiore frequenza in associazione a geek e nerd evidenzia punti in comune e differenze).

Dicembre 2013: Collins Dictionary Online ha scelto geek come parola dell’anno per il 2013 per sottolineare l’evoluzione anche molto rapida che possono subire le parole: in inglese geek ha ormai perso le connotazioni negative e ora descrive una “persona competente ed entusiasta in un ambito specifico”. Dettagli in ‘Word of the Year’ – the changing face of words.

Come si dice caffè a Trieste?

Trieste in tazzina - promotrieste.itNei commenti al post di ieri Enrico cita  Salvalingua che rimanda a un elenco di 111 tipi di caffè che si possono bere in Italia.

Mi ha fatto tornare in mente che a Trieste, dove ho frequentato l’università, la terminologia che descrive il caffè è alquanto diversa da quella usata nel resto d’Italia. A parte nero in b (pronunciato con la e rigorosamente aperta!), non mi ero mai preoccupata di impararla perché il caffè non mi piace e così, quando avevo dovuto ordinare per un amico giapponese, avevo scatenato le ire del barista dicendo “Vorrei quello che noi in Italia chiamiamo cappuccino”.  Ehm…

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Ci pensa il Goethe-Institut (!) a chiarire la terminologia triestina del caffè.
Ecco cosa scrive Massimo Cirri

Il caffè, a Trieste, dopo tanto intreccio con la città, ha generato una lingua propria e difficile: c’è il Nero, caffè espresso in tazzina; il Nero in B, caffè espresso identico all’altro ma servito in un bicchiere di vetro; il Capo, caffè espresso macchiato con latte servito in tazzina; il Capo in B, caffè espresso macchiato con latte ma deposto in un bicchiere; il Deca, caffè espresso decaffeinato in tazzina ed il Deca in B, omologo in bicchiere. Il Capo Deca indica l’espresso decaffeinato macchiato in tazzina ed il Capo Deca in B lo stesso ma in bicchiere di vetro. Il Gocia indica la variante di una goccia di schiuma di latte al centro del caffè e, intuitivamente, la si può applicare solo al Nero, al Nero in B ed ai due Deca. Il Capo in B tanta dovrebbe allora indicare tanta schiuma nel latte che macchia il caffè. Ma non ne sono più tanto sicuro. In più, ad aumentare i dubbi del viaggiatore davanti al barista, quello che i triestini chiamano Caffellatte nel resto d’Italia è un cappuccino. In molti anni di frequentazione di questa bella città non ho mai capito cosa diavolo si debba chiedere se una mattina si vuol bere quello che in Italia si chiama caffellatte.” 

©  Goethe-Institut

In tema caffè, vedi anche: Trenta: quasi un litro in America


Immagine da Trieste in tazzina, un documento di Promotrieste ora non più disponibile online.