Terminologia etc.

Terminologia, localizzazione, traduzione e altre considerazioni linguistiche

Post con tag “sinonimi”

Le parole della politica

Mi ha fatto sorridere Le nuove parole d’ordine (sparso) della politica (La Stampa), un glossarietto di voci che in questi giorni di probabile nuovo governo Monti sono salite o tornate alla ribalta nei teatrini della politica. Si va da appoggio esterno a veti incrociati, passando per banda bassotti e passo indietro. Un esempio con il superlativo improprio governissimo, “governo sostenuto dalla coalizione di quasi tutti i partiti”:

Governissimo – O governo tecnico. O governo tecnico con discontinuità. O di salute pubblica. O della larghe intese. O di larghe convergenze. O di tregua. O di unità nazionale. O di responsabilità nazionale. O di solidarietà nazionale. O di garanzia. O istituzionale. O di decantazione. O per le riforme. O di legittimazione parlamentare. O di transizione. O della salvezza. O di emergenza. Purché serio. Purché a termine. Purché a obiettivo. Purché ambizioso. Purché bipartisan. Purché condiviso. Purché non sia un governicchio. Un governicchio? No, serve un governissimo. O un governo tecnico…

Dal glossarietto sono esclusi neologismi od occasionalismi legati alla politica, alcuni dei quali si possono però trovare nel blog Salvalingua (ad es. Merkozy e Papasconi).
.

Aggiornamento 15 novembre 2011 – In un’intervista appena sentita alla radio, il linguista Luca Serianni è intervenuto su espressioni come bunga bunga, scesa in campo e mi consenta, evidenziando che rimarranno legate a un preciso periodo politico e quindi la loro frequenza d’uso diminuirà. Per un eventuale governo Monti ha previsto un linguaggio meno marcato e meno alla ricerca del pittoresco, con ridotta inventiva linguistica; a proposito di lacrime e sangue, ha ricordato che si tratta di una formula di tradizione ormai antica, resa famosa da Churchill (che a sua volta l’aveva presa in prestito da Garibaldi).


Vedi anche: 150 anni (e più) di unità linguistica per un’altra osservazione sul linguaggio della politica contemporanea e [aggiornamento gennaio 2013] alcuni commenti sulla contrapposizione tra lo scendere in campo di Berlusconi e il salire in politica di Monti.

film ≠ movie

È una delle prime differenze tra inglese britannico e americano che si imparano a scuola: in Europa al cinema si proiettano film e negli Stati Uniti invece movie*.

In realtà gli americani usano entrambe le parole, con sfumature di significato diverse, come evidenzia lo slogan nei poster dell’ultimo New York International Latino Film Festival:

slogan (via Tutti i giardinieri sono ispanici) 

La parola movie descrive soprattutto le produzioni commerciali, destinate al grande pubblico, mentre film identifica le pellicole d’autore, ovvero produzioni artistiche. I festival del cinema sono infatti film festival, ad es. Sundance Film Festival, Toronto International Film Festival ecc.

Un altro sinonimo di film è flick ma quasi esclusivamente in contesti familiari o colloquiali, ad esempio nel nome del genere chick flick. [Aggiornamento] La parola flick è riconoscibile anche nel nome Netflix, con variante grafica che trasforma flicks in flix.


* Andrebbe comunque detto che movie è una parola ormai usata anche nel Regno Unito.

Mulini da olio

olive_oilDescrizione di prodotti tipici della Toscana in un libro di viaggi tradotto dall’inglese:

L’olio extravergine di oliva viene venduto fresco direttamente
al mulino

Mi è sembrata una descrizione insolita perché se si pensa all’edificio dove si frantumano e macinano le olive, in italiano viene in mente la parola frantoio. Esiste comunque anche mulino da olio, un geosinonimo meno conosciuto.

In questi casi credo sia preferibile escludere i regionalismi e optare per il lessico più frequente, per evitare che il testo susciti perplessità (“ma vendono olio o farina?”) e di riflesso le informazioni risultino meno attendibili.

Forse però qui si tratta semplicemente di una traduzione letterale. Come mulino in italiano, anche la parola inglese mill ha vari significati e può descrivere sia macchinari che macinano e/o frantumano (o macinini, ad es. coffee mill e pepper mill) che luoghi di lavorazione di vari materiali (ad es. cotton mill, textile mill, paper mill, steel mill ecc.). Il frantoio è [olive] mill.


Vedi anche Fungo e mushroom, per un altro tipo di traduzione letterale dall’inglese.

Scopo dei glossari… e nocciolo degli affari

Quando si crea una raccolta terminologica, prima ancora di decidere la struttura dei dati è essenziale definirne scopo e destinatario, anche se si tratta di un glossario di poche decine di voci. Può sembrare ovvio, eppure ignorare queste indicazioni di base è spesso causa di raccolte non accurate e/o che non incontrano le aspettative dell’utente.

Ci pensavo dando un’occhiata a un sito italiano che si prefigge di contrastare l’uso smodato dei prestiti dall’inglese. Viene proposto un glossario il cui scopo è dare un “aiuto per vincere la pigrizia e riscoprire il vecchio amore per la nostra lingua” con “esempi delle parole inglesi più utilizzate e l’alternativa prevista invece dall’italiano.  

Ci si aspetterebbe un elenco di prestiti di lusso e corrispettivi sinonimi italiani intercambiabili, come weekend fine settimana, e che i prestiti di necessità (o forestierismi insostituibili) ne siano esclusi. Non è così, anzi, è difficile identificare i criteri di compilazione del glossario, e si rilevano invece problemi abbastanza tipici.

(altro…)

Earworm, Ohrwurm e “Strüdel”

Peccato che in italiano non ci sia un equivalente della parola tedesca Ohrwurm (in inglese c’è il calco di traduzione earworm*), estremamente efficace per descrivere l’orrendo motivetto tiroleggiante che oggi, complice una martellante pubblicità radiofonica, non riesco a togliermi dalla testa. O forse si potrebbe dire tarlo musicale?

striscia di Pearls Before Swine
Striscia: Pearls Before Swine di Stephan Pastis

(altro…)

decifrare, decodificare, decrittare, decriptare…

Torno a citare il forum Scioglilingua per una discussione sul verbo decrittare (a cui aggiungo le varianti decriptare e decrittografare). Vari punti di vista:

tipico esempio di sudditanza nei confronti dell’inglese (qui)
accettabile perché non deriva dall’inglese ma dal greco (qui e qui)
forzatura, pseudo-neologismo: meglio usare decodificare (qui)
brutta parola, né utile né necessaria: ci sono già decifrare e decodificare (qui)

È interessante perché consente di evidenziare la differenza tra lessico generico (parole) e lessico specializzato (termini).

decryptEtimologia a parte, il verbo decrittare è arrivato in italiano dall’inglese decrypt. Nel lessico generico inglese, documentato dai dizionari, decrypt, decode e decypher/decipher sono considerati sinonimi.

Nel lessico specializzato inglese, invece, ciascun termine (e ogni termine correlato) identifica concetti specifici usati in ambiti specifici. Nel Dizionario enciclopedico di informatica, ad esempio, si trovano queste differenze:

encode – trasformare la rappresentazione di informazioni, ad es. convertire un formato grafico in un altro, comprimere dati ecc. Sinonimo: code 
decode – riconvertire le informazioni codificate nel formato originale, ad es. decomprimere dati precedentemente compressi
encipher / encrypt – trasformare la rappresentazione di informazioni allo scopo di renderle incomprensibili a eventuali intrusi che intercettassero il messaggio
decipher / decrypt – ripristinare nella loro forma originale delle informazioni rese incomprensibili mediante cifratura per evitare che le informazioni vengano carpite nel caso cadano in mano a un intruso

Nella comunicazione di messaggi c’è chi fa invece queste distinzioni:

encode – trasformare intere parole o frasi in altre parole o frasi
encipher – trasformare lettere o simboli individualmente
encrypt – termine sovraordinato che include sia encode che encipher

Anche in altri ambiti specializzati, decrypt e decipher non sono sinonimi:

decrypt fa riferimento a dati che sono stati deliberatamente trasformati perché risultassero incomprensibili (cfr. l’intervento firmato duccio)
decipher è relativo, ad es., all’analisi di documenti antichi, scritti in una lingua o in un alfabeto sconosciuti, oppure all’analisi del codice genetico contenuto nel DNA, quindi dati che sono intrinsecamente complessi da interpretare ma che non sono stati precedentemente manipolati

Questi sono solo alcuni esempi, sufficienti però a confermare, ancora una volta, che ogni termine non andrebbe mai considerato singolarmente ma sempre all’interno del sistema concettuale a cui appartiene.

Tornando all’italiano e al forum Scioglilingua, mi sembra eccessivo stigmatizzare una parola solo perché sembra brutta, perché è un calco o perché esistono già parole (apparentemente) simili: come in inglese, in ambiti generici si può ovviamente usare il sinonimo che piace di più, invece in alcuni ambiti specializzati decrittare (e non decodificare o decifrare) sarà l’unico termine possibile per identificare in modo univoco un concetto specifico, differenziandolo da quelli correlati.


Vedi anche: Che relazione c’è tra obsoleto, disapprovato e deprecato? sulla distinzione, non sempre ovvia, tra significato generico e significato specializzato.


PS  Un suggerimento agli studenti che so che leggono il blog: i termini sono “etichette” a volte abbastanza intercambiabili, specialmente in alcuni ambiti come l’informatica; nelle traduzioni specializzate, se non è disponibile la terminologia specifica del progetto ma si usano dizionari o glossari specializzati acquisiti da altre fonti, in certi casi è meglio non fidarsi al 100% dei termini “già pronti” ma è preferibile verificare i concetti per assicurarsi che il sistema concettuale descritto e quello su cui si sta lavorando corrispondano. Esempio: Font, typeface, famiglie e tipi di carattere.

blog ≠ post

Mi piace molto Johnson, il blog di The Economist sull’uso e l’abuso del linguaggio nella politica, nell’economia e nella cultura (il nome deriva dall’autore del dizionario inglese ma spesso vengono discusse anche altre lingue).

blog ≠ postDevo ammettere che qualche giorno fa ho provato una certa soddisfazione nel leggere Check out this blog e scoprire che uno degli autori condivide un mio pet hate: la parola blog usata erroneamente come sinonimo di post o posting, ad es. I just wrote a new blog on X.

Temo che l’uso non corretto di blog si stia diffondendo anche in italiano (ad es.*ho scritto un blog su XYZ), eppure la differenza tra i due termini dovrebbe essere chiara: questo blog si chiama Terminologia etc. mentre il post è intitolato blog ≠ post.

Vedi anche: 10 anni della parola blog.


Per chi eventualmente arrivasse qui con una ricerca sulla differenza di significato tra blog e post, riporto due definizioni:

blog un sito internet, generalmente gestito da una persona o da un ente, in cui l’autore (blogger) pubblica più o meno periodicamente, come in una sorta di diario online, i propri pensieri, opinioni, riflessioni, considerazioni ed altro, assieme, eventualmente, ad altre tipologie di materiale come immagini o video [Wikipedia]
post messaggio testuale, con funzione di opinione o commento, inviato in uno spazio comune su Internet per essere pubblicato. Tali spazi possono essere blog, newsgroup, forum (o board)  [Wikipedia]

…gnificato blog

Regionalismi e gestione della terminologia

Prendo spunto da un commento a Ciaspole, ciaspe, racchette da neve… e da un articolo di BBC News, You have a regional dialect – even on Twitter, per accennare a due tipi di regionalismi che descrivono fenomeni di variazione diatopica (il modo in cui una lingua cambia nello spazio geografico):

Geosinonimi: parole diverse che in luoghi diversi descrivono gli stessi concetti. Esempi: affittare al nord, appigionare in Toscana e fittare e locare al sud; anguria al nord, cocomero in Romagna e al centro, melone d’acqua al sud; i nomi dei dolci fritti tipici di carnevale (frappe, chiacchiere, cenci, crostoli, galani, sfrappole…) o le espressioni per marinare la scuola.
Geoomonimi: parole identiche nella forma che in luoghi diversi sono associate a concetti diversi. Esempi: in alcune parti del Veneto il balcone è l’imposta (scuro) mentre il cocomero è il cetriolo (anche in alcune zone della Sicilia); in Romagna il panno è la coperta; al sud tovaglia equivale ad asciugamano (telo); in alcune parti d’Italia temperino è un coltello, in altre un temperamatite; in Toscana il mestolo è un cucchiaio di legno, al nord invece è un utensile per cibi liquidi (ramaiolo in Toscana).

I fenomeni di geosinonimia e geoomonimia riguardano in particolare cibo, mestieri e nomi di oggetti e strumenti di uso comune, per i quali non c’è stata una standardizzazione terminologica a livello nazionale (l’italiano standard è modellato su una lingua letteraria abbastanza estranea a questi argomenti).

In quest’ottica, anche per un’azienda che operi in un contesto unicamente monolingue è un vantaggio avere un sistema di gestione della terminologia che documenti le varianti regionali: l’ottimizzazione delle ricerche dei propri prodotti è l’applicazione pratica più ovvia.

oggetto1Ad esempio, in un catalogo online di articoli per l’ufficio, lo strumento raffigurato a destra dovrebbe risultare nelle ricerche per cucitrice, oggetto2puntatrice, pinzatrice, spillatrice e graffettatrice; in un catalogo di forniture per cucine potrebbero venire inclusi lavello, lavandino, acquaio e secchiaio (cfr. i sanitari lavabo e lavandino!); chi produce l’articolo a sinistra dovrebbe tener conto di appendiabiti, ometto, appendino, attaccapanni, gruccia, stampella, croce...   

Altri esempi in:

♦  Nespole!
♦  Si dice in Romagna…
♦  …e si dice in Lombardia
♦  Regionalismi a Palermo
♦  Dialettismi e regionalismi
♦  Geosinonimi italiani in ALIQUOT
♦  Ciaspole, ciaspe, racchette da neve… e racchettoni


Nota  In inglese dialect può indicare due concetti diversi:

1 qualsiasi varietà linguistica associabile a un gruppo specifico di parlanti (il significato usato nell’articolo citato all’inizio)
2 lo stesso significato di dialetto in italiano, “un sistema linguistico usato in zone geograficamente limitate e in un ambito socialmente e culturalmente ristretto, divenuto secondario rispetto a un altro sistema dominante e non utilizzato in ambito ufficiale o tecnico-scientifico” (De Mauro)

[Aggiornamento] Maggiori dettagli in Esempi di "dialetti" inglesi.

 

Dizionari inversi per l’inglese

Nei commenti a Dizionario inverso dell’italiano ho aggiunto due riferimenti per l’inglese, che ripropongo qui.

RhymeZone consente di trovare le rime inglesi in base alla pronuncia della parola, ad es. cercando parole e frasi che facciano rima con honey si ottengono 40 risultati, divisi per numero di sillabe, tra cui bunny, funny, money, runny, sunny, e per ogni parola c’è un link alla definizione. Si possono cercare anche sinonimi, antonimi, omofoni, parole con pronuncia simile, parole con le stesse consonanti, citazioni ecc.

Per la ricerca in base a sequenze di lettere, RhymeZone rimanda a una risorsa che mi piace moltissimo, OneLook, dove si possono fare vari tipi di ricerche usando non solo i soliti caratteri jolly (? e *) ma anche # per singole consonanti e @ per singole vocali. Molto utili i due punti per ricerche relative a uno specifico significato, ad es. p*:ireland trova tutte le parole che iniziano per p e che sono in qualche modo correlate con l’Irlanda.

Di OneLook apprezzo in particolare il Reverse Dictionary, che non è un dizionario inverso come quello italiano descritto ieri ma una risorsa per trovare parole partendo da definizioni o parole correlate. Riporto gli esempi delle varie opzioni descritte nella home page:

Trovare una parola partendo dalla definizione, ad es. barrel maker, museum guide, search for food, urge to travel, being tried twice for the same crime  
Analizzare concetti correlati, ad es. baseball, clouds, twisty, push  
Generare un elenco di parole in una categoria specifica, ad es. large birds, green fruit, Canadian authors  
Trovare parole formulando domande, ad es. What is the capital of Vietnam?, Who is Big Bird’s friend on Sesame Street?, What is the longest river in the world? 
Risolvere cruciverba usando caratteri jolly, ad es. ??lon:synthetic fabric,
s?nt?:christmas, l*ch*:fruit, ??????:hit, c*:board game 

Vedi anche: Dizionari di inglese online e Dizionari delle collocazioni dell’inglese

# nomi inglesi del cancelletto #

Ho trovato interessante hash / pound / number sign (titolo composto dai tre termini più comunemente usati in inglese per identificare il simbolo #) e scoprire, in particolare dai commenti a questo e a un altro post, The "pound sign" mystery, che il cancelletto viene chiamato in molti altri modi, con ulteriori differenze d’uso tra la varietà americana, dove prevalgono pound sign e number sign, e quella britannica, che invece privilegia hash (sign).

cancelletto Alcuni esempi di nomi: octothorpe e le varianti octothorp, octathorp, octothorn, and octatherp (le possibili etimologie sono molto curiose ma fanno quasi tutte risalire oct- alle otto punte del simbolo), crosshatch symbol, square (UK), gate (UK), double cross symbol (diverso da , double dagger), tick-tack-toe sign (con riferimento al gioco del tris), crunch (gergale, usato in ambito mainframe) e sharp symbol (in questo caso # viene confuso con , il simbolo musicale del diesis, che però ha le barrette lunghe perpendicolari e quelle corte inclinate, l’opposto del cancelletto).

Il simbolo # ha inoltre il significato di “inserire spazio” nelle revisioni di testo e può indicare “frattura” negli appunti dei medici americani.

Perché si chiama pound sign?

In molti fanno risalire l’origine di pound sign all’abbreviazione lb per la libbra (pound): nella scrittura a mano le due lettere sarebbero state unite in e da qui si sarebbe poi arrivati alla forma del cancelletto (non c’entrano croci o altri simboli religiosi).

Ci sono comunque altre teorie per il nome pound sign, come descritto in The "pound sign" mystery: in seguito a una revisione del codice Baudot (un sistema di codifica di caratteri per telescriventi), a una specifica combinazione di tasti nelle versioni internazionali del codice era stato assegnato il simbolo £, usato anche per la sterlina (pound) e per questo poco utile negli Stati Uniti, cosicché nella versione americana alla stessa combinazione era stato fatto corrispondere il simbolo # e questo, in inglese americano, potrebbe aver portato al nome pound sign per il cancelletto.

Hashtag in Twitter

Ancora più incerta l’origine di hash sign, forse da hatch che è un tipo di tratteggio con linee parallele molto ravvicinate.

Nella terminologia ufficiale del servizio di microblogging Twitter, il simbolo # è chiamato hashtag. Come già descritto qui, si aggiunge come tag davanti a parole chiave per facilitare la categorizzazione dei messaggi e le ricerche per argomento. Nell’uso comune, però, sia in Twitter che in altri contesti informatici, un hashtag è invece ciascuna parola marcata in questo modo, ad esempio #terminologia.

Aggiornamento gennaio 2013 – Dettagli in Hashtag, parola e simbolo.

geek e nerd, dork e dweeb

Dopo la pubblicazione di questo post (giugno 2010), è diventato più marcato lo slittamento di significato subito dalla parola geek e ora prevalgono le connotazioni positive, registrate negli aggiornamenti.


L’ultima vignetta di XKCD è su geek e nerd, due termini colloquiali ormai entrati anche in italiano, soprattutto nerd, ma le cui sfumature di significato non sono sempre ovvie:

The definitions I grew up with were that a geek is someone unusually into something (so you could have computer geeks, baseball geeks, theater geeks, etc) and nerds are (often awkward) science, math, or computer geeks. But definitions vary.

Geek vs nerd

Come sempre in XKCD, va letto il testo che appare al passaggio del mouse: una differenza tra geek e nerd è che i primi sarebbero individui fissati con particolari attività o cose e i secondi sarebbero una sottospecie di geek, spesso socialmente imbranati e focalizzati soprattutto su materie scientifiche, come matematica e informatica. Esistono comunque varie definizioni.

La differenza tra geek e nerd non è ovvia neanche per chi è di madrelingua inglese: molti dizionari li considerano sinonimi (esempi di definizioni: geek e nerd nel Longman Dictionary of Contemporary English, geek e nerd nel Macmillan Dictionary) ma in giro abbondano spiegazioni di ogni genere per distinguerli, tipo la guida per riconoscere geek e nerd.

Da un punto di vista diacronico si nota anche un’evoluzione nella percezione del significato: nel tempo si sono attenuate le connotazioni negative, specialmente tra alcuni gruppi sociali, e c’è infatti chi si autodefinisce geek o nerd (ma i dizionari non registrano ancora questa accezione positiva, come fa notare Geeks Are Still Being Bullied By Dictionaries).
Aggiornamento novembre 2012 – Anche Are ‘geek’ and ‘nerd’ now positive terms? analizza e conferma lo slittamento di significato che stanno subendo geek e nerd.

Dork e dweeb

Efficace e divertente il diagramma qui sotto, che include anche dork e dweeb, altri due termini colloquiali che spesso vengono confusi perché descrivono individui goffi e dall’aspetto e dall’abbigliamento che lasciano alquanto a desiderare, ma mentre dork fa pensare a ottusità, dweeb può avere anche la connotazione di “secchione” (esempi di definizioni: dork e dweeb nel LDOCE, dork e dweeb nel Macmillan Dictionary):

 The Difference between Nerd, Dork, and Geek Explained by a Venn Diagram

[fonte originale: Great White Snark; altra infografica e vignette nei commenti qui sotto]

Facezie a parte, le rappresentazioni grafiche delle relazioni tra concetti possono essere molto utili nel lavoro terminologico multilingue, specialmente se vanno trovate soluzioni ad hoc perché non c’è una corrispondenza diretta tra la terminologia della lingua di partenza e quella della lingua di arrivo. Per l’inglese, due risorse che rappresentano graficamente le relazioni tra i concetti usando i dati di WordNet sono Visual Thesaurus e Visuwords.


Aggiornamenti

Dicembre 2012: La differenza tra jock e geek

Luglio 2013: Un confronto tra geek e nerd (un’analisi delle parole che appaiono con maggiore frequenza in associazione a geek e nerd evidenzia punti in comune e differenze).

Dicembre 2013: Collins Dictionary Online ha scelto geek come parola dell’anno per il 2013 per sottolineare l’evoluzione anche molto rapida che possono subire le parole: in inglese geek ha ormai perso le connotazioni negative e ora descrive una “persona competente ed entusiasta in un ambito specifico”. Dettagli in ‘Word of the Year’ – the changing face of words.

Come si dice caffè a Trieste?

Trieste in tazzina - promotrieste.itNei commenti al post di ieri Enrico cita  Salvalingua che rimanda a un elenco di 111 tipi di caffè che si possono bere in Italia.

Mi ha fatto tornare in mente che a Trieste, dove ho frequentato l’università, la terminologia che descrive il caffè è alquanto diversa da quella usata nel resto d’Italia. A parte nero in b (pronunciato con la e rigorosamente aperta!), non mi ero mai preoccupata di impararla perché il caffè non mi piace e così, quando avevo dovuto ordinare per un amico giapponese, avevo scatenato le ire del barista dicendo “Vorrei quello che noi in Italia chiamiamo cappuccino”.  Ehm…

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Ci pensa il Goethe-Institut (!) a chiarire la terminologia triestina del caffè.
Ecco cosa scrive Massimo Cirri

Il caffè, a Trieste, dopo tanto intreccio con la città, ha generato una lingua propria e difficile: c’è il Nero, caffè espresso in tazzina; il Nero in B, caffè espresso identico all’altro ma servito in un bicchiere di vetro; il Capo, caffè espresso macchiato con latte servito in tazzina; il Capo in B, caffè espresso macchiato con latte ma deposto in un bicchiere; il Deca, caffè espresso decaffeinato in tazzina ed il Deca in B, omologo in bicchiere. Il Capo Deca indica l’espresso decaffeinato macchiato in tazzina ed il Capo Deca in B lo stesso ma in bicchiere di vetro. Il Gocia indica la variante di una goccia di schiuma di latte al centro del caffè e, intuitivamente, la si può applicare solo al Nero, al Nero in B ed ai due Deca. Il Capo in B tanta dovrebbe allora indicare tanta schiuma nel latte che macchia il caffè. Ma non ne sono più tanto sicuro. In più, ad aumentare i dubbi del viaggiatore davanti al barista, quello che i triestini chiamano Caffellatte nel resto d’Italia è un cappuccino. In molti anni di frequentazione di questa bella città non ho mai capito cosa diavolo si debba chiedere se una mattina si vuol bere quello che in Italia si chiama caffellatte.” 

©  Goethe-Institut

In tema caffè, vedi anche: Trenta: quasi un litro in America


Immagine da Trieste in tazzina, un documento di Promotrieste ora non più disponibile online.


Il Corriere e le parole “tech” da non usare più

Le parole tech da non usare più - articolo del Corriere della Sera Grazie a Paola ho letto, anche se con qualche giorno di ritardo, Le parole «tech» da non usare più, un articolo del Corriere della Sera che si riprometteva di mettere in evidenza “espressioni o vocaboli che, secondo Business Week, è meglio non pronunciare in un colloquio di lavoro per non sembrare obsoleti” ma che invece ha mostrato una notevole confusione nel proporre un argomento a sfondo tecnologico, come ben sottolineato dai commenti dei lettori.

Innanzitutto non credo abbia molto senso prendere un articolo scritto in inglese, con riferimenti specifici a quella lingua, e riproporlo a lettori italiani con gli stessi esempi, senza adattamenti, addirittura suggerendo che al posto di un verbo spacciato come italiano (ma che in realtà non ha mai avuto una diffusione significativa) ne venga usato uno inglese:

Peggio ancora va se provate la locuzione surfare sul web, legata a un’internet della prima ora ormai molto, troppo «vintage». Il massimo, per esprimere il concetto di navigare, è usare to google.

Stupisce però ancora di più come concetti diversi e relativa terminologia siano stati confusi tra loro, senza verificare se effettivamente ci fosse sinonimia. Faccio un esempio non informatico: è come se avessero affermato che, per fare riferimento a un sistema di comunicazione molto diffuso qualche decina di anni fa, la parola telex è superata e al suo posto si dovrebbe dire email!

Stando all’articolo, infatti, sarebbero le “parole tecnologiche” che descrivono soluzioni o tecnologie a diventare obsolete, anziché le tecnologie stesse, una conclusione che lascia parecchio perplessi. Va invece considerato che di solito la terminologia che descrive tecnologie mature, quindi poco suscettibili a ulteriori evoluzioni, è consolidata e raramente soggetta a modifiche.

La nota aggiunta dalla redazione per precisare il senso dell’articolo non elimina i dubbi:

[…] uno spunto interessante per sottolineare come il linguaggio sia ormai destinato a essere molto spesso in ritardo rispetto all’evoluzione della tecnologia, come ben dimostra il proliferare di termini che cercano di definire “creature” sempre più ibride quali i netbook, i tablet pc, gli Ultra Mobile Pc, Mobile Internet devices, etc

Non è chiaro cosa intendano con “ritardo” del linguaggio, visto che i nuovi concetti che risultano da innovazioni e evoluzioni tecnologiche non potrebbero diffondersi se non fossero loro associati dei nomi che li descrivono e che permettono di differenziarli da concetti simili: è proprio il caso dei termini portati ad esempio (netbook, tablet PC, UMPC e MID). Ogni lingua ha le sue strategie per scegliere la terminologia che deve rappresentare nuovi concetti, in particolare quelli nati in altri contesti linguistici; è noto che l’italiano ricorre volentieri al prestito, ma questo non va visto come un’incapacità di stare al passo con l’innovazione, come forse implica la nota del Corriere, bensì come una delle tante possibilità di formazione di neologismi da sempre in uso nella nostra lingua.

Per finire, una modifica dell’articolo rispetto alla prima versione cerca di deviare alcune responsabilità sul testo originale ma, secondo me, non fa che sottolineare la confusione fatta tra argomenti potenzialmente obsoleti e la terminologia necessaria per discuterli:

Versione originale Versione modificata
L’Extranet, invece, popolare alla fine degli anni ‘90 è diventata electronic data interchange, ovvero EDI e non ha più senso, riferendosi alle reti interne, parlare di Intranet ma, se si vuol identificare una rete privata, l’acronimo da usare è VPN che sta per Virtual private network. L’Extranet, invece, popolare alla fine degli anni ‘90 è diventata Electronic data interchange, ovvero EDI e non ha più senso riferendosi alle reti interne, parlare di Intranet. Secondo il settimanale americano, che forza il significato dei termini in questione, per identificare una rete privata è meglio utilizzare l’acronimo è VPN che sta per Virtual private network.

 

Vedi anche:

Chiavetta USB, per un esempio di come alcune innovazioni possano inizialmente portare alla coesistenza di termini diversi, con la tendenza però alla standardizzazione e quindi alla scomparsa della terminologia ridondante, o comunque alla riduzione della sua frequenza d’uso, man mano che la tecnologia diventa più diffusa e più matura.

Attenzione alle spalle…, per un esempio di considerazioni terminologiche quando viene introdotto un nuovo concetto in un’altra lingua.

Infine, altri esempi di una certa disinvoltura del Corriere nel comunicare informazioni in origine in inglese: cross country race, tuxedo cat, lens, eastern egg e la pronuncia di love.

Ma si chiama influenza o febbre suina?

[Per chi arriva qui cercandoperché si chiama influenza suina?”: questo post documenta l’evoluzione del nome della malattia da un punto di vista terminologico, con vari aggiornamenti. Riassumendo: inizialmente si parlava di influenza suina perché il virus di tipo H1N1 che la causa è comunemente diffuso tra i maiali, anche se di solito non si trasmette dal maiale all’uomo. In un primo momento si era pensato che i casi di influenza identificati ad aprile 2009 nella popolazione messicana fossero dovuti a una mutazione del virus “suino”, diventato in grado di passare dal maiale all’uomo; stando a ricerche successive sembra invece che il ceppo del virus H1N1 che causa l’influenza negli umani sia mutato indipendentemente e non sia ancora stato isolato nei maiali e quindi è improprio chiamare “suina” l’influenza causata da virus di ceppi A/H1N1 come invece fanno vari media.]

Ma si chiama influenza o febbre suina?

H1N1Ieri [28 aprile 2009] la notizia che la Commissione europea cambia nome all’influenza suina per limitare gli effetti negativi sull’industria della carne di maiale: in inglese viene ribattezzata Novel influenza (flu) e nuova febbre in italiano.

Dubito che il nuovo nome italiano venga preso in considerazione dai mass media: troppo vago e neutro. Forse sarebbe stato più efficace influenza messicana, da abbreviare in messicana (sul modello di spagnola) ma non sarebbe stato politicamente corretto…

In ogni caso mi incuriosisce che in italiano coesistano le denominazioni influenza suina e febbre suina, a volte nello stesso testo. Per l’aviaria si parlava principalmente di influenza, chissà come mai in questo caso ha preso piede anche febbre suina (non sembra essere un termine medico, forse è un falso amico dall’inglese swine fever, in italiano peste suina, anche se dovrebbe essere chiaro che non c’entra niente: la peste suina è una malattia specifica dei maiali causata da tutt’altro tipo di virus).

Anche in altre lingue vengono usati sinonimi ma perlopiù si differenziano per il registro, formale/medico per il prestito dall’italiano influenza e meno formale per le alternative, ad es. influenza porcina e gripe porcina in spagnolo, swine influenza e swine flu in inglese, Schweineinfluenza e Schweinegrippe in tedesco, ecc.   

Intanto in Messico c’è qualcosa che si sta diffondendo molto più velocemente del virus: le nuove emoticon con il tapaboca (divertente sinonimo del più iberico mascarilla):

 tapaboca1     tapaboca2  

(grazie Alfredo per la segnalazione)

Aggiornamento 29 aprile In Influenza: sarà Big Bang?  la biologa Lisa Vozza fa il punto della situazione e aggiunge una nota sul nome della malattia:

Infine, il nome…
Influenza suina, ma siamo sicuri di volerla proprio chiamare così? Il virus nei maiali non è mai stato isolato, nonostante il gran numero di geni originari del ceppo virale suino. L’Organizzazione mondiale per la salute animale ha suggerito di chiamare il nuovo ceppo ‘influenza Nord Americana’; altri propongono che si chiami Messicana, dato il primo focolaio; altri ancora propendono per Californiana, data l’origine della prima sequenza genetica. Vedremo se aggettivi più politicamente corretti riusciranno a farci scordare il maiale (che infetto forse non fu mai).

Per l’origine del nome inglese, In Search of “Swine Flu” (con l’etimologia di influenza).

Aggiornamento 6 maggio Negli Stati Uniti il nome “ufficiale” della malattia è diventato H1N1 flu, dal tipo di virus, e forse verrà adottato anche in inglese (ne parla Swine flu or H1N1? da un punto di vista britannico e, con lo stesso titolo, Swine Flu or H1N1? da un punto di vista americano). Il Ministero della Salute italiano ricorre già a (nuova) influenza da virus A/H1N1 e i mass media hanno iniziato a sostituire l’aggettivo suino prima con riferimenti geografici (ad es. cosiddetta messicana, scoppiata nel Messico, ecc.) e poi con la sigla H1N1 o anche semplificando in influenza (di tipo) A.

In conclusione: per un terminologo, i cambiamenti subiti del nome della malattia sono un esempio affascinante di quanto rapidamente possa evolversi la terminologia che descrive un concetto che invece è già ben definito.

PS Per chi vuole saperne di più da un punto di vista scientifico: Il virus dell’influenza suina: cerchiamo di capirci qualcosa e per alcuni termini specifici un glossario multilingue (spagnolo, inglese, francese e italiano) con definizioni in spagnolo, a cura di un traduttore della Commissione europea.

Domande sulle risposte…

Post pubblicato il 23 ottobre 2008 in blogs.technet.com/terminologia


In questo periodo il mio team è alle prese con una mole di lavoro notevole (eufemismo!). Proprio quando il tempo manca, capita di avere a che fare con termini in apparenza semplicissimi ma che richiedono parecchia attenzione.

Sto cercando di capire quali siano le sfumature di significato tra tre termini inglesi, i verbi answer, reply e respond*. Appaiono in uno stesso contesto e non sono sinonimi ma identificano concetti specifici e tipi di risposta diversi. Peccato che in italiano oltre a rispondere non ci siano molte alternative (replicare va scartato perché viene già usato per replicate).

In questi casi è fondamentale che le definizioni siano il più precise possibile, con contesti d’uso specifici, per consentirci di trovare soluzioni su misura. Va deciso, ad esempio, quale dei tre concetti possa essere "privilegiato" associandogli il termine standard rispondere.

Troveremo sicuramente una soluzione, ci vuole solo un po’ pazienza per spiegare agli interlocutori americani che non tutte le lingue hanno a disposizione le stesse risorse lessicali dell’inglese ed è per questo che ci servono informazioni così dettagliate. E così continuano le domande sulle risposte…

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Non in questo contesto, ma l’inglese ha a disposizione anche riposte, termine della scherma e in senso figurato una risposta particolarmente arguta o incisiva a una critica o a un insulto.


Commento di .mau:

a me respond suona molto formale; answer più asettico; reply più diretto.   Dovessi usare per forza tre termini diversi, andrei su "reazione", "risposta", "controbattuta" ma ammetto che non li vedo bene come traduzione tecnica…

Commento di Iso:

Le tre parole testimoniano che la ricchezza di una lingua è frutto della contaminazione con altre lingue e culture.  Non sono perfetti sinonimi l’una dell’altra, anzi, ciascuna ha un innesco diverso: question per answer, demand per respond, state per reply.  Cercare ostinatamente la norma per ottenere che tutto un settore vi si conformi, più o meno forzatamente, sta minando la precisione nell’uso della lingua.

Mia precisazione:

Grazie Mau e Iso.
Effettivamente i tre verbi sono sinonimi nel senso che rappresentano una “reazione a un’azione” (signficato generico) ma hanno contesti d’uso e registri diversi (significato specifico), perlomeno nella lingua “standard” (quella documentata dai dizionari). In ambito informatico, quindi non più lessico generico ma specialistico, spesso interviene una certa creatività (e arbitrarietà) nell’assegnare significati specifici a termini già esistenti, e se poi consideriamo che spesso gli sviluppatori non sono di madrelingua inglese, le cose si complicano ulteriormente 😉
Supponiamo ad esempio che un programma preveda un certo tipo di azione Z, e che questa azione possa essere eseguita in tre modi diversi:

1 – automaticamente
2 – semiautomaticamente, in base a specifiche condizioni
3 – manualmente

In inglese potrei chiamare le tre modalità auto Z, conditional Z e manual Z, oppure potrei considerare eventuali sinonimi di Z, diciamo Y e X, e decidere arbitrariamente di chiamare i concetti 1, 2 e 3   X, Y e Z o, in alternativa, Z, Y e X. In questo ambito e con questo uso, i termini X, Y e Z sono diventati semplici etichette e anche se mantengono il significato generico, perdono quello specifico che hanno nella lingua standard per assumerne uno nuovo e peculiare dell’ambito specialistico.

In questo tipo di contesto, quando si decide la terminologia per la lingua di arrivo diventa importante lavorare sui concetti piuttosto che sui singoli termini inglesi, che rimangono il punto di partenza e il riferimento più importante a livello di significato generico ma vanno appunto visti come etichette.