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Ciaspole, ciaspe, racchette da neve… e racchettoni
Mi piace molto la montagna d’inverno e così non potevo non notare la recente bella campagna pubblicitaria della Regione Piemonte. A ogni foto di un’attività sulla neve è associata una definizione spiritosa, ad esempio:
| fuoripista, s.f. in piemontese è quella strada sulla neve che ciascuno ha la libertà di tracciare a piacere con un tratto continuo, a serpentina o anche a salti. | |
| sci, s.m. parola piemontese, caratteristica delle valli, indica la via maestra per godersi la montagna d’inverno. | |
| racchettoni, s.m. parola piemontese, indica uno dei passatempi preferiti di chi ha il pallino della neve. |
Per i dettagli e le offerte viene dato l’indirizzo www.piemonteitalia.eu.
Se però si prova a cercare racchettoni nel sito, non si ottiene alcuna informazione. Nessun risultato neanche per ciaspole*, il nome sempre più diffuso per descrivere questa attività: nelle pagine del sito si parla solo di racchette da neve, il termine dell’italiano standard.
Direi che è un esempio tipico dell’importanza della gestione della terminologia all’interno di un’azienda, non solo in ambito multilingue ma anche monolingue. Se tutti i team impegnati in un progetto, in questo ipotetico caso chi scrive la documentazione, chi crea la campagna pubblicitaria e chi si occupa del marketing, usufruissero di un sistema di gestione della conoscenza aziendale che permettesse di verificare immediatamente (clic del mouse) le voci di un database terminologico, potrebbero vedere che racchettone rappresenta il concetto “attrezzo costituito da un’intelaiatura che si fissa sotto lo scarpone per camminare nella neve fresca senza sprofondare” a cui sono associati anche altri termini, per ciascuno dei quali possono essere specificate modalità e note d’uso:
| ▄ | racchetta da neve potrebbe essere indicato come il termine preferito nella documentazione ufficiale; |
| ▄ | ciaspola potrebbe essere classificato come sinonimo regionale o colloquiale ammesso se nel testo viene indicato che ha lo stesso significato di racchetta da neve; potrebbe inoltre esserci l’indicazione che vada sempre aggiunto come parola chiave in tutte le pagine web sull’argomento, in modo che anche i documenti che non contengono ciaspola nel testo appaiano comunque nei risultati di eventuali ricerche all’interno del sito; |
| ▄ | racchettone potrebbe essere indicato come termine sconsigliato e consentito solo in contesti particolari, ad es. la campagna pubblicitaria che gioca con l’idea del pallino, e come parola chiave per l’ottimizzazione delle ricerche; |
| ▄ | ciaspa potrebbe apparire come variante regionale obsoleta da evitare. |
I benefici sulla comunicazione aziendale di un processo di questo tipo sono chiari: maggiore standardizzazione e quindi semplificazione e riduzione delle ambiguità, migliore condivisione delle conoscenze sia internamente all’azienda che esternamente tra gli utenti e, in ambito plurilingue, traduzioni più accurate. Ovviamente, è fondamentale che tutti i team in azienda e i loro collaboratori esterni usino il sistema correttamente, ma questa è un’altra storia…
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Vedi anche: Database terminologici, per alcuni cenni sulla gestione della terminologia orientata al concetto, e Neologismo: snowshoe spamming, per un riferimento “informatico” alle ciaspole. …
* Immagino che la voce ladina ciaspola, inizialmente nota solo al settentrione ma ora molto usata anche dai media nazionali, nel tempo sia destinata a soppiantare racchetta da neve per la maggiore brevità, per il valore monosemico e perché ne sono già derivati il verbo ciaspolare e il sostantivo ciaspolata; racchettone invece rimane, almeno per me, esclusivamente associato al gioco che si fa in spiaggia d’estate.
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Come si dice caffè a Trieste?
Nei commenti al post di ieri Enrico cita Salvalingua che rimanda a un elenco di 111 tipi di caffè che si possono bere in Italia.
Mi ha fatto tornare in mente che a Trieste, dove ho frequentato l’università, la terminologia che descrive il caffè è alquanto diversa da quella usata nel resto d’Italia. A parte nero in b (pronunciato con la e rigorosamente aperta!), non mi ero mai preoccupata di impararla perché il caffè non mi piace e così, quando avevo dovuto ordinare per un amico giapponese, avevo scatenato le ire del barista dicendo “Vorrei quello che noi in Italia chiamiamo cappuccino”. Ehm…
Ci pensa Massimo Cirri per il Goethe Institut a chiarire la terminologia triestina del caffè:
| “Il caffè, a Trieste, dopo tanto intreccio con la città, ha generato una lingua propria e difficile: c’è il Nero, caffè espresso in tazzina; il Nero in B, caffè espresso identico all’altro ma servito in un bicchiere di vetro; il Capo, caffè espresso macchiato con latte servito in tazzina; il Capo in B, caffè espresso macchiato con latte ma deposto in un bicchiere; il Deca, caffè espresso decaffeinato in tazzina ed il Deca in B, omologo in bicchiere. Il Capo Deca indica l’espresso decaffeinato macchiato in tazzina ed il Capo Deca in B lo stesso ma in bicchiere di vetro. Il Gocia indica la variante di una goccia di schiuma di latte al centro del caffè e, intuitivamente, la si può applicare solo al Nero, al Nero in B ed ai due Deca. Il Capo in B tanta dovrebbe allora indicare tanta schiuma nel latte che macchia il caffè. Ma non ne sono più tanto sicuro. In più, ad aumentare i dubbi del viaggiatore davanti al barista, quello che i triestini chiamano Caffellatte nel resto d’Italia è un cappuccino. In molti anni di frequentazione di questa bella città non ho mai capito cosa diavolo si debba chiedere se una mattina si vuol bere quello che in Italia si chiama caffellatte.” |
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Il Corriere e le parole “tech” da non usare più
Grazie a Paola ho letto, anche se con qualche giorno di ritardo, Le parole «tech» da non usare più, un articolo del Corriere della Sera che si riprometteva di mettere in evidenza “espressioni o vocaboli che, secondo Business Week, è meglio non pronunciare in un colloquio di lavoro per non sembrare obsoleti” ma che invece ha mostrato una notevole confusione nel proporre un argomento a sfondo tecnologico, come ben sottolineato dai commenti dei lettori.
Innanzitutto non credo abbia molto senso prendere un articolo scritto in inglese, con riferimenti specifici a quella lingua, e riproporlo a lettori italiani con gli stessi esempi, senza adattamenti, addirittura suggerendo che al posto di un verbo spacciato come italiano (ma che in realtà non ha mai avuto una diffusione significativa) ne venga usato uno inglese:
“Peggio ancora va se provate la locuzione surfare sul web, legata a un’internet della prima ora ormai molto, troppo «vintage». Il massimo, per esprimere il concetto di navigare, è usare to google.”
Stupisce però ancora di più come concetti diversi e relativa terminologia siano stati confusi tra loro, senza verificare se effettivamente ci fosse sinonimia. Faccio un esempio non informatico: è come se avessero affermato che, per fare riferimento a un sistema di comunicazione molto diffuso qualche decina di anni fa, la parola telex è superata e al suo posto si dovrebbe dire email!
Stando all’articolo, infatti, sarebbero le “parole tecnologiche” che descrivono soluzioni o tecnologie a diventare obsolete, anziché le tecnologie stesse, una conclusione che lascia parecchio perplessi. Va invece considerato che di solito la terminologia che descrive tecnologie mature, quindi poco suscettibili a ulteriori evoluzioni, è consolidata e raramente soggetta a modifiche.
La nota aggiunta dalla redazione per precisare il senso dell’articolo non elimina i dubbi:
[…] “uno spunto interessante per sottolineare come il linguaggio sia ormai destinato a essere molto spesso in ritardo rispetto all’evoluzione della tecnologia, come ben dimostra il proliferare di termini che cercano di definire “creature” sempre più ibride quali i netbook, i tablet pc, gli Ultra Mobile Pc, Mobile Internet devices, etc”
Non è chiaro cosa intendano con “ritardo” del linguaggio, visto che i nuovi concetti che risultano da innovazioni e evoluzioni tecnologiche non potrebbero diffondersi se non fossero loro associati dei nomi che li descrivono e che permettono di differenziarli da concetti simili: è proprio il caso dei termini portati ad esempio (netbook, tablet PC, UMPC e MID). Ogni lingua ha le sue strategie per scegliere la terminologia che deve rappresentare nuovi concetti, in particolare quelli nati in altri contesti linguistici; è noto che l’italiano ricorre volentieri al prestito, ma questo non va visto come un’incapacità di stare al passo con l’innovazione, come forse implica la nota del Corriere, bensì come una delle tante possibilità di formazione di neologismi da sempre in uso nella nostra lingua.
Per finire, una modifica dell’articolo rispetto alla prima versione cerca di deviare alcune responsabilità sul testo originale ma, secondo me, non fa che sottolineare la confusione fatta tra argomenti potenzialmente obsoleti e la terminologia necessaria per discuterli:
| Versione originale | Versione modificata |
| L’Extranet, invece, popolare alla fine degli anni ‘90 è diventata electronic data interchange, ovvero EDI e non ha più senso, riferendosi alle reti interne, parlare di Intranet ma, se si vuol identificare una rete privata, l’acronimo da usare è VPN che sta per Virtual private network. | L’Extranet, invece, popolare alla fine degli anni ‘90 è diventata Electronic data interchange, ovvero EDI e non ha più senso riferendosi alle reti interne, parlare di Intranet. Secondo il settimanale americano, che forza il significato dei termini in questione, per identificare una rete privata è meglio utilizzare l’acronimo è VPN che sta per Virtual private network. |
Vedi anche:
Chiavetta USB, per un esempio di come alcune innovazioni possano inizialmente portare alla coesistenza di termini diversi, con la tendenza però alla standardizzazione e quindi alla scomparsa della terminologia ridondante, o comunque alla riduzione della sua frequenza d’uso, man mano che la tecnologia diventa più diffusa e più matura.
Attenzione alle spalle…, per un esempio di considerazioni terminologiche quando viene introdotto un nuovo concetto in un’altra lingua.
Infine, altri esempi di una certa disinvoltura del Corriere nel comunicare informazioni in origine in inglese: cross country race, tuxedo cat, lens, eastern egg e la pronuncia di love.
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Ma si chiama influenza o febbre suina?
[Per chi arriva qui cercando “perché si chiama influenza suina?”: questo post documenta l’evoluzione del nome della malattia da un punto di vista terminologico, con vari aggiornamenti. Riassumendo: inizialmente si parlava di influenza suina perché il virus di tipo H1N1 che la causa è comunemente diffuso tra i maiali, anche se di solito non si trasmette dal maiale all’uomo. In un primo momento si era pensato che i casi di influenza identificati ad aprile 2009 nella popolazione messicana fossero dovuti a una mutazione del virus “suino”, diventato in grado di passare dal maiale all’uomo; stando a ricerche successive sembra invece che il ceppo del virus H1N1 che causa l’influenza “umana” sia mutato indipendentemente e non sia ancora stato isolato nei maiali.]
Ma si chiama influenza o febbre suina?
Ieri [28 aprile 2009] la notizia che la Commissione europea cambia nome all’influenza suina per limitare gli effetti negativi sull’industria della carne di maiale: in inglese viene ribattezzata Novel influenza (flu) e nuova febbre in italiano.
Dubito che il nuovo nome italiano venga preso in considerazione dai mass media: troppo vago e neutro. Forse sarebbe stato più efficace influenza messicana, da abbreviare in messicana (sul modello di spagnola) ma non sarebbe stato politicamente corretto…
In ogni caso mi incuriosisce che in italiano coesistano le denominazioni influenza suina e febbre suina, a volte nello stesso testo. Per l’aviaria si parlava principalmente di influenza, chissà come mai in questo caso ha preso piede anche febbre suina (non sembra essere un termine medico, forse è un falso amico dall’inglese swine fever, in italiano peste suina, anche se dovrebbe essere chiaro che non c’entra niente: la peste suina è una malattia specifica dei maiali causata da tutt’altro tipo di virus).
Anche in altre lingue vengono usati sinonimi ma perlopiù si differenziano per il registro, formale/medico per il prestito dall’italiano influenza e meno formale per le alternative, ad es. influenza porcina e gripe porcina in spagnolo, swine influenza e swine flu in inglese, Schweineinfluenza e Schweinegrippe in tedesco, ecc.
Intanto in Messico c’è qualcosa che si sta diffondendo molto più velocemente del virus: le nuove emoticon con il tapaboca (divertente sinonimo del più iberico mascarilla):
(grazie Alfredo per la segnalazione)
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Aggiornamento 29 aprile — In Influenza: sarà Big Bang? la biologa Lisa Vozza fa il punto della situazione e aggiunge una nota sul nome della malattia:
Infine, il nome…
Influenza suina, ma siamo sicuri di volerla proprio chiamare così? Il virus nei maiali non è mai stato isolato, nonostante il gran numero di geni originari del ceppo virale suino. L’Organizzazione mondiale per la salute animale ha suggerito di chiamare il nuovo ceppo ‘influenza Nord Americana’; altri propongono che si chiami Messicana, dato il primo focolaio; altri ancora propendono per Californiana, data l’origine della prima sequenza genetica. Vedremo se aggettivi più politicamente corretti riusciranno a farci scordare il maiale (che infetto forse non fu mai).
Per l’origine del nome inglese, In Search of “Swine Flu” (con l’etimologia di influenza).
Aggiornamento 6 maggio — Negli Stati Uniti il nome “ufficiale” della malattia è diventato H1N1 flu, dal tipo di virus, e forse verrà adottato anche in inglese (ne parla Swine flu or H1N1? da un punto di vista britannico e, con lo stesso titolo, Swine Flu or H1N1? da un punto di vista americano). Il Ministero della Salute italiano ricorre già a (nuova) influenza da virus A/H1N1 e i mass media hanno iniziato a sostituire l’aggettivo suino prima con riferimenti geografici (ad es. cosiddetta messicana, scoppiata nel Messico, ecc.) e poi con la sigla H1N1 o anche semplificando in influenza (di tipo) A.
In conclusione: per un terminologo, i cambiamenti subiti del nome della malattia sono un esempio affascinante di quanto rapidamente possa evolversi la terminologia che descrive un concetto che invece è già ben definito.
PS Per chi vuole saperne di più da un punto di vista scientifico: Il virus dell’influenza suina: cerchiamo di capirci qualcosa e per alcuni termini specifici un glossario multilingue (spagnolo, inglese, francese e italiano) con definizioni in spagnolo, a cura di un traduttore della Commissione europea.
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Domande sulle risposte…
Post pubblicato il 23 ottobre 2008 in blogs.technet.com/terminologia
In questo periodo il mio team è alle prese con una mole di lavoro notevole (eufemismo!). Proprio quando il tempo manca, capita di avere a che fare con termini in apparenza semplicissimi ma che richiedono parecchia attenzione.
Sto cercando di capire quali siano le sfumature di significato tra tre termini inglesi, i verbi answer, reply e respond. Appaiono in uno stesso contesto e non sono sinonimi ma identificano concetti specifici e tipi di risposta diversi. Peccato che in italiano oltre a rispondere non ci siano molte alternative (replicare va scartato perché viene già usato come traduzione di replicate).
In questi casi è fondamentale che le definizioni siano il più precise possibile, con contesti d’uso specifici, per consentirci di trovare soluzioni su misura. Va deciso, ad esempio, quale dei tre concetti possa essere "privilegiato" associandogli il termine standard rispondere.
Troveremo sicuramente una soluzione, ci vuole solo un po’ pazienza per spiegare agli interlocutori americani che non tutte le lingue hanno a disposizione le stesse risorse lessicali dell’inglese ed è per questo che ci servono informazioni così dettagliate. E così continuano le domande sulle risposte…
Commento di .mau:
a me respond suona molto formale; answer più asettico; reply più diretto. Dovessi usare per forza tre termini diversi, andrei su "reazione", "risposta", "controbattuta" ma ammetto che non li vedo bene come traduzione tecnica…
Commento di Iso:
Le tre parole testimoniano che la ricchezza di una lingua è frutto della contaminazione con altre lingue e culture. Non sono perfetti sinonimi l’una dell’altra, anzi, ciascuna ha un innesco diverso: question per answer, demand per respond, state per reply. Cercare ostinatamente la norma per ottenere che tutto un settore vi si conformi, più o meno forzatamente, sta minando la precisione nell’uso della lingua.
Mia precisazione:
Grazie Mau e Iso.
Effettivamente i tre verbi sono sinonimi nel senso che rappresentano una “reazione a un’azione” (signficato generico) ma hanno contesti di utilizzo e registri diversi (significato specifico), perlomeno nella lingua “standard” (quella documentata dai dizionari). In ambito informatico spesso interviene una certa creatività nell’assegnare significati specifici a termini già esistenti, se poi consideriamo che spesso gli sviluppatori non sono di madrelingua inglese, le cose si complicano ulteriormente![]()
Supponiamo ad esempio che un programma preveda un certo tipo di azione Z, e che questa azione possa essere eseguita in tre modi diversi:1 – automaticamente
2 – semiautomaticamente, in base a specifiche condizioni
3 – manualmenteIn inglese potrei chiamare le tre modalità auto Z, conditional Z e manual Z, oppure potrei considerare eventuali sinonimi di Z, diciamo Y e X, e decidere arbitrariamente di chiamare i concetti 1, 2 e 3 X, Y e Z o, in alternativa, Z, Y e X. In questo ambito e con questo uso, i termini X, Y e Z sono diventati semplici etichette e anche se mantengono il significato generico, perdono quello specifico che hanno nella lingua standard per assumerne uno nuovo.
In questo tipo di contesto, quando si decide la terminologia per la lingua di arrivo diventa importante lavorare sui concetti piuttosto che sui singoli termini inglesi, che rimangono il punto di partenza e il riferimento più importante a livello di significato generico ma vanno appunto visti come etichette.
Mi faccio un appunto per tornare sull’argomento con qualche esempio specifico per quando avrò un po’ più di tempo…
Che relazione c’è tra obsoleto, disapprovato e deprecato?
Post pubblicato il 19 settembre 2008 in blogs.technet.com/terminologia
Il database terminologico Microsoft documenta la terminologia informatica usata nei prodotti localizzati. Non include invece i termini che rappresentano concetti generici usati anche in contesti non informatici.
L’aggettivo inglese frequent, ad esempio, appare nelle stringhe di parecchi prodotti ma non è incluso nel database perché il suo significato ("che avviene spesso") è generico e non acquista accezioni particolari in ambito informatico.
La distinzione tra significato generico e significato specializzato non è sempre così ovvia e per questo è utile gestire la terminologia all’interno di sistemi concettuali. Cercherò di spiegarlo con un esempio recente.
La lingua inglese ha un lessico 3-4 volte superiore a quello delle altre lingue europee e non sempre tra i termini inglesi e quelli nelle altre lingue c’è una corrispondenza univoca. Esempio: in contesti generici l’aggettivo italiano obsoleto può rappresentare una scelta di traduzione più che accettabile non solo per l’aggettivo inglese obsolete ma anche per deprecated e outdated (spesso praticamente sinonimi).
In un contesto specifico relativo a caratteristiche del software o elementi di programmazione, però, la stessa traduzione non è più adeguata perché il termine inglese obsolete assume un significato specializzato: fa parte di un sistema concettuale dove coesiste con deprecated. In questo sistema, obsolete e deprecated non sono più sinonimi ma termini correlati, associati a due concetti diversi, e sono in relazione con altri concetti, rappresentati da altri termini, come nell’esempio:
Finalmente arrivo al punto: solo quando obsolete e deprecated sono stati documentati nel database come termini informatici associati a concetti specifici ci siamo accorti della traduzione italiana generica deprecated à obsoleto, passata fino a quel momento inosservata nelle stringhe di alcuni prodotti e potenzialmente in conflitto con obsolete à obsoleto.
D’ora in poi in italiano useremo deprecato, termine non comune ma entrato nel linguaggio tecnico come calco dall’inglese. Le alternative disapprovato e non approvato, di comprensione forse più immediata per utenti meno tecnici, sono state invece scartate: non si sa mai che nello stesso sistema concettuale prima o poi vengano introdotti disapproved e not approved!
Mi sono dilungata molto, spero però di essere riuscita a sottolineare che per evitare potenziali errori (ma anche per riuscire a correggerli!) è importante
Ÿ analizzare i termini in un sistema concettuale anziché individualmente
Ÿ identificare l’eventuale polisemia di termini apparentemente generici
Ÿ documentare le relazioni tra concetti.
Vedi anche: database terminologici.
Commento di .mau.
deprecare deriva dal latino cristiano "deprecari", "pregare insistentemente". Devono essere le giaculatorie dei programmatori quando si trovano certe peculiarità…
