Terminologia etc.

Terminologia, localizzazione, traduzione e altre considerazioni linguistiche

Post con tag “significato”

Il linguaggio: una finestra sulla natura umana

Se avete dieci minuti, guardatevi l’animazione di RSA tratta da un intervento di Steven Pinker, Language as a Window into Human Nature.

Gli esempi sono molto divertenti e subito riconoscibili anche da chi non è di madrelingua inglese (ad es. vari riferimenti a film, da Fargo a Harry ti presento Sally), già noti a chi ha letto i libri di Pinker, in particolare The Stuff of Thought e il bestseller The Language Instinct, ma in ogni caso davvero efficaci.


Aggiornamento ottobre 2011 – Aggiungo un’altra animazione di RSA che ho trovato molto interessante, The Divided Brain, in cui lo psichiatra e scrittore Iain McGilchrist spiega come i due emisferi del cervello abbiano influenzato cultura, società e comportamento umani, chiarendo tra l’altro che l’idea molto diffusa che ragione e linguaggio risiedono nell’emisfero sinistro ed emozione e immaginazione in quello destro non è corretta.

The Divided Brain

Per gli italiani, “sorpresa” al minuto 10…

I suffissi degli scandali: –gate e –poli

A certe notizie purtroppo non si riesce proprio a sfuggire, da qualsiasi angolo le si osservi.

Ho notato che il caso Ruby si è rapidamente trasformato anche in affaire Ruby  e vignetta Pearls Before Swinesoprattutto Ruby-gate. Non è certo una questione di economia linguistica, quindi immagino che privilegiando il suffisso inglese –gate per dare un nome alla vicenda si voglia sottolineare il carattere di scandalo, connotazione che manca al ben più neutro caso, e di grande clamore, che forse non viene percepito in pieno con il francese affaire.

In italiano abbiamo due suffissi* che caratterizzano il nome degli scandali, –poli e –gate, documentati da tutti i dizionari. Sono ritenuti simili e vengono differenziati spiegando che –poli descrive soprattutto fenomeni di corruzione (ad es. nella pubblica amministrazione) mentre –gate ha connotazioni più politiche e/o fa riferimento a personaggi specifici o altri tipi di scandali.  

Ritengo si possa aggiungere anche una distinzione grammaticale: 

–gate viene aggiunto a nomi propri (di persona o di luogo) o a parole straniere, ad es. Cinzia-gate, Trani-gate, sex-gate. Spesso si usa preceduto dal trattino, per segnalare un composto ibrido formato con un forestierismo non integrato.
–poli viene aggiunto solo a nomi comuni, ad es. calciopoli, vallettopoli (se associato a un nome proprio, ho l’impressione che prevarrebbe il significato primario del suffisso, “città” dal greco -πολις, πόλις, e si penserebbe a un toponimo, ad es. Silviopoli potrebbe funzionare come nomignolo per Milano 2 ma non per lo scandalo a luci rosse).  

Mi sembra anche che il suffisso –poli venga percepito da alcuni come se fosse opoli, al punto da essere usato come sostantivo plurale, seppure tra virgolette, per accomunare un certo tipo di scandali, come ad es. nella frase tutte le “opoli”.    
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Aggiornamento 10 marzo 2011 Sull’argomento, un intervento dettagliato del Portale Treccani: Gate, la porta sullo scandalo.


 
* Ho usato genericamente suffisso secondo l’uso inglese ma per essere più precisi si tratta di confissi: –poli è un suffissoide, un elemento formativo non autonomo tratto dalle lingue classiche, mentre –gate può essere descritto come elemento suffissale. Per esempi di etimologia e definizioni di –poli e –gate: fare doppio clic sulle parole per consultare il Dizionario Zingarelli o qui e qui per le voci del Vocabolario Treccani.  

Computer e linguaggio naturale: IBM Watson

Watson è il nome di un supercomputer di IBM che combina tecnologie avanzate di elaborazione del linguaggio naturale, analisi dei dati, information retrieval, rappresentazione della conoscenza e apprendimento automatico.

Sfrutta una tecnologia sviluppata da IBM, DeepQA, un sofisticato sistema di Question Answering che riesce a comprendere ed elaborare domande in linguaggio naturale e formulare risposte precise, proprio come farebbe una persona.

Analizzare una frase e capirne complessità, ambiguità, riferimenti culturali, informazioni implicite, ironia, giochi di parole ecc. è un’attività normale per un umano ma complessa per un computer (l’esempio classico e più banale di ambiguità è “Marco guarda la ragazza con il cannocchiale”: noi possiamo desumere facilmente dal contesto o da altri dati chi ha lo strumento ma per il computer è più difficile arrivare alla conclusione corretta).  

A dimostrazione dell’altissimo livello raggiunto dalle tecnologie IBM, in febbraio 2011 Watson parteciperà a Jeopardy!, il più famoso programma di quiz americano (il format usato da Mike Bongiorno in Rischiatutto). Tanto per dare un’idea, Watson è in grado di trovare la risposta corretta a definizioni tipo “ragazzino che sa volare ma anche uomo emotivamente sottosviluppato”. Il filmato che ne parla è molto interessante:

IBM Watson: Why Jeopardy?

(da vedere anche The Next Grand Challenge e Building Watson. A Brief Overview of the DeepQA Project)

Le implicazioni pratiche di un sistema di analisi così avanzato sono ovviamente enormi. Per chi vuole saperne di più: il sito IBM Watson e un’intervista a uno dei ricercatori (ringrazio Elio per i link).

Aggiornamento 17 febbraio 2011: al telequiz Jeopardy!, Watson ha vinto la sfida contro i concorrenti umani! Per i dettagli, How Watson Trounced The Humans in Visual Thesaurus; per chi desiderasse approfondire l’argomento Watson, interessante un intervento recente di Language Log, Jeopardizing Valentine’s Day.
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PS Il nome del progetto non c’entra nulla con l’assistente di Sherlock Holmes ma è quello del fondatore di IBM, Thomas J. Watson.


Vedi anche: IBM Watson contro umani: 1-0 (aggiornamento),  La mente: foglio di calcolo o motore di ricerca? e Il linguaggio: una finestra sulla natura umana.

Aggettivi indefiniti subdoli

Sono capitata nella pagina italiana di un sito dove si avverte che la spedizione di certi prodotti potrebbe subire un ritardo di parecchi giorni, un’informazione davvero poco incoraggiante dal punto di vista di un potenziale acquirente.

Ho cercato il testo originale: come immaginavo, la pagina inglese dice che la spedizione “may be delayed by several days, un’attesa tutto sommato accettabile.

voce Several nell'Oxford Advanced Learner's Dictionary: more than two but not very many

Ce lo ripetevano in continuazione il primo anno di università: in inglese several indica una quantità imprecisata ma limitata, in genere meno di dieci, quindi tradurre con parecchio o aggettivi che indicano un numero rilevante è quasi sempre un errore; in base al contesto, andrebbero preferite alternative quali qualche, alcuno, più (di uno), ecc.

Ho avuto modo di notare che è un tipo di errore che può sfuggire ai revisori, soprattutto se il resto del testo rispetta le indicazioni della guida di stile, è scorrevole e la terminologia è corretta. L’esempio di parecchi giorni credo dimostri che invece si dovrebbe fare attenzione a queste sviste: anche un aggettivo indefinito, per quanto apparentemente banale, può influenzare negativamente la percezione di un prodotto o di un servizio.

voce Parecchio nel Vocabolario Zingarelli online: che è in quantità, misura o numero notevole, rilevante


Aggiornamento – Una vignetta di xkcd intitolata Words for Small Sets (grazie a Stefano):

If things are too quiet, try asking a couple of friends whether “a couple” should always mean “two”. As with the question of how many spaces should go after a period, it can turn acrimonious surprisingly fast unless all three of them agree.

Associazioni di immagini e parole

Via Language Log, un video che gioca con la polisemia di alcune parole inglesi molto comuni. Non ho capito immediatamente come funzionasse, poi è scattato il meccanismo per associare le parole giuste a ciascuna immagine e mi è piaciuto davvero molto.

Attenzione: se premete il tasto YouTube icon vi verranno installati cookie di terze parti, siete avvisati!

Il video, descritto come un esempio di “visual wordplay”, è stato realizzato per il programma Words di Radiolab da Daniel Mercadante e Will Hoffman.

Le parole sono play, blow, break (e brake), split, run, fly, fall, light, space e il passaggio tra l’una e l’altra non è casuale, ad es. runrun away – runway – fly.

Ci sono alcune parole con significati specifici dell’inglese americano: la più nota è fall per l’autunno ma c’è anche run, la smagliatura delle calze che è invece ladder in inglese britannico, l’espressione give/flip someone the bird per “mostrare il dito medio”, ecc. 

Patatine e triangolo semiotico

Oggi la striscia Pearls Before Swine gioca su una delle tante differenze lessicali tra inglese britannico e inglese americano, in questo caso tra patatine intese come patate fritte (chips in Europa e French fries in America) e come snack (crisps e potato chips):

Il personaggio Pig è un po' tonto e tende a interpretare tutto letteralmente - Pearls Before Swine del 17 giugno 2010

Lo trovo un esempio divertente di un principio ben noto a chi si occupa di gestione della terminologia: a oggetti facilmente identificabili e concetti condivisi da tutti i parlanti (la differenza tra i tipi di patatine è ben chiara ai bambini occidentali anche molto piccoli) non sempre corrispondono segni linguistici univoci (le parole), ad es. in altre aree anglofone, mi pare l’Australia, chip indica entrambe le preparazioni e anche in italiano è il contesto a chiarire cosa si intenda con patatine.

Nei corsi introduttivi di terminologia, le relazioni tra oggetti, concetti e parole vengono spiegate rappresentandole con il triangolo semiotico: semplificando al massimo, la mente umana raggruppa gli oggetti (concreti e triangolo semiotico: l’OGGETTO come quello della foto in basso a destra condivide con oggetti simili delle caratteristiche comuni, ad es. funzione riproduttiva della pianta, colori vivaci e profumo, che vengono concettualizzate in un’immagine mentale, il CONCETTO, a sua volta rappresentato nella comunicazione verbale tramite simboli, ad es. il SEGNO LINGUISTICO condiviso dai parlanti di una comunità linguistica come le parole fiore, flor, flower, fleur, Blume...astratti) in base alle proprietà che condividono e assegna loro un’immagine mentale, il concetto, che a sua volta viene rappresentato da un segno (parola, simbolo, icona, ecc.), nel nostro caso il termine. Nel triangolo semiotico il collegamento tra il segno e l’oggetto viene espresso da una linea tratteggiata proprio perché le parole non denotano direttamente l’oggetto ma sono una convenzione, un’etichetta, come ben dimostra l’esempio delle patatine. L’ovvia conclusione è che nel lavoro terminologico è molto importante un approccio orientato al concetto, specialmente in ambito multilingue. 

Vedi anche: 

Tasti di scelta (rapida) per esempi di “etichette” diverse per lo stesso concetto e Domande sulle risposte (specialmente il commento finale) per altri esempi di “etichette” usate in maniera a volte arbitraria  
Concetti e termini: un esempio da Office per Mac per un esempio di scelte terminologiche orientate al concetto
Scelte terminologiche: ringare, Rrrring! e trillo per possibili strategie quando non c’è corrispondenza tra termini in lingue diverse
Infine, per sorridere un po’, altri esempi da Pearls Before Swine in XOXO: baci e abbracci, Nomi delle lettere in inglese e dyeing Easter eggs

L come…

È noto che i gesti italiani* incuriosiscono molto gli stranieri. Altrettanto singolari possono essere alcuni gesti usati in altri paesi, eloquenti per chi li condivide ma spesso oscuri per chi non fa parte di quella cultura. Un esempio nella striscia di Dilbert di ieri:

In America settentrionale, il gesto fatto con pollice e indice della mano destra sulla fronte, a simboleggiare la lettera L, significa loser (“perdente” nel senso di “fallito”, “sfigato”).

poster del film LoserSembra sia nato in Canada all’inizio degli anni ‘90 e si sia poi diffuso grazie al film Ace Ventura: Pet Detective, dove veniva ripetutamente usato dal protagonista Jim Carrey, e poi ad altri film tra cui la commedia romantica Loser (2000), che dava grande risalto al gesto nel materiale promozionale del film (ho fatto una ricerca veloce: appare anche nella versione italiana, uscita con il titolo American School. Sarei curiosa di sapere se e come è stato “localizzato” il riferimento al gesto americano, ma questo non è proprio il mio genere di film e dubito che mi capiterà di vederlo…).

Il gesto appare anche in fumetti e strisce comiche, come in questo esempio di Stone Soup, con la protagonista derisa perché non sa come mandare un SMS (in inglese text):

Stone Soup - 21 novembre 2009             luddite = luddista

Un’altra striscia di Stone Soup si conclude con queste vignette, in cui il gesto non viene mostrato ma descritto:

IF I WERE MORE COORDINATED I’D MAKE AN ‘L’ WITH MY TINY FIST AND SMACK IT ON MY FOREHEAD

Aggiornamento: nei commenti, un riferimento alla serie televisiva Glee.


* esempi di gesti italiani spiegati agli inglesi da The Guardian qui, qui, qui, qui, qui.

Lava, lapilli, turbinanti nubi di cenere vulcanica…

Ultimamente si parla molto di vulcani, grazie (?!) all’impronunciabile Eyjafjallajökull e, in questi giorni, al 30º anniversario dell’eruzione di Mount St. Helens (Stati Uniti), di cui The Boston Globe pubblica una serie di foto davvero impressionanti.

Guardando le immagini di Mount St. Helens ho pensato subito al verbo billow, che in inglese sembra immancabile quando si descrivono vulcani che sprigionano nubi di cenere, e infatti l’ho trovato nella prima didascalia, in un’altra foto e nei commenti!

Ash billows from the crater where the summit of Mount St. Helens had been only hours earlier during a huge eruption on May 18th, 1980. - The Boston Globe

Billow è un verbo inglese che mi piace molto ma che non ha un equivalente italiano: descrive fumo o vapore che sale in grandi quantità, a ondate, e dà l’idea di una massa che si gonfia e si dilata. I dizionari lo traducono con “fluttuare in grandi volute”, “levarsi a ondate” e simili, e ho visto billowing ash cloud reso con “turbinanti volute di cenere” (qui) e “torreggianti nubi eruttive” (qui), ma rimane comunque difficile riprodurre l’efficacia della singola parola inglese, che etimologicamente è legata anche a bellows, il mantice.

Passando alla terminologia scientifica sui fenomeni vulcanici, si notano altri dettagli interessanti, ad esempio in inglese ci sono parecchi prestiti dall’italiano quali fumarole (singolare!), lava, lapilli e solfatara, eponimi come Plinian eruption (eruzione pliniana) e termini che derivano da toponimi italiani come Strombolian eruption (eruzione stromboliana) e Vulcanian eruption (eruzione vulcaniana).

Sia in inglese che in italiano si trovano inoltre prestiti da varie lingue parlate in luoghi con fenomeni vulcanici, ad esempio caldera e hornito dallo spagnolo, maar dal tedesco, l’eponimo lacrime di Pele (Pele’s tears) e i tipi di lava aa e pahoehoe dall’hawaiano, il termine lahar, di origine indonesiana, e l’islandese jökulhlaup, un’inondazione causata da un vulcano che fa fondere un ghiacciaio (come quella dello scorso aprile in Islanda). 
… …

Le definizioni dei termini, visualizzabili al passaggio del mouse, sono tratte dal sito Stromboli online, dove si possono consultare fotoglossari di termini vulcanologici in italiano, inglese, tedesco e… friulano!

Parole proibite alla TV americana

Un paio di settimane fa Mara in Lavori in corso… ha fatto alcune considerazioni sulla traduzione di alcune espressioni inglesi volgari. Ho aggiunto alcuni commenti a proposito della traduzione italiana dei complimenti entusiasti del vicepresidente americano Biden ad Obama per l’accordo sulla riforma sanitaria, “This is a big fucking deal”.

L’uscita di Biden è stata subito riportata dai media italiani. Il Sole 24 Ore, ad esempio, è intervenuto due volte, facendo però un paio di considerazioni che non condivido:

In State per leggere un biiiiip, la frase viene tradotta “questa è una grande fottuta riforma” e fucking è descritto come un “intercalare che gli americani usano come rafforzativo”. Effettivamente fucking, che in inglese è usato con funzioni aggettivali e avverbiali (come descritto qui, può modificare aggettivi, es. fucking huge, avverbi, es. fucking fast e verbi, es. you need to fucking stop that), è un espletivo, ovvero un elemento linguistico che non ha altra  funzione se non quella, spesso dettata da mere esigenze di ritmo, di contribuire alla forza illocutoria dell’enunciato*. Proprio per questo tradurre fucking con fottuto, come hanno fatto quasi tutti i media italiani, non è una buona soluzione: fottuto in italiano ha connotazioni negative mentre Biden semplicemente sottolineava il suo apprezzamento (alternative di traduzione nel post di Mara).
In La parolaccia come prosecuzione della politica con altri mezzi, la frase di Biden diventa una cosa fottutamente importante e viene classificata come “un’espressione gergale e niente affatto offensiva” che avrebbe creato scandalo solo per il luogo dove è stata pronunciata. Non penso sia un’interpretazione corretta: nei media di lingua inglese è raro leggere la parola fuck o forme derivate, infatti si usa un asterisco (f*ck), solo le consonanti fk, oppure l’eufemismo f-word. Negli Stati Uniti è addirittura una violazione della legge trasmettere programmi in cui venga usato linguaggio sconcio, anche estemporaneo (i cosiddetti fleeting expletive) e la Federal Communications Commission, l’ente governativo che regola le telecomunicazioni, è molto chiara a proposito di fuck:  
“Profane language” includes those words that are so highly offensive that their mere utterance in the context presented may, in legal terms, amount to a “nuisance.” In its Golden Globe Awards Order the FCC warned broadcasters that, depending on the context, it would consider the “F-Word” and those words (or variants thereof) that are as highly offensive as the “F-Word” to be “profane language” that cannot be broadcast between 6 a.m. and 10 p.m. 

In questo contesto si può capire meglio il clamore suscitato dall’espletivo di Biden: può anche far parte del linguaggio di tutti i giorni di molti, ma è inaccettabile in televisione.

The Seven Words You Can't Say on Television - Penguin ebookÈ molto difficile cogliere le sfumature e le implicazioni culturali relative ai tabù linguistici se non si fa parte di quella cultura. Ancora più difficile trovare traduzioni idonee: come sottolineava Mara, abbondano i falsi amici e le interpretazioni errate, e la forza e le connotazioni di certe parole cambiano nel tempo. A questo proposito, una lettura molto interessante è il libretto The Seven Words You Can’t Say on Television**, tratto da The Stuff of Thought di Steven Pinker: un’analisi di tipo linguistico, neurologico, semantico e pragmatico delle parolacce, con riferimenti non solo all’inglese ma anche ad altre lingue e culture.

Concludo questo post lunghissimo con un episodio curioso che ha addirittura fatto notizia un paio di giorni fa nel Regno Unito: durante un gioco televisivo di anagrammi sono state estratte le lettere che potevano formare la parola F U C K E D eppure, per quanto ovvia, nessuno dei concorrenti ha osato proporla, né è stata nominata da chi ne ha scritto!

E spero che non passi di qui per caso nessuna persona di madrelingua inglese: gli esempi espliciti potrebbero risultare fastidiosi, proprio come a me, leggendo un paio di romanzi inglesi con frammenti di dialogo in italiano, aveva fatto un brutto effetto vedere scritte alcune bestemmie che dubito potrebbero essere stampate in Italia (e mi ero domandata se l’autore si fosse effettivamente reso conto del loro peso).

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* Definizione di espletivo dal Dizionario di linguistica Einaudi. 
** Riferimento a un noto monologo del comico americano George Carlin.

Aggiornamento 28/3/2010: in Language Log, un’analisi che evidenzia come l’uscita di Biden avrebbe avuto ben altro significato se fosse stata senza articolo (anarthrous). In questo caso, big fucking deal avrebbe richiesto una traduzione completamente diversa che trasmettesse perlomeno sarcasmo, tipo “sai che riforma del c…” o qualcosa del genere.


Vedi anche [link aggiornati]:
  Parolacce, software e localizzazione
  Tradurre "The man who —-ed an entire country" e fottuti & dannati (…e favoriti)
  Tradurre obscenicon? #$*%@!!

Nei commenti qui sotto, video della conferenza The Language of Swearing di Steven Pinker.

Aggiornamento 17/6/2011: alcuni contributi divertenti sulle “oscenità linguistiche” dal punto di vista legislativo e burocratico australiano in Fully (sic): A f#@%ing stupid law, Being a DIC e No pimping this ride.

regolarizzazione analogica

Sarei curiosa di sapere cosa viene in mente leggendo il titolo regolarizzazione analogica, senza contesto. Quanti di noi, in caso di espressioni poco diffuse che contengono parole polisemiche, provano a interpretarle facendo riferimento al significato più comune nella propria esperienza quotidiana o professionale, ad es. analogico inteso come non digitale?

Ci ho pensato leggendo una risposta nel portale Treccani sul plurale di orecchio, che non fa distinzione tra persone (orecchi) e animali (orecchie) come invece credono alcuni:

“…non v’è nessuna differenza di significato tra le coppie orecchio / orecchiaorecchi / orecchie. Va detto che nell’antichità il singolare orecchia (regolare sviluppo del latino AURĬCULAM) venne percepito come un plurale (le orecchia). È da orecchia plurale che fu ricavato quindi un singolare maschile orecchio, sul modello di uovo-uova. In seguito, le forze della regolarizzazione analogica – che tanto peso da sempre hanno nella creazione di forme, vocaboli e significati nuovi – tornarono ad agire in altra direzione, determinando la nascita del plurale maschile orecchi, sentito come più regolare abbinamento di orecchio. Così, senza troppa logica matematica, ma con una innegabile coerenza di spinte e attrazioni analogiche, la lingua italiana ospita oggi questo sistema di coppie sostanzialmente equivalenti, che non prevede differenze semantiche dipendenti dalla distinzione tra umano e non umano.” 

In contesto, il significato di analogico in regolarizzazione analogica diventa ovvio anche per chi non ha mai incontrato il termine linguistico, che descrive anche l’elaborazione di forme non standard da parte di bambini o stranieri che non hanno ancora recepito le eccezioni alle regole, come ad es. ho piangiuto anziché ho pianto, per analogia con i verbi regolari.

In intimità con l’iPad?

Aggiornamento 2011 – Questo post di gennaio 2010 mostra quanto rapidamente può cambiare la percezione del nome di un prodotto di successo: a pochi mesi di distanza dal lancio le osservazioni sulle possibili connotazioni negative appaiono del tutto fuori luogo. 


Come prevedibile, fiumi di inchiostro digitale sulla presentazione dell’iPad, anche su alcuni aspetti linguistici.

More intimate (Unspeak), ad esempio, ironizza su alcune delle parole scelte da Steve Jobs per descrivere la novità della Apple, tra cui “It’s so much more intimate than a laptop”.

In Italia l’affermazione è stata riprodotta letteralmente, molto più intimo di un laptop. Probabilmente chi ha tradotto non ha riflettuto sull’aggettivo italiano: se associato a persone il significato è sicuramente “legato da un rapporto personale stretto” ma, se riferito ad oggetti, prevale invece “relativo a zone del corpo immagine da www.flickr.com/photos/nevilleblack/4310117876/che di solito rimangono coperte”.  Ancora più ironico se si considera che, specialmente in inglese americano, pad è l’assorbente (nel senso di igiene intima) e in questi giorni si sprecano le battute, come riporta iPad name draws feminine hygiene jokes (CNN) ma anche il Corriere della Sera. Una tra tante: “Yes, the iPad is small, lightweight and slim. But can you swim with it?

Il linguista Arnold Zwicky analizza invece la pronuncia e ipotizza che, in alcune varietà di inglese, un ulteriore problema del nome iPad, / ˈaɪpæd /, possa essere la somiglianza con iPod, che potrebbe rendere il nome dei prodotti meno facile da differenziare.


Una striscia di Dilbert per sorridere sulle difficoltà di scelta dei nomi di nuovi prodotti:

dilbert.com

Vedi anche:  "pinch" non è solo pizzicare e iPad, "flick" e terminologizzazione, sulle incongruenze di traduzione dei termini pinch e flick nella documentazione italiana di iPad, e Globalizzazione e pronuncia di nomi di prodotti, per alcune considerazioni nella scelta dei nomi. 

XOXO: baci e abbracci

No, XOXO non mi fa pensare al microformato eXtensible Open XHTML Outlines ma all’abbreviazione inglese per hugs and kisses che viene in mente leggendo un articolo del Corriere della Sera, L’uomo «metrotextual»? Manda baci via sms (anche ai maschi)*.

Mah, non mi sembra il caso di scomodare gli psicologi per capire perché ora molti uomini inglesi concludono SMS e altri messaggi con uno o più baci, simboleggiati dalle X, anche quando scrivono ad altri uomini. Per me è un esempio di variazione linguistica: le X, finora usate quasi esclusivamente dalle ragazze nelle lettere, hanno semplicemente perso parte del significato originale per diventare saluti più neutri, privilegiati perché brevissimi e adatti ad essere usati in contesti più ampi.

Mi pare stia succedendo qualcosa di simile anche in italiano con baci e bacio alla fine di telefonate e messaggi: sono sempre più diffusi e sempre meno riconducibili al loro significato letterale.

OX - Pearls Before Swine

Lo slittamento di significato è abbastanza comune con i saluti, basti pensare a ciao che nei secoli ha perso qualsiasi riferimento a schiavo o a How are you? che in Irlanda di solito non è una domanda ma un saluto, infatti si tende a rispondere ripetendo How are you? 

Ma perché in inglese si usano le X per rappresentare i baci? Si trovano due possibili spiegazioni. La lettera X /ɛks/ ha le stesse consonanti di kiss /kɪs/  e in origine anche le vocali erano simili, da cui l’associazione kissX. L’altra ipotesi riguarda la pratica degli analfabeti di firmare con una X e poi di baciarla come impegno verso quanto sottoscritto; con il tempo la X simbolo della firma è diventata il simbolo del bacio.

Vedi anche: XXX e XOX (contesti diversi, significati diversi per la lettera X) e LOL: le risate, l’amore e i saluti.


* L’articolo italiano ha come fonte Phone texting reveals sensitive new “metrotextual” ma non chiarisce che in inglese metrotextual è un gioco di parole palese con metrosexual, un uomo molto preoccupato della propria immagine, etero ma con atteggiamenti di solito associati ai gay (tipo David Beckham), e con text, l’SMS.

Un paio di commenti divertenti su metrotextual in Schott’s Vocab (e altri sui saluti qui sotto).

Il Corriere e le parole “tech” da non usare più

Le parole tech da non usare più - articolo del Corriere della Sera Grazie a Paola ho letto, anche se con qualche giorno di ritardo, Le parole «tech» da non usare più, un articolo del Corriere della Sera che si riprometteva di mettere in evidenza “espressioni o vocaboli che, secondo Business Week, è meglio non pronunciare in un colloquio di lavoro per non sembrare obsoleti” ma che invece ha mostrato una notevole confusione nel proporre un argomento a sfondo tecnologico, come ben sottolineato dai commenti dei lettori.

Innanzitutto non credo abbia molto senso prendere un articolo scritto in inglese, con riferimenti specifici a quella lingua, e riproporlo a lettori italiani con gli stessi esempi, senza adattamenti, addirittura suggerendo che al posto di un verbo spacciato come italiano (ma che in realtà non ha mai avuto una diffusione significativa) ne venga usato uno inglese:

Peggio ancora va se provate la locuzione surfare sul web, legata a un’internet della prima ora ormai molto, troppo «vintage». Il massimo, per esprimere il concetto di navigare, è usare to google.

Stupisce però ancora di più come concetti diversi e relativa terminologia siano stati confusi tra loro, senza verificare se effettivamente ci fosse sinonimia. Faccio un esempio non informatico: è come se avessero affermato che, per fare riferimento a un sistema di comunicazione molto diffuso qualche decina di anni fa, la parola telex è superata e al suo posto si dovrebbe dire email!

Stando all’articolo, infatti, sarebbero le “parole tecnologiche” che descrivono soluzioni o tecnologie a diventare obsolete, anziché le tecnologie stesse, una conclusione che lascia parecchio perplessi. Va invece considerato che di solito la terminologia che descrive tecnologie mature, quindi poco suscettibili a ulteriori evoluzioni, è consolidata e raramente soggetta a modifiche.

La nota aggiunta dalla redazione per precisare il senso dell’articolo non elimina i dubbi:

[…] uno spunto interessante per sottolineare come il linguaggio sia ormai destinato a essere molto spesso in ritardo rispetto all’evoluzione della tecnologia, come ben dimostra il proliferare di termini che cercano di definire “creature” sempre più ibride quali i netbook, i tablet pc, gli Ultra Mobile Pc, Mobile Internet devices, etc

Non è chiaro cosa intendano con “ritardo” del linguaggio, visto che i nuovi concetti che risultano da innovazioni e evoluzioni tecnologiche non potrebbero diffondersi se non fossero loro associati dei nomi che li descrivono e che permettono di differenziarli da concetti simili: è proprio il caso dei termini portati ad esempio (netbook, tablet PC, UMPC e MID). Ogni lingua ha le sue strategie per scegliere la terminologia che deve rappresentare nuovi concetti, in particolare quelli nati in altri contesti linguistici; è noto che l’italiano ricorre volentieri al prestito, ma questo non va visto come un’incapacità di stare al passo con l’innovazione, come forse implica la nota del Corriere, bensì come una delle tante possibilità di formazione di neologismi da sempre in uso nella nostra lingua.

Per finire, una modifica dell’articolo rispetto alla prima versione cerca di deviare alcune responsabilità sul testo originale ma, secondo me, non fa che sottolineare la confusione fatta tra argomenti potenzialmente obsoleti e la terminologia necessaria per discuterli:

Versione originale Versione modificata
L’Extranet, invece, popolare alla fine degli anni ‘90 è diventata electronic data interchange, ovvero EDI e non ha più senso, riferendosi alle reti interne, parlare di Intranet ma, se si vuol identificare una rete privata, l’acronimo da usare è VPN che sta per Virtual private network. L’Extranet, invece, popolare alla fine degli anni ‘90 è diventata Electronic data interchange, ovvero EDI e non ha più senso riferendosi alle reti interne, parlare di Intranet. Secondo il settimanale americano, che forza il significato dei termini in questione, per identificare una rete privata è meglio utilizzare l’acronimo è VPN che sta per Virtual private network.

 

Vedi anche:

Chiavetta USB, per un esempio di come alcune innovazioni possano inizialmente portare alla coesistenza di termini diversi, con la tendenza però alla standardizzazione e quindi alla scomparsa della terminologia ridondante, o comunque alla riduzione della sua frequenza d’uso, man mano che la tecnologia diventa più diffusa e più matura.

Attenzione alle spalle…, per un esempio di considerazioni terminologiche quando viene introdotto un nuovo concetto in un’altra lingua.

Infine, altri esempi di una certa disinvoltura del Corriere nel comunicare informazioni in origine in inglese: cross country race, tuxedo cat, lens, eastern egg e la pronuncia di love.

“Blogorrhea” e “blogorrea” sono la stessa cosa?

In inglese ci sono innumerevoli neologismi che fanno riferimento ai blog. The Urban Dictionary ne elenca più di 200: molti sono ancora gergali ma altri sono ormai entrati nell’inglese standard e da lì sono arrivati in italiano, spesso come prestiti, ad es. blogroll.

Tra i calchi l’inglese blogorrhea e l’italiano blogorrea (la tendenza a scrivere post prolissi e spesso incoerenti, oppure molto frequenti ma privi di contenuto interessante) mi piacciono non solo per l’efficacia con cui esprimono il concetto ma anche perché li trovo un tipico esempio di parole in lingue diverse che solo in apparenza sono del tutto equivalenti.

Per confermarlo ho fatto un piccolo esperimento con una trentina di persone che hanno familiarità con i blog, metà italiane e metà di madrelingua inglese. Ho mostrato loro la parola blogorrhea o blogorrea (nella propria lingua) e ho chiesto di indicarmi il significato e l’origine. Tutti hanno riconosciuto il concetto e capito che era una parola macedonia ma, come prevedevo, l’interpretazione “etimologica” è stata diversa in inglese e in italiano.

blogorrhea - blogorrea In inglese blogorrhea è stata analizzata come parola composta da blog e dal suffisso rrhea che fa pensare soprattutto a diarrhea (non a caso in inglese esiste anche il concetto opposto, blogstipation), ma anche a gonorrhea, e quindi può evocare immagini alquanto negative. In italiano, invece, tutti hanno visto un unico riferimento a logorrea, un concetto più astratto e spesso usato ironicamente. Ecco quindi che non c’è una completa equivalenza nelle due lingue perché non coincidono le connotazioni legate alle parole.

Difficile dire se le sfumature di significato siano influenzate dalla maggiore o minore frequenza di certe parole nella lingua (in italiano logorrea è un termine tecnico entrato nel lessico comune e quindi più riconoscibile di logorrhea in inglese) oppure dall’ortografia (in inglese rrhea è una combinazione usata raramente al di fuori del linguaggio scientifico, familiare forse solo proprio per diarrhea).

Non so se esista un termine per descrivere le differenze di percezione dovute al diverso impatto visivo delle parole scritte, in ogni caso credo si possa usare questo esempio per ricordare che nella scelta di termini molto visibili, di nomi di prodotti e nomi di domini si dovrebbe sempre verificare che non contengano sequenze di caratteri o altro che possano conferire connotazioni negative non volute: chi traduce dovrebbe avere la sensibilità per individuare queste differenze.


Aggiornamento: vedi anche Web2.0rhea (un altro esempio con il suffisso (r)rhea) e L’aspetto delle parole (l’influenza dei tipi di carattere sulla percezione delle parole).

L’invasione dei mashup

Il termine inglese mashup (anche mash-up) è ormai comune in ambito informatico, in particolare nello sviluppo Web, dove indica un mix di contenuto, codice o altri elementi da fonti diverse che vengono integrati dinamicamente per creare un nuovo tipo di servizio o applicazione.

Origine del termine mashup

Il significato di mashup viene spesso spiegato in italiano indicando che, letteramente, vuol dire poltiglia. Forse è un po’ riduttivo: poltiglia può avere connotazioni negative mentre in genere con un’azione di mashing up si riduce tutto a pezzetti per ottenere qualcosa che ha una consistenza omogenea  (ad es. le mashed potatoes, il parente inglese del purè).

In inglese il termine mashup si è diffuso inizialmente in campo musicale (un particolare mix di uno o più brani) per poi essere usato in altri ambiti (ad es. spezzoni video montati in sequenza per creare un effetto totalmente diverso dagli originali sono un mashup, tipico esempio il programma televisivo Blob).

Come prevedibile, in italiano è stato adottato il prestito mashup, soprattutto in informatica: difficile trovare un termine univoco italiano altrettanto breve e facilmente memorizzabile che identifichi un concetto così specifico e tuttavia ancora in evoluzione.

Mashup e letteratura

mashupUltimamente ho incontrato il termine mashup in un nuovo contesto: in inglese si sta discutendo parecchio del romanzo Pride and Prejudice and Zombies, definito come il primo rilevante mashup in campo letterario (85% testo originale del classico di Jane Austen e il resto aggiunto da tale Seth Grahame-Smith per farlo diventare una storia di zombie).

Tra chi ne parla, ho notato che in inglese britannico è preferita la grafia  mash-up, spesso tra virgolette e con spiegazione del  significato “musicale” (esempi: BBC, The Guardian, The Times; origine e grafia di mash-up sono descritti da The virtual linguist), mentre in inglese americano si opta per mashup e viene dato per scontato che il lettore ne conosca il significato (esempi: The New Yorker, New York Times, Publishers Weekly).

Terminologia italiana

Se è un genere di romanzo destinato a prendere piede, sarà interessante vedere che termine lo descriverà in italiano, visto che in campo letterario i prestiti dall’inglese non sono diffusi come in informatica. Per ora chi ha dato la notizia, ad es. Marie Claire e blog come booksblog e A piè di pagina, ha descritto l’operazione chiarendo il contesto ma evitando di dare un nome al genere (scelta che condivido). Tra i giornali, solo il Corriere parla di mash-up ma l’impressione è che si tratti di una traduzione un po’ frettolosa di testo inglese, tra l’altro mantenendo molti riferimenti che sono sicuramente ovvi per il lettore tipico inglese (ad es. l’incipit e i nomi dei personaggi di Orgoglio e pregiudizio) ma forse non altrettanto trasparenti per il lettore tipico italiano.

Aggiornamento novembre 2011 – Sembra si stia affermando il prestito anche in ambito letterario italiano, in particolare dopo l’uscita di I promessi morsi di Anonimo Lombardo, primo romanzo italiano del genere. Ne parla, ad esempio, Fenomeno mash up: quando i classici della letteratura diventano horror.


Aggiornamento 17 luglio 09 – Visto il successo di Pride and Prejudice and Zombies, è in uscita il mashup di un altro romanzo di Jane Austen: Sense and Sensibility and Sea Monsters. C’è addirittura un video promozionale che farà sicuramente inorridire gli (le?) amanti degli sceneggiati della BBC:

(via Visual Thesaurus)