Post con tag “significato”
regolarizzazione analogica
Sarei curiosa di sapere cosa viene in mente leggendo il titolo regolarizzazione analogica, senza contesto. Quanti di noi, in caso di espressioni poco diffuse che contengono parole polisemiche, provano a interpretarle facendo riferimento al significato più comune nella propria esperienza quotidiana o professionale, ad es. analogico inteso come non digitale?
Ci ho pensato leggendo una risposta nel portale Treccani sul plurale di orecchio, che non fa distinzione tra persone (orecchi) e animali (orecchie) come invece credono alcuni:
| “…non v’è nessuna differenza di significato tra le coppie orecchio / orecchia – orecchi / orecchie. Va detto che nell’antichità il singolare orecchia (regolare sviluppo del latino AURĬCULAM) venne percepito come un plurale (le orecchia). È da orecchia plurale che fu ricavato quindi un singolare maschile orecchio, sul modello di uovo-uova. In seguito, le forze della regolarizzazione analogica – che tanto peso da sempre hanno nella creazione di forme, vocaboli e significati nuovi – tornarono ad agire in altra direzione, determinando la nascita del plurale maschile orecchi, sentito come più regolare abbinamento di orecchio. Così, senza troppa logica matematica, ma con una innegabile coerenza di spinte e attrazioni analogiche, la lingua italiana ospita oggi questo sistema di coppie sostanzialmente equivalenti, che non prevede differenze semantiche dipendenti dalla distinzione tra umano e non umano.” |
In contesto, il significato di analogico in regolarizzazione analogica diventa ovvio anche per chi non ha mai incontrato il termine linguistico, che descrive anche l’elaborazione di forme non standard da parte di bambini o stranieri che non hanno ancora recepito le eccezioni alle regole, come ad es. ho piangiuto anziché ho pianto, per analogia con i verbi regolari.
…
In intimità con l’iPad?
Come prevedibile, fiumi di inchiostro digitale sull’iPad, anche su alcuni aspetti linguistici.
More intimate (Unspeak), ad esempio, ironizza su alcune delle parole scelte da Steve Jobs per descrivere la novità della Apple, tra cui “It’s so much more intimate than a laptop”.
In Italia l’affermazione è stata riprodotta letteralmente, molto più intimo di un laptop. Probabilmente chi ha tradotto non ha riflettuto sull’aggettivo italiano: se associato a persone il significato è sicuramente “legato da un rapporto personale stretto” ma, se riferito ad oggetti, prevale invece “relativo a zone del corpo
che di solito rimangono coperte”. Ancora più ironico se si considera che, specialmente in inglese americano, pad è l’assorbente (nel senso di igiene intima) e in questi giorni si sprecano le battute, come riporta iPad name draws feminine hygiene jokes (CNN) ma anche il Corriere della Sera. Una tra tante: “Yes, the iPad is small, lightweight and slim. But can you swim with it?”
…
Vedi anche: Globalizzazione e pronuncia di nomi di prodotti sui possibili problemi nella scelta dei nomi di prodotti. Aggiornamento 29 gennaio: a proposito di pronuncia, un ulteriore problema del nome iPad è che in alcune varietà di inglese suonerebbe troppo simile a iPod, come spiega il linguista Arnold Zwicky.
…
XOXO: baci e abbracci
No, non sto pensando al microformato eXtensible Open XHTML Outlines ma all’abbreviazione per hugs and kisses che viene in mente leggendo un articolo del Corriere della Sera, L’uomo «metrotextual»? Manda baci via sms (anche ai maschi)* (originale qui).
Mah, che sia davvero il caso di scomodare gli psicologi per capire perché ora molti uomini inglesi concludono SMS e altri messaggi con uno o più baci, le X, anche quando scrivono ad altri uomini? Forse le X, una volta usate solo dalle ragazze nelle lettere, hanno semplicemente perso parte del significato originale per diventare saluti più neutri, privilegiati perché brevissimi? Mi pare sia un po’ quello che sta succedendo in italiano con baci e bacio alla fine di telefonate e messaggi, sempre più diffusi e sempre meno riconducibili al loro significato letterale.
Lo slittamento di significato è abbastanza comune con i saluti, basti pensare a ciao che nei secoli ha perso qualsiasi riferimento a schiavo o a How are you? che in Irlanda di solito non è una domanda ma un saluto, infatti si tende a rispondere ripetendo How are you?
* L’articolo italiano non chiarisce che in inglese metrotextual è un gioco di parole con metrosexual, un uomo molto preoccupato della propria immagine, etero ma con atteggiamenti di solito associati ai gay (tipo David Beckham), e con text, l’SMS.
…
Aggiornamento 9/11/09 – Un paio di commenti divertenti su metrotextual in Schott’s Vocab.
Aggiornamento 19/11/09 – David Crystal riporta che in GB anche il significato del saluto see you later è cambiato, perlomeno tra i più giovani, diventando più generico e non implicando più un incontro nella stessa giornata.
…
Il Corriere e le parole “tech” da non usare più
Grazie a Paola ho letto, anche se con qualche giorno di ritardo, Le parole «tech» da non usare più, un articolo del Corriere della Sera che si riprometteva di mettere in evidenza “espressioni o vocaboli che, secondo Business Week, è meglio non pronunciare in un colloquio di lavoro per non sembrare obsoleti” ma che invece ha mostrato una notevole confusione nel proporre un argomento a sfondo tecnologico, come ben sottolineato dai commenti dei lettori.
Innanzitutto non credo abbia molto senso prendere un articolo scritto in inglese, con riferimenti specifici a quella lingua, e riproporlo a lettori italiani con gli stessi esempi, senza adattamenti, addirittura suggerendo che al posto di un verbo spacciato come italiano (ma che in realtà non ha mai avuto una diffusione significativa) ne venga usato uno inglese:
“Peggio ancora va se provate la locuzione surfare sul web, legata a un’internet della prima ora ormai molto, troppo «vintage». Il massimo, per esprimere il concetto di navigare, è usare to google.”
Stupisce però ancora di più come concetti diversi e relativa terminologia siano stati confusi tra loro, senza verificare se effettivamente ci fosse sinonimia. Faccio un esempio non informatico: è come se avessero affermato che, per fare riferimento a un sistema di comunicazione molto diffuso qualche decina di anni fa, la parola telex è superata e al suo posto si dovrebbe dire email!
Stando all’articolo, infatti, sarebbero le “parole tecnologiche” che descrivono soluzioni o tecnologie a diventare obsolete, anziché le tecnologie stesse, una conclusione che lascia parecchio perplessi. Va invece considerato che di solito la terminologia che descrive tecnologie mature, quindi poco suscettibili a ulteriori evoluzioni, è consolidata e raramente soggetta a modifiche.
La nota aggiunta dalla redazione per precisare il senso dell’articolo non elimina i dubbi:
[…] “uno spunto interessante per sottolineare come il linguaggio sia ormai destinato a essere molto spesso in ritardo rispetto all’evoluzione della tecnologia, come ben dimostra il proliferare di termini che cercano di definire “creature” sempre più ibride quali i netbook, i tablet pc, gli Ultra Mobile Pc, Mobile Internet devices, etc”
Non è chiaro cosa intendano con “ritardo” del linguaggio, visto che i nuovi concetti che risultano da innovazioni e evoluzioni tecnologiche non potrebbero diffondersi se non fossero loro associati dei nomi che li descrivono e che permettono di differenziarli da concetti simili: è proprio il caso dei termini portati ad esempio (netbook, tablet PC, UMPC e MID). Ogni lingua ha le sue strategie per scegliere la terminologia che deve rappresentare nuovi concetti, in particolare quelli nati in altri contesti linguistici; è noto che l’italiano ricorre volentieri al prestito, ma questo non va visto come un’incapacità di stare al passo con l’innovazione, come forse implica la nota del Corriere, bensì come una delle tante possibilità di formazione di neologismi da sempre in uso nella nostra lingua.
Per finire, una modifica dell’articolo rispetto alla prima versione cerca di deviare alcune responsabilità sul testo originale ma, secondo me, non fa che sottolineare la confusione fatta tra argomenti potenzialmente obsoleti e la terminologia necessaria per discuterli:
| Versione originale | Versione modificata |
| L’Extranet, invece, popolare alla fine degli anni ‘90 è diventata electronic data interchange, ovvero EDI e non ha più senso, riferendosi alle reti interne, parlare di Intranet ma, se si vuol identificare una rete privata, l’acronimo da usare è VPN che sta per Virtual private network. | L’Extranet, invece, popolare alla fine degli anni ‘90 è diventata Electronic data interchange, ovvero EDI e non ha più senso riferendosi alle reti interne, parlare di Intranet. Secondo il settimanale americano, che forza il significato dei termini in questione, per identificare una rete privata è meglio utilizzare l’acronimo è VPN che sta per Virtual private network. |
Vedi anche:
Chiavetta USB, per un esempio di come alcune innovazioni possano inizialmente portare alla coesistenza di termini diversi, con la tendenza però alla standardizzazione e quindi alla scomparsa della terminologia ridondante, o comunque alla riduzione della sua frequenza d’uso, man mano che la tecnologia diventa più diffusa e più matura.
Attenzione alle spalle…, per un esempio di considerazioni terminologiche quando viene introdotto un nuovo concetto in un’altra lingua.
Infine, altri esempi di una certa disinvoltura del Corriere nel comunicare informazioni in origine in inglese: cross country race, tuxedo cat, lens, eastern egg e la pronuncia di love.
…
“Blogorrhea” e “blogorrea” sono la stessa cosa?
In inglese ci sono innumerevoli neologismi che fanno riferimento ai blog. The Urban Dictionary ne elenca più di 200: molti sono ancora gergali ma altri sono ormai entrati nell’inglese standard e da lì sono arrivati in italiano, spesso come prestiti, ad es. blogroll.
Tra i calchi l’inglese blogorrhea e l’italiano blogorrea (la tendenza a scrivere post prolissi e spesso incoerenti, oppure molto frequenti ma privi di contenuto interessante) mi piacciono non solo per l’efficacia con cui esprimono il concetto ma anche perché li trovo un tipico esempio di parole in lingue diverse che solo in apparenza sono del tutto equivalenti.
Per confermarlo ho fatto un piccolo esperimento con una trentina di persone che hanno familiarità con i blog, metà italiane e metà di madrelingua inglese. Ho mostrato loro la parola blogorrhea o blogorrea (nella propria lingua) e ho chiesto di indicarmi il significato e l’origine. Tutti hanno riconosciuto il concetto e capito che era una parola macedonia ma, come prevedevo, l’interpretazione “etimologica” è stata diversa in inglese e in italiano.
In inglese blogorrhea è stata analizzata come parola composta da blog e dal suffisso rrhea che fa pensare soprattutto a diarrhea (non a caso in inglese esiste anche il concetto opposto, blogstipation), ma anche a gonorrhea, e quindi può evocare immagini alquanto negative. In italiano, invece, tutti hanno visto un unico riferimento a logorrea, un concetto più astratto e spesso usato ironicamente. Ecco quindi che non c’è una completa equivalenza nelle due lingue perché non coincidono le connotazioni legate alle parole.
Difficile dire se le sfumature di significato siano influenzate dalla maggiore o minore frequenza di certe parole nella lingua (in italiano logorrea è un termine tecnico entrato nel lessico comune e quindi più riconoscibile di logorrhea in inglese) oppure dall’ortografia (in inglese rrhea è una combinazione usata raramente al di fuori del linguaggio scientifico, familiare forse solo proprio per diarrhea).
Non so se esista un termine per descrivere le differenze di percezione dovute al diverso impatto visivo delle parole scritte, in ogni caso credo si possa usare questo esempio per ricordare che nella scelta di termini molto visibili, di nomi di prodotti e di nomi di domini (!!) si dovrebbe sempre verificare che non contengano sequenze di caratteri o altro che possano conferire connotazioni negative non volute: chi traduce dovrebbe avere la sensibilità per individuare queste differenze.
… …
PS Nei prossimi giorni mi prenderò una pausa. E in effetti, prima che me lo faccia notare qualcuno, forse non era il caso di scrivere un post così lungo proprio sull’argomento… blogorrea! ![]()
L’invasione dei mashup
Il termine inglese mashup (anche mash-up) è ormai comune in ambito informatico, in particolare nello sviluppo Web, dove indica un mix di contenuto, codice o altri elementi da fonti diverse che vengono integrati dinamicamente per creare un nuovo tipo di servizio o applicazione.
Il significato di mashup viene spesso spiegato in italiano indicando che, letteramente, vuol dire poltiglia. Forse è un po’ riduttivo: poltiglia può avere connotazioni negative mentre in genere con un’azione di mashing up si riduce tutto a pezzetti per ottenere qualcosa che ha una consistenza omogenea (ad es. le mashed potatoes, il parente inglese del purè).
In inglese il termine mashup si è diffuso inizialmente in campo musicale (un particolare mix di uno o più brani) per poi essere usato in altri ambiti (ad es. spezzoni video montati in sequenza per creare un effetto totalmente diverso dagli originali sono un mashup, tipico esempio il programma televisivo Blob).
Come prevedibile, in italiano è stato adottato il prestito mashup, soprattutto in informatica: difficile trovare un termine univoco italiano altrettanto breve e facilmente memorizzabile che identifichi un concetto così specifico e tuttavia ancora in evoluzione.
Ultimamente ho incontrato il termine mashup in un nuovo contesto: in inglese si sta discutendo parecchio del romanzo
Pride and Prejudice and Zombies, definito come il primo rilevante mashup in campo letterario (85% testo originale del classico di Jane Austen e il resto aggiunto da tale Seth Grahame-Smith per farlo diventare una storia di zombie).
Tra chi ne parla, ho notato che in inglese britannico è preferita la grafia mash-up, spesso tra virgolette e con spiegazione del significato “musicale” (esempi: BBC, The Guardian, The Times; origine e grafia di mash-up sono descritti da The virtual linguist), mentre in inglese americano si opta per mashup e viene dato per scontato che il lettore ne conosca il significato (esempi: The New Yorker, New York Times, Publishers Weekly).
Se è un genere di romanzo destinato a prendere piede, sarà interessante vedere che termine lo descriverà in italiano, visto che in campo letterario i prestiti dall’inglese non sono diffusi come in informatica. Per ora chi ha dato la notizia, ad es. Marie Claire e blog come booksblog e A piè di pagina, ha descritto l’operazione chiarendo il contesto ma evitando di dare un nome al genere (scelta che condivido). Tra i giornali, solo il Corriere parla di mash-up ma l’impressione è che si tratti di una traduzione un po’ frettolosa di testo inglese, tra l’altro mantenendo molti riferimenti che sono sicuramente ovvi per il lettore tipico inglese (ad es. l’incipit e i nomi dei personaggi di Orgoglio e pregiudizio) ma forse non altrettanto trasparenti per il lettore tipico italiano.
…
Aggiornamento 17 luglio 09: visto il successo di Pride and Prejudice and Zombies, è in uscita il mashup di un altro romanzo di Jane Austen: Sense and Sensibility and Sea Monsters. C’è addirittura un video promozionale che farà sicuramente inorridire gli (le?) amanti degli sceneggiati della BBC:
(via Visual Thesaurus)
“Slide deck” e presentazioni di PowerPoint
Da qualche anno sembra che dal vocabolario di molti colleghi americani, perlomeno nelle
comunicazioni informali, siano scomparsi slides, PowerPoint file, presentation e sinonimi per essere sostituiti da (slide) deck. Non ci è voluto molto perché i non americani seguissero a ruota: nel mio ambito di lavoro, ma non solo, quando si parla inglese deck sta diventando il modo più comune per descrivere sia il file di una presentazione come pure la presentazione stessa (ad es. “we presented a deck which focused on the new features”).
Io invece mi rifiuto di usarlo. Non capisco il vantaggio di introdurre un termine gergale che non è molto più breve e soprattutto non più trasparente di slide o presentation o anche PPT file, termini che, proprio per il loro uso specifico, evitano ambiguità perché richiamano immediatamente il concetto di presentazione (deck invece può avere vari significati). Chiedere ai diretti interessati perché preferiscano deck non aiuta: non sanno rispondere! Scartata l’ipotesi che deck possa far riferimento a un mazzo di carte da gioco (deck of cards* in inglese americano), rimangono due alternative:
| ▄ | deck descriverebbe la copia stampata delle presentazioni che in passato venivano distribuite ai partecipanti, con i fogli impilati uno sopra l’altro (fonte qui) |
| ▄ | deck farebbe riferimento ai caricatori per diapositive “tradizionali”, non elettroniche (però in inglese i caricatori rettangolari si chiamano slide magazine e quelli tondi slide carousel, non deck!) |
Strano comunque che slide deck abbia preso piede proprio quando non sono più in molti ad usare caricatori di diapositive e ancora meno ad avere esperienza di presentazioni su carta. Al di fuori di ambiti specifici, comunque, slide deck non sembra essere riconosciuto(ad es. non si trova ancora nei dizionari) e quindi va considerato come un termine gergale. A questo proposito, ecco cosa mi dice una collega americana:
| Speaking from a baby boomer point of view, I had never heard the term “slide deck” before coming to work here. So I’m not sure if the term is in general use in high tech or not. I asked two friends, both in scientific fields, and they did not know what a “slide deck” was. But once I explained what I meant they easily understood the term. They also believe the term probably started with the use for a set of 35 mm slides that were housed in a rectangular box that fitted on a slide projector used for presentations back in the day. […] |
Intanto io continuo a usare i termini standard e mi fa piacere notare che slide deck non si è ancora intrufolato nella documentazione ufficiale di PowerPoint o altri prodotti.
…
* pack of cards in inglese britannico
…
Domande sulle risposte…
Post pubblicato il 23 ottobre 2008 in blogs.technet.com/terminologia
In questo periodo il mio team è alle prese con una mole di lavoro notevole (eufemismo!). Proprio quando il tempo manca, capita di avere a che fare con termini in apparenza semplicissimi ma che richiedono parecchia attenzione.
Sto cercando di capire quali siano le sfumature di significato tra tre termini inglesi, i verbi answer, reply e respond. Appaiono in uno stesso contesto e non sono sinonimi ma identificano concetti specifici e tipi di risposta diversi. Peccato che in italiano oltre a rispondere non ci siano molte alternative (replicare va scartato perché viene già usato come traduzione di replicate).
In questi casi è fondamentale che le definizioni siano il più precise possibile, con contesti d’uso specifici, per consentirci di trovare soluzioni su misura. Va deciso, ad esempio, quale dei tre concetti possa essere "privilegiato" associandogli il termine standard rispondere.
Troveremo sicuramente una soluzione, ci vuole solo un po’ pazienza per spiegare agli interlocutori americani che non tutte le lingue hanno a disposizione le stesse risorse lessicali dell’inglese ed è per questo che ci servono informazioni così dettagliate. E così continuano le domande sulle risposte…
Commento di .mau:
a me respond suona molto formale; answer più asettico; reply più diretto. Dovessi usare per forza tre termini diversi, andrei su "reazione", "risposta", "controbattuta" ma ammetto che non li vedo bene come traduzione tecnica…
Commento di Iso:
Le tre parole testimoniano che la ricchezza di una lingua è frutto della contaminazione con altre lingue e culture. Non sono perfetti sinonimi l’una dell’altra, anzi, ciascuna ha un innesco diverso: question per answer, demand per respond, state per reply. Cercare ostinatamente la norma per ottenere che tutto un settore vi si conformi, più o meno forzatamente, sta minando la precisione nell’uso della lingua.
Mia precisazione:
Grazie Mau e Iso.
Effettivamente i tre verbi sono sinonimi nel senso che rappresentano una “reazione a un’azione” (signficato generico) ma hanno contesti di utilizzo e registri diversi (significato specifico), perlomeno nella lingua “standard” (quella documentata dai dizionari). In ambito informatico spesso interviene una certa creatività nell’assegnare significati specifici a termini già esistenti, se poi consideriamo che spesso gli sviluppatori non sono di madrelingua inglese, le cose si complicano ulteriormente![]()
Supponiamo ad esempio che un programma preveda un certo tipo di azione Z, e che questa azione possa essere eseguita in tre modi diversi:1 – automaticamente
2 – semiautomaticamente, in base a specifiche condizioni
3 – manualmenteIn inglese potrei chiamare le tre modalità auto Z, conditional Z e manual Z, oppure potrei considerare eventuali sinonimi di Z, diciamo Y e X, e decidere arbitrariamente di chiamare i concetti 1, 2 e 3 X, Y e Z o, in alternativa, Z, Y e X. In questo ambito e con questo uso, i termini X, Y e Z sono diventati semplici etichette e anche se mantengono il significato generico, perdono quello specifico che hanno nella lingua standard per assumerne uno nuovo.
In questo tipo di contesto, quando si decide la terminologia per la lingua di arrivo diventa importante lavorare sui concetti piuttosto che sui singoli termini inglesi, che rimangono il punto di partenza e il riferimento più importante a livello di significato generico ma vanno appunto visti come etichette.
Mi faccio un appunto per tornare sull’argomento con qualche esempio specifico per quando avrò un po’ più di tempo…
Il paragrafo falso amico…
Pubblicato il 18 ottobre 2008 in blogs.technet.com/terminologia
Oggi ero agli MVP Open Days, un evento dove si incontrano sempre persone con cui è un vero piacere scambiare opinioni e informazioni.
Grazie a Maurizio Borrelli, con cui ho parlato del lavoro del mio team e della terminologia di Office, ho scoperto un falso amico che finora, ahimè, avevo sempre ignorato: il termine paragrafo, rappresentato dal simbolo ¶.
Maurizio mi faceva notare come chi comincia a usare Word e altri programmi spesso faccia fatica a capire cosa si intenda per paragrafo e commenti perplesso "ma questo non è un paragrafo".
Effettivamente in inglese paragraph è "testo che inizia in una nuova riga e che contiene almeno una frase". In italiano, invece, il termine paragrafo rappresenta un concetto diverso: "un’unità di testo scritto di una certa ampiezza, ma di rango inferiore al capitolo".
Sempre in inglese, nell’ambito specifico del software, paragraph indica "testo che è seguito da un ritorno a capo ottenuto premendo il tasto INVIO, ad esempio la voce di un elenco numerato o puntato, un titolo o un sottotitolo, ecc.".
Ecco quindi che paragrafo è un falso amico, come messo in evidenza dal dizionario Treccani al punto 1 c:
paragrafo s. m. 1. a. Parte, generalmente breve e di estensione minore del capitolo, in cui viene suddiviso uno scritto: i primi tre p. del 4° capitolo del testo di storia. b. (giur.) Partizione di una legge e sim. corrispondente al singolo articolo o a un suo comma. c. Per influsso dell’ingese paragraph, denominazione diffusa, ma errata, di ciò che in italiano si dice piuttosto capoverso; usato specialmente nel linguaggio informatico. 2. (estens.) Segno grafico (§) che contrassegna il paragrafo.
Credo però che a questo punto sarebbe controproducente cambiare la terminologia italiana nei prodotti Microsoft: confonderebbe i milioni di utenti che, più o meno inconsapevolmente come la sottoscritta, hanno imparato a riconoscere il nuovo significato "informatico" di paragrafo.
Ah, in inglese il simbolo § si chiama section sign…
Commento di Enrico:
Non mi ero mai reso conto che per Word anche i titoli sono dei paragrafi e sono d’accordo che e’ strano, ma credo che siano quelli che imparano a usare il computer tardi che fanno piu’ fatica a imparare questi concetti.
Commento di Maurizio Borrelli:
Lieto di ritrovarmi citato nel tuo blog!
Tornato a casa da Milano, sono andato subito a sfogliare il _Lexicon Abbreviaturarum. Dizionario di abbreviature latine ed italiane_ edito da Hoepli e ho verificato che entrambi i segni convenzionali "Section sign" e "Paragraph sign" sono definiti "Paragraphus" e indicati come attestati in Italia dalla metà del XV secolo. A quanto pare dalle nostre parti "Section sign" si è dato molto da fare, mentre "Paragraph sign" non ha avuto molta fortuna, rimanendo relegato in stretto ambito ecclesiastico, Breviari e Messali insomma, fino all’avvento di Word.
Licia:
@ Maurizio, grazie dei dettagli, incredibile cosa si riesca a "riciclare" in campo tecnologico!
Che relazione c’è tra obsoleto, disapprovato e deprecato?
Post pubblicato il 19 settembre 2008 in blogs.technet.com/terminologia
Il database terminologico Microsoft documenta la terminologia informatica usata nei prodotti localizzati. Non include invece i termini che rappresentano concetti generici usati anche in contesti non informatici.
L’aggettivo inglese frequent, ad esempio, appare nelle stringhe di parecchi prodotti ma non è incluso nel database perché il suo significato ("che avviene spesso") è generico e non acquista accezioni particolari in ambito informatico.
La distinzione tra significato generico e significato specializzato non è sempre così ovvia e per questo è utile gestire la terminologia all’interno di sistemi concettuali. Cercherò di spiegarlo con un esempio recente.
La lingua inglese ha un lessico 3-4 volte superiore a quello delle altre lingue europee e non sempre tra i termini inglesi e quelli nelle altre lingue c’è una corrispondenza univoca. Esempio: in contesti generici l’aggettivo italiano obsoleto può rappresentare una scelta di traduzione più che accettabile non solo per l’aggettivo inglese obsolete ma anche per deprecated e outdated (spesso praticamente sinonimi).
In un contesto specifico relativo a caratteristiche del software o elementi di programmazione, però, la stessa traduzione non è più adeguata perché il termine inglese obsolete assume un significato specializzato: fa parte di un sistema concettuale dove coesiste con deprecated. In questo sistema, obsolete e deprecated non sono più sinonimi ma termini correlati, associati a due concetti diversi, e sono in relazione con altri concetti, rappresentati da altri termini, come nell’esempio:
Finalmente arrivo al punto: solo quando obsolete e deprecated sono stati documentati nel database come termini informatici associati a concetti specifici ci siamo accorti della traduzione italiana generica deprecated à obsoleto, passata fino a quel momento inosservata nelle stringhe di alcuni prodotti e potenzialmente in conflitto con obsolete à obsoleto.
D’ora in poi in italiano useremo deprecato, termine non comune ma entrato nel linguaggio tecnico come calco dall’inglese. Le alternative disapprovato e non approvato, di comprensione forse più immediata per utenti meno tecnici, sono state invece scartate: non si sa mai che nello stesso sistema concettuale prima o poi vengano introdotti disapproved e not approved!
Mi sono dilungata molto, spero però di essere riuscita a sottolineare che per evitare potenziali errori (ma anche per riuscire a correggerli!) è importante
Ÿ analizzare i termini in un sistema concettuale anziché individualmente
Ÿ identificare l’eventuale polisemia di termini apparentemente generici
Ÿ documentare le relazioni tra concetti.
Vedi anche: database terminologici.
Commento di .mau.
deprecare deriva dal latino cristiano "deprecari", "pregare insistentemente". Devono essere le giaculatorie dei programmatori quando si trovano certe peculiarità…
