Terminologia etc.

Terminologia, localizzazione, traduzione e altre considerazioni linguistiche

Post con tag “significato”

Aggettivi indefiniti subdoli

Sono capitata nella pagina italiana di un sito dove si avverte che la spedizione di certi prodotti potrebbe subire un ritardo di parecchi giorni, un’informazione davvero poco incoraggiante dal punto di vista di un potenziale acquirente.

Ho cercato il testo originale: come immaginavo, la pagina inglese dice che la spedizione “may be delayed by several days, un’attesa tutto sommato accettabile.

voce Several nell'Oxford Advanced Learner's Dictionary: more than two but not very many

Ce lo ripetevano in continuazione il primo anno di università: in inglese several indica una quantità imprecisata ma limitata, in genere meno di dieci, quindi tradurre con parecchio o aggettivi che indicano un numero rilevante è quasi sempre un errore; in base al contesto, andrebbero preferite alternative quali qualche, alcuno, più (di uno), ecc.

Ho avuto modo di notare che è un tipo di errore che può sfuggire ai revisori, soprattutto se il resto del testo rispetta le indicazioni della guida di stile, è scorrevole e la terminologia è corretta. L’esempio di parecchi giorni credo dimostri che invece si dovrebbe fare attenzione a queste sviste: anche un aggettivo indefinito, per quanto apparentemente banale, può influenzare negativamente la percezione di un prodotto o di un servizio.

voce Parecchio nel Vocabolario Zingarelli online: che è in quantità, misura o numero notevole, rilevante

Associazioni di immagini e parole

Via Language Log, un video che gioca con la polisemia di alcune parole inglesi molto comuni. Non ho capito immediatamente come funzionasse, poi è scattato il meccanismo per associare le parole giuste a ciascuna immagine e mi è piaciuto davvero molto.

Il video, descritto come un esempio di “visual wordplay”, è stato realizzato per il programma Words di Radiolab da Daniel Mercadante e Will Hoffman.

Qui sotto l’elenco delle parole associate alle immagini.

Le parole sono play, blow, break (e brake), split, run, fly, fall, light, space e il passaggio tra l’una e l’altra non è casuale, ad es. runrun away – runway – fly.

Ci sono alcune parole con significati specifici dell’inglese americano: la più nota è fall per l’autunno ma c’è anche run, la smagliatura delle calze che è invece ladder in inglese britannico, l’espressione give/flip someone the bird per “mostrare il dito medio”, ecc. 

Patatine e triangolo semiotico

Oggi la striscia Pearls Before Swine gioca su una delle tante differenze lessicali tra inglese britannico e inglese americano, in questo caso tra patatine intese come patate fritte (chips in Europa e French fries in America) e come snack (crisps e potato chips):

Il personaggio Pig è un po' tonto e tende a interpretare tutto letteralmente - Pearls Before Swine del 17 giugno 2010

Lo trovo un esempio divertente di un principio ben noto a chi si occupa di gestione della terminologia: a oggetti facilmente identificabili e concetti condivisi da tutti i parlanti (la differenza tra i tipi di patatine è ben chiara ai bambini occidentali anche molto piccoli) non sempre corrispondono segni linguistici univoci (le parole), ad es. in altre aree anglofone, mi pare l’Australia, chip indica entrambe le preparazioni e anche in italiano è il contesto a chiarire cosa si intenda con patatine.

Nei corsi introduttivi di terminologia, le relazioni tra oggetti, concetti e parole vengono spiegate rappresentandole con il triangolo semiotico: semplificando al massimo, la mente umana raggruppa gli oggetti (concreti e triangolo semiotico: l’OGGETTO come quello della foto in basso a destra condivide con oggetti simili delle caratteristiche comuni, ad es. funzione riproduttiva della pianta, colori vivaci e profumo, che vengono concettualizzate in un’immagine mentale, il CONCETTO, a sua volta rappresentato nella comunicazione verbale tramite simboli, ad es. il SEGNO LINGUISTICO condiviso dai parlanti di una comunità linguistica come le parole fiore, flor, flower, fleur, Blume...astratti) in base alle proprietà che condividono e assegna loro un’immagine mentale, il concetto, che a sua volta viene rappresentato da un segno (parola, simbolo, icona, ecc.), nel nostro caso il termine. Nel triangolo semiotico il collegamento tra il segno e l’oggetto viene espresso da una linea tratteggiata proprio perché le parole non denotano direttamente l’oggetto ma sono una convenzione, un’etichetta, come ben dimostra l’esempio delle patatine. L’ovvia conclusione è che nel lavoro terminologico è molto importante un approccio orientato al concetto, specialmente in ambito multilingue. 

Vedi anche: 

Tasti di scelta (rapida) per esempi di “etichette” diverse per lo stesso concetto e Domande sulle risposte (specialmente il commento finale) per altri esempi di “etichette” usate in maniera a volte arbitraria  
Concetti e termini: un esempio da Office per Mac per un esempio di scelte terminologiche orientate al concetto
Scelte terminologiche: ringare, Rrrring! e trillo per possibili strategie quando non c’è corrispondenza tra termini in lingue diverse
Infine, per sorridere un po’, altri esempi da Pearls Before Swine in XOXO: baci e abbracci, Nomi delle lettere in inglese e dyeing Easter eggs

L come…

È noto che i gesti italiani* incuriosiscono molto gli stranieri. Altrettanto singolari possono essere alcuni gesti usati in altri paesi, eloquenti per chi li condivide ma spesso oscuri per chi non fa parte di quella cultura. Un esempio nella striscia di Dilbert di ieri:

Dilbert - 27 maggio 2010

In America settentrionale, il gesto fatto con pollice e indice della mano destra sulla fronte, a simboleggiare la lettera L, significa loser (“perdente” nel senso di “fallito”, “sfigato”).

poster del film LoserSembra sia nato in Canada all’inizio degli anni ‘90 e si sia poi diffuso grazie al film Ace Ventura: Pet Detective, dove veniva ripetutamente usato dal protagonista Jim Carrey, e poi ad altri film tra cui la commedia romantica Loser (2000), che dava grande risalto al gesto nel materiale promozionale del film (ho fatto una ricerca veloce: appare anche nella versione italiana, uscita con il titolo American School. Sarei curiosa di sapere se e come è stato “localizzato” il riferimento al gesto americano, ma questo non è proprio il mio genere di film e dubito che mi capiterà di vederlo…).

Altro esempio da una striscia di Stone Soup:

Stone Soup - 21 novembre 2009             luddite = luddista

* esempi di gesti italiani spiegati agli inglesi qui, qui, qui, qui, qui.

Lava, lapilli, turbinanti nubi di cenere vulcanica…

Ultimamente si parla molto di vulcani, grazie (?!) all’impronunciabile Eyjafjallajökull e, in questi giorni, al 30º anniversario dell’eruzione di Mount St. Helens (Stati Uniti), di cui The Boston Globe pubblica una serie di foto davvero impressionanti.

Guardando le immagini di Mount St. Helens ho pensato subito al verbo billow, che in inglese sembra immancabile quando si descrivono vulcani che sprigionano nubi di cenere, e infatti l’ho trovato nella prima didascalia, in un’altra foto e nei commenti!

Ash billows from the crater where the summit of Mount St. Helens had been only hours earlier during a huge eruption on May 18th, 1980. - The Boston Globe

Billow è un verbo inglese che mi piace molto ma che non ha un equivalente italiano: descrive fumo o vapore che sale in grandi quantità, a ondate, e dà l’idea di una massa che si gonfia e si dilata. I dizionari lo traducono con “fluttuare in grandi volute”, “levarsi a ondate” e simili, e ho visto billowing ash cloud reso con “turbinanti volute di cenere” (qui) e “torreggianti nubi eruttive” (qui), ma rimane comunque difficile riprodurre l’efficacia della singola parola inglese, che etimologicamente è legata anche a bellows, il mantice.

Passando alla terminologia scientifica sui fenomeni vulcanici, si notano altri dettagli interessanti, ad esempio in inglese ci sono parecchi prestiti dall’italiano quali fumarole (singolare!), lava, lapilli e solfatara, eponimi come Plinian eruption (eruzione pliniana) e termini che derivano da toponimi italiani come Strombolian eruption (eruzione stromboliana) e Vulcanian eruption (eruzione vulcaniana).

Sia in inglese che in italiano si trovano inoltre prestiti da varie lingue parlate in luoghi con fenomeni vulcanici, ad esempio caldera e hornito dallo spagnolo, maar dal tedesco, l’eponimo lacrime di Pele (Pele’s tears) e i tipi di lava aa e pahoehoe dall’hawaiano, il termine lahar, di origine indonesiana, e l’islandese jökulhlaup, un’inondazione causata da un vulcano che fa fondere un ghiacciaio (come quella dello scorso aprile in Islanda). 
… …

Le definizioni dei termini, visualizzabili al passaggio del mouse, sono tratte dal sito Stromboli online, dove si possono consultare fotoglossari di termini vulcanologici in italiano, inglese, tedesco e… friulano!

Parole proibite alla TV americana

Un paio di settimane fa Mara in Lavori in corso… ha fatto alcune considerazioni sulla traduzione di alcune espressioni inglesi volgari. Ho aggiunto alcuni commenti a proposito della traduzione italiana dei complimenti entusiasti del vicepresidente americano Biden ad Obama per l’accordo sulla riforma sanitaria, “This is a big fucking deal”.

L’uscita di Biden è stata subito riportata dai media italiani. Il Sole 24 Ore, ad esempio, è intervenuto due volte, facendo però un paio di considerazioni che non condivido:

In State per leggere un biiiiip, la frase viene tradotta “questa è una grande fottuta riforma” e fucking è descritto come un “intercalare che gli americani usano come rafforzativo”. Effettivamente fucking, che in inglese è usato con funzioni aggettivali e avverbiali (come descritto qui, può modificare aggettivi, es. fucking huge, avverbi, es. fucking fast e verbi, es. you need to fucking stop that), è un espletivo, ovvero un elemento linguistico che “non ha altra  funzione se non quella, spesso dettata da mere esigenze di ritmo, di contribuire alla forza illocutoria dell’enunciato”. Proprio per questo tradurre fucking con fottuto, come hanno fatto quasi tutti i media italiani, non è una buona soluzione: fottuto in italiano ha connotazioni negative mentre Biden semplicemente sottolineava il suo apprezzamento (alternative di traduzione nel post di Mara).
In La parolaccia come prosecuzione della politica con altri mezzi, la frase di Biden diventa una cosa fottutamente importante e viene classificata come “un’espressione gergale e niente affatto offensiva” che avrebbe creato scandalo solo per il luogo dove è stata pronunciata. Non penso sia un’interpretazione corretta: nei media di lingua inglese è raro leggere la parola fuck o forme derivate, infatti si usa un asterisco (f*ck) oppure l’eufemismo f-word. Negli Stati Uniti è addirittura una violazione della legge trasmettere programmi in cui venga usato linguaggio sconcio, anche estemporaneo (i cosiddetti fleeting expletive) e la Federal Communications Commission, l’ente governativo che regola le telecomunicazioni, è molto chiara a proposito di fuck:  
“Profane language” includes those words that are so highly offensive that their mere utterance in the context presented may, in legal terms, amount to a “nuisance.” In its Golden Globe Awards Order the FCC warned broadcasters that, depending on the context, it would consider the “F-Word” and those words (or variants thereof) that are as highly offensive as the “F-Word” to be “profane language” that cannot be broadcast between 6 a.m. and 10 p.m. 

In questo contesto si può capire meglio il clamore suscitato dall’espletivo di Biden: può anche far parte del linguaggio di tutti i giorni di molti, ma è inaccettabile in televisione.

The Seven Words You Can't Say on Television - Penguin ebookÈ molto difficile cogliere le sfumature e le implicazioni culturali relative ai tabù linguistici se non si fa parte di quella cultura. Ancora più difficile trovare traduzioni idonee: come sottolineava Mara, e anche Ilaria, abbondano i falsi amici e le interpretazioni errate, e la forza e le connotazioni di certe parole cambiano nel tempo. A questo proposito, una lettura molto interessante è il libretto The Seven Words You Can’t Say on Television, tratto da The Stuff of Thought di Steven Pinker: un’analisi di tipo linguistico, neurologico, semantico e pragmatico delle parolacce, con riferimenti non solo all’inglese ma anche ad altre lingue e culture.

Concludo questo post lunghissimo con episodio curioso che ha addirittura fatto notizia un paio di giorni fa nel Regno Unito: durante un gioco televisivo di anagrammi sono state estratte le lettere che potevano formare la parola F U C K E D eppure, per quanto ovvia, nessuno dei concorrenti ha osato proporla, né è stata nominata da chi ne ha scritto!

E spero che non passi di qui per caso nessuna persona di madrelingua inglese: gli esempi espliciti potrebbero risultare fastidiosi, proprio come a me, leggendo un paio di romanzi inglesi con frammenti di dialogo in italiano, aveva fatto un brutto effetto vedere scritte alcune bestemmie che dubito potrebbero essere stampate in Italia (e mi ero domandata se l’autore si fosse effettivamente reso conto del loro peso).

Aggiornamento: in Language Log, un’analisi che evidenzia come l’uscita di Biden avrebbe avuto ben altro significato se fosse stata senza articolo (anarthrous). In questo caso, big fucking deal avrebbe richiesto una traduzione completamente diversa che trasmettesse perlomeno sarcasmo, tipo “sai che riforma del c…” o qualcosa del genere.

….….

Nota: definizione di espletivo dal Dizionario di linguistica Einaudi


Vedi anche: Tradurre obscenicon?  #$*%@!!, sui simboli usati per rappresentare parole censurabili, e L’italiano del doppiaggio televisivo, per alcuni riferimenti a errori e falsi amici nella traduzione di espressioni con connotazioni culturali.

regolarizzazione analogica

Sarei curiosa di sapere cosa viene in mente leggendo il titolo regolarizzazione analogica, senza contesto. Quanti di noi, in caso di espressioni poco diffuse che contengono parole polisemiche, provano a interpretarle facendo riferimento al significato più comune nella propria esperienza quotidiana o professionale, ad es. analogico inteso come non digitale?

Ci ho pensato leggendo una risposta nel portale Treccani sul plurale di orecchio, che non fa distinzione tra persone (orecchi) e animali (orecchie) come invece credono alcuni:

“…non v’è nessuna differenza di significato tra le coppie orecchio / orecchiaorecchi / orecchie. Va detto che nell’antichità il singolare orecchia (regolare sviluppo del latino AURĬCULAM) venne percepito come un plurale (le orecchia). È da orecchia plurale che fu ricavato quindi un singolare maschile orecchio, sul modello di uovo-uova. In seguito, le forze della regolarizzazione analogica – che tanto peso da sempre hanno nella creazione di forme, vocaboli e significati nuovi – tornarono ad agire in altra direzione, determinando la nascita del plurale maschile orecchi, sentito come più regolare abbinamento di orecchio. Così, senza troppa logica matematica, ma con una innegabile coerenza di spinte e attrazioni analogiche, la lingua italiana ospita oggi questo sistema di coppie sostanzialmente equivalenti, che non prevede differenze semantiche dipendenti dalla distinzione tra umano e non umano.” 

In contesto, il significato di analogico in regolarizzazione analogica diventa ovvio anche per chi non ha mai incontrato il termine linguistico, che descrive anche l’elaborazione di forme non standard da parte di bambini o stranieri che non hanno ancora recepito le eccezioni alle regole, come ad es. ho piangiuto anziché ho pianto, per analogia con i verbi regolari.

In intimità con l’iPad?

Come prevedibile, fiumi di inchiostro digitale sull’iPad, anche su alcuni aspetti linguistici.

More intimate (Unspeak), ad esempio, ironizza su alcune delle parole scelte da Steve Jobs per descrivere la novità della Apple, tra cui “It’s so much more intimate than a laptop”.

In Italia l’affermazione è stata riprodotta letteralmente, molto più intimo di un laptop. Probabilmente chi ha tradotto non ha riflettuto sull’aggettivo italiano: se associato a persone il significato è sicuramente “legato da un rapporto personale stretto” ma, se riferito ad oggetti, prevale invece “relativo a zone del corpo immagine da www.flickr.com/photos/nevilleblack/4310117876/che di solito rimangono coperte”.  Ancora più ironico se si considera che, specialmente in inglese americano, pad è l’assorbente (nel senso di igiene intima) e in questi giorni si sprecano le battute, come riporta iPad name draws feminine hygiene jokes (CNN) ma anche il Corriere della Sera. Una tra tante: “Yes, the iPad is small, lightweight and slim. But can you swim with it?

Aggiornamento: il linguista Arnold Zwicky ipotizza che, in alcune varietà di inglese, un ulteriore problema del nome iPad, la cui pronuncia standard è / ˈaɪpæd /, possa essere la somiglianza con iPod, che potrebbe rendere il nome dei prodotti meno facile da differenziare.


Vedi anche:  "pinch" non è solo pizzicare e iPad, "flick" e terminologizzazione, sulle incongruenze di traduzione dei termini pinch e flick nella documentazione italiana di iPad, e Globalizzazione e pronuncia di nomi di prodotti, sui possibili problemi nella scelta dei nomi. 

E per sorridere sulle difficoltà di scelta dei nomi di nuovi prodotti, una striscia di Dilbert:

dilbert.com

XOXO: baci e abbracci

No, non sto pensando al microformato eXtensible Open XHTML Outlines ma all’abbreviazione per hugs and kisses che viene in mente leggendo un articolo del Corriere della Sera, L’uomo «metrotextual»? Manda baci via sms (anche ai maschi)* (originale qui). 

Mah, che sia davvero il caso di scomodare gli psicologi per capire perché ora molti uomini inglesi concludono SMS e altri messaggi con uno o più baci, le X, anche quando scrivono ad altri uomini? Forse le X, una volta usate solo dalle ragazze nelle lettere, hanno semplicemente perso parte del significato originale per diventare saluti più neutri, privilegiati perché brevissimi? Mi pare sia un po’ quello che sta succedendo in italiano con baci e bacio alla fine di telefonate e messaggi, sempre più diffusi e sempre meno riconducibili al loro significato letterale.

Lo slittamento di significato è abbastanza comune con i saluti, basti pensare a ciao che nei secoli ha perso qualsiasi riferimento a schiavo o a How are you? che in Irlanda di solito non è una domanda ma un saluto, infatti si tende a rispondere ripetendo How are you?

OX - Pearls Before Swine

* L’articolo italiano non chiarisce che in inglese metrotextual è un gioco di parole con metrosexual, un uomo molto preoccupato della propria immagine, etero ma con atteggiamenti di solito associati ai gay (tipo David Beckham), e con text, l’SMS.

Aggiornamento 9/11/09 – Un paio di commenti divertenti su metrotextual in Schott’s Vocab.

Aggiornamento 19/11/09David Crystal riporta che in GB anche il significato del saluto see you later è cambiato, perlomeno tra i più giovani, diventando più generico e non implicando più un incontro nella stessa giornata.

 

Il Corriere e le parole “tech” da non usare più

Le parole tech da non usare più - articolo del Corriere della Sera Grazie a Paola ho letto, anche se con qualche giorno di ritardo, Le parole «tech» da non usare più, un articolo del Corriere della Sera che si riprometteva di mettere in evidenza “espressioni o vocaboli che, secondo Business Week, è meglio non pronunciare in un colloquio di lavoro per non sembrare obsoleti” ma che invece ha mostrato una notevole confusione nel proporre un argomento a sfondo tecnologico, come ben sottolineato dai commenti dei lettori.

Innanzitutto non credo abbia molto senso prendere un articolo scritto in inglese, con riferimenti specifici a quella lingua, e riproporlo a lettori italiani con gli stessi esempi, senza adattamenti, addirittura suggerendo che al posto di un verbo spacciato come italiano (ma che in realtà non ha mai avuto una diffusione significativa) ne venga usato uno inglese:

Peggio ancora va se provate la locuzione surfare sul web, legata a un’internet della prima ora ormai molto, troppo «vintage». Il massimo, per esprimere il concetto di navigare, è usare to google.

Stupisce però ancora di più come concetti diversi e relativa terminologia siano stati confusi tra loro, senza verificare se effettivamente ci fosse sinonimia. Faccio un esempio non informatico: è come se avessero affermato che, per fare riferimento a un sistema di comunicazione molto diffuso qualche decina di anni fa, la parola telex è superata e al suo posto si dovrebbe dire email!

Stando all’articolo, infatti, sarebbero le “parole tecnologiche” che descrivono soluzioni o tecnologie a diventare obsolete, anziché le tecnologie stesse, una conclusione che lascia parecchio perplessi. Va invece considerato che di solito la terminologia che descrive tecnologie mature, quindi poco suscettibili a ulteriori evoluzioni, è consolidata e raramente soggetta a modifiche.

La nota aggiunta dalla redazione per precisare il senso dell’articolo non elimina i dubbi:

[…] uno spunto interessante per sottolineare come il linguaggio sia ormai destinato a essere molto spesso in ritardo rispetto all’evoluzione della tecnologia, come ben dimostra il proliferare di termini che cercano di definire “creature” sempre più ibride quali i netbook, i tablet pc, gli Ultra Mobile Pc, Mobile Internet devices, etc

Non è chiaro cosa intendano con “ritardo” del linguaggio, visto che i nuovi concetti che risultano da innovazioni e evoluzioni tecnologiche non potrebbero diffondersi se non fossero loro associati dei nomi che li descrivono e che permettono di differenziarli da concetti simili: è proprio il caso dei termini portati ad esempio (netbook, tablet PC, UMPC e MID). Ogni lingua ha le sue strategie per scegliere la terminologia che deve rappresentare nuovi concetti, in particolare quelli nati in altri contesti linguistici; è noto che l’italiano ricorre volentieri al prestito, ma questo non va visto come un’incapacità di stare al passo con l’innovazione, come forse implica la nota del Corriere, bensì come una delle tante possibilità di formazione di neologismi da sempre in uso nella nostra lingua.

Per finire, una modifica dell’articolo rispetto alla prima versione cerca di deviare alcune responsabilità sul testo originale ma, secondo me, non fa che sottolineare la confusione fatta tra argomenti potenzialmente obsoleti e la terminologia necessaria per discuterli:

Versione originale Versione modificata
L’Extranet, invece, popolare alla fine degli anni ‘90 è diventata electronic data interchange, ovvero EDI e non ha più senso, riferendosi alle reti interne, parlare di Intranet ma, se si vuol identificare una rete privata, l’acronimo da usare è VPN che sta per Virtual private network. L’Extranet, invece, popolare alla fine degli anni ‘90 è diventata Electronic data interchange, ovvero EDI e non ha più senso riferendosi alle reti interne, parlare di Intranet. Secondo il settimanale americano, che forza il significato dei termini in questione, per identificare una rete privata è meglio utilizzare l’acronimo è VPN che sta per Virtual private network.

 

Vedi anche:

Chiavetta USB, per un esempio di come alcune innovazioni possano inizialmente portare alla coesistenza di termini diversi, con la tendenza però alla standardizzazione e quindi alla scomparsa della terminologia ridondante, o comunque alla riduzione della sua frequenza d’uso, man mano che la tecnologia diventa più diffusa e più matura.

Attenzione alle spalle…, per un esempio di considerazioni terminologiche quando viene introdotto un nuovo concetto in un’altra lingua.

Infine, altri esempi di una certa disinvoltura del Corriere nel comunicare informazioni in origine in inglese: cross country race, tuxedo cat, lens, eastern egg e la pronuncia di love.

“Blogorrhea” e “blogorrea” sono la stessa cosa?

In inglese ci sono innumerevoli neologismi che fanno riferimento ai blog. The Urban Dictionary ne elenca più di 200: molti sono ancora gergali ma altri sono ormai entrati nell’inglese standard e da lì sono arrivati in italiano, spesso come prestiti, ad es. blogroll.

Tra i calchi l’inglese blogorrhea e l’italiano blogorrea (la tendenza a scrivere post prolissi e spesso incoerenti, oppure molto frequenti ma privi di contenuto interessante) mi piacciono non solo per l’efficacia con cui esprimono il concetto ma anche perché li trovo un tipico esempio di parole in lingue diverse che solo in apparenza sono del tutto equivalenti.

Per confermarlo ho fatto un piccolo esperimento con una trentina di persone che hanno familiarità con i blog, metà italiane e metà di madrelingua inglese. Ho mostrato loro la parola blogorrhea o blogorrea (nella propria lingua) e ho chiesto di indicarmi il significato e l’origine. Tutti hanno riconosciuto il concetto e capito che era una parola macedonia ma, come prevedevo, l’interpretazione “etimologica” è stata diversa in inglese e in italiano.

blogorrhea - blogorrea In inglese blogorrhea è stata analizzata come parola composta da blog e dal suffisso rrhea che fa pensare soprattutto a diarrhea (non a caso in inglese esiste anche il concetto opposto, blogstipation), ma anche a gonorrhea, e quindi può evocare immagini alquanto negative. In italiano, invece, tutti hanno visto un unico riferimento a logorrea, un concetto più astratto e spesso usato ironicamente. Ecco quindi che non c’è una completa equivalenza nelle due lingue perché non coincidono le connotazioni legate alle parole.

Difficile dire se le sfumature di significato siano influenzate dalla maggiore o minore frequenza di certe parole nella lingua (in italiano logorrea è un termine tecnico entrato nel lessico comune e quindi più riconoscibile di logorrhea in inglese) oppure dall’ortografia (in inglese rrhea è una combinazione usata raramente al di fuori del linguaggio scientifico, familiare forse solo proprio per diarrhea).

Non so se esista un termine per descrivere le differenze di percezione dovute al diverso impatto visivo delle parole scritte, in ogni caso credo si possa usare questo esempio per ricordare che nella scelta di termini molto visibili, di nomi di prodotti e di nomi di domini (!!) si dovrebbe sempre verificare che non contengano sequenze di caratteri o altro che possano conferire connotazioni negative non volute: chi traduce dovrebbe avere la sensibilità per individuare queste differenze.


Aggiornamento: vedi anche Web2.0rhea per un altro esempio con il suffisso (r)rhea.


PS Sto per fare una pausa. E in effetti, prima che me lo faccia notare qualcuno, forse non era il caso di scrivere un post così lungo proprio sull’argomento… blogorrea!   

L’invasione dei mashup

Il termine inglese mashup (anche mash-up) è ormai comune in ambito informatico, in particolare nello sviluppo Web, dove indica un mix di contenuto, codice o altri elementi da fonti diverse che vengono integrati dinamicamente per creare un nuovo tipo di servizio o applicazione.

Il significato di mashup viene spesso spiegato in italiano indicando che, letteramente, vuol dire poltiglia. Forse è un po’ riduttivo: poltiglia può avere connotazioni negative mentre in genere con un’azione di mashing up si riduce tutto a pezzetti per ottenere qualcosa che ha una consistenza omogenea  (ad es. le mashed potatoes, il parente inglese del purè).

In inglese il termine mashup si è diffuso inizialmente in campo musicale (un particolare mix di uno o più brani) per poi essere usato in altri ambiti (ad es. spezzoni video montati in sequenza per creare un effetto totalmente diverso dagli originali sono un mashup, tipico esempio il programma televisivo Blob).

Come prevedibile, in italiano è stato adottato il prestito mashup, soprattutto in informatica: difficile trovare un termine univoco italiano altrettanto breve e facilmente memorizzabile che identifichi un concetto così specifico e tuttavia ancora in evoluzione.

Ultimamente ho incontrato il termine mashup in un nuovo contesto: in inglese si sta discutendo parecchio del romanzo mashupPride and Prejudice and Zombies, definito come il primo rilevante mashup in campo letterario (85% testo originale del classico di Jane Austen e il resto aggiunto da tale Seth Grahame-Smith per farlo diventare una storia di zombie).

Tra chi ne parla, ho notato che in inglese britannico è preferita la grafia  mash-up, spesso tra virgolette e con spiegazione del  significato “musicale” (esempi: BBC, The Guardian, The Times; origine e grafia di mash-up sono descritti da The virtual linguist), mentre in inglese americano si opta per mashup e viene dato per scontato che il lettore ne conosca il significato (esempi: The New Yorker, New York Times, Publishers Weekly).

Se è un genere di romanzo destinato a prendere piede, sarà interessante vedere che termine lo descriverà in italiano, visto che in campo letterario i prestiti dall’inglese non sono diffusi come in informatica. Per ora chi ha dato la notizia, ad es. Marie Claire e blog come booksblog e A piè di pagina, ha descritto l’operazione chiarendo il contesto ma evitando di dare un nome al genere (scelta che condivido). Tra i giornali, solo il Corriere parla di mash-up ma l’impressione è che si tratti di una traduzione un po’ frettolosa di testo inglese, tra l’altro mantenendo molti riferimenti che sono sicuramente ovvi per il lettore tipico inglese (ad es. l’incipit e i nomi dei personaggi di Orgoglio e pregiudizio) ma forse non altrettanto trasparenti per il lettore tipico italiano.

Aggiornamento 17 luglio 09: visto il successo di Pride and Prejudice and Zombies, è in uscita il mashup di un altro romanzo di Jane Austen: Sense and Sensibility and Sea Monsters. C’è addirittura un video promozionale che farà sicuramente inorridire gli (le?) amanti degli sceneggiati della BBC:

(via Visual Thesaurus)

“Slide deck” e presentazioni di PowerPoint

Da qualche anno sembra che dal vocabolario di molti colleghi americani, perlomeno nelle PowerPoint deckcomunicazioni informali, siano scomparsi slides, PowerPoint file, presentation e sinonimi per essere sostituiti da (slide) deck. Non ci è voluto molto perché i non americani seguissero a ruota: nel mio ambito di lavoro, ma non solo, quando si parla inglese deck sta diventando il modo più comune per descrivere sia il file di una presentazione come pure la presentazione stessa (ad es. “we presented a deck which focused on the new features”).

Io invece mi rifiuto di usarlo. Non capisco il vantaggio di introdurre un termine gergale che non è molto più breve e soprattutto non più trasparente di slide o presentation o anche PPT file, termini che, proprio per il loro uso specifico, evitano ambiguità perché richiamano immediatamente il concetto di presentazione (deck invece può avere vari significati). Chiedere ai diretti interessati perché preferiscano deck non aiuta: non sanno rispondere! Scartata l’ipotesi che deck possa far riferimento a un mazzo di carte da  gioco (deck of cards* in inglese americano), rimangono due alternative:

deck descriverebbe la copia stampata delle presentazioni che in passato venivano distribuite ai partecipanti, con i fogli impilati uno sopra l’altro (fonte qui)
deck farebbe riferimento ai caricatori per diapositive “tradizionali”, non elettroniche (però in inglese i caricatori rettangolari si chiamano slide magazine e quelli tondi slide carousel, non deck!)

Strano comunque che slide deck abbia preso piede proprio quando non sono più in molti ad usare caricatori di diapositive e ancora meno ad avere esperienza di presentazioni su carta. Da notare anche che slide deck non sembra essere riconosciuto al di fuori di ambiti specifici (ad es. non si trova ancora nei dizionari) e quindi va considerato come un termine gergale. A questo proposito, ecco cosa mi dice una collega americana:

  Speaking from a baby boomer point of view, I had never heard the term “slide deck” before coming to work here. So I’m not sure if the term is in general use in high tech or not. I asked two friends, both in scientific fields, and they did not know what a “slide deck” was. But once I explained what I meant they easily understood the term. They also believe the term probably started with the use for a set of 35 mm slides that were housed in a rectangular box that fitted on a slide projector used for presentations back in the day.  […]

Intanto io continuo a usare i termini standard e mi fa piacere notare che slide deck non si è ancora intrufolato nella documentazione ufficiale di PowerPoint o altri prodotti.

* pack of cards in inglese britannico

Domande sulle risposte…

Post pubblicato il 23 ottobre 2008 in blogs.technet.com/terminologia

In questo periodo il mio team è alle prese con una mole di lavoro notevole (eufemismo!). Proprio quando il tempo manca, capita di avere a che fare con termini in apparenza semplicissimi ma che richiedono parecchia attenzione.

Sto cercando di capire quali siano le sfumature di significato tra tre termini inglesi, i verbi answer, reply e respond. Appaiono in uno stesso contesto e non sono sinonimi ma identificano concetti specifici e tipi di risposta diversi. Peccato che in italiano oltre a rispondere non ci siano molte alternative (replicare va scartato perché viene già usato come traduzione di replicate).

In questi casi è fondamentale che le definizioni siano il più precise possibile, con contesti d’uso specifici, per consentirci di trovare soluzioni su misura. Va deciso, ad esempio, quale dei tre concetti possa essere "privilegiato" associandogli il termine standard rispondere.

Troveremo sicuramente una soluzione, ci vuole solo un po’ pazienza per spiegare agli interlocutori americani che non tutte le lingue hanno a disposizione le stesse risorse lessicali dell’inglese ed è per questo che ci servono informazioni così dettagliate. E così continuano le domande sulle risposte…

Commento di .mau:

a me respond suona molto formale; answer più asettico; reply più diretto.   Dovessi usare per forza tre termini diversi, andrei su "reazione", "risposta", "controbattuta" ma ammetto che non li vedo bene come traduzione tecnica…

Commento di Iso:

Le tre parole testimoniano che la ricchezza di una lingua è frutto della contaminazione con altre lingue e culture.  Non sono perfetti sinonimi l’una dell’altra, anzi, ciascuna ha un innesco diverso: question per answer, demand per respond, state per reply.  Cercare ostinatamente la norma per ottenere che tutto un settore vi si conformi, più o meno forzatamente, sta minando la precisione nell’uso della lingua.

Mia precisazione:

Grazie Mau e Iso.
Effettivamente i tre verbi sono sinonimi nel senso che rappresentano una “reazione a un’azione” (signficato generico) ma hanno contesti di utilizzo e registri diversi (significato specifico), perlomeno nella lingua “standard” (quella documentata dai dizionari). In ambito informatico spesso interviene una certa creatività nell’assegnare significati specifici a termini già esistenti, se poi consideriamo che spesso gli sviluppatori non sono di madrelingua inglese, le cose si complicano ulteriormente ;-)
Supponiamo ad esempio che un programma preveda un certo tipo di azione Z, e che questa azione possa essere eseguita in tre modi diversi:

1 – automaticamente
2 – semiautomaticamente, in base a specifiche condizioni
3 – manualmente

In inglese potrei chiamare le tre modalità auto Z, conditional Z e manual Z, oppure potrei considerare eventuali sinonimi di Z, diciamo Y e X, e decidere arbitrariamente di chiamare i concetti 1, 2 e 3   X, Y e Z o, in alternativa, Z, Y e X. In questo ambito e con questo uso, i termini X, Y e Z sono diventati semplici etichette e anche se mantengono il significato generico, perdono quello specifico che hanno nella lingua standard per assumerne uno nuovo.

In questo tipo di contesto, quando si decide la terminologia per la lingua di arrivo diventa importante lavorare sui concetti piuttosto che sui singoli termini inglesi, che rimangono il punto di partenza e il riferimento più importante a livello di significato generico ma vanno appunto visti come etichette.

Mi faccio un appunto per tornare sull’argomento con qualche esempio specifico per quando avrò un po’ più di tempo…

Il paragrafo falso amico…

Pubblicato il 18 ottobre 2008 in blogs.technet.com/terminologia

Oggi ero agli MVP Open Days, un evento dove si incontrano sempre persone con cui è un vero piacere scambiare opinioni e informazioni.

Grazie a Maurizio Borrelli, con cui ho parlato del lavoro del mio team e della terminologia di Office, ho scoperto un falso amico che finora, ahimè, avevo sempre ignorato: il termine paragrafo, rappresentato dal simbolo ¶.

Maurizio mi faceva notare come chi comincia a usare Word e altri programmi spesso faccia fatica a capire cosa si intenda per paragrafo e commenti perplesso "ma questo non è un paragrafo". 

Effettivamente in inglese paragraph è "testo che inizia in una nuova riga e che contiene almeno una frase". In italiano, invece, il termine paragrafo rappresenta un concetto diverso: "un’unità di testo scritto di una certa ampiezza, ma di rango inferiore al capitolo". 

Sempre in inglese, nell’ambito specifico del software, paragraph indica "testo che è seguito da un ritorno a capo ottenuto premendo il tasto INVIO, ad esempio la voce di un elenco numerato o puntato, un titolo o un sottotitolo, ecc.".

Ecco quindi che paragrafo è un falso amico, come messo in evidenza dal dizionario Treccani al punto 1 c:

paragrafo  s. m.  1. a. Parte, generalmente breve e di estensione minore del capitolo, in cui viene suddiviso uno scritto: i primi tre p. del 4° capitolo del testo di storia. b. (giur.) Partizione di una legge e sim. corrispondente al singolo articolo o a un suo comma. c. Per influsso dell’ingese paragraph, denominazione diffusa, ma errata, di ciò che in italiano si dice piuttosto capoverso; usato specialmente nel linguaggio informatico. 2. (estens.) Segno grafico (§) che contrassegna il paragrafo.

Credo però che a questo punto sarebbe controproducente cambiare la terminologia italiana nei prodotti Microsoft: confonderebbe i milioni di utenti che, più o meno inconsapevolmente come la sottoscritta, hanno imparato a riconoscere il nuovo significato "informatico" di paragrafo.

Ah, in inglese il simbolo § si chiama section sign

Commento di Enrico:

Non mi ero mai reso conto che per Word anche i titoli sono dei paragrafi e sono d’accordo che e’ strano, ma credo che siano quelli che imparano a usare il computer tardi che fanno piu’ fatica a imparare questi concetti. 

Commento di Maurizio Borrelli:

Lieto di ritrovarmi citato nel tuo blog! :-)   Tornato a casa da Milano, sono andato subito a sfogliare il _Lexicon Abbreviaturarum. Dizionario di abbreviature latine ed italiane_ edito da Hoepli e ho verificato che entrambi i segni convenzionali "Section sign" e "Paragraph sign" sono definiti "Paragraphus" e indicati come attestati in Italia dalla metà del XV secolo.   A quanto pare dalle nostre parti "Section sign" si è dato molto da fare, mentre "Paragraph sign" non ha avuto molta fortuna, rimanendo relegato in stretto ambito ecclesiastico, Breviari e Messali insomma, fino all’avvento di Word.

Licia:

@ Maurizio, grazie dei dettagli, incredibile cosa si riesca a "riciclare" in campo tecnologico!