Terminologia etc.

Terminologia, localizzazione, traduzione e altre considerazioni linguistiche

Post con tag “pseudoanglicismi”

gadget ≠ gadget

Inspector GadgetFino a ieri ignoravo l’esistenza del personaggio dei cartoni animati Ispettore Gadget, titolo originale Inspector Gadget, e lo prendo come spunto per segnalare il falso amico o, per essere più precisi, lo pseudoprestito gadget.

In italiano un gadget è un “piccolo oggetto, di scarsa utilità concreta o francamente superfluo; in particolare, il dono allegato come omaggio a un prodotto per incrementarne la vendita” (Devoto-Oli).

gadgetIn inglese, invece, un gadget è un dispositivo meccanico o uno strumento di piccole dimensioni, specialmente qualcosa di ingegnoso o innovativo e comunque utile. Collocazioni tipiche sono cool, handy, essential, high-tech, useful e new, come si può vedere nella voce del database lessicale Dante o in Ngram Viewer.

In inglese gli omaggi promozionali si chiamano invece giveaway (o anche freebie, in origine una parola americana).

Anche in informatica si usa il termine gadget, ad es. in Windows Vista e Windows 7 i gadget erano dei programmini visualizzabili sul desktop, come il calendario e il meteo. Un termine simile è widget, che nelle interfacce grafiche e nelle pagine web può descrivere vari tipi di componenti grafici o di applet, ed è insolito perché è oggetto di paretimologia: viene interpretato come parola macedonia formata da windows+gadget, ma in realtà la parola widget esiste da almeno un secolo come variante più informale di gadget.

(grazie a Luca Grasselli per il riferimento a Inspector Gadget).

Gli shooter del calcio

In una promozione dei supermercati Esselunga si ricevono dei dischetti plastificati di 4 cm di diametro che sono stati chiamati shooter, un nome che trovo piuttosto insolito. 

Gli shooter sono dischetti che raffigurano elementi legati al mondo del calcio. La collezione si compone di 4 serie di shooter per un totale di 94 dischetti.

In inglese shooter è innanzitutto chi spara con un’arma da fuoco ma, negli sport di squadra, anche chi ha il ruolo di segnare punti in una rete o in un canestro e, nel calcio, chi tira un calcio di rigore (anche in italiano c’è una metafora che associa armi e sport, cannoniere). 

I dischetti denominati shooter, invece, si usano per fare delle costruzioni, incastrandoli tra loro grazie ai tagli che hanno lungo il bordo, oppure per gare di lancio (?), e proprio per questo non capisco la scelta del nome: in inglese shooter è comunque chi compie l’azione e non l’oggetto su cui viene esercitata.

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Un puff visto al rallenty

puff o pouf?

In un titolo del Corriere sull’arredamento anni 70 si legge Tappezzerie e puff.

Il nome dello sgabello imbottito però non è inglese ma francese, e si scrive pouf. Non è l’unico esempio di parola francese che è stata “anglicizzata” in italiano, basti pensare a stage /’staʒ/, tirocinio, che viene pronunciato come la parola inglese stage, palcoscenico, o a rallenty, che molti credono un anglicismo, tanto che ci sono italiani che “traducono” effetto rallenty con rallenty effect (anziché slow motion), e invece è un adattamento del francese (au) ralenti.

Puff, stage e rallenty sono pseudoprestiti, parole che in inglese hanno un altro significato o addirittura non esistono.

Optical, un altro pseudoprestito

OpticalIl testo che descrive la foto, dalla rivista di un marchio italiano di abbigliamento, è Dal design al grafico, dal color block al millerighe. Tra pastelli tenui e tratti decisi, l’optical vive una nuova stagione

Il sostantivo optical, “adoperato nel linguaggio della moda per indicare il particolare effetto ottenuto nei tessuti e nell’abbigliamento mediante un fantasioso e spesso violento accostamento di bianco e nero”, è uno pseudoanglicismo, una parola usata con un’accezione inesistente in inglese (optical è un aggettivo che equivale a “ottico”).

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Comunicazione vestimentaria: overfashion

Overfashion, la rivoluzione delle top model con le curveUno pseudoprestito è una parola che ha l’aspetto di un prestito ma che nella lingua di origine ha un altro significato o addirittura non esiste, come overfashion in inglese.

Ho scoperto che si tratta di un concetto made in Italy che dà il titolo a una pubblicazione accademica, Overfashion. Nuove prospettive per la moda nella società che ingrassa.

Dall’introduzione: manca un’offerta di abbigliamento plus-size che consenta alla popolazione sovrappeso un uso altrettanto ricco della comunicazione vestimentaria quale quello di cui dispone la popolazione “normale”. Manca, appunto, un’overfashion. […]  Col neologismo “overfashion” vogliamo alludere a una moda che sia in grado di rispondere alle esigenze […] degli uomini obesi e delle donne sovrappeso e obese, con un’offerta qualitativamente e quantitativamente diversa da quella dell’attuale moda plus-size.

Non so nulla di comunicazione vestimentaria e mi limito a una considerazione lessicale: overfashion mi pare una parola malformata e un pessimo esempio di itanglese.

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Definizione ufficiale di Jobs Act

Post di marzo 2014 con un aggiornamento di giugno 2015 in seguito all’approvazione dei decreti legislativi che costituiscono il cosiddetto Jobs Act.


In Get your [Jobs] Act together! avevo espresso le mie perplessità su Jobs Act, anglicismo dal significato poco trasparente per chi parla inglese correttamente. In mancanza di definizioni, si poteva solo fare qualche ipotesi sul significato e sull’origine del nome.

Jobs Act: le misure per riformare il mercato del lavoro e il sistema delle tuteleOggi (12/3/2014) sul sito del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali è stata pubblicata la spiegazione di cosa si intende con Jobs Act:

Un provvedimento urgente che contiene interventi di semplificazione sul contratto a termine e sul contratto di apprendistato; un disegno di legge per riformare gli ammortizzatori sociali e i servizi per il lavoro, semplificare le procedure e riordinare le forme contrattuali, migliorare la conciliazione tra tempi di lavoro e tempi di vita. Questo, in sintesi, il Jobs Act, il piano del Governo per favorire il rilancio dell’occupazione e riformare il mercato del lavoro italiano

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Da phablet a fonblet

In Phablet, un brutto nome? avevo riassunto le reazioni negative suscitate dal nome phablet (phone+tablet), allora un neologismo ma da mesi ormai il termine più usato per descrivere i dispositivi mobili con schermo touchscreen di dimensioni tra i 5 e i 7 pollici.

I fonblet di Samsung

Nei commenti avevamo discusso nomi alternativi tra cui fonblet, un’altra parola macedonia formata da phone+tablet ma con sostituzione del digramma ph con f. Nei paesi di lingua inglese sta ricevendo nuove critiche dopo che Samsung, l’azienda coreana che l’aveva coniata, ha cominciato a usarla sistematicamente per identificare una nuova linea di dispositivi da poco sul mercato. Ne parla, ad esempio: Samsung Murders Language With “Fonblet” Name.

Large Display + Portability + Handwriting = Fonblet

Idiosincrasie a parte, fonblet evidenzia alcuni aspetti rilevanti del lavoro terminologico.

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Ancora Datagate, ma solo in Italia!

In questi giorni molti hanno letto Datagate, scandalo americano e nome “italiano” cercando  “significato Datagate” o “traduzione Datagate”.

Una nuova verifica in Google Trend, stavolta per il periodo giugno-ottobre 2013, conferma che Datagate continua ad essere un nome usato in Italia da italiani; le occorrenze in inglese sono quasi sempre in testi scritti da italiani, quindi anche Datagate è uno pseudoprestito.

ricerca per Datagate in tutto il mondo nel periodo giugno-ottobre 2013

Vedi anche: I suffissi degli scandali: –gate e –poli

Falsi parcheggi per bebè

immagine che illustra il Baby-park nel sito MAXXI

Il museo MAXXI di Roma propone il Baby-park, un servizio descritto come “alternativa a un tradizionale baby-sitting“, con attività per bambini “dai 4 ai 10 anni”.

Baby-park, o baby parking, è uno pseudoprestito (falso anglicismo) abbastanza diffuso, formato dalla combinazione di due elementi inglesi a cui viene dato un significato inesistente nella lingua originale. È un nome made in Italy: la maggior parte delle occorrenze in rete porta ad alberghi o scuole di sci italiani.

Immagino che park vada inteso come “parco giochi” (in inglese playground) e non come “parcheggio” (ad es. car park) o “zona” (ad es. industrial park).

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Endorsare e sdorsement

In questo periodo elettorale il post Anglicismo del mese: endorsement ha avuto molte visite, arrivate da ricerche sul significato di endorsement, endorser ed endorsare. Mi sembra una conferma che sono parole tuttora piuttosto oscure, nonostante la diffusione della formuletta X endorsa Y. Mi auguro che non entrino stabilmente nel lessico ma rimangano occasionalismi, come la variazione sul tema che ho visto ieri in un articolo intitolato Lo sdorsement di Internazionale. Ho aggiornato il post con questa nota:

Dopo l’orribile endorsare, c’è chi si è inventato l’ibrido “itanglese” sdorsement. Non si capisce però se con sdorsement si intenda un plateale cambiamento di idea (viene ritirato il sostegno dato precedentemente) oppure una presa di posizione ufficiale contro un candidato o un movimento politico. In ogni caso temo che lo pseudoanglicismo sdorsement, per quanto ironico, non rispetti i meccanismi di formazione di nuove parole inglesi che suggeriscono invece disendorsement, unendorsement ed eventualmente anti-endorsement o undorsement".

Elenco di falsi amici

burroUn argomento ricorrente di questo blog sono i cosiddetti falsi amici, le coppie di parole appartenenti a lingue diverse che sono uguali o molto simili nella forma ma differenti nel significato*. Il falso amico più noto probabilmente è burro, in italiano un alimento e in spagnolo un animale.

Alcuni falsi amici sono così diffusi che vengono accolti definitivamente nel lessico, diventando prestiti camuffati: dettagli in La narrativa di Obama non è in libreria: interferenze dell’inglese nella comunicazione.

L’elenco che segue raccoglie gli esempi di falsi amici descritti a partire da aprile 2008, sia in post specifici che come note, in particolare per la combinazione inglese-italiano. Include anche pseudoprestiti (noti anche come falsi prestiti o, nel caso specifico dell’inglese, pseudoanglicismi o falsi anglicismi), parole che hanno l’aspetto di un prestito ma che nella lingua di origine hanno un altro significato o addirittura non esistono.

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Social, uno pseudoprestito

Titolo del Corriere di qualche giorno fa (giugno 2012):

Titolo Corriere 8 giugno 2012: Uno spot? Meglio un commento sui social. Otto milioni di italiani orientano gli acquisti sui social.

L’aggettivo inglese social trasformato in italiano in un sostantivo è un esempio di pseudoprestito (falso prestito), una parola che ha l’aspetto di un prestito ma che nella lingua di origine ha un altro significato (o addirittura non esiste).

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Cloud e lessico comune

L’American Dialect Society qualche giorno fa ha annunciato le parole dell’anno 2011.

cloudNella categoria parole che hanno più probabilità di successo, quindi ormai parte del lessico comune inglese, si è affermato un termine informatico, cloud.

Un articolo del 2008 di Visual Thesaurus parlava di data cloud descrivendo il termine come molto tecnico, relativamente nuovo e privo di unico significato. A pochi anni di distanza non è più necessario specificare data: il processo di terminologizzazione è stato efficace*.

La definizione “generica” usata dall’American Dialect Society, spazio online per l’elaborazione e l’archiviazioni di dati su vasta scala, conferma che il significato comunemente attribuito a questa accezione di cloud è quello di “area virtuale” .

In italiano, come notavo in il cloud e la cloud, per ora sembra invece prevalere un altro significato, grazie a un meccanismo improprio di “accorciamento” delle locuzioni inglesi:

inglese: data cloud cloud
italiano: cloud computing cloud

È un fenomeno non inusuale, basti pensare a come sono stati accolti nel lessico italiano gli anglicismi golf coat, smoking jacket, beauty case, night club, garden center, living room ecc., creando parole che privilegiano il determinante anziché il determinato e si sono così trasformate in falsi amici o, per essere più precisi, pseudoprestiti
.


* [aggiornamento settembre 2012] Forse i lessicografi americani sono stati eccessivamente ottimisti sull’efficacia del termine cloud quando è usato nel lessico comune, al di fuori dell’ambito informatico: lo dimostrerebbe un sondaggio da cui risulta che la maggioranza degli americani pensa che il cloud computing abbia a che fare con le condizioni fisiche atmosferiche e che il maltempo possa interferire con il suo corretto funzionamento. Ne ho parlato in lost in the cloud.
.

Germanismi in inglese e anglicismi in tedesco

Germanismi in inglese

Via A Walk in the Words ho scoperto GermanEnglishwords.com, un sito che raccoglie parole tedesche usate in inglese. Ci sono ovviamente i germanismi più comuni, come angst, ersatz, (-)fest, kindergarten, leitmotiv, poltergeist, realpolitik, schadenfreude, über-, ur-, zeitgeist* ecc., tra cui vari eponimi e molti termini relativi a filosofia, storia e politica usati anche in italiano.

Si trovano anche alcune parole legate alla montagna, come ad es. alpenglow, edelweiss, schuss, yodel, tra le quali mi è piaciuta molto sitzmark, il solco lasciato dallo sciatore che cade all’indietro sulla neve (di cui sono stata capace anch’io addirittura sugli sci da fondo) e che mi ha fatto pensare alla famigerata traduzione bottom ski.

sitzmark

Falsi anglicismi (pseudoprestiti) in tedesco

Una risorsa correlata è Invented English Words, esempi di pseudo-inglese in tedesco, ovvero falsi anglicismi come handy (il telefonino), a cui aggiungerei public viewing e altri esempi descritti in Germans think they speak better English than they do (sito non più disponibile).

Denglish, l’abuso di anglicismi

E visto che siamo in tema, l’abuso di parole inglesi in tedesco è noto come Denglish o Denglisch, simile al nostro itanglese. Ne ha parlato recentemente The Independent in Denglish now verboten, in seguito alla decisione del ministro dei trasporti tedesco di proibire l’uso di parole inglesi. Sull’argomento, con un lungo e divertente esempio, anche Language Log in Denglish.

Aggiornamento febbraio 2011 –  German language finds English voice riporta che in Germania è stato votato l’anglicismo dell’anno. Al primo posto il verbo leaken, “far trapelare (notizie)”, impostosi con la vicenda WikiLeaks; al secondo posto un altro verbo, il calco entfreunden (modellato su unfriend), e al terzo il prestito whistleblower, chi rivela pubblicamente attività illegali, in particolare di enti, aziende od organizzazioni. 

Aggiornamento marzo 2011 –  German linguists oppose influx of English words descrive come la Verein Deutsche Sprache (associazione per la lingua tedesca) cerchi di arginare l’influsso dell’inglese con varie iniziative, tra le quali l’Anglizismen-INDEX in cui gli anglicismi vengono catalogati, classificati e aggiornati mensilmente, per un totale di circa 7300 voci. Chi parla tedesco troverà il sito sicuramente interessante, se non altro dal punto di vista “differenze culturali”!

Aggiornamento aprile 2012Why diet is a four-letter word in Germany, un esempio di parolacce inglesi nelle pubblicità tedesche.


* Esempi tratti da: Knapp, Robbin D. 2008. "GermanEnglishWords.com".

Il pile, un falso amico potenzialmente imbarazzante

Irish Shamrock Fleece Jacket Memorabile la scenetta in un negozio di Dublino, dove un ignaro turista italiano aveva chiesto Do you have piles? a un imbarazzato commesso che certo non si aspettava una domanda così esplicita sulle proprie eventuali emorroidi

Ho sempre trovato strano che in italiano si usi la parola inglese pile per descrivere il tessuto sintetico e gli indumenti confezionati con tale materiale, visto che in inglese il nome è ben diverso, fleece (forma abbreviata di polar fleece e in origine un marchio registrato, Polarfleece, di Polartec).

In inglese la parola pile può avere vari significati; se usata in ambito tessile non ammette la forma plurale ed equivale all’italiano pelo, una caratteristica conferita da varie tecniche di tessitura a materiali come ad es. velluto, felpa, alcuni tipi di spugna, tappeti e quello che in italiano chiamiamo pile.

Lo pseudoanglicismo pile nel suo uso italiano molto probabilmente deriva da pile fabric, un tessuto il cui processo di lavorazione sarebbe però diverso da quello usato per il fleece (dettagli qui). L’abbreviazione in pile riflette un meccanismo improprio di accorciamento di locuzioni inglesi con cui viene privilegiato il determinante (pile) anziché il determinato (il tessuto, fabric).

Non sono invece riuscita a scoprire come mai è stato adottato proprio pile anziché fleece, visto che sono entrambe parole corte, facili da pronunciare e distintive e [polar]fleece aveva il vantaggio di essere un marchio internazionale molto diffuso che ha lasciato il segno in altre lingue, ad es. forro polar in spagnolo e [textile] polaire in francese.

Altri tipi di pile

In inglese il tessuto che per noi è pile può essere classificato come pill fleece se con l’uso e/o dopo un certo numero di lavaggi fa i “pallini” (qualcuno li chiama anche bioccoli o fuffa), e come no pill o anti-pilling fleece se invece mantiene l’aspetto originale.

Ultimamente si sta diffondendo il tessuto coral fleece, un nuovo tipo di pile che al tatto risulta vellutato e molto soffice. Il nome inglese coral fleece non ha nulla a che fare con il corallo e presumibilmente è stato scelto solo per la sua assonanza con polar fleece.

coperta in coral fleece

Curiosità etimologica: la parola velluto, altro tessuto caratterizzato da un fitto pelo, ha la stessa etimologia di vello, che in inglese è il significato primario della parola fleece (di origine germanica, cfr. tedesco Vlies).

Vedi anche: altri falsi amici, in particolare Eponimi inglesi (e capi di abbigliamento).