Terminologia etc.

Terminologia, localizzazione, traduzione e altre considerazioni linguistiche

Post con tag “pronuncia”

Non si sillaba solo a scuola…

The Temper Trap – Sweet Disposition

Stamattina la radiosveglia è partita con una canzone di un gruppo australiano che inizia il primo verso sillabandolo:
       sweet  dis·po·si·tion
       nev·er  too  soon

Ci ho fatto caso perché non ho mai provato a imparare la divisione in sillabe dell’inglese: troppo complessa rispetto alle facili regole italiane insegnate in prima elementare!

In italiano la suddivisione fonetica e quella ortografica, per andare a capo alla fine di una riga di testo, più o meno coincidono, anche nei casi in cui l’etimologia suggerirebbe diversamente, come ad es. per tran·sal·pi·no*.

In inglese è tutto più complesso: nell’ortografia si cerca di seguire la suddivisione naturale in sillabe, che però non è sempre così ovvia, ma vanno anche presi in considerazione aspetti morfologici ed etimologici, ad es. le parole macedonia transceiver e transistor si pronunciano /træn’si:və/ e /træn’zɪstə/  ma si dividono trans·cei·ver e tran·sis·tor perché si tiene conto degli elementi che le compongono, transmitter+receiver e transfer+resistor.

Vanno poi considerate le varietà di inglese, come nell’esempio tipico di medicine che per gli inglesi si divide medi·cine e per gli americani med·i·cine (la pronuncia è diversa). Nei casi dubbi, inoltre, l’inglese britannico sembra privilegiare gli aspetti morfologici ed etimologici e l’inglese americano quelli fonetici. Insomma, se proprio di deve andare a capo con una parola inglese, meglio consultare un dizionario.

Ancora più complicato in altre lingue, dove morfologia ed etimologia possono addirittura richiedere cambiamenti ortografici: inventando un esempio, è come se in italiano ammirare si dovesse modificare in ad·mi·ra·re.

Durante la valutazione di strumenti di sillabazione (hyphenator in inglese) per prodotti software, i colleghi un po’ mi invidiavano perché l’italiano è tra le lingue che danno meno problemi, proprio grazie alla semplicità del nostro sistema che, tra l’altro, si riflette in un dettaglio curioso: in alcuni formati, le dimensioni dei file per la sillabazione dell’italiano rispetto alle altre lingue sono molto ridotte, come ad es. si poteva notare nelle vecchie versioni di Microsoft Office confrontando i file con estensione .lex e la sigla hy nel nome, oppure negli hyphenation pattern scaricabili dal sito CTNA, dove si può vedere che per gestire la divisione in sillabe dell’italiano bastano 343 schemi, mentre per il neerlandese ne servono 12723, a cui va aggiunto un elenco di eccezioni.   


* Norma UNI 6461, Divisione delle parole in fin di linea, seguita da manuali di stile e dalla maggior parte dei dizionari italiani (ma non dal Sabatini Coletti che rispetta l’etimologia e quindi riporta trans·al·pi·no).


Vedi anche: C’è rima e rima, sulla struttura della sillaba in italiano e in inglese.

In intimità con l’iPad?

Come prevedibile, fiumi di inchiostro digitale sull’iPad, anche su alcuni aspetti linguistici.

More intimate (Unspeak), ad esempio, ironizza su alcune delle parole scelte da Steve Jobs per descrivere la novità della Apple, tra cui “It’s so much more intimate than a laptop”.

In Italia l’affermazione è stata riprodotta letteralmente, molto più intimo di un laptop. Probabilmente chi ha tradotto non ha riflettuto sull’aggettivo italiano: se associato a persone il significato è sicuramente “legato da un rapporto personale stretto” ma, se riferito ad oggetti, prevale invece “relativo a zone del corpo immagine da www.flickr.com/photos/nevilleblack/4310117876/che di solito rimangono coperte”.  Ancora più ironico se si considera che, specialmente in inglese americano, pad è l’assorbente (nel senso di igiene intima) e in questi giorni si sprecano le battute, come riporta iPad name draws feminine hygiene jokes (CNN) ma anche il Corriere della Sera. Una tra tante: “Yes, the iPad is small, lightweight and slim. But can you swim with it?


Vedi anche: Globalizzazione e pronuncia di nomi di prodotti sui possibili problemi nella scelta dei nomi di prodotti.  Aggiornamento 29 gennaio: a proposito di pronuncia, un ulteriore problema del nome iPad è che in alcune varietà di inglese suonerebbe troppo simile a iPod, come spiega il linguista Arnold Zwicky.

Parole dell’anno… e per gli anni

Il tempo grigio spinge a stare in casa e leggiucchiare in qua e in là. Abbastanza prevedibili alcuni argomenti linguistici di inizio d’anno, ad es. Words of 2009 and the 2000s riassume varie classifiche di parole del 2009 e del decennio per inglese, tedesco e altre lingue.

Se in America si discute ancora come chiamare il decennio appena trascorso (ad es. qui, qui, qui e qui), in UK c’è una chiara preferenza per the noughties e in Italia per anni zero.

2010Tra chi parla inglese sembra invece comune l’indecisione su come pronunciare il nome dei prossimi dieci anni (esempi qui, qui, qui, oltre a un lungo elenco in Language Log); ne parla anche David Crystal in On tens, teens, or whatever, con commenti interessanti dei lettori. Per il momento, però, nessun dibattito sulle parole generiche per “decennio”: oltre a decade, ci sono decennium, decadal e decennary!

Cambiando argomento, Difficult languages: Tongue twisters è un articolo molto piacevole sulle complessità di varie lingue del mondo (e ho appena visto un lungo commento qui).

Infine, chi è abituato a leggere testi di vario genere in inglese apprezzerà sicuramente how to write badly well, un blog su come scrivere male .

Vedi anche: Parole dell’anno “tecnologiche” negli USA, con vari aggiornamenti per inglese e italiano, ad es. qualche giorno fa la Repubblica ha scelto crisi come parola del 2009.

Na’vi, nuova lingua artificiale aliena

Avatar - sito ufficiale del filmNei media di lingua inglese in questi giorni viene dato gran risalto al film Avatar (ieri la prima mondiale). La fantascienza non mi appassiona affatto ma mi hanno incuriosita i dettagli sulla lingua parlata dai Na’vi, gli umanoidi del pianeta Pandora. È stata creata ad hoc dal linguista Paul Frommer che ne ha definito fonologia, morfologia, sintassi e lessico in modo che suonasse credibile ma allo stesso tempo aliena e non associabile ad alcuna lingua esistente. La trama di Avatar prevedeva che gli umani fossero in grado di apprenderla e quindi sono stati privilegiati fonemi e strutture grammaticali abbastanza rari ma comunque usati in alcune lingue naturali. Ne è risultata una lingua complessa, come illustrato da alcuni esempi fatti da Frommer*.

Fonologia – La lingua na’vi non ha alcune consonanti molto comuni in inglese e altre lingue naturali, come le occlusive sonore /b/, /d/ e /g/, la fricativa /ʃ/ e le affricate /ʧ/ e /ʤ/ (rese in inglese con sh, ch e j), ma si distingue per tre consonanti eiettive /k’/, /p’/ e /t’/ per produrre le quali l’aria non viene emessa dai polmoni ma dal sollevamento della laringe a glottide chiusa (l’ortografia nella trascrizione na’vi è kx, px e tx). La lunghezza delle vocali non è una caratteristica distintiva come in iconfronto tra alcuni suoni della lingua na'vi e dell'inglese - BBC Newsnglese (ad es. ship <> sheep) ma è importante per la prosodia e quindi influenza la pronuncia degli attori; l’accento grafico su una vocale in finale di parola indica così che la vocale è breve (come sarebbe in italiano; in questa posizione in inglese, invece, può solo essere lunga).
[Aggiornamento: video con pronuncia di vocali e consonanti eiettive]

Morfologia – Vengono usate strutture raramente presenti nelle lingue umane, come un sistema tripartito nella declinazione dei sostantivi (si distingue tra il soggetto di un verbo transitivo, quello di un verbo intransitivo e l’oggetto) e infissi inseriti all’interno della radice di un verbo per indicare il tempo, ad es.  taron, “cacciare”, diventa tolaron al passato.

Sintassi – La morfologia flessiva consente un ordine delle parole quasi del tutto libero.

Lessico – Il regista James Cameron aveva già ideato una quarantina di nomi di persona, luoghi e animali, dal suono vagamente “polinesiano”. Su questa base è stato sviluppato il resto del vocabolario, che al momento conta circa un migliaio di parole ma verrà quasi sicuramente espanso. Alcuni esempi (da BBC News e The Times):  

kaltxì ciao (quando ci si incontra)
kìyevame ciao (arrivederci)
srane
lrrtok sorridere
nga tu
fngap metallo
atxkxe terra
tskxe roccia
skxawng idiota
Ngaru lu fpom srak? Come stai?
Tsun oe ngahu nìNa’vi pivängkxo a fì’u oeru prrte’ lu È un piacere poter parlare con te in Na’vi
Fìskxawngìri tsap’alute sengi oe Chiedo scusa per questo idiota
Oeri ta peyä fahew akewong ontu teya längu Il mio naso è pieno del suo odore alieno

lingua navi
* Fonti: Skxawng! (New York Times) e Brushing up on Na’vi, the Language of Avatar (Vanity Fair), entrambi con clip audio di alcune frasi, e An interview with Paul Frommer, Alien Language Creator for Avatar (blog Unidentified Sound Object).  
Interessante anche Gee Wiz, Alien Language (blog The Lousy Linguist). 

Aggiornamento 19 dicembre 2009 –  Language Log ha pubblicato Some highlights of Na’vi, un intervento dettagliatissimo di Paul Frommer con informazioni su fonetica, fonologia, struttura sillabica, restrizioni fonotattiche, sostantivi (il numero può essere singolare, plurale, duale e triale e ci sono sei diversi casi), verbi, aggettivi, pronomi, preposizioni e posposizioni e sintassi. Sono stati inoltre creati la voce Na’vi language in Wikipedia e il sito Learn Na’vi, con vocabolario, grammatica e fonologia e, per chi vuole scaricarla e stamparla, la Na’vi Language Pocket Guide in formato PDF.

… 
PS  In tutti gli articoli e nel video qui sopra viene citata quella che finora era stata la lingua artificiale “di fantascienza” più famosa, il klingon di Star Trek, altrettanto complessa e addirittura parlata da molti appassionati e con un suo codice ISO. Niente a che vedere, ovviamente, con la lingua dei marziani di Mars Attacks! di Tim Burton, che consiste di un’unica parola ripetuta, ack: sembra che nella prima stesura del copione ack ack ack fosse un segnaposto per le battute dei marziani, tipo bla bla bla, in attesa di creare la lingua marziana che poi non si è mai materializzata.

La Language Creation Society fornisce informazioni dettagliate sulla “costruzione” di lingue artificiali (anche dette conlanguage, da constructed language); per una panoramica completa c’è il libro In the Land of Invented Languages di Arika Okrent.

dizionario…

www e pronuncia di indirizzi web

In Visual Thesaurus ieri c’era un bell’articolo sull’evoluzione del termine World Wide Web, inizialmente scritto in Camel Case come un’unica parola, WorldWideWeb, poi abbreviato in the Web e in www, quest’ultimo un caso curioso perché nella pronuncia inglese l’abbreviazione è più lunga del nome stesso, come notava anche Douglas Adams:

"The World Wide Web is the only thing I know of whose shortened form takes three times longer to say than what it’s short for"

Una volta tanto, in italiano non abbiamo questo problema con la pronuncia / vuvuv’vu / !

http://www Possono invece esserci diversi modi per leggere le altre parti degli indirizzi web. Per eventuali registrazioni audio in prodotti software oppure per pubblicità radiofoniche e televisive è utile avere delle linee guida di riferimento, ad esempio va indicato se il suffisso .it si debba leggere come se fosse una parola, “it”, oppure una sigla, “i ti”, e se il segno / vada letto “barra” oppure “slash” e quindi se adottare la pronuncia inglese / slæʃ /  oppure quella italiana adattata / zlɛʃ /.

Va inoltre deciso come fare riferimento a eventuali indirizzi con parole inglesi: vanno pronunciate nella maniera standard o come si scriverebbero secondo l’ortografia italiana, ad esempio, se il nome di un sito include la parola web, è più chiaro dire “ueb” oppure “ueb con la vu doppia” o ancora “vu doppia e bi”? Mi viene in mente anche il caso contrario: il primo sito della trasmissione radio Caterpillar, www.caterueb.rai.it, dove web si scriveva come si pronuncia, cosa che andava ricordata agli ascoltatori.

Vedi anche: Parla come mangi 1, sulla pronuncia di parole inglesi in italiano.

“Alphabet Song” e alcune differenze culturali

A tre anni quasi tutti i bambini americani conoscono l’Alphabet Song, una canzoncina che aiuta a memorizzare i nomi delle lettere dell’alfabeto: The Alphabet Song - Wikipedia

La sequenza L M N O P è cantata più velocemente, come se fosse un’unica parola pronunciata  /ɛlɛmɛnoʊ pi:/. Ecco così che se si pensa al romanzo Ella Minnow Pea, si capisce che il titolo, dal nome della protagonista, è un gioco di parole: trasparente se i riferimenti culturali sono condivisi ma altrimenti non così ovvio.

In italiano non ci sono canzoni o filastrocche equivalenti all’Alphabet Song e si può notare un’altra differenza culturale: ai bambini italiani in età prescolare non viene insegnato il nome delle lettere (ad es. effe, zeta) come a molti loro coetanei americani che quando vedono una H e una X sanno dire che si chiamano /eɪtʃ/ ed  /ɛks/. 

In questo modo, però, i neo-scolari americani che devono affrontare l’ortografia complessa dell’inglese si ritrovano poi a dovere anche capire che spesso il nome della lettera, ad esempio /dʌbɨju/, ha poco o nulla in comune con il suono o fonema, ad es. /w/, rappresentato il più delle volte dalla lettera stessa, il grafema W.

Un esempio che a me fa venire qualche dubbio sull’utilità di conoscere i nomi delle lettere prima di imparare a scrivere è in Sesame Street, dove la Y e alcune parole che iniziano per Y sono insegnate da Norah Jones che gioca con il nome della lettera (“I don’t know why Y didn’t come”):

E proprio a proposito di Y e della possibile confusione tra i suoni e i nomi delle lettere durante i primi tentativi di scrittura, nel libro Proust and the Squid: The Story and Science of the Reading Brain  ci sono alcuni esempi molto interessanti, come quello di bambini che scrivono “YN” al posto di “wine” e di “win”. Succede perché il simbolo Y viene associato al fonema /w/ per entrambe le parole e poi vengono seguite strategie diverse, nel caso di “wine” al nome della lettera Y, /waɪ/, viene aggiunta una N per il fonema /n/, in quello di “win” il fonema /w/ viene completato con il nome della lettera N, /ɛn/, per rendere “in”.  Un esempio simile è “RUDF” per “are you deaf?”, dove vengono combinati i nomi delle lettere R, U e F,  /ɑr/, /ju/ ed /ɛf/ con il grafema D.

Improbabile, invece, che un coetaneo italiano possa scrivere “BL” o “SH” al posto di “belle” e “sacca”, a meno che non si diletti già con i giochi enigmistici o gli SMS!


Vedi anche: Ordinamento alfabetico (lingue diverse e alfabeti diversi), C’è rima e rima (la struttura della sillaba nell’apprendimento della lettura) e alcune vignette che giocano con il nome delle lettere.

Pronuncia di parole inglesi

Enrico mi segnala howjsay.com, un sito per ascoltare la pronuncia di parole inglesi. Come spiegato nelle note all’uso, la pronuncia di riferimento è dell’inglese britannico ma vengono fornite alternative di altre varietà di inglese se la pronuncia è diversa (come ad es. route, con pronuncia britannica e americana).

Esistono molte altre risorse online per ascoltare la pronuncia inglese (ne avevo indicate alcune in Parla come mangi 3) ma un aspetto interessante di howjsay.com è la possibilità di inserire fino a sei parole per confrontare la pronuncia, come ad es. per cove, love e move (basta passare il puntatore del mouse sopra alle singole parole).

E poi mi piace molto il nome del sito!

howjsay.com

Globalizzazione e pronuncia di nomi di prodotti

BingIl blog del mestiere di scrivere riassume il processo e gli elementi che hanno portato gli specialisti di Interbrand alla scelta del nome Bing per il motore di ricerca Microsoft e conclude citando il post Common Naming Mistake 6 – Linguistics, in cui viene sottolineata l’importanza delle analisi linguistiche e culturali nella valutazione dei nomi di prodotti destinati a un mercato globale.

È un’attività molto interessante, specialmente quando si ha la possibilità di vedere come si è arrivati alla scelta dei candidati finali. Ne avevo accennato in Le competenze linguistiche nella localizzazione:

Un altro intervento importante nell’ambito della globalizzazione riguarda i nomi prodotti, di solito mantenuti in inglese in tutti i mercati. In generale si tratta di analisi gestite da società specializzate, ma spesso viene effettuata una prima valutazione da parte di risorse linguistiche per escludere che la rosa di nomi scelti evochi concetti o idee strane o peggio ancora offensive nel paese di destinazione e per capire se il nome inglese sia facilmente memorizzabile, sia in termini di pronuncia che di grafia, anche per chi non conosce l’inglese.

In queste valutazioni la pronuncia è un aspetto importante ma qualche volta sottovalutato.

Non è infatti sufficiente che il nome sia facilmente pronunciabile anche per chi non è di madrelingua (in genere l’inglese), va anche verificato che non risultino connotazioni non volute se vengono applicate le regole di pronuncia di altre lingue: è il caso della parola americana lite letta come si scrive da un italiano (e sempre più usata per descrivere non solo alimenti ma anche versioni ridotte di altri tipi di prodotti, ad es. software). Un collega russo raccontava uno scenario ancora più complesso: molti suoi connazionali digiuni di inglese spesso leggono le parole in alfabeto latino con le regole del tedesco e per il mercato russo va quindi valutata più di una possibile pronuncia per ogni nome inglese.

Non vanno poi ignorati gli aspetti prosodici, come nel caso di parole che, individualmente, sono del tutto neutre ma che combinate e pronunciate con l’intonazione di un’altra lingua possono causare effetti indesiderati: basti pensare a Windows Vista che qualche italiano percepisce come window svista

Vedi anche: Marketing plurilingue: tradurre o non tradurre?  e Marchionimi e terminologia

PS  A scanso di equivoci, non ho partecipato alle valutazioni linguistiche dei prodotti citati qui sopra.

…e si dice in Lombardia

A Milano, dove vivo, si sentono peculiarità linguistiche a cui non riesco proprio ad abituarmi. Alcuni esempi:

piuttosto che come è ormai noto, in Lombardia non vuol più dire “invece di”,  “anziché” ma indica “oppure”, “o in alternativa”: 
andiamo a mangiare un panino piuttosto che una pizza
(spero anch’io si tratti di un modismo; intanto, per evitare equivoci, ho escluso piuttosto dal mio vocabolario)
avere bisogno + sostantivo dopo bisogno la preposizione di viene eliminata: 
ha bisogno altri cinque minuti;
dimmi cosa hai bisogno
pregato + infinito senza preposizione di, si sente molto negli aeroporti milanesi: 
il signor X è pregato contattare il banco accettazione
prendavamo, credavamo, bevavamo… la prima persona plurale dell’imperfetto di molti verbi della seconda coniugazione prende la desinenza della prima:
temavamo di non arrivare in tempo
partner viene pronunciato “pattner”
tecnico viene pronunciato “tennico”

Invece trovo molto efficaci gli aggettivi malmostoso (scorbutico, scontroso) e biotto (nudo) e il sostantivo schiscetta, il contenitore portavivande per chi, al lavoro, si porta il pranzo da casa (finora non ho ancora sentito nessuno che parli di bento box, nonostante la passione locale per sushi e sashimi  ).

… ….

Vedi anche: Si dice in Romagna…  e NON si dice “prendavamo”!

Vantaggi degli errori di battitura…

Grazie a una svista sui manifesti elettorali, in Irlanda si sta parlando molto di una candidata che finora era sconosciuta ai più. Gli errori come nuovo strumento per attirare l’attenzione?

thouands

In ogni caso, divertente la descrizione dell’aspetto della candidata nell’Irish Times, “a fada over her left eye”. È un riferimento all’accento acuto (fada) usato in alcune parole irlandesi.

Sempre in Irlanda, la Garda Síochána si sta domandando chi abbia appeso due ritratti poco lusinghieri* del taoiseach Brian Cowen in due musei di Dublino (un emulo di Banksy?). Garda (Síochána) /’gɑ:rdə ‘ʃɪ:xɑ:nə/ e Gardaí /’gɑ:rdi/ sono la polizia e i poliziotti irlandesi mentre l’apparentemente impronunciabile taoiseach /’ti:ʃəx/ è il capo del governo. 

* Aggiornamento: il servizio della televisione nazionale irlandese RTÉ, poi “censurato”, qui.
      

Vedi anche: Pronuncia di nomi propri stranieri

Pronuncia di nomi propri stranieri

A una radio la scomparsa dell’attrice Natasha Richardson è stata annunciata nominando anche il marito “laiam” Neeson. Liam (equivalente irlandese di William) si pronuncia invece più o meno come è scritto, con l’accento sulla i.

La pronuncia del nome di persone straniere note può essere verificata nel sito Come si pronuncia?, ad es. qui la differenza tra Ralph Fiennes e Ralph Lauren. Facendo la ricerca per cognome si trova Liam Neeson e si può anche fare riferimento a un altro nome tipicamente irlandese, Liam Gallagher, qui.

GalwayL’ortografia di molti nomi propri irlandesi, come ad es. Siobhán, Áine, Eoghan, Niamh, Saoirse, Tadhg, rende la pronuncia difficile da indovinare. In Baby Names of Ireland si può ascoltare pronuncia e storia dei nomi più diffusi dalla voce di Frank McCourt. Gli italiani rimangono spesso perplessi da Gráinne e Seamus, che suonano un po’ come “grogna” e “scemus”…

.
Vedi anche:

San Patrizio, pizzicotti e “Oirishness”

Oggi è St. Patrick’s Day, festa nazionale irlandese. Chissà se in tempi di crisi economica alla parata di Dublino c’è la solita invasione di americani, molti vistosamente vestiti di verde, come quando abitavo lì.

comics.com/pickleIn alcune parti degli Stati Uniti chi non indossa qualcosa di verde il 17 marzo rischia di prendersi qualche pizzicotto. Chi vive in Irlanda, invece, può stare tranquillo. 

Viene in mente l’aggettivo Oirish, modellato sulla pronuncia irlandese esagerata di Irish, per descrivere quanto è considerato tipicamente irlandese ma in effetti è uno stereotipo. L’aggettivo è spesso associato all’immagine idealizzata dell’Irlanda che hanno gli Irish-American e che negli anni è stata rinforzata da molti film americani (ne parla oggi l’Irish Independent in Heard the one about the drunk, horny leprechaun?).  immagine dalla ClipArt di Office

Oirish è forse un po’ l’equivalente irlandese del nostro “pizza e mandolino”. Qualche esempio con la ricerca irlandese nella ClipArt di Office: shamrock, capelli rossi (più tipici quelli neri), birra verde (bevuta solo da americani!), pentole d’oro con arcobaleno e leprechaun

Trascrizione fonetica per l’inglese

Post pubblicato il 14 novembre 2008 in blogs.technet.com/terminologia

Nel sito Turn your text into fənɛ́tɪks si può generare la trascrizione fonetica di parole o frasi inglesi con i simboli dell’alfabeto fonetico internazionale (IPA).

Phonetic transcription

La pronuncia di riferimento è americana, ad esempio se l’ortografia richiede una r in finale di parola (es. car), il fonema /r/ viene indicato nella pronuncia mentre non lo sarebbe per l’inglese britannico standard. L’accento americano prevede infatti la pronuncia di /r/ se la lettera r è presente nella forma scritta e per questo è detto rhotic (dalla lettera rho dell’alfabeto greco), mentre l’accento inglese standard è non-rhotic o R-dropping perché in genere la r non viene pronunciata quando non è seguita da vocale e porta invece all’allungamento della vocale precedente: nel caso di car, la pronuncia americana è /kɑr/ e quella inglese è /kɑ:/.

   
Vedi anche:
Parla come mangi 3.

Microsoft Azure

Post pubblicato il 27 ottobre 2008 in blogs.technet.com/terminologia

www.microsoft.com/azure/

E così il nome è stato svelato: la nuova piattaforma di servizi Microsoft per il cloud computing si chiama Azure, un termine letterario molto evocativo.

Mi domando quale sarà la pronuncia standard in Europa, visto che si tratta di un termine parecchio insolito anche per i madrelingua e sono contemplate parecchie variazioni di pronuncia, ad esempio solo in inglese britannico si può dire:

/’æʒə/

/æ’ʒʊə/

/’æʒjʊə/

/’eɪʒə/

/eɪ’ʒʊə/

Prenderà piede la pronuncia americana che si può ascoltare qui (Merriam-Webster) oppure una italianizzata più consona al nostro sistema fonetico ma che potrebbe sembrare una voce dialettale settentrionale, o addirittura la pronuncia francese /a’zyr/? Vedremo…

Intanto il sito ufficiale (Azure Services Platform e Windows Azure) è qui e per dettagli più specifici vi rimando a Novità da PDC 2008: Azure Service Platform e Windows Azure del mio collega Giorgio Malusardi in ZenIT Blog.

 

Accenti gravi e acuti in italiano

Pubblicato l’8 ottobre 2008 in blogs.technet.com/terminologia

Nel forum Scioglilingua nel Corriere della Sera in questi giorni ci sono alcune discussioni sull’uso dell’accento grave e acuto in italiano.

Gli accenti grafici sono quelli previsti dall’ortografia italiana sulla vocale finale di alcune parole. Da un punto di vista pratico, l’unica distinzione che la maggior parte di noi è tenuta a conoscere è tra è aperta /ɛ/ (è, cioè, caffè, tè) che richiede l’accento grave ed é chiusa /e/ (perché, poté, sé, né) che richiede l’accento acuto: con le altre vocali c’è la convenzione di usare sempre l’accento grave.

L’ultimo contributo in Scioglilingua riassume bene la questione e fa le distinzioni del caso tra i vari tipi di accenti, con riferimenti specifici anche agli accenti tonici. Su un punto però non sono del tutto d’accordo:

fuori di accento tonico le vocali e ed o sono solo chiuse

In teoria per la e sarebbe vero, ma in pratica basta andare a Trieste per rendersi conto che lì riescono a pronunciare la /ɛ/ aperta anche nelle sillabe atone!

Tornando invece all’ortografia, può essere utile sapere che la Correzione automatica di Office converte automaticamente le e accentate errate per le parole più comuni:

image

Per visualizzare o modificare l’elenco delle correzioni automatiche in Word 2007:

1 Fare clic sul pulsante Microsoft Office Icona del pulsante, quindi scegliere Opzioni di Word 
2 Nella finestra di dialogo Opzioni di Word fare clic su Strumenti di correzione, quindi su Opzioni correzione automatica 

 

Commento di .mau.:

tranne ovviamente se prendi un libro Einaudi, che usa ancora la convenzione di indicare l’accento acuto su i e u (insomma, non è "più così" ma "piú cosí"). Credo siano rimasti gli ultimi a indicare che i e u sono sempre acute, quando vengono accentate.

Licia:

@ .mau. Ricordo di aver notato accenti "non standard" in qualche libro ma non avevo presente la casa editrice, anche perché è un po’ che non mi capita di leggere qualcosa di Einaudi.
La Garzantina Italiano dà motivazioni storiche per indicare come più raccomandabile lo schema    à, ì, ù, é, è, ó, ò  [loro ordine]: 
"Ossia: sempre grave – secondo l’accentuazione tradizionale degli ossitoni nella tipografia antica – nei tre casi in cui non si può distinguere tra i diversi gradi di apertura (à, ì, ù) ..." 
[Aggiornamento 18/3/09: nel Portale Treccani una nota esplicativa con riferimento specifico all’uso degli accenti da parte delle diverse case editrici]  
A proposito, l’autore del contributo che ho citato sei tu o è un tuo quasi omonimo?   

Ancora .mau.:

no, quel contributo non è mio. Anche perché da buon settentrionale ho dei grossi problemi a concepire che "e" e "o" possano avere più di un tipo di accento. Ho semplicemente imparato a memoria la lista delle parole che terminano in é (non sono poi tante).

Licia:

Stessa strategia:
per avverbi, congiunzioni, passati remoti, né, e numeri (es. trentatré)
   accento acuto
per la maggior parte dei sostantivi e cioè  
   accento grave
Però ricordo mio papà (veneto) che faceva notare a mio fratello più piccolo (accento romagnolo) che non si diceva perchÈ ma perché