Post con tag “pronuncia”
Edvard Munch: da skrik a urlo
Questo quadro del norvegese Edvard Munch è tra i più riconoscibili ed emblematici dell’arte moderna. In italiano è noto sia come L’urlo che come Il grido.
Ma il nome può influenzare la nostra percezione di un’opera d’arte?
Se lo domanda W. Germano in In Art No One Can Hear You Scream. Parte dall’osservazione che il nome inglese, The Scream, finisce con la consonante continua /m/ e quello tedesco, Der Schrei, con le vocali del dittongo /aɪ/, entrambi suoni “prolungabili” e associabili a onde sonore che si propagano e si riverberano, come le strisce colorate nella parte superiore del dipinto.
Nuova “punteggiatura vocale”: hashtag
I segni di punteggiatura sono nati per riprodurre in forma scritta l’espressività della voce. Si sono rivelati così efficaci che sono stati adottati dal linguaggio orale: locuzioni come punto (e basta), tra parentesi, aperta parentesi / chiusa parentesi, tra virgolette (e le virgolette mimate con le dita) sono molto comuni ed esistono anche in altre lingue.
Nell’inglese parlato c’è una novità: ora anche la parola hashtag.viene usata come segno di “punteggiatura vocale”, a imitazione dell’uso ironico degli hashtag nelle conversazioni in Twitter. Ne parla The Guardian a proposito di cambiamenti linguistici recenti:
Giffing e giffare
Nelle classifiche di parole dell’anno ci sono spesso occasionalismi destinati a scomparire, ma sicuramente non è il caso del neologismo scelto da Oxford Dictionaries USA.
Il verbo inglese GIF descrive l’azione di creare un’immagine o una sequenza GIF animata, specialmente in relazione a un particolare evento (esempio: live giffing the presidential debate). È ottenuto dalla conversione, o transcategorizzazione, del sostantivo GIF, che a sua volta deriva da un acronimo (Graphics Interchange Format).
Gioco di parole itanglese
Winter is (s)now è la pubblicità di una località sciistica italiana apparsa in un quotidiano italiano.
Ormai siamo abituati a vedere tagline in inglese, specialmente associate ad aziende che operano globalmente, però questa headline mi sembra un gioco di parole pensato soprattutto per chi mastica l’inglese come seconda lingua.
Funziona perché usa parole dell’inglese di base conosciute dalla maggioranza dei lettori, però è efficace solo graficamente perché nella pronuncia, che prevale sulla scrittura nell’interpretazione di un madrelingua, snow e now non condividono la rima.
La frase winter is now farebbe inorridire un integralista della grammatica, ma per il pubblico italiano il messaggio in itanglese è chiaro: winter + snow + now = è ora di andare a sciare. E immagino non sia del tutto casuale un riferimento implicito alla tagline di una pubblicità italiana (e relativa protagonista) che imperversava qualche anno fa, Life is now.
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Vedi anche: un altro esempio di pubblicità italiana con target simile in s·nowhere o snow·here, una questione di E2?, con considerazioni sulle valutazioni di globalizzazione.
Italo-toilet
Nei treni Italo una voce maschile avverte che è vietato fumare e che “l’inosservanza del divieto anche nelle toilet attiverà l’allarme e l’erogazione dei liquidi antincendio”.
È un annuncio registrato e ogni volta ci faccio caso perché la voce maschile dice /ˈtoilɛt/, come se fosse la parola inglese /ˈtɔɪlət/, mentre ci si aspetterebbe il prestito francese toilette /twaˈlɛt/.
La voce che legge il testo è di una persona giovane, che immagino usi l’inglese come lingua di riferimento per i forestierismi. È quello che succede con stage /’staʒ/, la parola francese che descrive un periodo di tirocinio ma che molti confondono con il palcoscenico inglese, /steɪdʒ/.
Gli italiani di una certa età, con un livello di istruzione medio che però non includeva lo studio dell’inglese, tendono invece a leggere “alla francese” alcuni anglicismi che non conoscono. L’uso delle regole di pronuncia di altre lingue è un potenziale problema che ho descritto in Globalizzazione e pronuncia di nomi di prodotti.
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Vedi anche: Italolive.
weekend – we can
Nel fine settimana a Rai Radio 2 mi è capitato di sentire un programma di musica rock con un titolo che mi ha incuriosita, Yes, Weekend.
Mi ha fatto subito pensare a Yes We Can, lo slogan della campagna elettorale di Barack Obama del 2008. Nel sito della radio ho avuto conferma del riferimento: l’immagine scelta per la trasmissione richiama esplicitamente un noto ritratto del presidente americano (“Hope” poster).
Intercomprensione: la parola Internet
In linguistica si parla di mutua intelligibilità o intercomprensione / intercomprensibilità quando i parlanti di lingue diverse si capiscono anche se non hanno mai imparato gli uni la lingua degli altri, come può succedere tra norvegesi e svedesi.
Applicando lo stesso concetto alle parole, ce ne sono parecchie che sono riconoscibili internazionalmente, in particolare marchionimi (ad es. Coca-Cola, Google) ma anche parole del lessico comune, come OK.

Ci pensavo guardando la voce Internet del Collins English Dictionary, che ha una nuova interfaccia che include elenchi di traduzioni in più di venti lingue, ognuna con pronuncia.
s·nowhere o snow·here, una questione di E2?
Snowhere: where you go in a snowstorm
In #snOMG! ho parlato di snowhere, parola che si legge /ˈsnəʊˌwɛə(r)/ e che in un contesto di forti nevicate consente di giocare con frasi come road to snowhere, going snowhere, snowhere to go ecc. Nei commenti, Matteo mi ha segnalato un uso decisamente diverso della parola da parte di una nota azienda italiana di abbigliamento sportivo.
Snowhere in una pubblicità italiana
COLMAR descrive così la campagna SNOWHERE, realizzata sia in italiano che in inglese:
Il pay off, volutamente in inglese, si basa su un gioco di parole volto a rivelare tutti questi concetti attraverso tre suffissi presenti nel termine “SNOWHERE”: SNOW-WHERE-HERE. NEVE-DOVE-QUI… Dove c’è neve, noi ci siamo. Qui, ora, dovunque ciò avvenga.
Il testo italiano della pubblicità segue la formula Non c’è nulla come x / Non c’è nulla come y / Non c’è neve senza COLMAR che nella versione inglese diventa There is nothing like x / Nothing like y / There’s no snow without COLMAR.
Interpretazione diversa in inglese e in E2?
Pronuncia intraducibile?
Striscia di Zits di oggi, incubo per un eventuale traduttore:
È tutta incentrata sulla differenza di pronuncia tra boot e butt, sulla “trascrizione” di fonemi (che si può realizzare in vari modi, anche senza ricorrere all’IPA) e soprattutto sulla rappresentazione del modo di articolazione: la vocale di butt è aprocheila (senza arrotondamento delle labbra) e quella di boot invece è procheila (con le labbra arrotondate e spinte in avanti).
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Le immagini sono tratte da fənɛtɪks (già citato in Fonetica animata).
Vedi anche: un altro esempio di traduzione ostica di una striscia di Zits in Animali volanti e decodifiche aberranti.
Dittongo!
Ho scoperto che negli Stati Uniti dare del “dittongo” a qualcuno può essere un insulto.
Ne parla Oy, You Diphthong! in Visual Thesaurus:
la parola inglese diphthong, soprattutto se pronunciata “dip-thong” anziché “dif-thong” (e quindi scritta dipthong), può suonare come una parolaccia, non solo per la combinazione di suoni ma anche perché in inglese ci sono parole offensive che iniziano con dip (ad es. dipstick e dipshit) e thong (“perizoma”) rafforza l’effetto potenzialmente ridicolo.
Con l’intonazione giusta potrebbe funzionare anche in italiano? Se qualcuno non ha la minima cognizione di fonetica o di grammatica, forse sì: DITTONGO! E basta sfogliare un dizionario di linguistica per farsi venire qualche altra idea, ad es. adespoto, emico, peone, rintronico, scazonte, stichico, vocoide…
Prestiti e variabile diamesica
Quando mi domandavo se il termine flash flood sarebbe entrato nel lessico comune, non mi sarei mai aspettata che comparisse addirittura in alcuni versi in dialetto veneto:
| La globalisassion, col fast food, la n’à portà anca el flash flood. I è quele aluvioni, che de boto voja no voja, va tuto soto! |
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| [continua su Scurloni e ciel a pegorina] |
Si nota subito che qui flood è maschile e fa rima con food /fuːd/ e non con blood /blʌd/, come ci si aspetterebbe. È chiaro che l’autore ha desunto genere e pronuncia dall’aspetto delle parole, usando come modello un’espressione già nota in italiano, fast food.
La parola ai fantasmi!
In inglese i fantasmi spaventano dicendo Boo!
E nelle altre lingue? Ne parla When Did Ghosts Start Saying “Boo”?, un articolo di Slate che descrive etimologia, storia e uso della parola inglese boo.
Il monosillabo formato dalla consonante occlusiva* sonora /b/ e dalla vocale posteriore chiusa /uː/ ha il vantaggio di poter essere pronunciato molto rapidamente e soprattutto è una combinazione di suoni adatta a far sobbalzare, anche perché, a detta di alcuni linguisti, la vocale u può essere emessa a un volume più alto di altre vocali.
L’ipotesi sarebbe confermata dalla presenza di parole simili in varie altre lingue europee , ad esempio in polacco e turco. Vengono citate anche uuh e ¡bú! per lo spagnolo e hou per il francese, mentre i fantasmi cechi sembra dicano baf.
L’articolo però non differenzia tra il suono attribuito ai fantasmi e le parole usate dalle persone per spaventare scherzosamente: in italiano, ad esempio, i fantasmi fanno uuuh (scritto in vari modi) ed è giocando con i bambini che si dice bù (o varianti simili; va notato che in italiano la vocale è sempre breve: se fosse lunga, si esprimerebbe disapprovazione, sul modello del significato alternativo dell’esclamazione inglese boo).
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* in inglese e a volte anche in italiano /b/ è descritta come consonante “plosiva” perché
* nell’emetterla c’è come una piccola esplosione di suono.
Per rimanere in tema con la giornata, vedi anche Halloween e Dolcetto o scherzetto?.
Samsung Galaxy S, R, W, M o Y?
Mi ha sempre incuriosita la scelta dei nomi dei prodotti (o, come dicono nel marketing, il naming) e ho trovato interessante un articolo sulle nuove convenzioni adottate da Nokia e Samsung per denominare i propri modelli di smartphone.
| ▄ | Nokia è tornata a un sistema di soli numeri dopo avere adottato combinazioni di lettere e numeri. Ogni nuovo dispositivo avrà un numero di tre cifre compreso tra 100 e 900; maggiore è il numero, maggiori sono le funzionalità e il prezzo. Aggiornamento 31 agosto – Nel mercato americano gli smartphone con Windows Phone avranno anche un nome: Si vota per il nome del nuovo Nokia. Aggiornamento dicembre 2011 – Il nome scelto da Nokia e ora usato globalmente è Lumia (da non confondersi con Lumea, un sistema di epilazione di Philips, ma pronuncia e target sono alquanto diversi).. . |
| ▄ | Samsung invece differenzierà i propri modelli Galaxy con una lettera. Il top della gamma continuerà a essere identificato con la lettera S (Super Smart) e vengono introdotte R (Royal / Refined), W (Wonder), M (Magical) e Y (Young), a loro volta seguite da eventuali abbreviazioni o sigle: Pro (tastiera QWERTY), Plus (modello aggiornato) e LTE (ottimizzazione per l’omonimo standard). |
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Non sono questi i dettagli che fanno vendere un prodotto, comunque si nota subito che le convenzioni scelte da Nokia sono facilmente comprensibili in qualsiasi mercato, mentre quelle di Samsung mi sembrano poco trasparenti anche se si conoscono le parole inglesi corrispondenti (ad esempio, basandosi solo sul nome, chi saprebbe dire se è più completo un telefono di classe Magical o uno di classe Wonder?).
Forse dico una stupidaggine, però poi ho pensato che Samsung, azienda coreana, potrebbe avere scelto prima le lettere e poi avere trovato un nome inglese rappresentativo.
Occasionalismi: nymwars
Un occasionalismo è un neologismo destinato ad avere vita breve e non rimanere nell’uso perché è relativo a una situazione particolare e non duratura.
Un esempio recente di occasionalismo è la parola inglese nymwar (o nym war), usata soprattutto al plurale per descrivere le controversie sulla decisione di Google+ di proibire l’uso di pseudonimi.
Ne parla Fritinancy in Word of the Week: Nymwars, spiegando che nymwars è una
forma abbreviata di pseudonym wars ed è nata a fine luglio come hashtag in Twitter.
È una parola interessante non solo per l’etimologia ma anche per l’uso di nym come sostantivo, peraltro già visto in alcuni termini informatici. Mi pare inoltre che evidenzi alcune differenze in inglese e in italiano nell’uso di un elemento formativo che a prima vista è invece del tutto equivalente (dal greco -ώνυμος, “nome”, in entrambe le lingue viene aggiunto come secondo elemento in un nome composto).
Il tenente Colombo, Dart Fener e l’orso Yoghi
In traduzione ci sono varie tecniche di adattamento dei nomi di personaggi di fantasia, tra cui le variazioni di una o più lettere che modificano il nome mantenendolo comunque simile all’originale. Mi incuriosiscono perché non credo esistano regole predefinite e non sempre le ragioni dei “ritocchi” sono trasparenti.
Un esempio è il nome del protagonista della serie televisiva che ha reso famoso Peter Falk, Columbo, che in Italia e in Spagna ha subito un cambio di vocale diventando Colombo, immagino per evitare una possibile cacofonia. Altri esempi noti riguardano alcuni personaggi di Guerre stellari (il primo film della serie):
| nome originale | nome italiano |
| Darth Vader | Dart Fener |
| [Princess] Leia | [Principessa] Leila |
| Han Solo | Ian Solo |
| Chewbacca | Chewbecca |
Presumo che Vader potesse far pensare a water (il sanitario) e che forse per Leia si temessero assonanze con incitazioni fasciste, meno chiare invece le altre due variazioni.
Anni fa era abbastanza comune anche un altro tipo di adattamento, l’assimilazione grafica, che manteneva il nome del personaggio, più o meno con la stessa pronuncia, ma lo adeguava alle nostre convenzioni di scrittura, come nel caso di Yoghi e Bubu (in originale Yogi e Boo Boo), del canarino Titti (Tweety), di Milù (Milou, il cane di Tintin) e dell’asino Ih-Oh (Eeyore nella versione originale di Winnie-the-Pooh, a sua volta diventato Winnie Puh nella traduzione dei libri di Milne e Winnie Pooh in quella dei prodotti Disney).
L’assimilazione grafica è sempre meno usata, grazie alla maggiore familiarità degli italiani con l’ortografia delle parole straniere. Si preferiscono i prestiti acclimatati e quindi si privilegia l’invariabilità dei nomi propri* (e ora si usano le convenzioni di scrittura straniere anche per nomi di personaggi creati in Italia, come le Winx).
Infine, mi piacerebbe sapere perché nella versione italiana della sitcom Friends il nome di una delle protagoniste, Phoebe, era rimasto invariato nella grafia ma era diventato “febe” nella pronuncia, anche se nessun italiano avrebbe difficoltà a capire o dire /ˈfiːbɪ/.
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PS Lo so, i miei esempi sono abbastanza datati. Ve ne vengono in mente di più recenti?
* Eppure all’anagrafe vengono tuttora registrati nomi come Maicol, Gerri, Catiuscia…
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