Post con tag “pronuncia”
Pronuncia intraducibile?
Vignetta di Zits di oggi, incubo per un eventuale traduttore:
È tutta incentrata sulla differenza di pronuncia tra boot e butt, sulla “trascrizione” di fonemi (che si può realizzare in vari modi, anche senza ricorrere all’IPA) e soprattutto sulla rappresentazione del modo di articolazione: la vocale di butt è aprocheila (senza arrotondamento delle labbra) e quella di boot invece è procheila (con le labbra arrotondate e spinte in avanti).
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Le immagini sono tratte da fənɛtɪks (già citato in Fonetica animata).
Vedi anche: un altro esempio di traduzione ostica di una striscia di Zits in Animali volanti e decodifiche aberranti.
Dittongo!
Ho scoperto che negli Stati Uniti dare del “dittongo” a qualcuno può essere un insulto.
Ne parla Oy, You Diphthong! in Visual Thesaurus:
la parola inglese diphthong, soprattutto se pronunciata “dip-thong” anziché “dif-thong” (e quindi scritta dipthong), può suonare come una parolaccia, non solo per la combinazione di suoni ma anche perché in inglese ci sono parole offensive che iniziano con dip (ad es. dipstick e dipshit) e thong (“perizoma”) rafforza l’effetto potenzialmente ridicolo.
Con l’intonazione giusta potrebbe funzionare anche in italiano? Se qualcuno non ha la minima cognizione di fonetica o di grammatica, forse sì: DITTONGO! E basta sfogliare un dizionario di linguistica per farsi venire qualche altra idea, ad es. adespoto, emico, peone, rintronico, scazonte, stichico, vocoide…
Prestiti e variabile diamesica
Quando mi domandavo se il termine flash flood sarebbe entrato nel lessico comune, non mi sarei mai aspettata che comparisse addirittura in alcuni versi in dialetto veneto:
| La globalisassion, col fast food, la n’à portà anca el flash flood. I è quele aluvioni, che de boto voja no voja, va tuto soto! |
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| [continua su Scurloni e ciel a pegorina] |
Si nota subito che qui flood è maschile e fa rima con food /fuːd/ e non con blood /blʌd/, come ci si aspetterebbe. È chiaro che l’autore ha desunto genere e pronuncia dall’aspetto delle parole, usando come modello un’espressione già nota in italiano, fast food.
La parola ai fantasmi!
In inglese i fantasmi spaventano dicendo Boo!
E nelle altre lingue? Ne parla When Did Ghosts Start Saying “Boo”?, un articolo di Slate che descrive etimologia, storia e uso della parola inglese boo.
Il monosillabo formato dalla consonante occlusiva* sonora /b/ e dalla vocale posteriore chiusa /uː/ ha il vantaggio di poter essere pronunciato molto rapidamente e soprattutto è una combinazione di suoni adatta a far sobbalzare, anche perché, a detta di alcuni linguisti, la vocale u può essere emessa a un volume più alto di altre vocali.
L’ipotesi sarebbe confermata dalla presenza di parole simili in varie altre lingue europee , ad esempio in polacco e turco. Vengono citate anche uuh e ¡bú! per lo spagnolo e hou per il francese, mentre i fantasmi cechi sembra dicano baf.
L’articolo però non differenzia tra il suono attribuito ai fantasmi e le parole usate dalle persone per spaventare scherzosamente: in italiano, ad esempio, i fantasmi fanno uuuh (scritto in vari modi) ed è giocando con i bambini che si dice bù (o varianti simili; va notato che in italiano la vocale è sempre breve: se fosse lunga, si esprimerebbe disapprovazione, sul modello del significato alternativo dell’esclamazione inglese boo).
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* in inglese e a volte anche in italiano /b/ è descritta come consonante “plosiva” perché
* nell’emetterla c’è come una piccola esplosione di suono.
Per rimanere in tema con la giornata, vedi anche Halloween e Dolcetto o scherzetto?.
Samsung Galaxy S, R, W, M o Y?
Mi ha sempre incuriosita la scelta dei nomi dei prodotti (o, come dicono nel marketing, il naming) e ho trovato interessante un articolo sulle nuove convenzioni adottate da Nokia e Samsung per denominare i propri modelli di smartphone.
| ▄ | Nokia è tornata a un sistema di soli numeri dopo avere adottato combinazioni di lettere e numeri. Ogni nuovo dispositivo avrà un numero di tre cifre compreso tra 100 e 900; maggiore è il numero, maggiori sono le funzionalità e il prezzo. Aggiornamento 31 agosto – Nel mercato americano gli smartphone con Windows Phone avranno anche un nome: Si vota per il nome del nuovo Nokia.. . |
| ▄ | Samsung invece differenzierà i propri modelli Galaxy con una lettera. Il top della gamma continuerà a essere identificato con la lettera S (Super Smart) e vengono introdotte R (Royal / Refined), W (Wonder), M (Magical) e Y (Young), a loro volta seguite da eventuali abbreviazioni o sigle: Pro (tastiera QWERTY), Plus (modello aggiornato) e LTE (ottimizzazione per l’omonimo standard). |
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Non sono questi i dettagli che fanno vendere un prodotto, comunque si nota subito che le convenzioni scelte da Nokia sono facilmente comprensibili in qualsiasi mercato, mentre quelle di Samsung mi sembrano poco trasparenti anche se si conoscono le parole inglesi corrispondenti (ad esempio, basandosi solo sul nome, chi saprebbe dire se è più completo un telefono di classe Magical o uno di classe Wonder?).
Forse dico una stupidaggine, però poi ho pensato che Samsung, azienda coreana, potrebbe avere scelto prima le lettere e poi avere trovato un nome inglese rappresentativo.
Occasionalismi: nymwars
Un occasionalismo è un neologismo destinato ad avere vita breve e non rimanere nell’uso perché è relativo a una situazione particolare e non duratura.
Un esempio recente di occasionalismo è la parola inglese nymwar (o nym war), usata soprattutto al plurale per descrivere le controversie sulla decisione di Google+ di proibire l’uso di pseudonimi.
Ne parla Fritinancy in Word of the Week: Nymwars, spiegando che nymwars è una
forma abbreviata di pseudonym wars ed è nata a fine luglio come hashtag in Twitter.
È una parola interessante non solo per l’etimologia ma anche per l’uso di nym come sostantivo, peraltro già visto in alcuni termini informatici. Mi pare inoltre che evidenzi alcune differenze in inglese e in italiano nell’uso di un suffisso che a prima vista è invece del tutto equivalente (dal greco -ώνυμος, “nome”, in entrambe le lingue viene aggiunto come secondo elemento in un nome composto).
Il tenente Colombo, Dart Fener e l’orso Yoghi
In traduzione ci sono varie tecniche di adattamento dei nomi di personaggi di fantasia, tra cui le variazioni di una o più lettere che modificano il nome mantenendolo comunque simile all’originale. Mi incuriosiscono perché non credo esistano regole predefinite e non sempre le ragioni dei “ritocchi” sono trasparenti.
Un esempio è il nome del protagonista della serie televisiva che ha reso famoso Peter Falk, Columbo, che in Italia e in Spagna ha subito un cambio di vocale diventando Colombo, immagino per evitare una possibile cacofonia. Altri esempi noti riguardano alcuni personaggi di Guerre stellari (il primo film della serie):
| nome originale | nome italiano |
| Darth Vader | Dart Fener |
| [Princess] Leia | [Principessa] Leila |
| Han Solo | Ian Solo |
| Chewbacca | Chewbecca |
Presumo che Vader potesse far pensare a water (il sanitario) e che forse per Leia si temessero assonanze con incitazioni fasciste, meno chiare invece le altre due variazioni.
Anni fa era abbastanza comune anche un altro tipo di adattamento, l’assimilazione grafica, che manteneva il nome del personaggio, più o meno con la stessa pronuncia, ma lo adeguava alle nostre convenzioni di scrittura, come nel caso di Yoghi e Bubu (in originale Yogi e Boo Boo), del canarino Titti (Tweety), di Milù (Milou, il cane di Tintin) e dell’asino Ih-Oh (Eeyore nella versione originale di Winnie-the-Pooh, a sua volta diventato Winnie Puh nella traduzione dei libri di Milne e Winnie Pooh in quella dei prodotti Disney).
L’assimilazione grafica è sempre meno usata, grazie alla maggiore familiarità degli italiani con l’ortografia delle parole straniere. Si preferiscono i prestiti acclimatati e quindi si privilegia l’invariabilità dei nomi propri* (e ora si usano le convenzioni di scrittura straniere anche per nomi di personaggi creati in Italia, come le Winx).
Infine, mi piacerebbe sapere perché nella versione italiana della sitcom Friends il nome di una delle protagoniste, Phoebe, era rimasto invariato nella grafia ma era diventato “febe” nella pronuncia, anche se nessun italiano avrebbe difficoltà a capire o dire /ˈfiːbɪ/.
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PS Lo so, i miei esempi sono abbastanza datati. Ve ne vengono in mente di più recenti?
* Eppure all’anagrafe vengono tuttora registrati nomi come Maicol, Gerri, Catiuscia…
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Earworm, Ohrwurm e “Strüdel”
Peccato che in italiano non ci sia un equivalente della parola tedesca Ohrwurm (in inglese c’è il calco di traduzione earworm), estremamente efficace per descrivere l’orrendo motivetto tiroleggiante che oggi, complice una martellante pubblicità radiofonica, non riesco a togliermi dalla testa. O forse si potrebbe dire tarlo musicale?
Potrei provare a seguire i consigli per eliminare il “verme” in The Definitive Guide To Earworms, dove si trovano anche vari sinonimi come i termini haunting melody, usato in psicanalisi, e involuntary musical imagery (INMI), coniato da Oliver Sacks (che informalmente usa anche brainworm), e le parole più scherzose humbug, musical hook, tune wedgie, sticky tune, demon tune ecc.
Cercando la canzone (nel caso qualche temerario volesse ascoltarla, a proprio rischio e pericolo!) ho scoperto che il gruppo che la canta si chiama Die Strüdelz. Ammetto di avere trovato il nome divertente perché gioca con un’ipercorrezione tipicamente italiana. Fateci caso: molti italiani pronunciano la parola strudel come se avesse l’Umlaut, strüdel, specialmente quando sono in Alto Adige.
Curiosità: il video è girato nel mio paese altoatesino preferito, Castelrotto, e prende in giro le celebrità locali, i Kastelruther Spatzen, che sono gli artisti “italiani” che vendono più dischi nel resto d’Europa.
Vedi anche: Germanismi in inglese e anglicismi in tedesco e Alpenglühen ed enrosadira per altri esempi di parole tedesche entrate in inglese come prestiti.
Ma “pimer” che lingua è?
Se dico frullatore a immersione, credo che praticamente tutti sappiano a che piccolo elettrodomestico mi riferisco, anche se molti preferiscono chiamarlo minipimer (o, come dice una mia conoscenza, esemplificando il concetto di economia linguistica, “il pim”).
Se ne parlava ieri, quando qualcuno mi ha chiesto il significato di pimer, immaginando che fosse una parola inglese (c’è anche chi dice “minipaimer”…), o forse tedesca, per via dei prodotti Braun. Ho risposto che non era né l’una né l’altra e mi è venuta la curiosità di saperne di più, visto che anche in spagnolo si può dire minipimer (nome femminile).
Secondo Wikipedia, il frullatore a immersione è stato brevettato in Svizzera nel 1950. Come spiega El País, però, il modello minipimer è stato disegnato e prodotto in Spagna circa 50 anni fa da Industrias Pimer (Pequeñas Industrias Mecánico-Eléctricas Reunidas), un’azienda in seguito acquisita da Braun che, presumibilmente, ha poi diffuso il marchionimo anche in Italia, facendolo entrare nel nostro vocabolario. L’origine del nome non è quindi un vocabolo con un significato particolare in un’altra lingua ma un banale acronimo.
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Ortografia italiana e prestiti dall’inglese
Un commento a Prestiti e calchi in italiano mi ha fatto venire in mente un articolo che avevo letto un po’ di tempo fa, Italian spelling, and how it treats English loanwords, interessante perché riassume l’evoluzione dell’ortografia italiana, ne descrive le incongruenze* e analizza le modalità di assimilazione dei prestiti dall’inglese:
| ▄ | Prestito non integrato: la tendenza attuale è l’adozione dei forestierismi senza modifiche, tempo fa invece si preferivano i calchi e i prestiti “adattati”. Grazie a questo fenomeno, usiamo combinazioni di grafemi estranee all’ortografia italiana tradizionale, ad es. budget, deadline, show. |
| ▄ | Assimilazione grafica: rara, descrive una grafia alternativa più consona alle convenzioni italiane, come nailon per nylon, oppure ipercorrettismo che porta a sostituire alcuni caratteri con altri “stranieri”, ad es. byke al posto di bike. |
| ▄ | Assimilazione morfologica: avviene quando si formano nuove parole con un suffisso italiano equivalente a quello inglese, ad es. –azione e –ation (standardizzazione) oppure –ism e –ismo (turismo), quando si aggiunge una vocale finale ai sostantivi (alligator/alligatore; shakespearian/shakespeariano) o –are ai verbi (format/formattare). |
| ▄ | Italianizzazione delle consonanti inglesi: comune in passato nei prestiti integrati, riguardava le lettere non presenti nell’alfabeto italiano, ad es. J veniva convertita in GI (jungle/giungla, pyjamas/pigiama), K in C (beefsteak/bistecca, folklore/folclore), CH in CI (lynch/linciare), SH in SC o SCI (sheriff/sceriffo, shawl/scialle) ecc. |
| ▄ | Italianizzazione delle vocali inglesi: avviene soprattutto nella pronuncia; nella forma scritta veniva adottata per le combinazioni di vocali considerate estranee al nostro sistema, ad es. OO e OU sono diventate U (taboo/tabù, tourism/turismo). |
Vedi anche: Parla come mangi 1, sulla pronuncia delle parole inglesi in italiano.
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| * | Le principali incongruenze nell’ortografia italiana sono causate da “omografia” (a fonemi diversi è associata la stessa lettera) ed “eterografia” (lo stesso fonema viene scritto in modi diversi). . Coppie di fonemi resi con la stessa lettera: /e, ɛ / si scrivono E /o, ɔ/ si scrivono O /ɪ, j/ si scrivono I /u, w/ si scrivono U /s, z/ si scrivono S /ts, dz/ si scrivono Z . Fonemi realizzati con lettere diverse: /k/ si scrive C in casa ma Q in qui /g/ si scrive G in gatto ma GH in ghiro /ʧ/ si scrive C in cera e arance ma CI in ciao e camicie /ʤ/ is scrive G in gelo ma GI in giusto /ʃ/ si scrive SC in scemo ma SCI in sciarpa ecc. |
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Vedi anche: altri post con tag ortografia.
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Dizionari inversi per l’inglese
Nei commenti a Dizionario inverso dell’italiano ho aggiunto due riferimenti per l’inglese, che ripropongo qui.
RhymeZone consente di trovare le rime inglesi in base alla pronuncia della parola, ad es. cercando parole e frasi che facciano rima con honey si ottengono 40 risultati, divisi per numero di sillabe, tra cui bunny, funny, money, runny, sunny, e per ogni parola c’è un link alla definizione. Si possono cercare anche sinonimi, antonimi, omofoni, parole con pronuncia simile, parole con le stesse consonanti, citazioni ecc.
Per la ricerca in base a sequenze di lettere, RhymeZone rimanda a una risorsa che mi piace moltissimo, OneLook, dove si possono fare vari tipi di ricerche usando non solo i soliti caratteri jolly (? e *) ma anche # per singole consonanti e @ per singole vocali. Molto utili i due punti per ricerche relative a uno specifico significato, ad es. p*:ireland trova tutte le parole che iniziano per p e che sono in qualche modo correlate con l’Irlanda.
Di OneLook apprezzo in particolare il Reverse Dictionary, che non è un dizionario inverso come quello italiano descritto ieri ma una risorsa per trovare parole partendo da definizioni o parole correlate. Riporto gli esempi delle varie opzioni descritte nella home page:
| ▄ | Trovare una parola partendo dalla definizione, ad es. barrel maker, museum guide, search for food, urge to travel, being tried twice for the same crime | |
| ▄ | Analizzare concetti correlati, ad es. baseball, clouds, twisty, push | |
| ▄ | Generare un elenco di parole in una categoria specifica, ad es. large birds, green fruit, Canadian authors | |
| ▄ | Trovare parole formulando domande, ad es. What is the capital of Vietnam?, Who is Big Bird’s friend on Sesame Street?, What is the longest river in the world? | |
| ▄ | Risolvere cruciverba usando caratteri jolly, ad es. ??lon:synthetic fabric, s?nt?:christmas, l*ch*:fruit, ??????:hit, c*:board game |
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Vedi anche: Dizionari di inglese online e Dizionari delle collocazioni dell’inglese
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App, parola dell’anno 2010 (non solo in inglese?)
L’American Dialect Society ha scelto la word of the year per il 2010 per l’inglese americano: è app, forma abbreviata di application, un programma per computer, dispositivi mobili o social network. Non si tratta di un neologismo: app è stata scelta perché ultimamente ha avuto una diffusione esponenziale e fa ormai parte della lingua standard (la conoscono anche le nonne!). Altri dettagli in Visual Thesaurus.
App è una parola che da qualche anno è molto usata anche in italiano, come si può verificare con la ricerca
per intervalli di date in Google (un metodo empirico e non sempre accurato ma abbastanza indicativo, come accennavo qui).
Da un punto di vista linguistico, trovo interessante il diverso uso dell’articolo davanti al sostantivo app: al momento coesistono sia la forma con elisione (l’app, un’app), come è normale in italiano davanti a parole che iniziano per vocale, che la forma senza elisione (la app, una app). Mi domando se nel secondo caso si segnali, per quanto inconsapevolmente, che si tratta di un prestito, oppure se nella forma scritta si riproduca semplicemente una pronuncia “enunciata” che evita problemi di comprensione (cfr. /uˈnapp/ e /ˈuna ˈapp/).
Ultima nota: sia in inglese che in italiano, app è anche il nome dell’estensione di file di applicazioni in vari sistemi operativi e non è sinonimo del termine applet, uno dei tanti tipi di “programmini” incorporati soprattutto in pagine Web.
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| PS | Nel comunicato stampa dell’American Dialect Society si legge che il name of the year è quello del famigerato vulcano islandese “Eyafjalljökul” ma credo abbiano sbagliato a scrivere il nome, dimenticando una a e una l finale: il nome del ghiacciaio che per metonimia è diventato anche quello del vulcano dovrebbe infatti essere Eyjafjallajökull (tra le pochissime parole che ho imparato a riconoscere in Islanda ci sono appunto jökull, ghiacciaio, e foss, cascata, perché appaiono in molti toponimi). … |
Vedi anche: nom nom nom!, sul verbo al secondo posto nella classifica word of the year, e altri post che parlano di parole dell’anno inglesi e italiane per il 2009 e il 2008.
significato…
Numeri e accenti inglesi
Ho trovato molto divertente uno sketch, visto in Language Log, su un ascensore che anziché i soliti pulsanti ha un sistema di riconoscimento vocale automatico e qualche difficoltà con alcune varietà di inglese, in particolare con l’accento scozzese e il numero eleven:
Mi ha fatto tornare in mente un episodio di quando vivevo a Dublino e un amico australiano, appena arrivato in Irlanda, era venuto a cercarmi in ufficio, in quel periodo una sede temporanea distaccata in un palazzo condiviso con varie società. Alla reception un addetto alla sicurezza gli aveva indicato il piano, lui aveva preso l’ascensore ma aveva trovato solo uffici vuoti, quindi era tornato a chiedere informazioni. Gli era stato ripetuto il piano, aveva concluso che poco prima doveva aver sbagliato a premere il pulsante, era risalito ma ancora una volta si era trovato nel posto sbagliato, così aveva avuto bisogno di nuove indicazioni (e si sa quanto gli uomini detestino chiederle, figurarsi poi se immaginano di essere presi in giro). Il problema? La guardia gli diceva first floor ma lui, poco avvezzo agli accenti irlandesi* molto marcati, continuava a capire fourth floor.
Accents of English from Around the World consente di confrontare diversi accenti regionali dell’inglese, con trascrizione fonetica e clip audio, ad es. si possono sentire le pronunce dei numeri one, two, three, four, five, six, seven, eight, nine, ten, hundred (ma per l’Irlanda ci sono solo esempi dal nord: Northern Ireland o, come dicono da quelle parti, “norn iron”).
Con tutte queste differenze, non è un caso che anche i madrelingua a volte siano in difficoltà!
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| * | L’australiano non aveva fatto esercizio guardando qualche episodio di Father Ted, esilarante sitcom ambientata in una sperduta isoletta al largo della costa occidentale irlandese. |
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Accenti stranieri e credibilità
Uno studio riassunto in Speakers with a foreign accent are perceived as less credible indica che le informazioni comunicate da chi parla con accento straniero sono percepite come meno attendibili rispetto agli stessi dati forniti da una persona di madrelingua, indipendentemente dai pregiudizi sulla nazionalità di chi parla: questo perché un accento marcato richiede uno sforzo di comprensione e il nostro cervello tende a ritenere più veritiere le informazioni che sono più facili da elaborare (in inglese si parla di cognitive fluency).
Fuori dai laboratori di ricerca, presumo che gli stereotipi associati all’accento giochino comunque un ruolo rilevante, anche se inconsciamente. E ho l’impressione che, in caso di pronuncia senza inflessioni evidenti, anche alcuni tipi di errore possano condizionarci.
Mi vengono in mente vari esempi, tra cui quello di un’amica finlandese che parla italiano senza alcun accento e che usa lessico, tempi verbali e sintassi alla perfezione, ma che ha problemi con la concordanza del genere di sostantivi e aggettivi (ad es. dice “è un piatto molto appetitosa”). Temo che, per chi non la conosce, errori così palesi possano rendere quello che dice meno credibile rispetto alle parole di chi invece magari non azzecca congiuntivi e verbi irregolari ma non confonderebbe mai maschile e femminile.
A livelli di competenza linguistica elevata, mi sembra infatti che la ripetizione di errori che i madrelingua percepiscono come facilmente evitabili (non il caso dei congiuntivi!) possa insinuare dubbi sull’attendibilità della comunicazione, come se la persona non sapesse esattamente quello che sta dicendo. O sono solo io ad avere questa impressione?
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Vedi anche: La mente: foglio di calcolo o motore di ricerca? (metafore relative all’acquisizione del linguaggio)
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Web2.0rhea
In “Blogorrhea” e “blogorrea” sono la stessa cosa? ipotizzavo che nella parola italiana blogorrea si notasse soprattutto il richiamo a logorrea mentre nell’inglese blogorrhea fosse più evidente il riferimento al suffisso –rrhea e relative connotazioni negative.
Mi sembra che questa interpretazione possa trovare conferma nel neologismo inglese Web2.0rhea, coniato per descrivere i contenuti, spesso non proprio eccelsi, generati dagli utenti nei social network. È ricorrente in The Register, da cui sono tratti questi esempi:
| ▄ | “Web2.0rhea infects International Space Station – A US astronaut has made a giant leap in social-networking history by sending the first tweet from space” [qui] |
| ▄ | “Gmail to get real |
Pur avendo una grafia particolare, destinata soprattutto alla comunicazione scritta, la parola Web2.0rhea non è comunque difficile da leggere, grazie alle convenzioni di pronuncia di 2.0 ("two point oh"): un’invenzione lessicale davvero efficace e divertente.
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Vedi anche: Lingua spedita, lingua tradita? (italiano, nuove tecnologie e social network).
significato Web 2.0






