Post con tag “prestiti”
itanglese 2 (social, digital e switch)
Un anno fa ho parlato di itanglese, l’uso smodato di parole inglesi in italiano, prendendo spunto da una ricerca del 2009 di Agostini Associati.
Da qualche settimana è disponibile un aggiornamento con i dati per il 2010, L’Itanglese continua ad avanzare con un incremento del +223%, che stila una classifica delle 10 parole inglesi più frequenti in un campione di 54 milioni di parole di documenti aziendali italiani tradotti verso altre lingue nel 2010:
| Parola inglese | Densità % |
| Social | 1,94 |
| Business | 1,81 |
| Smart | 1,80 |
| Wellness | 1,56 |
| Fashion | 1,55 |
| Benchmarking | 0,99 |
| Digital | 0,98 |
| Brand | 0,70 |
| Network | 0,68 |
| Switch | 0,61 |
Sono sicuramente dati molto interessanti (ad es. se ne discute qui, qui e qui) ma da un punto di vista terminologico alcune delle parole in classifica non mi convincono del tutto.
I risultati della ricerca sono rivolti a un pubblico non specialistico e quindi si parla di “termini” nel senso generico di “parole” e, come è prevedibile in questi casi, non vengono forniti dettagli sulla metodologia di estrazione dei dati. Per un terminologo, invece, sarebbe utile sapere se nell’analisi sono state considerate statisticamente solo singole parole oppure anche unità lessicali (locuzioni) perché consentirebbe di capire meglio la presenza nell’elenco di social, digital e switch.
In un’ottica prettamente linguistica, in italiano gli aggettivi inglesi social e digital non possono essere considerati termini in senso stretto: non hanno un significato specifico in un ambito specializzato né un valore monosemico che li faccia preferire ai corrispettivi italiani sociale e digitale . Mi sembra anche che, per il momento*, in italiano né social né digital possano essere usati liberamente ma appaiano solo all’interno di locuzioni in cui tutti gli elementi sono parole inglesi, come nel caso di nomi di formati, standard o prodotti, o di nomi di concetti specifici che non sarebbero altrettanto idiomatici se tradotti letteralmente. Un paio di possibili esempi che mi vengono in mente:
| ▄ | Social network, social media, social web ecc. In particolare, la locuzione social network giustificherebbe la presenza nell’elenco per il 2010 di network, parola entrata in italiano almeno 30 anni fa e quindi, secondo me, non più classificabile come itanglese. |
| ▄ | Digital Video, Secure Digital, Sky Digital Key ecc. e concetti quali digital divide. |
Il lessico che descrive nuovi concetti di tipo “digital” e “social” mutuati dall’inglese non è ancora del tutto assestato in italiano e infatti si può notare la coesistenza di prestiti (parole inglesi) e calchi (parole italiane) ma non di eventuali “forme ibride”: ad es., si trovano sia il prestito digital native che il calco nativo digitale mentre *nativo digital suonerebbe alquanto insolito (a meno che digital non sia da intendersi “tra virgolette”). Credo sia un’ulteriore prova che in italiano social e digital non hanno un significato proprio e non sono usati arbitrariamente ma appaiono solo* all’interno di specifiche locuzioni, quindi includerli tra gli esempi più tipici del fenomeno itanglese è sicuramente significativo da un punto di vista statistico ma meno da uno lessicale.
Tornando alla classifica di itanglese per il 2010, trovo interessante anche la presenza di switch, parola usata gergalmente per indicare un passaggio o un cambiamento netto, ad es. da un sistema a un altro. Mi domando però se in questo caso la notevole frequenza, già registrata nel 2009, sia effettivamente un caso di itanglese o potrebbe invece avere a che fare con lo switch-over e lo switch-off del digitale terrestre, nel qual caso si tratterebbe semplicemente di terminologia tecnica.
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| * | Aggiornamento marzo 2012 – Nel giro di pochi mesi, il panorama è decisamente cambiato e social è sempre più usato in italiano come aggettivo con un significato ben preciso, “relativo ai social network” (nei testi scritti, per il momento, le occorrenze tendono ancora a essere evidenziate in corsivo o tra virgolette ma probabilmente si tratta di un accorgimento temporaneo). Non mi sembra invece che digital stia seguendo un percorso simile, perlomeno non per ora. |
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Vedi anche: Una casa shabby al punto giusto (parole inglesi abusate in italiano).
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Acronimi con descrizione
Vignetta:
geek&poke
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In inglese, soprattutto in ambito informatico, è abbastanza comune qualificare un acronimo rendendo esplicita l’ultima parola che lo compone, cioè quella più generica e descrittiva, ad es. PDF format (Portable Document Format), anche se così si ripete un’informazione già implicita.
In italiano si tende ad adottare la stessa pratica per gli acronimi adottati come prestiti dall’inglese, soprattutto inizialmente o se appartengono a un ambito specifico: è più facile memorizzarli perché si sa di cosa si tratta senza dover conoscere le singole parole che li compongono, oltretutto straniere. Quando l’acronimo entra nel lessico generico, la descrizione può diventare superflua, ad es. ora si dice comunemente l’ADSL mentre tempo fa si preferiva specificare linea ADSL.
Altri esempi tipici: formato GIF (Graphics Interchange Format), linguaggio HTML (HyperText Markup Language), protocollo HTTP (HyperText Transfer Protocol), interfaccia API (Application Programming Interface), memoria RAM (Random Access Memory), fogli di stile CSS (Cascading Style Sheets), rete LAN (Local Area Network), schermo LCD (Liquid Crystal Display), il già citato linea ADSL (Asymmetrical Digital Subscriber Line).
Per chi gestisce un database terminologico è importante monitorare come si evolve l’uso di ciascun acronimo, in modo da fornire adeguate note d’uso e aggiornare le schede terminologiche se necessario, ad es. specificando quando l’acronimo va preceduto dalla descrizione, quando va sostituito alla forma estesa ecc.
Un esempio un po’ vecchiotto ma credo ancora efficace: se nel testo inglese appare la forma estesa Rich Text Format, è utile stabilire se in italiano sia preferibile usare formato Rich Text oppure formato RTF. Entrambe le soluzioni sono valide ma solo la seconda consente di mantenere esplicito il riferimento all’acronimo (e all’estensione di file) ed evitare potenziali ambiguità, a vantaggio della curva di apprendimento dell’utente italiano, soprattutto se non ha troppa familiarità con l’inglese ma forse conosce già l’acronimo.
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Vedi anche: Acronimi: PDF
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nel post di blog?
Ho parlato altre volte di terminologizzazione, accennando ai problemi che si possono incontrare se i neologismi semantici non sono identificati nella lingua di partenza a causa della loro polisemia (il nuovo termine coincide con una parola generica già esistente) e per questo non vengono resi adeguatamente nella lingua di arrivo, come è successo con pinch nei prodotti Apple.
Lo scenario opposto si verifica quando il nuovo concetto e il termine associato vengono subito riconosciuti e, per sottolineare la novità, nella lingua di arrivo si adotta il termine originale. Nell’ambito informatico italiano, ricorrere ai prestiti dall’inglese nei casi di terminologizzazione è una soluzione abbastanza comune che di solito non causa problemi di localizzazione, proprio perché si tratta di parole nuove con significato univoco.
Si possono però creare imprecisioni traducendo pedissequamente il testo originale. Un esempio è la traduzione di blog post nella presentazione di Windows Live Writer 2011:
| ▄ | Crea post di blog sorprendenti in pochi minuti. |
| ▄ | Dai vita alla tua storia aggiungendo foto e video ai post di blog. |
| ▄ | Inserisci una mappa di Bing nel tuo post di blog per illustrare una località. |
In questi casi va tenuto presente che in inglese, soprattutto nei testi destinati a utenti generici, si tende a rendere esplicite le parole che hanno subito terminologizzazione: qui gli americani specificano blog post perché post è polisemico e potrebbe risultare ambiguo. Al contrario, in italiano post è monosemico: se il contesto è palese, come in questo esempio (“software per blog”), non ha molto senso specificare di blog, proprio come di solito è ridondante tradurre web browser con browser web.
Le traduzioni che “suonano strane”, come nel tuo post di blog (cfr. nel post del tuo blog), non andrebbero sottovalutate: possono avere un impatto negativo sui potenziali utenti, che inconsciamente potrebbero associare il testo poco idiomatico a una complessità d’uso del prodotto, decisamente non il caso di Windows Live Writer.
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Vedi anche: Manuali di stile e funzione del testo e Aggettivi indefiniti subdoli.
Font è maschile o femminile?
Ripropongo qui alcuni commenti che ho aggiunto a Font: maschile o femminile? e Font maschile o femminile: richiesta di un lettore in Lavori in corso…, un argomento a cui avevo accennato anche in Caratteri per simboli scientifici, tecnici e medici.
In italiano entrambi i generi coesistono perché la parola font è entrata nella lingua attraverso strade diverse. Chi conosce l’etimologia della parola, ha familiarità con il francesismo fonte e/o ha una formazione (tipo)grafica, preferisce il femminile; nell’uso informatico invece font è un prestito dall’inglese ed è privilegiato il maschile.
Come dicevo nei commenti in Lavori in corso… e anche qui e qui, non c’è una regola precisa sul genere da assegnare ai prestiti: le grammatiche suggeriscono che andrebbe usato il genere che avrebbe il sostantivo corrispondente in italiano, in pratica si tende a privilegiare comunque il maschile, a meno che il richiamo al sostantivo italiano femminile non sia molto ovvio. Chi ha iniziato a usare font in ambito informatico probabilmente ignorava i riferimenti originali, l’etimologia e l’uso specifico tipografico, senza i quali font suona decisamente maschile.
Non potendo stabilire un genere “corretto” a priori, si potrebbe decidere di privilegiare l’uno o l’altro in base all’ambito d’uso, ad es. il femminile in un testo professionale, il maschile in un prodotto software.
Credo comunque che, indipendentemente da etimologia e significato, nel tempo il maschile sia destinato a prevalere, soprattutto per l’influenza dell’accezione informatica. Sarebbe interessante analizzare i dati di qualche corpus della lingua italiana: immagino verrebbe confermata la tendenza già segnalata da .mau. qui e indicata dai motori di ricerca che la frequenza di il font è in continuo aumento rispetto a la font.
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Aggiornamento: in Il Post, un dettagliatissimo articolo sull’argomento, Più font per tutti. Piccola storia della tipografia e questioni linguistiche: "i font" o "le font"?
Vedi anche: Caratteri maschili e femminili…, sulle connotazioni conferite dall’aspetto dei font, Font, typeface, famiglie e tipi di carattere – 1, su alcune ambiguità terminologiche in italiano e in inglese, e [aggiornamento] il cloud e la cloud, per un altro esempio sul genere dei forestierismi in italiano.
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Il pile, un falso amico potenzialmente imbarazzante
Memorabile la scenetta in un negozio di Dublino, dove un ignaro turista italiano aveva chiesto Do you have piles? a un imbarazzato commesso che certo non si aspettava una domanda così esplicita sulle proprie eventuali emorroidi…
Ho sempre trovato strano che in italiano si usi la parola inglese pile per descrivere il tessuto sintetico e gli indumenti confezionati con tale materiale, visto che in inglese il nome è ben diverso, fleece (forma abbreviata di polar fleece, in origine un marchio registrato, Polarfleece).
In inglese la parola pile può avere vari significati; se usata in ambito tessile non ammette la forma plurale ed equivale all’italiano pelo, una caratteristica conferita da varie tecniche di tessitura a materiali come ad es. velluto, felpa, alcuni tipi di spugna, tappeti e quello che in italiano chiamiamo pile.
Il termine italiano presumibilmente deriva dall’inglese pile fabric, il cui processo di lavorazione sarebbe però diverso da quello usato per il fleece (dettagli qui). A questo punto mi piacerebbe sapere come mai in italiano è stato adottato il prestito pile anziché fleece, visto che sono entrambe parole corte, facili da pronunciare e distintive. Forse un caso un po’ particolare di determinologizzazione e metaforizzazione di gergo tessile?
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Curiosità etimologica: la parola velluto, altro tessuto caratterizzato da un fitto pelo, ha la stessa etimologia di vello, che in inglese è il significato primario di fleece.
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Vedi anche: altri post con il tag falsi amici, in particolare Eponimi inglesi (e capi di abbigliamento).
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“portmantologist” e parole da salvare
Sono andata a curiosare su Save the Words, un’iniziativa degli editori dell’Oxford English Dictionary per “salvare” parole insolite che stanno cadendo nel dimenticatoio (a quanto pare, in inglese il 90% delle comunicazioni avviene con non più di 7000 parole). Per fare una pausa può essere divertente dare un’occhiata a qualche definizione o leggere i suggerimenti di spread the word (attenzione all’audio!).
Quando ho fatto clic, del tutto a caso, tra le centinaia di caselle colorate, ho trovato buffo che la prima parola apparsa fosse portmantologist, ovvero chi studia o crea parole formate dalla fusione di due parole, come ad esempio malware, malicious+software.
In inglese si parla di portmanteau word, un termine coniato da Lewis Carrol per descrivere le parole inventate per il poemetto Jabberwocky e che Humpty Dumpty spiega ad Alice con la metafora del “baule armadio”, caratterizzato da due parti unite da una cerniera:
| `Well, "slithy" means "lithe and slimy". "Lithe" is the same as "active". You see it’s like a portmanteau — there are two meanings packed up into one word.’ […] …"mimsy" is "flimsy and miserable" (there’s another portmanteau for you). (Through the Looking Glass) |
Il termine linguistico inglese è blend, quello più scherzoso frankenword. In francese c’è il calco mot-valise e in tedesco Kofferwort, e anche in italiano c’è chi dice parola valigia. Io preferisco parola macedonia, non mi dispiace tamponamento (di parole) mentre trovo orrendo composto aplologico.
Una caratteristica delle parole macedonia inglesi nate in ambito tecnico e informatico è che di solito vengono adottate in italiano come prestiti. Qualche esempio: modem (modulator+demodulator), transistor (transfer+resistor), transceiver (transmitter+receiver), transponder (transmitter+responder), codec (coder+decoder), bit (binary+digit), pixel (picture+element), widget (windows+gadget), camcorder (camera+recorder), blog (web+log), vlog (video+blog), netiquette (Internet+etiquette), emoticon (emotion+icon), podcast (iPod+broadcast), webinar (web+seminar), spim (spam+IM), termbase (terminology+database). Altri esempi nei post con tag parole macedonia.
Tornando invece a Save the Words e a iniziative simili per l’italiano, nell’ultima edizione del Vocabolario Zingarelli sono segnalate oltre 2900 “parole da salvare” e da qualche anno la Zanichelli indice il concorso Salva Parola, a cui sono associate le riflessioni di Osservatorio della lingua italiana: esempi qui, qui e (aggiornamento 2011) qui.
A me piace il Dizionario delle parole perdute: non tutte le parole sono dimenticate od obsolete ma è divertente curiosare tra le varie voci perché tutte includono un ricordo di chi le ha proposte, ad es. una parola che io non sentivo più dai tempi della scuola è cimosa.
Anche il blog Kielipiha ha iniziato un “viaggio alla ricerca delle parole italiane obsolete”.
Aggiornamento ottobre 2011 – La Società Dante Alighieri, in collaborazione con i quattro principali dizionari italiani, ha lanciato l’iniziativa Adotta una parola “allo scopo di sensibilizzare il pubblico ad un uso corretto e consapevole delle parole, favorire una conoscenza più ampia del lessico, monitorare l’uso di alcuni termni, e più in generale promuovere la varietà dell’espressione nel mondo della comunicazione globale”. Io ho adottato occasionalismo, che avevo già usato qui.
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Vedi anche: La lingua inglese vista dall’Oxford English Corpus.
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Scraped content: raggiunto il fondo del barile?
Il termine inglese Web scraping indica varie tecniche, più o meno automatizzate, di acquisizione di dati da pagine Web per poi rielaborarli altrove. Il termine correlato scraped content di solito ha un’accezione più negativa: descrive il contenuto che viene duplicato e ripubblicato altrove senza autorizzazione dell’autore e senza link all’originale.
In italiano si tende a privilegiare il prestito Web scraping mentre per scraped content non c’è un termine preciso e vengono usate descrizioni tipo contenuto clonato, contenuto duplicato non autorizzato, ecc. Come spesso succede, si perdono alcune connotazioni dei termini originali inglesi: a me, ad esempio, il verbo scrape fa venire in mente l’espressione scrape [the bottom of] the barrel e, in un certo senso, chi si riduce a scopiazzare con finalità poco trasparenti non sta proprio “raschiando il fondo del barile”?!
Chissà se è anche il caso di un blog italiano che mi ha segnalato Elisa e che ripropone contenuto altrui di tipo linguistico e terminologico, soprattutto in inglese ma anche in italiano, senza però citare l’autore e/o includere il link al testo originale, come per alcuni post di questo blog? O forse si tratta solo di un’operazione un po’ maldestra, visto che nell’intestazione del blog viene dichiarato esplicitamente che le notizie sono prese dalla rete e c’è anche un blogroll con i link ad alcune delle fonti?
Aggiornamento 2 agosto – Sono stata contattata dalla persona che gestisce il blog, che ringrazio per avermi chiarito che in questo caso si trattava effettivamente di un inconveniente tecnico e che, risolto il problema, appariranno i link previsti.
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Vedi anche: Phishing: truffa, spillaggio, abboccamento? per un esempio di connotazioni non trasferibili nella lingua di arrivo.
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Una casa shabby al punto giusto…
Mi è capitata tra le mani una rivista di arredamento non specializzata, destinata a chi vive in case di piccole e medie dimensioni. Ha una grafica accattivante ed è molto piacevole da sfogliare, però più che i mobili ho notato l’uso massiccio di parole inglesi, ben oltre i prevedibili look, appeal, trendy, hi-tech e altri prestiti ormai comuni in italiano (specialmente in ambito aziendale).
Qualche esempio (corsivi miei):
| ▄ | in stile navy, stile British, dondolo old style |
| ▄ | rigorosamente white&blue, black&white, se sei blu-addicted [sic], total white, il tuo green party, green & chic, cucinare: blue link |
| ▄ | English Mood, scegli il tuo mood |
| ▄ | wallpaper anni ‘70, daybed |
| ▄ | pattern iper-materico, forma sixties |
| ▄ | tre modi di dire outdoor, complementi d’arredo outdoor |
| ▄ | tutto mooolto glam, coffee-table iperglam [sic] |
| ▄ | soft budget, nice design, cucina young, ambiente open, temperature hot, decoro easy |
| ▄ | apparecchi new generation, case stress-free, il divano è un comodo no-name |
| ▄ | mix & match, shopping in & out |
| ▄ | bookmaniaci, Face & cook |
I testi delle riviste italiane infarciti di parole inglesi non sono certo una novità, ho però l’impressione che la loro presenza nelle pubblicazioni destinate a un pubblico generico sia un fenomeno un po’ più recente: mi viene in mente la rivista del supermercato Esselunga, che si chiama NEWS e pullula di parole inglesi, ad es. i prodotti alimentari sono sempre rigorosamente descritti come food. Mi domando che effetto faccia sulle persone più anziane e su chi non ha molta familiarità con l’inglese…
O forse in alcuni casi si dà per scontato che il lettore tipico abbia una comprensione abbastanza ristretta dell’inglese? Una casa descritta come accogliente e shabby, ad
esempio, può sembrare una specie di ossimoro a chi ha padronanza della lingua, però può darsi che chi legge la rivista di arredamento interpreti la parola shabby unicamente come riferimento allo stile shabby chic, senza associarla ai significati negativi dell’aggettivo inglese (misero, squallido, in cattivo stato, degradato).
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Vedi anche: Terminologia e utente tipico, itanglese e un look ancora più fashion.
Aggiornamento – Dal numero di febbraio 2011 della stessa rivista, solo nelle prime 15 pagine non di pubblicità si trovano craft room, crafts, soft budget, idee express, news, cult!, city-guide, progetto crafts (con la nota del direttore “non me ne vogliano i patiti dell’italiano-a-tutti i costi ma le craft room hanno già una loro storia”), angolo crafts, stile glossy, tendenza crafts, stickers, scrapbook, la cover della poltrona minimal, atmosfera cottage, idea cool, effetto hand-made, il look tricot è molto craft (?!), animal style, masking tape (suona decisamente più cool di nastro adesivo per mascheratura!), décapé forever, bordo a crochet (francesismo usato anche in inglese; probabilmente “all’uncinetto” non è abbastanza trendy?), comfort, all white, living, stylist, mood, mission possible, cozy (spiegato traducendolo come “coccoloso”)… E anche la pubblicità non scherza: in tre pagine successive si legge more with less, living and cooking, total home design.
Alternative a blog, chat, newsletter, spamming? – 1
Il mese scorso il blog Linguista ha lanciato un concorso, rivolto soprattutto agli studenti, per proporre traduzioni a cinque parole inglesi legate al Web e ormai comuni in italiano: blog, chat, newsletter, provider, spamming.
Nel linguaggio tecnico, specialmente informatico, i prestiti integrali sono spesso preferiti a possibili alternative italiane per il loro valore monosemico (non si confondono con altri oggetti o concetti) e per la loro concisione, efficacia espressiva e adeguatezza nominativa*. A parte provider, che ha un equivalente italiano in fornitore, anche i termini scelti per il concorso fanno parte di questa categoria e mi sembra siano ormai radicati nella nostra lingua, diventando dei cosiddetti forestierismi insostituibili.
L’iniziativa di Linguista appare così soprattutto un divertimento linguistico ma è sicuramente una bella idea per stimolare riflessioni sulla produzione e l’uso del lessico. Dando un’occhiata ai contributi si notano infatti parecchi suggerimenti creativi e commenti interessanti e colpisce la notevole varietà di meccanismi di formazione di nuove parole usati dai partecipanti:
| ▄ | Prestiti adattati, come blogo, blago, nuletta, niuslitter, nosletta, niuslettera, provaider, provvideratore, ciattera, ciat, ciaccia, ciatta. |
| ▄ | Prestiti interni (dialettismi), come ciacola, ciac(c)olata, ciana, cicera (chat), rumenta, munnezza (spamming). |
| ▄ | Calchi: notiziolettera, novaletta, novalittera (newsletter), manzotin, manzotinaggio, simmenthalare (spamming, con riferimento etimologico). |
| ▄ | Molti esempi di derivazione, tra cui soprattutto l’aggiunta di suffissi a parole esistenti, ad es. infuffamento (spamming), chiacchieraio, cianciatoio, chiacchia, ciarleria, conversario (chat), serviziatore, internettaro (provider), cogitario (blog). |
| ▄ | Ancora per il meccanismo di derivazione, molto usati prefissi e soprattutto prefissoidi come in iperdialogo, ciberciarla, elettrodialogo, telechiacchiera (chat), iperpattume, e-scorie, emmondizia (spamming), ciberfornitore, e-fornitore (provider); interessante notare che inter- non significa più “tra” ma “Internet”, come in intervoce, interdialogo (chat) e interdiario (blog) |
| ▄ | Esempi di alterazione, soprattutto per rendere l’accezione negativa di spamming, ad es. postume, postazza, postaccia. |
| ▄ | Parole composte, in particolare secondo il modello nome+aggettivo, come ad es. chiacchierata telematica / elettronica / virtuale (chat), zibaldone elettronico (blog). |
| ▄ | Molti esempi di parole macedonia (tamponamenti di parole), ad es. postizia (posta+immondizia), polesta (posta+molesta), pospazza (posta+spazzatura), pubblicitame (pubblicità+ciarpame); periodiziario (periodico+notiziario), retiario (rete+diario), forniservizi (fornitore/fornire+servizi), cronolario (cronologico+diario), ciarola (ciarla+parola), leggizia (leggimi+notizia); molto divertente forfoposta (forfora+posta). |
| ▄ | Vari conglomerati, ad es. scrivoparlo e digiparla (chat), postinvade (spamming) |
| ▄ | Acronimi, ad es. DDB (diario di bordo) e DECC (diario elettronico condiviso e commentato) per blog, CIR (chiacchierata in rete) e CIAT (Corrispondenza Istantanea Attraverso Terminale) per chat, NEP (notiziario elettronico periodico) per newsletter, ESE (erogatore servizio elettronico) e F.A.SE.R (fornitore accesso servizi di rete) per provider. |
| ▄ | Abbreviazioni, ad es. infovelo (newsletter). |
| ▄ | Metaforizzazione, come per polentaggio (“il voler propinare a tutti i costi un qualcosa che ti esce fuori dagli occhi…per questo ho pensato alla polenta che in tempi di guerra probabilmente a molte persone suscitava le stesse reazioni dello spam”), zanzare (“inevitabili, fastidiose, frequenti” come lo spam). |
| ▄ | Mi ha colpito l’uso di elementi formanti colti dalle lingue classiche, un approccio che in ambito Web potrebbe sembrare insolito se non si pensa alle parole latine nella terminologia informatica inglese. Alcuni esempi: celesce, “celerĭter velocemente + λέσχη, -ης, ἡ conversare”, per chat, semito, “σήμερον oggi + μῦθος, -ου, ὁ notizia”, per newsletter; effemeride, “dal lat. ephemĕris -ĭdis, dal greco diario, composto di sopra (a riguardo) + giorno” per blog; ci sono poi varie proposte forse non del tutto convincenti per provider, come remicula, “rete, is + militia, -ae servizio militare”, retiario, “mediato dal latino Retiarius, che alludeva a un gladiatore armato di rete” per provider; apparitore, “da apparitus ovvero servitore pubblico”; sinistarco, “συνιστημι sunistemi in greco”. |
| ▄ | Ci sono anche parecchi esempi di parole che non sono trasparenti e non è chiaro se siano neoformazioni ad hoc o se si tratti di gergo giovanile, ad es. slollo (chat), suntiva (newsletter), sbittatore (provider), smuggia, digiastro (spamming), però hanno una loro efficacia perché rimangono impresse facilmente. |
| ▄ | Divertente l’enfasi espressiva conferita con il simbolo @ in chi@cchiera (chat) e di@rio (blog). |
Altre proposte sono invece meno efficaci ed evidenziano le difficoltà che si possono incontrare anche con i progetti terminologici in crowdsourcing o comunque aperti alla partecipazione di tutti gli utenti, un’attività ultimamente abbastanza diffusa nella localizzazione. Ne parlerò nella seconda parte di questo post.
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* Cfr. Le parole del lessico italiano
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Vedi anche: 10 anni della parola blog, sull’assestamento del termine blog anche in italiano, e Ancora sull’uso dello scanner, sui possibili meccanismi che portano alla prevalenza di un’opzione linguistica su altre disponibili.
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Caratteri per simboli scientifici, tecnici e medici
Grazie al progetto STIX Fonts sono disponibili nuovi set di tipi di carattere (font) per la pubblicazione di testi scientifici con simboli matematici, tecnici e medici di vario genere. Si tratta di tipi di carattere OpenType, quindi basati su Unicode, e sono scaricabili gratuitamente.
Mi è venuto in mente leggendo la discussione sul genere del prestito font in italiano in Lavori in corso.… [ Aggiornamento ottobre 2010: su questo argomento ho scritto il post Font è maschile o femminile? ]
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Lava, lapilli, turbinanti nubi di cenere vulcanica…
Ultimamente si parla molto di vulcani, grazie (?!) all’impronunciabile Eyjafjallajökull e, in questi giorni, al 30º anniversario dell’eruzione di Mount St. Helens (Stati Uniti), di cui The Boston Globe pubblica una serie di foto davvero impressionanti.
Guardando le immagini di Mount St. Helens ho pensato subito al verbo billow, che in inglese sembra immancabile quando si descrivono vulcani che sprigionano nubi di cenere, e infatti l’ho trovato nella prima didascalia, in un’altra foto e nei commenti!
Billow è un verbo inglese che mi piace molto ma che non ha un equivalente italiano: descrive fumo o vapore che sale in grandi quantità, a ondate, e dà l’idea di una massa che si gonfia e si dilata. I dizionari lo traducono con “fluttuare in grandi volute”, “levarsi a ondate” e simili, e ho visto billowing ash cloud reso con “turbinanti volute di cenere” (qui) e “torreggianti nubi eruttive” (qui), ma rimane comunque difficile riprodurre l’efficacia della singola parola inglese, che etimologicamente è legata anche a bellows, il mantice.
Passando alla terminologia scientifica sui fenomeni vulcanici, si notano altri dettagli interessanti, ad esempio in inglese ci sono parecchi prestiti dall’italiano quali fumarole (singolare!), lava, lapilli e solfatara, eponimi come Plinian eruption (eruzione pliniana) e termini che derivano da toponimi italiani come Strombolian eruption (eruzione stromboliana) e Vulcanian eruption (eruzione vulcaniana).
Sia in inglese che in italiano si trovano inoltre prestiti da varie lingue parlate in luoghi con fenomeni vulcanici, ad esempio caldera e hornito dallo spagnolo, maar dal tedesco, l’eponimo lacrime di Pele (Pele’s tears) e i tipi di lava aa e pahoehoe dall’hawaiano, il termine lahar, di origine indonesiana, e l’islandese jökulhlaup, un’inondazione causata da un vulcano che fa fondere un ghiacciaio (come quella dello scorso aprile in Islanda).
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Le definizioni dei termini, visualizzabili al passaggio del mouse, sono tratte dal sito Stromboli online, dove si possono consultare fotoglossari di termini vulcanologici in italiano, inglese, tedesco e… friulano!
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Touch screen napoletanizzato :-)
Poco fa ho sentito un’ulteriore conferma di come, per noi italiani, la lunghezza delle vocali non è un tratto distintivo e non sempre viene riprodotta correttamente quando si adottano prestiti da altre lingue: alla radio un napoletano molto simpatico descriveva un telefono cellulare dicendo che aveva “o tacce scrinne”.
Accennando alla pronuncia delle parole inglesi in italiano in Parla come mangi, notavo che per i prestiti quali touch screen i dizionari italiani riportano sia la pronuncia originale che la pronuncia italiana adattata, incluse eventuali variazioni di accento primario e accento secondario (indicati dai simboli ˈ e ˌ ), come si può vedere nell’esempio dal Devoto-Oli:
Dell’irresistibile pronuncia napoletana però non c’è traccia…
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Vedi anche: “pinch” non è solo pizzicare (considerazioni sulla terminologia associata a una recente funzionalità multi-touch).
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Canzoni, anglicismi e mondegreen
Mi è piaciuto leggere Da Fred al Liga, english per essere up to date nel Portale Treccani, sugli anglicismi nelle canzoni italiane, tratto dal saggio Ma cosa vuoi che sia una canzone. Mezzo secolo di italiano cantato di Giuseppe Antonelli.
Ho qualche dubbio che le parole inglesi in un testo italiano vengano sempre riconosciute correttamente da chi ascolta le canzoni. Quando era uscito Vita spericolata, ad esempio, io ero convinta che Vasco Rossi cantasse “e poi ci troveremo come d’estate a bere del whisky…” e ci avevo messo un po’ anche a capire che Ligabue parlava degli Who e non di gru. Ehm…
In inglese queste interpretazioni a volte assurde di versi di canzoni si chiamano mondegreen, con riferimento al verso di una ballata del XVII secolo, “They hae slain the Earl O’ Moray / And laid him on the green”, che era stato frainteso come “And Lady Mondegreen” dalla scrittrice americana Sylvia Wright che poi aveva coniato il termine.
Nel libro The Language Instinct, Steven Pinker fa notare che in inglese i mondegreen spesso attribuiscono al verso un significato meno plausibile dell’originale. Direi anche in italiano, perlomeno a giudicare da certe chicche raccolte da Cernaki!
Rimanendo in tema “canzoni storpiate”, si potrebbe citare anche lo pseudo-inglese di Adriano Celentano in Prisencolinensinainciusol, che recentemente ha goduto di qualche notorietà negli Stati Uniti: ne hanno parlato tra gli altri The New Yorker, Language Log e Boing Boing.
Vedi anche: Canzoni, soramimi, buffalaxing e animutation.
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Lingua spedita, lingua tradita?
Ho trovato molto interessante Lingua spedita, lingua tradita?, lo speciale del Portale Treccani sull’italiano usato in email, SMS, chat, social netwok, newsgroup e forum, dove, oltre ad analisi approfondite, vengono anche sfatati alcuni miti tanto cari ai giornalisti non solo nostrani: le nuove tecnologie e le nuove modalità di comunicazione non portano a un imbarbarimento della lingua!
Alcune caratteristiche dell’italiano usato in questi contesti riassunte da Vera Gheno in Newsgroup e forum di discussione: la lingua fa esperimenti:
| ▄ | anglismi (prestiti) di almeno quattro tipi: l’inglese informatico, quello specifico della comunicazione telematica (es. lurker, troll, spammer), talora quello relativo all’argomento di discussione e l’inglese tutto sommato superfluo, “di moda” |
| ▄ | dialetti, usati soprattutto per fini espressivi (ocio, bedda mia!) |
| ▄ | tachigrafie o brachigrafie, come gli acronimi (LOL ‘laughing out loud’, Pd’A ‘perfettamente d’accordo’, SUPF ‘sei un povero fesso’) e le contrazioni di parole (cmq ‘comunque’, thx ‘thanks’, nn ‘non’) |
| ▄ | maiuscole e allungamenti vocalici a mimare l’urlo (nonmelodireeEEee); onomatopee e fonosimboli riconducibili alla lingua dei fumetti come snip, rumore delle forbici che “tagliano” il messaggio citato (quotato),e sbam, tonfo dell’utente che metaforicamente cade dalla sedia per la sorpresa |
| ▄ | coprolalia, con esempi interessanti di autocensura quali effing ‘f*ing’, OMFG ‘oh my f*ing God’, porcoddue o caxxo” |
| ▄ | punteggiatura polarizzata sui segni di maggiore espressività, spesso presenti in accumuli (I?!!) |
| ▄ | uso delle emoticon, sia “verticali” che orizzontali, di provenienza orientale, che danno una chiave di lettura a posteriori, in parziale sostituzione della prosodia |
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Aggiornamento agosto 2010 – How the internet is changing language (BBC) propone alcune riflessioni sull’impatto della tecnologia sul lessico dell’inglese e dell’ucraino.
Alcuni post correlati:
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| ▄ | XOXO: baci e abbracci – saluti ed SMS |
| ▄ | Facebook e il Facebook – sempre più spesso il nome proprio Facebook è usato con l’articolo determinativo |
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Trenta: quasi un litro in America
Ho letto in Schott’s Vocab che la Starbucks, la catena di americana di caffè, sta testando un nuovo formato per tè e caffè freddi che corrisponde a 31 once liquide o un quarto di gallone (americano), ovvero circa 900 ml.
Il nuovo formato si chiama trenta, nella tradizione dei nomi italiani o pseudoitaliani amati da Starbucks, come il formato venti, descritto efficacemente qui da Riccardo come un’unità di misura per il caffè del tutto sconosciuta in Italia (direi che la traduzione migliore in italiano potrebbe essere “secchio”, o magari anche “barile”). ![]()
È buffo come parole della propria lingua possano perdere il loro significato se prese in prestito in altre lingue e si debba quindi imparare a reinterpretarle in contesto:
| formato Starbucks* | dimensioni | in once | in ml |
| tall | small | 12 oz | circa 350 ml |
| grande | medium | 16 oz | circa 450 ml |
| venti | large | 20 oz per bevande calde, 24 oz per bevande fredde | circa 600 ml circa 700 ml |
| trenta | XL | 31 oz | circa 900 ml |
Considerazioni linguistiche a parte, non credo finirò mai di stupirmi delle dimensioni giganti che quasi tutte le cose sembrano avere negli Stati Uniti (ad es. il latte venduto in taniche). Come si fa a ingurgitare tali quantitativi di caffè o tè, considerato che vanno bevuti caldi o freddi e quindi, nonostante i bicchieroni vagamente isolanti, vanno consumati in breve tempo?
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Aggiornamento 18 gennaio 2011 – Infografica di National Post per illustrare le dimensioni del nuovo formato, in vendita da oggi in alcuni stati americani (via Corriere della Sera):
* fonte: Starbucks Drinks Simplified (kinda); note sui formati anche in Language Log [aggiornamento 26/1/11: altri commenti qui, dove si scopre che un espresso può essere solo, doppio e... trippio!].
Vedi anche: Come si dice caffè a Trieste?, sul lessico italiano alternativo usato a Trieste per descrivere la bevanda, Bimbos in stilettos eating pepperoni paninis, sui prestiti italiani “mangerecci” in inglese, e Problemi di conversione e di localizzazione, sulla conversione delle unità di misura anglosassoni.
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