Post con tag “prestiti”
bullismo, mobbing e bullying
Un’insegnante mi diceva che il bullismo nelle scuole è sempre più diffuso. Riflettevamo sulla parola, che non deriva direttamente da bullo ma è un calco dell’inglese bullying (da cui provengono anche bullismo online / cyberbullismo).
In inglese bullying descrive vari tipi di comportamento intimidatorio, non solo tra i giovani od online ma anche in contesti lavorativi, familiari, religiosi, politici ecc. Una delle tipologie più diffuse è il workplace bullying / bullying in the workplace.
Può quindi sembrare insolito che in varie lingue europee si descrivano le vessazioni sul lavoro, soprattutto da parte dei superiori, ricorrendo a un’altra parola inglese, mobbing, ormai molto diffusa anche in italiano ma raramente usata con la stessa accezione nel linguaggio comune inglese.
Mobbing arriva direttamente da un linguaggio speciale: il termine inglese (da mob, “attaccare in massa”) è stato introdotto dall’etologo Konrad Lorenz per denominare il comportamento difensivo collettivo di alcuni uccelli contro i rapaci, in seguito è stato usato per descrivere le azioni aggressive di animali di una stessa specie contro un loro simile e infine lo psicologo Heinz Leymann l’ha applicato anche a comportamenti umani.
In ambito specialistico, alcuni considerano i termini inglesi bullying e mobbing sinonimi ma in genere si preferisce differenziarli:
| ▄ | bullying indica il comportamento aggressivo e vessatorio di un individuo, di solito un superiore verso uno più sottoposti |
| ▄ | mobbing descrive il comportamento di un gruppo di individui, anche appartenenti a diversi livelli gerarchici, che si coalizzano contro una persona (un loro pari, un sottoposto o anche un superiore); interessante l’etimologia di mob, dal latino mobile vulgus, “gentaglia instabile” |
In un contesto inglese non specialistico, per un italiano può essere utile ricordare che mobbing è un potenziale falso amico ed è preferibile usare bullying.
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Ortografia italiana e prestiti dall’inglese
Un commento a Prestiti e calchi in italiano mi ha fatto venire in mente un articolo che avevo letto un po’ di tempo fa, Italian spelling, and how it treats English loanwords, interessante perché riassume l’evoluzione dell’ortografia italiana, ne descrive le incongruenze* e analizza le modalità di assimilazione dei prestiti dall’inglese:
| ▄ | Prestito non integrato: la tendenza attuale è l’adozione dei forestierismi senza modifiche, tempo fa invece si preferivano i calchi e i prestiti “adattati”. Grazie a questo fenomeno, usiamo combinazioni di grafemi estranee all’ortografia italiana tradizionale, ad es. budget, deadline, show. |
| ▄ | Assimilazione grafica: rara, descrive una grafia alternativa più consona alle convenzioni italiane, come nailon per nylon, oppure ipercorrettismo che porta a sostituire alcuni caratteri con altri “stranieri”, ad es. byke al posto di bike. |
| ▄ | Assimilazione morfologica: avviene quando si formano nuove parole con un suffisso italiano equivalente a quello inglese, ad es. –azione e –ation (standardizzazione) oppure –ism e –ismo (turismo), quando si aggiunge una vocale finale ai sostantivi (alligator/alligatore; shakespearian/shakespeariano) o –are ai verbi (format/formattare). |
| ▄ | Italianizzazione delle consonanti inglesi: comune in passato nei prestiti integrati, riguardava le lettere non presenti nell’alfabeto italiano, ad es. J veniva convertita in GI (jungle/giungla, pyjamas/pigiama), K in C (beefsteak/bistecca, folklore/folclore), CH in CI (lynch/linciare), SH in SC o SCI (sheriff/sceriffo, shawl/scialle) ecc. |
| ▄ | Italianizzazione delle vocali inglesi: avviene soprattutto nella pronuncia; nella forma scritta veniva adottata per le combinazioni di vocali considerate estranee al nostro sistema, ad es. OO e OU sono diventate U (taboo/tabù, tourism/turismo). |
Vedi anche: Parla come mangi 1, sulla pronuncia delle parole inglesi in italiano.
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| * | Le principali incongruenze nell’ortografia italiana sono causate da “omografia” (a fonemi diversi è associata la stessa lettera) ed “eterografia” (lo stesso fonema viene scritto in modi diversi). . Coppie di fonemi resi con la stessa lettera: /e, ɛ / si scrivono E /o, ɔ/ si scrivono O /ɪ, j/ si scrivono I /u, w/ si scrivono U /s, z/ si scrivono S /ts, dz/ si scrivono Z . Fonemi realizzati con lettere diverse: /k/ si scrive C in casa ma Q in qui /g/ si scrive G in gatto ma GH in ghiro /ʧ/ si scrive C in cera e arance ma CI in ciao e camicie /ʤ/ is scrive G in gelo ma GI in giusto /ʃ/ si scrive SC in scemo ma SCI in sciarpa ecc. |
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Vedi anche: altri post con tag ortografia.
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I suffissi degli scandali: –gate e –poli
A certe notizie purtroppo non si riesce proprio a sfuggire, da qualsiasi angolo le si osservi.
Ho notato che il caso Ruby si è rapidamente trasformato anche in affaire Ruby e
soprattutto “Ruby-gate”. Non è certo una questione di economia linguistica, quindi immagino che privilegiando il suffisso inglese –gate per dare un nome alla vicenda si voglia sottolineare il carattere di scandalo, connotazione che manca al ben più neutro caso, e di grande clamore, che forse non viene percepito in pieno con il francese affaire.
In italiano abbiamo due suffissi che caratterizzano il nome degli scandali, –poli e –gate, documentati da tutti i dizionari*. Sono ritenuti simili e vengono differenziati spiegando che
–poli descrive soprattutto fenomeni di corruzione (ad es. nella pubblica amministrazione) mentre –gate ha connotazioni più politiche e/o fa riferimento a personaggi specifici.
Secondo me, però, si potrebbe fare anche una distinzione grammaticale:
| ▄ | –gate viene aggiunto a nomi propri (di persona o di luogo) o a parole straniere, ad es. Cinzia-gate, Trani-gate, sex-gate. Spesso si usa preceduto dal trattino, per segnalare un composto ibrido formato con un forestierismo non integrato. |
| ▄ | –poli viene aggiunto solo a nomi comuni, ad es. calciopoli, vallettopoli (se associato a un nome proprio, ho l’impressione che prevarrebbe il significato primario del suffisso, “città” dal greco -πολις, πόλις, e si penserebbe a un toponimo, ad es. Silviopoli potrebbe funzionare come nomignolo per Milano 2 ma non per lo scandalo a luci rosse). |
Mi sembra anche che il suffisso –poli venga percepito da alcuni come se fosse –opoli, al punto da essere usato come sostantivo plurale, seppure tra virgolette, per accomunare un certo tipo di scandali, come ad es. nella frase tutte le “opoli”.
| * | Ho usato genericamente suffisso ma per essere più precisi –poli è un suffissoide mentre –gate può essere descritto come elemento formativo o elemento suffissale. Per esempi di etimologia e definizioni di –poli e –gate: fare doppio clic sulle parole per consultare il Dizionario Zingarelli o qui e qui per le voci del Vocabolario Treccani. |
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Aggiornamento 10 marzo 2011 – Sull’argomento, un intervento dettagliato del Portale Treccani: Gate, la porta sullo scandalo.
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Germanismi in inglese e anglicismi in tedesco
Via A Walk in the Words ho scoperto GermanEnglishwords.com, un sito che raccoglie parole tedesche usate in inglese. Ci sono ovviamente i germanismi più comuni, come angst, ersatz, (-)fest, kindergarten, leitmotiv, poltergeist, realpolitik, schadenfreude, ur-, zeitgeist* ecc., tra cui vari eponimi e molti termini relativi a filosofia, storia e politica usati anche in italiano.
Si trovano anche alcune parole legate alla montagna, come ad es. alpenglow, edelweiss, schuss, yodel, tra le quali mi è piaciuta molto sitzmark, il solco lasciato dallo sciatore che cade all’indietro sulla neve (di cui sono stata capace anch’io addirittura sugli sci da fondo) e che mi ha fatto pensare alla famigerata traduzione bottom ski.
Una risorsa correlata è Invented English Words, esempi di pseudo-inglese in tedesco, ovvero falsi anglicismi come handy (il telefonino), a cui aggiungerei public viewing e altri esempi descritti in Germans think they speak better English than they do.
E visto che siamo in tema, l’abuso di parole inglesi in tedesco è noto come Denglish o Denglisch, simile al nostro itanglese. Ne ha parlato recentemente The Independent in Denglish now verboten, in seguito alla decisione del ministro dei trasporti tedesco di proibire l’uso di parole inglesi. Sull’argomento, con un lungo e divertente esempio, anche Language Log in Denglish.
Aggiornamento 1 febbraio 2011 – German language finds English voice riporta che in Germania è stato votato l’anglicismo dell’anno. Al primo posto il verbo leaken, “far trapelare (notizie)”, impostosi con la vicenda WikiLeaks; al secondo posto un altro verbo, il calco entfreunden (modellato su unfriend), e al terzo il prestito whistleblower, chi rivela pubblicamente attività illegali, in particolare di enti, aziende od organizzazioni.
Aggiornamento 14 marzo 2011 – German linguists oppose influx of English words descrive come la Verein Deutsche Sprache (associazione per la lingua tedesca) cerchi di arginare l’influsso dell’inglese con varie iniziative, tra le quali l’Anglizismen-INDEX in cui gli anglicismi vengono catalogati, classificati e aggiornati mensilmente, per un totale di circa 7300 voci. Chi parla tedesco troverà il sito sicuramente interessante, se non altro dal punto di vista “differenze culturali”!
* Esempi tratti da: Knapp, Robbin D. 2008. "GermanEnglishWords.com".
App, parola dell’anno 2010 (non solo in inglese?)
L’American Dialect Society ha scelto la word of the year per il 2010 per l’inglese americano: è app, forma abbreviata di application, un programma per computer, dispositivi mobili o social network. Non si tratta di un neologismo: app è stata scelta perché ultimamente ha avuto una diffusione esponenziale e fa ormai parte della lingua standard (la conoscono anche le nonne!). Altri dettagli in Visual Thesaurus.
App è una parola che da qualche anno è molto usata anche in italiano, come si può verificare con la ricerca
per intervalli di date in Google (un metodo empirico e non sempre accurato ma abbastanza indicativo, come accennavo qui).
Da un punto di vista linguistico, trovo interessante il diverso uso dell’articolo davanti al sostantivo app: al momento coesistono sia la forma con elisione (l’app, un’app), come è normale in italiano davanti a parole che iniziano per vocale, che la forma senza elisione (la app, una app). Mi domando se nel secondo caso si segnali, per quanto inconsapevolmente, che si tratta di un prestito, oppure se nella forma scritta si riproduca semplicemente una pronuncia “enunciata” che evita problemi di comprensione (cfr. /uˈnapp/ e /ˈuna ˈapp/).
Ultima nota: sia in inglese che in italiano, app è anche il nome dell’estensione di file di applicazioni in vari sistemi operativi e non è sinonimo del termine applet, uno dei tanti tipi di “programmini” incorporati soprattutto in pagine Web.
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| PS | Nel comunicato stampa dell’American Dialect Society si legge che il name of the year è quello del famigerato vulcano islandese “Eyafjalljökul” ma credo abbiano sbagliato a scrivere il nome, dimenticando una a e una l finale: il nome del ghiacciaio che per metonimia è diventato anche quello del vulcano dovrebbe infatti essere Eyjafjallajökull (tra le pochissime parole che ho imparato a riconoscere in Islanda ci sono appunto jökull, ghiacciaio, e foss, cascata, perché appaiono in molti toponimi). … |
Vedi anche: nom nom nom!, sul verbo al secondo posto nella classifica word of the year, e altri post che parlano di parole dell’anno inglesi e italiane per il 2009 e il 2008.
significato…
itanglese 2 (social, digital e switch)
Un anno fa ho parlato di itanglese, l’uso smodato di parole inglesi in italiano, prendendo spunto da una ricerca del 2009 di Agostini Associati.
Da qualche settimana è disponibile un aggiornamento con i dati per il 2010, L’Itanglese continua ad avanzare con un incremento del +223%, che stila una classifica delle 10 parole inglesi più frequenti in un campione di 54 milioni di parole di documenti aziendali italiani tradotti verso altre lingue nel 2010:
| Parola inglese | Densità % |
| Social | 1,94 |
| Business | 1,81 |
| Smart | 1,80 |
| Wellness | 1,56 |
| Fashion | 1,55 |
| Benchmarking | 0,99 |
| Digital | 0,98 |
| Brand | 0,70 |
| Network | 0,68 |
| Switch | 0,61 |
Sono sicuramente dati molto interessanti (ad es. se ne discute qui, qui e qui) ma da un punto di vista terminologico alcune delle parole in classifica non mi convincono del tutto.
I risultati della ricerca sono rivolti a un pubblico non specialistico e quindi si parla di “termini” nel senso generico di “parole” e, come è prevedibile in questi casi, non vengono forniti dettagli sulla metodologia di estrazione dei dati. Per un terminologo, invece, sarebbe utile sapere se nell’analisi sono state considerate statisticamente solo singole parole oppure anche unità lessicali (locuzioni) perché consentirebbe di capire meglio la presenza nell’elenco di social, digital e switch.
In un’ottica prettamente linguistica, in italiano gli aggettivi inglesi social e digital non possono essere considerati termini in senso stretto: non hanno un significato specifico in un ambito specializzato né un valore monosemico che li faccia preferire ai corrispettivi italiani sociale e digitale . Mi sembra anche che, per il momento, in italiano né social né digital possano essere usati liberamente ma appaiano solo all’interno di locuzioni in cui tutti gli elementi sono parole inglesi, come nel caso di nomi di formati, standard o prodotti, o di nomi di concetti specifici che non sarebbero altrettanto idiomatici se tradotti letteralmente. Un paio di possibili esempi che mi vengono in mente:
| ▄ | Social network, social media, social web ecc. In particolare, la locuzione social network giustificherebbe la presenza nell’elenco per il 2010 di network, parola entrata in italiano almeno 30 anni fa e quindi, secondo me, non più classificabile come itanglese. |
| ▄ | Digital Video, Secure Digital, Sky Digital Key ecc. e concetti quali digital divide. |
Il lessico che descrive nuovi concetti di tipo “digital” e “social” mutuati dall’inglese non è ancora del tutto assestato in italiano e infatti si può notare la coesistenza di prestiti (parole inglesi) e calchi (parole italiane) ma non di eventuali “forme ibride”: ad es., si trovano sia il prestito digital native che il calco nativo digitale mentre *nativo digital suonerebbe alquanto insolito (a meno che digital non sia da intendersi “tra virgolette”). Credo sia un’ulteriore prova che in italiano social e digital non hanno un significato proprio e non sono usati arbitrariamente ma appaiono solo all’interno di specifiche locuzioni, quindi includerli tra gli esempi più tipici del fenomeno itanglese è sicuramente significativo da un punto di vista statistico ma meno da uno lessicale (cfr. anche un sondaggio di Repubblica, che addirittura implica che social e digital siano parole “ormai non più tradotte”).
Tornando alla classifica di itanglese per il 2010, trovo interessante anche la presenza di switch, parola usata gergalmente per indicare un passaggio o un cambiamento netto, ad es. da un sistema a un altro. Mi domando però se in questo caso la notevole frequenza, già registrata nel 2009, sia effettivamente un caso di itanglese o potrebbe invece avere a che fare con lo switch-over e lo switch-off del digitale terrestre, nel qual caso si tratterebbe semplicemente di terminologia tecnica.
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Vedi anche: Una casa shabby al punto giusto (parole inglesi abusate in italiano).
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Acronimi con descrizione
Vignetta:
geek&poke
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In inglese, soprattutto in ambito informatico, è abbastanza comune qualificare un acronimo rendendo esplicita l’ultima parola che lo compone, cioè quella più generica e descrittiva, ad es. PDF format (Portable Document Format), anche se così si ripete un’informazione già implicita.
In italiano si tende ad adottare la stessa pratica per gli acronimi adottati come prestiti dall’inglese, soprattutto inizialmente o se appartengono a un ambito specifico: è più facile memorizzarli perché si sa di cosa si tratta senza dover conoscere le singole parole che li compongono, oltretutto straniere. Quando l’acronimo entra nel lessico generico, la descrizione può diventare superflua, ad es. ora si dice comunemente l’ADSL mentre tempo fa si preferiva specificare linea ADSL.
Altri esempi tipici: formato GIF (Graphics Interchange Format), linguaggio HTML (HyperText Markup Language), protocollo HTTP (HyperText Transfer Protocol), interfaccia API (Application Programming Interface), memoria RAM (Random Access Memory), fogli di stile CSS (Cascading Style Sheets), rete LAN (Local Area Network), schermo LCD (Liquid Crystal Display), il già citato linea ADSL (Asymmetrical Digital Subscriber Line).
Per chi gestisce un database terminologico è importante monitorare come si evolve l’uso di ciascun acronimo, in modo da fornire adeguate note d’uso e aggiornare le schede terminologiche se necessario, ad es. specificando quando l’acronimo va preceduto dalla descrizione, quando va sostituito alla forma estesa ecc.
Un esempio un po’ vecchiotto ma credo ancora efficace: se nel testo inglese appare la forma estesa Rich Text Format, è utile stabilire se in italiano sia preferibile usare formato Rich Text oppure formato RTF. Entrambe le soluzioni sono valide ma solo la seconda consente di mantenere esplicito il riferimento all’acronimo (e all’estensione di file) ed evitare potenziali ambiguità, a vantaggio della curva di apprendimento dell’utente italiano, soprattutto se non ha troppa familiarità con l’inglese ma forse conosce già l’acronimo.
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Vedi anche: Acronimi: PDF
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nel post di blog?
Ho parlato altre volte di terminologizzazione, accennando ai problemi che si possono incontrare se i neologismi semantici non sono identificati nella lingua di partenza a causa della loro polisemia (il nuovo termine coincide con una parola generica già esistente) e per questo non vengono resi adeguatamente nella lingua di arrivo, come è successo con pinch nei prodotti Apple.
Lo scenario opposto si verifica quando il nuovo concetto e il termine associato vengono subito riconosciuti e, per sottolineare la novità, nella lingua di arrivo si adotta il termine originale. Nell’ambito informatico italiano, ricorrere ai prestiti dall’inglese nei casi di terminologizzazione è una soluzione abbastanza comune che di solito non causa problemi di localizzazione, proprio perché si tratta di parole nuove con significato univoco.
Si possono però creare imprecisioni traducendo pedissequamente il testo originale. Un esempio è la traduzione di blog post nella presentazione di Windows Live Writer 2011:
| ▄ | Crea post di blog sorprendenti in pochi minuti. |
| ▄ | Dai vita alla tua storia aggiungendo foto e video ai post di blog. |
| ▄ | Inserisci una mappa di Bing nel tuo post di blog per illustrare una località. |
In questi casi va tenuto presente che in inglese, soprattutto nei testi destinati a utenti generici, si tende a rendere esplicite le parole che hanno subito terminologizzazione: qui gli americani specificano blog post perché post è polisemico e potrebbe risultare ambiguo. Al contrario, in italiano post è monosemico: se il contesto è palese, come in questo esempio (“software per blog”), non ha molto senso specificare di blog, proprio come di solito è ridondante tradurre web browser con browser web.
Le traduzioni che “suonano strane”, come nel tuo post di blog (cfr. nel post del tuo blog), non andrebbero sottovalutate: possono avere un impatto negativo sui potenziali utenti, che inconsciamente potrebbero associare il testo poco idiomatico a una complessità d’uso del prodotto, decisamente non il caso di Windows Live Writer.
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Vedi anche: Manuali di stile e funzione del testo e Aggettivi indefiniti subdoli.
Font è maschile o femminile?
Ripropongo qui alcuni commenti che ho aggiunto a Font: maschile o femminile? e Font maschile o femminile: richiesta di un lettore in Lavori in corso…, un argomento a cui avevo accennato anche in Caratteri per simboli scientifici, tecnici e medici.
In italiano entrambi i generi coesistono perché la parola font è entrata nella lingua attraverso strade diverse. Chi conosce l’etimologia della parola, ha familiarità con il francesismo fonte e/o ha una formazione (tipo)grafica, preferisce il femminile; nell’uso informatico invece font è un prestito dall’inglese ed è privilegiato il maschile.
Come dicevo nei commenti in Lavori in corso… e anche qui e qui, non c’è una regola precisa sul genere da assegnare ai prestiti: le grammatiche suggeriscono che andrebbe usato il genere che avrebbe il sostantivo corrispondente in italiano, in pratica si tende a privilegiare comunque il maschile, a meno che il richiamo al sostantivo italiano femminile non sia molto ovvio. Chi ha iniziato a usare font in ambito informatico probabilmente ignorava i riferimenti originali, l’etimologia e l’uso specifico tipografico, senza i quali font suona decisamente maschile.
Non potendo stabilire un genere “corretto” a priori, si potrebbe decidere di privilegiare l’uno o l’altro in base all’ambito d’uso, ad es. il femminile in un testo professionale, il maschile in un prodotto software.
Credo comunque che, indipendentemente da etimologia e significato, nel tempo il maschile sia destinato a prevalere, soprattutto per l’influenza dell’accezione informatica. Sarebbe interessante analizzare i dati di qualche corpus della lingua italiana: immagino verrebbe confermata la tendenza già segnalata da .mau. qui e indicata dai motori di ricerca che la frequenza di il font è in continuo aumento rispetto a la font.
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Aggiornamento: in Il Post, un dettagliatissimo articolo sull’argomento, Più font per tutti. Piccola storia della tipografia e questioni linguistiche: "i font" o "le font"?
Vedi anche: Caratteri maschili e femminili…, sulle connotazioni conferite dall’aspetto dei font, Font, typeface, famiglie e tipi di carattere – 1, su alcune ambiguità terminologiche in italiano e in inglese, e [aggiornamento] il cloud e la cloud, per un altro esempio sul genere dei forestierismi in italiano.
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Il pile, un falso amico potenzialmente imbarazzante
Memorabile la scenetta in un negozio di Dublino, dove un ignaro turista italiano aveva chiesto Do you have piles? a un imbarazzato commesso che certo non si aspettava una domanda così esplicita sulle proprie eventuali emorroidi…
Ho sempre trovato strano che in italiano si usi la parola inglese pile per descrivere il tessuto sintetico e gli indumenti confezionati con tale materiale, visto che in inglese il nome è ben diverso, fleece (forma abbreviata di polar fleece, in origine un marchio registrato, Polarfleece).
In inglese la parola pile può avere vari significati; se usata in ambito tessile non ammette la forma plurale ed equivale all’italiano pelo, una caratteristica conferita da varie tecniche di tessitura a materiali come ad es. velluto, felpa, alcuni tipi di spugna, tappeti e quello che in italiano chiamiamo pile.
Il termine italiano presumibilmente deriva dall’inglese pile fabric, il cui processo di lavorazione sarebbe però diverso da quello usato per il fleece (dettagli qui). A questo punto mi piacerebbe sapere come mai in italiano è stato adottato il prestito pile anziché fleece, visto che sono entrambe parole corte, facili da pronunciare e distintive. Forse un caso un po’ particolare di determinologizzazione e metaforizzazione di gergo tessile?
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Curiosità etimologica: la parola velluto, altro tessuto caratterizzato da un fitto pelo, ha la stessa etimologia di vello, che in inglese è il significato primario di fleece.
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Vedi anche: altri post con il tag falsi amici, in particolare Eponimi inglesi (e capi di abbigliamento).
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“portmantologist” e parole da salvare
Sono andata a curiosare su Save the Words, un’iniziativa degli editori dell’Oxford English Dictionary per “salvare” parole insolite che stanno cadendo nel dimenticatoio (a quanto pare, in inglese il 90% delle comunicazioni avviene con non più di 7000 parole). Per fare una pausa può essere divertente dare un’occhiata a qualche definizione o leggere i suggerimenti di spread the word (attenzione all’audio!).
Quando ho fatto clic, del tutto a caso, tra le centinaia di caselle colorate, ho trovato buffo che la prima parola apparsa fosse portmantologist, ovvero chi studia o crea parole formate dalla fusione di due parole, come ad esempio malware, malicious+software.
In inglese si parla di portmanteau word, un termine coniato da Lewis Carrol per descrivere le parole inventate per il poemetto Jabberwocky e che Humpty Dumpty spiega ad Alice con la metafora del “baule armadio”, caratterizzato da due parti unite da una cerniera:
| `Well, "slithy" means "lithe and slimy". "Lithe" is the same as "active". You see it’s like a portmanteau — there are two meanings packed up into one word.’ […] …"mimsy" is "flimsy and miserable" (there’s another portmanteau for you). (Through the Looking Glass) |
Il termine linguistico inglese è blend, quello più scherzoso frankenword. In francese c’è il calco mot-valise e in tedesco Kofferwort, e anche in italiano c’è chi dice parola valigia. Io preferisco parola macedonia, non mi dispiace tamponamento (di parole) mentre trovo orrendo composto aplologico.
Una caratteristica delle parole macedonia inglesi nate in ambito tecnico e informatico è che di solito vengono adottate in italiano come prestiti. Qualche esempio: modem (modulator+demodulator), transistor (transfer+resistor), transceiver (transmitter+receiver), transponder (transmitter+responder), codec (coder+decoder), bit (binary+digit), pixel (picture+element), widget (windows+gadget), camcorder (camera+recorder), blog (web+log), vlog (video+blog), netiquette (Internet+etiquette), emoticon (emotion+icon), podcast (iPod+broadcast), webinar (web+seminar), spim (spam+IM), termbase (terminology+database). Altri esempi nei post con tag parole macedonia.
Tornando invece a Save the Words e a iniziative simili per l’italiano, nell’ultima edizione del Vocabolario Zingarelli sono segnalate oltre 2900 “parole da salvare” e da qualche anno la Zanichelli indice il concorso Salva Parola, a cui sono associate le riflessioni di Osservatorio della lingua italiana: esempi qui, qui e (aggiornamento 2011) qui.
A me piace il Dizionario delle parole perdute: non tutte le parole sono dimenticate od obsolete ma è divertente curiosare tra le varie voci perché tutte includono un ricordo di chi le ha proposte, ad es. una parola che io non sentivo più dai tempi della scuola è cimosa.
Anche il blog Kielipiha ha iniziato un “viaggio alla ricerca delle parole italiane obsolete”.
Aggiornamento ottobre 2011 – La Società Dante Alighieri, in collaborazione con i quattro principali dizionari italiani, ha lanciato l’iniziativa Adotta una parola “allo scopo di sensibilizzare il pubblico ad un uso corretto e consapevole delle parole, favorire una conoscenza più ampia del lessico, monitorare l’uso di alcuni termni, e più in generale promuovere la varietà dell’espressione nel mondo della comunicazione globale”. Io ho adottato occasionalismo, che avevo già usato qui.
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Vedi anche: La lingua inglese vista dall’Oxford English Corpus.
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Scraped content: raggiunto il fondo del barile?
Il termine inglese Web scraping indica varie tecniche, più o meno automatizzate, di acquisizione di dati da pagine Web per poi rielaborarli altrove. Il termine correlato scraped content di solito ha un’accezione più negativa: descrive il contenuto che viene duplicato e ripubblicato altrove senza autorizzazione dell’autore e senza link all’originale.
In italiano si tende a privilegiare il prestito Web scraping mentre per scraped content non c’è un termine preciso e vengono usate descrizioni tipo contenuto clonato, contenuto duplicato non autorizzato, ecc. Come spesso succede, si perdono alcune connotazioni dei termini originali inglesi: a me, ad esempio, il verbo scrape fa venire in mente l’espressione scrape [the bottom of] the barrel e, in un certo senso, chi si riduce a scopiazzare con finalità poco trasparenti non sta proprio “raschiando il fondo del barile”?!
Chissà se è anche il caso di un blog italiano che mi ha segnalato Elisa e che ripropone contenuto altrui di tipo linguistico e terminologico, soprattutto in inglese ma anche in italiano, senza però citare l’autore e/o includere il link al testo originale, come per alcuni post di questo blog? O forse si tratta solo di un’operazione un po’ maldestra, visto che nell’intestazione del blog viene dichiarato esplicitamente che le notizie sono prese dalla rete e c’è anche un blogroll con i link ad alcune delle fonti?
Aggiornamento 2 agosto – Sono stata contattata dalla persona che gestisce il blog, che ringrazio per avermi chiarito che in questo caso si trattava effettivamente di un inconveniente tecnico e che, risolto il problema, appariranno i link previsti.
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Vedi anche: Phishing: truffa, spillaggio, abboccamento? per un esempio di connotazioni non trasferibili nella lingua di arrivo.
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Una casa shabby al punto giusto…
Mi è capitata tra le mani una rivista di arredamento non specializzata, destinata a chi vive in case di piccole e medie dimensioni. Ha una grafica accattivante ed è molto piacevole da sfogliare, però più che i mobili ho notato l’uso massiccio di parole inglesi, ben oltre i prevedibili look, appeal, trendy, hi-tech e altri prestiti ormai comuni in italiano (specialmente in ambito aziendale).
Qualche esempio (corsivi miei):
| ▄ | in stile navy, stile British, dondolo old style |
| ▄ | rigorosamente white&blue, black&white, se sei blu-addicted [sic], total white, il tuo green party, green & chic, cucinare: blue link |
| ▄ | English Mood, scegli il tuo mood |
| ▄ | wallpaper anni ‘70, daybed |
| ▄ | pattern iper-materico, forma sixties |
| ▄ | tre modi di dire outdoor, complementi d’arredo outdoor |
| ▄ | tutto mooolto glam, coffee-table iperglam [sic] |
| ▄ | soft budget, nice design, cucina young, ambiente open, temperature hot, decoro easy |
| ▄ | apparecchi new generation, case stress-free, il divano è un comodo no-name |
| ▄ | mix & match, shopping in & out |
| ▄ | bookmaniaci, Face & cook |
I testi delle riviste italiane infarciti di parole inglesi non sono certo una novità, ho però l’impressione che la loro presenza nelle pubblicazioni destinate a un pubblico generico sia un fenomeno un po’ più recente: mi viene in mente la rivista del supermercato Esselunga, che si chiama NEWS e pullula di parole inglesi, ad es. i prodotti alimentari sono sempre rigorosamente descritti come food. Mi domando che effetto faccia sulle persone più anziane e su chi non ha molta familiarità con l’inglese…
O forse in alcuni casi si dà per scontato che il lettore tipico abbia una comprensione abbastanza ristretta dell’inglese? Una casa descritta come accogliente e shabby, ad
esempio, può sembrare una specie di ossimoro a chi ha padronanza della lingua, però può darsi che chi legge la rivista di arredamento interpreti la parola shabby unicamente come riferimento allo stile shabby chic, senza associarla ai significati negativi dell’aggettivo inglese (misero, squallido, in cattivo stato, degradato).
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Vedi anche: Terminologia e utente tipico e itanglese.
Aggiornamento – Dal numero di febbraio 2011 della stessa rivista, solo nelle prime 15 pagine non di pubblicità si trovano craft room, crafts, soft budget, idee express, news, cult!, city-guide, progetto crafts (con la nota del direttore “non me ne vogliano i patiti dell’italiano-a-tutti i costi ma le craft room hanno già una loro storia”), angolo crafts, stile glossy, tendenza crafts, stickers, scrapbook, la cover della poltrona minimal, atmosfera cottage, idea cool, effetto hand-made, il look tricot è molto craft (?!), animal style, masking tape (suona decisamente più cool di nastro adesivo per mascheratura!), décapé forever, bordo a crochet (francesismo usato anche in inglese; probabilmente “all’uncinetto” non è abbastanza trendy?), comfort, all white, living, stylist, mood, mission possible, cozy (spiegato traducendolo come “coccoloso”)… E anche la pubblicità non scherza: in tre pagine successive si legge more with less, living and cooking, total home design.
Alternative a blog, chat, newsletter, spamming? – 1
Il mese scorso il blog Linguista ha lanciato un concorso, rivolto soprattutto agli studenti, per proporre traduzioni a cinque parole inglesi legate al Web e ormai comuni in italiano: blog, chat, newsletter, provider, spamming.
Nel linguaggio tecnico, specialmente informatico, i prestiti integrali sono spesso preferiti a possibili alternative italiane per il loro valore monosemico (non si confondono con altri oggetti o concetti) e per la loro concisione, efficacia espressiva e adeguatezza nominativa*. A parte provider, che ha un equivalente italiano in fornitore, anche i termini scelti per il concorso fanno parte di questa categoria e mi sembra siano ormai radicati nella nostra lingua, diventando dei cosiddetti forestierismi insostituibili.
L’iniziativa di Linguista appare così soprattutto un divertimento linguistico ma è sicuramente una bella idea per stimolare riflessioni sulla produzione e l’uso del lessico. Dando un’occhiata ai contributi si notano infatti parecchi suggerimenti creativi e commenti interessanti e colpisce la notevole varietà di meccanismi di formazione di nuove parole usati dai partecipanti:
| ▄ | Prestiti adattati, come blogo, blago, nuletta, niuslitter, nosletta, niuslettera, provaider, provvideratore, ciattera, ciat, ciaccia, ciatta. |
| ▄ | Prestiti interni (dialettismi), come ciacola, ciac(c)olata, ciana, cicera (chat), rumenta, munnezza (spamming). |
| ▄ | Calchi: notiziolettera, novaletta, novalittera (newsletter), manzotin, manzotinaggio, simmenthalare (spamming, con riferimento etimologico). |
| ▄ | Molti esempi di derivazione, tra cui soprattutto l’aggiunta di suffissi a parole esistenti, ad es. infuffamento (spamming), chiacchieraio, cianciatoio, chiacchia, ciarleria, conversario (chat), serviziatore, internettaro (provider), cogitario (blog). |
| ▄ | Ancora per il meccanismo di derivazione, molto usati prefissi e soprattutto prefissoidi come in iperdialogo, ciberciarla, elettrodialogo, telechiacchiera (chat), iperpattume, e-scorie, emmondizia (spamming), ciberfornitore, e-fornitore (provider); interessante notare che inter- non significa più “tra” ma “Internet”, come in intervoce, interdialogo (chat) e interdiario (blog) |
| ▄ | Esempi di alterazione, soprattutto per rendere l’accezione negativa di spamming, ad es. postume, postazza, postaccia. |
| ▄ | Parole composte, in particolare secondo il modello nome+aggettivo, come ad es. chiacchierata telematica / elettronica / virtuale (chat), zibaldone elettronico (blog). |
| ▄ | Molti esempi di parole macedonia (tamponamenti di parole), ad es. postizia (posta+immondizia), polesta (posta+molesta), pospazza (posta+spazzatura), pubblicitame (pubblicità+ciarpame); periodiziario (periodico+notiziario), retiario (rete+diario), forniservizi (fornitore/fornire+servizi), cronolario (cronologico+diario), ciarola (ciarla+parola), leggizia (leggimi+notizia); molto divertente forfoposta (forfora+posta). |
| ▄ | Vari conglomerati, ad es. scrivoparlo e digiparla (chat), postinvade (spamming) |
| ▄ | Acronimi, ad es. DDB (diario di bordo) e DECC (diario elettronico condiviso e commentato) per blog, CIR (chiacchierata in rete) e CIAT (Corrispondenza Istantanea Attraverso Terminale) per chat, NEP (notiziario elettronico periodico) per newsletter, ESE (erogatore servizio elettronico) e F.A.SE.R (fornitore accesso servizi di rete) per provider. |
| ▄ | Abbreviazioni, ad es. infovelo (newsletter). |
| ▄ | Metaforizzazione, come per polentaggio (“il voler propinare a tutti i costi un qualcosa che ti esce fuori dagli occhi…per questo ho pensato alla polenta che in tempi di guerra probabilmente a molte persone suscitava le stesse reazioni dello spam”), zanzare (“inevitabili, fastidiose, frequenti” come lo spam). |
| ▄ | Mi ha colpito l’uso di elementi formanti colti dalle lingue classiche, un approccio che in ambito Web potrebbe sembrare insolito se non si pensa alle parole latine nella terminologia informatica inglese. Alcuni esempi: celesce, “celerĭter velocemente + λέσχη, -ης, ἡ conversare”, per chat, semito, “σήμερον oggi + μῦθος, -ου, ὁ notizia”, per newsletter; effemeride, “dal lat. ephemĕris -ĭdis, dal greco diario, composto di sopra (a riguardo) + giorno” per blog; ci sono poi varie proposte forse non del tutto convincenti per provider, come remicula, “rete, is + militia, -ae servizio militare”, retiario, “mediato dal latino Retiarius, che alludeva a un gladiatore armato di rete” per provider; apparitore, “da apparitus ovvero servitore pubblico”; sinistarco, “συνιστημι sunistemi in greco”. |
| ▄ | Ci sono anche parecchi esempi di parole che non sono trasparenti e non è chiaro se siano neoformazioni ad hoc o se si tratti di gergo giovanile, ad es. slollo (chat), suntiva (newsletter), sbittatore (provider), smuggia, digiastro (spamming), però hanno una loro efficacia perché rimangono impresse facilmente. |
| ▄ | Divertente l’enfasi espressiva conferita con il simbolo @ in chi@cchiera (chat) e di@rio (blog). |
Altre proposte sono invece meno efficaci ed evidenziano le difficoltà che si possono incontrare anche con i progetti terminologici in crowdsourcing o comunque aperti alla partecipazione di tutti gli utenti, un’attività ultimamente abbastanza diffusa nella localizzazione. Ne parlerò nella seconda parte di questo post.
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* Cfr. Le parole del lessico italiano
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Vedi anche: 10 anni della parola blog, sull’assestamento del termine blog anche in italiano, e Ancora sull’uso dello scanner, sui possibili meccanismi che portano alla prevalenza di un’opzione linguistica su altre disponibili.
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Caratteri per simboli scientifici, tecnici e medici
Grazie al progetto STIX Fonts sono disponibili nuovi set di tipi di carattere (font) per la pubblicazione di testi scientifici con simboli matematici, tecnici e medici di vario genere. Si tratta di tipi di carattere OpenType, quindi basati su Unicode, e sono scaricabili gratuitamente.
Mi è venuto in mente leggendo la discussione sul genere del prestito font in italiano in Lavori in corso.… [ Aggiornamento ottobre 2010: su questo argomento ho scritto il post Font è maschile o femminile? ]
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![Sitzmark - n. A hollow made in the snow by a skier who has fallen backward. [Partial translation of German Sitzmarke : Sitz, act of sitting; see sitz bath + Marke, mark.] – A Walk in the Words sitzmark](http://blog.terminologiaetc.it/wp-content/uploads/2011/01/image.png)




