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Trenta: quasi un litro in America
Ho letto in Schott’s Vocab che la Starbucks, la catena di americana di caffè, sta testando un nuovo formato per tè e caffè freddi che corrisponde a 31 once liquide o un quarto di gallone (americano), ovvero circa 900 ml.
Il nuovo formato si chiama trenta, nella tradizione dei nomi italiani o pseudoitaliani amati da Starbucks, come il formato venti, descritto efficacemente qui da Riccardo come un’unità di misura per il caffè del tutto sconosciuta in Italia (direi che la traduzione migliore in italiano potrebbe essere “secchio”, o magari anche “barile”). ![]()
È buffo come parole della propria lingua possano perdere il loro significato se prese in prestito in altre lingue e si debba quindi imparare a reinterpretarle in contesto:
| formato Starbucks* | dimensioni | in once | in ml |
| tall | small | 12 oz | circa 350 ml |
| grande | medium | 16 oz | circa 450 ml |
| venti | large | 20 oz per bevande calde, 24 oz per bevande fredde |
circa 600 ml circa 700 ml |
| trenta | XL | 31 oz | circa 900 ml |
Considerazioni linguistiche a parte, non credo finirò mai di stupirmi delle dimensioni giganti che quasi tutte le cose sembrano avere negli Stati Uniti (ad es. il latte venduto in taniche). Come si fa a ingurgitare tali quantitativi di caffè o tè, considerato che vanno bevuti caldi o freddi e quindi, nonostante i bicchieroni vagamente isolanti, vanno consumati in breve tempo?
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* fonte: Starbucks Drinks Simplified (kinda)
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Vedi anche: Come si dice caffè a Trieste?, sul lessico italiano alternativo usato a Trieste, Bimbos in stilettos eating pepperoni paninis, sui prestiti italiani “mangerecci” in inglese, e Problemi di conversione e di localizzazione, sulla conversione delle unità di misura anglosassoni.
Bimbos in stilettos eating pepperoni paninis
Macmillan Dictionary segnala Italian words spread to English language, un breve elenco di prestiti italiani in inglese, soprattutto americano. Tra quelli gastronomici ne spiccano due
che hanno un significato tutto loro: bologna, una specie di mortadella, e pepperoni (plurale pepperonis), ingrediente tipico sulla pizza che confonde molti italiani perché non si tratta di verdura bensì di un salume. Aggiungerei poi panini (plurale paninis), di solito della ciabatta ripiena con ingredienti vari e servita tostata, e biscotti, simili ai nostri cantuccini. Anche zucchini è singolare, mentre sono diventati maschili linguini e fettuccini. E, come è noto, i confetti non sono commestibili: sono infatti i nostri coriandoli.
Tra i falsi amici non mangerecci ho sempre trovato curioso che in inglese bimbo voglia dire “ragazza attraente ma stupida” visto che in origine, all’inizio del secolo scorso, veniva usato per descrivere solo uomini poco intelligenti, mentre ora è associato esclusivamente a giovani donne (che sembrano prediligere i tacchi a spillo, altra parola italiana: stilettos).
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Vedi anche: EURO 2008: macabra scoperta (linguistica!) per alcuni prestiti in tedesco e italiano che hanno assunto un significato diverso dall’originale inglese e L’italiano nel mondo per alcuni riferimenti sull’influenza dell’italiano in altre lingue.
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Aggiornamento: Parmesao, Regianito e Cambozola. I cibi italiani strapazzati all’estero è una divertente carrellata di cibi italiani esportati e rivisitati, spesso con il nome storpiato. …
Ristoranti in crowdsourcing e open source?
Sometimes English is not sexy* but stupid cita un paio di sondaggi in Der Spiegel da cui risulta che la maggior parte dei tedeschi non capisce gli slogan in inglese usati in alcune pubblicità e ne dà interpretazioni a volte strampalate, ad es. c’è chi pensa che Broadcast Yourself (YouTube) significhi “fabbricati il tuo portapane” (altri esempi inglese-tedesco qui).
Sarebbe interessante fare una ricerca simile in Italia, ad esempio tra i lettori di quei giornali online che sono sempre più infarciti di parole inglesi, a volte però usate a sproposito (ad es., escludendo chi è stato in America, quanti lettori generici sanno cos’è un mall?)
Mi è anche venuto in mente un articolo della settimana scorsa nel Corriere della Sera il cui rimando, qui a sinistra, appariva in mezzo a notiziole su calcio, cantanti e calendari. Dubito che titoli e articolo, Il ristorante fai da te in crowdsourcing, siano stati riletti e che sia stato verificato se fossero comprensibili per il lettore tipico del sito. Per poterli interpretare è infatti essenziale conoscere i concetti associati a crowdsourcing e open source, termini specializzati che, soprattutto il primo, non sono ancora entrati nell’italiano standard.
La giornalista avrebbe potuto trovare il modo di spiegare che crowdsourcing è un processo produttivo simile all’esternalizzazione (outsourcing, dove un’azienda si affida alle prestazioni di un fornitore di servizi esterno per portare a termine una particolare attività); nel caso specifico del crowdsourcing, però, le risorse esterne sono costituite da un insieme di persone (crowd) non precedentemente organizzate tra loro che, di solito, contribuiscono su base volontaria e le cui prestazioni non sempre sono retribuite ma possono essere ricompensate in termini di prestigio, visibilità, soddisfazione personale, ecc.
Se le idee e i contributi di chi ha partecipato al progetto sono messi liberamente a disposizione di altri per un eventuale riutilizzo, ecco che si può usare la metafora dell’open source, come nel software il cui codice sorgente è di pubblico dominio.
Una distinzione che si tende a fare tra modello crowdsourcing e modello open source è che il primo è un modello di business in cui c’è sempre un committente, quindi ci sono specifiche finalità commerciali che invece non sono necessariamente presenti nel modello open source. Nel “ristorante in crowdsourcing” citato dall’articolo del Corriere, infatti, un imprenditore ha cercato un’idea originale per un nuovo tipo di ristorante e si è rivolto a una community, i membri di instructables.com (non le “folle” generiche dell’articolo italiano), che hanno contribuito a sviluppare il concetto; la descrizione del progetto fa inoltre concludere che il ristorante sia stato realizzato con finanziamenti di tipo tradizionale e non un “fai da te” in autogestione come suggerito in italiano. L’ideatore del ristorante diceva:
“I have been involved in several pilot and concept restaurants in the past […] I will open an open-source restaurant that is completely made of, and only serves food based on the original instructables all the members on instructables.com have made or will make”.
Non mi pare che tutto ciò si capisca dall’articolo italiano: forse meglio evitare rielaborazioni di pezzi tradotti che contengono parole e riferimenti stranieri se non sono del tutto chiari.
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Vedi anche:
| ▄ | Per l’uso dell’inglese nei messaggi pubblicitari: Marketing plurilingue: tradurre o non tradurre? |
| ▄ | Per altri esempi dell’uso disinvolto di parole inglesi negli articoli del Corriere della Sera, Il Corriere e le parole "tech" da non usare più, il misterioso gatto tuxedo, Uova orientali? Forse no… (Easter egg e sorprese) e Parla come mangi; notevole anche l’interpretazione letterale di once in a blue moon messa in evidenza da Il Disinformatico! |
| ▄ | Qui un esempio di crowdsourced restaurant citato anche dall’autore del neologismo crowdsourcing, Jeff Howe, che ho potuto ascoltare a una conferenza davvero interessante qualche anno fa |
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* Il titolo citato all’inizio, Sometimes English is not sexy but stupid, mi ha ricordato che alcuni giornalisti italiani sembrano ignorare che l’aggettivo
inglese sexy può essere un falso amico: se riferito ad es. a un prodotto, vuol dire che è un oggetto appetibile che tutti vorrebbero avere (come l’iPhone al suo esordio). Il significato in questo caso è più simile a “figo” e non a “sensuale” o “conturbante”, che mi pare continuino ad essere le uniche accezioni del prestito sexy in italiano (escludendo l’uso peculiare di Beppe Severgnini, che sembra amare molto questo aggettivo, tanto da associarlo anche a salsicce e segni di interpunzione
).
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Terminologia e plurilinguismo – Atti Realiter 2009
Sono stati pubblicati gli atti della giornata scientifica Realiter 2009 dedicata a Terminologia e plurilinguismo nell’economia internazionale.
Strategie traduttive e non-traduttive nella comunicazione al pubblico dei prodotti mass-market è l’intervento di Andrea di Gregorio di cui avevo già parlato in Marketing plurilingue: tradurre o non tradurre?
Per applicazioni pratiche ed esempi di lavoro terminologico, si possono ricavare informazioni molto utili da Un glossario terminologico IT/ES nel Settore Bancario (Franco Bertaccini e Claudia Lecci) e Il Centro regionale di documentazione scientifica della Lombardia (Elisabetta Oliveri e Antonella Folino).
Interessante anche L’attività terminologica e le dinamiche dei cambiamenti sociolinguistici di Giuseppe G. Castorina, in cui viene sottolineata l’importanza, in un contesto europeo, di ricorrere a terminologia i cui elementi compositivi siano condivisi da un maggior numero possibile di lingue e culture, ovvero di recuperare elementi lessicali che costituiscano un europese per la comunicazione nell’ambito dell’UE, con un registro linguistico universale. L’intervento è ricchissimo di esempi di terminologia tecnico-scientifica, specialmente in campo medico, finanziario e informatico (c’è anche briefcase) e include molti riferimenti all’eponimia. Viene inoltre fatta la proposta di inserire nelle schede terminologiche dati e indicatori che consentano di valutare, tra i termini esistenti, quelli più trasparenti e più comprensibili a livello europeo e internazionale:
| ▄ | Indice di Diffusione Europea (IDE), il numero di lingue dell’UE in cui il termine presenta variazioni minime e non rilevanti ai fini della comprensione. |
| ▄ | Indice di Diffusione Internazionale (IDI). |
| ▄ | Indice di Trasparenza e Comprensibilità Internazionale (ITCI), valutabile in base alla presenza, tra le componenti dei termini, di confissi, elementi, affissi che appartengono a eurofamiglie lessicali; al numero di occorrenze nella rete e in repertori lessicali quali la Academic Word List; alla diffusione internazionale dei processi di creazione dei termini. |
È un approccio sicuramente condivisibile in teoria ma non sempre fattibile in pratica, come dimostrano gli innumerevoli prestiti in campo tecnologico, spesso entrati nella lingua attraverso i cosiddetti early adopter, prima quindi che eventuali terminologi possano intervenire proponendo neologismi più ragionati da un punto di vista linguistico ma che non rispecchiano l’uso effettivo nella lingua. Castorina, ad esempio, suggerisce accesso di servizio come possibile alternativa per backdoor ma questa soluzione, oltre ad essere fuorviante (backdoor identifica un metodo di accesso alternativo e non autorizzato a un programma o a un sistema di sicurezza) non recepisce che backdoor in inglese è un neologismo semantico, ovvero viene conferito un nuovo significato a una parola comune (“porta sul retro” con il significato di “segreto, non dichiarato” quando usato in forma aggettivale), ma non sempre le metafore su cui sono formati molti neologismi semantici sono riproducibili allo stesso modo in tutte le lingue, neanche se hanno basi lessicali comuni: basti pensare a ribbon, nudge, cookie. Nel caso specifico di backdoor, il prestito ha inoltre il vantaggio di essere breve e facilmente memorizzabile e di identificare in modo univoco un concetto specifico, caratteristiche difficilmente associabili a un termine più “internazionale” e trasparente, ma generico, come un eventuale accesso non autorizzato.
Gergo aziendale inglese
Alcuni degli esempi nel post itanglese sono prestiti che arrivano direttamente dal cosiddetto corporate speak (o corporate doublespeak), il gergo usato nelle aziende americane, inglesi e multinazionali per rendere più interessanti concetti a volte banali (le buzzword che da un momento all’altro sono sulla bocca di tutti, come ad es. slide deck, playbook, stakeholder), oppure eufemismi per mascherare concetti sgradevoli. …
Per chi è interessato all’argomento, ho raccolto qualche riferimento in inglese.
50 office-speak phrases you love to hate propone esempi dei lettori di BBC News. Anch’io ho una certa avversione per evangelist (esperto che condivide conoscenze su un prodotto; inquietante che sia anche un ruolo e non un termine ironico), granularity (per indicare il livello di dettaglio), going forward (“d’ora in avanti”) e le combinazioni con paradigm (in genere significa “modello” o “esempio”), ad es. paradigm shift (un approccio diverso).
Thirty words and phrases you need to stop using today dà altri esempi, tra cui ho sempre trovato fastidiosi il verbo leverage (“sfruttare”, “usare a proprio vantaggio”), takeaways (usato al plurale: le informazioni utili che si ricavano da una riunione o presentazione) e competency (in particolare core competencies, l’insieme di conoscenze ed esperienze necessarie per un’attività specifica. Chissà perché viene preferito a competence…).
Councils get banned jargon list fa riferimento a un elenco di 200 parole messe al bando dalle amministrazioni locali britanniche, tipiche del burocratese e spesso prese in prestito dal gergo aziendale, come ad es. taxonomy, holistic, synergies.
Corporate crapspeak cita invece varie espressioni più o meno eufemistiche per descrivere la riduzione del personale: declutter, decruit, euthanise, harden up the synergies, optimisation of the use of internal resources, rank and yank, rightsize.
Plain English Campaign da 30 anni combatte il burocratese ma anche il gergo aziendale come quello che è valso alla Coca Cola uno dei Golden Bull (una specie di “tapiro”) appena assegnati per il 2009. Tipici gli esempi di management speak come be proactive not reactive e think outside the box (pensare in maniera non convenzionale), ma l’elenco potrebbe essere facilmente arricchito con tutte le altre frasi che tanto piacciono ai middle manager delle multinazionali, ad es. we need to do more with less.
Infine, per sorridere: esempi di cartelle di buzzword bingo (vignetta di Dilbert) qui, qui e qui e frasi di corporate speak create automaticamente da Business Sentence Generator.
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Aggiornamento 15/12/2009 – The Telegraph ha pubblicato un elenco delle 20 frasi fatte più fastidiose che si sentono in ufficio. In cima alla classifica At the end of the day, seguito da What goes around, comes around e It’s not rocket science. Si piazza bene anche Give [somebody] the heads up (preavvisare, allertare), frase molto amata dagli americani.
Aggiornamento 18/1/2010 – Altri esempi di gergo aziendale in Workplace Lingo e in Office workers being invited to "bite the reality sandwich".
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itanglese
Le aziende parlano l’itanglese fa una carrellata sulle parole inglesi più usate nelle aziende italiane, un fenomeno che, a quanto pare, ha avuto un aumento del 773% negli ultimi nove anni (dettagli della ricerca qui). Alcuni esempi citati: brainstorming, mission, conference call, performance, business (con tutte le sue variazioni, ad es. modello di business e core business), benchmarking e human resources (o, più colloquialmente, “accaerre”).
Aggiungerei step, feature, feedback, guideline, deadline, policy, ad es. policy aziendali, tool, trend, competition, marketplace, outsourcing, customer service/care, tanto per fare i primi esempi che mi vengono in mente: forse passaggio o passo, caratteristica o funzionalità, commenti e/o suggerimenti, linee guida, scadenza, regole o criteri, strumento, tendenza, concorrenza, mercato, esternalizzazione e assistenza ai clienti non sono abbastanza espressivi?
Ci sono poi alcuni prestiti che appaiono forse più giustificabili perché difficili da rendere in italiano con un unica parola, come roadshow (un evento commerciale che si sposta di città in città), stakeholder e pain point (problema specifico ma spesso complesso da risolvere).
Infine confesso che mi sta particolarmente antipatico un termine in prestito dal football americano, playbook, ovvero gli schemi di gioco di una squadra e quindi le strategie per una campagna politica o pubblicitaria o le modalità dettagliate che vengono definite per un nuovo tipo di progetto.
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Vedi anche: Gergo aziendale inglese e Britalian: britaliano o anglo italiano?
10 anni della parola blog
A people’s history of the internet: from Arpanet in 1969 to today è un documentario interattivo di The Guardian sulla storia di Internet. A ciascuno degli ultimi 40 anni sono associati eventi e ricordi di chi usa la rete.
Si scopre che il neologismo weblog (“a log of the web”) è stato coniato nel 1997, poi abbreviato in blog nel 1999.
Ci è voluto qualche anno perché il concetto di “diario online continuamente aggiornabile” diventasse di uso comune. Nei mass media se n’era cominciato a parlare solo qualche anno più tardi, descrivendolo in vari modi: in italiano, ad es., si trovava diario telematico, diario web, diario in Rete; la parola blog, invece, appariva spesso virgolettata e veniva ancora considerata un termine gergale (un esempio qui).
Il concetto era stato documentato nel database terminologico Microsoft nel 2003; lo ricordo bene perché, nella scelta del termine da privilegiare tra quelli che coesistevano allora, avevamo monitorato anche lo sviluppo delle notizie sul blogger di Baghdad, una delle prime volte che l’argomento blog veniva portato all’attenzione del pubblico generico.
La scelta del prestito blog per l’italiano, per quanto il termine allora non avesse una frequenza particolarmente elevata se non tra gli “addetti ai lavori”, si è rivelata azzeccata… anche senza sfera di cristallo! ![]()
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Vedi anche: "Blogorrhea" e "blogorrea"sono la stessa cosa?
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netbook
Versione beta (e alfa, RC e RTM)
Beta è la parola inglese del giorno di Visual Thesaurus e il commento sottolinea che ormai, in inglese, beta evoca soprattutto il concetto “informatico” piuttosto che la lettera dell’alfabeto greco:
“ There was a time when this word conjured, if anything, the Greek letter β. Now it’s all about software that’s not quite ready to shed that new smell. […] ”
Mi ha fatto pensare al mix di nomi di lettere dell’alfabeto greco e di acronimi che in inglese indicano i diversi stadi dello sviluppo di un prodotto software. Per chi non ha familiarità con questa terminologia:
Alpha
Una versione preliminare del software, con cui si può iniziare il testing o si possono fare valutazioni di funzionalità e usabilità. In genere non viene distribuita esternamente. Possono esistere anche versioni pre-alpha.
Beta
Una versione del software non definitiva e distribuita esternamente a partner, clienti o cosiddetti beta tester per una valutazione del prodotto.
RC
Release Candidate, versione del software considerata finale (“candidata al rilascio”): non vengono aggiunte o modificate funzionalità ma risolti eventuali problemi. Spesso RC è seguito da un numero, ad es. RC2, che indica fasi successive della correzione di bug. C’è anche chi usa la lettera gamma.
RTM
Release To Manufacturing, versione finale pronta per la produzione. RTM può indicare anche la data “interna” del rilascio del software.
In italiano sono stati adottati i termini inglesi (ma si preferisce la grafia italiana per alfa).
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Una nota grammaticale sul termine inglese beta: guardando
il diagramma che ne rappresenta graficamente i significati in Visual Thesaurus, ho trovato curioso che l’accezione “informatica” fosse classificata come aggettivo e non anche come sostantivo, che è invece altrettanto diffuso (basti pensare a Windows 7 beta).
Visual Thesaurus usa i dati di WordNet (gli stessi di Visuwords, visivamente più accattivante) ma anche i vari dizionari inglesi “tradizionali” sembrano ignorare il sostantivo.
E i dizionari italiani? I pochi che includono il calco informatico, come il Sabatini Coletti, lo documentano come sostantivo con funzione di aggettivo. Solo il dizionario di inglese Ragazzini registra l’uso del sostantivo.
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Vedi anche: Il ciclo di vita del prodotto
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Piggy back
Ieri i media hanno dato rilievo alla ragazzina inglese che per anni ha vissuto con due cuori (il suo e quello di un donatore). In inglese il cuore aggiuntivo viene definito piggy-back heart (ne parla il chirurgo qui) ed è uno dei tanti esempi di come in inglese le espressioni metaforiche e/o colloquiali possano essere facilmente usate anche in ambiti specialistici.
Piggy back (o piggyback) è un modo di dire che trovo molto efficace. Letteralmente indica l’azione di trasportare una persona sulla schiena (ma anche a cavalcioni sulle spalle) e, metaforicamente, descrive una situazione in cui ci si “aggancia” a qualcosa che è già in funzione o è già rilevante, sfruttandolo per raggiungere uno scopo, ad es. lanciare un nuovo programma televisivo promuovendolo attraverso una trasmissione che ha già successo. A volte può avere la connotazione di “a sbafo”: usare una connessione wireless altrui senza esserne autorizzati è un esempio di piggy back.
In ambiti specialistici di solito piggy back è un termine neutro, senza accezioni negative, ad es. in logistica può fare riferimento a modalità di trasporto dove mezzi che viaggiano su strada vengono trasportati su rotaia; nel marketing e in economia può descrivere un accordo di distribuzione di prodotti in un mercato estero servendosi della rete di un partner locale, oppure lo sconto per l’acquisto di un prodotto legato all’offerta di un altro prodotto; in informatica, riferito a protocolli di comunicazione, può indicare l’inserimento di un messaggio di conferma all’interno di un altro (e in System Center Configuration Manager di Microsoft descrive un’opzione di aggiornamento di processore), ecc. Come prevedibile, in italiano in questi casi si ricorre al prestito perché un’espressione metaforica simile a quella originale sarebbe improponibile in contesti tecnici.
Nel dare la notizia del doppio cuore a un pubblico non specializzato, invece, i media italiani hanno rinunciato all’uso di termini specifici a favore di descrizioni generiche: piggy-back heart è così diventato un cuore “in più”, “di supporto” o “secondo cuore”.
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Vedi anche: La lingua inglese vista dall’Oxford English Corpus sul fenomeno della folk etymology per cui, specialmente in inglese, alcune parole vengono alterate rispetto alla forma originale per dare loro maggior senso. È il caso di piggyback, in origine pickpack o pickback, ovvero nessun riferimento ai porcellini (come invece piggy bank, il salvadanaio!).
Ungheresi, cammelli e notazioni…
In Eponimi e informatica avevo accennato al termine inglese Pascal Case, una notazione (convenzione di scrittura) nata con il linguaggio Pascal. Altri due nomi di notazione hanno un’etimologia che trovo curiosa: Hungarian Notation e Camel Case.
Si parla di Hungarian Notation, in italiano notazione ungherese (anche ungara), quando un prefisso descrittivo con iniziale minuscola precede gli altri elementi con iniziale maiuscola, ad es. frmNewUser. Il nome fa riferimento sia all’aspetto “straniero” degli identificatori scritti in questo modo che alla nazionalità di Charles Simonyi, un informatico ungherese fondamentale per lo sviluppo di Excel, Word e programmazione orientata a oggetti nei prodotti Microsoft, nonché già due volte turista nello spazio! La storia della notazione è raccontata dal suo creatore in Hungarian Notation.
Invece Camel Case, in italiano notazione Camel o Camel Case, si chiama così perché solo il primo elemento ha l’iniziale minuscola mentre all’interno del nome viene assegnata la maiuscola, ad es. serverClass, il che ricorda la gobba di un cammello (in inglese camel è il nome generico sia per il cammello che per il dromedario: il numero di gobbe non fa differenza).
In Animali nella terminologia informatica sottolineavo che i termini inglesi con riferimenti ad animali non vengono quasi mai tradotti in italiano: anche qui si opta per il prestito, Camel.
L’invasione dei mashup
Il termine inglese mashup (anche mash-up) è ormai comune in ambito informatico, in particolare nello sviluppo Web, dove indica un mix di contenuto, codice o altri elementi da fonti diverse che vengono integrati dinamicamente per creare un nuovo tipo di servizio o applicazione.
Il significato di mashup viene spesso spiegato in italiano indicando che, letteramente, vuol dire poltiglia. Forse è un po’ riduttivo: poltiglia può avere connotazioni negative mentre in genere con un’azione di mashing up si riduce tutto a pezzetti per ottenere qualcosa che ha una consistenza omogenea (ad es. le mashed potatoes, il parente inglese del purè).
In inglese il termine mashup si è diffuso inizialmente in campo musicale (un particolare mix di uno o più brani) per poi essere usato in altri ambiti (ad es. spezzoni video montati in sequenza per creare un effetto totalmente diverso dagli originali sono un mashup, tipico esempio il programma televisivo Blob).
Come prevedibile, in italiano è stato adottato il prestito mashup, soprattutto in informatica: difficile trovare un termine univoco italiano altrettanto breve e facilmente memorizzabile che identifichi un concetto così specifico e tuttavia ancora in evoluzione.
Ultimamente ho incontrato il termine mashup in un nuovo contesto: in inglese si sta discutendo parecchio del romanzo
Pride and Prejudice and Zombies, definito come il primo rilevante mashup in campo letterario (85% testo originale del classico di Jane Austen e il resto aggiunto da tale Seth Grahame-Smith per farlo diventare una storia di zombie).
Tra chi ne parla, ho notato che in inglese britannico è preferita la grafia mash-up, spesso tra virgolette e con spiegazione del significato “musicale” (esempi: BBC, The Guardian, The Times; origine e grafia di mash-up sono descritti da The virtual linguist), mentre in inglese americano si opta per mashup e viene dato per scontato che il lettore ne conosca il significato (esempi: The New Yorker, New York Times, Publishers Weekly).
Se è un genere di romanzo destinato a prendere piede, sarà interessante vedere che termine lo descriverà in italiano, visto che in campo letterario i prestiti dall’inglese non sono diffusi come in informatica. Per ora chi ha dato la notizia, ad es. Marie Claire e blog come booksblog e A piè di pagina, ha descritto l’operazione chiarendo il contesto ma evitando di dare un nome al genere (scelta che condivido). Tra i giornali, solo il Corriere parla di mash-up ma l’impressione è che si tratti di una traduzione un po’ frettolosa di testo inglese, tra l’altro mantenendo molti riferimenti che sono sicuramente ovvi per il lettore tipico inglese (ad es. l’incipit e i nomi dei personaggi di Orgoglio e pregiudizio) ma forse non altrettanto trasparenti per il lettore tipico italiano.
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Aggiornamento 17 luglio 09: visto il successo di Pride and Prejudice and Zombies, è in uscita il mashup di un altro romanzo di Jane Austen: Sense and Sensibility and Sea Monsters. C’è addirittura un video promozionale che farà sicuramente inorridire gli (le?) amanti degli sceneggiati della BBC:
(via Visual Thesaurus)
Icone del feed RSS
L’icona del feed RSS è riconoscibilissima: quadrata, sfondo arancione e onde radio bianche stilizzate che simboleggiano la trasmissione di un segnale (e di contenuto).
L’icona, creata da Mozilla Foundation, si trova in tutti i principali browser e in molti siti che prevedono i feed, eppure è uno standard relativamente recente.
Qui a destra le icone che Microsoft aveva preso in considerazione per Internet Explorer 7, cercando un’immagine che simbolizzasse novità, attività, informazione continua e l’idea di abbonamento, e che fosse comprensibile a un pubblico sia di utenti poco esperti che avanzati, adatta a contesti diversi e riconoscibile a livello internazionale. La preferenza della community per l’icona di Firefox aveva poi portato a un incontro con il team di Mozilla e alla decisione di adottarne l’icona. Per saperne di più: The orange icon… e Icons: It’s still orange.
Per quel che riguarda invece la terminologia, varie lingue, tra cui tedesco, olandese, lingue scandinave ed entrambe le varietà del portoghese, hanno optato per il prestito feed. Altre lingue hanno preferito soluzioni diverse, ad es. subministrament (catalano), flux (francese e romeno), fuente (spagnolo), źródło (polacco), ecc.
In italiano il termine più diffuso è feed / feed RSS ma viene usato anche flusso RSS.
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PS Per il feed di Terminologia etc. basta fare clic sull’icona all’inizio del post.
Phishing: truffa, spillaggio, abboccamento?
Oggi durante un breve scambio sull’opportunità di privilegiare termini italiani a prestiti inglesi ho pensato a phishing, entrato in italiano solo da qualche anno ma comunemente usato e registrato dai principali dizionari, ad es. definizione e origine nel Devoto Oli:
| Truffa informatica effettuata inviando un’e-mail con il logo contraffatto di un istituto di credito o di una società di commercio elettronico, in cui si invita il destinatario a fornire dati riservati (numero di carta di credito, password di accesso al servizio di home banking, ecc.) motivando tale richiesta con ragioni di ordine tecnico. Variante grafica di fishing ‘pesca’ || 2004 |
In inglese il ph iniziale risulterebbe dall’analogia con phone phreaking, un tipo di truffa telefonica: in entrambi i casi si cerca di far abboccare il malcapitato e “pescare” i suo dati.
Molte lingue hanno adottato il prestito phishing, alcune invece hanno cercato di riprodorre la metafora originale, ad esempio l’arabo التصيد الاحتيالي, “pesca fraudolenta”, il catalano pesca electrònica, lo svedese nätfiske (nät=rete, fiske=pesca) e il francese hameçonnage, dal verbo hameçonner, “prendere all’amo” (fonte: Portale linguistico Microsoft).
Non credo che per l’italiano sarebbero state possibili soluzioni simili e in effetti i tentativi di “localizzare” che inizialmente si sono visti in giro non hanno avuto molto seguito:
| ▄ | abboccamento non ha il significato che gli si vorrebbe dare e non rende l’idea del tipo di truffa, solo le conseguenze |
| ▄ | spillaggio (da spillare) è poco trasparente e implica un’azione continuata |
| ▄ | pesca fraudolenta fa pensare ad attività solamente ittiche |
| ▄ | frode e truffa informatica/online sono troppo generici e non identificano il tipo di inganno |
| ▄ | appropriazione indebita/fraudolenta di dati personali, furto di identità telematico, ecc. sono lunghi e non efficaci: vengono percepiti come descrizioni e non termini |
Ancora una volta il prestito risolve in parte il problema: phishing è abbastanza breve e facile da memorizzare e identifica in modo univoco un concetto specifico. Sono però perse le connotazioni del termine originale, ad es. il richiamo all’aggettivo fishy.
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Sulla gestione dei neologismi, vedi anche: Attenzione alle spalle.
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La lingua inglese vista dall’Oxford English Corpus
Post pubblicato il 2 gennaio 2009 in blogs.technet.com/terminologia
Un regalo molto gradito: Damp Squid – the English language laid bare, un libro piacevole e rapido da leggere ma pieno di dettagli e curiosità sulla lingua inglese ricavati dall’Oxford English Corpus che, con oltre 2 miliardi di parole, è la più grande raccolta di dati linguistici (corpus) del mondo.
Il libro parte dalle caratteristiche del corpus e il suo uso da parte dei lessicografi (alcune informazioni si trovano anche nel sito, ad es. qui alcune statistiche sulla frequenza dei lemmi), prosegue con l’origine delle parole, le trasformazioni dell’ortografia, le variazioni di significato, l’influenza del contesto, metafore e frasi idiomatiche, quindi grammatica e stile e le reazioni suscitate quando il loro uso è percepito come scorretto, per concludere con l’evoluzione dei dizionari inglesi (ovviamente con riferimento specifico all’Oxford English Dictionary). Esempi e informazioni sono sempre interessanti e intriganti anche per chi non è di madrelingua inglese o non ha conoscenze linguistiche specifiche.
Il titolo del libro fa riferimento all’espressione damp squib, usata per descrivere qualcosa di deludente: squib in origine era un fuoco d’artificio (se umido, non funziona) ma è un termine insolito non riconosciuto da molti parlanti inglesi che lo sostituiscono con squid perché trovano più logica l’associazione calamaro à acqua à umidità. Sostituire una parola che appare “strana” con un’altra simile che sembra più plausibile è un processo noto in inglese come folk etymology.
Ci sono spunti anche sulla terminologia informatica e vedrò di parlarne. Per il momento, un dettaglio curioso: l’inglese moderno conta prestiti da più di 350 lingue e l’italiano è tra quelle che hanno contribuito maggiormente (francese 41%, italiano 20%, spagnolo 13%, tedesco 12%, arabo 8%, hindi 6%).
Vedi anche: Il bel paese dove il weekend suona, sull’effettiva presenza degli anglicismi in italiano.
Commento di .mau.
però potevi anche scrivere "etimologia popolare", se non proprio paretimologia
Mia risposta:
@ .mau. Leggo solo oggi e quindi rispondo in ritardo… Mi viene un po’ da ridere perché non è la prima volta che fai un commento su qualcosa che inizialmente avevo scritto ma poi eliminato per non allungare troppo il post
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In questo caso volutamente ho lasciato il termine in inglese perché folk etymology in inglese ha due accezioni (vedi Wikipedia) ma direi che in italiano etimologia popolare corrisponde solo al primo dei due significati, “A commonly held misunderstanding of the origin of a particular word” e non implica la modifica del termine stesso (“the popular perversion of the form of words in order to render it apparently significant”).
Aggiungo qui sotto la spiegazione direttamente da Damp Squid:
[…] people can be very determined in squeezing a meaning which makes sense to them out of language which doesn’t, so to speak, volunteer it. Their determination is one of the ways in which they change language, in a process known as ‘folk etymology’. Folk etymology is what happens when people alter a word shape that seems strange, and make it fit their personal understanding of English. A classic example is bridegroom. The -groom element started life as the Old English –guma, a poetic word meaning ‘man’. It was reinterpreted as groom, in the sixteenth century, when groom still meant ‘man’ in general rather than a stable lad.
People use folk etymology to tease sense from idioms containing rare words – which is where the title of this book comes in. […]
Ancora neve: schema snowflake e caratteri Unicode
Post pubblicato il 10 dicembre 2008 in blogs.technet.com/terminologia
Milano di nuovo sotto la neve. Quella di stamattina era proprio triste, fiocchi pesanti e bagnati e grigiore totale…
A proposito di fiocchi di neve, in PerformancePoint Server e SQL Server c’è un termine curioso, lo schema snowflake (in inglese snowflake schema). È un tipo di schema star, una struttura di dati dei database relazionali in cui i dati vengono gestiti in una singola tabella dei fatti posizionata al centro dello schema e gli ulteriori dati di dimensione vengono archiviati in tabelle delle dimensioni, come se fossero i raggi di una stella; nel caso specifico dello schema snowflake solo le tabelle primarie delle dimensioni sono unite in join alla tabella dei fatti e le ulteriori tabelle delle dimensioni sono unite in join alle tabelle primarie delle dimensioni: la struttura può ricordare quella di un fiocco di neve.
[Definizioni dal Glossario di PerformancePoint Server]
Sempre a proposito di fiocchi di neve, ci sono anche tre caratteri Unicode descritti come snowflake, disponibili solo per alcuni tipi di carattere (nell’esempio, MS Gothic e Arial Unicode MS) e selezionabili dalla Mappa caratteri di Windows.
In italiano la descrizione che appare nella Mappa caratteri al passaggio del puntatore del mouse è generica, come per la maggior parte dei caratteri non standard (ad es. si trova simbolo, simbolo ludico, simbolo geometrico, ecc.). Pensiamo che in questi casi si scelga il simbolo in base all’aspetto o al riferimento Unicode e non alla descrizione che, peraltro, non è sempre significativa: senza guardare il carattere, chi sa dire che differenza c’è tra un fiocco di neve tight trifoliate e uno heavy chevron?!

