Terminologia etc.

Terminologia, localizzazione, traduzione e altre considerazioni linguistiche

Post con tag “prestiti”

“portmantologist” e parole da salvare

Sono andata a curiosare su Save the Words, un’iniziativa degli editori dell’Oxford English Dictionary per “salvare” parole insolite che stanno cadendo nel dimenticatoio (a quanto pare, in inglese il 90% delle comunicazioni avviene con non più di 7000 parole). Per fare una pausa può essere divertente dare un’occhiata a qualche definizione o leggere i suggerimenti di spread the word (attenzione all’audio!).

portmantologist: one who studies or coins portmanteau words

Quando ho fatto clic, del tutto a caso, tra le centinaia di caselle colorate, ho trovato buffo che la prima parola apparsa fosse portmantologist, ovvero chi studia o crea parole formate dalla fusione di due parole, come ad esempio malware, malicious+software.

In inglese si parla di portmanteau word, un termine coniato da Lewis Carrol per descrivere le parole inventate per il poemetto Jabberwocky e che Humpty Dumpty spiega ad Alice con la metafora del “baule armadio”, caratterizzato da due parti unite da una cerniera: 

`Well, "slithy" means "lithe and slimy". "Lithe" is the same as "active". You see it’s like a portmanteau — there are two meanings packed up into one word.’  […] …"mimsy" is "flimsy and miserable" (there’s another portmanteau for you).
(Through the Looking Glass

Il termine linguistico inglese è blend, quello più scherzoso frankenword. In francese c’è il calco mot-valise e in tedesco Kofferwort, e anche in italiano c’è chi dice parola valigia. Io preferisco parola macedonia, non mi dispiace tamponamento (di parole) mentre trovo orrendo composto aplologico.

Una caratteristica delle parole macedonia inglesi nate in ambito tecnico e informatico è che di solito vengono adottate in italiano come prestiti. Qualche esempio: modem (modulator+demodulator), transistor (transfer+resistor), transceiver (transmitter+receiver), transponder (transmitter+responder), codec (coder+decoder), bit (binary+digit), pixel (picture+element), widget (windows+gadget), camcorder (camera+recorder), blog (web+log), vlog (video+blog), netiquette (Internet+etiquette), emoticon (emotion+icon), podcast (iPod+broadcast), webinar (web+seminar), spim (spam+IM), termbase (terminology+database). Altri esempi nei post con tag parole macedonia.

Tornando invece a Save the Words e a iniziative simili per l’italiano, nell’ultima edizione del Vocabolario Zingarelli sono segnalate oltre 2900 “parole da salvare” e da qualche anno la Zanichelli indice il concorso Salva Parola, a cui sono associate le riflessioni di Osservatorio della lingua italiana (esempi qui e qui). 

A me piace il Dizionario delle parole perdute: non tutte le parole sono dimenticate od obsolete ma è divertente curiosare tra le varie voci perché tutte includono un ricordo di chi le ha proposte, ad es. una parola che io non sentivo più dai tempi della scuola è cimosa.

Anche il blog Kielipiha ha iniziato un “viaggio alla ricerca delle parole italiane obsolete”.


Vedi anche: La lingua inglese vista dall’Oxford English Corpus.

Scraped content: raggiunto il fondo del barile?

Il termine inglese Web scraping indica varie tecniche, più o meno automatizzate, di acquisizione di dati da pagine Web per poi rielaborarli altrove. Il termine correlato scraped content di solito ha un’accezione più negativa: descrive il contenuto che viene duplicato e ripubblicato altrove senza autorizzazione dell’autore e senza link all’originale.

In italiano si tende a privilegiare il prestito Web scraping mentre per scraped content non c’è un termine preciso e vengono usate descrizioni tipo contenuto clonato, contenuto duplicato non autorizzato, ecc.  Come spesso succede, si perdono alcune connotazioni dei termini originali inglesi: a me, ad esempio, il verbo scrape fa venire in mente l’espressione scrape [the bottom of] the barrel  e, in un certo senso, chi si riduce a scopiazzare con finalità poco trasparenti non sta proprio “raschiando il fondo del barile”?!

schermata del post apparentemente "clonato" e link al post originale: Calcio, football, soccer... e bambineChissà se è anche il caso di un blog italiano che mi ha segnalato Elisa e che ripropone contenuto altrui di tipo linguistico e terminologico, soprattutto in inglese ma anche in italiano, senza però citare l’autore e/o includere il link al testo originale, come per alcuni post di questo blog? O forse si tratta solo di un’operazione un po’ maldestra, visto che nell’intestazione del blog viene dichiarato esplicitamente che le notizie sono prese dalla rete e c’è anche un blogroll con i link ad alcune delle fonti?

Aggiornamento 2 agosto – Sono stata contattata dalla persona che gestisce il blog, che ringrazio per avermi chiarito che in questo caso si trattava effettivamente di un inconveniente tecnico e che, risolto il problema, appariranno i link previsti.


Vedi anche: Phishing: truffa, spillaggio, abboccamento? per un esempio di connotazioni non trasferibili nella lingua di arrivo.

Una casa shabby al punto giusto…

Mi è capitata tra le mani una rivista di arredamento non specializzata, destinata a chi vive in case di piccole e medie dimensioni. Ha una grafica accattivante ed è molto piacevole da sfogliare, però più che i mobili ho notato l’uso massiccio di parole inglesi, ben oltre i prevedibili look, appeal, trendy, hi-tech e altri prestiti ormai comuni in italiano.

Qualche esempio (corsivi miei):

in stile navy, stile British, dondolo old style
rigorosamente white&blue, black&white, se sei blu-addicted [sic], total white, il tuo green party, green & chic, cucinare: blue link
English Mood, scegli il tuo mood
wallpaper anni ‘70, daybed 
pattern iper-materico, forma sixties
tre modi di dire outdoor, complementi d’arredo outdoor  
tutto mooolto glam, coffee-table iperglam [sic]   
soft budget, nice design, cucina young, ambiente open, temperature hot, decoro easy     
apparecchi new generation, case stress-free, il divano è un comodo no-name
mix & match, shopping in & out  
bookmaniaci, Face & cook  

I testi delle riviste italiane infarciti di parole inglesi non sono certo una novità, ho però l’impressione che la loro presenza nelle pubblicazioni destinate a un pubblico generico sia un fenomeno un po’ più recente: mi viene in mente la rivista del supermercato Esselunga, che si chiama NEWS e pullula di parole inglesi, ad es. i prodotti alimentari sono sempre  rigorosamente descritti come food. Mi domando che effetto faccia sulle persone più anziane e su chi non ha molta familiarità con l’inglese…

O forse in alcuni casi si dà per scontato che il lettore tipico abbia una comprensione abbastanza ristretta dell’inglese? Una casa descritta come accogliente e shabby, ad Case stress-free: una villetta luminosa, accogliente e shabby al punto giusto.esempio, può sembrare una specie di ossimoro a chi ha padronanza della lingua, però può darsi che chi legge la rivista di arredamento interpreti la parola shabby unicamente come riferimento allo stile shabby chic, senza associarla ai significati negativi dell’aggettivo inglese (misero, squallido, in cattivo stato, degradato).

Vedi anche: Terminologia e utente tipico.

Alternative a blog, chat, newsletter, spamming? – 1

Il mese scorso il blog Linguista ha lanciato un concorso, rivolto soprattutto agli studenti, per proporre traduzioni a cinque parole inglesi legate al Web e ormai comuni in italiano: blog, chat, newsletter, provider, spamming.

Nel linguaggio tecnico, specialmente informatico, i prestiti integrali sono spesso preferiti a possibili alternative italiane per il loro valore monosemico (non si confondono con altri oggetti o concetti) e per la loro concisione, efficacia espressiva e adeguatezza nominativa*. A parte provider, che ha un equivalente italiano in fornitore, anche i termini scelti per il concorso fanno parte di questa categoria e mi sembra siano ormai radicati nella nostra lingua, diventando dei cosiddetti forestierismi insostituibili.

L’iniziativa di Linguista appare così soprattutto un divertimento linguistico ma è sicuramente una bella idea per stimolare riflessioni sulla produzione e l’uso del lessico. Dando un’occhiata ai contributi si notano infatti parecchi suggerimenti creativi e commenti interessanti e colpisce la notevole varietà di meccanismi di formazione di nuove parole usati dai partecipanti:

Prestiti adattati, come blogo, blago, nuletta, niuslitter, nosletta, niuslettera, provaider, provvideratore, ciattera, ciat, ciaccia, ciatta. 
Prestiti interni (dialettismi), come ciacola, ciac(c)olata, ciana, cicera (chat), rumenta, munnezza (spamming).   
Calchi: notiziolettera, novaletta, novalittera (newsletter), manzotin, manzotinaggio, simmenthalare (spamming, con riferimento etimologico).   
Molti esempi di derivazione, tra cui soprattutto l’aggiunta di suffissi a parole esistenti, ad es. infuffamento (spamming), chiacchieraio, cianciatoio, chiacchia, ciarleria, conversario (chat), serviziatore, internettaro (provider), cogitario (blog).
Ancora per il meccanismo di derivazione, molto usati prefissi e soprattutto prefissoidi come in iperdialogo, ciberciarla, elettrodialogo, telechiacchiera (chat), iperpattume, e-scorie, emmondizia (spamming), ciberfornitore, e-fornitore (provider); interessante notare che inter- non significa più “tra” ma “Internet”, come in intervoce, interdialogo (chat) e interdiario (blog)
Esempi di alterazione, soprattutto per rendere l’accezione negativa di spamming, ad es. postume, postazza, postaccia.
Parole composte, in particolare secondo il modello nome+aggettivo, come ad es. chiacchierata telematica / elettronica / virtuale (chat), zibaldone elettronico (blog).
Molti esempi di parole macedonia (tamponamenti di parole), ad es. postizia (posta+immondizia), polesta (posta+molesta), pospazza (posta+spazzatura), pubblicitame (pubblicità+ciarpame); periodiziario (periodico+notiziario), retiario (rete+diario), forniservizi (fornitore/fornire+servizi), cronolario (cronologico+diario), ciarola (ciarla+parola), leggizia (leggimi+notizia); molto divertente forfoposta (forfora+posta).
Vari conglomerati, ad es. scrivoparlo e digiparla (chat), postinvade (spamming)
Acronimi, ad es. DDB (diario di bordo) e DECC (diario elettronico condiviso e commentato) per blog, CIR (chiacchierata in rete) e CIAT (Corrispondenza Istantanea Attraverso Terminale) per chat, NEP (notiziario elettronico periodico) per newsletter, ESE (erogatore servizio elettronico) e F.A.SE.R (fornitore accesso servizi di rete) per provider. 
Abbreviazioni, ad es. infovelo (newsletter). 
Metaforizzazione, come per polentaggio (“il voler propinare a tutti i costi un qualcosa che ti esce fuori dagli occhi…per questo ho pensato alla polenta che in tempi di guerra probabilmente a molte persone suscitava le stesse reazioni dello spam”), zanzare (“inevitabili, fastidiose, frequenti” come lo spam).
Mi ha colpito l’uso di elementi formanti colti dalle lingue classiche, un approccio che in ambito Web potrebbe sembrare insolito se non si pensa alle parole latine nella terminologia informatica inglese. Alcuni esempi: celesce, “celerĭter velocemente + λέσχη, -ης, ἡ conversare”, per chat, semito, “σήμερον oggi + μῦθος, -ου, ὁ notizia”, per newsletter; effemeride, “dal lat. ephemĕris -ĭdis, dal greco diario, composto di sopra (a riguardo) + giorno” per blog; ci sono poi varie proposte forse non del tutto convincenti per provider, come remicula, “rete, is + militia, -ae servizio militare”, retiario, “mediato dal latino Retiarius, che alludeva a un gladiatore armato di rete” per provider; apparitore, “da apparitus ovvero servitore pubblico”; sinistarco, “συνιστημι sunistemi in greco”.
Ci sono anche parecchi esempi di parole che non sono trasparenti e non è chiaro se siano neoformazioni ad hoc o se si tratti di gergo giovanile, ad es. slollo (chat), suntiva (newsletter), sbittatore (provider), smuggia, digiastro (spamming), però hanno una loro efficacia perché rimangono impresse facilmente.
Divertente l’enfasi espressiva conferita con il simbolo @ in chi@cchiera (chat) e di@rio (blog).

Altre proposte sono invece meno efficaci ed evidenziano le difficoltà che si possono incontrare anche con i progetti terminologici in crowdsourcing o comunque aperti alla partecipazione di tutti gli utenti, un’attività ultimamente abbastanza diffusa nella localizzazione. Ne parlerò nella seconda parte di questo post.


* Cfr. Le parole del lessico italiano

Vedi anche: 10 anni della parola blog, sull’assestamento del termine blog anche in italiano, e Ancora sull’uso dello scanner, sui possibili meccanismi che portano alla prevalenza di un’opzione linguistica su altre disponibili.

 why are blogs called blogs?!?

Caratteri per simboli scientifici, tecnici e medici

Grazie al progetto STIX Fonts sono disponibili nuovi set di tipi di carattere (font) per la pubblicazione di testi scientifici con simboli matematici, tecnici e medici di vario genere. Si tratta di tipi di carattere OpenType, quindi basati su Unicode, e sono scaricabili gratuitamente.

Mi è venuto in mente leggendo l’aggiornamento di Lavori in corso… sulla discussione del genere del prestito font: in italiano è maschile o femminile?

Lava, lapilli, turbinanti nubi di cenere vulcanica…

Ultimamente si parla molto di vulcani, grazie (?!) all’impronunciabile Eyjafjallajökull e, in questi giorni, al 30º anniversario dell’eruzione di Mount St. Helens (Stati Uniti), di cui The Boston Globe pubblica una serie di foto davvero impressionanti.

Guardando le immagini di Mount St. Helens ho pensato subito al verbo billow, che in inglese sembra immancabile quando si descrivono vulcani che sprigionano nubi di cenere, e infatti l’ho trovato nella prima didascalia, in un’altra foto e nei commenti!

Ash billows from the crater where the summit of Mount St. Helens had been only hours earlier during a huge eruption on May 18th, 1980. - The Boston Globe

Billow è un verbo inglese che mi piace molto ma che non ha un equivalente italiano: descrive fumo o vapore che sale in grandi quantità, a ondate, e dà l’idea di una massa che si gonfia e si dilata. I dizionari lo traducono con “fluttuare in grandi volute”, “levarsi a ondate” e simili, e ho visto billowing ash cloud reso con “turbinanti volute di cenere” (qui) e “torreggianti nubi eruttive” (qui), ma rimane comunque difficile riprodurre l’efficacia della singola parola inglese, che etimologicamente è legata anche a bellows, il mantice.

Passando alla terminologia scientifica sui fenomeni vulcanici, si notano altri dettagli interessanti, ad esempio in inglese ci sono parecchi prestiti dall’italiano quali fumarole (singolare!), lava, lapilli e solfatara, eponimi come Plinian eruption (eruzione pliniana) e termini che derivano da toponimi italiani come Strombolian eruption (eruzione stromboliana) e Vulcanian eruption (eruzione vulcaniana).

Sia in inglese che in italiano si trovano inoltre prestiti da varie lingue parlate in luoghi con fenomeni vulcanici, ad esempio caldera e hornito dallo spagnolo, maar dal tedesco, l’eponimo lacrime di Pele (Pele’s tears) e i tipi di lava aa e pahoehoe dall’hawaiano, il termine lahar, di origine indonesiana, e l’islandese jökulhlaup, un’inondazione causata da un vulcano che fa fondere un ghiacciaio (come quella dello scorso aprile in Islanda). 
… …

Le definizioni dei termini, visualizzabili al passaggio del mouse, sono tratte dal sito Stromboli online, dove si possono consultare fotoglossari di termini vulcanologici in italiano, inglese, tedesco e… friulano!

Touch screen napoletanizzato :-)

Poco fa ho sentito un’ulteriore conferma di come, per noi italiani, la lunghezza delle vocali non è un tratto distintivo e non sempre viene riprodotta correttamente quando si adottano prestiti da altre lingue: alla radio un napoletano molto simpatico descriveva un telefono cellulare dicendo che aveva “o tacce scrinne”. 

Accennando alla pronuncia delle parole inglesi in italiano in Parla come mangi, notavo che per i prestiti quali touch screen i dizionari italiani riportano sia la pronuncia originale che la pronuncia italiana adattata, incluse eventuali variazioni di accento primario e accento secondario (indicati dai simboli  ˈ ˌ ), come si può vedere nell’esempio dal Devoto-Oli:

voce Touch Screen nel Vocabolario della lingua italiana Devoto-Oli 2009 

Dell’irresistibile pronuncia napoletana però non c’è traccia… 


Vedi anche: “pinch” non è solo pizzicare (considerazioni sulla terminologia associata a una recente funzionalità multi-touch).

Canzoni, anglicismi e mondegreen

Mi è piaciuto leggere Da Fred al Liga, english per essere up to date nel Portale Treccani, sugli anglicismi nelle canzoni italiane, tratto dal saggio Ma cosa vuoi che sia una canzone. Mezzo secolo di italiano cantato di Giuseppe Antonelli.

gru che volano nel cielo  ;-)Ho qualche dubbio che le parole inglesi in un testo italiano vengano sempre riconosciute correttamente da chi ascolta le canzoni. Quando era uscito Vita spericolata, ad esempio, io ero convinta che Vasco Rossi cantasse “e poi ci troveremo come d’estate a bere del whisky…” e ci avevo messo un po’ anche a capire che Ligabue parlava degli Who e non di gru. Ehm…

In inglese queste interpretazioni a volte assurde di versi di canzoni si chiamano mondegreen, con riferimento al verso di una ballata del XVII secolo, “They hae slain the Earl O’ Moray / And laid him on the green”, che era stato frainteso come “And Lady Mondegreen” dalla scrittrice americana Sylvia Wright che poi aveva coniato il termine.

Nel libro The Language Instinct, Steven Pinker fa notare che in inglese i mondegreen spesso attribuiscono al verso un significato meno plausibile dell’originale. Direi anche in italiano, perlomeno a giudicare da certe chicche raccolte da Cernaki!

……

PS A questo punto forse andrebbe anche citato lo pseudo-inglese di Adriano Celentano in Prisencolinensinainciusol, che recentemente ha goduto di qualche notorietà negli Stati Uniti: ne hanno parlato tra gli altri The New Yorker, Language Log e Boing Boing.

Lingua spedita, lingua tradita?

Ho trovato molto interessante Lingua spedita, lingua tradita?, lo speciale del Portale Treccani sull’italiano usato in email, SMS, chat, social netwok, newsgroup e forum, dove, oltre ad analisi approfondite, vengono anche sfatati alcuni miti tanto cari ai giornalisti non solo nostrani: le nuove tecnologie e le nuove modalità di comunicazione non portano a un imbarbarimento della lingua!

Alcune caratteristiche dell’italiano usato in questi contesti riassunte da Vera Gheno in Newsgroup e forum di discussione: la lingua fa esperimenti:

anglismi (prestiti) di almeno quattro tipi: l’inglese informatico, quello specifico della comunicazione telematica (es. lurker, troll, spammer), talora quello relativo all’argomento di discussione e l’inglese tutto sommato superfluo, “di moda”
dialetti, usati soprattutto per fini espressivi (ocio, bedda mia!)
tachigrafie o brachigrafie, come gli acronimi (LOL laughing out loud’, Pd’A ‘perfettamente d’accordo’, SUPF ‘sei un povero fesso’) e le contrazioni di parole (cmq ‘comunque’, thx ‘thanks’, nn ‘non’)
maiuscole e allungamenti vocalici a mimare l’urlo (nonmelodireeEEee); onomatopee e fonosimboli riconducibili alla lingua dei fumetti come snip, rumore delle forbici che “tagliano” il messaggio citato (quotato),e sbam, tonfo dell’utente che metaforicamente cade dalla sedia per la sorpresa
coprolalia, con esempi interessanti di autocensura quali effing ‘f*ing’, OMFG ‘oh my f*ing God’, porcoddue o caxxo
punteggiatura polarizzata sui segni di maggiore espressività, spesso presenti in accumuli (I?!!)
uso delle emoticon, sia “verticali” che orizzontali, di provenienza orientale, che danno una chiave di lettura a posteriori, in parziale sostituzione della prosodia 

Aggiornamento agosto 2010How the internet is changing language (BBC) propone alcune riflessioni sull’impatto della tecnologia sul lessico dell’inglese e dell’ucraino.

Alcuni post correlati:

Flessibilità dell’inglese: un-  neologismi inglesi con il prefisso un- nei social network e loro equivalenti italiani
Solo 800 parole? – l’affermazione che gli adolescenti usino solo 800 parole non ha molto senso   
Clausole di riservatezza nei messaggi – ambiguità sintattiche e burocratese in alcuni email
XOXO: baci e abbracci saluti ed SMS
Facebook e il Facebook sempre più spesso il nome proprio Facebook è usato con l’articolo determinativo
È cambiato lo stile del messaggi?  perplessità su un articolo che annuncia nuove modalità di scrivere gli email  

Trenta: quasi un litro in America

Ho letto in Schott’s Vocab che la Starbucks, la catena di americana di caffè, sta testando un nuovo formato per tè e caffè freddi che corrisponde a 31 once liquide o un quarto di gallone (americano), ovvero circa 900 ml.

Il nuovo formato si chiama trenta, nella tradizione dei nomi italiani o pseudoitaliani amati da Starbucks, come il formato venti, descritto efficacemente qui da Riccardo come un’unità di misura per il caffè del tutto sconosciuta in Italia (direi che la traduzione migliore in italiano potrebbe essere “secchio”, o magari anche “barile”).

È buffo come parole della propria lingua possano perdere il loro significato se prese in prestito in altre lingue e si debba quindi imparare a reinterpretarle in contesto:

formato Starbucks* dimensioni in once in ml
tall small 12 oz circa 350 ml
grande medium 16 oz circa 450 ml
venti large 20 oz per bevande calde,
24 oz per bevande fredde
circa 600 ml
circa 700 ml
trenta XL 31 oz circa 900 ml

bicchierino di caffè americano Considerazioni linguistiche a parte, non credo finirò mai di stupirmi delle dimensioni giganti che quasi tutte le cose sembrano avere negli Stati Uniti (ad es. il latte venduto in taniche). Come si fa a ingurgitare tali quantitativi di caffè o tè, considerato che vanno bevuti caldi o freddi e quindi, nonostante i bicchieroni vagamente isolanti, vanno consumati in breve tempo?


Aggiornamento agosto 2010 – a proposito dei formati venti e grande, una scena dal film Role Models:

(via Language Log, che aveva discusso la terminologia dei formati di Starbucks qui)

* fonte: Starbucks Drinks Simplified (kinda)

Vedi anche: Come si dice caffè a Trieste?, sul lessico italiano alternativo usato a Trieste per descrivere la bevanda,  Bimbos in stilettos eating pepperoni paninis, sui prestiti italiani “mangerecci” in inglese, e Problemi di conversione e di localizzazione, sulla conversione delle unità di misura anglosassoni.

Bimbos in stilettos eating pepperoni paninis

Macmillan Dictionary segnala Italian words spread to English language, un breve elenco di  prestiti italiani in inglese, soprattutto americano. Tra quelli gastronomici ne spiccano due foto di pepperoni (made in Vermont!) da owgd3.onewebgroup.netche hanno un significato tutto loro: bologna, una specie di mortadella, e pepperoni (plurale pepperonis), ingrediente tipico sulla pizza che confonde molti italiani perché non si tratta di verdura bensì di un salume. Aggiungerei poi panini (plurale paninis), di solito della ciabatta ripiena con ingredienti vari e servita tostata, e biscotti, simili ai nostri cantuccini. Anche zucchini è singolare, mentre sono diventati maschili linguini e fettuccini. E, come è noto, i confetti non sono commestibili: sono infatti i nostri coriandoli.

Tra i falsi amici non mangerecci ho sempre trovato curioso che in inglese bimbo voglia dire “ragazza attraente ma stupida” visto che in origine, all’inizio del secolo scorso, veniva usato per descrivere solo uomini poco intelligenti, mentre ora è associato esclusivamente a giovani donne (che sembrano prediligere i tacchi a spillo, altra parola italiana: stilettos).

Vedi anche: EURO 2008: macabra scoperta (linguistica!) per alcuni prestiti in tedesco e italiano che hanno assunto un significato diverso dall’originale inglese e L’italiano nel mondo per alcuni riferimenti sull’influenza dell’italiano in altre lingue.

Aggiornamento: Parmesao, Regianito e Cambozola. I cibi italiani strapazzati all’estero è una divertente carrellata di cibi italiani esportati e rivisitati, spesso con il nome storpiato.

Ristoranti in crowdsourcing e open source?

Sometimes English is not sexy* but stupid cita un paio di sondaggi in Der Spiegel da cui risulta che la maggior parte dei tedeschi non capisce gli slogan in inglese usati in alcune pubblicità e ne dà interpretazioni a volte strampalate, ad es. c’è chi pensa che Broadcast Yourself (YouTube) significhi “fabbricati il tuo portapane” (altri esempi inglese-tedesco qui).

Sarebbe interessante fare una ricerca simile in Italia, ad esempio tra i lettori di quei giornali che sono sempre più infarciti di parole inglesi, a volte però usate a sproposito (ad es., escludendo chi è stato in America, quanti lettori generici sanno cos’è un mall?)  

titolo Corriere della SeraMi è anche venuto in mente un articolo della settimana scorsa nel Corriere della Sera il cui rimando, qui a sinistra, appariva in mezzo a notiziole su calcio, cantanti e calendari. Dubito che titoli e articolo, Il ristorante fai da te in crowdsourcing, siano stati riletti e che sia stato verificato se fossero comprensibili per il lettore tipico del sito. Per poterli interpretare è infatti essenziale conoscere i concetti associati a crowdsourcing e open source, termini specializzati che, soprattutto il primo, non sono ancora entrati nell’italiano standard.

La giornalista avrebbe potuto trovare il modo di spiegare che crowdsourcing  è un processo produttivo simile all’esternalizzazione (outsourcing, dove un’azienda si affida alle prestazioni di un fornitore di servizi esterno per portare a termine una particolare attività); nel caso specifico del  crowdsourcing, però, le risorse esterne sono costituite da un insieme di persone (crowd) non precedentemente organizzate tra loro che, di solito, contribuiscono su base volontaria e le cui prestazioni non sempre sono retribuite ma possono essere ricompensate in termini di prestigio, visibilità, soddisfazione personale, ecc.

Se le idee e i contributi di chi ha partecipato al progetto sono messi liberamente a disposizione di altri per un eventuale riutilizzo, ecco che si può usare la metafora dell’open source, come nel software il cui codice sorgente è di pubblico dominio.

Una distinzione che si tende a fare tra modello crowdsourcing e modello open source è che il primo è un modello di business in cui c’è sempre un committente, quindi ci sono specifiche finalità commerciali che invece non sono necessariamente presenti nel modello open source. Nel “ristorante in crowdsourcing” citato dall’articolo del Corriere, infatti, un imprenditore ha cercato un’idea originale per un nuovo tipo di ristorante e si è rivolto a una community, i membri di instructables.com (non le “folle” generiche dell’articolo italiano), che hanno contribuito a sviluppare il concetto; la descrizione del progetto fa inoltre  concludere che il ristorante sia stato realizzato con finanziamenti di tipo tradizionale e non un “fai da te” in autogestione come suggerito in italiano. L’ideatore del ristorante diceva:

“I have been involved in several pilot and concept restaurants in the past […] I will open an open-source restaurant that is completely made of, and only serves food based on the original instructables all the members on instructables.com have made or will make”.  

Non mi pare che tutto ciò si capisca dall’articolo italiano: forse meglio evitare rielaborazioni di pezzi tradotti che contengono parole e riferimenti stranieri se non sono del tutto chiari.  

* Il titolo citato all’inizio, Sometimes English is not sexy but stupid, mi ha ricordato che alcuni giornalisti italiani sembrano ignorare che l’aggettivo l'iPhone è sexy?!?inglese sexy può essere un falso amico: se riferito ad es. a un prodotto, vuol dire che è un oggetto appetibile che tutti vorrebbero avere (come l’iPhone al suo esordio). Il significato in questo caso è più simile a “figo” e non a “sensuale” o “conturbante”, che mi pare continuino ad essere le uniche accezioni del prestito sexy in italiano (escludendo l’uso peculiare di Beppe Severgnini, che sembra amare molto questo aggettivo, tanto da associarlo anche a salsicce e segni di interpunzione ).

….

Vedi anche:

Per l’uso dell’inglese nei messaggi pubblicitari: Marketing plurilingue: tradurre o non tradurre?   
Per altri esempi dell’uso disinvolto di parole inglesi negli articoli del Corriere della Sera, Il Corriere e le parole "tech" da non usare più, il misterioso gatto tuxedo, Uova orientali? Forse no… (Easter egg e sorprese) e Parla come mangi; notevole anche l’interpretazione letterale di once in a blue moon messa in evidenza da Il Disinformatico!
Qui un esempio di crowdsourced restaurant citato anche dall’autore del neologismo crowdsourcing, Jeff Howe, che ho potuto ascoltare a una conferenza davvero interessante qualche anno fa   

….

Terminologia e plurilinguismo – Atti Realiter 2009

Realiter - Rete panlatina di terminologia Sono stati pubblicati gli atti della giornata scientifica Realiter 2009 dedicata a Terminologia e plurilinguismo nell’economia internazionale.

Strategie traduttive e non-traduttive nella comunicazione al pubblico dei prodotti mass-market è l’intervento di Andrea di Gregorio di cui avevo già parlato in Marketing plurilingue: tradurre o non tradurre?

Per applicazioni pratiche ed esempi di lavoro terminologico, si possono ricavare informazioni molto utili da Un glossario terminologico IT/ES nel Settore Bancario (Franco Bertaccini e Claudia Lecci) e Il Centro regionale di documentazione scientifica della Lombardia (Elisabetta Oliveri e Antonella Folino).

Interessante anche L’attività terminologica e le dinamiche dei cambiamenti sociolinguistici  di Giuseppe G. Castorina, in cui viene sottolineata l’importanza, in un contesto europeo, di ricorrere a terminologia i cui elementi compositivi siano condivisi da un maggior numero possibile di lingue e culture, ovvero di recuperare elementi lessicali che costituiscano un europese per la comunicazione nell’ambito dell’UE, con un registro linguistico universale. L’intervento è ricchissimo di esempi di terminologia tecnico-scientifica, specialmente in campo medico, finanziario e informatico (c’è anche briefcase) e include molti riferimenti all’eponimia. Viene inoltre fatta la proposta di inserire nelle schede terminologiche dati e indicatori che consentano di valutare, tra i termini esistenti, quelli più trasparenti e più comprensibili a livello europeo e internazionale:

Indice di Diffusione Europea (IDE), il numero di lingue dell’UE in cui il termine presenta variazioni minime e non rilevanti ai fini della comprensione.
Indice di Diffusione Internazionale (IDI).
Indice di Trasparenza e Comprensibilità Internazionale (ITCI), valutabile in base alla presenza, tra le componenti dei termini, di confissi, elementi, affissi che appartengono a eurofamiglie lessicali; al numero di occorrenze nella rete e in repertori lessicali quali la Academic Word List; alla diffusione internazionale dei processi di creazione dei termini.

È un approccio sicuramente condivisibile in teoria ma non sempre fattibile in pratica, come dimostrano gli innumerevoli prestiti in campo tecnologico, spesso entrati nella lingua attraverso i cosiddetti early adopter, prima quindi che eventuali terminologi possano intervenire proponendo neologismi più ragionati da un punto di vista linguistico ma che non rispecchiano l’uso effettivo nella lingua. Castorina, ad esempio, suggerisce accesso di servizio come possibile alternativa per backdoor ma questa soluzione, oltre ad essere fuorviante (backdoor identifica un metodo di accesso alternativo e non autorizzato a un programma o a un sistema di sicurezza) non recepisce che backdoor in inglese è un neologismo semantico, ovvero viene conferito un nuovo significato a una parola comune (“porta sul retro” con il significato di “segreto, non dichiarato” quando usato in forma aggettivale), ma non sempre le metafore su cui sono formati molti neologismi semantici sono riproducibili allo stesso modo in tutte le lingue, neanche se hanno basi lessicali comuni: basti pensare a ribbon, nudge, cookie. Nel caso specifico di backdoor, il prestito ha inoltre il vantaggio di essere breve e facilmente memorizzabile e di identificare in modo univoco un concetto specifico, caratteristiche difficilmente associabili a un termine più “internazionale” e trasparente, ma generico, come un eventuale accesso non autorizzato.

Gergo aziendale inglese

Alcuni degli esempi nel post itanglese sono prestiti che arrivano direttamente dal cosiddetto corporate speak (o corporate doublespeak), il gergo usato nelle aziende americane, inglesi e multinazionali per rendere più interessanti concetti a volte banali (le buzzword che da un momento all’altro sono sulla bocca di tutti, come ad es. slide deck, playbook, stakeholder), oppure eufemismi per mascherare concetti sgradevoli.

 Dilbert - buzzword bingo 
Per chi è interessato all’argomento, ho raccolto qualche riferimento in inglese.

50 office-speak phrases you love to hate propone esempi dei lettori di BBC News. Anch’io ho una certa avversione per evangelist (esperto che condivide conoscenze su un prodotto; inquietante che sia anche un ruolo e non un termine ironico), granularity (per indicare il livello di dettaglio), going forward (“d’ora in avanti”) e le combinazioni con paradigm (in genere significa “modello” o “esempio”), ad es. paradigm shift (un approccio diverso). 

Thirty words and phrases you need to stop using today dà altri esempi, tra cui ho sempre trovato fastidiosi il verbo leverage (“sfruttare”, “usare a proprio vantaggio”), takeaways (usato al plurale: le informazioni utili che si ricavano da una riunione o presentazione) e competency (in particolare core competencies, l’insieme di conoscenze ed esperienze necessarie per un’attività specifica. Chissà perché viene preferito a competence…).

Councils get banned jargon list fa riferimento a un elenco di 200 parole messe al bando dalle amministrazioni locali britanniche, tipiche del burocratese e spesso prese in prestito dal gergo aziendale, come ad es. taxonomy, holistic, synergies.

Corporate crapspeak cita invece varie espressioni più o meno eufemistiche per descrivere la riduzione del personale: declutter, decruit, euthanise, harden up the synergies, optimisation of the use of internal resources, rank and yank, rightsize.

Plain English Campaign da 30 anni combatte il burocratese ma anche il gergo aziendale come quello che è valso alla Coca Cola uno dei Golden Bull (una specie di “tapiro”) appena assegnati per il 2009. Tipici gli esempi di management speak come be proactive not reactive e think outside the box (pensare in maniera non convenzionale), ma l’elenco potrebbe essere facilmente arricchito con tutte le altre frasi che tanto piacciono ai middle manager delle multinazionali, ad es. we need to do more with less.

Infine, per sorridere: esempi di cartelle di buzzword bingo (vignetta di Dilbert) qui, qui e qui e frasi di corporate speak create automaticamente da Business Sentence Generator.

Aggiornamento 15/12/2009 – The Telegraph ha pubblicato un elenco delle 20 frasi fatte più fastidiose che si sentono in ufficio. In cima alla classifica At the end of the day, seguito da What goes around, comes around e It’s not rocket science. Si piazza bene anche Give [somebody] the heads up (preavvisare, allertare), frase molto amata dagli americani.

Aggiornamento 18/1/2010 – Altri esempi di gergo aziendale in Workplace Lingo e in Office workers being invited to "bite the reality sandwich".

itanglese

Le aziende parlano l’itanglese fa una carrellata sulle parole inglesi più usate nelle aziende italiane, un fenomeno che, a quanto pare, ha avuto un aumento del 773% negli ultimi nove anni (dettagli della ricerca qui). Alcuni esempi citati: brainstorming, mission, conference call, performance, business (con tutte le sue variazioni, ad es. modello di business e core business), benchmarking e human resources (o, più colloquialmente, “accaerre”).

Aggiungerei step, feature, feedback, guideline, deadline, policy, ad es. policy aziendali, tool, trend, competition, marketplace, outsourcing, customer service/care, tanto per fare i primi esempi che mi vengono in mente: forse passaggio o passo, caratteristica o funzionalità, commenti e/o suggerimenti, linee guida, scadenza, regole o criteri, strumento, tendenza, concorrenza, mercato, esternalizzazione e assistenza ai clienti non sono abbastanza espressivi?

Ci sono poi alcuni prestiti che appaiono forse più giustificabili perché difficili da rendere in italiano con un unica parola, come roadshow (un evento commerciale che si sposta di città in città), stakeholder e pain point (problema specifico ma spesso complesso da risolvere).

Infine confesso che mi sta particolarmente antipatico un termine in prestito dal football americano, playbook, ovvero gli schemi di gioco di una squadra e quindi le strategie per una campagna politica o pubblicitaria o le modalità dettagliate che vengono definite per un nuovo tipo di progetto.

Aggiornamento: la stampa britannica ne parla in Itanglese … or Anglitaliano: the Italians adopt a little English, però con riferimento solo alla lingua di tutti i giorni [via Blogos]


Vedi anche: Gergo aziendale inglese e Britalian: britaliano o anglo italiano?