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Lo showdown in Padania
Qualche giorno fa molti giornali e siti rilanciavano una notizia dell’ANSA:
Non mi interessa cosa sia poi successo ieri tra Bossi e Maroni, quello che mi domando è cosa spinga la principale agenzia di stampa italiana a pubblicare una notizia di politica italiana in un contesto esclusivamente italiano titolando con la parola showdown.
Quanti lettori padani avranno capito che la parola showdown descrive un confronto diretto tra due o più contendenti per risolvere una disputa o discordia che sta andando avanti da tempo? È una metafora che deriva dal mettere le carte in tavola nel gioco del poker e anche se in italiano non c’è un’espressione del tutto equivalente, mi sembra un prestito di lusso più che di necessità: si potrebbe parlare di resa dei conti (nel senso di chiarificazione definitiva) oppure, privilegiando l’aspetto conflittuale, di prova di forza.
Cloud e lessico comune
L’American Dialect Society qualche giorno fa ha annunciato le parole dell’anno 2011.
Nella categoria parole che hanno più probabilità di successo, quindi ormai parte del lessico comune inglese, si è affermato un termine informatico, cloud.
Un articolo del 2008 di Visual Thesaurus parlava di data cloud descrivendo il termine come molto tecnico, relativamente nuovo e privo di unico significato. A pochi anni di distanza non è più necessario specificare data: il processo di terminologizzazione è stato molto efficace.
La definizione “generica” usata dall’American Dialect Society, spazio online per l’elaborazione e l’archiviazioni di dati su vasta scala, conferma che il significato comunemente attribuito a questa accezione di cloud è quello di “area virtuale” .
In italiano, come notavo in il cloud e la cloud, per ora sembra invece prevalere un altro significato, grazie a un meccanismo improprio di “accorciamento” delle locuzioni inglesi:
| inglese: | data cloud | ![]() |
cloud |
| italiano: | cloud computing | ![]() |
cloud |
È un fenomeno non inusuale, basti pensare a come sono stati accolti nel lessico italiano gli anglicismi golf coat, smoking jacket, beauty case, night club, creando parole che privilegiano il determinante anziché il determinato e si sono così trasformate in falsi amici (aggiornamento: o, per essere più precisi, pseudoprestiti).
«C» come Congestion (e come Confusione?)
Il significato di Area C
Chi risiede a Milano ha ricevuto una lettera firmata dal sindaco Giuliano Pisapia che annuncia l’entrata in vigore di Area C. Alcuni dettagli mi hanno lasciata un po’ perplessa, ad esempio viene spiegato solo cosa prevede Area C ma non cosa sia esattamente:
| Nasce Area C – «C» come Centro, «C» come Congestion - che prevede dal lunedì al venerdì, dalle 7.30 alle 19.30, un pedaggio per entrare in automobile nella Cerchia dei Bastioni. L’avvio del nuovo provvedimento sarà accompagnato dal potenziamento del trasporto pubblico locale. |
A Milano tutti parlano inglese?
Trovo fuori luogo l’inglese di «C» come Congestion, non solo perché in italiano si parla comunemente di congestione con riferimento al traffico e quindi il forestierismo non ha molto senso (potrebbe anche sembrare un refuso!), ma soprattutto perché viene dato per scontato che chiunque legga, quindi anche la “sciura Pina”, conosca la congestion charge di Londra, citata indirettamente alla fine del capoverso successivo, e le associ l’esempio «C» come Congestion.
Carpooling
A Seattle, dove sono stata più volte per lavoro, avevo imparato un ulteriore senso della parola carpool, una “formula magica” che alcuni colleghi americani usavano per essere esonerati dalle riunioni che iniziavano presto la mattina o si protraevano verso sera, proprio come in questa striscia di Dilbert:
(la parola hero mi ha fatto venire in mente un altro dettaglio “americano”, ne parlo più sotto)
Carpooling in Italia e in italiano
La modalità di trasporto identificata in inglese da carpooling, un sistema per ridurre traffico, inquinamento e costi, si sta diffondendo anche in Italia. Per descriverla, si è ormai affermato il prestito car pooling (ad es. Autostrade per l’Italia, Comune di Modena, Politecnico di Milano). Ho però l’impressione che l’espressione non venga sempre interpretata correttamente da chi propone un traducente italiano alternativo.
Prestiti e variabile diamesica
Quando mi domandavo se il termine flash flood sarebbe entrato nel lessico comune, non mi sarei mai aspettata che comparisse addirittura in alcuni versi in dialetto veneto:
| La globalisassion, col fast food, la n’à portà anca el flash flood. I è quele aluvioni, che de boto voja no voja, va tuto soto! |
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| [continua su Scurloni e ciel a pegorina] |
Si nota subito che qui flood è maschile e fa rima con food /fuːd/ e non con blood /blʌd/, come ci si aspetterebbe. È chiaro che l’autore ha desunto genere e pronuncia dall’aspetto delle parole, usando come modello un’espressione già nota in italiano, fast food.
flash flood, alluvioni lampo e nubifragi
In inglese la parola flash flood descrive un’alluvione improvvisa e devastante come quelle che martedì hanno colpito alcune zone di Liguria e Toscana e giorni prima anche Roma.
In italiano la parola nubifragio descrive
1) “una precipitazione abbondante, violenta, talora
temporalesca, che può provocare in poche ore
straripamenti di fiumi, allagamenti e frane” *
ma anche, nell’uso contemporaneo,
2) “il complesso di fenomeni rovinosi (soprattutto frane
e devastazioni dovute allo straripamento di fiumi e
torrenti) provocati da piogge particolarmente intense” **
Anche se i due diversi referenti possono creare ambiguità, nubifragio mi sembra comunque una parola efficace perché è specifica e facilmente riconoscibile (e fa pensare a nube+naufragio anche senza conoscere l’etimologia).
il cloud e la cloud
Il genere dei forestierismi
In italiano non c’è una regola precisa per stabilire il genere dei prestiti. Le grammatiche indicano che il genere dovrebbe essere determinato dal sostantivo italiano corrispondente (ad es. il biglietto > il ticket, la parola > la password) ma in realtà prevale il maschile, a meno che il riferimento a un sostantivo italiano femminile non sia palese.
Cloud
Fatte queste premesse, mi piacerebbe chiedere a chi non ha già familiarità con i concetti legati al cloud computing che genere assegnerebbe a cloud in italiano: maschile o femminile? Ci pensavo guardando una pubblicità che imperversa in questi giorni:
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Nello slogan “La Nuvola Italiana di Telecom Italia. L’unico cloud con la rete dentro” l’associazione tra nuvola e cloud è esplicita ma il prestito è di genere maschile.
Immagino che la scelta di Telecom Italia non sia stata scontata ma, come è prassi in questi casi, abbia richiesto un’analisi terminologica con la valutazione di vari fattori.
Il compound di Gheddafi (e quello di Bin Laden)
In questi giorni quasi tutte le notizie sulla Libia parlano del compound di Gheddafi.
In inglese la parola compound, se riferita a un luogo, può avere significati diversi ma in genere identifica un gruppo di edifici che hanno una funzione comune e che sono circondati da una delimitazione (fisica, come un muro, o anche semplicemente visiva).
In italiano si può rendere il significato di compound in vari modi, ad es. con complesso inteso come “insieme di edifici destinati a una determinata funzione” (complesso residenziale / ospedaliero / militare / fortificato…), oppure ricorrendo a parole più specifiche, ad es. in un contesto militare un compound potrebbe essere una caserma o una zona militare, in un contesto urbano una cittadella ecc.
Nei mesi scorsi anche il luogo dove viveva ed era morto Bin Laden era stato descritto dai media di lingua inglese come compound. I media italiani avevano inizialmente riportato la notizia con parole come residenza (fortificata), rifugio, roccaforte ecc., poi era nata un’irresistibile attrazione per compound.
A pochi mesi di distanza l’infatuazione continua: gli stessi media ora ricorrono quasi esclusivamente a compound per riferire di Gheddafi e del suo bunker, anche in notiziari destinati a un pubblico che forse non ha molta familiarità con l’inglese. Si lascia che il significato venga intuito dal contesto, senza spiegazioni (e presumo senza aver verificato che questo prestito non è ancora registrato dai principali dizionari di italiano).
Misteri (o forse solo un po’ di pigrizia) dei media italiani?

Vedi anche: Ma sono proprio germogli di SOIA?, idiosyncrasy <> idiosincrasia, Falsi amici all’ombra del sicomoro e Hung Parliament: non è "appeso" per esempi di inesattezze nei media italiani probabilmente dovute a conoscenze non adeguate dell’inglese.
L’evoluzione della parola doodle
Il sostantivo inglese doodle è formato da una sequenza di lettere che gli danno un aspetto di tipica parola inglese. Pensavo fosse in uso da molto tempo e invece il significato moderno di “scarabocchio / ghirigoro / disegnino fatto soprappensiero” è alquanto recente (per il dizionario Merriam Webster la prima occorrenza attestata è del 1937).
L’etimologia è abbastanza incerta ma sia Online Etymology Dictionary che Collins English Dictionary ritengono che doodle fosse una forma dialettale riconducibile al verbo dawdle nel senso di “perdere tempo”, “oziare”, oppure vada fatta risalire al sostantivo doodle che nel XVII secolo significava “sempliciotto”, “sciocco” (Oxford Dictionaries riporta solo questa etimologia).
Credo però che ora, in particolare tra persone che non sono di madrelingua inglese, doodle faccia pensare innanzitutto ai logo personalizzati di Google. In questo caso non si tratta di semplici disegni ma di elaborazioni grafiche anche interattive (ad es. chitarra e Pac-Man) che possono richiedere l’intervento di programmatori ed esperti vari: ne parlava ieri Where Do Google Doodles Come From? illustrandone storia e processo creativo.
Considerate le origini, per la parola doodle è stata un’evoluzione davvero notevole! Nel significato più recente è anche un esempio di terminologizzazione e, come prevedibile, in italiano si è optato per il prestito doodle.
Sarei però curiosa di sapere se i terminologi italiani di Google abbiano mai considerato un sinonimo letterario di ghirigoro che ha una vaga assonanza con il nome del marchio: girigogolo.
Aggiornamento 17 agosto 2011: doodle non va confuso con la parola doddle, usata soprattutto nell’espressione “it’s a doddle” per descrivere una cosa molto facile da fare, sicuramente non il caso della dimostrazione dell’ultimo teorema di Fermat, protagonista di questo doodle (e di un libro molto piacevole, Fermat’s Last Theorem):
tag cloud <> word cloud
I termini tag cloud e word cloud sono due prestiti ormai molto diffusi in italiano. Al momento coesistono con i calchi nuvola di tag e nuvola di parole ma credo siano destinati a soppiantarli, probabilmente perché la parola nuvola non viene percepita come sufficientemente adatta anche ad ambiti specializzati. E ho notato che a volte viene fatta confusione tra tag cloud e word cloud, che invece rappresentano due concetti diversi.
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Tag cloud
Come è noto, il termine tag cloud (“nuvola di tag”) indica la rappresentazione grafica dei tag più usati in un sito, ad es. parole chiave associate ai post di un blog o alle foto di una raccolta; i tag vengono ordinati soprattutto alfabeticamente e hanno dimensioni diverse in base alla propria prevalenza.
Nella tag cloud che appare nella barra laterale destra di questo blog, ad esempio, i tag più usati, e quindi di dimensioni maggiori, sono lavoro terminologico, neologismi e prestiti e per ciascuno, al passaggio del puntatore, viene visualizzato il numero di occorrenze.
Ogni tag nella tag cloud di solito è anche un collegamento ipertestuale che consente di accedere a tutto il contenuto associato a quello specifico tag. Se l’assegnazione dei tag da parte di chi ha creato o valutato testi, grafica, foto o altro materiale “taggabile” è stata fatta in base a criteri specifici, una tag cloud può dare un’indicazione affidabile dei contenuti più significativi di un sito e di come sono stati classificati.
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Word cloud
Il termine word cloud (“nuvola di parole”, in inglese anche text cloud) indica invece una rappresentazione grafica delle parole più frequenti in un testo, spesso ordinate in base al loro impatto visivo. Anche nella word cloud dimensioni e frequenza delle parole sono direttamente proporzionali e può essere visualizzato il numero di occorrenze di ciascuna parola, in genere, però, la word cloud non consente collegamenti a contenuto specifico e spesso è un’immagine statica.
Le parole che compongono la word cloud non sempre coincidono con quelle più importanti o più significative e quindi potrebbero dare un’indicazione non del tutto affidabile del tipo di contenuto, specialmente se non sono state escluse in modo adeguato le cosiddette stop word (parole ricorrenti ma non rilevanti come preposizioni, articoli, congiunzioni ecc.). Credo ne sia una prova questa word cloud del primo capitolo de I Promessi Sposi creata con Wordle, seppure usando il filtro che ignora le parole italiane più comuni:
Vedi anche blog <> post per un altro esempio di termini a volte confusi come sinonimi.
Italian political debate
Rimanendo in tema “parole italiane in inglese americano”, mi ha fatto sorridere questa bozza di vignetta che sfrutta “the potentially confusing result of foreign words entering the language” e fa vedere come le parole possano essere analizzate o comunque percepite in maniera del tutto diversa in un’altra lingua:
![]() |
[vignetta di Wayno via Bizarro] |
…perché a proposito del dibattito politico italiano, mi sa che ormai SIAMO ALLA FRUTTA!
Falsi amici: pepperoni & pepperoncini
Ho già parlato di pepperoni, parola “italo-americana” che può confondere gli italiani in viaggio negli Stati Uniti perché non è una verdura ma un tipo di salume piccante (il nome fa riferimento a pepper nel senso di “pepe” e non di “peperone”).
Dalla striscia di Stone Soup di ieri ho scoperto che in inglese americano ci sono anche i pep(p)eroncini ma, come spiega Wikipedia, in questo caso si tratta di peperoni sottaceto, in particolare quelli verdi affusolati che in alcune regioni italiane sono noti come friggitelli.
Il frutto piccante che in Italia chiamiamo peperoncino si dice invece chili (pepper) in inglese americano e chilli (pepper) in inglese britannico*.
Chissà se anche gli americani notano somiglianze tra le parole pepperoni e pepperoncini e quindi si domandino cosa possano avere in comune salumi e verdure sottaceto, oppure se l’associazione è palese solo a noi italiani, abituati alla creazione di diminutivi tramite suffissi.
Infine, una curiosità: in altre lingue, tra cui lo svedese, i peperoni sottaceto di questo tipo si chiamano anche fefferoni o feferoni. Come direbbero negli Stati Uniti, go figure!
significato…
* Il confronto tra i nomi dei peperoni e dei peperoncini (freschi e in polvere) in paesi diversi rivela una certa variabilità linguistica e altri falsi amici, come descritto in Capsicum: synonyms and common names.
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Vedi anche: Patatine e triangolo semiotico (differenze lessicali in inglese britannico e americano per descrivere le patatine) e Pastachetti, Soffatelli, gelato Boccalone Prosciutto (altri nomi di prodotti americani italianeggianti).
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Scopo dei glossari… e nocciolo degli affari
Quando si crea una raccolta terminologica, prima ancora di decidere la struttura dei dati è essenziale definirne scopo e destinatario, anche se si tratta di un glossario di poche decine di voci. Può sembrare ovvio, eppure ignorare queste indicazioni di base è spesso causa di raccolte non accurate e/o che non incontrano le aspettative dell’utente.
Ci pensavo dando un’occhiata a un sito italiano che si prefigge di contrastare l’uso smodato dei prestiti dall’inglese. Viene proposto un glossario il cui scopo è dare un “aiuto per vincere la pigrizia e riscoprire il vecchio amore per la nostra lingua” con “esempi delle parole inglesi più utilizzate e l’alternativa prevista invece dall’italiano”.
Ci si aspetterebbe un elenco di prestiti di lusso e corrispettivi sinonimi italiani intercambiabili, come weekend
fine settimana, e che i prestiti di necessità (o forestierismi insostituibili) ne siano esclusi. Non è così, anzi, è difficile identificare i criteri di compilazione del glossario, anche se si riconoscono problemi abbastanza tipici.
blog <> post
Mi piace molto Johnson, il blog di The Economist sull’uso e l’abuso del linguaggio nella politica, nell’economia e nella cultura (il nome deriva dall’autore del dizionario inglese ma spesso vengono discusse anche altre lingue).
Devo ammettere che qualche giorno fa ho provato una certa soddisfazione nel leggere Check out this blog e scoprire che uno degli autori condivide un mio pet hate: la parola blog usata erroneamente come sinonimo di post o posting, ad es. I just wrote a new blog on X.
Temo che l’uso non corretto di blog si stia diffondendo anche in italiano (ad es.*ho scritto un blog su XYZ), eppure la differenza tra i due termini dovrebbe essere chiara: questo blog si chiama Terminologia etc. mentre il post è intitolato blog <> post.
…
Vedi anche: 10 anni della parola blog.
Per chi eventualmente arrivasse qui con una ricerca sulla differenza di significato tra blog e post, riporto due definizioni (l’etimologia dei due prestiti è visualizzata al passaggio del puntatore sui link):
| blog | un sito internet, generalmente gestito da una persona o da un ente, in cui l’autore (blogger) pubblica più o meno periodicamente, come in una sorta di diario online, i propri pensieri, opinioni, riflessioni, considerazioni ed altro, assieme, eventualmente, ad altre tipologie di materiale come immagini o video [Wikipedia] |
| post | messaggio testuale, con funzione di opinione o commento, inviato in uno spazio comune su Internet per essere pubblicato. Tali spazi possono essere blog, newsgroup, forum (o board) [Wikipedia] |
…gnificato blog
Atlante delle strutture linguistiche (…e del tè!)
The World Atlas of Language Structure Online (WALS) è un database che cataloga proprietà strutturali (fonologiche, grammaticali e lessicali) di centinaia di lingue e consente di rappresentarne visivamente i tratti distintivi in 141 mappe.
Si tratta soprattutto di informazioni molto tecniche ma ci sono varie mappe interessanti anche per chi non è un linguista. Qualche esempio:
| ▄ | rapporto consonanti-vocali delle lingue |
| ▄ | raffronto tra lingue che hanno due parole diverse per mano e dito (521) e lingue che invece usano la stessa parola (72) |
| ▄ | basi numeriche (la maggior parte delle lingue analizzate usa il sistema decimale mentre altre contano in base 20 o preferiscono sistemi ibridi o altre basi) |
| ▄ | varie mappe sui sistemi dei nomi dei colori, ad es. rappresentazione di verde e blu e di rosso e giallo |
In particolare, mi hanno molto incuriosita la mappa e il testo esplicativo per le parole che in 230 lingue diverse danno il nome al tè. È stato scelto questo esempio perché non si tratta di un concetto legato ad alcun “universale culturale” ma fa riferimento a un prodotto agricolo di introduzione relativamente recente e mostra come siano stati dei fattori culturali, in questo caso le rotte commerciali anziché la contiguità geografica tra lingue, a influenzare la parola adottata nel lessico di ciascun paese.
Sorprende che nell’83% delle lingue analizzate, in tutto il mondo, vengano usate sostanzialmente solo due parole per denominare il tè, entrambe di origine cinese ma entrate nelle varie lingue per strade diverse. Ecco cosa è successo in Europa:
| ▄ | i commercianti olandesi, i principali importatori di tè in Europa a partire dal XVII secolo, avevano contatti commerciali soprattutto nel Fujian, dove si parla il cinese min nan, la cui parola te55 divenne thee in olandese e fu poi adottata con minime variazioni nelle altre lingue dell’Europa occidentale |
| ▄ | in portoghese tè si dice invece cha /ʧa/ perché i portoghesi, primi importatori di tè in Europa, seguivano rotte che passavano da Macao, da dove presero in prestito la parola cantonese cha, equivalente al mandarino chá |
| ▄ | in varie lingue dell’Europa orientale si dice chai perché in quei paesi il tè arrivava via terra dall’oriente e non dall’Olanda |
Io sono una grande consumatrice di tè e mi ero molto divertita quando un collega giapponese mi aveva fatto vedere che il mio nome, e più precisamente la seconda sillaba /ʧa/, si può scrivere con il carattere 茶 che in giapponese vuole appunto dire tè.
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Vedi anche: espressioni idiomatiche inglesi che hanno a che fare con il tè, con alcuni commenti che evidenziano come il concetto associato alla bevanda non sia esattamente lo stesso in tutte le lingue. Altri commenti sulle connnotazioni culturali del tè in Traduzione enogastronomica.
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