Post con tag “ortografia”
Scherzetti (o scherzacci?) di localizzazione
Stanno circolando un paio di storie di “problemini” in alcune versioni localizzate di Facebook, nel frattempo risolti.
Nell’interfaccia spagnola, i compleanni del giorno venivano segnalati da una frase non proprio raffinata, “fuck you bitches” (dettagli in TechCrunch):
Nell’interfaccia turca, alcuni dei termini e dei messaggi di errore più comuni erano stati sostituiti da versioni molto più “creative”, ad es. l’impossibilità di inviare un messaggio a un utente perché offline veniva invece attribuita alle dimensioni ridotte del proprio pene. Tutti i dettagli in CounterMeasures.
Nel caso turco, lo scherzo è stato pianificato in un forum, sfruttando la nota modalità di localizzazione in crowdsourcing di Facebook (in attesa di brevetto), dove gli utenti propongono traduzioni e vengono adottate automaticamente quelle che ricevono più voti, a quanto pare senza ulteriori controlli: ai burloni turchi è così bastato inserire traduzioni alternative e votarle in massa.
Il leitmotiv dei riferimenti volgari mi ha fatto tornare in mente un aneddoto che circolava una ventina di anni fa a proposito di uno dei primi correttori ortografici, prodotto da un’azienda allora molto nota (ora defunta) che si era servita di studenti per inserire i dati nel dizionario: per vincere la noia del lavoro ripetitivo qualcuno di loro si era divertito ad associare parole davvero poco eleganti ad alcuni suggerimenti di correzione. Facile immaginare le reazioni degli ignari utenti.
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Aggiornamento 6 agosto – Altri esempi dei burloni turchi e spagnoli in Facebook e la saggezza delle folle (Il Disinformatico).
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Vedi anche: Errori di localizzazione fatali!, per un problema di localizzazione in turco, Correttori ortografici ed effetto Cupertino, per una spiegazione del nome dato agli scherzetti involontari dei correttori ortografici, e Alternative a blog, chat, newsletter, spamming? – 2, per alcune considerazioni sui progetti terminologici in crowdsourcing.
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Tu Vuo’ Fa’ l’Americano?
Inizialmente incuriosita da un errore di battitura sul sito del Corriere della Sera, ho notato una formattazione insolita nelle pagine della Cronaca di Roma: tutte le parole nel titolo degli articoli nel percorso di navigazione hanno l’iniziale maiuscola.
Le iniziali maiuscole per sostantivi, aggettivi e verbi nei titoli (di solito non per preposizioni o articoli) sono una convenzione tipicamente americana raramente usata in italiano, se non in alcune traduzioni che riproducono pedissequamente il testo originale. E può bastare il titolo per capire se il testo che segue è in inglese britannico o americano:
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Vedi anche: Giornata della punteggiatura (USA), su alcune convenzioni di scrittura che variano in base al paese, e Dr Johnson, per una breve nota sul diverso uso dei punti nelle abbreviazioni in inglese americano e britannico.
Aggiungo il riferimento alla combinazione di tasti MAIUSC+F3 in Microsoft Word, funzionalità che nella modalità “iniziali maiuscole” probabilmente è usata solo dagli americani.
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Web2.0rhea
In “Blogorrhea” e “blogorrea” sono la stessa cosa? ipotizzavo che nella parola italiana blogorrea si notasse soprattutto il richiamo a logorrea mentre nell’inglese blogorrhea fosse più evidente il riferimento al suffisso –rrhea e relative connotazioni negative.
Mi sembra che questa interpretazione possa trovare conferma nel neologismo inglese Web2.0rhea, coniato per descrivere i contenuti, spesso non proprio eccelsi, generati dagli utenti nei social network. È ricorrente in The Register, da cui sono tratti questi esempi:
| ▄ | “Web2.0rhea infects International Space Station – A US astronaut has made a giant leap in social-networking history by sending the first tweet from space” [qui] |
| ▄ | “Gmail to get real |
Pur avendo una grafia particolare, destinata soprattutto alla comunicazione scritta, la parola Web2.0rhea non è comunque difficile da leggere, grazie alle convenzioni di pronuncia di 2.0 ("two point oh"): un’invenzione lessicale davvero efficace e divertente.
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Vedi anche: Lingua spedita, lingua tradita? (italiano, nuove tecnologie e social network).
significato Web 2.0
“Musati” e lunghezza di vocali e consonanti
La settimana scorsa ho fatto un paio di interventi alla SSLMIT di Trieste, dove ho studiato anch’io. In giro per la città mi ha fatto piacere riascoltare l’accento e il dialetto locali e soprattutto mi ha divertita il cartello esposto da una farmacia: VETRINA ANTI MUSATI.
I musati sono le zanzare e, a parte il nome, trovo curiose la pronuncia e la grafia della parola. Immagino che chi non ha familiarità con il dialetto triestino leggerebbe /mu’zati/ e non penserebbe invece a qualcosa che suona più o meno come “mussatti” o “mussati”.
Ho provato a chiedere informazioni a qualche triestino (e qualche bisiaco) e mi è stato detto che la parola non si scrive con le doppie. Niente di strano, se le convenzioni ortografiche locali prevedono che /ss/ si scriva s. Poi però mi è nata qualche perplessità quando i miei interlocutori hanno cercato di dimostrarmi le differenze di pronuncia “triestina” tra musati e l’eventuale mussatti: per loro erano parole diverse ma per me, non autoctona e poco portata a cogliere peculiarità acustico-articolatorie, suonavano indistinguibili.
Non sono affatto esperta di fonologia italiana, tantomeno triestina, ma azzarderei l’ipotesi che le vocali di musato possano essere leggermente meno lunghe di quelle che in italiano normalmente precedono una consonante breve, cosicché chi non è triestino potrebbe percepire la consonante che segue come se fosse geminata (“doppia”)?
A differenza di altre lingue, come il finlandese, in italiano la lunghezza delle vocali non è un tratto distintivo (mentre lo è la lunghezza delle consonanti, ad es. in cane e canne) e infatti non viene segnata nella trascrizione fonologica (ad es. nei dizionari si trova /‘kane/ e /’kanne/ ). Si ricorre alla trascrizione fonetica per specificare le distinzioni allofoniche e gli allungamenti fonetici e si usa il simbolo [ː] per indicare le vocali lunghe, che per l’italiano si trovano soprattutto in sillabe aperte toniche (ad es. [‘kaːne] e [‘kanne]).
A questo punto sarei curiosa di vedere una trascrizione fonetica per il triestino, in particolare perché ho sentito anche qualche veneto* e ho scoperto che nei dialetti delle province di Treviso e di Venezia le zanzare si chiamano come a
Trieste ma la s (e in certe zone anche la t) viene percepita e pronunciata sempre geminata e quindi la parola viene resa graficamente con mussati e mussatti. A quanto pare, per un veneto l’eventuale parola musati avrebbe una /s/ breve (e vocali lunghe) e in questo caso diventerebbe facilmente distinguibile dalle altre varianti anche per un orecchio poco sensibile come il mio…
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Vedi anche: Come si dice caffè a Trieste? per altre peculiarità linguistiche triestine.
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* Un grazie a Fabio per la verifica in varie fonti, tra cui il Vocabolario etimologico veneto-italiano (Turato-Durante), che fa risalire l’origine della parola al tardo latino mustio, -onis, “piccola mosca”, e l’Abecedario dei villani (Bernardi) che indica in “moscerino” un ulteriore significato di mussat(o).
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Errori con gli accenti: colpa di computer e cellulari?
Ringrazio Elisa, che mi ha mandato un trafiletto intitolato "La “pigrizia” del computer, tratto da uno speciale sulla lingua italiana in una rivista femminile:
Ci sono alcune affermazioni che non trovo condivisibili:
| ▄ | “L’uso dell’apostrofo al posto della lettera accentata si sta diffondendo ovunque”: era sicuramente così anni fa, specialmente per chi non usava tastiere italiane o si trovava a usare software che non accettava i cosiddetti caratteri estesi; mi sembra però un fenomeno in calo più che in crescita, perlomeno tra i “non tecniconi”, anche perché i correttori ortografici sono molto diffusi e segnalano questi errori. |
| ▄ | “L’uso dell’apostrofo rende difficile distinguere tra accento grave e acuto e porta agli errati perchè, poichè”: credo che la causa possa essere un’altra. Chi scrive a mano non differenzia gli accenti, o perlomeno non lo facevano quelli della mia generazione, che alle elementari scrivevano ogni accento come una specie di arco sopra la vocale, ad es. |
| ▄ | “L’uso dell’apostrofo rende difficile distinguere tra accento e apostrofo, come in pò scritto con l’accento, anziché il corretto po’ ”: se fosse vero quanto affermato più sopra, sarebbero in pochi a scrivere *pò e preferirebbero la forma con l’apostrofo, e comunque non spiega perché siano così diffusi gli altrettanto raccapriccianti *fà, *sò, *sà, *dò, ecc. |
| ▄ | “Anche il correttore ortografico di alcuni cellulari suggerisce la grafia pò!”: francamente sono perplessa che ci sia chi possa pensare che i sistemi di scrittura facilitata tipo il T9 siano correttori ortografici. Sono due strumenti ben diversi, e se anche entrambi utilizzano informazioni relative alla frequenza delle parole nella lingua, lo fanno con modalità e scopi diversi. Immagino che il problema di *pò nel T9 sia dovuto alla forte presenza dell’errore nei corpora usati per creare il “dizionario” di riferimento, e dei corpora fanno spesso parte intere annate di giornali. Sicuramente non sono solo io ad avere notato quanto sia diffuso l’orrendo *pò nei principali quotidiani, soprattutto online: forse computer e cellulari in questo caso sono innocenti e a contribuire a questo errore è stata la “pigrizia” (ortografica) di qualche giornalista?!? |
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[pubblicato automaticamente: sto facendo una pausa, ci risentiamo a fine mese]
Vedi anche: Accenti gravi e acuti in italiano e, sulle maiuscole accentate, È o non E’?! Scrivere per il Web.
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Teabonics ed errori di ortografia
Stanno facendo il giro della rete i numerosi esempi di Teabonics, gli errori di ortografia e grammatica inglesi sui cartelli di chi protesta contro le politiche del presidente Obama (il cosiddetto Tea Party).
Pensavo che svarioni del genere su cartelli scritti a mano, quindi senza il beneficio del dubbio degli errori di battitura, fossero una prerogativa di altre lingue, meno facili da scrivere dell’italiano, invece anche da noi c’è chi riesce a sbagliare persino il nome dei giorni:

E prima che qualcuno me lo faccia notare: no, non l’ha scritto uno straniero, è proprio una produzione italiana, un triste esempio di analfabetismo di ritorno…
Vedi anche: Cartelli insoliti e Le riforme dell’ortografia, ke inkubo!
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Non si sillaba solo a scuola…
Stamattina la radiosveglia è partita con una canzone di un gruppo australiano che inizia il primo verso sillabandolo:
sweet dis·po·si·tion
nev·er too soon
Ci ho fatto caso perché non ho mai provato a imparare la divisione in sillabe dell’inglese: troppo complessa rispetto alle facili regole italiane insegnate in prima elementare!
In italiano la suddivisione fonetica e quella ortografica, per andare a capo alla fine di una riga di testo, più o meno coincidono, anche nei casi in cui l’etimologia suggerirebbe diversamente, come ad es. per tran·sal·pi·no*.
In inglese è tutto più complesso: nell’ortografia si cerca di seguire la suddivisione naturale in sillabe, che però non è sempre così ovvia, ma vanno anche presi in considerazione aspetti morfologici ed etimologici, ad es. le parole macedonia transceiver e transistor si pronunciano /træn’si:və/ e /træn’zɪstə/ ma si dividono trans·cei·ver e tran·sis·tor perché si tiene conto degli elementi che le compongono, transmitter+receiver e transfer+resistor.
Vanno poi considerate le varietà di inglese, come nell’esempio tipico di medicine che per gli inglesi si divide medi·cine e per gli americani med·i·cine (la pronuncia è diversa). Nei casi dubbi, inoltre, l’inglese britannico sembra privilegiare gli aspetti morfologici ed etimologici e l’inglese americano quelli fonetici. Insomma, se proprio si deve andare a capo con una parola inglese, meglio consultare un dizionario.
Ancora più complicato in altre lingue, dove morfologia ed etimologia possono addirittura richiedere cambiamenti ortografici: inventando un esempio, è come se in italiano ammirare si dovesse modificare in ad·mi·ra·re.
Durante la valutazione di strumenti di sillabazione (hyphenator in inglese) per prodotti software, i colleghi un po’ mi invidiavano perché l’italiano è tra le lingue che danno meno problemi, proprio grazie alla semplicità del nostro sistema che, tra l’altro, si riflette in un dettaglio curioso: in alcuni formati, le dimensioni dei file per la sillabazione dell’italiano rispetto alle altre lingue sono molto ridotte, come ad es. si poteva notare nelle vecchie versioni di Microsoft Office confrontando i file con estensione .lex e la sigla hy nel nome, oppure negli hyphenation pattern scaricabili dal sito CTNA, dove si può vedere che per gestire la divisione in sillabe dell’italiano bastano 343 schemi, mentre per il neerlandese ne servono 12723, a cui va aggiunto un elenco di eccezioni.
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* Norma UNI 6461, Divisione delle parole in fin di linea, seguita da manuali di stile e dalla maggior parte dei dizionari italiani (ma non dal Sabatini Coletti che rispetta l’etimologia e quindi riporta trans·al·pi·no).
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Vedi anche: C’è rima e rima, sulla struttura della sillaba in italiano e in inglese.
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Nomi irlandesi: Donal
Ieri a un notiziario radio ho sentito che il papa ha accettato le dimissioni del vescovo di Limerick, Donal Murray. Il nome è stato pronunciato Donald e così mi è venuta la curiosità di fare una rapida verifica che ha confermato che il nome viene riportato erroneamente come Donald anche da molti quotidiani italiani (esempi qui), mentre le fonti in lingua inglese sono sempre corrette.
Il nome proprio irlandese, abbastanza comune, è infatti Donal, senza la -d finale (se presente, indicherebbe probabile appartenenza alla Church of Ireland, quindi religione protestante e non cattolica, o comunque origine non irlandese).
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Vedi anche: Pronuncia di nomi propri stranieri
C’è rima e rima
Tutti abbiamo familiarità con il concetto di rima, basta pensare alle filastrocche. Forse meno noto è il significato di rima come termine linguistico.
In fonetica la sillaba è formata da un elemento obbligatorio, il nucleo, che in italiano costituisce la sillaba minima e contiene una singola vocale (o un dittongo), ad es. a in ape.
Il nucleo può essere preceduto da un attacco (una o più consonanti, ad es. sar e stra) e può essere seguito da una coda (una sola consonante, ad es. sar, ma in altre lingue come l’inglese anche più di una, ad es. send). In italiano le combinazioni di vocali e consonanti secondo questo schema possono essere -V-, -VC, CV-, CVC. Nucleo e coda a loro volta formano la rima.
In inglese si parla di onset, nucleus, coda e di rhyme o rime, quest’ultima una grafia meno comune ma usata soprattutto in testi dove va fatta una distinzione tra il significato generico di rima (la parola rhyme) e quello linguistico specializzato (il termine rime): “cat, sat and fat rhyme because they share a rime”.
Se la terminologia non viene identificata come tale durante la traduzione ed è trattata invece come lessico generico, possono risultare contenuti poco comprensibili per chi non ha accesso al testo originale, come in questi due esempi da un libro sull’apprendimento della lettura* dove il significato linguistico “costituire la rima di una sillaba” (rime) e quello generico “fare rima” (rhyme) vengono confusi:
| Traduzione italiana | Testo originale |
| […] Il bambino che ha cominciato a discriminare i suoni abbinati (You’re a funny bunny, honey! Sei un buffo coniglietto, zuccherino!) ha anche cominciato a segmentare le parti interne delle parole in componenti più piccole. I bambini di quattro o cinque anni imparano a distinguere le parti iniziali di una parola (la S di Sam) e quelle che entrano in rima (am in Sam). È l’inizio del lungo e importante processo che permette di distinguere ciascun fonema, facilitando l’apprendimento della lettura. | The child who has begun to discriminate paired sounds (You’re a funny bunny, honey!) has also begun to segment the internal parts of words into smaller components. Children four and five years old are learning to discern the onset or first sounds of a word (“S” in “Sam”) and the rime (“am” in “Sam”). This is the beginning of the long important process of being able to hear each individual phoneme in a word, which facilitates learning to read. |
| […] I bambini fanno spesso molta fatica capire come combinare i suoni per formare parole come cat e sat (sedevo, sedevi…; seduto). Conoscere il principio linguistico che un fonema continuo come s può essere mantenuto per il tempo necessario al bambino per trovare una rima (con at in questo caso) facilita molto l’insegnamento del concetto di assemblaggio dei suoni sia al bambino sia all’insegnante. Perciò, volendo insegnare a combinare i suoni verbali, sat e rat (ratto) rendono le prime combinazioni più fattibili che non il proverbiale cat. | Children often have a very hard time figuring out how to blend sounds together to make words like “cat” and “sat”, Knowing the linguistic principle that a “continuant” phoneme like “s” can be held on to as long as it takes for the child to add the rime (such as “at”) makes teaching the concept of blending a lot easier for child and teacher. Thus, if you want to teach blending, “sat” and “rat” make early blending more manageable than the proverbial “cat”. |
Ci sono altri aspetti delle traduzioni qui sopra che potevano essere resi più accuratamente, ad esempio blending è un concetto specifico che indica il processo in cui i suoni rappresentati da singole lettere vengono combinati assieme generando una parola; in italiano si parla di fusione fonemica / di fonemi, ad es. t+o+p+o = topo.
Continuant phoneme indica una consonante fricativa, come /s/ e /r/, il cui suono può essere prolungato a piacere, a differenza di quello delle consonanti occlusive, come la /k/, che sono quindi meno utili per fare esercitare i bambini con la fusione dei fonemi.…
Gli esempi nel testo originale (Sam e poi cat, sat e rat) risultano familiari a chi ha imparato a leggere in inglese perché le prime parole che vengono insegnate sono proprio quelle di tipo CVC, in cui vocali e consonanti hanno una pronuncia regolare (parole monosillabiche come bat, fat, hat, mat, pat hanno la stessa rima ma si differenziano nell’attacco) e quindi è più facile riuscire a capire la corrispondenza tra fonemi e grafemi. In questo contesto, la traduzione in italiano dei singoli esempi è poco rilevante mentre potrebbe essere più utile far notare a chi si presume digiuno di inglese che anche honey fa rima (!) con bunny e funny.
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* Esempi tratti da Proust and the Squid: The Story and Science of the Reading Brain e traduzione italiana Proust e il calamaro. Storia e scienza del cervello che legge.
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Vedi anche: "Alphabet Song" e alcune differenze culturali per alcuni esempi di difficoltà a imparare a leggere e scrivere in inglese (un glossario di terminologia inglese sull’argomento si può trovare qui) e hard-wired per un altro esempio di errori di traduzione.
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“Alphabet Song” e alcune differenze culturali
A tre anni quasi tutti i bambini americani conoscono l’Alphabet Song, una canzoncina che aiuta a memorizzare i nomi delle lettere dell’alfabeto: ![]()
La sequenza L M N O P è cantata più velocemente, come se fosse un’unica parola pronunciata /ɛlɛmɛnoʊ pi:/. Ecco così che se si pensa al romanzo Ella Minnow Pea, si capisce che il titolo, dal nome della protagonista, è un gioco di parole: trasparente se i riferimenti culturali sono condivisi ma altrimenti non così ovvio.
In italiano non ci sono canzoni o filastrocche equivalenti all’Alphabet Song e si può notare un’altra differenza culturale: ai bambini italiani in età prescolare non viene insegnato il nome delle lettere (ad es. effe, zeta) come a molti loro coetanei americani che quando vedono una H e una X sanno dire che si chiamano /eɪtʃ/ ed /ɛks/.
In questo modo, però, i neo-scolari americani che devono affrontare l’ortografia complessa dell’inglese si ritrovano poi a dovere anche capire che spesso il nome della lettera, ad esempio /dʌbɨju/, ha poco o nulla in comune con il suono o fonema, ad es. /w/, rappresentato il più delle volte dalla lettera stessa, il grafema W.
Un esempio che a me fa venire qualche dubbio sull’utilità di conoscere i nomi delle lettere prima di imparare a scrivere è in Sesame Street, dove la Y e alcune parole che iniziano per Y sono insegnate da Norah Jones che gioca con il nome della lettera (“I don’t know why Y didn’t come”):
E proprio a proposito di Y e della possibile confusione tra i suoni e i nomi delle lettere durante i primi tentativi di scrittura, nel libro Proust and the Squid: The Story and Science of the Reading Brain ci sono alcuni esempi molto interessanti, come quello di bambini che scrivono “YN” al posto di “wine” e di “win”. Succede perché il simbolo Y viene associato al fonema /w/ per entrambe le parole e poi vengono seguite strategie diverse, nel caso di “wine” al nome della lettera Y, /waɪ/, viene aggiunta una N per il fonema /n/, in quello di “win” il fonema /w/ viene completato con il nome della lettera N, /ɛn/, per rendere “in”. Un esempio simile è “RUDF” per “are you deaf?”, dove vengono combinati i nomi delle lettere R, U e F, /ɑr/, /ju/ ed /ɛf/ con il grafema D.
Improbabile, invece, che un coetaneo italiano possa scrivere “BL” o “SH” al posto di “belle” e “sacca”, a meno che non si diletti già con i giochi enigmistici o gli SMS!
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Vedi anche: Ordinamento alfabetico (lingue diverse e alfabeti diversi), C’è rima e rima (la struttura della sillaba nell’apprendimento della lettura) e alcune vignette che giocano con il nome delle lettere.
Se i numeri sono un’opinione…
Uno scambio di commenti con Marina sulle differenze di punteggiatura tra lingue diverse mi ha fatto pensare alle differenze di scrittura e a come, spesso, si può riconoscere il paese di origine dalla calligrafia di una persona (o perlomeno si poteva, nell’era pre-computer!). Molti spagnoli, ad esempio, aggiungono un trattino alla gamba della q e alcuni tedeschi scrivono la n come una u con sopra un trattino orizzontale e il numero 1 con due tratti che lo fanno assomigliare a un triangolo senza base.
In particolare, l’incontro con un’amica dell’università mi ha ricordato gli esami di traduzione italiano-inglese di una famigerata professoressa che toglieva mezzo punto al voto finale per ogni occorrenza di numeri “all’italiana” in un testo in inglese, specialmente il 7
con il taglietto e il 4 “aperto”, come negli esempi a sinistra. Ovviamente i testi degli esami contenevano sempre cifre o date e non sono l’unica che, quella volta,
ha preso l’abitudine di scrivere i numeri come si vede nell’esempio qui a destra.
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PS Discorso diverso per gli americani, a quanto pare, specialmente per il numero 4…
Giornata della punteggiatura (USA)
Il 24 settembre negli Stati Uniti è National Punctuation Day, giornata istituita per promuovere l’uso corretto della punteggiatura.
Le convenzioni per l’uso della punteggiatura non sono le stesse in tutte le lingue. Da un punto di vista solamente tipografico, ad esempio, in inglese americano i due punti richiedono l’iniziale maiuscola per la prima parola della frase che introducono e dopo il punto possono essere usati due spazi anziché uno; in America e Gran Bretagna spesso vengono applicate regole diverse per il punto che segue una citazione (in USA sempre prima delle virgolette di chiusura, in UK invece dopo se non fa parte della citazione stessa); in francese alcuni segni di punteggiatura devono
essere preceduti da uno spazio; in tedesco le virgolette sono „posizionate“ in maniera diversa rispetto all’italiano; alcune lingue hanno segni di punteggiatura aggiuntivi, come i punti esclamativo e interrogativo “rovesciati” ¡ e ¿ in spagnolo.
La localizzazione del software deve ovviamente tenere conto di queste differenze. I programmi che riconoscono la lingua in cui si sta scrivendo il testo (o che permettono di impostarla) applicano automaticamente le convenzioni corrette, ad es. aggiungono uno spazio prima dei segni di punteggiatura che lo richiedono o selezionano il tipo di virgolette previsto per la lingua.
Navigatori e silly season
È decisamente silly season nei giornali italiani. Scherzi del navigatore satellitare, ad esempio, racconta la disavventura di due svedesi in giro per l’Italia (grassetto mio):
Sognavano Capri, il mare e i Faraglioni, e invece si sono ritrovati a Carpi, in provincia di Modena, sotto il sole cocente della pianura padana. Il tutto per una consonante sbagliata sul navigatore satellitare. […] Peccato però che non avessero fatto i conti con i trabocchetti della lingua italiana. Al momento di digitare il nome della città di arrivo (Capri), infatti, qualcosa è andato storto e la “p” e la “r” del nome della magnifica isola campana si sono scambiati di posto.
Mi domando cosa c’entrino le presunte difficoltà della lingua italiana con un banale errore di inserimento dati: due consonanti invertite, in tipografia sarebbero un refuso. Mah!
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A proposito di navigatori satellitari: una volta tanto la forma abbreviata italiana, navigatore, non è il solito calco dall’inglese (sat-nav)!
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Vedi anche: i commenti al post Navigare non è un verbo transitivo sul significato di navigate in inglese e Correttori ortografici ed effetto Cupertino sul concetto di edit distance nella correzione automatica degli errori di battitura.
Le riforme dell’ortografia, ke inkubo!
Quando ricevo SMS con k al posto di ch e vari xchè mi viene da sorridere perché chi me li manda non è certo adolescente. Poi penso che, come italiana, queste sono probabilmente le uniche variazioni di ortografia con cui avrò mai a che fare.
Per l’italiano le riforme dell’ortografia sono un’evenienza improbabile, grazie all’alto grado di corrispondenza tra suoni e segni (alla maggior parte dei fonemi è associato un grafema o digramma specifico). In molti paesi, invece, è una necessità ed esistono enti nazionali di standardizzazione linguistica che decidono come e quando modificare l’ortografia per risolvere incongruenze o semplificare le regole (ad es. se ci sono modi diversi per rappresentare uno stesso fonema, se le modalità di sillabazione o di formazione di termini composti sono troppo complesse, ecc.).
Spesso gli enti di standardizzazione prevedono la coesistenza del vecchio e nuovo sistema per un certo periodo, rendono solo alcune regole obbligatorie mentre altre rimangono facoltative, a volte divulgano i dettagli solo all’ultimo momento, oppure, sotto pressione dell’opinione pubblica, hanno ripensamenti e nel giro di poco tempo pubblicano aggiornamenti o rinunciano ad alcune delle nuove regole.
I colleghi di altre lingue, ad es. tedesco, olandese e portoghese, mi dicono che le riforme dell’ortografia possono essere un vero incubo, specialmente per chi lavora nella localizzazione: richiedono un grande lavoro di pianificazione per decidere quando adottare le nuove regole e in quali prodotti, come modificare il materiale esistente, incluse le memorie di traduzione e le voci dei database terminologici, e soprattutto come programmare l’aggiornamento di eventuali strumenti di correzione (in inglese proofing tool: correttore ortografico, correttore grammaticale, thesaurus, sillabazione).
Noi italiani siamo fortunati: non dobbiamo preoccuparci e possiamo riderci sopra!
Per saperne di più:
- un intervento nel sito dell’Accademia della Crusca sulla praticabilità di un’eventuale riforma italiana per indicare gli accenti grafici;
- i post con tag spelling reform nel blog del team Office Natural Language (responsabile per gli strumenti di correzione Microsoft);
- il sito del Rat für deutsche Rechtschreibung sull’ortografia tedesca.
Vantaggi degli errori di battitura…
Grazie a una svista sui manifesti elettorali, in Irlanda si sta parlando molto di una candidata che finora era sconosciuta ai più. Gli errori come nuovo strumento per attirare l’attenzione?
In ogni caso, divertente la descrizione dell’aspetto della candidata nell’Irish Times, “a fada over her left eye”. È un riferimento all’accento acuto (fada) usato in alcune parole irlandesi.
Sempre in Irlanda, la Garda Síochána si sta domandando chi abbia appeso due ritratti poco lusinghieri* del taoiseach Brian Cowen in due musei di Dublino (un emulo di Banksy?). Garda (Síochána) /’gɑ:rdə ‘ʃɪ:xɑ:nə/ e Gardaí /’gɑ:rdi/ sono la polizia e i poliziotti irlandesi mentre l’apparentemente impronunciabile taoiseach /’ti:ʃəx/ è il capo del governo.
* Aggiornamento: il servizio della televisione nazionale irlandese RTÉ, poi “censurato”, qui.
Vedi anche: Pronuncia di nomi propri stranieri




