Post con tag “ortografia”
SENZAZIONI
Dopo aver visto la raccolta di foto "Io x te muoro", le scritte sbagliate sui muri dell’amore, G. mi ha mandato la foto di una scritta vista a Roma in via Cardinal Pacca, dedicata a “bimbulamia”:

Vedi anche: Cartelli insoliti.
Parolacce, software e localizzazione
What do you love è la funzionalità di ricerca di Google, per il momento solo in inglese, che restituisce risultati da più di venti servizi diversi in un’unica interfaccia. Se però si digitano parolacce o volgarità (ad es. shit), si ottengono informazioni sui gattini (kitten).
C’è chi ha identificato le parole proibite e le ha elencate in Google’s Official List of Bad Words; la scoperta è stata ripresa in vari siti ma va detto che le cosiddette offensive word list sono abbastanza comuni e hanno varie applicazioni nello sviluppo di software.
Ad esempio, servono a evitare che appaiano parole offensive nelle sequenze di lettere e numeri generati automaticamente, come nei codici per la registrazione di software (eventualità non rara, basti pensare all’inglese e alle sue four-letter words!), oppure possono essere usate per filtrare messaggi di posta elettronica o altro contenuto.
Un altro tipico campo di applicazione sono i correttori ortografici e i sistemi di riconoscimento vocale e di riconoscimento della grafia.
Il mistero di “Guiseppe”
Ieri sul sito della BBC c’era un quiz sulla vita di Berlusconi (no comment!). Una domanda prevedeva Garibaldi e Verdi tra le risposte possibili ma solo per il primo il nome era corretto mentre per il secondo era diventato Guiseppe.

Per qualche strano motivo Guiseppe è un errore molto comune nei paesi anglosassoni, anche in giornali e altri media di solito attenti all’ortografia dei nomi stranieri (ad esempio, solo nel sito della BBC si contano più di un migliaio di occorrenze).
Non ho mai capito il perché, forse la vicinanza (e la sequenza) delle lettere U e I sulla tastiera? Una possibile influenza del nome inglese Guy o magari, in America, del nome Guido, lo stereotipo dell’italo-americano tamarro? Mah!
Il tenente Colombo, Dart Fener e l’orso Yoghi
In traduzione ci sono varie tecniche di adattamento dei nomi di personaggi di fantasia, tra cui le variazioni di una o più lettere che modificano il nome mantenendolo comunque simile all’originale. Mi incuriosiscono perché non credo esistano regole predefinite e non sempre le ragioni dei “ritocchi” sono trasparenti.
Un esempio è il nome del protagonista della serie televisiva che ha reso famoso Peter Falk, Columbo, che in Italia e in Spagna ha subito un cambio di vocale diventando Colombo, immagino per evitare una possibile cacofonia. Altri esempi noti riguardano alcuni personaggi di Guerre stellari (il primo film della serie):
| nome originale | nome italiano |
| Darth Vader | Dart Fener |
| [Princess] Leia | [Principessa] Leila |
| Han Solo | Ian Solo |
| Chewbacca | Chewbecca |
Presumo che Vader potesse far pensare a water (il sanitario) e che forse per Leia si temessero assonanze con incitazioni fasciste, meno chiare invece le altre due variazioni.
Anni fa era abbastanza comune anche un altro tipo di adattamento, l’assimilazione grafica, che manteneva il nome del personaggio, più o meno con la stessa pronuncia, ma lo adeguava alle nostre convenzioni di scrittura, come nel caso di Yoghi e Bubu (in originale Yogi e Boo Boo), del canarino Titti (Tweety), di Milù (Milou, il cane di Tintin) e dell’asino Ih-Oh (Eeyore nella versione originale di Winnie-the-Pooh, a sua volta diventato Winnie Puh nella traduzione dei libri di Milne e Winnie Pooh in quella dei prodotti Disney).
L’assimilazione grafica è sempre meno usata, grazie alla maggiore familiarità degli italiani con l’ortografia delle parole straniere. Si preferiscono i prestiti acclimatati e quindi si privilegia l’invariabilità dei nomi propri* (e ora si usano le convenzioni di scrittura straniere anche per nomi di personaggi creati in Italia, come le Winx).
Infine, mi piacerebbe sapere perché nella versione italiana della sitcom Friends il nome di una delle protagoniste, Phoebe, era rimasto invariato nella grafia ma era diventato “febe” nella pronuncia, anche se nessun italiano avrebbe difficoltà a capire o dire /ˈfiːbɪ/.
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PS Lo so, i miei esempi sono abbastanza datati. Ve ne vengono in mente di più recenti?
* Eppure all’anagrafe vengono tuttora registrati nomi come Maicol, Gerri, Catiuscia…
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Refusi ed elezioni
Altra segnalazione di un lettore del blog, stavolta di una pagina del Ministero dell’Interno con le istruzioni di voto per le elezioni amministrative. Nell’arroventato clima politico italiano, un subdolo trattino potrebbe addirittura suggerire scenari inquietanti:
Vedi anche: Vantaggi degli errori di battitura… (un esempio di manifesto elettorale irlandese con un refuso che potrebbe aver fatto guadagnare voti).
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Paese che vai, divisioni che trovi
Numbers and Counting: American vs. French descrive alcune differenze culturali relative ai numeri: come vengono usate le dita per contare, l’aspetto dei numeri scritti a mano (ne avevo accennato anch’io in Se i numeri sono un’opinione), i separatori di migliaia e decimali e il modo di scrivere in colonna le divisioni a due o più cifre.
Mi ha fatto tornare in mente il simbolo matematico “misterioso” di Equation Editor nelle versioni di Microsoft Office fino alla 2003 (a destra e sotto). In italiano era stato incautamente localizzato con divisione lunga (traduzione letterale di long division) ma suscitava solo perplessità: è tipico di Stati Uniti, Messico e altri paesi ma non si usa in Europa.

Chiedendo informazioni ai colleghi di varie nazionalità avevo scoperto che, a seconda del paese, ci sono molti modi diversi di scrivere a mano le divisioni: variano la posizione di dividendo e divisore, il modo di annotare i calcoli e l’elemento grafico che separa i numeri. Un paio di esempi di 435 diviso 25:

E c’è anche chi, come i tedeschi, non usa elementi grafici (esempio qui; altri esempi delle notazioni usate in varie parti del mondo alla voce Long Division in Wikipedia).
Anche altre operazioni in colonna si scrivono in maniera diversa a seconda del paese, ad es. nelle addizioni gli americani posizionano il segno + a sinistra di ciascun addendo a partire dal secondo (per noi va a destra a partire dal primo) e non aggiungono il segno di uguale.
Una delle regole dell’internazionalizzazione del software è quella di non usare testo nella grafica per evitare interventi costosi di localizzazione, mentre si tende a pensare che gli esempi con numeri siano immuni a fattori culturali. Ricordo invece che in un programma di software per bambini appariva una lavagna con alcune addizioni nel formato americano e per la versione italiana si era dovuto sostituire le immagini perché sarebbero potute sembrare “sbagliate” e avrebbero potuto far dubitare del valore educativo del prodotto.
Probabilmente, però, ora quasi nessuno fa più i calcoli a mano e queste differenze stanno diventando irrilevanti!
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Formattazione, ortografia e *acquisizzione clienti
Tra la posta ho trovato una pubblicità che ha attirato la mia attenzione perché è una fotocopia di bassa qualità di un documento prodotto assemblando ritagli di logo e alcune porzioni di testo (un “taglia e incolla” tradizionale: nuovo retronimo?!).
Nulla da eccepire nel contenuto dell’offerta commerciale, chiara ed esaustiva. Mi domando però quanti decidano di usufruire dei servizi proposti dopo averne letto la descrizione:
Si pone molta attenzione sull’impatto negativo delle traduzioni mal eseguite ma dubito che anche un documento originale abborracciato come questo aiuti ad acquisire clienti, anzi, a livello inconscio potrebbe far sorgere qualche perplessità sull’affidabilità di un prodotto o di un servizio e la professionalità di chi lo esegue. O sono io che sono particolarmente “fissata” con gli errori di ortografia e di battitura?
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Aggiornamento maggio 2011 – An ingenious application of crowdsourcing: Fix reviews’ grammar, improve sales pare confermare le mie impressioni sull’impatto della qualità linguistica su un potenziale acquirente. Sembra infatti che le recensioni negative di un prodotto, se scritte correttamente, senza errori di grammatica o di ortografia, possano fare aumentare la domanda per quel prodotto più delle recensioni positive ma piene di errori.
Aggiornamento luglio 2011 – Spelling mistakes ‘cost millions’ in lost online sales afferma che le vendite online in un sito con errori di ortografia si riducono anche del 50%. …
A Roma in due abbiamo fotografato questo bel balconcino, ma non per lo stesso motivo!!

Per la serie “cassetta delle lettere”, vedi anche ben formaggiato?!? e Love Boat?
cartello
Un blog sull’itanglese
Mi è stato segnalato un nuovo blog, StopItanglese.it. Si occuperà esclusivamente di itanglese* (l’uso esagerato di parole inglesi in italiano), proponendosi di “monitorare la presenza di termini ed espressioni inglesi sulla carta stampata, in radio e in tv, negli annunci pubblicitari cartacei e negli spot televisivi”.
L’argomento è sicuramente interessante, mi auguro però che venga corretta un’incongruenza abbastanza vistosa: nei testi e nella grafica itanglese e italiano vengono scritti a volte con l’iniziale minuscola e più spesso con l’iniziale maiuscola. Mi sembra anche questo un esempio di itanglese, sicuramente involontario, perché in italiano, a differenza dell’inglese, i nomi e gli aggettivi di lingue e nazionalità, come pure i nomi dei mesi, andrebbero scritti con l’iniziale minuscola.
* Ne ho parlato in itanglese, Gergo aziendale inglese, Una casa shabby al punto giusto, itanglese 2 (social, digital e switch) e Inglesismi visti da un inglese.
PS Il post Germanismi in inglese e anglicismi in tedesco è stato aggiornato.…
Ortografia italiana e prestiti dall’inglese
Un commento a Prestiti e calchi in italiano mi ha fatto venire in mente un articolo che avevo letto un po’ di tempo fa, Italian spelling, and how it treats English loanwords, interessante perché riassume l’evoluzione dell’ortografia italiana, ne descrive le incongruenze* e analizza le modalità di assimilazione dei prestiti dall’inglese:
| ▄ | Prestito non integrato: la tendenza attuale è l’adozione dei forestierismi senza modifiche, tempo fa invece si preferivano i calchi e i prestiti “adattati”. Grazie a questo fenomeno, usiamo combinazioni di grafemi estranee all’ortografia italiana tradizionale, ad es. budget, deadline, show. |
| ▄ | Assimilazione grafica: rara, descrive una grafia alternativa più consona alle convenzioni italiane, come nailon per nylon, oppure ipercorrettismo che porta a sostituire alcuni caratteri con altri “stranieri”, ad es. byke al posto di bike. |
| ▄ | Assimilazione morfologica: avviene quando si formano nuove parole con un suffisso italiano equivalente a quello inglese, ad es. –azione e –ation (standardizzazione) oppure –ism e –ismo (turismo), quando si aggiunge una vocale finale ai sostantivi (alligator/alligatore; shakespearian/shakespeariano) o –are ai verbi (format/formattare). |
| ▄ | Italianizzazione delle consonanti inglesi: comune in passato nei prestiti integrati, riguardava le lettere non presenti nell’alfabeto italiano, ad es. J veniva convertita in GI (jungle/giungla, pyjamas/pigiama), K in C (beefsteak/bistecca, folklore/folclore), CH in CI (lynch/linciare), SH in SC o SCI (sheriff/sceriffo, shawl/scialle) ecc. |
| ▄ | Italianizzazione delle vocali inglesi: avviene soprattutto nella pronuncia; nella forma scritta veniva adottata per le combinazioni di vocali considerate estranee al nostro sistema, ad es. OO e OU sono diventate U (taboo/tabù, tourism/turismo). |
Vedi anche: Parla come mangi 1, sulla pronuncia delle parole inglesi in italiano.
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| * | Le principali incongruenze nell’ortografia italiana sono causate da “omografia” (a fonemi diversi è associata la stessa lettera) ed “eterografia” (lo stesso fonema viene scritto in modi diversi). . Coppie di fonemi resi con la stessa lettera: /e, ɛ / si scrivono E /o, ɔ/ si scrivono O /ɪ, j/ si scrivono I /u, w/ si scrivono U /s, z/ si scrivono S /ts, dz/ si scrivono Z . Fonemi realizzati con lettere diverse: /k/ si scrive C in casa ma Q in qui /g/ si scrive G in gatto ma GH in ghiro /ʧ/ si scrive C in cera e arance ma CI in ciao e camicie /ʤ/ is scrive G in gelo ma GI in giusto /ʃ/ si scrive SC in scemo ma SCI in sciarpa ecc. |
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Vedi anche: altri post con tag ortografia.
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Problemi di *evaquazione dovuti all’età?
Dopo aver letto il post sugli errori di ortografia, Paola mi ha mandato un esempio che evidenzia una percezione un po’ distorta che abbiamo noi italiani quando dichiariamo che, a differenza di altre lingue, l’italiano “si scrive come si pronuncia”:

Le forme errate *evaquare, *evaquazione ed *evacquazione sono uno dei tanti esempi dove l’etimologia di una parola prevale sulla regola ortografica (il suono /k/ seguito dalla semiconsonante /w/ e da una vocale si rende con il grafema q, come ad es. in equazione).
Paola è maestra e mi ha spiegato che alle elementari si insegnano solo le eccezioni più comuni (quelle che molti di noi ricordano come “parole capricciose”: cuore, cuoio, cuoco, circuito, innocuo, i verbi che finiscono in -cuocere e -cuotere ecc…) e si evita di appesantire l’elenco da imparare a memoria con lessico poco frequente e usato solo in ambiti specifici, come ad es. acuire, circuizione, vacuolare.
Nel caso di evacuare e di (prove di) evacuazione, si tratta di parole che fanno parte del vocabolario dei bambini italiani, e quindi anche della loro ortografia, solo dagli anni ‘90, quando nelle scuole elementari italiane sono entrati in vigore i piani per la gestione delle emergenze e le relative esercitazioni.
Auguriamoci allora che i più giovani siano meno soggetti ai problemi di *evaquazione di chi ha qualche anno in più!
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Internet ed errori di ortografia
Chatrooms and social websites encourage bad spelling riporta uno studio della English Spelling Society secondo il quale social network, chat ed email incoraggerebbero l’uso di ortografia non convenzionale in inglese, soprattutto in comunicazioni destinate a un consumo veloce in cui non si avverte la necessità di conformarsi alle regole o correggere eventuali errori di battitura. Conseguenze per il futuro: possibili variazioni all’ortografia.
Anche in italiano si nota una certa disinvoltura nella scrittura online. Sono comprensibili gli errori di battitura, che scappano a tutti, come pure qualche incertezza dovuta ad accenti regionali, ma sono stupita dall’alta frequenza di errori di omofonia (ad es. confusione tra la vista e l’ha vista) che sarebbero facilmente evitabili con un semplice ragionamento grammaticale: provate a fare una ricerca per *non c’è ne sono e vedrete che restituisce più di un milione di risultati (e in questo caso la pronuncia non è neanche la stessa: la e di ce /ʧe/ è chiusa e quella di c’è /ʧɛ/ aperta).
Anche tra chi scrive professionalmente c’è chi non è immune a questa tendenza, basti pensare alle innumerevoli occorrenze di *pò con l’accento in quasi tutti i quotidiani online o ad altri errori che nelle scuole elementari di qualche decennio anno fa avrebbero costretto il loro malcapitato autore a indossare un cappello conico con la scritta ASINO:
Mi domando però se effettivamente sia aumentata la percentuale di chi ha problemi con l’ortografia o semplicemente sia maggiore la visibilità degli errori.
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Vedi anche: un esempio di software che cerca di identificare gli errori dovuti all’omofonia in Office 2007: correttore ortografico contestuale e alcuni commenti su lingua italiana e Internet in Lingua spedita, lingua tradita? ed Errori con gli accenti: colpa di computer e cellulari?
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Come riconoscere le lingue europee
Una breve pubblicazione della Commissione europea, A field guide to the main languages of Europe, dà indicazioni su come identificare rapidamente 98 lingue europee, in particolare come distinguere quelle che possono sembrare molto simili. Ad esempio, vengono indicate queste differenze tra testi scritti in ceco e in slovacco:
| ▄ | Caratteri comuni a entrambe le lingue: č, ď/Ď, ň, š, ť/Ť, ý, ž |
| ▄ | Caratteri usati in ceco ma non in slovacco: ě, ř, ů |
| ▄ | Caratteri usati in slovacco ma non in ceco: ä, ĺ, ľ/Ľ, ô, ŕ |
Compilare queste guide non è banale, non solo per il numero di persone coinvolte ma soprattutto per il numero di revisioni necessarie, durante le quali capita di scoprire che caratteristiche ritenute uniche per la propria lingua siano invece presenti in altre lingue e quindi si devono trovare esempi alternativi e verificare nuovamente che non causino ambiguità di interpretazione.
Gli esempi vanno inoltre modulati in base ai destinatari, ad es. è utile indicare parole brevi e distintive che hanno un’alta frequenza nel testo di una lingua, scegliendo le quali va fatta particolare attenzione: la differenza tra la terza persona singolare dell’indicativo del verbo essere in italiano [ è ] e in portoghese [ é ], ovvia per un traduttore, potrebbe non essere così palese per un tecnico americano (e forse neanche per qualche nostro connazionale!).
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Vedi anche: Accenti gravi e acuti in italiano
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Scherzetti (o scherzacci?) di localizzazione
Stanno circolando un paio di storie di “problemini” in alcune versioni localizzate di Facebook, nel frattempo risolti.
Nell’interfaccia spagnola, i compleanni del giorno venivano segnalati da una frase non proprio raffinata, “fuck you bitches” (dettagli in TechCrunch):
Nell’interfaccia turca, alcuni dei termini e dei messaggi di errore più comuni erano stati sostituiti da versioni molto più “creative”, ad es. l’impossibilità di inviare un messaggio a un utente perché offline veniva invece attribuita alle dimensioni ridotte del proprio pene. Tutti i dettagli in CounterMeasures.
Nel caso turco, lo scherzo è stato pianificato in un forum, sfruttando la nota modalità di localizzazione in crowdsourcing di Facebook (in attesa di brevetto), dove gli utenti propongono traduzioni e vengono adottate automaticamente quelle che ricevono più voti, a quanto pare senza ulteriori controlli: ai burloni turchi è così bastato inserire traduzioni alternative e votarle in massa.
Il leitmotiv dei riferimenti volgari mi ha fatto tornare in mente un aneddoto che circolava una ventina di anni fa a proposito di uno dei primi correttori ortografici, prodotto da un’azienda allora molto nota (ora defunta) che si era servita di studenti per inserire i dati nel dizionario: per vincere la noia del lavoro ripetitivo qualcuno di loro si era divertito ad associare parole davvero poco eleganti ad alcuni suggerimenti di correzione. Facile immaginare le reazioni degli ignari utenti.
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Aggiornamento 6 agosto – Altri esempi dei burloni turchi e spagnoli in Facebook e la saggezza delle folle (Il Disinformatico).
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Vedi anche: Errori di localizzazione fatali!, per un problema di localizzazione in turco, Correttori ortografici ed effetto Cupertino, per una spiegazione del nome dato agli scherzetti involontari dei correttori ortografici, e Alternative a blog, chat, newsletter, spamming? – 2, per alcune considerazioni sui progetti terminologici in crowdsourcing.
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Tu Vuo’ Fa’ l’Americano?
Inizialmente incuriosita da un errore di battitura sul sito del Corriere della Sera, ho notato una formattazione insolita nelle pagine della Cronaca di Roma: tutte le parole nel titolo degli articoli nel percorso di navigazione hanno l’iniziale maiuscola.
Le iniziali maiuscole per sostantivi, aggettivi e verbi nei titoli (di solito non per preposizioni o articoli) sono una convenzione tipicamente americana raramente usata in italiano, se non in alcune traduzioni che riproducono pedissequamente il testo originale. E può bastare il titolo per capire se il testo che segue è in inglese britannico o americano:
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Vedi anche: Giornata della punteggiatura (USA), su alcune convenzioni di scrittura che variano in base al paese, e Dr Johnson, per una breve nota sul diverso uso dei punti nelle abbreviazioni in inglese americano e britannico.
Aggiungo il riferimento alla combinazione di tasti MAIUSC+F3 in Microsoft Word, funzionalità che nella modalità “iniziali maiuscole” probabilmente è usata solo dagli americani.
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Web2.0rhea
In “Blogorrhea” e “blogorrea” sono la stessa cosa? ipotizzavo che nella parola italiana blogorrea si notasse soprattutto il richiamo a logorrea mentre nell’inglese blogorrhea fosse più evidente il riferimento al suffisso –rrhea e relative connotazioni negative.
Mi sembra che questa interpretazione possa trovare conferma nel neologismo inglese Web2.0rhea, coniato per descrivere i contenuti, spesso non proprio eccelsi, generati dagli utenti nei social network. È ricorrente in The Register, da cui sono tratti questi esempi:
| ▄ | “Web2.0rhea infects International Space Station – A US astronaut has made a giant leap in social-networking history by sending the first tweet from space” [qui] |
| ▄ | “Gmail to get real |
Pur avendo una grafia particolare, destinata soprattutto alla comunicazione scritta, la parola Web2.0rhea non è comunque difficile da leggere, grazie alle convenzioni di pronuncia di 2.0 ("two point oh"): un’invenzione lessicale davvero efficace e divertente.
…
Vedi anche: Lingua spedita, lingua tradita? (italiano, nuove tecnologie e social network).
significato Web 2.0

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