Post con tag “neologismi”
“scappamento digitale”
What’s the Word of 2010? elenca potenziali parole dell’anno 2010 in inglese americano.
Nella categoria Tecnologia ho trovato efficace soprattutto data exhaust, una metafora che descrive l’insieme delle azioni, scelte e preferenze che sono generate durante le proprie attività online e che sono tracciabili digitalmente; i dati prodotti possono essere raccolti e usati da terzi per proporre pubblicità mirate sui comportamenti di ciascun utente. Sinonimo: digital exhaust.
Se nessuno ha già suggerito un equivalente italiano, propongo il calco scappamento digitale: il sostantivo mi piace per l’etimologia legata a scappare, verbo adatto a descrivere i dati che sfuggono al nostro controllo, e perché l’associazione con i meccanismi di scarico fa pensare a “scorie” ed “emissioni”; l’aggettivo digitale invece sottintende la presenza di dati ma rende esplicito il tipo di attività.
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Wikileaks: cablo(grammi), telegrammi, documenti?
In tutto questo parlare di WikiLeaks, mi hanno incuriosita le scelte linguistiche dei media per rendere in italiano la parola (diplomatic) cable, che, come ormai tutti sanno, descrive i messaggi riservati scambiati tra missioni diplomatiche, ministeri e agenzie governative.
In inglese questa specifica accezione di cable era finora ristretta al gergo diplomatico* e non faceva parte del lessico standard, infatti i principali dizionari riportano solo il significato “tradizionale” e ormai obsoleto di cablogramma, un telegramma spedito soprattutto via cavo sottomarino e all’estero (cfr. Macmillan Dictionary, Chambers, Merriam-Webster). In Wikipedia invece la nuova accezione è descritta nella voce Diplomatic cable, ma è contenuto recentissimo, in continuo aggiornamento.
Qualche rapida ricerca mostra che inizialmente i media italiani hanno usato traduzioni letterali, presumibilmente prese da dizionari bilingui (dove appaiono solo le accezioni standard) e così si trova telegramma (es. qui) ma soprattutto cablogramma e la forma abbreviata cablo (plurale invariato, ma si è letto anche *cabli, es. qui), secondo me scelte abbastanza fuorvianti perché i cable non sono quasi mai messaggi brevi e stringati come invece suggerirebbero i termini italiani. Alcuni giornalisti hanno comunque avvertito la mancanza di equivalenza inglese-italiano e hanno usato la parola italiana cablo tra virgolette, con una spiegazione (es. qui).
Per me è stato ancora più interessante notare che nel giro di pochi giorni si sono visti degli “assestamenti lessicali” e ora si parla sempre meno di cablogrammi privilegiando invece descrizioni più neutre come documento diplomatico / della diplomazia e anche dispaccio. A questo proposito avevo apprezzato la scelta di Il Post che fin dall’inizio ha preferito citare il termine inglese, spiegando significato e struttura dei cable ed equiparandoli a rapporti ufficiali.
Aggiornamento 17 dicembre – Ultimamente ho notato che sono decisamente aumentate le occorrenze del prestito inglese, cable, probabilmente per sottolineare la differenza di significato rispetto all’italiano standard cablo. Aggiungo anche una definizione inglese di cable da un glossario di termini diplomatici compilato nel 2002:
| Cable, n., a message giving instructions to a mission or reporting results back to a capital. Diplomats still refer to them as cables regardless of the actual means of communication (often today via satellite or the Internet). Since 1883. A clipping of cablegram, formed in imitation of telegram to denote a message sent by transoceanic cable. |
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| * | What is diplomatic cable? (Reflections on Diplomacy) spiega che il significato non standard di cable va fatto risalire alla metà del XIX secolo, quando i primi messaggi diplomatici venivano spediti via telegrafo. Nel gergo diplomatico cable ha continuato a descrivere le comunicazioni anche quando si è cominciato a ricorrere a tecnologie ben più avanzate, probabilmente proprio per l’importanza strategica a livello globale che avevano ancora nel secolo scorso lo sviluppo e il controllo delle infrastrutture di telecomunicazione, legate ai cavi (cable), soprattutto sottomarini. |
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PS Chi è arrivato qui cercando il significato di WikiLeaks può consultare i dizionari Zanichelli facendo doppio clic sulle parole wiki e leak: wiki è un termine di origine hawaiana (wiki wiki vuol dire “molto veloce”) che in ambito informatico indica principalmente un sito i cui contenuti sono creati e mantenuti in collaborazione da una comunità di utenti; il significato figurato di leak in questo contesto invece è “fuga (di notizie)” o “notizia fatta trapelare volutamente”.
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Vedi anche: Hung Parliament: non è “appeso, altro esempio di un termine inglese la cui improvvisa visibilità aveva causato qualche problema di traduzione nei media italiani, e [aggiornamento] I suffissi degli scandali: -gate e –poli, sulla denominazione degli scandali nella stampa italiana.
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nom nom nom!
Nel mondo anglosassone è di nuovo stagione di parole dell’anno. Inizia il New Oxford American Dictionary scegliendo refudiate, strafalcione molto discusso di Sarah Palin (involontaria parola macedonia formata da refute e repudiate).
Più interessanti da un punto di vista non americano le altre parole prese in considerazione: bankster, double-dip, crowdsourcing, retweet, webisode e vuvuzuela (per i dettagli, c’è un articolo in Il Post).
A me ha colpito molto che nell’elenco appaia anche nom nom nom, un’esclamazione che ha dato origine a sostantivo, verbo e aggettivo per descrivere cibo particolarmente appetitoso o l’apprezzamento di chi lo mangia.
Deriva da una delle frasi preferite di Cookie Monster, personaggio dei Muppet che è noto da più di quarant’anni, però a quanto pare l’espressione nom nom nom nella sua forma scritta ha avuto una diffusione virale solo ultimamente grazie a lolcat e umorismo simile.
Ennesimo esempio di creatività della lingua inglese? A me ricorda tanto il nostro italianissimo gnam gnam, che il Vocabolario Zingarelli fa risalire al lontano 1868!
Vedi anche:
| ▄ | Cinepanettoni e parole dell’anno 2008 |
| ▄ | Ancora sulle parole dell’anno [2008] |
| ▄ | Parole dell’anno "tecnologiche" negli USA [2009] |
| ▄ | Parole dell’anno… e per gli anni [2009] |
Neologismi belli e brutti, c’è posto per tutti!
Nel Portale Treccani c’è un intervento che prende spunto dalla parola coppapasta per riflettere sull’influsso del dialetto nel lessico enogastronomico, sui criteri di legittimità dei neologismi e sulla sterilità di una possibile estetica delle parole:
| Va poi chiarito che il giudizio sulla legittimità di un vocabolo a entrare a far parte del lessico di una lingua qualsivoglia, italiano compreso, non ha nulla a che vedere con questioni di bellezza o bruttezza dei suoni: non esiste un canone estetico assoluto cui le parole debbano sottostare, né una giuria cui sottomettersi. Vigono l’uso condiviso da parte dei parlanti e degli scriventi e il rispetto delle fondamentali norme grammaticali. […] Si tenga poi conto che ogni innovazione, in fatto di lingua, suscita spesso, inizialmente, reazioni di ripulsa da parte dei parlanti. Ma ciò che sembra brutto all’inizio, dieci anni dopo (o anche meno) è tranquillamente accettato dalla sensibilità linguistica collettiva. |
Idiosincrasie a parte, è un punto di vista sicuramente condivisibile, anche se immagino non del tutto gradito ai neo-crusc.
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Vedi anche: Si dice in Romagna (uso non standard della lingua condiviso dalla maggior parte dei parlanti locali) e ancora sull’uso dello scanner (ipotesi sull’affermazione di scannerizzare, un neologismo per molti orrendo, su possibili alternative).
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Manganelli e att(r)onimi
Nelle notizie della settimana scorsa è stato spesso citato il capo della polizia italiana, Antonio Manganelli, personaggio con un nome che rimane decisamente impresso, visto il ruolo ricoperto. Allo stesso modo si fanno notare padre Cantalamessa (predicatore) e monsignor Crociata (segretario della CEI).
I nomi di questo tipo sono detti attronimi o attonimi:
| Attronimo o attonimo è la traduzione proposta dal linguista Tullio De Mauro per la parola inglese aptronym, che indica un nome di persona che si trova in relazione con il lavoro svolto dalla persona stessa. Un esempio può essere un meteorologo il cui cognome è Tempesta; fra gli attronimi di persone famose c’è il disegnatore ed animatore Bruno Bozzetto. La parola inglese è un neologismo che viene dall’aggettivo apt (adatto) e dal suffisso "-onym" che corrisponde all’italiano "-onimico" ossia "relativo al nome". [Wikipedia] |
Esempi di attronimi italiani qui e inglesi qui e qui. L’Encyclopædia Britannica suggerisce che la parola inglese aptronym sia stata coniata dal giornalista americano F.P. Adams anagrammando patronym (patronimico) in modo da evidenziare l’aggettivo apt.
Un sinonimo inglese di aptronym è euonym e un altro termine correlato è nominative determinism, reso in italiano con il calco determinismo nominativo, usato per descrivere l’influenza del cognome, ma anche del nome, nelle proprie scelte di vita (idea non recente, basti pensare a nomen omen!). Ne parla Dimmi come ti chiami … e ti dirò chi sei! riprendendo un articolo di The Telegraph.
Tornerò sull’argomento con qualche esempio di attronimi e traduzione [link aggiunto].
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Vedi anche: post che parlano di retronimi, eponimi, toponimi, marchionimi e acronimi.
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Facebook, face, book e marchi registrati
Notizie recenti che hanno a che fare con due marchi molto noti globalmente:
| ▄ | McDonald’s ha diffidato un imprenditore sardo che aveva chiamato i suoi negozi McPuddu’s e McFruttus, con la motivazione che l’uso del suffisso Mc nelle insegne rischia di creare ”confusione”. |
| ▄ | Facebook ha fatto causa al social network Teachbook per l’uso del suffisso book in qualità di "parte distintiva del marchio di Facebook". |
| ▄ | Facebook ha fatto richiesta per registrare come marchio la parola face. |
Il suffisso patronimico Mc e i nomi book e face sono parole estremamente comuni in inglese e queste notizie possono lasciare perplessi, ma appropriarsi di parole generiche a uso commerciale è prassi comune, soprattutto negli Stati Uniti.
Facebook says, "All your face are belong to us" (Dennis Baron in The Web of Language) ne parla ironicamente con molti esempi, evidenziando la tendenza abbastanza recente di cercare di ottenere la registrazione del marchio* anche per l’uso non limitato a un ambito specifico: è il caso di book e face e dei tentativi di Apple di registrare non solo pod in tutti i suoi usi ma, si vocifera, anche il prefisso i (se approvato, in teoria potrebbe avere effetti sulla grafia del pronome personale inglese I).
È una questione controversa: i produttori mirano ovviamente a diffusione e riconoscibilità del marchio ma allo stesso tempo devono cercare di evitare che l’efficacia di riconoscimento causi fenomeni di volgarizzazione che lo declasserebbe a nome comune (come è stato per linoleum, zipper, aspirin, thermos, xerox, Webster’s, polar fleece in inglese), un processo a volte molto rapido, come nell’esempio di Email (coniato negli anni ‘80 da CompuServe che però aveva ben presto dovuto rinunciare a renderlo marchio registrato) e come probabilmente accadrà al verbo google usato come sinonimo di “cercare su Internet”. The Web of Language conclude con malcelata soddisfazione che in tutti questi casi la protezione giuridica non può molto sull’evoluzione della lingua.
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* Negli Stati Uniti, la differenza principale tra trademark (marchio), rappresentato dal simbolo ™, e registered trademark (marchio registrato), rappresentato da ®, è che solo il secondo ha ottenuto la registrazione presso l’United States Patent and Trademark Office (USPTO) che conferisce diritti esclusivi al suo proprietario
Vedi anche: Marchionimi e terminologia, sulla distinzione linguistica tra marchi forti e deboli, Facebook e il Facebook, sull’uso dell’articolo determinativo davanti al nome proprio del più famoso social network e [aggiornamento] Tecnologia, frutta e marchi registrati, sulla capacità distintiva dei marchionimi.
PS Molti avranno notato che il titolo Facebook says, "All your face are belong to us", riprende la famigerata traduzione dal giapponese All your base are belong to us, ormai considerata un meme.
Aggiornamento – L’articolo di Dennis Baron è stato ripubblicato da Visual Thesaurus con alcuni commenti e link interessanti, ad es. Grand Theft Motto, un articolo che fa riferimento alla robustezza nominale dei marchi negli Stati Uniti in base a cinque categorie (generic, descriptive, suggestive, arbitrary e fanciful), Trademarks, un elenco di marchi registrati ormai diventati parole di uso comune in inglese americano, e Googling vs. Bing-ing, sulla volgarizzazione dei nomi dei principali motori di ricerca (aggiungo Generification: When "Google" Becomes "google").
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Tradurre obscenicon? #$*%@!!
In inglese trovo efficace la parola obscenicon, suggerita dal linguista e lessicografo Benjamin Zimmer per descrivere le sequenze di caratteri usati in fumetti e vignette al posto di imprecazioni o volgarità. Esempi tipici sono
#$&%?!
Un termine alternativo per lo stesso concetto è grawlix, coniato dal fumettista Mort Walker.
Già nel XIX secolo esisteva la convenzione tipografica di sostituire le lettere di parole volgari con trattini e asterischi, mentre nei fumetti apparivano delle stelle per comunicare il dolore, a cui si sono aggiunti in seguito altri simboli, ad esempio vari tipi di spirale per indicare linguaggio censurabile. Con l’introduzione delle macchine da scrivere, i vignettisti hanno iniziato a usare i caratteri #$&%?!, facilmente accessibili perché sugli stessi tasti dei numeri, e da qui la pratica è passata ai fumetti (dettagli e centinaia di esempi in Grawlixes Past and Present).
In genere la sequenza dei caratteri è casuale e questo rende gli (le?) obscenicon una convenzione internazionale subito riconoscibile e usata in molte lingue*. Ci sono poche eccezioni, ad esempio in inglese $#!+ fa subito venire in mente SHIT.
L’idea di parlare di obscenicon mi è venuta leggendo una striscia di Dilbert che mi ha fatto pensare che non vorrei essere al posto di un eventuale traduttore italiano:
Ovviamente qui i caratteri
non sono casuali ma scelti per costruire la battuta… Qualcuno ha suggerimenti brillanti, magari aiutandosi anche con il leet speak?
E a proposito del verbo ship, in italiano non ha un equivalente e di solito è reso con locuzioni tipo “mettere in commercio”. È un verbo ben noto a chi lavora nella localizzazione, soprattutto per il concetto di simship, il rilascio simultaneo della versione originale di un prodotto e delle versioni localizzate in altre lingue, rese disponibili contemporaneamente nei diversi mercati. Come prevedibile, in questo ambito si mantiene il termine inglese simship e gergalmente si dice “scippare” (o forse dovrei scrivere shippare?!?).
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* Non credo esista un termine italiano per obscenicon ma ho trovato una risorsa
interessante, un glossario dei termini tecnici del fumetto in 8 lingue.
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Aggiornamento maggio 2011 – Un elenco di interventi di Language Log sull’argomento e la striscia di Zits che l’ha ispirato:
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Vedi anche: animoticon, un neologismo tutto italiano, e alcune differenze tra emoticon occidentali e orientali.
Alternative a blog, chat, newsletter, spamming? – 1
Il mese scorso il blog Linguista ha lanciato un concorso, rivolto soprattutto agli studenti, per proporre traduzioni a cinque parole inglesi legate al Web e ormai comuni in italiano: blog, chat, newsletter, provider, spamming.
Nel linguaggio tecnico, specialmente informatico, i prestiti integrali sono spesso preferiti a possibili alternative italiane per il loro valore monosemico (non si confondono con altri oggetti o concetti) e per la loro concisione, efficacia espressiva e adeguatezza nominativa*. A parte provider, che ha un equivalente italiano in fornitore, anche i termini scelti per il concorso fanno parte di questa categoria e mi sembra siano ormai radicati nella nostra lingua, diventando dei cosiddetti forestierismi insostituibili.
L’iniziativa di Linguista appare così soprattutto un divertimento linguistico ma è sicuramente una bella idea per stimolare riflessioni sulla produzione e l’uso del lessico. Dando un’occhiata ai contributi si notano infatti parecchi suggerimenti creativi e commenti interessanti e colpisce la notevole varietà di meccanismi di formazione di nuove parole usati dai partecipanti:
| ▄ | Prestiti adattati, come blogo, blago, nuletta, niuslitter, nosletta, niuslettera, provaider, provvideratore, ciattera, ciat, ciaccia, ciatta. |
| ▄ | Prestiti interni (dialettismi), come ciacola, ciac(c)olata, ciana, cicera (chat), rumenta, munnezza (spamming). |
| ▄ | Calchi: notiziolettera, novaletta, novalittera (newsletter), manzotin, manzotinaggio, simmenthalare (spamming, con riferimento etimologico). |
| ▄ | Molti esempi di derivazione, tra cui soprattutto l’aggiunta di suffissi a parole esistenti, ad es. infuffamento (spamming), chiacchieraio, cianciatoio, chiacchia, ciarleria, conversario (chat), serviziatore, internettaro (provider), cogitario (blog). |
| ▄ | Ancora per il meccanismo di derivazione, molto usati prefissi e soprattutto prefissoidi come in iperdialogo, ciberciarla, elettrodialogo, telechiacchiera (chat), iperpattume, e-scorie, emmondizia (spamming), ciberfornitore, e-fornitore (provider); interessante notare che inter- non significa più “tra” ma “Internet”, come in intervoce, interdialogo (chat) e interdiario (blog) |
| ▄ | Esempi di alterazione, soprattutto per rendere l’accezione negativa di spamming, ad es. postume, postazza, postaccia. |
| ▄ | Parole composte, in particolare secondo il modello nome+aggettivo, come ad es. chiacchierata telematica / elettronica / virtuale (chat), zibaldone elettronico (blog). |
| ▄ | Molti esempi di parole macedonia (tamponamenti di parole), ad es. postizia (posta+immondizia), polesta (posta+molesta), pospazza (posta+spazzatura), pubblicitame (pubblicità+ciarpame); periodiziario (periodico+notiziario), retiario (rete+diario), forniservizi (fornitore/fornire+servizi), cronolario (cronologico+diario), ciarola (ciarla+parola), leggizia (leggimi+notizia); molto divertente forfoposta (forfora+posta). |
| ▄ | Vari conglomerati, ad es. scrivoparlo e digiparla (chat), postinvade (spamming) |
| ▄ | Acronimi, ad es. DDB (diario di bordo) e DECC (diario elettronico condiviso e commentato) per blog, CIR (chiacchierata in rete) e CIAT (Corrispondenza Istantanea Attraverso Terminale) per chat, NEP (notiziario elettronico periodico) per newsletter, ESE (erogatore servizio elettronico) e F.A.SE.R (fornitore accesso servizi di rete) per provider. |
| ▄ | Abbreviazioni, ad es. infovelo (newsletter). |
| ▄ | Metaforizzazione, come per polentaggio (“il voler propinare a tutti i costi un qualcosa che ti esce fuori dagli occhi…per questo ho pensato alla polenta che in tempi di guerra probabilmente a molte persone suscitava le stesse reazioni dello spam”), zanzare (“inevitabili, fastidiose, frequenti” come lo spam). |
| ▄ | Mi ha colpito l’uso di elementi formanti colti dalle lingue classiche, un approccio che in ambito Web potrebbe sembrare insolito se non si pensa alle parole latine nella terminologia informatica inglese. Alcuni esempi: celesce, “celerĭter velocemente + λέσχη, -ης, ἡ conversare”, per chat, semito, “σήμερον oggi + μῦθος, -ου, ὁ notizia”, per newsletter; effemeride, “dal lat. ephemĕris -ĭdis, dal greco diario, composto di sopra (a riguardo) + giorno” per blog; ci sono poi varie proposte forse non del tutto convincenti per provider, come remicula, “rete, is + militia, -ae servizio militare”, retiario, “mediato dal latino Retiarius, che alludeva a un gladiatore armato di rete” per provider; apparitore, “da apparitus ovvero servitore pubblico”; sinistarco, “συνιστημι sunistemi in greco”. |
| ▄ | Ci sono anche parecchi esempi di parole che non sono trasparenti e non è chiaro se siano neoformazioni ad hoc o se si tratti di gergo giovanile, ad es. slollo (chat), suntiva (newsletter), sbittatore (provider), smuggia, digiastro (spamming), però hanno una loro efficacia perché rimangono impresse facilmente. |
| ▄ | Divertente l’enfasi espressiva conferita con il simbolo @ in chi@cchiera (chat) e di@rio (blog). |
Altre proposte sono invece meno efficaci ed evidenziano le difficoltà che si possono incontrare anche con i progetti terminologici in crowdsourcing o comunque aperti alla partecipazione di tutti gli utenti, un’attività ultimamente abbastanza diffusa nella localizzazione. Ne parlerò nella seconda parte di questo post.
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* Cfr. Le parole del lessico italiano
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Vedi anche: 10 anni della parola blog, sull’assestamento del termine blog anche in italiano, e Ancora sull’uso dello scanner, sui possibili meccanismi che portano alla prevalenza di un’opzione linguistica su altre disponibili.
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iPad, “flick” e terminologizzazione
iPad è disponibile anche in Italia e così ho dato un’occhiata al manuale italiano per vedere se fosse stato risolto il problema terminologico di cui avevo parlato qualche mese fa (iPhone e iPod), però non ho notato novità né per pinch (esempi qui) né per un altro termine correlato, flick.
In inglese standard flick può indicare il movimento veloce, spesso ripetuto, che si fa con un pollice o soprattutto con l’indice per spostare o eliminare qualcosa di piccole dimensioni, ad es. delle briciole, una macchiolina o un insettino da una manica.
Nei dispositivi con touch screen, specialmente in ambito Apple, flick indica il gesto che si fa con un dito per far scorrere una pagina, per passare alla foto successiva di una raccolta, ecc. Nella documentazione italiana di iPhone e iPad, flick viene reso in vari modi, ad es. “dare un colpetto” (qui), “fare scorrere le dita”, “scorrere”, “scorrere le dita”, a volte anche nello stesso contesto in cui appare scroll, altro termine a cui viene associato il verbo italiano scorrere, e in alcuni casi si crea confusione (esempi qui, manuale italiano qui e inglese qui).
Ho pensato di parlarne perché pinch e flick mettono in evidenza un potenziale problema terminologico che, se non viene riconosciuto “a monte” nella lingua di partenza, può causare errori di localizzazione e incongruenze nelle lingue di arrivo.
Come pinch, anche flick è un esempio tipico di terminologizzazione, un meccanismo di formazione di neologismi semantici molto comune in ambito informatico: una parola del lessico generico acquista un nuovo significato e diventa un termine che rappresenta un concetto particolare in un ambito specifico (ne ho già parlato altre volte, ad es. qui, qui e qui).
Per chi si occupa di gestione della terminologia, è un processo linguistico molto interessante ma che può complicare il lavoro terminologico rivolto alla localizzazione:
| ▄ | Raramente i neologismi semantici vengono identificati dai sistemi di estrazione automatica della terminologia (term mining), proprio perché hanno la stessa forma linguistica di parole generiche. |
| ▄ | Spesso sfuggono anche all’estrazione manuale, ad es. da parte del team di sviluppo del prodotto, specialmente se chi se ne occupa lavora solo nella lingua di partenza e non ha particolari competenze terminologiche: difficile che i neologismi semantici vengano riconosciuti come termini. |
| ▄ | Possono avere un impatto imprevisto sul contenuto e sui sistemi concettuali descritti nel database terminologico. Esempio: se viene documentato il termine ribbon (elemento di interfaccia), va creata una scheda terminologica anche per il |
| ▄ | Se non identificati, questi termini possono creare incongruenze nella lingua d’arrivo, come nel caso di pinch e flick, e impedire che un concetto importante venga facilmente condiviso (ad es. se si vuole parlarne senza ambiguità), con potenziali conseguenze sull’esperienza dell’utente. |
È sicuramente superfluo dirlo ancora una volta, ma in tutti questi casi la collaborazione di chi localizza è davvero essenziale!
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Vedi anche: Internet e determinologizzazione, per il processo opposto.
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(in)accessibilità
Una parola virgolettata in un recente titoletto nel Corriere della Sera ha attirato la mia attenzione: Manovra: il testo è «inaccessibile».
Non devo essere l’unica ad avere pensato che il titolo fosse fuorviante (inaccessibile = impossibile da raggiungere) perché nel frattempo l’articolo è stato modificato e ora si legge Manovra: il testo accessibile con grande difficoltà (confronto con la versione originale qui).
Ho comunque trovato interessante il tentativo di esprimere in un’unica parola il contrario di accessibile, un termine informatico ormai diffuso, chiaro calco dall’inglese, che descrive la piena fruibilità di un sito o di un prodotto anche per chi ha qualche difficoltà fisica, ovvero l’accessibilità: “la capacità dei sistemi informatici, nelle forme e nei limiti consentiti dalle conoscenze tecnologiche, di erogare servizi e fornire informazioni fruibili, senza discriminazioni, anche da parte di coloro che a causa di disabilità necessitano di tecnologie assistive o configurazioni particolari”.
La definizione è tratta dalla cosiddetta Legge Stanca, che si può dire abbia ufficializzato la terminologia italiana sull’argomento, anche se non mi sembra che i principali dizionari abbiano ancora recepito le accezioni “informatiche” di accessibile e accessibilità.
Dando un’occhiata alla terminologia del software con opzioni pensate per chi ha disabilità, sviluppato in inglese e poi localizzato, si trova che nelle versioni italiane di Windows meno recenti, come pure nelle principali distribuzioni Linux, il termine accessibility (ad es. in Accessibility Options, Accessibility Wizard) è tradotto con accesso facilitato, una locuzione comprensibile anche da chi, soprattutto anni fa, poteva non avere ancora familiarità con il nuovo concetto di accessibilità. Può essere interessante notare che nella versione americana di Windows Vista il termine accessibility è stato sostituito da ease of access (più trasparente o addirittura più politicamente corretto?), mentre in italiano Windows 7 ha portato a un adeguamento alla terminologia ufficiale ed è stato quindi preferito accessibilità.
Per quel che riguarda Apple, mi pare che nei Mac si faccia riferimento a questo tipo di funzionalità con Universal Access / Accesso Universale e che nei dispositivi (iPad, iPhone ecc.) appaia invece anche il termine accessibility, in italiano accessibilità. Anche nei prodotti Adobe accessibility è accessibilità.
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PS Stesso articolo del Corriere, altro tipo di commenti: Il governo ne sa una più del modem.
Altre mie osservazioni su articoli del Corriere in Ristoranti in crowdsourcing e open source? e link correlati.
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Web2.0rhea
In “Blogorrhea” e “blogorrea” sono la stessa cosa? ipotizzavo che nella parola italiana blogorrea si notasse soprattutto il richiamo a logorrea mentre nell’inglese blogorrhea fosse più evidente il riferimento al suffisso –rrhea e relative connotazioni negative.
Mi sembra che questa interpretazione possa trovare conferma nel neologismo inglese Web2.0rhea, coniato per descrivere i contenuti, spesso non proprio eccelsi, generati dagli utenti nei social network. È ricorrente in The Register, da cui sono tratti questi esempi:
| ▄ | “Web2.0rhea infects International Space Station – A US astronaut has made a giant leap in social-networking history by sending the first tweet from space” [qui] |
| ▄ | “Gmail to get real |
Pur avendo una grafia particolare, destinata soprattutto alla comunicazione scritta, la parola Web2.0rhea non è comunque difficile da leggere, grazie alle convenzioni di pronuncia di 2.0 ("two point oh"): un’invenzione lessicale davvero efficace e divertente.
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Vedi anche: Lingua spedita, lingua tradita? (italiano, nuove tecnologie e social network).
significato Web 2.0
Internet e determinologizzazione
Pubblicità che continua a passare alla radio:
| Voce femminile: “Purtroppo da noi non c’è l’ADSL” | |
| Voce maschile: “Non hai Internet?!?” |
Ogni volta che sento questo riferimento a Internet penso al processo di determinologizzazione: un elemento lessicale che in origine aveva un significato fisso e specifico in un ambito specializzato entra nel linguaggio comune dove assume un significato più generico.
In origine il termine Internet indicava una rete mondiale di computer e reti interconnessi utilizzando un protocollo comune di comunicazione TCP/IP, quindi un concetto informatico ben preciso e lontano dal riferimento generico all’idea di “connettività” trasmessa dalla pubblicità.
Il concetto di determinologizzazione (de-terminologization) è stato introdotto in un articolo di I. Meyer e K. Mackintosh, When terms move into our everyday life: An overview of de-terminologization. Tra i vari esempi per l’inglese vengono citati anche virtual, recycle, anorexic, multitasking e viene spontaneo notare che anche in italiano e altre lingue si riscontrano gli stessi fenomeni per i termini equivalenti.
Vedi anche: post che parlano del processo opposto, la terminologizzazione, e Algoritmi nel quotidiano per un altro esempio di determinologizzazione.
Aggiornamento luglio 2010 – Un bell’esempio di determinologizzazione con slittamento di significato nel linguaggio della politica: Parole matematiche: teorema.
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Lingua spedita, lingua tradita?
Ho trovato molto interessante Lingua spedita, lingua tradita?, lo speciale del Portale Treccani sull’italiano usato in email, SMS, chat, social netwok, newsgroup e forum, dove, oltre ad analisi approfondite, vengono anche sfatati alcuni miti tanto cari ai giornalisti non solo nostrani: le nuove tecnologie e le nuove modalità di comunicazione non portano a un imbarbarimento della lingua!
Alcune caratteristiche dell’italiano usato in questi contesti riassunte da Vera Gheno in Newsgroup e forum di discussione: la lingua fa esperimenti:
| ▄ | anglismi (prestiti) di almeno quattro tipi: l’inglese informatico, quello specifico della comunicazione telematica (es. lurker, troll, spammer), talora quello relativo all’argomento di discussione e l’inglese tutto sommato superfluo, “di moda” |
| ▄ | dialetti, usati soprattutto per fini espressivi (ocio, bedda mia!) |
| ▄ | tachigrafie o brachigrafie, come gli acronimi (LOL ‘laughing out loud’, Pd’A ‘perfettamente d’accordo’, SUPF ‘sei un povero fesso’) e le contrazioni di parole (cmq ‘comunque’, thx ‘thanks’, nn ‘non’) |
| ▄ | maiuscole e allungamenti vocalici a mimare l’urlo (nonmelodireeEEee); onomatopee e fonosimboli riconducibili alla lingua dei fumetti come snip, rumore delle forbici che “tagliano” il messaggio citato (quotato),e sbam, tonfo dell’utente che metaforicamente cade dalla sedia per la sorpresa |
| ▄ | coprolalia, con esempi interessanti di autocensura quali effing ‘f*ing’, OMFG ‘oh my f*ing God’, porcoddue o caxxo” |
| ▄ | punteggiatura polarizzata sui segni di maggiore espressività, spesso presenti in accumuli (I?!!) |
| ▄ | uso delle emoticon, sia “verticali” che orizzontali, di provenienza orientale, che danno una chiave di lettura a posteriori, in parziale sostituzione della prosodia |
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Aggiornamento agosto 2010 – How the internet is changing language (BBC) propone alcune riflessioni sull’impatto della tecnologia sul lessico dell’inglese e dell’ucraino.
Alcuni post correlati:
| ▄ | Flessibilità dell’inglese: un- – neologismi inglesi con il prefisso un- nei social network e loro equivalenti italiani |
| ▄ | Solo 800 parole? – l’affermazione che gli adolescenti usino solo 800 parole non ha molto senso |
| ▄ | Clausole di riservatezza nei messaggi – ambiguità sintattiche e burocratese in alcuni email |
| ▄ | XOXO: baci e abbracci – saluti ed SMS |
| ▄ | Facebook e il Facebook – sempre più spesso il nome proprio Facebook è usato con l’articolo determinativo |
| ▄ | È cambiato lo stile del messaggi? – perplessità su un articolo che annuncia nuove modalità di scrivere gli email |
Folksourcing?
Il pesce d’aprile di The Guardian di quest’anno è del tutto focalizzato su Gordon Brown e la politica britannica ma ci sono comunque dettagli divertenti anche per chi segue solo da lontano gli eventi in UK, ad es. mi sono piaciuti il cosiddetto “effetto Putin” e i finti manifesti elettorali con riferimenti a film famosi.
Da un punto di vista linguistico, sono rimasta incuriosita dal termine folksourcing ("harness the power of internet folksourcing"), che non avevo mai visto prima e che sembra proprio un neologismo, infatti al momento ha pochissime occorrenze in rete. Dal contesto appare essere un sinonimo di crowdsourcing ma per chi, come me, non fa parte della cultura britannica è difficile cogliere le sfumature di significato che vogliono sicuramente essere conferite (ironia su chi si riempie la bocca con i termini più in voga e mischia folksonomy con crowdsourcing?). Sarà interessante vedere se e quando folksourcing entra in Urban Dictionary!
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Vedi anche: Pesce d’aprile in meno di 140 caratteri
Aggiornamento: divertente anche Google che cambia nome in Topeka e soprattutto Google Translate for animals, il traduttore automatico che “incoraggia maggiore interazione tra uomini e animali”, come mostrato qui.
Aggiornamento 2: da .mau. scopro altri scherzi divertenti, tra cui il “”problema” di Gmail con le vocali che mi ha subito fatto pensare al romanzo Ella Minnow Pea…
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-ese, il suffisso “che dà la parola”
Ho trovato interessante Lingua, linguacce e società, un articolo sul suffisso –ese e su come venga usato per creare nomi di linguaggi particolari, spesso con connotazioni ironiche o sarcastiche:
“…il suffisso -ese, tradizionalmente generatore di aggettivi e sostantivi indicanti appartenenza a realtà geografica o a entità linguistica, nazionalità, cittadinanza e simili (francese, calabrese, bolognese) si è spesso cucito addosso il grado semantico a volte scherzoso, a volte ironico, spesso polemico (se non perfino denigratorio), ricavato dall’-ese che ricalca l’-ais di franglais, per indicare un qualche linguaggio tipico di un settore della società, della politica, di una qualche disciplina o materia, di un qualche personaggio (di norma noto).”
[Treccani.it]
Tra i numerosi esempi di linguaggi tipici andrebbe aggiunto interpretese, il modo di parlare degli interpreti che Fiorello sa imitare alla perfezione. Ne ho ho letto divertita qualche giorno fa quando ho scoperto SSLMIT – fatti e misfatti (grazie Lorenza!), un blog gustosamente impietoso sull’università che ho frequentato anch’io.
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Vedi anche: itanglese (sinonimo di italiese), Clausole di riservatezza nei messaggi (esempi di burocratese) e Tendenze nella formazione di neologismi (meccanismi di formazione di nuove parole).





