Post con tag “lavoro terminologico”
Costi e benefici del lavoro terminologico
Chi si occupa di gestione della terminologia in ambito aziendale potrà trovare interessante Cost and effectiveness of terminology work, un articolo che riassume i risultati di uno studio condotto da tekom su un campione di 940 soci distribuiti tra industria (67%), produttori di software (15%) e fornitori di servizi di traduzione o documentazione tecnica (5%).
L’articolo sottolinea una questione nota: i vantaggi dei sistemi di gestione della terminologia sono ben chiari a chi ne fa uso ma non altrettanto ovvi a chi deve finanziarli, in particolare perché è complesso quantificare il ROI (“ritorno sull’investimento”).
In un intervento al Seminario COM&TEC La comunicazione multilingue di qualche mese fa avevo sintetizzato i principali benefici e punti deboli della gestione della terminologia nelle aziende in questi punti:
Non ricordo dove e da chi ho sentito dire “Managers don’t understand terminology”, ma è una citazione che fa sempre annuire chi, in questo ambito, si deve confrontare con persone sicuramente molto competenti in ambito gestionale e finanziario ma poco avvezze ad apprezzare problematiche linguistiche e di condivisione della conoscenza…
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Vedi anche: altri post con tag lavoro terminologico e/o database terminologici.
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Alternative a blog, chat, newsletter, spamming? – 2
Linguista non ha ancora commentato i risultati del concorso di cui ho parlato qui ma le traduzioni vincenti sono state anticipate da Osservatorio della lingua italiana:
| “A imporsi, fra le proposte di traduzione di blog, chat, newsletter, provider, spamming, i fervidi frutti della notoria fantasia italica. Digidiario, blabele, infolettera, telefornitore, digiluvio postale: queste, a nostro giudizio, le cinque migliori soluzioni prodotte dagli oltre seicento partecipanti” |
Sono curiosa di vedere quali saranno le motivazioni e i commenti alle proposte dei partecipanti [aggiornamento: i risultati in "La parola giusta", i vincitori. Tutta questione di ciberciarle], intanto torno sull’argomento perché tra i moltissimi contributi interessanti e creativi si potevano notare anche alcuni problemi tipici dei progetti terminologici in crowdsourcing o in altri formati aperti alle community (ad es. per raccogliere commenti e suggerimenti degli utenti sulla terminologia di software localizzato, come l’iniziativa Microsoft Terminology Community Forum).
Una caratteristica comune di questi progetti è l’entusiasmo e la disponibilità dei partecipanti e quindi spiace che, specialmente per questioni linguistiche che richiederebbero conoscenze specifiche che non tutti hanno, certe proposte non possano essere prese in considerazione. Conoscendo i potenziali problemi si può però cercare di prevenirli e supplire alla mancanza di competenze terminologiche, riducendo così i commenti non validi.
Prendo spunto da alcuni contributi al concorso di Linguista per fare qualche esempio e proporre alcuni suggerimenti (
):
| ▄ | Non sempre viene colta l’importanza del valore monosemico del termine e vengono proposte parole comuni già associate a concetti diversi da quello che si dovrebbe identificare in maniera univoca, senza considerare che in genere la terminologizzazione ha successo solo se viene subito associata a un nuovo concetto, difficilmente potrebbe imporsi anche in seguito. Alcuni esempi dal concorso: ricordino, novità, gazzella, lampo (newsletter); grasso, inquinante (spamming); ponte, porto (provider); discussione, campo, piazzale, salotto, linguaggio virtuale (chat); anima, posto, pozzo, piazza, deposito, foro, giornale, dizionario, globo, lavagna, bolla (blog), ecc. . |
| ▄ | Vari contributi mostrano che il concetto espresso dal termine inglese non è stato recepito correttamente o addirittura travisato del tutto, come si può vedere da permesso, dominio, pusher virtuale, cervellone addetto allo smistamento della posta, provvigione (provider); pettegolezzo, abbonamento di posta elettronica (newsletter); egocentrismo, (spamming), foro internautico (chat); autarchivio internautico, eternauta, webamici (blog). In alcuni casi i concetti non appaiano sufficientemente differenziati tra loro, come per la persona che ha proposto digispettegolezzo per blog e digichiacchiera per chat. . |
| ▄ | Ho notato che provider è stato interpretato da una parte dei partecipanti in base al significato generico che ha in inglese (“fornitore) e dall’altra al significato più specifico che in inglese è associato al concetto subordinato Internet Service Provider, con notevole confusione nei contributi. . |
| ▄ | Il concorso prevedeva solo sostantivi ma si trovano varie proposte che hanno una diversa funzione grammaticale, ad es. aggettivi come iperpersonale, opinionato (blog) e sgradito, nonvoluti, cestinabile, infestante, inquinante (spamming); verbi e forme verbali come te lo dico (blog), chiacchieriamo, blaterare, ci sei? (chat), pattumare, occhio è posta spazzatura, non aprirmi, vade retro, butto via (spamming), sai-mica-chi (newsletter). . |
| ▄ | In alcuni casi anziché termini vengono proposte unità polirematiche o descrizioni: quello di cui hai bisogno (provider); parlando di me, dibattito fra utenti di un gruppo (blog); conversazione in tempo reale fra utenti (chat); messaggi pubblicitari sgraditi su posta (spamming). . |
| ▄ | Capita di notare incongruenze di registro, spesso nei contributi di una stessa persona (ad es. scrivoparlo, provvedente e postaccia per chat, provider e spamming). |
Si potrebbero fare altre considerazioni sul formato e gli accorgimenti da adottare nella definizione di un progetto terminologico aperto a una community, come pure sul ruolo dell’eventuale moderatore, ma per oggi mi sono dilungata fin troppo: argomento per un prossimo post?
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iPad, “flick” e terminologizzazione
iPad è disponibile anche in Italia e così ho dato un’occhiata al manuale italiano per vedere se fosse stato risolto il problema terminologico di cui avevo parlato qualche mese fa (iPhone e iPod), però non ho notato novità né per pinch (esempi qui) né per un altro termine correlato, flick.
In inglese standard flick può indicare il movimento veloce, spesso ripetuto, che si fa con un pollice o soprattutto con l’indice per spostare o eliminare qualcosa di piccole dimensioni, ad es. delle briciole, una macchiolina o un insettino da una manica.
Nei dispositivi con touch screen, specialmente in ambito Apple, flick indica il gesto che si fa con un dito per far scorrere una pagina, per passare alla foto successiva di una raccolta, ecc. Nella documentazione italiana di iPhone e iPad, flick viene reso in vari modi, ad es. “dare un colpetto” (qui), “fare scorrere le dita”, “scorrere”, “scorrere le dita”, a volte anche nello stesso contesto in cui appare scroll, altro termine a cui viene associato il verbo italiano scorrere, e in alcuni casi si crea confusione (esempi qui, manuale italiano qui e inglese qui).
Ho pensato di parlarne perché pinch e flick mettono in evidenza un potenziale problema terminologico che, se non viene riconosciuto “a monte” nella lingua di partenza, può causare errori di localizzazione e incongruenze nelle lingue di arrivo.
Come pinch, anche flick è un esempio tipico di terminologizzazione, un meccanismo di formazione di neologismi semantici molto comune in ambito informatico: una parola del lessico generico acquista un nuovo significato e diventa un termine che rappresenta un concetto particolare in un ambito specifico (ne ho già parlato altre volte, ad es. qui, qui e qui).
Per chi si occupa di gestione della terminologia, è un processo linguistico molto interessante ma che può complicare il lavoro terminologico rivolto alla localizzazione:
| ▄ | Raramente i neologismi semantici vengono identificati dai sistemi di estrazione automatica della terminologia (term mining), proprio perché hanno la stessa forma linguistica di parole generiche. |
| ▄ | Spesso sfuggono anche all’estrazione manuale, ad es. da parte del team di sviluppo del prodotto, specialmente se chi se ne occupa lavora solo nella lingua di partenza e non ha particolari competenze terminologiche: difficile che i neologismi semantici vengano riconosciuti come termini. |
| ▄ | Possono avere un impatto imprevisto sul contenuto e sui sistemi concettuali descritti nel database terminologico. Esempio: se viene documentato il termine ribbon (elemento di interfaccia), va creata una scheda terminologica anche per il |
| ▄ | Se non identificati, questi termini possono creare incongruenze nella lingua d’arrivo, come nel caso di pinch e flick, e impedire che un concetto importante venga facilmente condiviso (ad es. se si vuole parlarne senza ambiguità), con potenziali conseguenze sull’esperienza dell’utente. |
È sicuramente superfluo dirlo ancora una volta, ma in tutti questi casi la collaborazione di chi localizza è davvero essenziale!
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Vedi anche: Internet e determinologizzazione, per il processo opposto.
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Patatine e triangolo semiotico
Oggi la striscia Pearls Before Swine gioca su una delle tante differenze lessicali tra inglese britannico e inglese americano, in questo caso tra patatine intese come patate fritte (chips in Europa e French fries in America) e come snack (crisps e potato chips):
Lo trovo un esempio divertente di un principio ben noto a chi si occupa di gestione della terminologia: a oggetti facilmente identificabili e concetti condivisi da tutti i parlanti (la differenza tra i tipi di patatine è ben chiara ai bambini occidentali anche molto piccoli) non sempre corrispondono segni linguistici univoci (le parole), ad es. in altre aree anglofone, mi pare l’Australia, chip indica entrambe le preparazioni e anche in italiano è il contesto a chiarire cosa si intenda con patatine.
Nei corsi introduttivi di terminologia, le relazioni tra oggetti, concetti e parole vengono spiegate rappresentandole con il triangolo semiotico: semplificando al massimo, la mente umana raggruppa gli oggetti (concreti e
astratti) in base alle proprietà che condividono e assegna loro un’immagine mentale, il concetto, che a sua volta viene rappresentato da un segno (parola, simbolo, icona, ecc.), nel nostro caso il termine. Nel triangolo semiotico il collegamento tra il segno e l’oggetto viene espresso da una linea tratteggiata proprio perché le parole non denotano direttamente l’oggetto ma sono una convenzione, un’etichetta, come ben dimostra l’esempio delle patatine. L’ovvia conclusione è che nel lavoro terminologico è molto importante un approccio orientato al concetto, specialmente in ambito multilingue.
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Vedi anche:
| ▄ | Tasti di scelta (rapida) per esempi di “etichette” diverse per lo stesso concetto e Domande sulle risposte (specialmente il commento finale) per altri esempi di “etichette” usate in maniera a volte arbitraria |
| ▄ | Concetti e termini: un esempio da Office per Mac per un esempio di scelte terminologiche orientate al concetto |
| ▄ | Scelte terminologiche: ringare, Rrrring! e trillo per possibili strategie quando non c’è corrispondenza tra termini in lingue diverse |
| ▄ | Infine, per sorridere un po’, altri esempi da Pearls Before Swine in XOXO: baci e abbracci, Nomi delle lettere in inglese e dyeing Easter eggs |
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Un nuovo blog: BIK Terminology
Mi fa molto piacere che Barbara Inge Karsch abbia deciso di condividere le sue riflessioni su terminologia e lavoro terminologico con un nuovo blog, BIK Terminology.
Conosco Barbara molto bene perché a lungo abbiamo fatto parte dello stesso team in Microsoft, lei come terminologa tedesca e terminology researcher per l’inglese e io come terminologa italiana. Lavorare con Barbara è sempre stato un grande piacere: poche persone possono vantare la sua competenza nel campo della gestione della terminologia e la sua abilità nel fare formazione e chiarire concetti che altrimenti risulterebbero ostici a chi non ha una preparazione linguistica specifica. Non a caso mi è piaciuta molto la nota sulla soluzione dei rompicapi terminologici nella descrizione del blog!
Nel post What is a term? Barbara spiega cosa si intende per termine e dà indicazioni pratiche sul contenuto di un database terminologico per il supporto alla localizzazione, chiarendo che non è proficuo documentare simboli, stringhe di testo, nomi fittizi ed esempi, specialmente se sono già classificati o archiviati altrove (ad es. nelle memorie di traduzione), se non possono essere definiti (come i messaggi di errore o altro testo ricorrente) o se non vale la pena standardizzarli (come gli esempi, che possono richiedere adattamenti diversi in base al contesto).
Sicuramente un blog da seguire: benvenuta Barbara!
Si…
System tray e incongruenze terminologiche
In Italian Localization problem n. 1 – System tray, Roberto Savelli evidenzia un problema terminologico non così raro, quello dei termini il cui significato nella lingua di partenza appare chiaro ma per i quali non sembrerebbe esserci un termine consolidato nella lingua di arrivo.
L’esempio riguarda system tray, che in inglese identifica l’area inferiore destra del desktop di Windows dove appaiono notifiche e indicazioni di stato.
L’ho trovato uno spunto molto interessante e ne approfitto per aggiungere qualche commento sulle incongruenze terminologiche nella localizzazione, pensando soprattutto a studenti di traduzione o a chi non ha ancora molta familiarità con questa attività.
Le linee guida sull’ambiente Windows chiariscono che system tray, come pure il meno frequente status area, sono termini da evitare in favore di notification area.
È un tipico esempio di un singolo concetto che ha tre diverse realizzazioni lessicali; in un database terminologico orientato al concetto, i tre termini possono essere rappresentati evidenziando quello da privilegiare e documentando quelli non ammessi od obsoleti, ad es. system tray e status area, con indicazioni d’uso per gli interventi nelle varie fasi del ciclo di vita del prodotto, sia nella lingua di partenza che in quelle di arrivo, dove si può ricorrere a un unico termine associato a tutte le occorrenze della lingua di partenza e risolvere così le incongruenze originali.
Roberto osserva che in Windows 7 e Windows Vista italiani il concetto rappresentato da system tray è reso da area di notifica, a sua volta associato anche a notification area (termine standard), ma nota che nelle stringhe di altri prodotti Microsoft meno recenti si trova anche system tray → barra delle applicazioni. L’incongruenza potrebbe essere dovuta a un banale errore, alla mancanza, a suo tempo, dell’informazione che in inglese system tray = notification area, a uno slittamento di significato intercorso nel frattempo (in origine tray indicava l’intera fascia inferiore del desktop, poi chiamata taskbar in inglese), ma potrebbe anche darsi che si sia volutamente optato per l’iperonimo (taskbar → barra delle applicazioni) se il contesto originale indicava che era sufficiente un riferimento più generico: è un’opzione terminologica non molto diffusa ma accettabile se ben motivata (vedi esempio di scan → digitalizzare).
Le mie sono solo supposizioni, non posso infatti sapere se system tray → barra delle applicazioni sia una scelta consapevole o meno, è certo però che in molti altri casi si notano incongruenze terminologiche palesi e non giustificabili, anche se meno frequentemente di tempo fa, e ci si domanda come siano potute sfuggire, visto che da anni si ricorre a sistemi di gestione della terminologia avanzati, a strumenti per la verifica della coerenza terminologica, e a processi di lavoro ben definiti che dovrebbero evitare questi problemi. Entrano però in gioco altri fattori, ad esempio:
| ▄ | Fase di sviluppo L’ambito aziendale è estremamente complesso e a uno stesso prodotto possono lavorare centinaia di persone, non sempre abituate a ragionare in termini linguistici e magari con percezioni diverse dei concetti e dei termini associati: basti pensare all’esempio estremo della terminologia che descrive i tasti di scelta oppure, per rimanere in tema, al termine inglese taskbar, che può indicare sia l’intera fascia inferiore del desktop che la porzione con le icone delle applicazioni, come in questi due esempi (descrizione al passaggio del mouse): |
| È chiaro che le incongruenze nella lingua di partenza, se non risolte, possono moltiplicarsi in quelle di arrivo. Roberto fa bene a ricordare che eventuali problemi nel materiale di origine andrebbero segnalati agli autori. | |
| ▄ | Fase di localizzazione Non sempre è possibile identificare e documentare tutta la terminologia di un prodotto nella fase di sviluppo; quella “sfuggita” andrebbe evidenziata durante la localizzazione, in modo che si possano definire i concetti eliminando possibili ambiguità. Eppure, nonostante processi ben definiti per la gestione della terminologia, non sempre chi localizza dà il suo apporto (mancanza di tempo? scarsa familiarità con procedure e flussi di lavoro? difficoltà a individuare concetti e terminologia correlata?) e quando si scopre il problema può essere troppo tardi per risolverlo. |
| ▄ | Fase post rilascio Le modifiche terminologiche per le versioni successive di un prodotto sono soggette a valutazione e si evitano cambiamenti costosi se si ritiene che l’impatto delle incongruenze sull’esperienza dell’utente sia minimo*, come immagino potrebbe essere per system tray → barra delle applicazioni, decidendo quindi di non correggere tutte le occorrenze nelle stringhe riciclate (anche se molto visibili nei risultati di ricerche terminologiche, potrebbero invece essere marginali nel prodotto e non essere mai incontrate dalla maggioranza degli utenti, ad es. se appaiono in messaggi di errore poco frequenti). In questo scenario, è chiara l’importanza di individuare e definire la terminologia il prima possibile nel ciclo di vita del prodotto per evitare, in seguito, inutili complicazioni. * un esempio incongruenze che hanno un basso impatto sull’utente potrebbero essere le varie traduzioni italiane di incorrect password, che nel software di produttori diversi diventa password errata, password non corretta e password sbagliata, a volte nello stesso contesto (o addirittura password incorretta, un vecchissimo esempio che ho sentito fare anche recentemente e che trovo sicuramente valido da un punto di vista linguistico/accademico ma poco rilevante dal punto di vista dell’utente e relativa curva di apprendimento: per quanto orribile, incorretto non crea problemi di comprensione). Ben altro impatto avrebbero invece incongruenze nella traduzione di form con maschera, modulo e form (molti esempi in rete) perché sarebbe difficile capire se fanno riferimento allo stesso concetto. |
Conclusioni alla fine di questo lunghissimo post? Nessuna in particolare, se non quella, credo ovvia, che per una riuscita soddisfacente del lavoro terminologico è importante la collaborazione attiva da parte di chi localizza (anche se non coinvolto direttamente nella gestione della terminologia), da cui ci si aspetta la capacità di riconoscere e analizzare eventuali problemi e quindi proporre soluzioni.
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“Kluge” ed errori nei database terminologici
Scientific American cita un libro sulla mente umana con un titolo insolito, Kluge*, che sulla copertina è seguito da un asterisco che rimanda a una nota con il significato della parola: “una soluzione maldestra o poco elegante ma sorprendentemente efficace”, ovvero una metafora per alcuni espedienti del nostro cervello che funzionano anche se non sono particolarmente logici o efficienti, come la gestione del linguaggio.
In ambito informatico il termine gergale kluge e la sua grafia alternativa kludge possono descrivere un “programma che, pur svolgendo il suo compito, è stato scritto in fretta o composto di parti poco omogenee e risulta quindi mal progettato”.
Questo concetto mi ricorda un errore notato in un database terminologico multilingue, vistoso perché ripetuto nelle schede di varie lingue a cui mancava un equivalente diretto per kludge, cosicché in ciascun campo del termine era stata invece inserita una descrizione, simile alle spiegazioni tra virgolette dei capoversi precedenti.
Temo si tratti di un errore non poi così raro nei database terminologici orientati al concetto e imputabile a scarsa familiarità con la struttura del database e con il significato e l’uso dei relativi campi, come pure a un approccio semasiologico che porta a riprodurre quanto trovato in dizionari o glossari tradizionali anziché lavorare partendo dal concetto.
Ricorrere a una descrizione è infatti un’opzione accettabile in un dizionario bilingue ma
non è un espediente ammesso per il campo del termine di una scheda terminologica, specialmente se il database è usato a supporto di sistemi di traduzione assistita, di traduzione automatica e di gestione della conoscenza: va sempre trovata una soluzione terminologica o, se necessario, più di una (ad esempio, si potrebbe ricorrere al prestito e a una o più “traduzioni”), differenziando ciascun termine in base al dominio, al contesto, al prodotto e/o altre classificazioni previste dal database e processabili anche dai sistemi che ne utilizzano i dati, e aggiungendo note d’uso descrittive negli appositi campi.
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* Il titolo della traduzione italiana del libro è Kluge. L’ingegneria approssimativa della mente umana: viene mantenuto il riferimento inglese ma, per spiegarlo, nelle pagine iniziali viene proposta la parola “accrocchio” come traduzione letterale.
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Vedi anche:
| ▄ | Concetti e termini: un esempio da Office per Mac, per una rappresentazione grafica di un concetto con un diverso numero di realizzazioni lessicali in lingue diverse (nell’esempio, due in inglese e una in italiano) |
| ▄ | Scelte terminologiche: ringare, Rrring! e trillo, per esempi di opzioni disponibili quando manca un termine equivalente nella lingua di arrivo |
| ▄ | Effetto mouseover: la “serrandina”, per un esempio di scelte terminologiche diverse in base a contesti di uso diversi |
| ▄ | Silenzio… the server is quiesced e Domande sulle risposte… per alcune note sui dizionari e loro usi per le ricerche terminologiche |
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Ciaspole, ciaspe, racchette da neve… e racchettoni
Mi piace molto la montagna d’inverno e così non potevo non notare la recente bella campagna pubblicitaria della Regione Piemonte. A ogni foto di un’attività sulla neve è associata una definizione spiritosa, ad esempio:
| fuoripista, s.f. in piemontese è quella strada sulla neve che ciascuno ha la libertà di tracciare a piacere con un tratto continuo, a serpentina o anche a salti. | |
| sci, s.m. parola piemontese, caratteristica delle valli, indica la via maestra per godersi la montagna d’inverno. | |
| racchettoni, s.m. parola piemontese, indica uno dei passatempi preferiti di chi ha il pallino della neve. |
Per i dettagli e le offerte viene dato l’indirizzo www.piemonteitalia.eu.
Se però si prova a cercare racchettoni nel sito, non si ottiene alcuna informazione. Nessun risultato neanche per ciaspole*, il nome sempre più diffuso per descrivere questa attività: nelle pagine del sito si parla solo di racchette da neve, il termine dell’italiano standard.
Direi che è un esempio tipico dell’importanza della gestione della terminologia all’interno di un’azienda, non solo in ambito multilingue ma anche monolingue. Se tutti i team impegnati in un progetto, in questo ipotetico caso chi scrive la documentazione, chi crea la campagna pubblicitaria e chi si occupa del marketing, usufruissero di un sistema di gestione della conoscenza aziendale che permettesse di verificare immediatamente (clic del mouse) le voci di un database terminologico, potrebbero vedere che racchettone rappresenta il concetto “attrezzo costituito da un’intelaiatura che si fissa sotto lo scarpone per camminare nella neve fresca senza sprofondare” a cui sono associati anche altri termini, per ciascuno dei quali possono essere specificate modalità e note d’uso:
| ▄ | racchetta da neve potrebbe essere indicato come il termine preferito nella documentazione ufficiale; |
| ▄ | ciaspola potrebbe essere classificato come sinonimo regionale o colloquiale ammesso se nel testo viene indicato che ha lo stesso significato di racchetta da neve; potrebbe inoltre esserci l’indicazione che vada sempre aggiunto come parola chiave in tutte le pagine web sull’argomento, in modo che anche i documenti che non contengono ciaspola nel testo appaiano comunque nei risultati di eventuali ricerche all’interno del sito; |
| ▄ | racchettone potrebbe essere indicato come termine sconsigliato e consentito solo in contesti particolari, ad es. la campagna pubblicitaria che gioca con l’idea del pallino, e come parola chiave per l’ottimizzazione delle ricerche; |
| ▄ | ciaspa potrebbe apparire come variante regionale obsoleta da evitare. [aggiornamento: stesso approccio per ciastra, variante piemontese segnalata nei commenti, e craspa, sentita dalle parti di San Martino di Castrozza] |
I benefici sulla comunicazione aziendale di un processo di questo tipo sono chiari: maggiore standardizzazione e quindi semplificazione e riduzione delle ambiguità, migliore condivisione delle conoscenze sia internamente all’azienda che esternamente tra gli utenti e, in ambito plurilingue, traduzioni più accurate. Ovviamente, è fondamentale che tutti i team in azienda e i loro collaboratori esterni usino il sistema correttamente, ma questa è un’altra storia…
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Vedi anche: Database terminologici, per alcuni cenni sulla gestione della terminologia orientata al concetto, e Neologismo: snowshoe spamming, per un riferimento “informatico” alle ciaspole. …
* Immagino che la voce ladina ciaspola, inizialmente nota solo al settentrione ma ora molto usata anche dai media nazionali, nel tempo sia destinata a soppiantare racchetta da neve per la maggiore brevità, per il valore monosemico e perché ne sono già derivati il verbo ciaspolare e il sostantivo ciaspolata; racchettone invece rimane, almeno per me, esclusivamente associato al gioco che si fa in spiaggia d’estate.
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effetto mouseover: la “serrandina”
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Luisa Carrada nel blog del mestiere di scrivere ha usato un nome molto efficace, “serrandina”, per identificare un effetto usato in siti come The Guardian: è il breve testo descrittivo associato ad alcuni titoli e visualizzabile facendo passare il puntatore del mouse sopra ai titoli stessi.
Si tratta di un effetto mouseover (evento mouseover da un punto di vista più di programmazione): quando il puntatore del mouse passa sopra un elemento, questo cambia aspetto, ad es. un pulsante diventa di un altro colore,
un’immagine o del testo vengono visualizzati in una finestrella popup, appare un URL sulla barra di stato, ecc. Un esempio tipico e noto a tutti: le descrizioni dei comandi sulle barre degli strumenti (tooltip).
In inglese la “serrandina” è un tipo di mouseover dropdown (è un effetto che appare “a discesa”); non so se esista un termine specifico ma immagino si possa chiamare mouseover dropdown box o mouseover dropdown text.
E in italiano? In un contesto sulla comunicazione, come nel blog del mestiere di scrivere, “serrandina” è perfetto. In istruzioni o materiale di riferimento, dove ci si aspetta terminologia meno informale, andrebbero invece fatte altre considerazioni. Se dovessi proporre un termine, innanzitutto analizzerei il concetto e il relativo sistema concettuale originale (ad es. gli altri concetti subordinati a mouseover dropdown, come mouseover dropdown menu, e i concetti correlati relativi ad altri eventi del mouse, tipo mouseclick), poi, dopo aver verificato l’uso del termine all’interno del prodotto, stabilirei se altrove è diffuso e già standardizzato oppure se esistono alternative in contesti di utilizzo diversi, quindi, se necessario, farei alcune valutazioni in base al tipo di utente finale, ad esempio:
| ▄ | se è un utente generico a cui si vuole illustrare la funzionalità del sito Web, si potrebbe optare per una descrizione come testo a discesa che appare al passaggio del mouse; è una soluzione lunga e non identifica il concetto con un termine univoco ma è accettabile se è l’unica occorrenza: ha il vantaggio di essere esplicita e non costringe l’utente a imparare nuovi termini |
| ▄ | se si tratta di un utente con competenze tecniche si potrebbe proporre invece testo a discesa con mouseover (sottinteso “effetto” e/o “evento”); è utile mantenere il riferimento all’inglese mouseover se fa parte del codice che definisce l’evento |
In entrambi i casi opterei per testo per il tipo di effetto, anche se è molto generico, perché nelle interfacce grafiche descrizioni più specifiche come casella o riquadro sono già associate a concetti ben definiti, ad es. casella di testo corrisponde all’inglese textbox e implicherebbe l’inserimento di testo da parte dell’utente, invece non previsto qui: ecco sottolineata l’importanza dell’analisi del sistema concettuale, che identifica l’esistenza del concetto coordinato mouseover dropdown textbox e aiuta ad evitare incongruenze ed errori terminologici.
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Vedi anche: border / boundary / edge / perimeter network per alcuni esempi di relazioni tra concetti (subordinati, coordinati, correlati).
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Facebook e il Facebook
Mi sembra di sentire usare sempre più spesso l’articolo determinativo davanti a Facebook, ad es. nei programmi radio che invitano a visitare la propria pagina nel social network.
Per capire se certe considerazioni sull’uso della lingua sono solo impressioni personali oppure se si tratta effettivamente di una tendenza in atto, può essere utile la ricerca per intervalli di date in Google, un metodo empirico e non sempre del tutto accurato ma veloce e sufficientemente indicativo per chi non ha bisogno di dati scientifici.
Ad esempio, se si confronta il numero di occorrenze di “su Facebook” e “sul Facebook” (pagine in italiano, escludendo facebook.com dalla ricerca) si può vedere che, sul totale delle due forme, la percentuale di occorrenze con la preposizione articolata è decisamente aumentata nel 2009 rispetto agli anni precedenti.
In italiano Facebook, senza articolo, denota ovviamente il nome del social network ma, se preceduto da un aggettivo possessivo o da un articolo, per metonimia ormai indica anche uno specifico account o profilo (o una pagina per gli account aziendali). Una veloce ricerca mostra, ad esempio, che “il mio Facebook” è molto diffuso e ricorre sempre più frequentemente di “il mio profilo su Facebook”, che invece è il tipo di descrizione che appare nella documentazione del social network (presumibilmente il produttore vorrà evitare l’indebolimento del marchio che si può avere quando un nome proprio viene trasformato in comune e, non a caso, all’accesso si viene salutati con Benvenuto su Facebook):
Per quanto rudimentale e non sempre preciso, questo tipo di valutazione diacronica fatta con i motori di ricerca può aiutare a operare scelte terminologiche in presenza di più sinonimi perché dà indicazioni utili sull’evoluzione dell’uso di una parola nel tempo, come nel caso di scannerizzare.
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Vedi anche: Marchionimi e terminologia, sulla formazione dei nomi commerciali, e Ricerca terminologica e verifiche con Google, per altri esempi di come usare un motore di ricerca nel lavoro terminologico.
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PS Un grazie ad Alfredo Maldonado Guerra per tutti gli scambi di idee su questo tipo di ricerca.
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scansionare, scansire, scandire, scannerizzare…
Ho seguito le notizie sull’introduzione dei body scanner negli aeroporti con interesse perché danno un esempio efficace di quelli che io chiamo assestamenti terminologici.
Negli anni scorsi si è discusso molto su quale dovesse essere il verbo italiano per descrivere l’acquisizione di immagini con uno scanner, ovvero la traduzione dell’inglese scan: quale calco preferire tra scandire, scansire, scannerare, scannerizzare, scansionare o scannare? Nel 2004 l’Accademia della Crusca in un intervento molto citato suggeriva massima libertà di scelta, senza però convincere i frequentatori del forum, l’autore della voce di Wikipedia e molti altri che argomentavano a favore di un termine o dell’altro.
A distanza di qualche anno, il dibattito sui body scanner conferma che scannerizzare sta diventando nettamente prevalente nel linguaggio non specializzato e che la frequenza degli altri sinonimi è molto diminuita. [Aggiornamento: qui ho aggiunto alcune ipotesi sul perché il verbo scannerizzare si stia affermando sulle altre opzioni lessicali che immagino siano destinate a una lenta scomparsa]
Interessante notare che scannerizzare non è invece entrato nel linguaggio tecnico “ufficiale”: nella loro documentazione, i principali produttori di scanner privilegiano infatti la locuzione eseguire la scansione, una scelta condivisa anche da molti produttori di software, che, se viene specificato l’oggetto della scansione, ricorrono anche ad acquisire e digitalizzare (ad es. acquisire un’immagine, immagine digitalizzata).
A questo proposito, vorrei aggiungere una nota sul lavoro terminologico nell’ambito della localizzazione e sull’obiezione che digitalizzare descrive un concetto più generico e quindi non è del tutto adeguato: ci sono situazioni particolari in cui, nel trasferire un concetto da una lingua all’altra, può avere senso optare per un iperonimo, ad esempio quando nella lingua di arrivo coesistono diversi sinonimi e non è possibile prevedere quale prevarrà (le diverse “traduzioni” italiane di scan e scanned che proliferavano 10-15 anni fa sono un esempio tipico). In questi casi, peraltro limitati, il terminologo analizza i contesti d’uso per assicurarsi che l’iperonimo non crei ambiguità e può fare test di comprensibilità sugli utenti finali per valutare l’eventuale impatto sulla loro curva di apprendimento: nel caso di scan, anch’io a suo tempo avevo avuto la conferma che digitalizzare un’immagine veniva interpretato correttamente (“convertirla in formato digitale”) mentre i vari scandire, scansire, scannerare, ecc. suscitavano non poche perplessità tra i destinatari dei prodotti. Ecco quindi che può essere giustificato ricorrere a una soluzione relativamente generica se comunque consente di comunicare adeguatamente concetti e istruzioni (come in questo esempio della documentazione di Adobe Photoshop, originale qui) e di evitare di scegliere tra termini non ancora assestati che potrebbero diventare presto obsoleti e quindi confondere l’utente.
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Vedi anche: 10 anni della parola blog, per un altro esempio di proliferazione iniziale di sinonimi poi destinati a scomparire; Se non c’è la sfera di cristallo…, per un esempio di scelte terminologiche che possono entrare in conflitto con situazioni future non prevedibili; Attenzione alle spalle…, su possibili valutazioni linguistiche quando si introduce un nuovo concetto per cui non esiste ancora un termine nella lingua di arrivo; Ricerca terminologica e verifiche con Google, per valutare le opzioni terminologiche già esistenti.
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Terminologia giuridica – Atti Realiter 2009
Sempre a proposito della giornata scientifica Realiter 2009, Terminologia e plurilinguismo nell’economia internazionale, avevo trovato molto interessante anche Le peculiarità del linguaggio giuridico. Problemi e prospettive nel contesto multilingue europeo di Maria Teresa Sagri, che aveva evidenziato le complessità, anche linguistiche, nel disciplinare in maniera uniforme l’attività normativa dell’UE: gli ordinamenti nazionali sono fortemente ancorati nel contesto storico-sociale a cui appartengono e non sempre convivono facilmente con norme di origine comunitaria.
L’impatto sulla terminologia del diritto comunitario è notevole, si registra ad esempio:
| ▄ | genericità terminologica (molta iperonimia) dovuta alla difficoltà di trasposizione tra le diverse lingue, con conseguente ambiguità giuridica e recepimento complesso nei singoli ordinamenti; |
| ▄ | “colonizzazione” da parte di termini ed espressioni comunitarie che entrano nelle tassonomie nazionali (ad es. moneta unica, sussidiarietà, libro bianco); |
| ▄ | neologismi semantici (ad es. persona legale da legal person); |
| ▄ | neologismi combinatori (ad es. danno ambientale dove danno è usato con accezione civilistica e non penalistica); |
| ▄ | mancata uniformità linguistica (ad es. coesistono recesso, risoluzione e rinuncia, oppure biologico ed ecologico). |
In questa situazione non sono rari gli errori terminologici che possono a loro volta causare problemi giuridici. Ecco quindi che si ricorre sempre più all’informatica giuridica per creare strumenti linguistici di controllo e soprattutto si sta lavorando a un approccio con ontologie formali che rappresentino le conoscenze giuridiche codificandole in base alle loro proprietà, svincolate dai linguaggi naturali, per consentire una comparazione più scientifica dei diversi sistemi giuridici e una migliore valutazione dell’effettivo livello di equivalenza linguistica, come descritto in dettaglio nel testo dell’intervento.
Terminologia e plurilinguismo – Atti Realiter 2009
Sono stati pubblicati gli atti della giornata scientifica Realiter 2009 dedicata a Terminologia e plurilinguismo nell’economia internazionale.
Strategie traduttive e non-traduttive nella comunicazione al pubblico dei prodotti mass-market è l’intervento di Andrea di Gregorio di cui avevo già parlato in Marketing plurilingue: tradurre o non tradurre?
Per applicazioni pratiche ed esempi di lavoro terminologico, si possono ricavare informazioni molto utili da Un glossario terminologico IT/ES nel Settore Bancario (Franco Bertaccini e Claudia Lecci) e Il Centro regionale di documentazione scientifica della Lombardia (Elisabetta Oliveri e Antonella Folino).
Interessante anche L’attività terminologica e le dinamiche dei cambiamenti sociolinguistici di Giuseppe G. Castorina, in cui viene sottolineata l’importanza, in un contesto europeo, di ricorrere a terminologia i cui elementi compositivi siano condivisi da un maggior numero possibile di lingue e culture, ovvero di recuperare elementi lessicali che costituiscano un europese per la comunicazione nell’ambito dell’UE, con un registro linguistico universale. L’intervento è ricchissimo di esempi di terminologia tecnico-scientifica, specialmente in campo medico, finanziario e informatico (c’è anche briefcase) e include molti riferimenti all’eponimia. Viene inoltre fatta la proposta di inserire nelle schede terminologiche dati e indicatori che consentano di valutare, tra i termini esistenti, quelli più trasparenti e più comprensibili a livello europeo e internazionale:
| ▄ | Indice di Diffusione Europea (IDE), il numero di lingue dell’UE in cui il termine presenta variazioni minime e non rilevanti ai fini della comprensione. |
| ▄ | Indice di Diffusione Internazionale (IDI). |
| ▄ | Indice di Trasparenza e Comprensibilità Internazionale (ITCI), valutabile in base alla presenza, tra le componenti dei termini, di confissi, elementi, affissi che appartengono a eurofamiglie lessicali; al numero di occorrenze nella rete e in repertori lessicali quali la Academic Word List; alla diffusione internazionale dei processi di creazione dei termini. |
È un approccio sicuramente condivisibile in teoria ma non sempre fattibile in pratica, come dimostrano gli innumerevoli prestiti in campo tecnologico, spesso entrati nella lingua attraverso i cosiddetti early adopter, prima quindi che eventuali terminologi possano intervenire proponendo neologismi più ragionati da un punto di vista linguistico ma che non rispecchiano l’uso effettivo nella lingua. Castorina, ad esempio, suggerisce accesso di servizio come possibile alternativa per backdoor ma questa soluzione, oltre ad essere fuorviante (backdoor identifica un metodo di accesso alternativo e non autorizzato a un programma o a un sistema di sicurezza) non recepisce che backdoor in inglese è un neologismo semantico, ovvero viene conferito un nuovo significato a una parola comune (“porta sul retro” con il significato di “segreto, non dichiarato” quando usato in forma aggettivale), ma non sempre le metafore su cui sono formati molti neologismi semantici sono riproducibili allo stesso modo in tutte le lingue, neanche se hanno basi lessicali comuni: basti pensare a ribbon, nudge, cookie. Nel caso specifico di backdoor, il prestito ha inoltre il vantaggio di essere breve e facilmente memorizzabile e di identificare in modo univoco un concetto specifico, caratteristiche difficilmente associabili a un termine più “internazionale” e trasparente, ma generico, come un eventuale accesso non autorizzato.
“pinch” non è solo pizzicare
Nei dispositivi con touch screen i comandi più comuni vengono eseguiti con movimenti specifici dello stilo, delle dita o delle mani.
Nell’iPhone, nell’iPod e nei Tablet PC con Windows 7, come pure in alcuni touchpad, ci sono due gesti associati alla visualizzazione di oggetti grazie ai quali immagini, pagine e documenti si possono rimpicciolire o ingrandire rispetto alle dimensioni dello schermo: si usano il pollice e l’indice che vengono avvicinati o allontanati l’uno dall’altro.
Questi gesti sono stati introdotti da Apple e poi adottati anche in dispositivi di altri produttori, con la stessa terminologia, perlomeno prima che Apple brevettasse le funzionalità legate al multi-touch. È interessante notare che in inglese viene usato un unico termine, pinch, per descrivere il concetto sovraordinato “gesto in cui due dita si muovono in direzioni opposte”, senza dare un nome individuale a ciascuno dei due diversi movimenti delle dita,
per ingrandire e
per ridurre le dimensioni:
“When viewing photos, webpages, email, or maps, you can zoom in and out. Pinch your fingers together or apart.” – Apple iPhone User Guide
“The new “Pinch” gesture functionality translates multi-finger input (two fingers moving apart or together on a TouchPad) and performs zoom-in and zoom-out capability in a variety of popular applications.” – Synaptics
Il termine inglese pinch, letteralmente “pizzicare” o “pizzicotto”, è un tipico esempio di terminologizzazione. Forse non è del tutto intuitivo se associato all’azione di separare le dita, tanto che alcuni produttori hanno deciso di distinguere tra pinch (dita che si avvicinano) e stretch o spread (dita che si allontanano)*.
Nella localizzazione potrebbe essere necessario discostarsi dalla terminologia originale e trovare soluzioni alternative che rappresentino il concetto senza ambiguità. Nella documentazione italiana Apple (iPhone e iPod), però, pinch non è trattato come un termine ma come una parola generica, tradotta in varie maniere: pizzicare, allontanare e avvicinare le dita, aprire e chiudere le dita, utilizzare il movimento delle dita (esempi specifici qui). La comprensione dell’utente è quindi affidata alle immagini descrittive piuttosto che a un nome che “etichetti” in maniera univoca il concetto.
[Aggiornamento maggio 2010: anche nella documentazione italiana di iPad stesse incongruenze nella traduzione di pinch, a cui si aggiunge comprimere, come si può vedere in alcuni esempi qui]
In Windows 7 esistono gli stessi concetti ma sono stati scelti termini che descrivono i comandi anziché i gesti che li simboleggiano, riproponendo terminologia usata in contesti tradizionali: in inglese zoom identifica così il concetto sovraordinato, zoom out indica il movimento
per ingrandire l’immagine e zoom in il movimento
per ridurla. In italiano i termini corrispondenti sono zoom, (fare) zoom indietro e (fare) zoom avanti.
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* Aggiornamento 10/12/2009: un servizio del quotidiano La Stampa per l’iPhone sembra dare per scontato che i lettori capiscano il significato di pizzicare inteso come dita che vengono separate anziché avvicinate: “se il testo è troppo piccolo, basta pizzicare il display con due dita per ingrandirlo”.
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Vedi anche: iPad, "flick" e terminologizzazione per un altro esempio di gesto non riconosciuto come termine specifico.
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Se non c’è la sfera di cristallo…
Mi è piaciuto molto quello che ha scritto Mara in Tradurre le serie, sulle scelte di traduzione che rischiano di entrare in conflitto con situazioni future non prevedibili.
È un problema che si può presentare anche nella localizzazione del software, ad es. quando nella lingua di arrivo non esiste un termine equivalente oppure c’è ma è improponibile perché ha connotazioni indesiderate o non è adatto al registro o al contesto. In questi casi si ricorre a soluzioni ad hoc (un esempio qui) e si spera sempre che nelle versioni successive non vengano introdotti nuovi concetti per i quali sarebbe più appropriato il termine già “preso”. È infatti sempre difficile cambiare la terminologia consolidata: risulterebbe costoso e soprattutto creerebbe confusione agli utenti.
Un esempio tipico è il termine Wizard nei prodotti Microsoft (1991). Varie lingue europee avevano deciso di optare per l’equivalente di “assistente” perché una traduzione letterale sarebbe stata fuori luogo. Non avevano però potuto
prevedere che qualche anno più tardi Office 97 avrebbe introdotto il concetto di Assistant (un personaggio animato interattivo che proponeva argomenti della Guida) e sarebbero state
costrette a usare soluzioni alternative, ad es. per lo spagnolo Wizard=Asistente ma Assistant=Ayudante e per il francese Wizard=Assistant ma Assistant=Compagnon, oppure per il tedesco lo stesso termine, Assistent, per entrambi i concetti.
Una potenziale complicazione si era aggiunta in seguito, specialmente per il francese, con l’arrivo del termine Search Companion, l’interfaccia di ricerca di Windows XP in cui un cagnolino guidava gli utenti con alcune domande. Interessante notare come la strategia di localizzazione più comune in questo caso non era stata quella di cercare un nuovo termine distintivo ma di associare la nuova funzionalità a un concetto già esistente con cui gli utenti avessero già familiarità.
Nella tabella qui sotto sono riassunte alcune di queste scelte e si può vedere che alcune lingue avevano pensato a Search Companion come a una specie di “Assistant” e altre invece come a un “Wizard”, tra cui l’italiano che aveva optato per Ricerca guidata:
In conclusione: a volte servirebbe davvero la sfera di cristallo per capire se certe scelte terminologiche potrebbero dare problemi in futuro. Si riesce comunque a trovare soluzioni adeguate, anche se, con il senno di poi, in alcuni casi non sono forse perfette al 100%.
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PS Grazie a Riccardo che con un commento mi ha dato l’idea per questi esempi.
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