Terminologia etc.

Terminologia, localizzazione, traduzione e altre considerazioni linguistiche

Post con tag “Irlanda”

Simboli natalizi nordeuropei: il pettirosso

Himmeli_mug_Iittala

Qualche giorno fa alla Rinascente mi sono ritrovata a parlare con una ragazza finlandese che mi ha descritto la linea natalizia Himmeli di Iittala, spiegandomi che prende il nome dalle tradizionali decorazioni tridimensionali finlandesi fatte con steli di paglia.

Ho subito notato che su tutti gli oggetti appariva anche un pettirosso e la ragazza mi ha confermato che in Finlandia è un tipico simbolo natalizio, come in Gran Bretagna e Irlanda.

Nollaig2010

Nel frattempo mi è arrivato un biglietto di auguri dall’Irlanda e sul francobollo emesso per Natale (Nollaig) 2010 c’è proprio il pettirosso: è associato al Natale perché in Europa settentrionale è l’unico uccellino che si può vedere in questo periodo dell’anno, anche grazie al suo comportamento abbastanza disinvolto che lo fa avvicinare facilmente all’uomo per cercare il cibo.

In origine anche in inglese il nome comune era red breast ma poi ha preso il sopravvento il soprannome robin (da Robert) perché si riteneva erroneamente che solo il maschio avesse il piumaggio colorato. Al pettirosso sono legate anche molte leggende, superstizioni e poesie. Per saperne di più: The Robin (in Icons, a portrait of England).

Turdus migratorius Infine, un paio di curiosità: negli Stati Uniti il pettirosso non è associato al Natale ma è un simbolo della primavera. L’uccello che gli americani chiamano robin appartiene infatti a un’altra specie, Turdus migratorious, che ha aspetto e comportamento diversi dal pettirosso europeo, Erithacus rubecola. Le uova del pettirosso americano si distinguono inoltre per un colore turchese intenso noto come Robin Egg Blue (#00CCCC).

TANTISSIMI AUGURI DI BUONE FESTE!


Vedi anche:
Alcuni riferimenti natalizi inglesi e Auguri politicamente corretti 
Ambiguità dell’inglese: Round Robin.

Aggiornamento: un altro simbolo natalizio introdotto dagli inglesi è il vischio. Ne riassume la storia Il Post in Cosa c’entra il vischio con il Natale?

Eurofestival e “nul points”

Una notizia che ho letto la settimana scorsa potrebbe aver portato un leggero sgomento tra gli italiani che vivono o hanno vissuto all’estero: Eurofestival, dopo 13 anni torna l’Italia.

L’Eurofestival, in inglese Eurovision Song Contest, è una specie di Festival di Sanremo internazionale, un trionfo del kitsch che in molti paesi europei e del bacino mediterraneo rappresenta l’evento televisivo non sportivo dell’anno. In Italia l’Eurofestival è praticamente sconosciuto (non solo adesso ma anche quando i cantanti italiani partecipavano ancora), invece altrove è impossibile ignorarlo, tanto che la BBC ha addirittura un sito apposito.

Quando vivevo a Dublino, per settimane alla televisione irlandese non si parlava d’altro e i colleghi scandinavi organizzavano gruppi d’ascolto per vedere la trasmissione. Per gli italiani, invece, l’assoluta indifferenza al concorso era motivo di orgoglio e una delle poche argomentazioni per reagire alle innumerevoli canzonature sui programmi trash della televisione italiana (e ovviamente su chi la controlla) a cui è soggetto ogni italiano che vive all’estero. Ora però anche questo debole appiglio potrebbe venire a mancare…

Meglio concentrarsi su aspetti prettamente linguistici. In inglese c’è un’espressione idiomatica che fa specifico riferimento al sistema di votazione dell’Eurofestival e ne conferma la popolarità, in tutti i sensi*: si può dire nul points, come la mancanza di punti assegnati a una canzone, per commentare ironicamente un’esibizione davvero penosa.


* Ecco come la tipica presentazione delle canzoni dell’Eurofestival veniva ridicolizzata in Father Ted, esilarante sitcom ambientata in Irlanda (per il contesto: Song for Europe):

Father Ted: A Song for Europe

[ L’episodio di Father Ted continua qui ]

Numeri e accenti inglesi

Ho trovato molto divertente uno sketch, visto in Language Log, su un ascensore che anziché i soliti pulsanti ha un sistema di riconoscimento vocale automatico e qualche difficoltà con alcune varietà di inglese, in particolare con l’accento scozzese e il numero eleven:

Burnistoun – www.connellandflorence.com

Mi ha fatto tornare in mente un episodio di quando vivevo a Dublino e un amico australiano, appena arrivato in Irlanda, era venuto a cercarmi in ufficio, in quel periodo una sede temporanea distaccata in un palazzo condiviso con varie società. Alla reception un addetto alla sicurezza gli aveva indicato il piano, lui aveva preso l’ascensore ma aveva trovato solo uffici vuoti, quindi era tornato a chiedere informazioni. Gli era stato ripetuto il piano, aveva concluso che poco prima doveva aver sbagliato a premere il pulsante, era risalito ma ancora una volta si era trovato nel posto sbagliato, così aveva avuto bisogno di nuove indicazioni (e si sa quanto gli uomini detestino chiederle, figurarsi poi se immaginano di essere presi in giro). Il problema? La guardia gli diceva first floor ma lui, poco avvezzo agli accenti irlandesi molto marcati, continuava a capire fourth floor.

Accents of English from Around the World consente di confrontare diversi accenti regionali dell’inglese, con trascrizione fonetica e clip audio, ad es. si possono sentire le pronunce dei numeri one, two, three, four, five, six, seven, eight, nine, ten, hundred (ma per l’Irlanda ci sono solo esempi dal nord: Northern Ireland o, come dicono da quelle parti, “norn iron”).

Con tutte queste differenze, non è un caso che anche i madrelingua a volte siano in difficoltà! 

Non solo zuppa!

Il titolo La zuppa Campbell è in crisi mi ha fatto tornare i mente gli anni in Irlanda e quanto i colleghi italiani ed io fossimo restii a usare la parola italiana zuppa per descrivere le varie potato / chicken / mushroom / vegetable soup ecc. che ci venivano propinate proposte nella mensa aziendale: preferivamo la parola inglese soup anche parlando in italiano. 

I dizionari italiani definiscono la zuppa come una minestra in brodo con vari tipi di ingredienti, senza pasta, ma servita in genere con fette o pezzi di pane tostati o fritti. Deriva dal germanico suppa, “fetta di pane inzuppata” e all’etimologia è legato anche il modo di dire se non è zuppa, è pan bagnato per descrivere cose sostanzialmente equivalenti.

Non conosco la cucina americana, ma in Gran Bretagna e Irlanda le soup sono in genere creme (piuttosto dense, spesso con l’aggiunta di panna) e a volte minestre in brodo (con pezzetti di carne, verdure o altro ma non pasta) ma raramente equivalgono alle zuppe italiane, che, perlomeno a me, fanno pensare soprattutto a legumi e/o cereali e alla cucina toscana.

Spero comunque che Mara passi di qui perché è sicuramente molto più competente di me in materia!  Aggiornamento 18/11: potete leggere un commento di Mara qui sotto e altri dettagli sulle possibili traduzioni in italiano di soup in creme, passati, vellutate e zuppe.

Aggiornamento febbraio 2011: prototypical soup fa una lunga analisi delle differenze tra soup inglese e americana e indica che quella inglese tende ad essere densa (crema o passato) mentre la versione americana, come aveva sottolineato Adriana nei commenti, è più brodosa e include pezzi di carne o verdura (stew per gli inglesi) ma anche pasta, riso, orzo ecc. 

Campbell's soups

Vedi anche: Pasta salad e insalata di pasta, per due termini gastronomici che solo in apparenza sono equivalenti, e Alcuni riferimenti natalizi inglesi, per un menu tipico stagionale di mensa aziendale irlandese.

Que parles català?

La settimana scorsa ero a Barcellona. Biglietto di corsa semplice della metropolitana di Barcellona. Fare clic sull'immagine per vedere anche il retro: tutto in catalano, anche se lo spazio per eventuali scritte in castigliano non manca!Ci sono stata parecchie volte, eppure continuo a stupirmi che gran parte delle comunicazioni al pubblico, ad es. la segnaletica e i biglietti della metropolitana, sia solamente in catalano e che le informazioni in spagnolo (castigliano) siano relegate a un eventuale sito, il cui dominio probabilmente ha suffisso .cat e non .es come nel resto del paese.

Conosco le traversie del catalano, quindi posso capire la necessità di riaffermare l’identità culturale dopo la repressione franchista; so anche che per le amministrazioni pubbliche il catalano è la lingua preferenziale, ma finora non avevo mai cercato informazioni specifiche. In Wikipedia, che cita dati ufficiali del 2008, ho scoperto che in Catalogna la lingua principale è il castigliano, considerato prima lingua dal 55% dei cittadini, percentuale che scende al 31% per il catalano, quindi meno di un terzo della popolazione!

Il 99,7% di chi vive in Catalogna dichiara di sapere parlare castigliano, però a Barcellona, a una mostra, una giovane addetta a cui avevo chiesto un’informazione in spagnolo mi ha risposto in catalano, anche se credo fosse abbastanza ovvio che ero straniera e quindi avrebbe potuto fare lo sforzo…

Questo episodio ha aumentato le mie perplessità sulla politica linguistica locale, anche perché nel frattempo ero stata qualche giorno a Maiorca: stesse due lingue ufficiali ma comunicazioni bilingui, come in molti paesi dell’UE che tutelano la diversità linguistica* delle minoranze. Non si potrebbe fare così anche a Barcellona?

* …anche se a volte la politica prevale sulla logica e sul buon senso, basti pensare al recente caso della segnaletica sui sentieri in Alto Adige/Südtirol o ai cartelli stradali in Irlanda, che sono bilingui nella parte anglofona del paese, dove il nome irlandese non interessa praticamente a nessuno, ma unicamente in irlandese nel Gaeltacht, le zone dove si parla gaelico, in seguito a una legge imposta dall’alto e poco apprezzata in loco: è un incubo per chi non sa, foto da www.coisfarraige.com - Dingle obliterated off maps, road signs etc.ad esempio, che Gaillimh è Galway, che Ros an Mhíl è Rossaveal (l’imbarco per le Isole Aran), o che an Daingean e Daingean Uí Chúis sono i due nomi irlandesi della pittoresca Dingle.

An bhfuil Gaeilge agat?

Il pile, un falso amico potenzialmente imbarazzante

Irish Shamrock Fleece Jacket Memorabile la scenetta in un negozio di Dublino, dove un ignaro turista italiano aveva chiesto Do you have piles? a un imbarazzato commesso che certo non si aspettava una domanda così esplicita sulle proprie eventuali emorroidi…

Ho sempre trovato strano che in italiano si usi la parola inglese pile per descrivere il tessuto sintetico e gli indumenti confezionati con tale materiale, visto che in inglese il nome è ben diverso, fleece (forma abbreviata di polar fleece, in origine un marchio registrato, Polarfleece).

In inglese la parola pile può avere vari significati; se usata in ambito tessile non ammette la forma plurale ed equivale all’italiano pelo, una caratteristica conferita da varie tecniche di tessitura a materiali come ad es. velluto, felpa, alcuni tipi di spugna, tappeti e quello che in italiano chiamiamo pile.

Il termine italiano presumibilmente deriva dall’inglese pile fabric, il cui processo di lavorazione sarebbe però diverso da quello usato per il fleece (dettagli qui). A questo punto mi piacerebbe sapere come mai in italiano è stato adottato il prestito pile anziché fleece, visto che sono entrambe parole corte, facili da pronunciare e distintive. Forse un caso un po’ particolare di determinologizzazione e metaforizzazione di gergo tessile? 

Curiosità etimologica: la parola velluto, altro tessuto caratterizzato da un fitto pelo, ha la stessa etimologia di vello, che in inglese è il significato primario di fleece.

Vedi anche: altri post con il tag falsi amici, in particolare Eponimi inglesi (e capi di abbigliamento).

Irlanda: “the black stuff” anche di venerdì santo

Mi piace seguire cosa succede in Irlanda, dove ho vissuto alcuni anni.

La settimana scorsa c’è stato un evento storico: venerdì (Good Friday*), in occasione di un’importante partita di rugby giocata a Limerick, per la prima volta nella storia della repubblica irlandese è stato concesso un permesso speciale per tenere aperti i pub e servire alcoolici, nonostante pareri contrari di Garda e clero.

Some pubs have plenty of bite but no booze - The Irish Times

Una legge del 1927 (Intoxicating Liquor Act) proibisce infatti la vendita di alcoolici il giorno di Natale e il venerdì santo, che sono quindi “dry day”.

Finora non c’erano mai state deroghe ma anche a Dublino un paio di pub hanno potuto aprire, però solo per servire cibo e bevande non alcooliche, quindi niente Guinness (the black stuff!).

Dettaglio curioso: in Irlanda, nonostante la notevole influenza della chiesa cattolica, ci sono solo quattro feste religiose (San Patrizio, lunedì dell’Angelo, Natale e Santo Stefano) e il venerdì santo è un normale giorno lavorativo: non sarà un caso che buona parte dei pub aperti venerdì a Dublino fossero in zone con aziende e uffici, ben lontane dal centro. E forse anche quest’anno ci sarà stato qualche ignaro turista costretto suo malgrado al digiuno…

Molto irlandese anche un titolo dell’Irish Times dopo la storica decisione, ‘You’d swear we were after winning an All Ireland’: qui c’è un riferimento a un’importante finale di calcio gaelico nota come All Ireland e un esempio del cosiddetto Hiberno-English (o Irish-English), la costruzione be after doing something, molto comune nella lingua di tutti i giorni per descrivere un’azione appena compiuta (we were after winning equivale a we had just won). E qui c’è un esempio dell’uso non sempre standard dell’articolo determinativo: a una domanda sul tipo di pietanze servite il venerdì santo, il proprietario di un pub di Dublino risponde “It is a good day for the fish”, invece un inglese avrebbe detto for fish.

*  L’etimologia di Good Friday non è chiara: secondo alcuni good è sinonimo di holy (ad es. the good book è la bibbia), secondo altri good sarebbe una grafia alternativa di god, usata anche in goodbye, ma ci sono anche altre spiegazioni

 
Vedi anche: San Patrizio, pizzicotti e “Oirishness", su alcuni stereotipi irlandesi, e  XOXO: baci e abbracci, per una nota sul saluto irlandese How are you?

Nomi irlandesi: Donal

Ieri a un notiziario radio ho sentito che il papa ha accettato le dimissioni del vescovo di Limerick, Donal Murray. Il nome è stato pronunciato Donald e così mi è venuta la curiosità di fare una rapida verifica che ha confermato che il nome viene riportato erroneamente come Donald anche da molti quotidiani italiani (esempi qui), mentre le fonti in lingua inglese sono sempre corrette.

Il nome proprio irlandese, abbastanza comune, è infatti Donal, senza la -d finale (se presente, indicherebbe probabile appartenenza alla Church of Ireland, quindi religione protestante e non cattolica, o comunque origine non irlandese).  

Vedi anche: Pronuncia di nomi propri stranieri

Parole dell’anno “tecnologiche” negli USA

Il New Oxford American Dictionary ha scelto il verbo unfriend come parola dell’anno 2009: in alcuni social network come ad es. Facebook il significato è rimuovere dagli amici.

Altre parole prese in considerazione in campo tecnologico / informatico:

hashtag il cancelletto # (in inglese hash ma anche pound sign e number sign), tag che si aggiunge davanti a una parola in Twitter per poter trovare tweet (“post”) sullo stesso argomento;
aggiornamento 2013 – nel frattempo la parola hashtag ha assunto anche il significato, ormai predominante, di “parola (o una serie di parole senza spazi) marcata con il tag #”, e quindi identifica due concetti diversi, come descritto in Hashtag, parola e simbolo;
intexticated descrive lo stato di distrazione al volante per colpa di SMS (to text = mandare SMS), simile alla guida in stato di ebbrezza (intoxicated). Per il dizionario americano Webster New World College Dictionary, la parola inglese 2009 è simile, distracted driving, preferita a cloud computing, wrap rage, netbook, wallet biopsy e go viral;
netbook prestito entrato anche in italiano per descrivere un laptop di dimensioni (e prestazioni) ridotte;
paywall meccanismo per bloccare l’accesso a un sito web e consentirlo solo a chi è abbonato a un servizio a pagamento;
sexting l’invio di messaggi o immagini sessualmente espliciti via cellulare (sex+text).

A giudicare da distracted driving, intexticated e sexting, sembra proprio che da parte degli americani continui la “scoperta” degli SMS!

Qui i dettagli sulle altre parole dell’anno per il New Oxford American Dictionary in ambito economico (freemium, funemployed, zombie bank), politico o sociale (choice mom, death panel, teabagger) e ambientale (brown state, green state, ecotown). Molto efficaci deleb, una persona famosa (celeb) deceduta, e tramp stamp, un tatuaggio subito sopra al fondoschiena, specialmente di una donna.

(continua…)

XOXO: baci e abbracci

No, non sto pensando al microformato eXtensible Open XHTML Outlines ma all’abbreviazione per hugs and kisses che viene in mente leggendo un articolo del Corriere della Sera, L’uomo «metrotextual»? Manda baci via sms (anche ai maschi)* (originale qui). 

Mah, che sia davvero il caso di scomodare gli psicologi per capire perché ora molti uomini inglesi concludono SMS e altri messaggi con uno o più baci, le X, anche quando scrivono ad altri uomini? Forse le X, una volta usate solo dalle ragazze nelle lettere, hanno semplicemente perso parte del significato originale per diventare saluti più neutri, privilegiati perché brevissimi? Mi pare sia un po’ quello che sta succedendo in italiano con baci e bacio alla fine di telefonate e messaggi, sempre più diffusi e sempre meno riconducibili al loro significato letterale.

Lo slittamento di significato è abbastanza comune con i saluti, basti pensare a ciao che nei secoli ha perso qualsiasi riferimento a schiavo o a How are you? che in Irlanda di solito non è una domanda ma un saluto, infatti si tende a rispondere ripetendo How are you?

OX - Pearls Before Swine

* L’articolo italiano non chiarisce che in inglese metrotextual è un gioco di parole con metrosexual, un uomo molto preoccupato della propria immagine, etero ma con atteggiamenti di solito associati ai gay (tipo David Beckham), e con text, l’SMS.
Un paio di commenti divertenti su metrotextual in Schott’s Vocab.


Vedi anche: LOL: le risate, l’amore e i saluti.

Vantaggi dei refusi…

Grazie a una svista sui manifesti elettorali, in Irlanda si sta parlando molto di una candidata che finora era sconosciuta ai più. Gli errori come nuovo strumento per attirare l’attenzione?

thouands

In ogni caso, divertente la descrizione dell’aspetto della candidata nell’Irish Times, “a fada over her left eye”. È un riferimento all’accento acuto (fada) usato in alcune parole irlandesi.


Sempre in Irlanda, la Garda Síochána si sta domandando chi abbia appeso due ritratti poco lusinghieri del taoiseach Brian Cowen in due musei di Dublino (un emulo di Banksy?). Garda (Síochána) /’gɑ:rdə ‘ʃɪ:xɑ:nə/ e Gardaí /’gɑ:rdi/ sono la polizia e i poliziotti irlandesi mentre l’apparentemente impronunciabile taoiseach /’ti:ʃəx/ è il capo del governo. 

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Pronuncia di nomi propri stranieri

A una radio la scomparsa dell’attrice Natasha Richardson è stata annunciata nominando anche il marito “laiam” Neeson. Liam (equivalente irlandese di William) si pronuncia invece più o meno come è scritto, con l’accento sulla i.

La pronuncia del nome di persone straniere note può essere verificata nel sito Come si pronuncia?, ad es. qui la differenza tra Ralph /reɪf/ Fiennes e Ralph /rælf/ Lauren. Facendo la ricerca per cognome si trova Liam Neeson e si può anche fare riferimento a un altro nome tipicamente irlandese, Liam Gallagher, qui.

GalwayL’ortografia di molti nomi propri irlandesi, come ad es. Siobhán, Áine, Eoghan, Niamh, Saoirse, Tadhg, rende la pronuncia difficile da indovinare. In Baby Names of Ireland si può ascoltare pronuncia e storia dei nomi più diffusi dalla voce di Frank McCourt. Gli italiani rimangono spesso perplessi da Gráinne e Seamus, che suonano un po’ come “grogna” e “scemus”…

Aggiornamento Chi sta cercando informazioni sul nome dell’attrice Saoirse Ronan può ascoltare la pronuncia qui.

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Vedi anche: Guida pratica alla pronuncia dei termini stranieri  (via Taccuino di traduzione), i post Parla come mangi 1, 2 e 3 e altri post con tag pronuncia

San Patrizio, pizzicotti e “Oirishness”

Oggi è St. Patrick’s Day, festa nazionale irlandese. Chissà se in tempi di crisi economica alla parata di Dublino c’è la solita invasione di americani, molti vistosamente vestiti di verde, come quando abitavo lì.

comics.com/pickleIn alcune parti degli Stati Uniti chi non indossa qualcosa di verde il 17 marzo rischia di prendersi qualche pizzicotto. Chi vive in Irlanda, invece, può stare tranquillo perché non succede proprio. 

Viene in mente l’aggettivo Oirish, modellato sulla pronuncia irlandese esagerata di Irish, per descrivere quanto è considerato tipicamente irlandese ma in effetti è uno stereotipo. L’aggettivo è spesso associato all’immagine idealizzata dell’Irlanda che hanno gli Irish-American e che negli anni è stata rinforzata da molti film americani (ne parla oggi l’Irish Independent in Heard the one about the drunk, horny leprechaun?). 

immagine dalla ClipArt di OfficeOirish è forse un po’ l’equivalente irlandese del nostro “pizza e mandolino”. I risultati con la chiave di ricerca “irlandese” nella ClipArt di Office rendono l’idea: si vedranno l’immancabile shamrock, capelli rossi (sono invece più tipici quelli neri), birra verde (bevuta solo da americani!), pentole d’oro con arcobaleno e leprechaun

Vedi anche: 17 marzo – San Patrizio, per il significato di kiss the Blarney stone e the luck of the Irish, e i commenti a What’s the craic?, per alcune vignette su San Patrizio.

Alcuni riferimenti natalizi inglesi (e irlandesi)

Post pubblicato il 29 dicembre 2008 in blogs.technet.com/terminologia

Complice raffreddore e maltempo (perlomeno in Romagna, decisamente non solatia in questi giorni), mi sto godendo relax totale davanti al caminetto: chiacchiere, libri, innumerevoli tazze di tè e ogni tanto un’occhiata online.

fare clic sull'immagine per ingrandirlaQuesta immagine sul sito Wallace&Gromit mi ha ricordato gli anni passati in Inghilterra e in Irlanda: ci sono vari riferimenti natalizi che noi italiani non condividiamo.

Alle feste aziendali di Natale (i famigerati Christmas party), ma anche ai pranzi natalizi della mensa Microsoft di Dublino, il menu era sempre lo stesso, nell’ordine:

starter, pseudoantipasto di palline di melone bianco;
soup, di solito una crema di funghi o di verdure;
tacchino arrosto con tre veg (in genere patate, carote e Brussels sprout, gli immangiabili, stracotti cavolini di Bruxelles), il tutto annegato nel gravy, la salsa densa marrone scuro che tradizionalmente si prepara con il sugo di cottura della carne, farina e acqua e, in tempi moderni, con granuli o polvere già pronti;
come dolce, Christmas pudding (una torta speziata scura e umidiccia, con alto contenuto di frutta secca e la cui ricetta prevede abbondante uso di suet, il grasso di rognone), o una o più mince pie (tortine di pastafrolla ripiene di frutta secca e candita, pezzetti di mela e suet), di solito serviti con custard, una specie di crema pasticcera calda.

Nell’immagine di Wallace & Gromit in primo piano c’è la gravy boat, il contenitore per servire il gravy. Sale e pepe sono a loro modo altrettanto tipici: quello che fanno molti inglesi e irlandesi a tavola è afferrare la saliera e cospargere ogni pietanza di sale, prima ancora di assaggiarla. Mah.

Il pinguino sta suonando una trombetta “lingua di suocera” (party blower) e i tre personaggi hanno in testa una coroncina di carta velina (party hat / paper crown): sono oggetti che si trovano dentro ai Christmas cracker, delle specie di caramelle di carta che Christmas crackercontengono anche un bigliettino con una o più freddure e una sorpresa (tipo quelle delle uova di Pasqua italiane). Il nome cracker è onomatopeico, infatti per aprirlo si tirano le estremità in modo da far scoppiare una specie di petardo al suo interno: dal rumore prodotto deriva il nome.

L’ambientazione dell’immagine con un Christmas cracker qui sopra, dalla ClipArt di Office e quindi americana, include tacchino, cavolini di Bruxelles e gravy boat: certe tradizioni si ripetono in tutto il mondo anglosassone.

I Christmas cracker sono diventati una tradizione nella mia italianissima famiglia, quest’anno però mi sono dimenticata di procurarli in tempo e purtroppo a Milano erano introvabili, anche se è stato divertente spiegare al telefono cosa cercavo. Invece non ho sentito la mancanza di nessun altro prodotto natalizio inglese.

Ultima nota: sullo sfondo dell’immagine di Wallace & Gromit c’è il bollitore elettrico. In Inghilterra e Irlanda se si prende in affitto un appartamento ammobiliato di solito non sono incluse le stoviglie ma il bollitore sì: a quanto pare la kettle fa parte dell’arredamento!

Nell’armadietto invece si intravedono due confezioni: una di tè e l’altra, a giudicare dai colori, potrebbe essere quella, aperta, di un altro tipo di cracker tipicamente inglesi, i Jacob’s Cream Crackers, perfetti con il formaggio di cui Wallace va ghiotto.

Aggiornamento dicembre 2010 – Vedi anche Simboli natalizi nordeuropei: il pettirosso e Auguri politicamente corretti.

E nel Regno Unito la Royal Mail ha emesso francobolli di Natale con Wallace & Gromit (ne parlo qui).


Commento di Mara:

  Ciao Licia,
  qualcosa mi dice che i pranzi aziendali possono rimanere un po’ sullo stomaco :-D e in effetti non sembrano succulenti :-D
  Per sfatare il mito della cattiva cucina nordica, la zuppa di porri e patate è ottima e anche il gravy (simile al nostro fondo) se fatto bene lo può essere ;-) . Le mince pie, forse non sono sanissime, ma possono essere squisite (anche se uno non smette mai di pensare al famoso barbiere londinese…)
  Buon Anno!

Avevo risposto:

  @ Mara: effettivamente il gravy fatto come si deve è tutta un’altra cosa, ad es. con Yorkshire pudding è perfetto. In Irlanda stessa cosa, anche l’Irish stew, se fatto bene, è ottimo.
  E ovviamente ci sono ristoranti in cui si mangia benissimo, specialmente in Irlanda dove, dopo il boom economico, è incredibile la varietà e anche la creatività (e, ahimè, i prezzi!).
  Il problema è proprio la cucina di ogni giorno, specialmente nelle mense o agli eventi con parecchie persone: sono stata a vari matrimoni in Irlanda e il menu era praticamente lo stesso dei Christmas party, e alla fine il Wedding Cake non mi sembrava troppo diverso dal dolce di Natale ;-)
  Licia

Halloween

Post pubblicato il 31 ottobre 2008 in blogs.technet.com/terminologia


Lascio ad altri la discussione se sia o meno opportuno festeggiare Halloween in Italia, segnalo invece un bell’intervento sugli aspetti linguistici di questa festa in The Virtual Linguist.

zucca di HalloweenL’autrice non si limita a chiarire, come molti già sanno, che il termine Halloween deriva da All-Hallow-Even, o Eve of All Hallows, dove hallow indica “consacrare” e fa riferimento ai santi, ma spiega anche che l’espressione Trick or Treat (”dolcetto o scherzetto“) è da ricondurre al souling, la tradizione dei poveri di andare di casa in casa a chiedere i soul cake che venivano preparati in questa occasione. 

Halloween viene percepita come una festa americana ma in realtà ha origini irlandesi. Le zucche intagliate sono invece americane, infatti in Irlanda si usavano rape (in particolare swede, di polpa gialla e di grandi dimensioni, in italiano navone), ma in entrambi i casi il risultato finale è una Jack O’Lantern.

Aggiungo che in Irlanda per Halloween si mangia il barm brack, una specie di pane dolce con dentro uvetta e canditi (no, non ricorda il panettone, perlomeno non a me). Dentro al brack può essere messo un anello: chi lo trova, dice la tradizione, si sposerà entro l’anno. Ho vissuto qualche anno a Dublino e il mio primo mese di ottobre in Irlanda ho scoperto il brack durante una festa aziendale. Avevamo molto preso in giro un collega italiano, all’epoca single, che aveva trovato l’anello. Beh, nel giro di un anno si è proprio sposato, con un’irlandese!!!!


Vedi anche: Dolcetto o scherzetto e La parola ai fantasmi.