Terminologia etc.

Terminologia, localizzazione, traduzione e altre considerazioni linguistiche

Post con tag “grammatica”

Cloud e lessico comune

L’American Dialect Society qualche giorno fa ha annunciato le parole dell’anno 2011.

cloudNella categoria parole che hanno più probabilità di successo, quindi ormai parte del lessico comune inglese, si è affermato un termine informatico, cloud.

Un articolo del 2008 di Visual Thesaurus parlava di data cloud descrivendo il termine come molto tecnico, relativamente nuovo e privo di unico significato. A pochi anni di distanza non è più necessario specificare data: il processo di terminologizzazione è stato molto efficace.

La definizione “generica” usata dall’American Dialect Society, spazio online per l’elaborazione e l’archiviazioni di dati su vasta scala, conferma che il significato comunemente attribuito a questa accezione di cloud è quello di “area virtuale” .

In italiano, come notavo in il cloud e la cloud, per ora sembra invece prevalere un altro significato, grazie a un meccanismo improprio di “accorciamento” delle locuzioni inglesi:

inglese: data cloud cloud
italiano: cloud computing cloud

È un fenomeno non inusuale, basti pensare a come sono stati accolti nel lessico italiano gli anglicismi golf coat, smoking jacket, beauty case, night club, creando parole che privilegiano il determinante anziché il determinato e si sono così trasformate in falsi amici (aggiornamento: o, per essere più precisi, pseudoprestiti). 

Bungarello: occasionalismo o neologismo?

Ieri il Corriere della Sera riportava che in occasione della giornata mondiale contro l’AIDS
(1 dicembre) alle redazioni dei programmi RAI era stato comunicato il divieto del ministero della Salute di nominare esplicitamente il profilattico (ma il ministro ha poi smentito).

#bungarelloLa trasmissione radio Caterpillar ha approfittato di questo contesto per chiedere agli ascoltatori di trovare un nome più accattivante per il preservativo.

Ci sono state proposte molto divertenti e ha vinto un bell’esempio di creatività linguistica, bungarello.

Uno dei conduttori l’ha descritto come “un termine un po’ vezzeggiativo”, cogliendo un aspetto interessante della formazione delle parole.

(continua…)

il cloud e la cloud

Il genere dei forestierismi

In italiano non c’è una regola precisa per stabilire il genere dei prestiti. Le grammatiche indicano che il genere dovrebbe essere determinato dal sostantivo italiano corrispondente (ad es. il biglietto > il ticket, la parola > la password) ma in realtà prevale il maschile, a meno che il riferimento a un sostantivo italiano femminile non sia palese.

Cloud

Fatte queste premesse, mi piacerebbe chiedere a chi non ha già familiarità con i concetti legati al cloud computing che genere assegnerebbe a cloud in italiano: maschile o femminile? Ci pensavo guardando una pubblicità che imperversa in questi giorni:

 Immagine Nuvola Italiana Pubblicità Nuvola Italiana

Nello slogan “La Nuvola Italiana di Telecom Italia. L’unico cloud con la rete dentro”  l’associazione tra nuvola e cloud è esplicita ma il prestito è di genere maschile.
Immagino che la scelta di Telecom Italia non sia stata scontata ma, come è prassi in questi casi, abbia richiesto un’analisi terminologica con la valutazione di vari fattori.

(continua…)

Quando la grammatica è un’opinione…

tunnelCERN-Gran Sasso

Comunicato_Gelmini

La dichiarazione del ministro Mariastella Gelmini a proposito di un fantomatico tunnel che collegherebbe i laboratori del CERN a Ginevra a quelli del Gran Sasso ha suscitato commenti di ogni genere per il tono e l’ignoranza mostrate nella comunicazione.

Ma forse ancora più preoccupante è la precisazione sull’interpretazione di “alla costruzione del tunnel tra il Cern ed i laboratori del Gran Sasso, attraverso il quale si è svolto l’esperimento” fornita in seguito dall’ufficio stampa del ministero:

«ovviamente, il tunnel di cui si parla nel comunicato di venerdì, non può essere per nessuna ragione inteso come un tunnel che collega materialmente Ginevra con il Gran Sasso. Questo è di facile intuizione per tutti e la polemica è assolutamente strumentale. Il tunnel a cui si fa riferimento è quello nel quale circolano i protoni dalle cui collisioni ha origine il fascio di neutrini che attraversando la terra raggiunge il Gran Sasso. […] Questa polemica è dunque destituita di fondamento ed è assolutamente ridicola.»

Nessuna ragione? E la grammatica italiana? Il pronome relativo il quale in questo caso può far solo riferimento al tunnel e la preposizione attraverso indica “dentro”, “da una parte all’altra di”. È difficile riuscire a dare interpretazioni alternative.

Per il ministro Gelmini e i suoi collaboratori al MIUR urge ripasso, non solo della grammatica ma anche della punteggiatura (virgola tra soggetto e verbo?) e delle materie scientifiche e relativa terminologia (ad esempio, dovrebbe essere di facile intuizione anche per il ministero che le particelle inizialmente vengono fatte circolare all’interno di appositi acceleratori e non in generici tunnel).

Aggiornamento ottobre 2011 – La dichiarazione e la successiva precisazione sono stati nel frattempo rimossi dal sito del MIUR. Ne approfitto per segnalare Sotto il tunnel i media diventano follower, sul concetto di reputazione nella comunicazione digitale.


Per rimanere in tema ministri e ministeri, vedi anche: Il clima italiano visto da italia.it e Crocchette <> croquettes.

Bufale: le molte parole eschimesi per la neve

Un articolo di The Associated Press conferma che persiste l’idea che gli eschimesi abbiano moltissime parole diverse per descrivere la neve e il ghiaccio:

articolo AP

In realtà, come accennavo anche qui, si tratta di una leggenda metropolitana, entrata nella cultura popolare in seguito alle teorie di Benjamin Whorf sul determinismo linguistico. Whorf aveva ripreso osservazioni dell’antropologo Franz Boas, che aveva registrato numerose parole per descrivere la neve nella lingua degli inuit, per corroborare l’ipotesi che la percezione del mondo in cui viviamo è influenzata dalle strutture linguistiche usate per descriverlo (e quindi un inuit e un americano non possono “concepire” la neve allo stesso modo). Il linguista G. K. Pullum ha contribuito a smascherare definitivamente la bufala in The Great Eskimo Vocabulary Hoax.

La lingua parlata dagli Inuit è infatti polisintetica e può formare parole molto lunghe e complesse aggiungendo “molti affissi descrittivi che possono modificare le proprietà sintattiche e semantiche della parola di base, o aggiungere specificazioni” che in altre lingue si esprimono con intere frasi, dando luogo a quelle che possono sembrare innumerevoli parole diverse, quando in effetti esistono solo un paio di parole-radice per parlare di neve (per saperne di più: Lingua inuit).

neve_trasformata

Vedi anche: Bufale in agguato, sull’etimologia di bufala e di hoax.     


Aggiornamento novembre 2011: Language Log torna sull’argomento con "Don’t you know it’s not just the Eskimo", ispirato dall’uscita dell’album di Kate Bush 50 Words for Snow.

“noun stack” e sequenze di aggettivi

noun_stackChi lavora nella localizzazione sa bene che incubo possano essere i cosiddetti noun stack, i sostantivi “accatastati” l’uno sull’altro alquanto tipici del linguaggio informatico. Reduced minimum OS partition space available requirement è uno degli esempi di Mike Pope, redattore tecnico di Microsoft, che ne parla in Fun (or not) with noun stacks (via Language Log).

Come dicevo a proposito di standard toolbar color e default data validation task, i termini o le stringhe di questo tipo (sintagmi nominali complessi per i linguisti) sono spesso difficili da rendere correttamente in una lingua con ordine delle parole diverso dall’inglese perché si prestano a varie interpretazioni. Per l’italiano c’è anche il problema di dover rendere esplicito il numero dei sostantivi usati con funzione attributiva e, se il noun stack contiene anche aggettivi, di identificare senza ambiguità il sostantivo a cui si riferiscono per concordare eventualmente il genere.

Il secondo suggerimento di lettura è quindi The Little Sweet Café, che discute l’ordine degli aggettivi inglesi in funzione attributiva riportando una gerarchia più dettagliata di quelle che di solito si trovano nelle grammatiche:

evaluation | size | shape | condition | human propensity | age | color | origin | material | attributive noun 

Questa sequenza è stata compilata da Neil Whitman in Ordering Your Adjectives, un intervento abbastanza lungo ma che ho trovato molto interessante perché chiarisce i meccanismi che regolano l’ordine degli aggettivi in inglese.


E dopo aver concluso la settimana con suggerimenti di lettura così corposi, nei prossimi giorni il blog entrerà in modalità silly season.

Relatività linguistica e suffisso inglese -ette

Con relatività linguistica si fa riferimento all’ipotesi che la percezione del mondo in cui viviamo sia influenzata dalle strutture linguistiche usate per descriverlo.

Vengono spesso citati studi che dimostrano come le lingue che assegnano generi grammaticali agli oggetti inanimati, come il maschile e il femminile in italiano, possono condizionare la risposta emotiva nei confronti degli oggetti anche quando il genere è irrilevante, ad es. quando si parla in inglese.

Un esperimento noto è quello effettuato in un contesto di lingua inglese in cui a persone di madrelingua spagnola e tedesca venivano mostrate foto di oggetti che nelle due lingue hanno genere diverso (ad es. “chiave” è maschile in tedesco e femminile in spagnolo mentre “ponte” è femminile in tedesco e maschile in spagnolo) e veniva chiesto di indicare i primi tre aggettivi che venivano in mente per descriverli, in inglese.

Risultato dello studio: il genere dell’oggetto nella propria madrelingua determinava la scelta degli aggettivi, anche se la comunicazione avveniva in inglese, ad es. chi parlava pontetedesco descriveva il ponte (die Brücke, F) come beautiful, elegant, fragile, peaceful, pretty e slender, tipiche caratterizzazioni femminili, mentre chi era di madrelingua spagnola vedeva il ponte (el puente, M) come big, long, strong, dangerous e sturdy, aggettivi più mascolini.

Le categorie grammaticali della propria lingua influenzerebbero quindi la percezione di quanto ci circonda.

Tutto questo mi è venuto in mente qualche giorno fa, leggendo un articolo in inglese in cui era usata la parola bookette per descrivere libri di piccole dimensioni (“stylish bookettes”).
In inglese il suffisso –ette, di derivazione francese, viene aggiunto ai sostantivi in tre modi:

1 per descrivere qualcosa di dimensioni ridotte rispetto a una categoria specifica, ad es. kitchenette, laundrette e anche bookette, parola peraltro poco comune; 
2 per indicare un’imitazione o un surrogato, ad es. leatherette, flannelette;
3 per indicare un ruolo femminile, ad es. usherette, majorette, suffragette; questa è l’unica modalità in cui viene definito il genere ma è poco usata nell’inglese contemporaneo perché sono preferite forme neutre anche per le persone. 

La parola inglese bookette designa un oggetto inanimato e dovrebbe quindi essere del tutto neutra, eppure per me, parlante non di madrelingua, ha una forte connotazione femminile e mi sembra addirittura un po’ leziosa. Che la mia reazione sia influenzata dai meccanismi di alterazione mediante suffissi tipici dell’italiano?


Vedi anche: Dimmi cosa parli e ti dirò chi sei (la nostra madrelingua influenza il nostro modo di pensare?).

Tradurre "The man who ____ed an entire country"

The Economist

Come noto, The Economist ha dedicato l’ultima copertina a Berlusconi usando un titolo alquanto esplicito.

Johnson, il blog linguistico della rivista, ne discute la traduzione in francese e italiano in "The man who —-ed an entire country".

Nei commenti ci sono spunti interessanti anche per altre lingue, ad es. spagnolo, tedesco e portoghese brasiliano: un suggerimento di lettura per chi è rimasto a casa questo fine settimana causa maltempo e/o doveri elettorali.

Vari commentatori fanno notare che in italiano fottere, come screw in inglese, può avere un doppio significato (il riferimento sessuale e l’idea di imbrogliare), anche se il registro non è equivalente. Secondo me, inoltre, fottere può avere connotazioni leggermente diverse a seconda di come viene usato (ma sono pronta a essere smentita: è un verbo che non fa parte del mio vocabolario attivo!):

L’uomo che ha fottuto un intero paese* [transitivo]
prevale il significato di inganno
L’uomo che si è fottuto un intero paese [riflessivo]
il significato sessuale è più esplicito
L’uomo che se ne è fottuto dell’intero paese [intransitivo]
il significato è di indifferenza per le sorti del paese

* Aggiornamento 16 giugno 2011 – La RAI si rifiuta di trasmettere uno spot radiofonico per pubblicizzare la traduzione italiana dell’articolo, L’uomo che ha fottuto un intero paese. Questione di registro o di regolamento interno?


Sulla traduzione delle espressioni volgari, vedi anche: fottuti & dannati (…e favoriti) e Parole proibite alla TV americana.

Romagnolismi

Cartello visto in un ospedale romagnolo, con un uso del verbo tirare tipicamente locale:

scontrini6

Vedi anche: Si dice in Romagna… e La barosola (con quiz per non romagnoli).

Integralisti della lingua inglese

Anche altre lingue hanno i loro talebani della grammatica: in inglese, ad esempio, si parla di grammar police o, peggio ancora, di grammar nazis, sempre pronti a correggere i minimi errori altrui.

Ultimamente hanno avuto una certa visibilità anche le parole stickler e grammar grouch, soprattutto grazie alla pubblicazione del libro You Are What You Speak: Grammar Grouches, Language Laws, and the Politics of Identity di Robert Lane Greene.

Sull’argomento inglese e intransigenze linguistiche ho letto alcuni interventi interessanti, con riflessioni spesso valide anche per l’italiano:

Language correctness, corruption, and doom – Chi lamenta l’inesorabile declino della lingua inglese ignora l’evidenza storica, fa notare Stan Carey di Sentence first in un post ricco di esempi e link con ulteriori informazioni.
The "Nonplussed" Problem – Riflessioni di Ben Yagoda in Slate su alcune parole inglesi il cui significato è cambiato o sta cambiando rapidamente (ad es. disinterested, eke out, momentarily, presently, nonplussed, toothsome).
Which word is older? – Brevissimo quiz per chi aborre i neologismi: esiste da più tempo unfriend o computer? Google o yahoo?
A Brief History of Sticklers – Un brano dal libro di Greene sull’inflessibilità e la pedanteria linguistica di due illustri autori, John Dryden e Jonathan Swift.
[ Aggiornamento ] The bookshelf: You Are What You Speak – Un’altra recensione del libro di Greene, con vari esempi e alcune metafore molto efficaci.

Vedi anche Errori con gli accenti: colpa di computer e cellulari?  e Internet ed errori di ortografia: la tecnologia favorisce davvero il degrado delle singole lingue, come temono in molti, o semplicemente dà più visibilità agli errori?

Grammatica, variabilità e norme interiorizzate

tulipano

Un dettaglio di tulipano non solo perché è primavera ma anche per una vaga assonanza con un’espressione che ho trovato molto efficace: talebano della grammatica.f]……

L’ho scoperta qualche giorno fa nel forum Scioglilingua, dove c’erano vari interventi sullo studio della grammatica che, per quanto noioso, da molti veniva visto come arma indispensabile contro la temuta degenerazione della lingua italiana. 

Mi ha fatto tornare in mente Prima lezione di grammatica, in cui Luca Serianni osserva che in queste discussioni l’attaccamento alla lingua spesso “si manifesta in un’istintiva avversione per il nuovo, visto come imbarbarimento e decadenza” e che

molto frequente è un atteggiamento iper-razionalistico, fondato sull’idea che la lingua sia un monolite nel quale si possa sempre tracciare il confine giusto-sbagliato sul fondamento di un’astratta immagine della norma, sottratta alla variabilità degli usi concreti.

Andrebbe invece considerato che

  tra i due poli “giusto” / “sbagliato” si situa una zona grigia, in cui il parlante nativo può avere dubbi e incertezze, dipendenti da vari fattori […] Questa tripartizione vale in genere per tutte le lingue di cultura, ma le proporzioni tra le tre fasce (agrammaticalità; possibilità di più esecuzioni equipollenti; casi di incertezza) possono variare in misura considerevole.

Nel caso dell’italiano la “zona grigia” è più estesa che in altre lingue, per due motivi: minore uniformità, dovuta a una stabilizzazione tardiva di una lingua parlata comune, e

  l’importanza da sempre attribuita alla codificazione grammaticale della tradizione letteraria: in Italia i grammatici hanno avuto più autorità che altrove e sono pochi gli scrittori e pochissimi i parlanti i quali abbiano avuto tanta fiducia nella propria forza di parlanti nativi da non sentirsi condizionati da quell’autorità, almeno fino ad anni recenti. 

Serianni introduce quindi l’idea di norma linguistica interiorizzata, cioè la norma che “è andata stratificandosi non tanto sulla base della propria esperienza di parlante, quanto sull’immagine di lingua che si è formata soprattutto negli anni di scuola” (esempio: no all’uso dell’imperfetto nelle ipotetiche dell’irrealtà, del tipo se me lo dicevi, venivo).

Michele A. Cortelazzo riprende il concetto per sottolineare che l’aggrapparsi alla norma interiorizzata impedisce di prendere atto delle variazioni che inevitabilmente investono la lingua: se davvero tali norme, tramandate da insegnante a insegnante, funzionassero senza alcuna influenza esterna, ogni lingua resterebbe immutata nel tempo! 

Infine, può essere utile ricordare che le grammatiche più tradizionali descrivono le “regole” del cosiddetto italiano standard, usato in realtà da una percentuale molto bassa di parlanti in situazioni formali, quasi esclusivamente scritte, mentre la maggior parte delle persone colte e mediamente colte privilegia la varietà linguistica conosciuta come italiano neo-standard o italiano dell’uso medio, analizzato da Francesco Sabatini in un saggio che ne descrive le caratteristiche fonologiche, morfologiche, sintattiche e lessicali.

Sabatini fa notare che quasi tutti i tratti morfosintattici che distinguono l’italiano dell’uso medio da quello standard non sono innovazioni recenti (anche Dante e Manzoni usavano l’imperfetto nelle ipotetiche dell’irrealtà!), semplicemente tali tratti non erano stati accolti nella “norma che dal secolo XVI in poi ha dominato l’uso standard della lingua italiana: la norma letteraria alla quale, in ultima analisi, si sono attenute le codificazioni grammaticali”.

Ben venga quindi uno studio della grammatica senza integralismi, che non prescrive regole astratte ma descrive la lingua contemporanea nella sua variabilità e nei suoi fenomeni di ristrutturazione e ristandardizzazione.


Due libri di lettura molto piacevole sull’argomento:

Grammatica di riferimento della lingua italiana per stranieri di Giuseppe Patota, ottima anche per italiani (già citata qui)
Val più la pratica. Piccola grammatica immorale della lingua italiana di Andrea De Benedetti, per non confondersi tra sgrammaticature e agrammaticalità

[Aggiornamento] Vedi anche: Integralisti della lingua inglese.

Retroformazione del singolare

La parola del giorno di Oxford Dictionaries è panini (in inglese un singolo panino alla piastra, ne avevo accennato in Bimbos in stilettos eating pepperoni paninis).

La voce è interessante anche perché, a parte un’imprecisione*, è completata da un approfondimento sulla modifica subita dal numero di alcuni sostantivi inglesi nel tempo o nel processo di assimilazione da un’altra lingua, per cui forme in origine plurali come addenda e agenda vengono interpretate come singolari e viene formato il plurale con l’aggiunta di una –s, oppure parole che terminano in –s vengono percepite come plurali e viene “inventato” il singolare grazie a processi di retroformazione. Alcuni esempi:

pea (pisello) era in origine pease, erroneamente interpretato come un plurale
biceps (bicipite) ha la stessa forma per singolare e plurale ma alcuni parlanti lo rendono *bicep al singolare (altri invece hanno creato il plurale *bicepses)
kudos (prestigio, apprezzamento, fama) è una parola greca non numerabile, come molti nomi astratti, che in inglese americano ha assunto il significato di “complimenti” e ha portato alla creazione della forma singolare kudo (ma anche al plurale kudoses e addirittura a kudi)

In italiano mi vengono in mente alcuni sostantivi difettivi che si dovrebbero adoperare solo al plurale, come i nomi di oggetti formati da due elementi uguali (bretelle, mutande, pinze, forbici ecc.), ma che sono usati anche al singolare, soprattutto da chi ne ha a che fare commercialmente. Fateci caso: per descrivere un esemplare specifico, dall’ottico si sente parlare di occhiale, nei negozi di abbigliamento di pantalone, in ferramenta di cesoia ecc.

Aggiornamento 25/3/2011: per l’inglese, aggiungo il singolare wag dall’acronimo WAGs (Wives and Girlfriends, le tipicamente vistose e non molto intellettuali compagne dei calciatori britannici), che mi sono divertita a leggere qui.  


* L’affermazione “In Italian a toasted sandwich is a panino” non è del tutto corretta: un toasted sandwich fatto con fette di pan carré per un italiano è il falso amico toast e non un panino che, se non specificato diversamente, di solito non è caldo.

Atlante delle strutture linguistiche (…e del tè!)

The World Atlas of Language Structure Online (WALS) è un database che cataloga proprietà strutturali (fonologiche, grammaticali e lessicali) di centinaia di lingue e consente di rappresentarne visivamente i tratti distintivi in 141 mappe.

Si tratta soprattutto di informazioni molto tecniche ma ci sono varie mappe interessanti anche per chi non è un linguista. Qualche esempio:

rapporto consonanti-vocali delle lingue
raffronto tra lingue che hanno due parole diverse per mano e dito (521) e lingue che invece usano la stessa parola (72)
basi numeriche (la maggior parte delle lingue analizzate usa il sistema decimale mentre altre contano in base 20 o preferiscono sistemi ibridi o altre basi)   
varie mappe sui sistemi dei nomi dei colori, ad es. rappresentazione di verde e blu e di rosso e giallo

In particolare, mi hanno molto incuriosita la mappa e il testo esplicativo per le parole che in 230 lingue diverse danno il nome al . È stato scelto questo esempio perché non si tratta di un concetto legato ad alcun “universale culturale” ma fa riferimento a un prodotto agricolo di introduzione relativamente recente e mostra come siano stati dei fattori culturali, in questo caso le rotte commerciali anziché la contiguità geografica tra lingue, a influenzare la parola adottata nel lessico di ciascun paese.

Sorprende che nell’83% delle lingue analizzate, in tutto il mondo, vengano usate sostanzialmente solo due parole per denominare il , entrambe di origine cinese ma entrate nelle varie lingue per strade diverse. Ecco cosa è successo in Europa:

i commercianti olandesi, i principali importatori di tè in Europa a partire dal XVII secolo, avevano contatti commerciali soprattutto nel Fujian, dove si parla il cinese min nan, la cui parola te55 divenne thee in olandese e fu poi adottata con minime variazioni nelle altre lingue dell’Europa occidentale
in portoghese si dice invece cha /ʧa/ perché i portoghesi, primi importatori di tè in Europa, seguivano rotte che passavano da Macao, da dove presero in prestito la parola cantonese cha, equivalente al mandarino chá
in varie lingue dell’Europa orientale si dice chai perché in quei paesi il tè arrivava via terra dall’oriente e non dall’Olanda 

Tea map

clever teaIo sono una grande consumatrice di tè e mi ero molto divertita quando un collega giapponese mi aveva fatto vedere che il mio nome, e più precisamente la seconda sillaba /ʧa/, si può scrivere con il carattere che in giapponese vuole appunto dire .


Vedi anche: espressioni idiomatiche inglesi che hanno a che fare con il , con alcuni commenti che evidenziano come il concetto associato alla bevanda non sia esattamente lo stesso in tutte le lingue. Altri commenti sulle connnotazioni culturali del tè in Traduzione enogastronomica.

infografica: plurale “infografiche” o difettivo?

What Shapes Our Language? è un bell’esempio di infografica usata per descrivere alcuni meccanismi che influenzano l’evoluzione della lingua (in questo caso l’inglese):

What_Shapes_Our_Language

Mi piace molto l’idea di rappresentare dati e informazioni in forma grafica ma mi lasciano perplessa i modi in cui in italiano viene usata la parola infografica (ormai molto diffusa ma tuttora classificabile come neologismo, tra l’altro non ancora registrato dai dizionari italiani che ho consultato).

Infografica è un calco di traduzione modellato su due parole macedonia inglesi, infographic e infographics [information+graphic e information+graphics].

In inglese ci sono tre sostantivi apparentemente simili che rappresentano tre concetti diversi:

(1) graph  sostantivo numerabile (plurale graphs), equivale all’italiano grafico, “rappresentazione grafica o geometrica di un fenomeno” (es. grafico a barre, grafico di una funzione ecc.)
(2) graphic  sostantivo numerabile (plurale graphics), equivale all’italiano elemento grafico, “immagine generata da un computer”
(3) graphics sostantivo non numerabile, equivale all’italiano grafica, “arte e tecnica di rappresentazione visiva su una superficie” (in italiano grafica è un sostantivo con valore collettivo ed è  raramente usato al plurale)

Ne deriva che infographics (3) descrive la tecnica di rappresentazione dei dati mentre infographic (2) è la singola rappresentazione grafica (plurale infographics).

In italiano non viene sempre recepita la differenza che esiste in inglese. Secondo me, infografica nel significato (3) è un neologismo efficace, invece non sono convinta da (un’) infografica e (più) infografiche (2) perché in questo caso associo al secondo elemento, grafica, il significato di “professionista (donna) che si occupa di grafica”.

Credo però che dovrò abituarmi a questo uso, anche se lo trovo davvero poco ortodosso, vista la diffusione sempre più vasta che sta avendo:

grafico

Concludo osservando che la voce Infografica in Wikipedia copre solo il significato (3); il redattore ha preferito usare grafico o rappresentazione grafica per il significato (2).


Aggiornamento novembre 2011 – Il dizionario di italiano Zingarelli nell’edizione 2012 include la voce infografica registrando il significato (3) e indicando il significato (2) come sinonimo improprio di infografìa.

infografica:

1 Settore dell’informazione che studia l’organizzazione e la rappresentazione di dati in forma grafica, mediante tabelle, diagrammi, istogrammi ecc
2 (impropr.) Infografia.

infografia:

(inform.) Immagine, generata da computer, che combina disegni e testi; si usa nell’editoria tradizionale ed elettronica per fornire informazioni in forma visuale. 

Se però si prova confrontare la frequenza d’uso, facendo una ricerca di pagine che contengono un’infografia e di pagine che contengono un’infografica, si può notare la prevalenza nettamente superiore di infografica.

I suffissi degli scandali: –gate e –poli

A certe notizie purtroppo non si riesce proprio a sfuggire, da qualsiasi angolo le si osservi.

Ho notato che il caso Ruby si è rapidamente trasformato anche in affaire Ruby  e vignetta Pearls Before Swinesoprattutto Ruby-gate. Non è certo una questione di economia linguistica, quindi immagino che privilegiando il suffisso inglese –gate per dare un nome alla vicenda si voglia sottolineare il carattere di scandalo, connotazione che manca al ben più neutro caso, e di grande clamore, che forse non viene percepito in pieno con il francese affaire.

In italiano abbiamo due suffissi che caratterizzano il nome degli scandali, –poli e –gate, documentati da tutti i dizionari*. Sono ritenuti simili e vengono differenziati spiegando che
–poli descrive soprattutto fenomeni di corruzione (ad es. nella pubblica amministrazione) mentre –gate ha connotazioni più politiche e/o fa riferimento a personaggi specifici.  

Secondo me, però, si potrebbe fare anche una distinzione grammaticale: 

–gate viene aggiunto a nomi propri (di persona o di luogo) o a parole straniere, ad es. Cinzia-gate, Trani-gate, sex-gate. Spesso si usa preceduto dal trattino, per segnalare un composto ibrido formato con un forestierismo non integrato.
–poli viene aggiunto solo a nomi comuni, ad es. calciopoli, vallettopoli (se associato a un nome proprio, ho l’impressione che prevarrebbe il significato primario del suffisso, “città” dal greco -πολις, πόλις, e si penserebbe a un toponimo, ad es. Silviopoli potrebbe funzionare come nomignolo per Milano 2 ma non per lo scandalo a luci rosse).  

Mi sembra anche che il suffisso –poli venga percepito da alcuni come se fosse opoli, al punto da essere usato come sostantivo plurale, seppure tra virgolette, per accomunare un certo tipo di scandali, come ad es. nella frase tutte le “opoli”.    

 
* Ho usato genericamente suffisso ma per essere più precisi –poli è un suffissoide mentre –gate può essere descritto come elemento formativo o elemento suffissale. Per esempi di etimologia e definizioni di –poli e –gate: fare doppio clic sulle parole per consultare il Dizionario Zingarelli o qui e qui per le voci del Vocabolario Treccani.  


Aggiornamento 10 marzo 2011 Sull’argomento, un intervento dettagliato del Portale Treccani: Gate, la porta sullo scandalo.