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Na’vi, nuova lingua artificiale aliena
Nei media di lingua inglese in questi giorni viene dato gran risalto al film Avatar (ieri la prima mondiale). La fantascienza non mi appassiona affatto ma mi hanno incuriosita i dettagli sulla lingua parlata dai Na’vi, gli umanoidi del pianeta Pandora. È stata creata ad hoc dal linguista Paul Frommer che ne ha definito fonologia, morfologia, sintassi e lessico in modo che suonasse credibile ma allo stesso tempo aliena e non associabile ad alcuna lingua esistente. La trama di Avatar prevedeva che gli umani fossero in grado di apprenderla e quindi sono stati privilegiati fonemi e strutture grammaticali abbastanza rari ma comunque usati in alcune lingue naturali. Ne è risultata una lingua complessa, come illustrato da alcuni esempi fatti da Frommer*.
Fonologia – La lingua na’vi non ha alcune consonanti molto comuni in inglese e altre lingue naturali, come le occlusive sonore /b/, /d/ e /g/, la fricativa /ʃ/ e le affricate /ʧ/ e /ʤ/ (rese in inglese con sh, ch e j), ma si distingue per tre consonanti eiettive /k’/, /p’/ e /t’/ per produrre le quali l’aria non viene emessa dai polmoni ma dal sollevamento della laringe a glottide chiusa (l’ortografia nella trascrizione na’vi è kx, px e tx). La lunghezza delle vocali non è una caratteristica distintiva come in i
nglese (ad es. ship <> sheep) ma è importante per la prosodia e quindi influenza la pronuncia degli attori; l’accento grafico su una vocale in finale di parola indica così che la vocale è breve (come sarebbe in italiano; in questa posizione in inglese, invece, può solo essere lunga).
[Aggiornamento: video con pronuncia di vocali e consonanti eiettive]
Morfologia – Vengono usate strutture raramente presenti nelle lingue umane, come un sistema tripartito nella declinazione dei sostantivi (si distingue tra il soggetto di un verbo transitivo, quello di un verbo intransitivo e l’oggetto) e infissi inseriti all’interno della radice di un verbo per indicare il tempo, ad es. taron, “cacciare”, diventa tolaron al passato.
Sintassi – La morfologia flessiva consente un ordine delle parole quasi del tutto libero.
Lessico – Il regista James Cameron aveva già ideato una quarantina di nomi di persona, luoghi e animali, dal suono vagamente “polinesiano”. Su questa base è stato sviluppato il resto del vocabolario, che al momento conta circa un migliaio di parole ma verrà quasi sicuramente espanso. Alcuni esempi (da BBC News e The Times):
| kaltxì | ciao (quando ci si incontra) |
| kìyevame | ciao (arrivederci) |
| srane | sì |
| lrrtok | sorridere |
| nga | tu |
| fngap | metallo |
| atxkxe | terra |
| tskxe | roccia |
| skxawng | idiota |
| Ngaru lu fpom srak? | Come stai? |
| Tsun oe ngahu nìNa’vi pivängkxo a fì’u oeru prrte’ lu | È un piacere poter parlare con te in Na’vi |
| Fìskxawngìri tsap’alute sengi oe | Chiedo scusa per questo idiota |
| Oeri ta peyä fahew akewong ontu teya längu | Il mio naso è pieno del suo odore alieno |
lingua navi
* Fonti: Skxawng! (New York Times) e Brushing up on Na’vi, the Language of Avatar (Vanity Fair), entrambi con clip audio di alcune frasi, e An interview with Paul Frommer, Alien Language Creator for Avatar (blog Unidentified Sound Object).
Interessante anche Gee Wiz, Alien Language (blog The Lousy Linguist).
Aggiornamento 19 dicembre 2009 – Language Log ha pubblicato Some highlights of Na’vi, un intervento dettagliatissimo di Paul Frommer con informazioni su fonetica, fonologia, struttura sillabica, restrizioni fonotattiche, sostantivi (il numero può essere singolare, plurale, duale e triale e ci sono sei diversi casi), verbi, aggettivi, pronomi, preposizioni e posposizioni e sintassi. Sono stati inoltre creati la voce Na’vi language in Wikipedia e il sito Learn Na’vi, con vocabolario, grammatica e fonologia e, per chi vuole scaricarla e stamparla, la Na’vi Language Pocket Guide in formato PDF.
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PS In tutti gli articoli e nel video qui sopra viene citata quella che finora era stata la lingua artificiale “di fantascienza” più famosa, il klingon di Star Trek, altrettanto complessa e addirittura parlata da molti appassionati e con un suo codice ISO. Niente a che vedere, ovviamente, con la lingua dei marziani di Mars Attacks! di Tim Burton, che consiste di un’unica parola ripetuta, ack: sembra che nella prima stesura del copione ack ack ack fosse un segnaposto per le battute dei marziani, tipo bla bla bla, in attesa di creare la lingua marziana che poi non si è mai materializzata.
La Language Creation Society fornisce informazioni dettagliate sulla “costruzione” di lingue artificiali (anche dette conlanguage, da constructed language); per una panoramica completa c’è il libro In the Land of Invented Languages di Arika Okrent.
dizionario…
Flessibilità dell’inglese: un-
Un articolo del New York Times, The Age of Undoing, mette in evidenza i verbi inglesi creati aggiungendo il prefisso un- a verbi già esistenti per indicare l’annullamento di un’azione, interessanti perché danno origine a molti neologismi, specialmente nella pubblicità e nelle opzioni delle interfacce di software e di social network:
[…] you can friend someone on Facebook; follow a fellow user on Twitter; or favorite a video on YouTube. Change your mind? You can just as easily unfriend, unfollow or unfavorite with a click of the mouse.
È un ulteriore esempio della flessibilità della lingua inglese, non sempre facilmente riproducibile nella terminologia italiana equivalente, dove si è costretti ad usare strategie diverse a seconda del tipo di verbo e del concetto espresso.
Se possibile, si ricorre a un prefisso anche in italiano, in genere scegliendo tra s- e dis- :
| lock / unlock | bloccare / sbloccare |
| link / unlink | collegare / scollegare |
| dock / undock | ancorare / disancorare |
| install / uninstall | installare / disinstallare |
A volte si deve usare un verbo con un’etimologia diversa, anche se per l’utente potrebbe diventare meno immediata l’associazione tra un’azione e il suo annullamento:
| group / ungroup | raggruppare / separare |
| hide / unhide | nascondere / scoprire |
In altri casi non è possibile trovare un verbo adeguato e si adottano soluzioni specifiche che, anche se trasparenti, possono risultare “verbose”:
| protect / unprotect | proteggere / rimuovere la protezione |
| share / unshare | condividere / annullare la condivisione |
Va poi fatta particolare attenzione al prefisso de- perché in inglese non sempre conferisce lo stesso significato di un-. Esempio: decompress e uncompress di solito sono sinonimi e in italiano decomprimere può rendere entrambi; deselect e unselect, invece, lo sono in alcuni contesti ma in altri possono indicare rispettivamente “disattivare un’impostazione” e “annullare una selezione di testo o oggetti” e quindi potrebbe essere necessario mantenere la distinzione anche in italiano, ad es. con deselezionare e annullare la selezione.
Ovviamente le scelte terminologiche in questi casi sono semplificate se si dispone di database terminologici in cui i concetti sono descritti accuratamente e tutti i sinonimi (es. decompress e uncompress) e i concetti correlati (es. deselect e unselect) sono documentati chiarendo che tipo di relazioni hanno tra loro.
Tornando infine agli esempi dell’articolo del NYT, e in particolare a Like / Unlike di Facebook, è consolante (!) vedere come anche in altre lingue sia difficile riprodurre l’efficacia e la concisione dell’inglese e come spesso si adottino soluzioni simili, ad es. Mi piace / Non mi piace più in italiano, Me gusta / Ya no me gusta in spagnolo e Gefällt mir / Gefällt mir nicht mehr in tedesco.
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Aggiornamento 16 novembre 2009: unfriend è la parola dell’anno 2009 per il New Oxford American Dictionary.
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Vedi anche: altri post con il tag lavoro terminologico.
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NON si dice “prendavamo”!
Preoccupantemente alto il numero di persone che arrivano qui (Si dice in Lombardia) con la ricerca “prendavamo”. Per tutti loro, la conferma che prendavamo è un errore: la prima persona plurale dell’imperfetto indicativo dei verbi della seconda coniugazione (-ere) è
–evamo, quindi si dice prendevamo.
Navigare non è un verbo transitivo!
Il verbo navigare in contesti informatici esprime l’idea di spostarsi all’interno di un testo, di un sito o di risorse seguendo un percorso specifico.
A rischio di passare per una neo-crusc*, vorrei lamentarmi perché sempre più spesso è usato transitivamente (esempi qui). In questi casi non si tratta soltanto dell’ennesimo calco semantico
ma anche di un calco sintattico dall’inglese, dove è normale che navigate sia seguito da un complemento oggetto (ad es. navigate a site). In italiano, invece, il verbo navigare è quasi sempre intransitivo e per specificare dove si sta “esplorando” andrebbe usato un complemento di luogo: navigare in un sito e non navigare un sito, un falso amico che a me suona malissimo.
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Vedi anche Termini in evidenza per un problema simile con il verbo migrare e I fratelli Grimm e la navigazione nei siti Web sulla traduzione di breadcrumb navigation.
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* Neo-crusc o neo-cruscante, ovvero l’integralista della lingua italiana, un neologismo coniato da Andrea De Benedetti nel citatissimo e davvero piacevole Vale più la pratica. Piccola grammatica immorale della lingua italiana.
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L’italiano nel mondo (e tipi di imperfetto)
L’italiano nel mondo è uno speciale del Portale Treccani sull’influenza dell’italiano nelle altre lingue. Interessanti gli Assaggi da un dizionario di italianismi nel mondo sulle parole italiane entrate in altre lingue, a volte con un significato ben diverso da quello originale, e gli esempi di pseudoitalianismo in Immagine dell’Italia, immagine dell’italiano, in particolare con riferimento ai nomi di prodotti che “suonano” italiani, ad es. nomi di auto
(Sorento, Picanto…) e di bevande (Vivanno, Frappuccino…).
Ho letto volentieri l’intervento di Giuseppe Patota sulla sua Grammatica di riferimento della lingua italiana per stranieri, un testo che mi piace molto e che consulto non solo per rispondere alle domande di amici stranieri ma anche per la chiarezza con cui descrive aspetti dell’italiano non sempre evidenziati nelle grammatiche “tradizionali” per madrelingua, come in questi esempi di uso dell’imperfetto indicativo:
| ▄ | nei racconti di sogni: “Ho sognato che ero in vacanza al Polo Sud e che mio padre e mia madre avevano…” |
| ▄ | da parte dei bambini, per immaginare situazioni di gioco: “Giochiamo a papà e mamma? Io ero il papà, tu eri la mamma e avevamo due bambini…” |
| ▄ | al posto del presente, per attenuare e rendere più cortese una richiesta. Rivolgendosi al negoziante con una frase tipo “Volevo due etti di prosciutto” (invece di “Voglio due etti di prosciutto”), è come se il cliente dicesse: “Quando, un minuto fa, sono entrato nel suo negozio, volevo del prosciutto… ma se non può o non vuole darmelo, posso rinunciare”. Rientra fra queste espressioni di cortesia il tipo “Ti telefonavo per chiederti se hai un libro che non trovo”, in cui l’imperfetto può comparire non solo al posto del presente, ma anche al posto del passato prossimo. |
Per un punto di vista più tecnico, la Garzantina Italiano. Grammatica, sintassi, dubbi di Luca Serianni come pure Wikipedia: i termini linguistici per i tipi di imperfetto descritti sopra sono imperfetto onirico, imperfetto ludico e imperfetto di modestia (o imperfetto di intenzione), a cui vanno aggiunti imperfetto descrittivo, imperfetto iterativo, imperfetto narrativo (o storico o cronistico), imperfetto irreale e imperfetto prospettivo. Un dramma per gli stranieri che imparano l’italiano: l’imperfetto è un tempo verbale davvero ostico!
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Vedi anche: Portale Treccani.it e Marchionimi e terminologia
Search <> Cercare
Il verbo inglese search è vittima di in un errore di localizzazione abbastanza diffuso anche se spesso segnalato, ad es. da Premere il tasto ANY. Ora è il mio turno parlarne. ![]()
Nell’uso standard search vuol dire “perquisire”, “perlustrare” (quindi “cercare attentamente”) e solo in ambito informatico ha il significato di “reperire dati o informazioni”. La costruzione di search nella forma transitiva è search X for Y: il complemento oggetto X indica dove si cerca mentre for Y specifica cosa si cerca, ad es. search the Web for sans-serif fonts.
Quando ciò che si cerca è sottinteso o non definito, chi localizza in italiano non sempre considera che search e cercare non sono equivalenti (sintassi diversa!) e può fare l’errore di confondere
il luogo della ricerca con l’oggetto della ricerca. Andrebbe ricordato che in inglese si tende a preferire il verbo find per indicare cosa cercare senza specificare dove, ad es. find sans-serif fonts (un approccio che dà per scontato che la ricerca vada sempre a buon fine…).
…e si dice in Lombardia
A Milano, dove vivo, si sentono peculiarità linguistiche a cui non riesco proprio ad abituarmi. Alcuni esempi:
| piuttosto che | come è ormai noto, in Lombardia non vuol più dire “invece di”, “anziché” ma indica “oppure”, “o in alternativa”: andiamo a mangiare un panino piuttosto che una pizza (spero anch’io si tratti di un modismo; intanto, per evitare equivoci, ho escluso piuttosto dal mio vocabolario) |
| avere bisogno + sostantivo | dopo bisogno la preposizione di viene eliminata: ha bisogno altri cinque minuti; dimmi cosa hai bisogno |
| pregato + infinito | senza preposizione di, si sente molto negli aeroporti milanesi: il signor X è pregato contattare il banco accettazione |
| prendavamo, credavamo, bevavamo… | la prima persona plurale dell’imperfetto di molti verbi della seconda coniugazione prende la desinenza della prima: temavamo di non arrivare in tempo |
| partner | viene pronunciato “pattner” |
| tecnico | viene pronunciato “tennico” |
Invece trovo molto efficaci gli aggettivi malmostoso (scorbutico, scontroso) e biotto (nudo) e il sostantivo schiscetta, il contenitore portavivande per chi, al lavoro, si porta il pranzo da casa (finora non ho ancora sentito nessuno che parli di bento box, nonostante la passione locale per sushi e sashimi
).
… ….
Vedi anche: Si dice in Romagna… e NON si dice “prendavamo”!
Si dice in Romagna…
L’italiano che si parla in Romagna, dove sono cresciuta, è in genere molto corretto. Ci sono però degli usi peculiari della lingua che non si sentono altrove e che, quando torno lì, mi fanno sempre sorridere.
Alcuni esempi di costruzioni che possono lasciare perplesso un non romagnolo:
| rimanere | in Romagna è un verbo transitivo: devo andare al Bancomat perché ho rimasto solo 10 euro; siamo andati da Marta ma ha rimasto solo taglie grandi |
| volere | quando usato come sinonimo di “occorrere” segue la costruzione di “servire”: mi vuole un cacciavite a stella; gli vuole più tempo |
| andarsi | verbo riflessivo, specialmente con la prima persona: sono stanco, mi vado a casa e poi mi vado subito a letto |
| non sapere fare a | equivale a “sapere” (essere capace): non sa fare a nuotare |
| andare da male | questa arancia è andata da male |
| provare di | ha provato di fare la tua torta ma non le è venuta bene |
L’uso transitivo di rimanere, influenzato dal dialetto, probabilmente non va considerato errore ma semplicemente una varietà regionale perché è una forma condivisa praticamente da tutti i parlanti “autoctoni”, insegnanti inclusi.
Qualche esempio di variazioni sul lessico italiano:
| minestra | primo piatto di pasta con condimento asciutto (tagliatelle, garganelli e strozzapreti sono minestre, le zuppe invece no): cosa c’è di minestra oggi? |
| forma | "parmigiano" (formaggio): mi passi la forma? |
| sportina | “sacchetto di plastica” |
| motore | “motocicletta” (ha senso, se si pensa al diminutivo motorino!) |
| cavarsi | “spostarsi”: cavati di lì! |
| prendersi dei nomi | “essere redarguito” o “essere ingiuriato”: ho sbagliato a fare il lavoro e mi sono preso dei nomi |
…
PS Suggerimento per chi si trovasse a passare dalle parti di Lugo di Romagna: le serate organizzate dal Caffè Letterario.
Nella foto: il monumento a Francesco Baracca a Lugo.
Vedi anche: …e si dice in Lombardia
Europeana – sostantivi e gerundi
Post pubblicato il 20 novembre 2008 in blogs.technet.com/terminologia
Ieri giornali e blog hanno parlato del lancio di Europeana, il nuovo portale europeo dedicato alla cultura e da cui accedere a immagini, testi e registrazioni audio e video provenienti da musei, archivi, biblioteche e altre istituzioni.
[Aggiornamento: il sito è rimasto fuori uso fino a metà dicembre 2008 causa l'eccessivo traffico il giorno del lancio e il video di cui parlo qua sotto è stato rimosso]
Il video di presentazione è era molto carino, peccato che il poco testo italiano non sia fosse stato localizzato ma forse semplicemente tradotto, probabilmente fuori contesto.
È Era tutto giocato sulla frase inglese These boots are made for… che può essere seguita da un sostantivo o da un gerundio con funzione di sostantivo (es. working). Quando appaiono apparivano alcune traduzioni italiane (es. emigrando, combattendo) si rimane rimaneva un po’ perplessi perché ci si aspetterebbe sarebbe aspettati un infinito o un sostantivo ma non un gerundio.
A questo proposito, sulla traduzione di gerundio e participio presente inglesi nelle stringhe del software: Lavori in corso.
Commento di Alessandro:
Effettivamente il video è carino ma certo non si può dire che la traduzione sia stata curata molto bene… Lo stesso problema che hai notato per l’italiano lo presenta anche la versione spagnola. Non solo: mi pare di aver visto un "construendo" al posto di "costruendo". Vabbe’, speriamo che i contenuti siano curati meglio! Approfitto di questo messaggio per farti i complimenti per il blog: tra quelli di lingua italiana che trattano argomenti inerenti la traduzione è sicuramente uno dei più interessanti.
Ho aggiunto:
Avevo notato anche gwerra e poi ho scoperto che è maltese!
Commento di Mariela:
Infatti, se si parla di cultura quanto meno bisognava usare le parole giuste! Si sa, poi, che tradurre un sito richiede diverse fasi, tra cui un controllo di qualità online – e cioè in contesto.
Mi associo ai complimenti, Licia, stupendo blog!
Un altro esempio di nome composto
Post pubblicato il 31 ottobre 2008 in blogs.technet.com/terminologia
Torno sui cosiddetti noun stack, i nomi composti inglesi che possono essere difficili da tradurre per le lingue con un ordine delle parole diverso dall’inglese, con le possibili interpretazioni di default data validation task:
- [default data] [validation task]
l’attività di convalida per i dati predefiniti (implica più tipi di dati) - [default [[data validation] task]]
l’attività di convalida dei dati che viene applicata per impostazione predefinita (implica più tipi di attività di convalida) - [default [data validation]] [task]
l’attività che descrive la convalida predefinita applicata ai dati (implica più tipi di convalida di dati)
Qui data è plurale, il che elimina l’ambiguità sul numero, ma in altri casi le possibili interpretazioni raddoppierebbero, ad es. object validation può indicare sia la convalida di un singolo oggetto che di più oggetti contemporaneamente.
In questo caso l’interpretazione corretta, in base al contesto in cui appare il termine e ai termini correlati nello stesso sistema concettuale, è la 2.
Commento di Iso:
Da dove si evince che "data" qui è plurale? Per quanto di derivazione latina, solitamente è declinato al singolare, specie nell’US-En. Come automata, del resto (pur esistendo automaton), forum (fora praticamente non esiste) o index. Qui il problema terminologico-traduttivo è conseguente alla cattiva redazione. Peraltro, il Chicago Manual of Style offre precise indicazioni al riguardo tra cui (vado a memoria) quella di non usare più di tre parole, e non più di un sostantivo aggettivante. Sul Microsoft Manual of Style for Technical Publications in mio possesso non ho trovato niente di conclusivo al riguardo, solo un vago "Use only one term to name one concept" e "Use verbs as verbs and nouns as nouns".
Mia risposta:
@ Iso, grazie per la precisazione, ma quello che intendevo dire è che nel caso di data non occorre porsi il problema se sia singolare o plurale perché indica comunque un insieme di dati (indipendentemente da quale possa essere l’etimologia o la storia del termine e quindi la forma verbale che debba essere usata in inglese)
Termini in evidenza
Termini del mese descritti nel Portale linguistico Microsoft, dove sono consultabili le voci specifiche che appaiono nel database terminologico Microsoft.
Chiavetta USB
Cookie
History – Cronologia
Gallery – Raccolta
Migration – Migrazione
Ribbon – Barra multifunzione
Wizard – Procedura guidata
L’oggetto rappresentato qui a lato è molto diffuso e sicuramente tutti sappiamo di cosa si tratta: un dispositivo che viene connesso al computer tramite porta USB e utilizzato per memorizzare informazioni. Probabilmente, però, non tutti lo descriviamo con lo stesso nome: sia in inglese che in italiano coesistono diversi sinonimi.
Termini inglesi: flash drive, jump drive, keychain drive e key chain drive, key drive, memory key, pen drive, thumb drive, USB drive, USB flash drive e relativo acronimo UFD…
Termini italiani: chiave USB, chiavetta [USB], pen drive e pendrive (sia maschile che femminile), penna USB, pennetta, unità flash USB, unità di memoria flash USB…
Nel 2000, quando sono apparsi questi dispositivi per la prima volta, nessuno avrebbe immaginato un tale proliferare di nomi e quindi esiste qualche incongruenza. Nel database terminologico Microsoft è stata uniformata la terminologia per l’italiano:
Unità flash USB è il termine standard, da utilizzare in tutti i contesti con contenuto tecnico e con riferimento specifico a singoli dispositivi.
Chiavetta USB potrà essere usato in occorrenze più generiche, dove in inglese appaiono termini diversi da USB flash drive, tipicamente per ottenere comprensione immediata anche da chi non ha familiarità con il termine standard. Chiavetta USB è la forma più frequente in italiano e già documentata nei dizionari, ad esempio nel Vocabolario Treccani.
Nell’inglese americano standard il termine cookie indica un biscotto, di solito tondo e piatto. Nei contesti tecnici, invece, un cookie è un file di dati di piccole dimensioni inviato dal server di un sito Web al browser durante la connessione al sito e salvato localmente nel computer dell’utente. I cookie contengono informazioni sulle operazioni eseguite all’interno del sito e le preferenze di navigazione, possono consentire il riconoscimento dell’utente all’accesso successivo, ecc. Esistono diversi tipi di cookie, ad esempio i cookie permanenti (o persistenti) rimangono nel computer dell’utente tra una sessione e l’altra mentre i cookie di sessione, o temporanei, vengono eliminati alla fine della sessione del browser.
Prima di venire adottati in ambito Web, i cookie descrivevano pacchetti di dati di dimensioni ridotte che venivano inviati tra programmi di comunicazione. Questi pacchetti
avevano dei dati nascosti al loro interno e questa caratteristica ha portato alla creazione del neologismo semantico cookie per analogia con i fortune cookie, biscotti di forma particolare con nascosto al loro interno un foglietto con una massima o un messaggio augurale e che vengono serviti nei ristoranti cinesi in America alla fine dei pasti.
In italiano, come spesso accade in questi contesti, si è perso il significato figurato del termine inglese, anche perché il referente non sarebbe stato riconosciuto, e si è optato per il prestito. È interessante notare che è la scelta fatta dalla maggior parte delle lingue, non solo quelle che facilmente adottano termini inglesi, come tedesco e svedese, ma anche quelle che di solito cercano di trovare un termine locale, come francese e spagnolo. Altre lingue hanno adattato il termine inglese alla loro ortografia, ad esempio kuki in albanese, khukhi in tswana e kúkì in yoruba. Sono poche le lingue che, invece, hanno scelto un termine descrittivo, come il norvegese che ha optato per informasjonskapsel (capsula di informazioni).
E in cinese? Anche in questo caso è stato adottato il prestito cookie, infatti la metafora del "biscotto con messaggio" non sarebbe stata riconosciuta: i fortune cookie non sono un prodotto originario della Cina!
In ambito informatico, il termine inglese history viene definito come “un elenco delle azioni dell’utente all’interno di un programma, ad esempio una serie di comandi utilizzati o i collegamenti alle pagine Web aperte tramite un browser”.
Quando il termine history è stato introdotto nei prodotti Microsoft nella prima versione di Internet Explorer, per l’italiano si era discusso se adottare un termine etimologicamente vicino all’originale inglese e seguire la scelta di tutte le altre lingue neolatine (historique in francese, historial in spagnolo, histórico in portoghese, ecc.) ma il termine storia da subito è apparso fuorviante perché avrebbe fatto pensare a una narrazione di fatti, mentre il sostantivo storico, riconosciuto principalmente come “esperto di storia”, sarebbe risultato ambiguo o avrebbe potuto essere interpretato come aggettivo.
Nella prima versione di questa funzionalità le varie voci dell’elenco erano aggiunte esclusivamente in ordine cronologico e così è stato deciso di evidenziare il rapporto temporale tra le azioni, scegliendo di tradurre history con cronologia.
Il termine cronologia si è rapidamente attestato anche in altri ambiti e viene comunemente registrato come voce informatica dai principali dizionari italiani e di inglese-italiano. È però vero che la funzionalità si è evoluta e le voci che contiene non sono più elencate solo in ordine cronologico.
Il termine inglese gallery è apparso per la prima volta nei prodotti Microsoft in Image Gallery, una funzionalità che permetteva di visualizzare e organizzare le proprie immagini e foto; non a caso il termine inglese faceva riferimento specifico al luogo dove vengono esposte arti visive.
In italiano si era discusso se mantenere la stessa analogia e optare per Galleria di immagini ma questa ipotesi era stata presto scartata: la forma abbreviata Galleria ci sembrava ambigua perché avrebbe potuto far pensare a un tunnel o un passaggio sotterraneo; andava inoltre valutata la possibilità che in inglese venissero in seguito conferiti nuovi significati a gallery, estendendo l’uso ad altri contesti e altre aree semantiche. Era stato preferito il termine più neutro raccolta, di immediata comprensione e non legato solo a contesti visivi; nel caso specifico avevamo scelto Raccolta immagini.
Si è rivelata una scelta azzeccata: nelle versioni inglesi dei prodotti ora esistono vari tipi di gallery ma non sempre gli oggetti che contengono sono rappresentati visivamente. Negli strumenti di sviluppo come Silverlight, ad esempio, Control Gallery è una libreria di controlli e componenti che però non sono sempre caratterizzati da un aspetto specifico; in Office l’elemento Custom Actions Gallery contiene azioni personalizzate non connotate graficamente. In tutti questi casi il termine italiano raccolta si rivela adeguato perché privo di ambiguità e sufficientemente descrittivo.
Un’eccezione è la funzionalità Elements Gallery, l’elemento di interfaccia che caratterizza Office 2008 per Mac, tradotto con barra multifunzione perché nel contesto in cui appare il termine raccolta sarebbe stato riduttivo e poco evocativo. Per saperne di più su questa scelta, Concetti e termini: un esempio da Office per Mac.
I termini inglesi migrate e migration sono sempre più usati per descrivere il processo con cui si spostano file o dati da un prodotto, sistema, formato o protocollo a un altro.
La traduzione in italiano è apparentemente ovvia: migrare e migrazione. Effettivamente il sostantivo migrazione ha, come in inglese, il significato di "trasferimento da un luogo a un altro". Il verbo migrare, invece, appartiene ai cosiddetti falsi amici, le coppie di termini in lingue diverse che presentano notevoli somiglianze morfologiche (o fonetiche) ma differiscono nel significato o nell’uso.
In italiano il verbo migrare ha in genere un significato più ristretto rispetto al sostantivo corrispondente e fa riferimento in particolare allo spostamento stagionale di alcune specie di volatili. Soprattutto, però, è un verbo esclusivamente intransitivo, a differenza dell’inglese migrate che può essere anche transitivo (ad esempio, migrate a printer server configuration). L’influenza dell’inglese ha così portato alla diffusione in italiano di calchi dalla grammatica incerta quali *migrare un sito.
Nei prodotti Microsoft viene invece usata l’espressione eseguire la migrazione, stilisticamente forse non molto elegante ma grammaticalmente corretta.
Microsoft Publisher 1.0 è il programma dove per la prima volta in inglese è stato usato il termine wizard (“mago”) per descrivere una funzionalità del software allora decisamente innovativa: i wizard (ad es. Leaflet Wizard) consentivano agli utenti senza alcuna esperienza di desktop publishing di creare facilmente documenti con layout professionale, come descritto in inglese in questo articolo sui primi 10 anni di Publisher. L’interfaccia sottolineava il significato letterale del termine: apparivano infatti bacchetta magica, cappello a cono e altre immagini dell’iconografia magica anglosassone.
La traduzione scelta per la versione italiana era un neologismo, autocomposizione, che consentiva di esplicitare un concetto specializzato ma riconoscibile (la composizione tipografica) e, prefissandolo con l’elemento auto, comunicava che l’azione avveniva “da sé” (ad es. Autocomposizione opuscolo). L’immediatezza del termine italiano riusciva inoltre a rendere meno evidenti le incongruenze grafiche che si creavano discostandosi dal termine inglese, in quanto non era possibile eliminare le immagini originali dall’interfaccia.
I wizard hanno avuto successo e sono stati rapidamente adottati in altri contesti. In questa evoluzione sono scomparse le connotazioni legate alla magia e in inglese wizard è diventato un neologismo informatico: “strumento interattivo che guida l’utente attraverso una procedura particolare presentandogli una serie di opzioni o domande”.
Anche la traduzione italiana si è evoluta: il termine autocomposizione, limitato a un contesto di utilizzo troppo specifico, è stato sostituito dal nome dell’azione effettuata seguito dall’aggettivo guidato, ad esempio Setup Wizard diventa Installazione guidata. Nei riferimenti generici al tipo di funzionalità si ricorre invece a procedura guidata. Questa soluzione non è ristretta alla terminologia Microsoft ma è diventata uno standard terminologico nell’ambito informatico italiano.
È tutto transitivo…
Post pubblicato il 4 giugno 2008 in blogs.technet.com/terminologia
Il termine del mese di giugno nel Portale linguistico Microsoft fa riferimento al falso amico migrare. A differenza dell’inglese migrate, l’italiano migrare è un verbo intransitivo e quindi non può avere un complemento oggetto.
La lingua è in continua evoluzione e forme una volta ritenute non corrette ora fanno parte dell’italiano standard (ad es. lui e lei diventati pronomi personali soggetto) ma in genere nei prodotti Microsoft preferiamo evitare forme grammaticali non ancora standardizzate e documentate nei dizionari.
Un esempio simile è indent, di solito usato come sostantivo (rientro) ma utilizzato anche come verbo: in questo caso si trova spesso il verbo intransitivo rientrare seguito da un complemento oggetto, ad es. *rientrare un paragrafo. Non è ancora un uso standard e nei prodotti Microsoft preferiamo evitarlo usando invece impostare un rientro; questo ci permette coerenza terminologica con il verbo outdent, tradotto con impostare un rientro negativo (non sempre, però, queste indicazioni vengono seguite da chi traduce, ma questa è un’altra storia!).
Altri esempi di falsi amici, tra cui indentare, nel post Bottoni e pulsanti; un altro esempio di "simmetria" terminologica nel post Cliccare o fare clic?
Lavori in corso
Post pubblicato il 30 maggio 2008 in blogs.technet.com/terminologia
Ho ricevuto una domanda sulle azioni che in inglese sono descritte con il participio presente (-ing) e in italiano sono rese con un sostantivo seguito dalla locuzione in corso (es. copying à copia in corso). Dice Riccardo:
[...] Perché non mettere "in corso" prima del verbo, magari con un verbo ausiliare (p.es. "è in corso il caricamento di …" invece che "caricamento in corso di …")? Oppure perché non toglierlo del tutto ("caricamento di …"), tanto che qualcosa sia in corso dovrebbe essere evidente? oppure perché non metterlo alla fine ("caricamento di …. in corso")? Oppure ancora rendendo la frase come faremmo istintivamente in italiano se rispondessimo all’interrogativo "che fai?": "sto caricando il …"? Insomma, le traduzioni troppo vicine alla costruzione della lingua originaria non sono sempre belle.
La traduzione del participio presente inglese con in corso è ormai diventata una convenzione nella localizzazione* e in quanto tale ha il vantaggio di rendere subito riconoscibile il tipo di comunicazione (quando leggo in corso so che devo aspettare). Effettivamente ci sarebbero soluzioni più idiomatiche o stilisticamente più eleganti ma non credo che porterebbero a vantaggi di comprensione rispetto alla formula convenzionale a cui ormai siamo abituati (la familiarità contribuisce ad abbassare la curva di apprendimento). Concordo comunque con Riccardo che a volte ne risultano frasi pesanti che potrebbero essere migliorate.
La Guida di stile per la localizzazione dei prodotti Microsoft, scaricabile dal Portale linguistico, fornisce indicazioni a questo proposito. In genere la locuzione in corso segue l’azione (in questo modo si pone l’attenzione sull’azione: copia in corso); se però l’azione viene descritta in dettaglio e la traduzione potrebbe risultare ambigua, è preferibile iniziare la frase con È in corso, come suggerito da Riccardo (ad es. Copying network install files à È in corso la copia dei file per l’installazione dalla rete). Sta poi a chi localizza scegliere la forma più appropriata…
Va inoltre considerato che in mancanza di contesto potrebbe essere difficile capire se in inglese la forma in -ing sia un participio presente (azione in corso) o un gerundio (sostantivo): la stringa Indexing, ad esempio, potrebbe rappresentare il messaggio di un servizio di indicizzazione (participio presente, Indicizzazione in corso), oppure potrebbe essere il titolo di una finestra di dialogo che permette di impostare le opzioni relative al servizio (gerundio, Indicizzazione). In questi casi è preferibile omettere in corso per evitare errori, ad esempio sarebbe fuori luogo leggere in corso in un titolo…
* L’indicazione di tradurre il participio presente inglese con in corso è diffusa e si trova, ad esempio, in progetti Linux, Mozilla, Game Italian Translation, ecc.
[Aggiornamento - 16 giugno 2008]
Ho notato che parecchie persone arrivano su questo post perché cercano come si dice lavori in corso in inglese. Non esiste un’unica traduzione, dipende molto dal contesto. Il nome del cartello qui a destra, ad esempio, è Men at work. In altri contesti, invece, è più adatta l’espressione Under construction, che tempo fa si vedeva spesso in pagine di siti Web non ancora completati.
Commento di KJK::Hyperion:
Ricordo di un messaggio tradotto impropriamente come "<ecc.> in corso", con tanto di aggiunta di ellissi "…" finale, quasi a cercare di convincerci che fosse quello il vero significato, ma ora non ricordo di preciso dove l’avevo letto. Il mio strafalcione preferito resta "Boot logging enabled" (messaggio piuttosto oscuro di avvio del kernel), tradotto come "Accesso all’avvio abilitato"
Mia risposta:
Ho appena scoperto che la stringa "Boot logging enabled", usata in Windows XP and Windows Server 2003, è stata eliminata da Windows Vista e Windows Server 2008. Si vede che era alquanto oscura anche per i madrelingua
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La definizione di "boot logging" nel database terminologico Microsoft, consultabile nel Portale linguistico, è "A process in which a computer that is starting (booting) creates a log file that records the loading of each device and service. The log file is called Ntbtlog.txt, and it is saved in the systemroot directory". La traduzione usata dal team di localizzazione in XP e Windows Server 2003, "Registrazione avvio abilitata" (presumo ci fossero problemi di spazio) cercava di risolvere la traduzione errata relativa a "logging" ma rimaneva alquanto oscura.
