Terminologia etc.

Terminologia, localizzazione, traduzione e altre considerazioni linguistiche

Post con tag “giornali”

Solo 800 parole?

La Repubblica riprende un articolo del Telegraph secondo cui gli adolescenti britannici userebbero in media un vocabolario di sole 800 parole. Il linguista inglese David Crystal in On the 800-word myth spiega perché questa affermazione, ripresa da molti media, non ha molto senso. Le principali obiezioni:

non esiste un metodo soddisfacente per misurare il vocabolario di una persona;
le parole diverse pronunciate in una singola giornata non sono un campione rappresentativo del lessico che una persona conosce o usa, variano infatti in base al tipo e all’oggetto di una conversazione; 
difficile analizzare un mondo a cui non si appartiene, come quello degli adolescenti, che in presenza di estranei evitano di discutere argomenti per i quali possono avere un loro vocabolario molto ricco.

Intanto l’articolo italiano etichetta gli adolescenti come “generazione 20 parole" perché in un terzo delle conversazioni le parole ricorrenti sarebbero appena una ventina, senza però specificare che si tratta in buona parte di parole funzionali come congiunzioni e affermazioni, verosimilmente usate con frequenza simile dalla maggior parte dei parlanti.

PS  Una possibile differenza culturale: un riferimento come 800 parole è forse più significativo per chi è cresciuto in un paese di lingua inglese che non per molti italiani. Nei sistemi scolastici anglosassoni, infatti, veniva specificata la lunghezza in parole per componimenti e relazioni anche quando si scriveva a mano e così, a colpo d’occhio, parecchi inglesi saprebbero dire che questo post è lungo poco più di 250 parole. Più difficile per gli italiani, a meno che non siano traduttori o abbastanza giovani per aver imparato a scrivere “a parole” anche nelle nostre università.

 

dude speak!

Uova orientali? Forse no… (Easter egg e sorprese)

Post pubblicato il 30 giugno 2008 in blogs.technet.com/terminologia

Visto sabato sul Corriere della sera online:

easterN eggs!!!!!

Nel frattempo gli errori più vistosi sono stati corretti, ma il giornalista aveva fatto confusione (viluppo?!) tra eastern (orientale) e Easter (Pasqua) e sul plurale dei sostantivi stranieri (in italiano rimangono invariati), però mi ha fatto venire in mente i tempi in cui i prodotti Microsoft avevano ancora gli Easter egg: quelli di Windows 95 e Windows 98 includevano anche i nomi di alcune persone del team di localizzazione di Windows, allora ancora a Dublino, e faceva piacere vedere comparire sullo schermo il nome di amici e colleghi.

Tornando all’articolo, da un punto di vista linguistico ho trovato curioso che il giornalista abbia scelto il genere femminile per Easter(n) egg. Di solito, come dicevo in un altro post, per i prestiti entrati in italiano si tende a privilegiare il maschile ma si opta per il femminile se il termine inglese richiama un sostantivo italiano femminile. Il giornalista probabilmente ha pensato a eggs (plurale) e quindi a uova e ha applicato la regola, forse senza pensare che al singolare uovo è maschile: una ricerca in rete conferma che nella maggioranza dei casi in italiano Easter egg viene considerato un sostantivo maschile

L’altro spunto interessante, perlomeno per me, è vedere come la propria cultura di appartenenza (intesa come un sistema condiviso di conoscenze con cui interpretare la realtà) possa influenzare il significato che si attribuisce a termini stranieri che, apparentemente, sono del tutto trasparenti.

Easter egg Non ho mai avuto tra le mani uova di Pasqua americane ma suppongo che non abbiano la sorpresa. L’usanza italiana non è la norma: ad es. in Gran Bretagna e Irlanda ma anche in Finlandia e in Germania, perlomeno fino a qualche tempo fa, le uova di Pasqua erano vuote oppure all’interno si potevano trovare caramelle o cioccolatini, ma non giochini o paccottiglia varia come da noi. Non a caso gli ovetti Kinder, idea italiana, hanno avuto un gran successo all’estero.

Altra differenza: in italiano uovo di Pasqua ormai indica quasi esclusivamente quello di cioccolata, di dimensioni abbastanza rilevanti e confezionato in maniera particolare (solo la forma plurale, uova di Pasqua, può far pensare anche alle uova di gallina che per tradizione venivano decorate e mangiate il giorno di Pasqua); in inglese, invece, Easter egg descrive ancora soprattutto uova di dimensioni standard, vere e decorate, oppure di zucchero, cioccolata o altro che in italiano molti di noi chiamerebbero ovetti.

Easter egg huntL’analogia usata nel mondo informatico a proposito di Easter egg non fa quindi riferimento al contenuto delle uova di Pasqua (significato italiano) ma alla Easter egg hunt, una specie di caccia al tesoro in cui si va alla ricerca di uova (più di una) che sono state nascoste: anche trovare gli Easter egg nel software richiede tempo e un certo sforzo.

Ecco così che definire gli Easter egg come "sorprese", pensando al contenuto delle uova di Pasqua, è una spiegazione influenzata dalla cultura italiana. Se vogliamo proprio cercare il pelo nell’uovo ;-) non è un’interpretazione del tutto corretta ma in questo caso è comunque efficace.