Terminologia etc.

Terminologia, localizzazione, traduzione e altre considerazioni linguistiche

Post con tag “etimologia”

Doppioni: doublets & doublettes!

A proposito di parole inglesi che finiscono in -ette, ce n’è una che suona molto graziosa ma che invece può rappresentare una grossa complicazione per i terminologi: è doublette, il termine che descrive i famigerati doppioni nei database terminologici (due o più schede diverse per lo stesso concetto).

Del significato di doppione / doublette in terminologia e dei problemi che comporta nel lavoro terminologico ha discusso recentemente Barbara Karsch in Doublettes—such a pretty term, yet such a bad concept, Why doublettes are bad e Avoiding doublettes […].

In linguistica, invece, il termine doppione (sinonimo: allotropo) descrive parole di una lingua che hanno la stessa etimologia ma sfumature stilistiche oppure significati diversi (ad esempio, malinconia e melanconia, vizio e vezzo). 

allotropia

In inglese il doppione linguistico si chiama doublet. Tipici esempi sono proprio le parole double, doublet e doublette che risalgono tutte al latino duplus ma sono entrate nella lingua per vie diverse e in tempi diversi (double dal francese antico nel XIII secolo, doublet dal francese antico ma nel secolo successivo e doublette molto più recentemente, ancora dal francese ma passando attraverso il tedesco).  

Grazie alla sua storia, l’inglese è una lingua particolarmente ricca di doppioni / doublet, una complicazione nel lavoro terminologico quando l’inglese è la lingua di partenza e una o più lingue di arrivo condividono origini etimologiche dell’inglese ma hanno minore variabilità. Può succedere infatti che due doppioni inglesi vengano usati per differenziare concetti diversi in un ambito specifico, ad es. status e state o person e persona, e che la lingua di arrivo preveda realizzazioni lessicali simili (stessa etimologia) ma disponga di un’unica parola (ad es. stato e persona in italiano), costringendo a soluzioni alternative non sempre pienamente soddisfacenti.

Aggiornamento: un esempio di allotropia in italiano (circolo, cerchio, cerchia) che non ha corrispondenza in inglese in Cerchie di Google+.

Batteri e bacilli (e cetrioli mutanti)

Mi piace molto la serie Itabolario (Il Post), una selezione dal libro omonimo che racconta la storia dell’Italia unita in 150 parole, una per ogni anno dal 1861 al 2011.

Itabolario_batterioLa voce di oggi è Batterio (1881): etimologia, storia ed evoluzione delle parole batterio e bacillo, entrambe ispirate dalla forma degli organismi osservati a quei tempi: batterio deriva dal greco βακτήριου, “bastoncino”, e bacillo è un diminutivo del latino baculum, “bastone”.

A parlare di batteri in questi giorni ovviamente viene subito in mente E. coli. Scagionati i germogli, quale sarà il prossimo vegetale incriminato? Il colpevole iniziale, il cetriolo, e la possibile mutazione del ceppo “tedesco” di E. coli mi hanno ricordato un episodio che in un inverno degli anni ‘90 aveva creato un certo panico tra gli irlandesi.

mutant cucumberA Dublino, dove vivevo, molte persone erano finite in ospedale in preda a una misteriosa intossicazione. La colpa era stata data ai cetrioli o, più precisamente, a dei mutant cucumbers che, secondo vari esperti, avevano subito un’improvvisa mutazione genetica che li aveva resi tossici. C’era stato subito chi aveva cominciato a sospettare della centrale nucleare di Sellafield, al di là del Mare d’Irlanda (anche se la maggior parte dei cetrioli erano importati dall’Olanda), e solo dopo parecchi giorni si era scoperto che i cetrioli erano innocenti e il problema era dovuto a lattuga irlandese su cui era stato spruzzato un antiparassitario non consentito.

Gli italiani sul posto avevano osservato la cosa con un certo distacco perché a nessuno di noi sarebbe venuto in mente di mangiare cetrioli in pieno inverno (il concetto di “fuori stagione” è sconosciuto in molti paesi del Nord Europa): ci sembrava tanto un anticipo di Silly season che in molte lingue europee, guarda caso, si chiama “stagione dei cetrioli”…

Etimologia di stent e doppi eponimi

In questi giorni mi sono sentita chiedere più volte cosa vuol dire stent in inglese.

Conoscevo solo il significato medico di “espansore vascolare” ma ora so che stent è uno dei tanti eponimi in uso nella terminologia medica: prende il nome dal dentista inglese Charles Stent, ideatore di un composto per impronte dentali usato in seguito per procedure ricostruttive di chirurgia plastica. Solo più recentemente il nome è passato a descrivere vari tipi di dispositivi per mantenere la pervietà di componenti anatomiche tubolari.

E sempre a proposito di eponimi, ho trovato efficace la descrizione doppio eponimo, usata da Maria Teresa Musacchio per singoli termini che derivano dai nomi di due persone, come Higgs boson / bosone di Higgs (dai fisici Bose e Higgs).  


Vedi anche: Terminologia al CERN.

Distopia: Non lasciarmi [mai]

locandinaÈ appena uscito Non lasciarmi, la versione italiana del film Never Let Me Go, tratto dall’omonimo romanzo di Kazuo Ishiguro.

Ieri sera ho visto il manifesto del film e sono rimasta perplessa dal sottotitolo, Come si può fermare l’amore?, perché fa pensare soprattutto a un drammone sentimentale, mentre il libro è ben altro.

Mi ha anche fatto tornare in mente un’intervista letta qualche mese fa, in cui Ishiguro si dispiaceva che in italiano libro e film fossero diventati Non lasciarmi, tralasciando l’avverbio never che invece è molto importante nell’originale.

Il titolo Never Let Me Go coincide con quello di una canzone ricorrente nella vita di Kathy (la voce narrante), a partire da un momento cruciale in cui lei, ancora bambina, fraintende il significato del verso Oh baby, baby… Never let me go… (a sua volta interpretato in altro modo da chi aveva assistito alla scena). Sarei curiosa di sapere come è stata adattata la polisemia di questo riferimento nella traduzione italiana del libro e nel doppiaggio del film.

[ il commento che segue è solo per chi conosce già la trama! ]

Nelle recensioni del libro (ora anche del film) ricorrono spesso due parole, distopia e [romanzo] distopico. Il significato* e l’etimologia di distopia sono noti:

1 distopìa
[comp. di dis- (1) e (u)topia ☼ 1985]
Forma di società caratterizzata da aspetti negativi e indesiderabili, dovuti a fattori come lo sviluppo tecnocratico o l’eccesso del controllo statale. 

Mi domando se in questo caso anche ad altri venga in mente un omonimo che ha etimologia e ambito d’uso del tutto diversi ma la cui definizione, pur descrivendo un fenomeno naturale, potrebbe risultare abbastanza inquietante nel contesto del film:

2 distopìa
[comp. di dis- (2) e di un deriv. del gr. tópos ‘luogo’ ☼ 1892]
(medicina) Spostamento di un viscere o di un tessuto dalla sua sede normale. 


* Definizioni dal dizionario Zingarelli 2011

Never Let me Go Official Trailer

i puntini sulle i

Da What is the name of the dot over “j” and “i,” and why do we use them? ho imparato che in inglese il puntino sulle lettere i e j si chiama tittle, dal latino titulus, iscrizione, perché nei manoscritti latini, a partire dall’XI secolo, per distinguere le due lettere venivano aggiunti dei segni, poi diventati puntini con l’avvento dei caratteri di stampa alla fine del XV secolo.

Nell’alfabeto turco esiste il carattere ı, senza puntino, che indica il suono /ɨ/, diverso dal fonema /i/ rappresentato dalla lettera i. La mancata distinzione tra i due può avere conseguenze funeste, come raccontavo in Errori di localizzazione fatali.  

E in inglese dot one’s i’s and cross one’s t’s non vuole dire essere puntiglioso*, come mettere i puntini sulle i in italiano, ma indica invece meticolosità.


* dallo spagnolo puntillo, diminutivo di punto (de honor).

Atlante delle strutture linguistiche (…e del tè!)

The World Atlas of Language Structure Online (WALS) è un database che cataloga proprietà strutturali (fonologiche, grammaticali e lessicali) di centinaia di lingue e consente di rappresentarne visivamente i tratti distintivi in 141 mappe.

Si tratta soprattutto di informazioni molto tecniche ma ci sono varie mappe interessanti anche per chi non è un linguista. Qualche esempio:

rapporto consonanti-vocali delle lingue
raffronto tra lingue che hanno due parole diverse per mano e dito (521) e lingue che invece usano la stessa parola (72)
basi numeriche (la maggior parte delle lingue analizzate usa il sistema decimale mentre altre contano in base 20 o preferiscono sistemi ibridi o altre basi)   
varie mappe sui sistemi dei nomi dei colori, ad es. rappresentazione di verde e blu e di rosso e giallo

In particolare, mi hanno molto incuriosita la mappa e il testo esplicativo per le parole che in 230 lingue diverse danno il nome al . È stato scelto questo esempio perché non si tratta di un concetto legato ad alcun “universale culturale” ma fa riferimento a un prodotto agricolo di introduzione relativamente recente e mostra come siano stati dei fattori culturali, in questo caso le rotte commerciali anziché la contiguità geografica tra lingue, a influenzare la parola adottata nel lessico di ciascun paese.

Sorprende che nell’83% delle lingue analizzate, in tutto il mondo, vengano usate sostanzialmente solo due parole per denominare il , entrambe di origine cinese ma entrate nelle varie lingue per strade diverse. Ecco cosa è successo in Europa:

i commercianti olandesi, i principali importatori di tè in Europa a partire dal XVII secolo, avevano contatti commerciali soprattutto nel Fujian, dove si parla il cinese min nan, la cui parola te55 divenne thee in olandese e fu poi adottata con minime variazioni nelle altre lingue dell’Europa occidentale
in portoghese si dice invece cha /ʧa/ perché i portoghesi, primi importatori di tè in Europa, seguivano rotte che passavano da Macao, da dove presero in prestito la parola cantonese cha, equivalente al mandarino chá
in varie lingue dell’Europa orientale si dice chai perché in quei paesi il tè arrivava via terra dall’oriente e non dall’Olanda 

Tea map

clever teaIo sono una grande consumatrice di tè e mi ero molto divertita quando un collega giapponese mi aveva fatto vedere che il mio nome, e più precisamente la seconda sillaba /ʧa/, si può scrivere con il carattere che in giapponese vuole appunto dire .


Vedi anche: espressioni idiomatiche inglesi che hanno a che fare con il , con alcuni commenti che evidenziano come il concetto associato alla bevanda non sia esattamente lo stesso in tutte le lingue. Altri commenti sulle connnotazioni culturali del tè in Traduzione enogastronomica.

Parole dalla letteratura (World Book Day)

logo World Book DayIl 3 marzo in Irlanda e Regno Unito è World Book Day e ieri, per festeggiarlo, Blurring the lines between fiction and reality (Oxford Dictionaries) ha elencato una ventina di parole entrate nel lessico dell’inglese attraverso la letteratura e altre forme di scrittura creativa come favole e fumetti.

Qualche esempio con link originali: Generation X (dall’omonimo romanzo di Coupland), thoughtcrime (da 1984 di Orwell), galumph (e chortle, parole macedonia create da Lewis Carrol per il poemetto Jabberwocky, a sua volta diventato sinonimo di parole inventate o senza senso), Poohsticks (dalle storie di Winnie the Pooh), lilliputian e yahoo (da Swift), serendipity (coniato da H. Walpole dal titolo di una fiaba), brainiac (dai fumetti di Superman), vari esempi di antonomasia come Peter Pan, Romeo, Lolita, Sherlock, Svengali, milquetoast, pooh-bah e altre parole arrivate per via antonomastica quali Pooterish, Pecksniffian e malapropism.

Anche in italiano ci sono molti esempi di nomi personaggi di fantasia entrati nel linguaggio comune, come ad es. dongiovanni, sosia, anfitrione, cenerentola, brutto anatroccolo, barbablù, travet, mandrake, paperone, gigione, vanesio, galeotto (nel senso di “intermediario d’amore”), dedalo, odissea; ci sono poi nomi e aggettivi derivati quali pinocchietti (pantaloni), pantagruelico, gargantuesco, rocambolesco e fantozziano. Altri esempi in Gradassi, Perpetue, Sirene & Co.

Sono legati alla letteratura anche gli aggettivi dai nomi degli autori, come boccaccesco, dantesco, machiavellico, omerico, pindarico, kafkiano ecc. 

Tra tutte queste parole, una che mi ha sempre divertita molto ma che è difficile riuscire a infilare in una conversazione “normale” è zerbinotto, da Zerbino, personaggio dell’Orlando Furioso (da cui deriva anche la lessicalizzazione di gradasso, sacripante e rodomonte).

Trovo infine curioso che in italiano venga comunemente usato l’aggettivo amletico ma che non ci sia, che io sappia, un equivalente inglese.


Ancora a proposito di World Book Day, il quotidiano inglese The Guardian ha scelto questa giornata per lanciare un bel sito sui libri per bambini, children’s books (introduzione qui).

link al sito children's books


Vedi anche: esempi di eponimia (parole derivate da personaggi reali) in Eponimi inglesi (e capi di abbigliamento) ed Eponimi in informatica.

Ma “pimer” che lingua è?

minipimerSe dico frullatore a immersione, credo che praticamente tutti sappiano a che piccolo elettrodomestico mi riferisco, anche se molti preferiscono chiamarlo minipimer (o, come dice una mia conoscenza, esemplificando il concetto di economia linguistica, “il pim”).

Se ne parlava ieri, quando qualcuno mi ha chiesto il significato di pimer, immaginando che fosse una parola inglese (c’è anche chi dice “minipaimer”…), o forse tedesca, per via dei prodotti Braun. Ho risposto che non era né l’una né l’altra e mi è venuta la curiosità di saperne di più, visto che anche in spagnolo si può dire minipimer (nome femminile).

Secondo Wikipedia, il frullatore a immersione è stato brevettato in Svizzera nel 1950. Come spiega El País, però, il modello minipimer è stato disegnato e prodotto in Spagna circa 50 anni fa da Industrias Pimer (Pequeñas Industrias Mecánico-Eléctricas Reunidas), un’azienda in seguito acquisita da Braun che, presumibilmente, ha poi diffuso il marchionimo anche in Italia, facendolo entrare nel nostro vocabolario. L’origine del nome non è quindi un vocabolo con un significato particolare in un’altra lingua ma un banale acronimo.

Eurofestival e “nul points”

Una notizia che ho letto la settimana scorsa potrebbe aver portato un leggero sgomento tra gli italiani che vivono o hanno vissuto all’estero: Eurofestival, dopo 13 anni torna l’Italia.

L’Eurofestival, in inglese Eurovision Song Contest, è una specie di Festival di Sanremo internazionale, un trionfo del kitsch che in molti paesi europei e del bacino mediterraneo rappresenta l’evento televisivo non sportivo dell’anno. In Italia l’Eurofestival è praticamente sconosciuto (non solo adesso ma anche quando i cantanti italiani partecipavano ancora), invece altrove è impossibile ignorarlo, tanto che la BBC ha addirittura un sito apposito.

Quando vivevo a Dublino, per settimane alla televisione irlandese non si parlava d’altro e i colleghi scandinavi organizzavano gruppi d’ascolto per vedere la trasmissione. Per gli italiani, invece, l’assoluta indifferenza al concorso era motivo di orgoglio e una delle poche argomentazioni per reagire alle innumerevoli canzonature sui programmi trash della televisione italiana (e ovviamente su chi la controlla) a cui è soggetto ogni italiano che vive all’estero. Ora però anche questo debole appiglio potrebbe venire a mancare…

Meglio concentrarsi su aspetti prettamente linguistici. In inglese c’è un’espressione idiomatica che fa specifico riferimento al sistema di votazione dell’Eurofestival e ne conferma la popolarità, in tutti i sensi*: si può dire nul points, come la mancanza di punti assegnati a una canzone, per commentare ironicamente un’esibizione davvero penosa.


* Ecco come la tipica presentazione delle canzoni dell’Eurofestival veniva ridicolizzata in Father Ted, esilarante sitcom ambientata in Irlanda (per il contesto: Song for Europe):

Father Ted: A Song for Europe

[ L’episodio di Father Ted continua qui ]

Problemi di *evaquazione dovuti all’età?

Dopo aver letto il post sugli errori di ortografia, Paola mi ha mandato un esempio che evidenzia una percezione un po’ distorta che abbiamo noi italiani quando dichiariamo che, a differenza di altre lingue, l’italiano “si scrive come si pronuncia”:

evaquare

Le forme errate *evaquare, *evaquazione ed *evacquazione sono uno dei tanti esempi dove l’etimologia di una parola prevale sulla regola ortografica (il suono /k/ seguito dalla semiconsonante /w/ e da una vocale si rende con il grafema q, come ad es. in equazione).

Paola è maestra e mi ha spiegato che alle elementari si insegnano solo le eccezioni più comuni (quelle che molti di noi ricordano come “parole capricciose”: cuore, cuoio, cuoco, circuito, innocuo, i verbi che finiscono in -cuocere e -cuotere ecc…) e si evita di appesantire l’elenco da imparare a memoria con lessico poco frequente e usato solo in ambiti specifici, come ad es. acuire, circuizione, vacuolare.

Nel caso di evacuare e di (prove di) evacuazione, si tratta di parole che fanno parte del vocabolario dei bambini italiani, e quindi anche della loro ortografia, solo dagli anni ‘90, quando nelle scuole elementari italiane sono entrati in vigore i piani per la gestione delle emergenze e le relative esercitazioni.

Auguriamoci allora che i più giovani siano meno soggetti ai problemi di *evaquazione di chi ha qualche anno in più!

Thanksgiving e tacchini giramondo

Oggi negli Stati Uniti è Thanksgiving, giorno in cui c’è un consumo abnorme di carne di tacchino. Ne avevo parlato qui, accennando alle espressioni idiomatiche con la parola turkey in inglese americano, senza però fare alcun riferimento all’etimologia.

Chi fosse interessato all’argomento può leggere Turkey in The Language of Food, un intervento ricchissimo di dettagli storici in cui viene spiegato perché in inglese il tacchino, un uccello americano, ha lo stesso nome della Turchia, un paese mediterraneo. Si scopre inoltre che anche in altre lingue il nome contiene riferimenti geografici: il francese dinde turkeyderiva da d’Inde (come il dindio di alcuni dialetti italiani) e fanno riferimento all’India anche il nome polacco, indik, e quello turco, hindi, come pure quello olandese, kalkoen, una contrazione di Kalecutisher Han ovvero “gallina di Calicut”; in portoghese invece il tacchino si chiama peru e nell’arabo levantino dik habash, “uccello d’Etiopia”.

guinea fowlI riferimenti alla Turchia e all’India in origine erano relativi a un altro gallinaceo, la faraona, che in inglese contemporaneo si chiama guinea fowl ma che attorno al 1500 era detta turkey hen (e in francese poule d’Inde o galine de Turquie) perché i pochi esemplari arrivavano dal paese d’origine, l’Etiopia (ai tempi chiamata anche India) via Turchia. La faraona era ben nota agli antichi egizi (cfr. il nome italiano) e ai romani, che l’avevano diffusa in Europa; scomparsa dopo la caduta dell’impero romano, era stata reintrodotta dai portoghesi nel XVI secolo, assieme ad altre merci “esotiche” provenienti dall’Asia (ad es. da Calicut in India), dall’America (all’epoca The Indies) e dall’Africa (Guinea), più o meno nello stesso periodo in cui cominciavano a diffondersi anche i tacchini. A parte i riferimenti geografici abbastanza approssimativi, all’epoca tacchini e faraone potevano sembrare simili: si spiega così la confusione di nomi per i due animali.

Il nome italiano tacchino invece avrebbe origini onomatopeiche (dal verso dell’animale) per i dizionari contemporanei, mentre deriverebbe da tacca nel senso di “macchia”, con riferimento all’aspetto screziato delle penne, per il Vocabolario Etimologico della Lingua Italiana. E sia il tacchino che la faraona in italiano gloglottano.

Aggiornamento: tutte le informazioni essenziali sulla “festa del ringraziamento” nelle dieci brevi domande del Thanksgiving quiz della BBC.

nom nom nom!

Nel mondo anglosassone è di nuovo stagione di parole dell’anno. Inizia il New Oxford American Dictionary scegliendo refudiate, strafalcione molto discusso di Sarah Palin (involontaria parola macedonia formata da refute e repudiate).

Più interessanti da un punto di vista non americano le altre parole prese in considerazione: bankster, double-dip, crowdsourcing, retweet, webisode e vuvuzuela (per i dettagli, c’è un articolo in Il Post).

A me ha colpito molto che nell’elenco appaia anche nom nom nom, un’esclamazione che ha dato origine a sostantivo, verbo e aggettivo per descrivere cibo particolarmente appetitoso o l’apprezzamento di chi lo mangia.

om nom nom nomDeriva da una delle frasi preferite di Cookie Monster, personaggio dei Muppet che è noto da più di quarant’anni, però a quanto pare l’espressione nom nom nom nella sua forma scritta ha avuto una diffusione virale solo ultimamente grazie a lolcat e umorismo simile.

Ennesimo esempio di creatività della lingua inglese? A me ricorda tanto il nostro italianissimo gnam gnam, che il Vocabolario Zingarelli fa risalire al lontano 1868!

Sesame Street & The Origin of Om nom nom nom

Vedi anche:

Cinepanettoni e parole dell’anno 2008  
Ancora sulle parole dell’anno [2008]  
Parole dell’anno "tecnologiche" negli USA [2009] 
Parole dell’anno… e per gli anni [2009]

Non solo zuppa!

Il titolo La zuppa Campbell è in crisi mi ha fatto tornare i mente gli anni in Irlanda e quanto i colleghi italiani ed io fossimo restii a usare la parola italiana zuppa per descrivere le varie potato / chicken / mushroom / vegetable soup ecc. che ci venivano propinate proposte nella mensa aziendale: preferivamo la parola inglese soup anche parlando in italiano. 

I dizionari italiani definiscono la zuppa come una minestra in brodo con vari tipi di ingredienti, senza pasta, ma servita in genere con fette o pezzi di pane tostati o fritti. Deriva dal germanico suppa, “fetta di pane inzuppata” e all’etimologia è legato anche il modo di dire se non è zuppa, è pan bagnato per descrivere cose sostanzialmente equivalenti.

Non conosco la cucina americana, ma in Gran Bretagna e Irlanda le soup sono in genere creme (piuttosto dense, spesso con l’aggiunta di panna) e a volte minestre in brodo (con pezzetti di carne, verdure o altro ma non pasta) ma raramente equivalgono alle zuppe italiane, che, perlomeno a me, fanno pensare soprattutto a legumi e/o cereali e alla cucina toscana.

Spero comunque che Mara passi di qui perché è sicuramente molto più competente di me in materia!  Aggiornamento 18/11: potete leggere un commento di Mara qui sotto e altri dettagli sulle possibili traduzioni in italiano di soup in creme, passati, vellutate e zuppe.

Aggiornamento febbraio 2011: prototypical soup fa una lunga analisi delle differenze tra soup inglese e americana e indica che quella inglese tende ad essere densa (crema o passato) mentre la versione americana, come aveva sottolineato Adriana nei commenti, è più brodosa e include pezzi di carne o verdura (stew per gli inglesi) ma anche pasta, riso, orzo ecc. 

Campbell's soups

Vedi anche: Pasta salad e insalata di pasta, per due termini gastronomici che solo in apparenza sono equivalenti, e Alcuni riferimenti natalizi inglesi, per un menu tipico stagionale di mensa aziendale irlandese.

Manganelli e att(r)onimi

manganelli_2 Nelle notizie della settimana scorsa è stato spesso citato il capo della polizia italiana, Antonio Manganelli, personaggio con un nome che rimane decisamente impresso, visto il ruolo ricoperto. Allo stesso modo si fanno notare padre Cantalamessa (predicatore) e monsignor Crociata (segretario della CEI).

I nomi di questo tipo sono detti attronimi o attonimi:

Attronimo o attonimo è la traduzione proposta dal linguista Tullio De Mauro per la parola inglese aptronym, che indica un nome di persona che si trova in relazione con il lavoro svolto dalla persona stessa. Un esempio può essere un meteorologo il cui cognome è Tempesta; fra gli attronimi di persone famose c’è il disegnatore ed animatore Bruno Bozzetto. La parola inglese è un neologismo che viene dall’aggettivo apt (adatto) e dal suffisso "-onym" che corrisponde all’italiano "-onimico" ossia "relativo al nome".
[Wikipedia]

Esempi di attronimi italiani qui e inglesi qui e qui. L’Encyclopædia Britannica suggerisce che la parola inglese aptronym sia stata coniata dal giornalista americano F.P. Adams anagrammando patronym (patronimico) in modo da evidenziare l’aggettivo apt.

Un sinonimo inglese di aptronym è euonym  e un altro termine correlato è nominative determinism, reso in italiano con il calco determinismo nominativo, usato per descrivere l’influenza del cognome, ma anche del nome, nelle proprie scelte di vita (idea non recente, basti pensare a nomen omen!). Ne parla Dimmi come ti chiami … e ti dirò chi sei! riprendendo un articolo di The Telegraph.

Tornerò sull’argomento con qualche esempio di attronimi e traduzione [link aggiunto].


Vedi anche: post che parlano di retronimi, eponimi, toponimi, marchionimi e acronimi.

Il pile, un falso amico potenzialmente imbarazzante

Irish Shamrock Fleece Jacket Memorabile la scenetta in un negozio di Dublino, dove un ignaro turista italiano aveva chiesto Do you have piles? a un imbarazzato commesso che certo non si aspettava una domanda così esplicita sulle proprie eventuali emorroidi…

Ho sempre trovato strano che in italiano si usi la parola inglese pile per descrivere il tessuto sintetico e gli indumenti confezionati con tale materiale, visto che in inglese il nome è ben diverso, fleece (forma abbreviata di polar fleece, in origine un marchio registrato, Polarfleece).

In inglese la parola pile può avere vari significati; se usata in ambito tessile non ammette la forma plurale ed equivale all’italiano pelo, una caratteristica conferita da varie tecniche di tessitura a materiali come ad es. velluto, felpa, alcuni tipi di spugna, tappeti e quello che in italiano chiamiamo pile.

Il termine italiano presumibilmente deriva dall’inglese pile fabric, il cui processo di lavorazione sarebbe però diverso da quello usato per il fleece (dettagli qui). A questo punto mi piacerebbe sapere come mai in italiano è stato adottato il prestito pile anziché fleece, visto che sono entrambe parole corte, facili da pronunciare e distintive. Forse un caso un po’ particolare di determinologizzazione e metaforizzazione di gergo tessile? 

Curiosità etimologica: la parola velluto, altro tessuto caratterizzato da un fitto pelo, ha la stessa etimologia di vello, che in inglese è il significato primario di fleece.

Vedi anche: altri post con il tag falsi amici, in particolare Eponimi inglesi (e capi di abbigliamento).