Terminologia etc.

Terminologia, localizzazione, traduzione e altre considerazioni linguistiche

Post con tag “etimologia”

Fatto 30, si può fare 31

Il post di ieri su trenta, le 31 once di caffè, mi ha fatto venire in mente la frase proverbiale abbiamo fatto trenta, facciamo trentuno (o anche chi ha fatto trenta può fare trentuno).

Non conoscevo l’origine dell’espressione, eccola qui per chiudere l’argomento:

È una frase attribuita a papa Leone X. Nel 1517, dopo aver indetto un concistoro per la nomina di trenta cardinali, si rese conto di aver lasciato fuori dal conto un religioso del quale aveva la massima stima. Così: un po’ giocando sull’infallibilità, un po’ per non adeguarsi alle maglie strette di uno schema prestabilito, le ordinazioni cardinalizie aumentarono di un’unità” [Treccani.it]  

Verbi con etimologia “animalesca”

Se non lo conoscete già, vi consiglio Suom(I)taly stories (“appunti semiseri dagli estremi del vecchio continente”), per le osservazioni curiose e acute da un punto di vista italiano su peculiarità linguistiche e differenze culturali finlandesi.

Nel post Curiosità linguistiche sui comportamenti degli animali ci sono alcuni esempi di verbi finlandesi derivati da comportamenti degli animali, seguiti da un nutrito elenco di verbi italiani come chiocciare, civettare, formicolare, gattonare, gufare, pavoneggiarsi, ecc.

ape = scimmiottareNe prendo spunto per aggiungere alcuni verbi inglesi “animaleschi”, altrettanto numerosi: ape, badger, bitch, bug, bull(shit) e bulldoze, cat, chicken out, cow, crane, dog, ferret out, fox e outfox, goose, hare, hog, horse around, hound, kid, monkey around, parrot, pig out, rabbit on, ram, rat on e rat out, snake, squirrel away, swan, weasel out, wolf down e wolf whistle, worm out...
[facendo doppio clic sulle parole si può visualizzare la traduzione con ZanTip]


Vedi anche: Animali nella terminologia informatica per riferimenti agli animali nel software.

Auguri politicamente corretti

In molti paesi di lingua inglese resiste la tradizione dei biglietti di auguri da sistemare sul caminetto o mettere in bella mostra in altri modi con un apposito card holder.

Per Natale ne ricevo parecchi anch’io da Stati Uniti, Irlanda e Inghilterra, ed è divertente vedere come svelino il continente di provenienza anche senza busta: la parola Christmas sembra del tutto bandita da quelli americani, dove la formula di auguri che va per la maggiore è Happy Holidays o simili (ad es. Holiday Cheer e Holiday Greetings) ma si vedono molto anche combinazioni di due o tre parole che includono Peace, Love e/o Joy (ad es. Love, Smiles and Happiness). Le immagini americane di solito sono neutre (ad es. paesaggi invernali, fiocchi e pupazzi di neve, poinsettie, ecc.) e sono rari i simboli più tradizionali come alberi di Natale o candele.

Happy Holidays

Insomma, un vero trionfo del politically correct (il 21 dicembre ho addirittura ricevuto tre email dagli USA intitolati Happy Solstice, in sostituzione dei più tradizionali auguri natalizi). Personalmente trovo abbastanza ridicolo che si voglia vedere un significato religioso in una tradizione che equivale ormai a un semplice atto di cortesia, ma c’è invece chi prende la cosa seriamente: impossibile dimenticare la reazione irata di un collega americano di origine israeliana verso un’ignara collega asiatica che, pensando di fare un gesto gentile verso europei e americani, aveva mandato un tipico messaggio di auguri natalizi…

Non siamo immuni a questa tendenza neanche in Europa (in Inghilterra era stata addirittura coniata la parola macedonia Winterval, da winter+festival, per descrivere in modo neutro questo periodo festivo), però nel Regno Unito e soprattutto in Irlanda continuano ad esistere i biglietti con auguri e simboli tradizionali. E, per quanto kitsch possano essere, a me fa sempre piacere trovarli nella cassetta delle lettere, soprattutto in questi tempi di comunicazioni quasi solo elettroniche. 

Per rimanere in tema, parlano dell’etimologia di parole inglesi legate al Natale (ad es. Christmas, Yule, frankincense, myrrh, merry) il blog Collins Language in We owe you an Etymology e The Virtual Linguist in Merry Christmas. Sull’etimologia di parole italiane natalizie (ad es. presepe, torrone, vischio, elfo, ghirlanda), Il Natale, a carole nel portale Treccani.

Vedi anche: Alcuni termini natalizi inglesi.

Idioti e idiomi

In The Guardian la settimana scorsa c’era un intervento interessante sulle espressioni idiomatiche e sul loro ruolo nella comunicazione, The idiotic joys of idioms. Il titolo fa riferimento all’etimologia di idiota e idioma [o più precisamente, come sottolinea .mau.,  idiotismo] che condividono la stessa radice:

idioma: latino idioma -mătis, greco ἰδίωμα -ώματος «particolarità; peculiarità di stile; linguaggio», der. di ἴδιος «particolare»
..
idiota: latino idiota, greco ἰδιώτης «individuo privato, senza cariche pubbliche; inabile, rozzo, ecc.», der. di ἴδιος «particolare, che sta a sé»
..
[fonte:
Vocabolario Treccani]

A completare l’argomento un quiz divertente, adatto alla settimana di ferragosto, Know your idioms?, su espressioni idiomatiche insolite da vari paesi del mondo (e l’ultima domanda è decisamente attuale!).

Know your idioms? -  www.guardian.co.uk

Illustrazione di Julia Suits dal libro I’m Not Hanging Noodles on Your Ear and Other Intriguing Idioms from Around the World.

Vedi anche: Espressioni idiomatiche inglesi

Espressioni idiomatiche inglesi

Non conoscevo il sito The Phrase Finder (grazie Shaheen per la segnalazione!) e l’ho trovato molto divertente: è una raccolta di espressioni idiomatiche inglesi ma anche citazioni e slogan pubblicitari con spiegazioni dettagliate sulla loro origine.  

my cup of teaManca una delle mie frasi preferite, not my cup of tea (una cosa o qualcuno che non piace o con cui non si hanno affinità), ma ci sono altre frasi che hanno a che fare con il e che, come molte altre, evidenziano che in lingue diverse esistono modi di dire simili ma con riferimenti che cambiano in base a ciò che è (o era) più significativo nella cultura di appartenenza, ad es. Not for all the tea in China (“non per tutto l’oro del mondo”) e A tempest in a teapot / A storm in a teacup  (“una tempesta in un bicchiere d’acqua”).
….

Vedi anche: edible idioms 1 e 2 in Taccuino di traduzione 2.0

Piggy back

Ieri i media hanno dato rilievo alla ragazzina inglese che per anni ha vissuto con due cuori (il suo e quello di un donatore). In inglese il cuore aggiuntivo viene definito piggy-back heart (ne parla il chirurgo qui) ed è uno dei tanti esempi di come in inglese le espressioni metaforiche e/o colloquiali possano essere facilmente usate anche in ambiti specialistici.

piggy backPiggy back (o piggyback) è un modo di dire che trovo molto efficace. Letteralmente indica l’azione di trasportare una persona sulla schiena (ma anche a cavalcioni sulle spalle) e, metaforicamente, descrive una situazione in cui ci si “aggancia” a qualcosa che è già in funzione o è già rilevante, sfruttandolo per raggiungere uno scopo, ad es. lanciare un nuovo programma televisivo promuovendolo attraverso una trasmissione che ha già successo. A volte può avere la connotazione di “a sbafo”: usare una connessione wireless altrui senza esserne autorizzati è un esempio di piggy back. 

In ambiti specialistici di solito piggy back è un termine neutro, senza accezioni negative, ad es. in logistica può fare riferimento a modalità di trasporto dove mezzi che viaggiano su strada vengono trasportati su rotaia; nel marketing e in economia può descrivere un accordo di distribuzione di prodotti in un mercato estero servendosi della rete di un partner locale, oppure lo sconto per l’acquisto di un prodotto legato all’offerta di un altro prodotto; in informatica, riferito a protocolli di comunicazione, può indicare l’inserimento di un messaggio di conferma all’interno di un altro (e in System Center Configuration Manager di Microsoft descrive un’opzione di aggiornamento di processore), ecc.  Come prevedibile, in italiano in questi casi si ricorre al prestito perché un’espressione metaforica simile a quella originale sarebbe improponibile in contesti tecnici.

Nel dare la notizia del doppio cuore a un pubblico non specializzato, invece, i media italiani hanno rinunciato all’uso di termini specifici a favore di descrizioni generiche: piggy-back heart è così diventato un cuore “in più”, “di supporto” o “secondo cuore”.

piggy bank

Vedi anche: La lingua inglese vista dall’Oxford English Corpus sul fenomeno della folk etymology per cui, specialmente in inglese, alcune parole vengono alterate rispetto alla forma originale per dare loro maggior senso. È il caso di piggyback, in origine pickpack o pickback, ovvero nessun riferimento ai porcellini (come invece piggy bank, il salvadanaio!).

“Blogorrhea” e “blogorrea” sono la stessa cosa?

In inglese ci sono innumerevoli neologismi che fanno riferimento ai blog. The Urban Dictionary ne elenca più di 200: molti sono ancora gergali ma altri sono ormai entrati nell’inglese standard e da lì sono arrivati in italiano, spesso come prestiti, ad es. blogroll.

Tra i calchi l’inglese blogorrhea e l’italiano blogorrea (la tendenza a scrivere post prolissi e spesso incoerenti, oppure molto frequenti ma privi di contenuto interessante) mi piacciono non solo per l’efficacia con cui esprimono il concetto ma anche perché li trovo un tipico esempio di parole in lingue diverse che solo in apparenza sono del tutto equivalenti.

Per confermarlo ho fatto un piccolo esperimento con una trentina di persone che hanno familiarità con i blog, metà italiane e metà di madrelingua inglese. Ho mostrato loro la parola blogorrhea o blogorrea (nella propria lingua) e ho chiesto di indicarmi il significato e l’origine. Tutti hanno riconosciuto il concetto e capito che era una parola macedonia ma, come prevedevo, l’interpretazione “etimologica” è stata diversa in inglese e in italiano.

blogorrhea - blogorrea In inglese blogorrhea è stata analizzata come parola composta da blog e dal suffisso rrhea che fa pensare soprattutto a diarrhea (non a caso in inglese esiste anche il concetto opposto, blogstipation), ma anche a gonorrhea, e quindi può evocare immagini alquanto negative. In italiano, invece, tutti hanno visto un unico riferimento a logorrea, un concetto più astratto e spesso usato ironicamente. Ecco quindi che non c’è una completa equivalenza nelle due lingue perché non coincidono le connotazioni legate alle parole.

Difficile dire se le sfumature di significato siano influenzate dalla maggiore o minore frequenza di certe parole nella lingua (in italiano logorrea è un termine tecnico entrato nel lessico comune e quindi più riconoscibile di logorrhea in inglese) oppure dall’ortografia (in inglese rrhea è una combinazione usata raramente al di fuori del linguaggio scientifico, familiare forse solo proprio per diarrhea).

Non so se esista un termine per descrivere le differenze di percezione dovute al diverso impatto visivo delle parole scritte, in ogni caso credo si possa usare questo esempio per ricordare che nella scelta di termini molto visibili, di nomi di prodotti e di nomi di domini (!!) si dovrebbe sempre verificare che non contengano sequenze di caratteri o altro che possano conferire connotazioni negative non volute: chi traduce dovrebbe avere la sensibilità per individuare queste differenze.


PS Nei prossimi giorni mi prenderò una pausa. E in effetti, prima che me lo faccia notare qualcuno, forse non era il caso di scrivere un post così lungo proprio sull’argomento… blogorrea!  

Etimologia latina di persona

Le statistiche del blog segnalano un’impennata di varie centinaia di ricerche su “etimologia latina di persona” e variazioni sul tema. Sarei curiosa di sapere perché (forse qualche traccia di esame di maturità?), in ogni caso suggerisco a chi eventualmente arriva qui di consultare uno dei vari dizionari italiani online oppure il Vocabolario Etimologico della Lingua Italiana. Ecco cosa dice il Vocabolario Treccani su persona:

Latino persōna, voce di origine probabilmente etrusca, che significava propr. «maschera teatrale» e poi prese il valore di «individuo di sesso non specificato», «corpo», e fu usata come termine grammaticale e teologico.


Vedi anche: Il concetto di “user persona” nel software.

Ungheresi, cammelli e notazioni…

In Eponimi e informatica avevo accennato al termine inglese Pascal Case, una notazione (convenzione di scrittura) nata con il linguaggio Pascal. Altri due nomi di notazione hanno un’etimologia che trovo curiosa: Hungarian Notation e Camel Case.

Si parla di Hungarian Notation, in italiano notazione ungherese (anche ungara), quando un prefisso descrittivo con iniziale minuscola precede gli altri elementi con iniziale maiuscola, ad es. frmNewUser. Il nome fa riferimento sia all’aspetto “straniero” degli identificatori scritti in questo modo che alla nazionalità di Charles Simonyi, un informatico ungherese fondamentale per lo sviluppo di Excel, Word e programmazione orientata a oggetti nei prodotti Microsoft, nonché già due volte turista nello spazio! La storia della notazione è raccontata dal suo creatore in Hungarian Notation.

camel Invece Camel Case, in italiano notazione Camel o Camel Case, si chiama così perché solo il primo elemento ha l’iniziale minuscola mentre all’interno del nome viene assegnata la maiuscola, ad es. serverClass, il che ricorda la gobba di un cammello (in inglese camel è il nome generico sia per il cammello che per il dromedario: il numero di gobbe non fa differenza).

In Animali nella terminologia informatica sottolineavo che i termini inglesi con riferimenti ad animali non vengono quasi mai tradotti in italiano: anche qui si opta per il prestito, Camel.

Boot, reboot e bootstrap

Mi sa che è deformazione professionale, perché ogni volta che sento Unknown Caller degli U2 faccio caso ai riferimenti informatici nel testo. Credo proprio che Bono usi un Mac:

Force quit and move to trash

Più trasparente e subito comprensibile un’altra metafora, quella di azzerare tutto e ricominciare:

Restart and reboot yourself

bootstrap I termini boot e reboot mi sono sempre piaciuti molto per la loro etimologia, una metafora credo abbastanza nota. Non descrivono l’azione di dare un calcio al computer per farlo ripartire (anche se a volte…) ma in origine fanno riferimento alle linguette (bootstrap) che aiutano a infilarsi scarponi o altre calzature e da cui deriva l’espressione to pull oneself up by one’s bootstraps: inizialmente indicava un compito impossibile ma poi ha acquisito il significato di “uscire da una situazione difficile o complessa da soli, senza intervento altrui”. 

Il termine bootstrap è stato adottato in ambito informatico per descrivere il processo per cui un programma abbastanza semplice consente di caricare, avviare e preparare all’uso programmi molto più complessi, come ad esempio il sistema operativo del computer. Da bootstrap è poi derivata la forma abbreviata boot che ha acquisito il significato più generico di “avviare un computer”, tanto che restart e reboot di solito sono sinonimi (ad es. nei prodotti Microsoft e sembrerebbe anche nella documentazione Apple). Non per gli U2, però!

PS Visto che siamo in tema, ne approfitto per segnalare un falso amico che trovo molto fastidioso: liriche per descrivere il testo di una canzone, calco dall’inglese lyrics.

Silenzio… the server is quiesced

Post pubblicato il 24 novembre 2008 in blogs.technet.com/terminologia

Il messaggio di errore Server is currently quiesced ha attirato l’attenzione di Language Log e ha portato a una disquisizione morfosintattica sul termine quiesce in ambito informatico.

ShhhhhhhIl verbo quiesce /kwɪ’ɛs/ è raro nell’inglese standard, tanto che molti dizionari non lo registrano. Significa "diventare (più) silenzioso", ha la stessa etimologia latina del più comune quieten ed è un verbo intransitivo

In ambito informatico, invece, quiesce è stato trasformato in un verbo transitivo che descrive l’azione "rendere temporaneamente e/o gradualmente inattivo", ad es. un processo, un server, un database, ecc.  Chi parla una lingua neolatina probabilmente riconosce questo significato (cfr. quiescenza) ma in inglese risulta nuovo, come si vede da questo commento al post originale:

It would appear that one geek, or one team of geeks, came up with this new use of quiesce, so well done to them, I guess, for inventing a non-idiotic usage that’s stuck.

L’esempio di quiesce mette in evidenza un aspetto tipico della terminologia informatica: per esprimere concetti specifici si può attingere all’enorme lessico inglese e appropriarsi di termini insoliti o desueti, dando loro un nuovo significato non presente nella lingua standard. Nella localizzazione, in questi casi, i termini vanno visti come "etichette" e si deve lavorare soprattutto sul concetto che rappresentano e il contesto di utilizzo: le indicazioni di dizionari monolingui e altri riferimenti non specializzati raramente sono utili*.

Nei prodotti Microsoft il verbo quiesce è usato in Office SharePoint Server dove fa riferimento alla disattivazione graduale di un servizio, una server farm o un modulo, effettuata non accettando nuove sessioni e consentendo alle sessioni esistenti di essere portate a termine.

In mancanza di un verbo italiano specifico si è optato per disattivare, scelta condivisa da parecchie lingue; altre hanno preferito l’equivalente di "sospendere", "passare alla modalità inattiva", "fermare" e anche silenciar (portoghese) e passivisere (norvegese). In tutti i casi è stato messo in evidenza uno degli aspetti espressi dal concetto originale, ricorrendo a termini già esistenti e dal significato più ampio ma perdendo l’unicità del neologismo semantico quiesce.

Ancora una volta, difficile competere con la ricchezza lessicale inglese!

   
* Esempio di come non sia sempre possibile fare riferimento al significato standard dei termini inglesi: i commenti al post
Domande sulle risposte.

Commento di .mau.:

insomma, il server è in pensione :-)   In realtà per l’italiano basterebbe ritornare a fare come nel secolo scorso e crearceli anche noi, i neologismi. Pensa al gergo calcistico di Giuan Brera…

Commento di Iso:

Il Merriam Webster riporta (http://www.merriam-webster.com/dictionary/quiescent) quiescent, dal latino quiescere e propone come sinonimo latent, anch’esso di derivazione latina, da latere, per il quale offre, come sinonimi, dormant, quiescent, potential.  Il Longman (http://www.ldoceonline.com/dictionary/quiescent) ne riporta la natura formale. Il De Mauro lo riporta, col significato di inattivo e riporta anche quiescere. Il Treccani fa invece riferimento all’ambito scientifico (vulcanologia). In entrambi i casi (per la ricerca sul Battaglia è necessario un po’ più di tempo disponendo solo della versione cartacea), si tratta di un vocabolo colto, direi dotto.  Qualche giorno fa Dennis Baron (http://illinois.edu/blog/view?blogId=25&topicId=2356&count=1&ACTION=VIEW_TOPIC_DIALOGS&skinId=286) ha ironizzato sulla decisione di tre cittadine inglesi di bandire l’uso del latino perché lontano dall’uso comune. Perché rinunciare all’uso sapiente di un termine di connotazione dotta banalizzandolo, specie quando la lingua di destinazione lo ospita ancora nell’uso comune e il prodotto di riferimento non è esattamente di uso generale?  A volte è il malinteso rispetto per gli utenti a trasformarli in utonti.

Commento di Alex:

Posso capire i problemi che il messagio ‘Server is currently quiesced’ avrà causato!  Probabilmente lo sai che c’é anche il verbo ‘acquiesce’ http://www.thefreedictionary.com/acquiesce , che non vuol dire proprio il contrario di quiesce!

Immagino che ci siano abbastanza anglofoni che sappiano di ‘acquiesce’ ma non quiesce!

A volta l’inglese e l’italiano sembrano parenti, mentre altre volte non sembra per niente il caso!  Il trucco é di sapere quando le due lingue si assomigliano, ma non é facile!

 

Mia risposta:

@ .mau. Confesso la mia ignoranza abissale per tutto quello che ruota attorno al mondo del calcio (al punto che non ho neanche visto la finale dei mondiali, ed ero in Italia!), in compenso tale Carlo Brera, traduttore un po’ maldestro, mi aveva dato parecchi spunti per la tesi  ;-)

@ Iso: nel caso di sostantivi e aggettivi effettivamente c’è più flessibilità, ma con i verbi le cose si complicano. Personalmente credo che un eventuale verbo quiescere risulterebbe fuori luogo in un prodotto localizzato in italiano (non oso immaginare, ad esempio, il participio passato: the server is quiescing and will be fully quiesced at <time> = il server…?).

Cerchiamo sempre di valutare i termini nel contesto di tutta la terminologia usata nel prodotto e non individualmente; quella che abbiamo scelto ci è sembrata la soluzione più adatta.

Liberi, ovviamente, di pensarla diversamente :-)

@ Alex, per fortuna finora a nessuno è ancora venuto in mente di usare acquiesce nel software Microsoft, anche se credo che, nel caso, ce la potremmo cavare con acconsentire ;-)

Infine un commento di Elio:

Aggiungo un significato dell’aggettivo "quiescent". Il contesto è l’elettronica e il significato mi sembra leggermente diverso da quello del verbo "quiesce" in SharePoint: in elettronica "quiescent current" e termini correlati vengono tradotti in "corrente a/di riposo".
Preciso che in questo ambito "quiescent" è un termine comune e non considerato insolito come invece il verbo "quiesce".

Inglese, latino e termini informatici

Post pubblicato il 12 novembre 2008 in blogs.technet.com/terminologia

La settimana scorsa nei paesi di lingua inglese si è parlato molto della decisione di alcuni comuni ed enti britannici di bandire termini ed espressioni latine dalle loro comunicazioni perché considerati elitari e quindi non politicamente corretti (ad es. BBC e The Guardian e blog qui, qui e qui).Ave!

Si calcola che circa il 30% del lessico inglese derivi direttamente dal latino, senza contare i termini entrati in seguito dal francese. In molti casi l’ortografia inglese riproduce quella originale latina.

Anche nella terminologia usata nel software inglese non mancano gli esempi "latini": ad hoc (ad es. ad hoc network), addendum, agenda, album, area, audio, data, formula, forum, media, per diem, persona, pro forma, quorum, quota, ratio, replica, spectrum, status, via, video, virus, etc

Per verificare l’etimologia dei termini inglesi: Online Etymology Dictionary

Io puffo, tu puffi, noi effettuiamo

Post pubblicato il 3 ottobre 2008 in blogs.technet.com/terminologia

immagine dal sito ufficiale dell'anniversario dei Puffi www.smurfs.comIeri mi è capitata tra le mani una rivista con un articolo sul 50º anniversario della nascita dei Puffi.

Mentre la sfogliavo, intontita dalla stanchezza, mi sono detta che, a pensarci bene (?!), c’è un punto in comune tra il linguaggio dei Puffi e un certo tipo di terminologia informatica: se loro usano il verbo puffare, noi abbiamo effettuare! 

In alcuni ambiti tecnici e specializzati i prestiti dall’inglese sono un fenomeno abbastanza comune. In genere si tratta di sostantivi che vengono adottati come prestiti non integrati, con ortografia e comportamento diversi da quelli dei sostantivi italiani (il plurale è invariato). Se però in inglese sono presenti anche verbi "omonimi" dei sostantivi, oppure se i sostantivi sono forme verbali, in italiano diventa difficile ricorrere ai prestiti anche per i verbi corrispondenti. Ecco allora che si ricorre a una soluzione passe-partout con il verbo puffare effettuare + sostantivo.

Un paio di esempi:

verbo / sostantivo inglese sostantivo italiano verbo italiano
back up / backup backup effettuare il backup
reengineer / reengineering reengineering effettuare il reengineering
roam / roaming roaming effettuare il roaming
spool* / spooling spooling effettuare lo spooling

Si potrebbe obiettare che anche i verbi inglesi sono assimilabili, basti pensare ai calchi omonimici come formattare da format. Sono però convinta che nel caso dei verbi questa operazione funzioni solo se si riesce a ottenere prestiti integrati, dove il termine originale non è subito riconoscibile (esempio classico: il sostantivo bistecca, da beefsteak). Secondo me, forme come downloadare, chattare, forwardare, linkare ecc. sono poco accettabili perché includono caratteri o combinazioni di grafemi che non fanno parte dell’ortografia italiana e quindi stridono con la coniugazione che invece segue il comportamento dei verbi italiani.
    

* Il verbo inglese spool usato in ambito informatico ha un’etimologia interessante: dovrebbe derivare dall’acronimo simultaneous peripheral operations on-line e, se riferito a stampanti, simultaneous peripheral output on line e NON è quindi correlato al verbo generico spool.

Bufale in agguato

Post pubblicato il 3 luglio 2008 in blogs.technet.com/terminologia

bufala?! Bella idea di Feliciano Intini nel suo Security Blog: una raccolta delle bufale che coinvolgono Microsoft. Tutte le volte che qualche amico/a mi chiedeva di confermare improbabili iniziative arrivate magari come catena di Sant’Antonio, riciclavo le spiegazioni che mi ero preparata a suo tempo. D’ora in poi li indirizzerò qui.

Completa l’informazione un altro post di Feliciano su MClips, La bufala è buona solo sulla pizza (attenti alle email false … e tendenziose!).

Ma perché si dice bufala? Risposta di Giorgio De Rienzo sul Corriere della Sera:

"Bufala" è parola regionale di derivazione romanesca, probabilmente adattata, come sostiene De Mauro, sull’uso in senso figurato di "bufalo", che sta ad indicare "persona ottusa e rozza".

Il corrispondente termine inglese, hoax, ha un’etimologia interessante: deriva da hocus, a sua volta abbreviazione di hocus pocus, incantesimo in latino maccheronico* usato da maghi e illusionisti che cercavano di trarre in inganno gli spettatori.

* per rimanere in tema di animali, una curiosità terminologica:
   in inglese latino maccheronico si dice anche dog Latin.