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Cinepanettoni e parole dell’anno 2008
Post pubblicato il 19 dicembre 2008 in blogs.technet.com/terminologia
In questi giorni si sente parlare in continuazione di cinepanettoni, un neologismo che conta ormai decine di migliaia di occorrenze su Internet ed è entrato nel dizionario Zanichelli 2009: il concetto che rappresenta non mi interessa proprio ma il termine è veramente una bella invenzione.
Questo è il periodo dell’anno in cui si parla di più di terminologia, specialmente nei paesi di lingua inglese, dove vengono fatte varie classifiche con la parola dell’anno. In genere non si tratta di neologismi ma di parole la cui frequenza d’uso è cresciuta improvvisamente perché sono state associate a eventi particolari, ad es. la crisi economica e le elezioni presidenziali negli USA.
Per il dizionario americano Merriam-Webster (notizia ripresa da Repubblica), la parola dell’anno è il sostantivo bailout, in genere tradotto con [piano di] salvataggio, ad es. quello operato dal governo americano per varie istituzioni finanziarie. Bail è la cauzione che in alcuni paesi permette di rilasciare in libertà provvisoria una persona arrestata; il verbo bail out vuole anche dire “rimuovere l’acqua da una barca” (dal francese antico baille, secchio).
Altro termine molto citato è il verbo vet, “vagliare” o “valutare attentamente” se riferito a un candidato per una posizione importante (es. Sarah Palin o chi farà parte del governo Obama*). Il termine è una forma abbreviata di veterinary e fa riferimento ai controlli a cui venivano sottoposti i cavalli da corsa prima di una gara (come spiegato in Vetting Vet) ma finora era usato principalmente nell’inglese britannico e non in quello americano: ecco quindi la “novità” del termine.
Ho poi trovato divertente il neologismo topless meeting, visto nella classifica americana dell’Oxford University Press: è una riunione a cui è proibito portare i laptop. Non sarebbe male applicare il concetto a certe riunioni italiane ma posso solo immaginare le reazioni a un eventuale prestito dall’inglese
.
Le classifiche inglesi delle parole dell’anno sono in genere stilate da linguisti. In Italia invece sono i lettori dei quotidiani a decidere: ecco quindi che per Repubblica la parola dell’anno 2008 è onda, preferita ad altre tra cui tesoretto; per il Corriere, invece, è Yes we can (non proprio una parola…).
Per concludere, un bel post in Taccuino di traduzione 2.0, Lessicograficamente parlando: ha molti spunti e riferimenti interessanti.
Un altro post molto interessante in The Lexicographer’s Rules da uno dei linguisti della American Dialect Society che hanno scelto bailout come parola dell’anno 2008.
* La stampa italiana usa sempre il calco amministrazione con riferimento ai governi degli Stati Uniti ma in origine era un falso amico: in inglese administration indica il governo in carica in un paese in un periodo specifico.
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Vedi anche: Ancora sulle parole dell’anno 2008 e Parole dell’anno tecnologiche negli USA
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Dizionario De Mauro NON più online
Aggiornamento 7 ottobre 2009: come segnala .mau., il Dizionario De Mauro non è più disponibile online, le informazioni contenute di seguito sono del tutto obsolete e quindi il titolo del post è stato modificato in Dizionario De Mauro NON più online.
Post pubblicato il 15 dicembre 2008 in blogs.technet.com/terminologia
Il dizionario italiano De Mauro non era più disponibile (Punto informatico) ma sembra sembrava che i gestori del sito ci abbiano avessero ripensato e abbiano avessero ripristinato l’opzione: si può poteva consultare su old.demauroparavia.it. La cosa mi fa aveva fatto piacere: anche se il De Mauro è era “fuori catalogo”, rimaneva un’ottima risorsa. E anche se fosse ancora in produzione, concordo con .mau..: mettere a disposizione un dizionario online non è certo un deterrente all’acquisto!
Terminologia nonprofit
Post pubblicato il 26 novembre 2008 in blogs.technet.com/terminologia
Ieri ho ricevuto un omaggio che ho gradito molto: la versione 2009 del dizionario Devoto-Oli. In allegato un glossario molto interessante, Le 100 parole della solidarietà, con la terminologia legata alla responsabilità sociale e al mondo del nonprofit. Si può consultare e scaricare qui.
I prestiti sono un fenomeno tipico di vari linguaggi settoriali e quindi me ne aspettavo molti dall’inglese, forse però non in percentuale così alta (25%). Tra questi, un termine che soprattutto in ambito aziendale è usatissimo (un po’ troppo per i miei gusti!):
stakeholder /st’eɪkhəυldər | in it. steik’older/ s. ingl. (pl. stakeholders), in it. sm. e f., invar. ~ Ciascuno dei soggetti direttamente o indirettamente coinvolti in un progetto o nell’attività di un’azienda (fornitori, dipendenti, abitanti di zone contigue), gli interessi dei quali devono essere calcolati nella gestione aziendale per mantenere efficienti i processi produttivi; pubblico di riferimento. | Propr. “titolare di quote di partecipazione” | 1998.
Interessante anche la nota su nonprofit / no profit nell’introduzione:
La stessa espressione nonprofit è in fondo un bell’esempio di parola a cavallo tra vecchio e nuovo, tra locale e globale: l’espressione è inglese, come anglosassoni sono le dinamiche economiche utilizzate in questo settore, ma profit è di origine latina, quindi per noi facilmente comprensibile, e nonprofit è caratterizzata da una trasparenza, da un’immediatezza non riscontrabili nella sua burocratica traduzione “senza scopo di lucro”. È probabilmente legata a questo la fortuna che il termine ha sia alla televisione che sui nostri giornali, anche se non a tutti è chiaro come esso debba essere pronunciato (non o no profit) o scritto (nonprofit, come fanno ormai gli americani, non-profit, come continuano a fare gli inglesi più puristi, oppure addirittura no profit, con o senza trattino, come sicuramente non fanno né gli uni né gli altri, ma che piace tanto a noi italiani).
Altre informazioni su questo progetto qui.
Chiave, chiavetta, penna, pennetta…
Post pubblicato il primo ottobre 2008 in blogs.technet.com/terminologia
Il titolo non è l’inizio di una filastrocca ma un rimando al termine del mese di ottobre nel Portale linguistico Microsoft (descritto qui).
Eh sì, è già il primo ottobre, data che a me ricorderà sempre che da piccola ho fatto in tempo a essere una remigina.
Ho ancora bene impresso non solo il primo giorno di scuola ma soprattutto l’incubo dei pennini e del calamaio incorporato nel banco, però vengo guardata con perplessità se lo racconto: non sono così vecchia e devo ancora trovare qualcuno della mia generazione costretto a una simile tortura, peraltro non durata troppo a lungo perché avevo prontamente ricevuto in regalo dal papà un’apprezzatissima penna stilografica.
Il primo ottobre come data evocativa non fa certo parte della cultura dei più giovani o di chi non è stato a scuola in Italia (ancora meno i pennini spuntati!) ma mi dà la scusa per parlare di un dizionario divertente da sfogliare, Parole per ricordare – Dizionario della memoria collettiva, sottotitolato Usi evocativi, allusivi, metonimici e antonomastici della lingua italiana, e citare questa voce:
| remigino bambino che frequenta la prima elementare; in particolare, bambino che affronta il primo giorno di scuola. Per molti anni, infatti, fu stabilito che questo giorno fosse il primo ottobre, festa di San Remigio. Il termine si applica, più in generale, a chiunque esordisca in un’attività. |
Altro esempio con alcuni riferimenti culturali riconoscibili solo da chi è cresciuto con la televisione in bianco e nero:
| Richetto il bambino asino e ripetente dello Zecchino d’oro , impersonato dall’attore Peppino Mazzullo, che era anche la voce di Topo Gigio, e che nei dialoghi con il presentatore Mago Zurlì descriveva il mondo della scuola dal punto di vista dell’ultimo della classe. |
Il Dizionario della memoria collettiva e risorse simili, ad es. An A to Z of British Life, sono utili per chi si occupa di traduzione, localizzazione e terminologia proprio perché aiutano a identificare eventuali riferimenti culturali nella lingua di partenza e ad adottare soluzioni per gestirli adeguatamente anche nella lingua di arrivo.
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Avevo poi aggiunto come commento:
| I calamai, che ogni mattina i bidelli riempivano di inchiostro nero da un bottiglione, sono un ricordo della scuola elementare statale Guglielmo Marconi di Conegliano Veneto, a quanto pare imposti da un direttore autoritario assieme a grembiuli rigorosamente neri e altre amenità. È stato un sollievo, un paio di anni più tardi, trasferirsi nella più progressista Romagna… |
Commento di .mau.:
| Ai miei tempi i banchi avevano ovviamente il buco per il calamaio, ma si usava la penna stilografica (che non sono mai stato capace a usare, a dire il vero. Fortuna che dopo un po’ ho avuto il permesso di usare la biro). |
…a cui avevo poi chiesto se fosse mancino:
| no, sono ambisinistro, nel senso che faccio danni con entrambe le mani! Più seriamente, ho sempre scritto con la destra, non mi hanno forzato. Però tendevo a mettere troppa forza sul pennino della stilo, rovinandolo. |
Commento di Ivan:
| Ehi, ragazzi, non siete gli unici ad avere avuto l’incubo del calamaio! Io sono andato in prima nel 1967, e il calamaio c’era! Ovviamente ho fatto danni inenarrabili, sfracellando pennini e schizzando inchiostro polverizzato su chiunque nel raggio di 5 metri. Il giorno dopo, stilografica! E ancora adesso, le adoro! . |
Aggiornamento aprile 2012 – Di pennini e calamai parla anche Francesco Guccini in alcune divertenti pagine di Dizionario delle cose perdute, una lettura molto piacevole.
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Parla come mangi 3
Post pubblicato il 15 settembre 2008 in blogs.technet.com/terminologia
Dal Corriere della Sera, in L’inglese e gli errori: «Aboliamo le regole dell’ortografia», sulla mancata corrispondenza tra pronuncia e ortografia:
L’errore è poi stato corretto ma è chiaro che il giornalista avrebbe dovuto verificare gli esempi prima di affermare in "amare" invece la e finale si sente: "love" (o sceglierne di meno conosciuti). Eppure la pronuncia dei termini inglesi è facilmente consultabile, ad es. The Free Dictionary permette di ascoltare sia la pronuncia britannica (Br) che quella americana (Am). Altre risorse:
- Longman Dictionary of Contemporary English (Br, spesso trascrizione fonetica)
- Oxford Advanced Learners’ Dictionary (Br, trascrizione fonetica)
- Merriam-Webster (Am, audio)
- Yourdictionary.com (Am, audio)
In alternativa, il consiglio molto ufficioso che ci veniva dato all’università: trovarsi un romantic interest di madrelingua. Sicuramente la pronuncia di love dovrebbe migliorare. ![]()
Il post Riforma in Taccuino di traduzione 2.0 chiarisce come il titolo dell’articolo originale inglese (Let pupils abandon spelling rules, says academic) abbia dato origine a fraintendimenti che sono poi stati propagati nell’articolo del Corriere. — Vedi anche: Parla come mangi 1 e 2 – Commento di .mau.: adesso che ho letto il brano originale inglese Let’s allow people to omit the misleading final e of have and give (compare save, drive).) ho finalmente capito cosa stava dicendo l’accademico britannico. Il povero corrispondente del Corriere ovviamente non sapeva la differenza tra sillaba aperta e sillaba chiusa (non che io la sappia, intendiamoci, e infatti il mio inglese parlato fa schifo). Però, vivaddio, se uno non capisce una cosa forse sarebbe meglio ometterla, no?
Ho aggiunto: All’inizio non ho capito bene neanch’io con il suggerimento relativo alla lunghezza delle vocali (Drop the final e from words if the preceding vowel sound is short: Give becomes giv but love remains love). Se love /lʌv/ avesse una vocale lunga immagino sarebbe indicata in trascrizione fonetica con quella specie di due punti. Poi mi è venuta in mente la storia di the magic e, un trucchetto che viene insegnato ai bambini inglesi per imparare a leggere e scrivere correttamente le parole [vedi video alla fine dei commenti]. La e in finale di parola di solito è muta ma nell’ortografia indica che la vocale precedente si pronuncia come si pronuncia la vocale nell’alfabeto. Più facile spiegare con qualche esempio: pan /pæn/ ma pane /peɪn/ Credo che ai bambini venga insegnato che le vocali del secondo caso, con la magic e, sono long. Quindi, tornando all’esempio dell’articolo, avrebbe senso eliminare la e finale da give perché non segue la regoletta della magic e… però non capisco ancora l’esempio di love!!! Probabilmente bisogna essere di madrelingua inglese e aver fatto le scuole in UK per capire fino in fondo. E poi ancora: Premessa: io non non ho mai studiato glottologia e non so granché di Great Vowel Shift, così mi è venuto in mente solo adesso di fare qualche altra verifica. La voce Silent e in Wikipedia dà molte informazioni sulla e finale e fa riferimento al concetto di long vowel e short vowel. Nella sezione Truly silent e fa proprio l’esempio di give e love che però considera foneticamente simili…
bit /bɪt/ ma bite /baɪt/
cut /kʌt/ ma cute /kju:t/
.mau. ha aggiunto:
i miei ricordi si basano su qualcosa che accennò il mio professore di inglese al liceo, e quindi parliamo di più di venticinque anni fa
L’idea era appunto quella dei due suoni (lungo come quando la si pronuncia nell’alfabeto, e breve più sfumato) della vocale, e la sillaba lunga era quella con due consonanti (oppure con la e muta, appunto). La o di love non si pronuncia /oʊ/ perché la f dell’Old English non voleva l’allungamento; infine si pronuncia /ʌ/ e non /o/ perché in Old English c’era una u (lufu)e non una o. Detto tutto questo, le regole di pronuncia dell’inglese sono casuali, IMNHO.
Ho chiesto a una collega americana che ha insegnato inglese e a quanto pare l’esempio give/love non è chiaro neanche per una persona madrelingua, perlomeno americana:
When I learned spelling and reading here in US, they talked about long and short vowels.
We were taught in school that if an e follows the next consonant, then the vowel is long (eg bride, trite, tile), except for many words such as give. And we learned the dictionary symbols for long and short vowels so we could look up and sound out words we had never heard, because there was really no other way to be sure. Other than asking an adult who knew the word.
So I have an idea about what they are talking about in the article, but I don’t understand some examples.
In my dialect, love has a short o, so by their rule, it would be lov. Or does the “but” mean they will make an exception for the VIP word “love”??? The long o sound is in “low” (for me, these are 2 different o sounds).
Perhaps the article was not edited very well.
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Aggiornamento 20 marzo 2009: un video divertente sulla magic e (o silent e), via Wordnik:
Portale Treccani.it
Post pubblicato il 15 settembre 2008 in blogs.technet.com/terminologia
Aggiornamento marzo 2011: in occasione dei 150 anni dell’Unità d’Italia, ulteriore nuova veste grafica per il Portale Treccani, come descritto qui. Il testo che segue fa riferimento alla versione disponibile prima del 14 marzo 2011.
Il portale Treccani.it è stato rinnovato, non solo graficamente ma anche nei contenuti: aree tematiche, una sezione con migliaia di neologismi, approfondimenti, collegamenti a enciclopedie, dizionari e banche dati, ecc.
È una versione beta e c’è ancora qualcosa da sistemare, specialmente in alcune funzionalità di ricerca e consultazione, ma i miglioramenti rispetto alla versione precedente sono parecchi, specialmente in usabilità.
Mi piace l’interfaccia del Vocabolario Treccani. Le voci hanno un’indicazione della lunghezza e sono facilmente espandibili; in questa versione viene usato l’alfabeto fonetico internazionale per la pronuncia (non sempre inclusa nei dizionari online) e per i termini stranieri viene indicata sia la pronuncia originale che quella usata in italiano. Non è stata mantenuta la ricerca anche per la parte iniziale, interna o finale di una parola ma spero venga reintrodotta (si può provare con l’asterisco ma i risultati non sono quelli che ci si aspetterebbe).
Una novità interessante: si possono aggiungere commenti alle voci e segnalare neologismi e termini regionali.
Nuovo dizionario inglese per non madrelingua?
Post pubblicato il 29 luglio 2008 in blogs.technet.com/terminologia
La casa editrice dei dizionari Longman (ad es. il Longman Dictionary of Contemporary English) ha pubblicato un questionario dove chi non è di madrelingua inglese può esprimere le proprie preferenze per un nuovo dizionario di livello intermedio. Vengono proposte diverse opzioni di layout, combinazioni di colori, tipo di informazioni lessicali, di utilizzo, grammaticali ecc.
Basta una decina di minuti per rispondere e per chi è appassionato di dizionari come me è davvero interessante perché dà un’idea di quali possano essere le considerazioni dei lessicografi nel progettare un nuovo dizionario.
Un esempio del questionario sul sito Pearson Education:
Dizionari italiani online
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De Mauro[non più disponibile] -
Garzanti [necessaria la registrazione]
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Zingarelli [a pagamento, necessaria la registrazione; in questo blog è consultabile per singole parole grazie alla funzionalità ZanTip]
Dizionari italiani consultabili online:
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Aggiornamento gennaio 2011: potete trovare un elenco più recente e più dettagliato in Si capisce.
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