Terminologia etc.

Terminologia, localizzazione, traduzione e altre considerazioni linguistiche

Post con tag “definizione”

Font, typeface, famiglie e tipi di carattere – 1

Torno a parlare del post di Mara, Font maschile o femminile: richiesta di un lettore, sulla differenza tra font e typeface e su quale possa essere la terminologia che meglio renda typeface in italiano, perché un’analisi anche molto limitata dei due termini, in un ambito informatico ristretto, evidenzia problemi familiari a chi si occupa di localizzazione.

Per identificare i concetti in questione, consentitemi innanzitutto un’analogia molto rudimentale: consideriamo un’ipotetica famiglia Rossi, i suoi singoli componenti (Mario Rossi, Anna Rossi, Carlo Rossi) e i loro diversi modi di presentarsi (Anna con o senza occhiali, Mario svestito, in giacca e cravatta oppure con la stessa giacca ma i jeans ecc.). Le singole persone sono sempre le stesse ma a seconda dei casi sono considerate collettivamente, come membri di un gruppo oppure individualmente.

Ritornando ora all’aspetto del testo in un documento, soffermiamoci su questi concetti:

1 una raccolta di set di caratteri che hanno caratteristiche simili e sono stati disegnati per essere usati assieme, ad es. quelli denominati Arial o quelli denominati Lucida
2 all’interno della raccolta, un set di caratteri con caratteristiche comuni, ad es. Arial Narrow e Arial Black 
3 tutti i caratteri di un set contraddistinti da una specifica combinazione di varianti, ad es. la dimensione in punti e lo stile, come 10 point Arial Narrow bold e
12 point Arial Black italic

alcuni esempi relativi ai tre concetti descritti sopra

Credo che i tre concetti siano sufficientemente chiari. Il problema, come dicevo qui, è che a concetti facilmente identificabili non sempre corrispondono segni linguistici univoci:  basta dare un’occhiata ai termini usati da due dei principali produttori di software per notare palesi differenze terminologiche.

Nella documentazione di Adobe InDesign si trova questa terminologia (definizioni al passaggio del mouse):

1 Typeface (anche type family e font family), in italiano tipo di carattere (anche famiglia di caratteri o famiglia di font) 
2 [Member of a font family, individual font; in italiano singolo font]     
3 Font, in italiano font (maschile)    

(in altri contesti Adobe typeface è reso in italiano con font e in altri con carattere tipografico)

Nel database terminologico Microsoft troviamo invece:

1 Font family, in italiano: famiglia di caratteri
2 Typeface, in italiano carattere tipografico
3 Font, in italiano tipo di carattere

Fonts, typefaces, point sizes, and attributes (MSDN) sottolinea inoltre che typeface e font identificano due concetti diversi (2 e 3) ma che in ambiti non tecnici si tende a usare font per entrambi (infatti chi adopera software non specialistico in inglese è abituato a scegliere da un elenco denominato Font e non Typeface!).

Il caso di font e typeface è quindi simile a quello descritto in Tasti di scelta (rapida) ed evidenzia l’arbitrarietà del segno linguistico: non solo sono state assegnate "etichette" diverse (i termini) a uno stesso concetto ma la stessa “etichetta” viene anche usata per identificare concetti diversi, come segnalato anche dal lettore di Mara.

Se si estende la ricerca terminologica ad altri produttori di software si notano altre differenze e la confusione aumenta ancor più nel passaggio da una lingua all’altra o confrontando diversi ambiti d’uso, ad es. la composizione tipografica tradizionale e il desktop publishing.

Senza ulteriori informazioni sul contesto e sugli altri concetti correlati che vi appaiono diventa quindi difficile dare una risposta al lettore di Mara. Vorrei comunque usare questo esempio per condividere alcune considerazioni pratiche con chi si occupa di localizzazione ma, vista la lunghezza già raggiunta da questo post, le rimando a un prossimo intervento, Font, typeface, famiglie e tipi di carattere – 2 [link aggiunto]. 

PS Ne approfitto per segnalare un glossarietto che mi è sempre piaciuto molto, A disagreeably facetious type glossary for the amusement & edification of people beginning a love affair with fonts. Descrive alcuni termini usati in ambito tipografico con informazioni spesso curiose, ad es. spiega perché in inglese maiuscole e minuscole si chiamano uppercase e lowercase.  

Alternative a blog, chat, newsletter, spamming? – 2

Linguista non ha ancora commentato i risultati del concorso di cui ho parlato nel post precedente ma le traduzioni vincenti sono state anticipate da Osservatorio della lingua italiana:

“A imporsi, fra le proposte di traduzione di blog, chat, newsletter, provider, spamming, i fervidi frutti della notoria fantasia italica. Digidiario, blabele, infolettera, telefornitore, digiluvio postale: queste, a nostro giudizio, le cinque migliori soluzioni prodotte dagli oltre seicento partecipanti”

Sono curiosa di vedere quali saranno le motivazioni e i commenti alle proposte dei partecipanti [aggiornamento: i risultati in "La parola giusta", i vincitori. Tutta questione di ciberciarle], intanto torno sull’argomento perché tra i moltissimi contributi interessanti e creativi si potevano notare anche alcuni problemi tipici dei progetti terminologici in crowdsourcing o in altri formati aperti alle community (ad es. per raccogliere commenti e suggerimenti degli utenti sulla terminologia di software localizzato, come l’iniziativa Microsoft Terminology Community Forum, ora non più consultabile).

Una caratteristica comune di questi progetti è l’entusiasmo e la disponibilità dei partecipanti e quindi spiace che, specialmente per questioni linguistiche che richiederebbero conoscenze specifiche che non tutti hanno, certe proposte non possano essere prese in considerazione. Conoscendo i potenziali problemi si può però cercare di prevenirli e supplire alla mancanza di competenze terminologiche, riducendo così i commenti non validi.

Prendo spunto da alcuni contributi al concorso di Linguista per fare qualche esempio e proporre alcuni suggerimenti (): 

Non sempre viene colta l’importanza del valore monosemico del termine e vengono proposte parole comuni già associate a concetti diversi da quello che si dovrebbe identificare in maniera univoca, senza considerare che in genere la terminologizzazione ha successo solo se viene subito associata a un nuovo concetto ma difficilmente potrebbe imporsi anche in seguito. Alcuni esempi dal concorso: ricordino, novità, gazzella, lampo (newsletter); grasso, inquinante (spamming); ponte, porto (provider); discussione, campo, piazzale, salotto, linguaggio virtuale (chat); anima, posto, pozzo, piazza, deposito, foro, giornale, dizionario, globo, lavagna, bolla (blog), ecc.
  Se il progetto include concetti già entrati nel mercato, può essere utile includere brevi istruzioni che indichino esplicitamente di evitare parole comuni.
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Vari contributi mostrano che il concetto espresso dal termine inglese non è stato recepito correttamente o addirittura travisato del tutto, come si può vedere da permesso, dominio, pusher virtuale, cervellone addetto allo smistamento della posta, provvigione (provider); pettegolezzo, abbonamento di posta elettronica (newsletter); egocentrismo, (spamming), foro internautico (chat); autarchivio internautico, eternauta, webamici (blog). In alcuni casi i concetti non appaiano sufficientemente differenziati tra loro, come per la persona che ha proposto digispettegolezzo per blog e digichiacchiera per chat.
  Nei progetti in cui si parte dal termine originale inglese possono esserci problemi di comprensione (esempio: split button) e va quindi prevista una definizione che descriva il concetto escludendo ambiguità, meglio se scritta nella lingua di arrivo; se il caso, si possono aggiungere riferimenti a concetti potenzialmente confondibili (ad es. si potrebbe chiarire cosa distingue un blog da una chat) o a termini già esistenti che verrebbero automaticamente scartati se proposti, ad es. forum come alternativa a chat (altri esempi in Domande sulle risposte).
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Ho notato che provider è stato interpretato da una parte dei partecipanti in base al significato generico che ha in inglese (“fornitore) e dall’altra al significato più specifico che in inglese è associato al concetto subordinato Internet Service Provider, con notevole confusione nei contributi. 
  Anche in questo caso, essenziale una buona definizione; per evitare ambiguità, si può rendere esplicita la relazione gerarchica tra concetti includendo alcuni esempi di concetti subordinati, ad es. facendo riferimento a diversi tipi di provider.
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Il concorso prevedeva solo sostantivi ma si trovano varie proposte che hanno una diversa funzione grammaticale, ad es. aggettivi come iperpersonale, opinionato (blog) e sgradito, nonvoluti, cestinabile, infestante, inquinante (spamming); verbi e forme verbali come te lo dico (blog), chiacchieriamo, blaterare, ci sei? (chat),  pattumare, occhio è posta spazzatura, non aprirmi, vade retro, butto via (spamming), sai-mica-chi (newsletter).
  Si può associare la categoria grammaticale a ciascuna voce inglese; dovrebbe essere sufficiente perché venga riprodotta correttamente nei contributi (a differenza di molti americani, gli italiani di solito conoscono la grammatica di base!).
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In alcuni casi anziché termini vengono proposte unità polirematiche o descrizioni: quello di cui hai bisogno (provider); parlando di me, dibattito fra utenti di un gruppo (blog); conversazione in tempo reale fra utenti (chat); messaggi pubblicitari sgraditi su posta (spamming).
  Anche qui, è utile fornire delle brevi istruzioni con esempi di cosa evitare (vedi anche: “Kluge” ed errori nei database terminologici).
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Capita di notare incongruenze di registro, spesso nei contributi di una stessa persona (ad es. scrivoparlo, provvedente e postaccia per chat, provider e spamming).
  Una breve indicazione del tipo di utente a cui è destinata la terminologia, ad es. indicando esplicitamente se lo “stile” debba essere formale o informale, spesso è sufficiente per ridurre questo tipo di problema. 

Si potrebbero fare altre considerazioni sul formato e gli accorgimenti da adottare nella definizione di un progetto terminologico aperto a una community, come pure sul ruolo dell’eventuale moderatore, ma per oggi mi sono dilungata fin troppo!

Aggiornamento 2014 – Altre considerazioni sui progetti di localizzazione in crowdsourcing in “charm” in Windows 8, telefonini e calendari e Crowdsourcing e community translation.

Ciaspole, ciaspe, racchette da neve… e racchettoni

"racchettoni, s.m. parola piemontese, indica uno dei passatempi preferiti di chi ha il pallino della neve."         Per dettagli e tutte le offerte visita il sito www.piemonteitalia.euMi piace molto la montagna d’inverno e così non potevo non notare la recente bella campagna pubblicitaria della Regione Piemonte. A ogni foto di un’attività sulla neve è associata una definizione spiritosa, ad esempio:

  fuoripista, s.f. in piemontese è quella strada sulla neve che ciascuno ha la libertà di tracciare a piacere con un tratto continuo, a serpentina o anche a salti.
  sci, s.m. parola piemontese, caratteristica delle valli, indica la via maestra per godersi la montagna d’inverno.
  racchettoni, s.m. parola piemontese, indica uno dei passatempi preferiti di chi ha il pallino della neve.

Per i dettagli e le offerte viene dato l’indirizzo www.piemonteitalia.euricerca per Se però si prova a cercare racchettoni nel sito, non si ottiene alcuna informazione. Nessun risultato neanche per ciaspole*, il nome sempre più diffuso per descrivere questa attività: nelle pagine del sito si parla solo di racchette da neve, il termine dell’italiano standard. 

Direi che è un esempio tipico dell’importanza della gestione della terminologia all’interno di un’azienda, non solo in ambito multilingue ma anche monolingue. Se tutti i team impegnati in un progetto, in questo ipotetico caso chi scrive la documentazione, chi crea la campagna pubblicitaria e chi si occupa del marketing, usufruissero di un sistema di gestione della conoscenza aziendale che permettesse di verificare immediatamente (clic del mouse) le voci di un database terminologico, potrebbero vedere che racchettone rappresenta il concetto “attrezzo costituito da un’intelaiatura che si fissa sotto lo scarpone per camminare nella neve fresca senza sprofondare” a cui sono associati anche altri termini, per ciascuno dei quali possono essere specificate modalità e note d’uso:

racchetta da neve potrebbe essere indicato come il termine preferito nella documentazione ufficiale;
ciaspola* potrebbe essere classificato come geosinonimo ammesso se nel testo viene indicato che ha lo stesso significato di racchetta da neve; potrebbe inoltre esserci l’indicazione che vada sempre aggiunto come parola chiave in tutte le pagine web sull’argomento, in modo che anche i documenti che non contengono ciaspola nel testo appaiano comunque nei risultati di eventuali ricerche sia all’interno del sito che con i motori di ricerca (SEO);
racchettone potrebbe essere indicato come parola sconsigliata e consentita solo in contesti particolari, ad es. la campagna pubblicitaria che gioca con l’idea del pallino, e come parola chiave per l’ottimizzazione delle ricerche;
ciaspa potrebbe apparire come variante regionale obsoleta da evitare nell’uso ma da considerare come parola chiave per le ricerche.
[Aggiornamento: approccio simile a ciaspa anche per caspola, variante in uso nella Val Di Sole, ciastra, variante piemontese riportata nei commenti qui sotto, e craspa, sentita dalle parti di San Martino di Castrozza; un lettore mi ha segnalato anche caspi, variante maschile usata in Val Rendena, nella zona di Pinzolo e Madonna di Campiglio]

I benefici sulla comunicazione aziendale di un processo di questo tipo sono chiari: maggiore standardizzazione e quindi semplificazione e riduzione delle ambiguità, migliore condivisione delle conoscenze sia internamente all’azienda che esternamente tra gli utenti e, in ambito plurilingue, traduzioni più accurate. Ovviamente, è fondamentale che tutti i team in azienda e i loro collaboratori esterni usino il sistema correttamente, ma questa è un’altra storia…

 
Vedi anche: Database terminologici, per alcuni cenni sulla gestione della terminologia orientata al concetto, e Regionalismi e gestione della terminologia.


*  Sono convinta che la voce ladina ciaspola (da caspo, “cesto”), inizialmente nota solo al settentrione e tra gli appassionati di montagna ma ora molto usata anche dai media nazionali, sia destinata a soppiantare racchetta da neve per la maggiore brevità, per il valore monosemico e perché ne sono già derivati il verbo ciaspolare e il sostantivo ciaspolata; racchettone invece rimane, almeno per me, esclusivamente associato al gioco che si fa in spiaggia d’estate.  

DIVIETO CAMMINARE E CIASPOLARE (cartello sulle piste di sci di fondo di Enego – Altopiano di Asiago)Aggiornamento marzo 2014 – A distanza di quattro anni (questo post è stato pubblicato nel 2010) la tendenza è confermata: tra chi pratica l’attività, nelle località di montagna, nei media e nelle occorrenze online ciaspole prevale decisamente su racchette da neve.

Anche i neologismi ciaspolata e ciaspolare sono sempre più diffusi, con centinaia di migliaia di occorrenze online (ma non sono ancora registrati dai vocabolari di italiano).

La gestione della terminologia deve sempre tenere conto delle variazioni diacroniche: nell’ipotetico database terminologico ciaspola dovrebbe quindi diventare il termine preferito in sostituzione di racchetta da neve.

ZanTip: i dizionari a portata di mouse

esempio delle informazioni visualizzate nella finestra popup per la parola grafema Mi fa piacere segnalare ZanTip, una nuova funzionalità nel blog Terminologia etc.  Facendo doppio clic su qualsiasi parola italiana di cui si vuole verificare il significato si aprirà una finestra popup con la definizione dal Vocabolario della lingua italiana Zingarelli e, se rilevante, con la voce del Dizionario enciclopedico di Informatica o di altri dizionari Zanichelli. Se si sceglie una parola inglese, invece, verrà visualizzata la voce dal Dizionario Italiano-Inglese Ragazzini. Vengono inoltre riconosciute le varie flessioni verbali, ad es. facendo doppio clic su vada si otterranno le informazioni sul verbo andare.

Come già evidenziato, le versioni online dei dizionari Zanichelli danno accesso ai contenuti completi delle opere, rivisti e aggiornati regolarmente: si possono così trovare neologismi e nuove accezioni non sempre disponibili altrove.

Ringrazio le Redazioni Lessicografiche dei dizionari Zanichelli per avermi proposto ZanTip per questo blog.

icone dizionari Zanichelli per iPhone in App Store Aggiornamento 11/12/2009: lo Zingarelli 2010 e il Ragazzini 2010 sono ora disponibili anche nella versione per iPhone, informazioni qui e qui.

Definizioni, interferenze culturali… e purè!

La definizione è ovviamente un campo essenziale in qualsiasi database terminologico. Nelle schede terminologiche usate in ambito aziendale si preferiscono definizioni brevi che contengono solo le informazioni necessarie a identificare il concetto.

esempio di relazioni tra concetti di tipo gerarchico - fare clic sull'immagine per ingrandirlaEsistono vari tipi di definizione e nei sistemi concettuali di tipo gerarchico, tra i più comuni, in genere si usano definizioni intensionali: partendo dal concetto sovraordinato, si descrive il concetto in questione evidenziando le caratteristiche distintive che lo distinguono dai concetti coordinati (quelli che appartengono allo stesso livello e condividono tutte le caratteristiche a parte appunto quella che li differenzia).

Interferenze culturali

In alcuni casi, però, definizioni che appaiono adeguate anche in lingue diverse possono dare luogo a interpretazioni non corrette se intervengono “interferenze culturali” non immediatamente ovvie.

Immaginiamo un esempio in un contesto italiano in cui vengono documentati concetti coordinati quali “utensile da cucina usato per schiacciare e spremere l’aglio” e “utensile da cucina usato per spremere il succo dagli agrumi”. In italiano, al concetto “utensile da cucina usato per ridurre in purea patate bollite” vengono associati senza esitazioni il termine schiacciapatate e il termine passapatate come variante regionale. In inglese, la definizione corrispondente “kitchen utensil used for mashing boiled potatoes” farà pensare altrettanto facilmente a potato masher e a masher come forma abbreviata.

Ma schiacciapatate e potato masher sono equivalenti? Nella traduzione di un romanzo probabilmente sì, in un catalogo di casalinghi decisamente no:

immagine: steelpan.it  immagine: cutco.com
schiacciapatate potato masher

Alcune soluzioni pratiche

Come ovviare? In un’ipotetica scheda terminologica, in questo caso potrebbe non essere necessario intervenire sulla definizione, che è concisa e svolge il compito di distinguere il concetto da quelli correlati in quel sistema gerarchico, ma la si può completare con una nota in un campo apposito (ad es. “consta di un recipiente cilindrico o d’altra forma con fondo bucherellato, dotato di un manico fisso e di un altro manico snodabile a leva, opportunamente imperniato per esercitare la necessaria pressione sulle patate mediante una piastra metallica a disco”)* oppure si può aggiungere un contesto visivo per illustrare il concetto anche con un’immagine. Queste soluzioni dovrebbero consentire di associare correttamente i termini potato press e potato ricer (variante americana) per l’inglese.

Le “interferenze culturali” non sono facilmente identificabili proprio perché spesso sono nascoste. Può quindi essere utile che un terminologo di una lingua diversa da quella di partenza riveda concetti, termini e dati associati prima che inizi il lavoro nelle altre lingue e, nella fase successiva del flusso di lavoro, prevedere la possibilità di aggiungere commenti segnalati automaticamente ai colleghi coinvolti nel progetto, che potranno così monitorare in tempo reale i potenziali problemi e le loro soluzioni (ad es. si potrà decidere di creare una scheda anche per il concetto correlato rappresentato da potato masher).

* La descrizione dello schiacciapatate è adattata dal Vocabolario Treccani.


PS  …che poi neanche il purè e le mashed potatoes sono proprio la stessa cosa, ma questa è un’altra storia! 

Vedi anche Tasti di scelta (rapida) e Che relazione c’è tra obsoleto, disapprovato e deprecato? per altri esempi di relazioni tra concetti.

Ricerca terminologica e verifiche con Google

In About Translation c’è un intervento molto interessante su come usare i motori di ricerca e interpretare il numero dei risultati per scegliere la terminologia più appropriata in una lingua di arrivo: Terminology search and confirmation with Google.

Aggiungo alcuni passaggi che precedono e seguono questo tipo di ricerca e che sono essenziali nella localizzazione del software, soprattutto se supportata da database terminologici orientati al concetto.

Innanzitutto vanno fatte alcune ricerche nella lingua di partenza:

1 Si analizza il concetto rappresentato dal termine e il contesto d’uso nel prodotto per confermare la definizione, se disponibile, o crearne una.
2 Se il termine è composto (ad es. wireless hotspot), va verificato se i singoli elementi che compongono il termine (wireless e hotspot) sono già usati nel prodotto o in altri prodotti e fanno parte dello stesso sistema concettuale.
3 È molto utile identificare termini correlati che appaiono nello stesso contesto e che sono già documentati sia nella lingua di partenza che in quella di arrivo (ad es. public network, wireless router, wireless access, wireless connection, commercial hotspot, Wi-Fi hotspot, ecc) e le relazioni tra concetti.

Solo a questo punto dovrebbero iniziare le ricerche nella lingua di arrivo, aggiungendo però alcuni passaggi a quelli descritti in About Translation:

La ricerca va ristretta a materiale simile a quello della lingua di partenza per tipo e contenuto, preferibilmente usando i termini già conosciuti (vedi punto 3) e privilegiando materiale non palesemente tradotto: è molto probabile che il termine cercato si troverà nel contesto. Personalmente preferisco questo approccio alla conferma con Google di ipotesi terminologiche formulate direttamente nella lingua di arrivo perché possono portare a calchi o peggio a falsi amici come paragraph=paragrafo.
Va inoltre tenuto presente che le informazioni di frequenza ricavate dai motori di ricerca non sono sempre attendibili: il numero di occorrenze non è un’indicazione della prevalenza di un termine o della sua adeguatezza.
Una volta identificati uno o più termini idonei, va verificato che il contesto d’uso corrisponda a quello determinato al punto 1: il termine inglese wireless, ad esempio, viene reso in italiano sia con senza fili che wireless, entrambi termini corretti ma usati in contesti e/o prodotti diversi.
Il termine scelto, ovviamente, non deve creare incongruenze con la terminologia già esistente (punti 2 e 3) e non deve essere già usato per un altro concetto che appaia nello stesso contesto (ad es. answer=rispondere se reply=rispondere).

Questo tipo di ricerca terminologica può sembrare laborioso ma con l’esperienza e un buon lavoro fatto a monte (schede terminologiche con informazioni adeguate per concetto, termine originale e relazioni tra concetti) viene notevolmente velocizzato.

Vedi anche: Facebook e il Facebook (esempi di ricerche terminologiche con intervalli di date).

Che relazione c’è tra obsoleto, disapprovato e deprecato?

Post pubblicato il 19 settembre 2008 in blogs.technet.com/terminologia


Il database terminologico Microsoft documenta la terminologia informatica usata nei prodotti localizzati. Non include invece i termini che rappresentano concetti generici usati anche in contesti non informatici.

L’aggettivo inglese frequent, ad esempio, appare nelle stringhe di parecchi prodotti ma non è incluso nel database perché il suo significato ("che avviene spesso") è generico e non acquista accezioni particolari in ambito informatico.

La distinzione tra significato generico e significato specializzato non è sempre così ovvia e per questo è utile gestire la terminologia all’interno di sistemi concettuali. Cercherò di spiegarlo con un esempio recente. 

La lingua inglese ha un lessico 3-4 volte superiore a quello delle altre lingue europee e non sempre tra i termini inglesi e quelli nelle altre lingue c’è una corrispondenza univoca. Esempio: in contesti generici l’aggettivo italiano obsoleto può rappresentare una scelta di traduzione più che accettabile non solo per l’aggettivo inglese obsolete ma anche per deprecated e outdated (spesso praticamente sinonimi).  

In un contesto specifico relativo a caratteristiche del software o elementi di programmazione, però, la stessa traduzione non è più adeguata perché il termine inglese obsolete assume un significato specializzato: fa parte di un sistema concettuale dove coesiste con deprecated. In questo sistema, obsolete e deprecated non sono più sinonimi ma termini correlati, associati a due concetti diversi, e sono in relazione con altri concetti, rappresentati da altri termini, come nell’esempio:   obsolete deprecated etc

Finalmente arrivo al punto: solo quando obsolete e deprecated sono stati documentati nel database come termini informatici associati a concetti specifici  ci siamo accorti della traduzione italiana generica deprecated obsoleto, passata fino a quel momento inosservata nelle stringhe di alcuni prodotti e potenzialmente in conflitto con obsolete obsoleto.

D’ora in poi in italiano useremo deprecato, termine non comune ma entrato nel linguaggio tecnico come calco dall’inglese. Le alternative disapprovato e non approvato, di comprensione forse più immediata per utenti meno tecnici, sono state invece scartate: non si sa mai che nello stesso sistema concettuale prima o poi vengano introdotti disapproved e not approved!

Mi sono dilungata molto, spero però di essere riuscita a sottolineare che per evitare potenziali errori (ma anche per riuscire a correggerli!) è importante
analizzare i termini in un sistema concettuale anziché individualmente;
identificare l’eventuale polisemia di termini apparentemente generici;
documentare le relazioni tra concetti.


Commento di .mau. al post originale:

deprecare deriva dal latino cristiano "deprecari", "pregare insistentemente". Devono essere le giaculatorie dei programmatori quando si trovano certe peculiarità…


Vedi anche:
database terminologici, sulla gestione della terminologia orientata al concetto;
caratteristiche essenziali e distintive, per comprendere e differenziare i concetti;
border / boundary / edge / perimeter network, un esempio di sistema concettuale;
decifrare, decrittare, decriptare: lessico generico (parole) e specializzato (termini).

Aggiornamento luglio 2014: questo post, scritto quando lavoravo come terminologa in Microsoft, è stato citato in una scheda di consulenza linguistica dell’Accademia della Crusca, Deprecato in informatica. Sono stati inclusi alcuni esempi di stringhe dal Portale linguistico Microsoft che evidenziano scelte terminologiche incongruenti, che però sono relative a prodotti precedenti alla standardizzazione della terminologia italiana descritta nel post.

Database terminologici

Post pubblicato il 17 aprile 2008 in blogs.technet.com/terminologia


Il database terminologico Microsoft, consultabile attraverso Portale linguistico, è orientato al concetto. In pratica cosa vuol dire?

Approccio semasiologico

I dizionari che tutti conosciamo sono orientati al termine. voce di dizionario
Ogni voce del dizionario rappresenta un segno linguistico ed elenca le diverse accezioni che il segno può assumere nella lingua. Ad esempio, nel Dizionario Sabatini Coletti alla singola voce termine sono associati concetti diversi: limite temporale, estremità spaziale, elemento di un sistema, vocabolo ecc. Si parte quindi dalla denominazione per arrivare al significato o ai significati. In un sistema orientato al termine i sinonimi (ad es. email e posta elettronica) ed eventuali varianti (ad es. email e e-mail) sono registrati come voci separate. Per chi ama i paroloni, questo è un metodo semasiologico.

Approccio onomasiologico

Molti database terminologici sono invece orientati al concetto.voce di database terminologico
Ogni voce del database descrive un concetto e ne elenca le realizzazioni lessicali. Ad esempio, alla singola voce con definizione "lo scambio di messaggi di testo o file tramite una rete di comunicazione quale Internet" sono associati termini diversi: posta elettronica, e-mail, email, ecc.  Si parte quindi dal significato per arrivare alle denominazioni (termini) che lo designano. Questo è un metodo onomasiologico.


NB  Le ricerche terminologiche fatte attraverso il Portale linguistico Microsoft restituiscono le voci del database terminologico nel riquadro Raccolta terminologica Microsoft. Vengono visualizzati solo i termini in inglese e lingua 2 (o viceversa) e le definizioni ma non altri tipi di metadati inclusi invece nel database. 


Vedi anche: una breve descrizione del triangolo semiotico (una rappresentazione schematica delle relazioni tra oggetti, concetti e parole) e Terminologia: alcuni riferimenti bibliografici.

Tovagliette sottotorta, carta pizzo e rettangoli trinati

Post pubblicato il 28 marzo 2008 in blogs.technet.com/terminologia

A volte ci si ritrova a fare ricerche in campi insoliti. In Windows Vista, ad esempio, c’è un gioco per bambini, Comfy Cakes, dove viene usato il termine cake paper. Nel contesto del gioco definisce una sagoma di carta oleata che scorre su un nastro trasportatore e indica al giocatore dove dovrà essere preparata una nuova torta.

CakePaper

Cake paper non è ovviamente un termine cruciale ma permette di sottolineare alcuni punti importanti del lavoro terminologico:

– l’importanza di una definizione accurata (cake paper potrebbe altrimenti essere interpretato come un tipo di involucro)

– l’utilità del contesto visivo (consente di escludere traduzioni come vassoio, disco sottotorta, carta pizzo o rettangolo trinato)

– il profilo dell’utente tipico del prodotto (bambini, quindi le scelte di traduzione vanno ristrette all’italiano standard)

Tra tutte le traduzioni possibili in Windows Vista è stato scelto sottotorta: anche se questo sostantivo non è documentato nei dizionari italiani (si tratta di un termine “tecnico”, limitato al contesto di forniture per pasticceria), il modello di nome composto preposizione+sostantivo e gli elementi che lo costituiscono sono del tutto comuni e quindi sottotorta diventa immediatamente comprensibile anche a un pubblico di bambini.