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Terminologia, localizzazione, traduzione e altre considerazioni linguistiche

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Scelte terminologiche: segnalibri e preferiti

icona FavoritesNei commenti a History – Cronologia mi è stato chiesto perché i bookmark (gli indirizzi dei siti memorizzati nel browser per poterli icona Preferitirivisitare in seguito) si chiamino segnalibri nelle versioni italiane dei principali browser ma non in Internet Explorer, dove sono invece preferiti.

L’uso di Favorites anziché Bookmarks è un esempio di scelte terminologica con cui si cerca di differenziare un prodotto dalla concorrenza anche grazie a terminologia propria. La strategia opposta consiste nell’adeguarsi alla terminologia altrui e già nota (ad es. History, termine adottato da tutti i principali browser) perché la familiarità ha un impatto positivo sulla curva di apprendimento e può favorire il passaggio al proprio prodotto. Si può anche scegliere di differenziare la terminologia ma adottare icone o simboli che sono diventati lo standard del mercato, come la stella, che rappresenta lo stesso concetto indipendentemente dal nome. (altro…)

Quando localizzare = eliminare

Il testo italiano sull’involucro di un prodotto DELL, dove si leggono soffocazione e altre traduzioni opinabili, è discusso in Lexical innovation, or retrogression?.

Altamente improbabile che il traduttore fosse di madrelingua: scelte lessicali inadeguate, incongruenze di stile e registro, ignoranza delle formule standard usate in questi contesti:

inglese italiano
Warning!
To avoid danger of suffocation, keep away from babies and children.
Do not use in cribs, beds, carriages
or playpens. This bag is not a toy.
Avvertimento! 
Per evitare la soffocazione tenete via dai neonati e bambini.

Non si deve usare nelle culle, nei letti, nelle carrozzine per bambini oppure nei quadrati di gioco. Questa borsa non è un giocattolo.

Caution! Hot!C’è anche un problema abbastanza tipico di mancato riconoscimento di differenze culturali: qui, per questioni soprattutto legali (le famigerate cause americane impensabili altrove!), il testo inglese specifica esplicitamente dove NON lasciare l’involucro di plastica ma in italiano questi dettagli sono già impliciti nell’avvertenza di tenere lontano dalla portata dei bambini e diventano quindi superflui.

In questo caso, l’intervento di localizzazione più adeguato consisterebbe nell’eliminare le informazioni irrilevanti dal testo italiano perché potrebbero creare perplessità e distogliere dal messaggio che si vuole comunicare (“Come mai le carrozzine ma non i passeggini?”, “Ma perché uno dovrebbe mettere questo sacchetto di plastica nel letto?” ecc.).

I testi con funzioni specifiche, come le istruzioni o le informazioni di sicurezza, tendono a essere conformi a formulazioni standard che li rendono subito riconoscibili e più facilmente assimilabili. Il mancato rispetto delle convenzioni (lessicali, terminologiche, stilistiche ecc.) può quindi avere un impatto negativo sull’esperienza dell’utente e sulla sua curva di apprendimento.

Vedi anche: Localizzazione di esempi e riferimenti e [aggiornamento] Istruzioni inutili, contesto e utente finale. Per sorridere sulle istruzioni americane: Avvertenze dettagliate



PS La traduzione Warning! = Avvertimento! mi ha fatto tornare in mente il comico Giole Dix sulle diversità culturali che emergono dai diversi stili di comunicazione di una particolare targhetta multilingue dei treni italiani. Si può riascoltare qui.

Acronimi con descrizione

Pedantic geeks

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

  Vignetta: 
  geek&poke


In inglese, soprattutto in ambito informatico, è abbastanza comune qualificare un acronimo rendendo esplicita l’ultima parola che lo compone, cioè quella più generica e descrittiva, ad es. PDF format (Portable Document Format), anche se così si ripete un’informazione già implicita.

In italiano si tende ad adottare la stessa pratica per gli acronimi adottati come prestiti dall’inglese, soprattutto inizialmente o se appartengono a un ambito specifico: è più facile memorizzarli perché si sa di cosa si tratta senza dover conoscere le singole parole che li compongono, oltretutto straniere. Quando l’acronimo entra nel lessico generico, la descrizione può diventare superflua, ad es. ora si dice comunemente l’ADSL mentre tempo fa si preferiva specificare linea ADSL.

Altri esempi tipici: formato GIF (Graphics Interchange Format), linguaggio HTML (HyperText Markup Language), protocollo HTTP (HyperText Transfer Protocol), interfaccia API (Application Programming Interface), memoria RAM (Random Access Memory), fogli di stile CSS (Cascading Style Sheets), rete LAN (Local Area Network), schermo LCD (Liquid Crystal Display), il già citato linea ADSL (Asymmetrical Digital Subscriber Line).

Per chi gestisce un database terminologico è importante monitorare come si evolve l’uso di ciascun acronimo, in modo da fornire adeguate note d’uso e aggiornare le schede terminologiche se necessario, ad es. specificando quando l’acronimo va preceduto dalla descrizione, quando va sostituito alla forma estesa ecc.

Un esempio un po’ vecchiotto ma credo ancora efficace: se nel testo inglese appare la forma estesa Rich Text Format, è utile stabilire se in italiano sia preferibile usare formato Rich Text oppure formato RTF. Entrambe le soluzioni sono valide ma solo la seconda consente di mantenere esplicito il riferimento all’acronimo (e all’estensione di file) ed evitare potenziali ambiguità, a vantaggio della curva di apprendimento dell’utente italiano, soprattutto se non ha troppa familiarità con l’inglese ma forse conosce già l’acronimo.

Vedi anche: Acronimi: PDF.


Aggiornamento: in inglese questo uso degli acronimi ha un nome, RAS syndrome (Redundant Acronym Syndrome syndrome). Grazie a Marco per la segnalazione. 

Report images <> Segnala immagini

Aggiornamento 25 novembre 2009: Google ha modificato l’interfaccia descritta in questo post. I dettagli qui.

Nei risultati di alcune ricerche di testo Google propone anche una serie di immagini. Nell’interfaccia italiana appaiono sotto a un titolo composto da due collegamenti, Risultati illustrati per xyz  e Segnala immagini:

Google - Risultati illustrati 

Pensavo che Segnala immagini fosse un’opzione per comunicare al motore di ricerca l’indirizzo di immagini non indicizzate o qualcosa del genere, ma mi sbagliavo, e come me le altre persone con cui ho verificato. Si tratta infatti di un modo per fare sapere se sono apparse immagini oltraggiose: il collegamento si espande in Segnala le seguenti immagini come immagini offensive.

Il verbo report nella stringa originale, Report images, corrisponde più o meno “denunciare” e il significato in inglese è chiaro. La scelta di localizzarlo in italiano con segnalare è adeguata se il contesto fornisce l’informazione che si intende “dichiarare un problema”, altrimenti segnalare viene interpretato nella sua accezione più comune di “far conoscere”, “indicare”.

Google - Image results

Si sarebbe potuta evitare l’ambiguità rendendo esplicito l’argomento, ad es. optando per Segnala immagini offensive. Inoltre, anche se qui non ci sono problemi di lunghezza, si sarebbe potuto abbreviare il collegamento precedente, Risultati illustrati per xyz, in Immagini per xyz, utile per la curva di apprendimento perché comunica subito che scegliendolo si otterranno gli stessi risultati della categoria di ricerca Immagini: in inglese l’informazione è data dal termine image che ricorre in tutte le stringhe (Images, Image results e Report images) e per coerenza si sarebbe dovuta mantenere la stessa terminologia anche in italiano.

Mi rendo conto che questo non è un esempio cruciale, visto che basta un clic per risolvere l’ambiguità, ma credo sottolinei comunque l’importanza di rivedere sempre le scelte di localizzazione dal punto di vista dell’utente finale ignaro dell’interfaccia originale, verificando quindi che nella lingua di arrivo siano presenti tutte le informazioni, anche quelle implicite, della lingua di partenza.
..

Tu, voi o infinito?

In questi giorni [maggio 2009] sono raramente davanti al computer e solo ora ho iniziato a leggere i commenti all’intervista in Punto Informatico.

youCi sono molti spunti interessanti, ad esempio sullo stile usato in molti prodotti (non solo Microsoft!): perché non ci si rivolge all’utente direttamente, come in inglese, ma si prediligono forme impersonali e l’infinito per le istruzioni? 

Le versioni localizzate dovrebbero essere finalizzate alle esigenze dei mercati locali. La maggior parte degli utenti italiani ignora come sia il software originale: se le scelte di localizzazione sono adeguate, efficaci e consentono di imparare a usare un prodotto facilmente e produttivamente, è abbastanza irrilevante cosa viene usato in inglese.

In italiano di solito le istruzioni, se non sono tradotte da altre lingue, prediligono le forme impersonali e basta aprire la scatola di qualche apparecchiatura o di un medicinale per verificarlo. Immagino che nei primi prodotti localizzati sia stato adottato questo stile proprio perché era quello che si aspettavano gli italiani digiuni di computer ma abituati a seguire istruzioni di altro tipo: è risaputo che la familiarità ha un impatto positivo sulla curva di apprendimento.

Va anche detto che le prime applicazioni localizzate erano destinate soprattutto ad ambiti professionali dove il “tu” sarebbe stato fuori luogo. Nel 2009 l’utente tipico dei prodotti software ha sicuramente una sensibilità diversa ma nel frattempo la forma impersonale è diventata uno standard a cui credo siamo ormai abituati… a parte le obiezioni di chi usa il Mac o di utenti più “informatizzati” che, però, non sempre rappresentano l’utente tipico. 

In ogni caso la forma impersonale non dovrebbe essere sinonimo di stile troppo formale e sono del tutto d’accordo con chi si lamenta di frasi “barocche” più adatte alla burocrazia che a un’interfaccia grafica. Ad esempio, se un titolo inglese dice What I could do to protect my computer, non mi sembra il caso di tradurre Quali misure è possibile adottare per proteggere il proprio computer se, mantenendo una forma impersonale, si può semplificare in Che cosa si può fare per proteggere il computer. Le guide di stile per la localizzazione possono dare indicazioni generali ma sta a chi traduce operare scelte accettabili.


Aggiornamento agosto 2013 – Lo stile usato nelle interfacce e nelle app dei dispositivi mobili, ma anche nell’interfaccia di Windows 8, è ora molto più informale e viene usata anche la prima persona: un commento e alcuni riferimenti qui.

Incongruenze del Bancomat

Post pubblicato il 5 agosto 2008 in blogs.technet.com/terminologia

Nel centro direzionale dove lavoro è stato sostituito il Bancomat. Il nuovo modello ha un’interfaccia coloratissima corredata da fastidiosi segnali sonori. Lo confesso: ogni volta che lo uso entro in modalità deformazione professionale.

In una delle prime schermate appare questa istruzione:

Premi il tasto CONFERMA per proseguire.

Sullo schermo, però, non c’è nessun tasto CONFERMA. Allora si guarda tra i pulsanti a lato, e poi sul tastierino, ma neanche lì c’è.

dettaglio di BancomatUn attimo di perplessità, poi si prova con il tasto ESEGUI e la transazione può proseguire.

Però… anche se in definitiva sono bastati pochi secondi e la seconda volta non ci si casca più, rimane una sensazione sgradevole, quella di avere a che fare con un prodotto realizzato con poca attenzione a chi lo deve utilizzare.

È un esempio banale e che forse dà fastidio solo a me, ma non ho potuto evitare un’ovvia considerazione: se ci sono altri momenti di esitazione e si sommano i secondi, ma soprattutto se l’ignaro utente non ha familiarità con la tecnologia e non si rende conto che CONFERMA ed ESEGUI sono solo due etichette diverse per lo stesso concetto, ecco che ne risentono la curva di apprendimento e l’usabilità.

Vedi anche: Che cosa si deve premere? per un altro esempio di incongruenze che peggiorano l’usabilità di un prodotto.


Aggiornamento 20 ottobre 2009 – Il Portale Treccani ha un bell’articolo sull’origine del termine bancomat.

Lavori in corso

Post pubblicato il 30 maggio 2008 in blogs.technet.com/terminologia


Ho ricevuto una domanda sulle azioni che in inglese sono descritte con il participio presente
(–ing) e in italiano sono rese con un sostantivo seguito dalla locuzione in corso (es. copying diventa copia in corso). Dice Riccardo:

[…] Perché non mettere "in corso" prima del verbo, magari con un verbo ausiliare (p.es. "è in corso il caricamento di …" invece che "caricamento in corso di …")? Oppure perché non toglierlo del tutto ("caricamento di …"), tanto che qualcosa sia in corso dovrebbe essere evidente? oppure perché non metterlo alla fine ("caricamento di …. in corso")? Oppure ancora rendendo la frase come faremmo istintivamente in italiano se rispondessimo all’interrogativo "che fai?": "sto caricando il …"? Insomma, le traduzioni troppo vicine alla costruzione della lingua originaria non sono sempre belle. 

La traduzione del participio presente inglese con in corso è ormai diventata una convenzione nella localizzazione* e in quanto tale ha il vantaggio di rendere subito riconoscibile il tipo di comunicazione (quando leggo in corso so che devo aspettare). Effettivamente ci sarebbero soluzioni più idiomatiche o stilisticamente più eleganti ma non credo che porterebbero a vantaggi di comprensione rispetto alla formula convenzionale a cui ormai siamo abituati (la familiarità contribuisce ad abbassare la curva di apprendimento). Concordo comunque con Riccardo che a volte ne risultano frasi pesanti che potrebbero essere migliorate.

La Guida di stile per la localizzazione dei prodotti Microsoft, scaricabile dal Portale linguistico, fornisce indicazioni a questo proposito. In genere la locuzione in corso segue l’azione (in questo modo si pone l’attenzione sull’azione: copia in corso); se però l’azione viene descritta in dettaglio e la traduzione potrebbe risultare ambigua, è preferibile iniziare la frase con È in corso, come suggerito da Riccardo (ad es. Copying network install files –   È in corso la copia dei file per l’installazione dalla rete). Sta poi a chi localizza scegliere la forma più appropriata. 

[Aggiornamento 2010 – Nel sistema operativo Windows Phone non viene più usata la locuzione in corso, ad es. sincronizzazione in corso, ma l’azione viene comunicata in prima persona con stare+gerundio, ad es. sto sincronizzando.]

Va inoltre considerato che in mancanza di contesto potrebbe essere difficile capire se in inglese la forma in -ing sia un participio presente (azione in corso) o un gerundio (sostantivo): la stringa Indexing, ad esempio, potrebbe rappresentare il messaggio di un servizio di indicizzazione (participio presente, Indicizzazione in corso), oppure potrebbe essere il titolo di una finestra di dialogo che permette di impostare le opzioni relative al servizio (gerundio, Indicizzazione). In questi casi è preferibile omettere in corso per evitare errori, ad esempio sarebbe fuori luogo leggere in corso in un titolo… 

* L’indicazione di tradurre il participio presente inglese con in corso è diffusa e si trova, ad esempio, in progetti Linux, Mozilla, Game Italian Translation ecc.


Ho notato che parecchie persone arrivano su questo post perché cercano come si dice lavori in corso in inglese. Non lavori in corsoesiste un’unica traduzione, dipende molto dal contesto. Il nome del segnale qui a destra, ad esempio, è Men at work. In altri contesti, invece, è più adatta l’espressione Under construction, che tempo fa si vedeva spesso in pagine di siti Web non ancora completati.

Tasti di scelta (rapida)

Post pubblicato il 19 maggio 2008 in blogs.technet.com/terminologia


Leggendo un articolo in The Guardian, Thanks, Microsoft Word, for all the (muscle) memories, ho concluso che l’uso non coerente della terminologia aveva fatto le ennesime vittime. L’autore si lamenta che in Office 2007 non sono più disponibili le keyboard shortcut (combinazioni di tasti) delle versioni precedenti e chi era abituato a usare la tastiera non riesce più ad accedere velocemente ai comandi come era prima.

In realtà, come cercherò di spiegare con esempi di Office 2007, le cose non stanno proprio così ma la terminologia esistente crea effettivamente confusione. I concetti chiave in questo caso sono tre, facilmente identificabili e rappresentabili gerarchicamente in base alla loro specificità: 

 
In inglese a questi tre concetti vengono associati termini diversi (non solo nei prodotti Microsoft!): accelerator, accelerator key, access key, key combination, key combination keyboard shortcut, keyboard accelerator, keystroke combination, keystroke sequence, hot key, hotkey, keyboard shortcut, menu key sequence, menu shortcut, sequential shortcut key, shortcut key, shortcut, ecc.

voce di database terminologicoQuesta proliferazione di termini è sicuramente un problema perché equivale ad avere "etichette" diverse per uno stesso concetto e così l’utente è costretto a imparare a riconoscere termini diversi e associarli tra loro come sinonimi, con conseguente impatto sulla curva di apprendimento e l’esperienza di utilizzo dei prodotti.

La questione principale in questo specifico caso, però, è che in inglese non c’è consenso su quali termini siano effettivamente sinonimi e quindi come siano "mappati" ai tre concetti descritti sopra. Lo stesso termine, pertanto, può indicare qualcosa di diverso a seconda di chi ha deciso di usarlo in un prodotto: shortcut keys, ad es., viene utilizzato in maniera generica per il concetto sovraordinato in alcuni contesti e per i concetti subordinati in altri. 

Per tornare all’articolo e in modo specifico a keyboard shortcut: nella documentazione di Office 2007 il termine keyboard shortcut viene usato per descrivere sia il concetto sovraordinato ("combinazione di tasti") che un subordinato ("combinazione di tasti premuti simultaneamente"), ovvero il significato usato nell’interfaccia, a sua volta chiamato key combination in alcune parti della documentazione. Il giornalista, invece, pare usi keyboard shortcut per l’altro subordinato ("combinazione di tasti premuti in sequenza"), che nella documentazione di Office 2007 è access key (ma anche menu key sequence e menu shortcut).

Questo è un esempio parecchio visibile di incongruenze terminologiche in inglese e ovviamente influenza anche le versioni localizzate (rispetto agli oltre 15 termini inglesi, in italiano abbiamo cercato di limitare i termini a tasti di scelta, tasti di scelta rapida, combinazioni di tasti, scelte rapide da tastiera e sequenza di tasti, utilizzati in base al contesto, ma non è sempre facile stabilire le corrispondenze esatte con il significato effettivamente inteso in inglese). La buona notizia è che questo tipo di incongruenze sono davvero rare!

È fuori dubbio che se vengono usati troppi termini per descrivere gli stessi concetti, e per giunta non in maniera coerente, diventa difficile non solo capire di cosa si sta parlando ma anche reperire informazioni per chiarire eventuali dubbi. Contrariamente a quanto afferma l’articolo, infatti, le combinazioni di tasti in Office 2007 non sono certo scomparse, anzi! Oggi però mi sono dilungata fin troppo e rimando al prossimo post qualche dettaglio per chi vuole continuare a usare la tastiera anche nella nuova versione.

Office2007

Post correlato: Database terminologici.

Attenzione alle spalle…

Post pubblicato il 7 aprile 2008 in blogs.technet.com/terminologia

Il tipo di account (standard o amministratore) con cui si accede a Windows determina il tipo di operazioni che si possono eseguire. Il Controllo account utente è una funzionalità di protezione di Windows Vista che, prima di effettuare azioni potenzialmente dannose, richiede agli utenti standard di fornire credenziali di amministratore; non è necessario disconnettersi da Windows e riaccedere: basta inserire la password di amministratore o farlo fare a un’altra persona. In inglese la seconda opzione viene definita Over The Shoulder (OTS):

The “Over the Shoulder” name comes from the scenario where the parentally controlled child asks Mom to complete the task of installing software by typing in her credentials “over the shoulder.” In the OTS scenario, Mom does not have to switch to her logon account to accomplish the task.

Di solito la creatività linguistica americana mi diverte molto ma in questo caso non riesco ad apprezzarla del tutto. Si tratta comunque di un termine interessante per accennare ad alcuni aspetti del lavoro terminologico.

Come sempre, e soprattutto con termini "figurati" come questo, si inizia analizzando l’uso in inglese. In questo caso era stato facile stabilire che eventuali riferimenti al termine cinematografico OTS (un tipo di inquadratura, in italiano di spalle o di quinta) erano casuali; il termine non era ancora documentato in contesti simili e quindi si poteva considerare un neologismo; in Windows Vista appariva solo in documenti tecnici e mai in materiale destinato all’utente finale; la forma abbreviata era più frequente.

Per localizzare un neologismo ci sono varie strategie; tra le più comuni:

1 – tradurre letteralmente (se la metafora è riproducibile); 

2 – ricreare un neologismo nella lingua d’arrivo (per evidenziare l’unicità del concetto);

3 – usare un’espressione descrittiva (per rendere il concetto subito intuibile);

4 – ricorrere al termine originale.

In italiano è stato scelto il prestito (4), privilegiando la forma abbreviata: anche se viene persa l’efficacia del termine figurato originale e c’è un potenziale impatto sulla curva di apprendimento (OTS non è trasparente ed è più difficile da memorizzare), si tratta comunque di una scelta "orientata all’utente", in questo caso l’utente tecnico che preferisce questo tipo di soluzione, trova piena corrispondenza tra le due lingue e viene facilitato nella consultazione di informazioni non tradotte.

E le altre lingue? Alcune hanno mantenuto il termine originale, altre, come il tedesco, hanno potuto proporre una traduzione letterale e altre ancora hanno trovato soluzioni ad hoc. Non esiste infatti una regola generale: ogni termine è unico.

Commento di odamiani:

Bello questo post, mi ha dato l’impressione di un backstage su come vengono prese certe scelte…grande!    Nello specifico volevo provare con questa riflessione "a voce alta": il prestito mi sembra spesso una buona soluzione (se non davvero l’unica) anche perchè ho l’impressione che gli inglesi (o americani) abbiano questa tendenza a creare dei modi di dire che sicuramente rendono l’idea senza essere ridicoli.    Immaginarsi in italiano una feature che si chiami "dietro le spalle" è per metà inquietante e per metà ironica.    Sarà forse la ricchezza di significanti nella lingua italiana?

Mio commento:

La flessibilità dell’inglese è davvero incredibile, ad es. la facilità con cui i sostantivi diventano verbi o la naturalezza con cui termini colloquiali vengono usati in contesti molto specifici.  Una difficoltà aggiuntiva per chi traduce è riuscire a identificare tutte le connotazioni associate al termine inglese e decidere quali vanno riprodotte nella lingua di arrivo e quali è accettabile perdere, come pure fare attenzione a non scegliere un termine italiano che involontariamente aggiunga connotazioni non volute. Effettivamente il prestito è spesso la scelta più sicura.