Terminologia etc.

Terminologia, localizzazione, traduzione e altre considerazioni linguistiche

Post con tag “concetto”

Quando manca la parola (inglese)

In uno scambio di commenti ho citato OneLook Reverse Dictionary, una risorsa per l’inglese che consente di trovare parole partendo dalla definizione (il concetto), quindi un approccio opposto a quello dei dizionari tradizionali, dove la ricerca parte dalla parola per conoscerne i significati. La pagina esplicativa di OneLook riporta questi esempi:

Trovare una parola descrivendo il concetto, ad es. barrel maker, search for food, urge to travel, being tried twice for the same crime  
Analizzare concetti correlati, ad es. baseball, clouds, twisty, push  
Generare un elenco di parole in una categoria specifica, ad es. large birds, green fruit, Canadian authors  
Trovare parole formulando domande, ad es. What is the capital of Vietnam?, Who is Big Bird’s friend on Sesame Street?, What is the longest river in the world? 

Sapete se esiste una risorsa simile per l’italiano?


Vedi anche: Database terminologici (la differenza tra il metodo semasiologico dei dizionari tradizionali e il metodo onomasiologico usato nella gestione della terminologia).

La nascita delle parole :-)

Striscia Non Sequitur

(altro…)

Boots: stivali, scarponi e scarpette

Durante il primo webinar Terminologia: i ferri del mestiere ho accennato all’anisomorfismo, ossia ai problemi di equivalenza tra sistemi concettuali di lingue diverse, e quindi di corrispondenza a volte solo parziale tra le designazioni (parole) che rappresentano i singoli concetti.

Calzature alte inglesi e italiane

Un esempio tipico è la parola boot, che in inglese designa il concetto “calzatura che copre bootil piede e parte della gamba”.

In italiano non c’è un concetto equivalente: abbiamo “calzatura alta fino al ginocchio od oltre”, “calzatura alta fino alla caviglia o al polpaccio” e “calzatura con suola spessa e robusta, alta almeno fino alla caviglia”, rappresentati dalle parole stivale, stivaletto e scarpone, con qualche sovrapposizione di significato.

Stivali o scarponi?

Ci ripensavo guardando una raccolta di foto di un’installazione a San Francisco fatta con calzature di soldati americani. Secondo me si tratta di scarponi, secondo l’articolo di stivali: errore di traduzione o terminologia effettivamente usata in ambito militare?

boots-stivali

(altro…)

«C» come Congestion (e come Confusione?)

Il significato di Area C

Chi risiede a Milano ha ricevuto una lettera firmata dal sindaco Giuliano Pisapia che annuncia l’entrata in vigore di Area C. Alcuni dettagli mi hanno lasciata un po’ perplessa, ad esempio viene spiegato solo cosa prevede Area C ma non cosa sia esattamente: 

Nasce Area C – «C» come Centro, «C» come Congestion – che prevede dal lunedì al venerdì, dalle 7.30 alle 19.30, un pedaggio per entrare in automobile nella Cerchia dei Bastioni. L’avvio del nuovo provvedimento sarà accompagnato dal potenziamento del trasporto pubblico locale.

A Milano tutti parlano inglese?

logo_Area_CTrovo fuori luogo l’inglese di «C» come Congestion, non solo perché in italiano si parla comunemente di congestione con riferimento al traffico e quindi il forestierismo non ha molto senso (potrebbe anche sembrare un refuso!), ma soprattutto perché viene dato per scontato che chiunque legga, quindi anche la “sciura Pina”, conosca la congestion charge di Londra, citata indirettamente alla fine del capoverso successivo, e le associ l’esempio «C» come Congestion.

Prestiti e comunicazione

Mi piacerebbe suggerire una linea guida a chi si occupa di comunicazione istituzionale: ricorrere ai prestiti solamente se sono registrati nei dizionari di italiano come in uso da almeno cinque anni (ad es. smog e ticket). Se si ritiene di non potere fare altrimenti, spiegare il significato del prestito (ad es. chiarire cosa si intende per bike sharing).

Coerenza terminologica (per concetti vecchi e nuovi)

Nella lettera l’assenza di burocratese è sicuramente apprezzabile, però la comprensibilità del testo sarebbe stata migliorabile facendo più attenzione alla terminologia. Anche se può sembrare banale sottolinearlo, quando si introducono nuovi concetti è essenziale che vengano designati in modo univoco e senza ambiguità.

Un esempio dalla lettera: quello che pare essere un unico concetto è descritto da ben cinque termini diversi, pedaggio, ticket, congestion charge, accesso a pagamento e tariffa di accesso, creando inutile confusione per chi legge (e forse più lavoro per chi dovrà dare informazioni?).

Va anche notato che non sono mai citati né ZTL (a Milano non si dice zona a traffico limitato, troppo lungo!) né Ecopass, concetti esistenti e già noti, mentre andrebbe detto esplicitamente se Area C è il nuovo nome di uno dei due o se invece identifica un concetto nuovo, spiegando quindi le principali differenze.

Curando meglio questi dettagli, si potrebbe infine dire anche «C» come Chiarezza…


Aggiornamento giugno 2012 – Dettagli sull’uso dei forestierismi nel lessico comune, spesso superflui, e nel lessico specializzato, spesso insostituibili, in L’invasione degli anglicismi.

Aggiornamento maggio 2013 – Un altro esempio di terminologia inglese nelle comunicazioni del comune di Milano, usata però in maniera poco coerente, in Chi sono i city user di Milano?

Carpooling

A Seattle, dove sono stata più volte per lavoro, avevo imparato un ulteriore senso della parola carpool, una “formula magica” che alcuni colleghi americani usavano per essere esonerati dalle riunioni che iniziavano presto la mattina o si protraevano verso sera, proprio come in questa striscia di Dilbert:  

Dilbert_carpool

(la parola hero mi ha fatto venire in mente un altro dettaglio “americano”, ne parlo più sotto)

Carpooling in Italia e in italiano

La modalità di trasporto identificata in inglese da carpooling, un sistema per ridurre traffico, inquinamento e costi, si sta diffondendo anche in Italia. Per descriverla, si è ormai affermato il prestito car pooling (ad es. Autostrade per l’Italia, Comune di Modena, Politecnico di Milano). Ho però l’impressione che l’espressione non venga sempre interpretata correttamente da chi propone un “traducente” italiano alternativo.

Relazioni tra concetti

carpoolingCredo vada sottolineato che l’elemento chiave della parola inglese non è car ma pooling (“mettersi insieme”, “mettere in comune delle risorse”; pool è l’insieme delle risorse) e infatti in inglese l’iperonimo (concetto sovraordinato) è ride / lift sharing, la condivisione di un passaggio, che può essere anche occasionale e su lunghe distanze.

I coiponimi (concetti coordinati) possono avere come caratteristiche distintive il numero di persone del pool e i mezzi usati:

1 Carpooling è la modalità di trasporto di un gruppo di due o più persone che abitualmente si recano assieme al lavoro o altrove in un’auto privata; viene usata alternativamente l’auto di ciascun guidatore (l’insieme dei guidatori e delle loro auto è un “pool“). È un concetto diverso da car sharing, un servizio che consente ai singoli iscritti di noleggiare un’auto per periodi molto brevi di tempo, ad es. alcune ore.
2 Vanpooling è la modalità di trasporto di un gruppo di almeno cinque persone che abitualmente si recano assieme al lavoro o altrove in un pullmino che può essere fornito da un ente locale, dal datore di lavoro o preso a noleggio e guidato da un’unica persona o da più persone, a turno, su tragitti non brevi.

Non sono escluse altre modalità di condivisione, ad es. alcuni siti americani di ride sharing includono il servizio per trovare persone con cui fare assieme la strada in bicicletta.

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Terminologia italiana?

Anche se ormai si è affermato ed è difficilmente sostituibile, c’è chi rifiuta l’anglicismo carpooling e propone alternative come auto collettiva o auto di gruppo (come abbiamo visto è invece un gruppo di auto, usate a rotazione) o addirittura covetturaggio, vetturaggio con autista o concarreggio. Sono soluzioni poco convincenti perché troppo generiche, connotate o poco trasparenti, e rivelano un problema ricorrente da parte di chi non ha competenze terminologiche: si concentra sulle singole parole della lingua di partenza, in questo caso car, o sulle soluzioni scelte da altre lingue (ad es. il francese covoiturage), e cerca un “traducente”, spesso letterale, senza invece analizzare le caratteristiche essenziali e distintive del concetto, descritte sopra.

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Carpool lane – pista riservata

Nelle superstrade (freeway) americane, in determinate fasce orarie una o più corsie sono riservate ai carpool. Sono segnalate da un rombo (diamond) e denominate HOV lane (High Occupancy Vehicle lane) o carpool lane. Anche Autostrade per l’Italia le ha attivate sulla A8-A9 e le ha chiamate piste riservate / piste Car Pooling.

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Il programma HERO

heroLa striscia di Dilbert mi ha fatto tornare in mente che dalle parti di Seattle non ho mai visto singoli automobilisti nella carpool lane, probabilmente anche grazie al programma HERO, che fornisce un numero di telefono facilmente memorizzabile, del tipo americano con una combinazione di numeri e lettere, per denunciare gli eventuali trasgressori: i delatori sono degli eroi! Ve lo immaginate un programma simile in Italia?

Secessione della Lombardia o meronimia fallace?

Forse al Corriere della Sera conoscono qualche manovra di Bossi & Co di cui siamo ancora all’oscuro? A leggere una notizia sui ticket sanitari si direbbe infatti che sia imminente la secessione della Lombardia dal resto del paese:

Italia-Lombardia

[grazie a Luca per il link]

Facezie a parte, questa imprecisione mi dà uno spunto terminologico per ricordare cosa si intende per relazioni partitive (“x è parte di y”) in un sistema concettuale con relazioni di tipo gerarchico. I concetti Lombardia e Italia sono infatti legati da una relazione parte-tutto, anche detta meronimia:

image
Italia rappresenta il concetto sovraordinato che indica il tutto (l’olonimo) 
Lombardia rappresenta un concetto subordinato che indica una parte (il meronimo)
Lombardia, Liguria, Piemonte ecc. rappresentano concetti coordinati (co-iponimi) che hanno lo stesso sovraordinato e condividono il criterio di suddivisione all’interno del sistema concettuale

Nell’articolo citato ovviamente il tutto (Italia) non equivale alla somma di alcune parti (le altre regioni ad esclusione della Lombardia).

Vedi anche: border / boundary / edge / perimeter network per un esempio di relazioni generiche (“x è un tipo di y”).

Fungo e mushroom

Ieri ho sfogliato un bel libro illustrato con proposte per viaggi “da sogno” in tutto il mondo. Ci sono vari itinerari enogastronomici in Italia, tra cui uno dalle parti di Alba. Nella descrizione c’è una frase che, secondo me, fa capire che il libro è tradotto dall’inglese:

Questa è la stagione dei funghi selvatici – porcini, finferli e altre saporite varietà – che spuntano numerosi nei prati e nei sottoboschi del nord.

Non credo che nel contesto “itinerario del gusto nelle Langhe” un italiano specificherebbe selvatici parlando di funghi: lo darebbe per scontato.

Non è però la traduzione di wild mushroom il dettaglio che vorrei evidenziare.

In italiano, se qualcuno mi parla di un piatto o di una ricetta con i funghi, senza specificare quali, penserei a quelli di bosco e non a quelli coltivati.

mushroomMi sembra che in ambito culinario inglese, invece, mushroom si riferisca innanzitutto ai funghi coltivati (come quelli che si mangiano a colazione) e che venga detto esplicitamente wild mushroom (esempio del libro) quando si intende quelli spontanei. La ricerca per immagini mushroom+recipe parrebbe confermare la prevalenza dei funghi coltivati nelle ricette inglesi.

I due concetti rappresentati da fungo e mushroom, intesi come ingredienti generici, mi sembrano quindi leggermente diversi nelle due lingue. Mi piacerebbe però sapere cosa ne pensa chi è più esperto di me, ad esempio Ilaria, Mara o Marina se passano di qui.


Vedi anche: Traduzione enogastronomica e Non solo zuppa!

decifrare, decodificare, decrittare, decriptare…

Torno a citare il forum Scioglilingua per una discussione sul verbo decrittare (a cui aggiungo le varianti decriptare e decrittografare). Vari punti di vista:

tipico esempio di sudditanza nei confronti dell’inglese (qui)
accettabile perché non deriva dall’inglese ma dal greco (qui e qui)
forzatura, pseudo-neologismo: meglio usare decodificare (qui)
brutta parola, né utile né necessaria: ci sono già decifrare e decodificare (qui)

È interessante perché consente di evidenziare la differenza tra lessico generico (parole) e lessico specializzato (termini).

decryptEtimologia a parte, il verbo decrittare è arrivato in italiano dall’inglese decrypt. Nel lessico generico inglese, documentato dai dizionari, decrypt, decode e decypher/decipher sono considerati sinonimi.

Nel lessico specializzato inglese, invece, ciascun termine (e ogni termine correlato) identifica concetti specifici usati in ambiti specifici. Nel Dizionario enciclopedico di informatica, ad esempio, si trovano queste differenze:

encode – trasformare la rappresentazione di informazioni, ad es. convertire un formato grafico in un altro, comprimere dati ecc. Sinonimo: code 
decode – riconvertire le informazioni codificate nel formato originale, ad es. decomprimere dati precedentemente compressi
encipher / encrypt – trasformare la rappresentazione di informazioni allo scopo di renderle incomprensibili a eventuali intrusi che intercettassero il messaggio
decipher / decrypt – ripristinare nella loro forma originale delle informazioni rese incomprensibili mediante cifratura per evitare che le informazioni vengano carpite nel caso cadano in mano a un intruso

Nella comunicazione di messaggi c’è chi fa invece queste distinzioni:

encode – trasformare intere parole o frasi in altre parole o frasi
encipher – trasformare lettere o simboli individualmente
encrypt – termine sovraordinato che include sia encode che encipher

Anche in altri ambiti specializzati, decrypt e decipher non sono sinonimi:

decrypt fa riferimento a dati che sono stati deliberatamente trasformati perché risultassero incomprensibili (cfr. l’intervento firmato duccio)
decipher è relativo, ad es., all’analisi di documenti antichi, scritti in una lingua o in un alfabeto sconosciuti, oppure all’analisi del codice genetico contenuto nel DNA, quindi dati che sono intrinsecamente complessi da interpretare ma che non sono stati precedentemente manipolati

Questi sono solo alcuni esempi, sufficienti però a confermare, ancora una volta, che ogni termine non andrebbe mai considerato singolarmente ma sempre all’interno del sistema concettuale a cui appartiene.

Tornando all’italiano e al forum Scioglilingua, mi sembra eccessivo stigmatizzare una parola solo perché sembra brutta, perché è un calco o perché esistono già parole (apparentemente) simili: come in inglese, in ambiti generici si può ovviamente usare il sinonimo che piace di più, invece in alcuni ambiti specializzati decrittare (e non decodificare o decifrare) sarà l’unico termine possibile per identificare in modo univoco un concetto specifico, differenziandolo da quelli correlati.


Vedi anche: Che relazione c’è tra obsoleto, disapprovato e deprecato? sulla distinzione, non sempre ovvia, tra significato generico e significato specializzato.


PS  Un suggerimento agli studenti che so che leggono il blog: i termini sono “etichette” a volte abbastanza intercambiabili, specialmente in alcuni ambiti come l’informatica; nelle traduzioni specializzate, se non è disponibile la terminologia specifica del progetto ma si usano dizionari o glossari specializzati acquisiti da altre fonti, in certi casi è meglio non fidarsi al 100% dei termini “già pronti” ma è preferibile verificare i concetti per assicurarsi che il sistema concettuale descritto e quello su cui si sta lavorando corrispondano. Esempio: Font, typeface, famiglie e tipi di carattere.

Font, typeface, famiglie e tipi di carattere – 2

A inizio ottobre non immaginavo che avrei avuto un “argomento del mese” ma è ovvio che è stato così se oggi vi suggerisco di leggere Più font per tutti, un articolo davvero interessante sulla storia della parola font e relative questioni linguistiche.

Per concludere l’argomento, come preannunciato qui, diagrammaaggiungo alcune considerazioni  abbastanza tipiche per chi si occupa di localizzazione. Sono suggerite dalle differenze di terminologia  tra Adobe e Microsoft riassunte in questa tabella:

  Adobe – inglese. Microsoft – inglese Adobe – italiano Microsoft – italiano
1 typeface,
font family
.
font family
tipo di carattere, 
famiglia di caratteri, carattere tipografico,
font
.
.
famiglia di caratteri
2 .
[individual] font
typeface,
font
.
[singolo] font
.
carattere tipografico, tipo di carattere
3 font font font tipo di carattere

Nella localizzazione di un prodotto, l’adeguatezza delle scelte terminologiche per la lingua di arrivo può essere influenzate da diversi fattori e modalità di gestione della terminologia:

Nella lingua di partenza, non sempre è determinante fare riferimento all’etimologia o al significato standard dei termini di un settore specializzato perché quando sono adottati in ambito informatico possono subire uno slittamento di significato, come dimostra la sovrapposizione di font e typeface in inglese.
Altro esempio: Tasti di scelta (rapida).
Come evidenziavo nel post precedente, a concetti facilmente identificabili non sempre corrispondono segni linguistici univoci e quindi nella gestione della terminologia è di fondamentale importanza disporre di definizioni accurate che eliminino ogni ambiguità e chiariscano le relazioni tra concetti (e termini associati).
Esempi: Che relazione c’è tra obsoleto, disapprovato e deprecato? e border / boundary / edge / perimeter network.
È sempre preferibile un approccio onomasiologico: si analizza il concetto, gli elementi che lo contraddistinguono e il contesto di utilizzo della lingua di partenza e quindi si cerca un’equivalenza* nella lingua di arrivo, evitando la tentazione di “tradurre” letteralmente il termine.   
Esempi: nudge e Ribbon/Elements Gallery.
Nella scelta della terminologia possono intervenire fattori extralinguistici. Chi introduce un prodotto nuovo in un settore dove c’è già un leader di mercato, ad esempio, potrebbe dover scegliere tra congruenza terminologica con i propri prodotti, con il prodotto leader (per facilitare l’adozione da parte degli utenti esistenti riducendo l’impatto sulla curva di apprendimento) o con il sistema operativo più diffuso in quell’ambito: nel caso di font, typeface ecc., la scelta potrebbe essere tra terminologia Microsoft e terminologia Adobe, in altri contesti tra terminologia Microsoft e terminologia Apple.  
Credo sia ovvio che nessun termine dovrebbe essere gestito individualmente ma sempre all’interno del sistema concettuale a cui appartiene e in base alla destinazione del prodotto. Ho quindi qualche perplessità su alcuni progetti di terminologia in crowdsourcing o aperti alle community e soprattutto su certi forum dove chi traduce sottopone un termine all’attenzione dei colleghi, spesso senza identificare concetto, termini correlati e tipo di utente finale, per poi scegliere la “traduzione” che ha ottenuto più voti.
Esempio: Effetto mouseover: la “serrandina”.

In conclusione, per quanto le incongruenze terminologiche di Microsoft e Adobe possano apparire ovvie, non si può dire a priori quale sia la terminologia più adeguata: ciascuna va valutata all’interno del proprio sistema concettuale.

* Come postilla aggiungo un esempio di equivalenza di materiale nella lingua di arrivo per un ipotetico terminologo che, una ventina di anni fa, si fosse trovato a dover scegliere la terminologia italiana per i tre concetti che hanno ispirato questo post. È il Manuale del grafico di Giorgio Fioravanti in un’edizione del 1987, quando, presumibilmente, la terminologia tipografica italiana non era ancora stata influenzata né da software localizzato né da calchi o prestiti dall’inglese (grassetti miei):

I caratteri vengono generalmente indicati con il nome del disegnatore, con quello della casa produttrice o con nomi di fantasia. Al nome, e in alcuni casi al numero della serie, si accompagna l’indicazione della forma (tondo o corsivo) o della sua proporzione (largo o stretto) e della grossezza delle aste (chiarissimo, chiaro, neretto, nero o nerissimo). Solo alcune serie di caratteri dispongono di molte varianti. I caratteri utilizzati per i testi comprendono generalmente il tondo e il corsivo, nelle varianti chiare e nere.

[come esempi vengono elencate le varianti della serie di caratteri Univers, ad es. Univers 65 Medium, Univers 39 Ultra Light Extra Condensed ecc.]


Altri post sull’argomento font e caratteri:

Caratteri, font e simboli scientifici 
Font è maschile o femminile? 
Font, typeface, famiglie e tipi di carattere – 1 
A lesson on typography (tipografia cinetica) 
Caratteri maschili e femminili… 

Font, typeface, famiglie e tipi di carattere – 1

Torno a parlare del post di Mara, Font maschile o femminile: richiesta di un lettore, sulla differenza tra font e typeface e su quale possa essere la terminologia che meglio renda typeface in italiano, perché un’analisi anche molto limitata dei due termini, in un ambito informatico ristretto, evidenzia problemi familiari a chi si occupa di localizzazione.

Per identificare i concetti in questione, consentitemi innanzitutto un’analogia molto rudimentale: consideriamo un’ipotetica famiglia Rossi, i suoi singoli componenti (Mario Rossi, Anna Rossi, Carlo Rossi) e i loro diversi modi di presentarsi (Anna con o senza occhiali, Mario svestito, in giacca e cravatta oppure con la stessa giacca ma i jeans ecc.). Le singole persone sono sempre le stesse ma a seconda dei casi sono considerate collettivamente, come membri di un gruppo oppure individualmente.

Ritornando ora all’aspetto del testo in un documento, soffermiamoci su questi concetti:

1 una raccolta di set di caratteri che hanno caratteristiche simili e sono stati disegnati per essere usati assieme, ad es. quelli denominati Arial o quelli denominati Lucida
2 all’interno della raccolta, un set di caratteri con caratteristiche comuni, ad es. Arial Narrow e Arial Black 
3 tutti i caratteri di un set contraddistinti da una specifica combinazione di varianti, ad es. la dimensione in punti e lo stile, come 10 point Arial Narrow bold e
12 point Arial Black italic

alcuni esempi relativi ai tre concetti descritti sopra

Credo che i tre concetti siano sufficientemente chiari. Il problema, come dicevo qui, è che a concetti facilmente identificabili non sempre corrispondono segni linguistici univoci:  basta dare un’occhiata ai termini usati da due dei principali produttori di software per notare palesi differenze terminologiche.

Nella documentazione di Adobe InDesign si trova questa terminologia (definizioni al passaggio del mouse):

1 Typeface (anche type family e font family), in italiano tipo di carattere (anche famiglia di caratteri o famiglia di font) 
2 [Member of a font family, individual font; in italiano singolo font]     
3 Font, in italiano font (maschile)    

(in altri contesti Adobe typeface è reso in italiano con font e in altri con carattere tipografico)

Nel database terminologico Microsoft troviamo invece:

1 Font family, in italiano: famiglia di caratteri
2 Typeface, in italiano carattere tipografico
3 Font, in italiano tipo di carattere

Fonts, typefaces, point sizes, and attributes (MSDN) sottolinea inoltre che typeface e font identificano due concetti diversi (2 e 3) ma che in ambiti non tecnici si tende a usare font per entrambi (infatti chi adopera software non specialistico in inglese è abituato a scegliere da un elenco denominato Font e non Typeface!).

Il caso di font e typeface è quindi simile a quello descritto in Tasti di scelta (rapida) ed evidenzia l’arbitrarietà del segno linguistico: non solo sono state assegnate "etichette" diverse (i termini) a uno stesso concetto ma la stessa “etichetta” viene anche usata per identificare concetti diversi, come segnalato anche dal lettore di Mara.

Se si estende la ricerca terminologica ad altri produttori di software si notano altre differenze e la confusione aumenta ancor più nel passaggio da una lingua all’altra o confrontando diversi ambiti d’uso, ad es. la composizione tipografica tradizionale e il desktop publishing.

Senza ulteriori informazioni sul contesto e sugli altri concetti correlati che vi appaiono diventa quindi difficile dare una risposta al lettore di Mara. Vorrei comunque usare questo esempio per condividere alcune considerazioni pratiche con chi si occupa di localizzazione ma, vista la lunghezza già raggiunta da questo post, le rimando a un prossimo intervento, Font, typeface, famiglie e tipi di carattere – 2 [link aggiunto]. 

PS Ne approfitto per segnalare un glossarietto che mi è sempre piaciuto molto, A disagreeably facetious type glossary for the amusement & edification of people beginning a love affair with fonts. Descrive alcuni termini usati in ambito tipografico con informazioni spesso curiose, ad es. spiega perché in inglese maiuscole e minuscole si chiamano uppercase e lowercase.  

Odore di “freschìn”, una questione di DNA?!?

image Ne parlavo recentemente con amici veneti: chi ha vissuto nel nord-est sa che il freschìn (italianizzato in freschino) è quell’odore molto sgradevole che rimane, ad esempio, sulle stoviglie che sono venute a contatto con uova crude e che poi sono state lavate con acqua calda (si elimina con limone o aceto in acqua fredda).

È un odore molto tipico, eppure non esiste un termine equivalente a freschin nell’italiano standard ma solo in dialetti e varianti regionali: Vera Gheno (Accademia della Crusca) dà alcuni riferimenti etimologici e nota che freschetto e frescume sono attestati a Roma e renfrescümme in alcune zone della Liguria (anche frescümassu dalle parti di Imperia).

Carlo Caverni nel portale Treccani spiega così l’assenza di un equivalente italiano:

[…] . Ogni lingua (e il dialetto, dal punto di vista funzionale, per molti aspetti è una lingua a sé), in realtà, rappresenta un’autonoma e originale organizzazione concettuale del mondo, condizionata da fattori extra-linguistici (sociali e culturali, sedimentati nel tempo), che interpreta i dati della realtà in un certo modo, non per forza condiviso da altre lingue. […] Il freschino veneto si caratterizza per esprimere un certo modo di interpretare una certa porzione di realtà (costruita attraverso l’incontro di varie tipologie, unificate dall’elemento “odore di un certo tipo”) con un dato segno linguistico; mentre altri italiani regionali e l’italiano standard stesso non hanno fatto da veicolo a una percezione culturale specifica di quella porzione di mondo, non hanno dunque ritagliato in forma linguistica quella determinata porzione di mondo selezionata in base all’indicatore “odore di un certo tipo”.

Anche in molte altre lingue non esiste un termine specifico, come avevo scoperto tempo fa chiedendo a colleghi di una ventina di paesi europei e asiatici. La cosa che più mi aveva colpita era che solo le persone che parlavano una lingua in cui c’era una parola equivalente a freschin (nel mio campione, una cinese e una libanese) avevano capito immediatamente cosa intendessi, mentre le altre sembrava ignorassero del tutto che uova e pesce possono lasciare un odore sgradevole sulle stoviglie.

Scherzando, io e una collega argentina (che parlava dialetto veneto!) avevamo concluso che magari poteva esserci una spiegazione biologica: se c’è un gene che determina la percezione dell’amaro della feniltiocarbammide, potrebbe essercene uno per sentire l’odore di freschin e quindi solo le popolazioni geneticamente predisposte avrebbero sviluppato questo concetto e coniato un termine per descriverlo.

Ipotesi strampalata, ma forse non così totalmente assurda se si pensa alle ricerche che fanno risalire la diversità linguistica non solo a fattori storici, sociali e culturali ma anche a fattori ambientali e naturali


Spero che chi conosce altre varianti regionali le aggiunga nei commenti.


Nota Due degli articoli citati fanno riferimento agli innumerevoli nomi che gli esquimesi darebbero alla neve, ma si tratta di una bufala, smascherata ormai una ventina di anni fa dal linguista Geoffrey K. Pullum in The great Eskimo vocabulary hoax.

Aggiornamento – Ho scoperto una voce di Wikipedia in dialetto vicentino che fa vari esempi, tra cui quello del cattivo odore della biancheria che nelle giornate di maltempo fa fatica ad asciugare e viene raccolta ancora bagnata: quando che te stendi ea biancaria fora, magari un di’ che ghe xe nuvolo e che ea roba la fa fadiga a sugarse, se te la tiri dentro ‘ncora moja e te la snaxi, te vien da dire: “Madona, senti che spussa da freschin!” [moja = bagnata; snaxi = annusi]. Segnala anche che è un odore in un certo senso simile a quello del cane bagnato, che si chiama invece spussa de cagnòn.

Patatine e triangolo semiotico

Oggi la striscia Pearls Before Swine gioca su una delle tante differenze lessicali tra inglese britannico e inglese americano, in questo caso tra patatine intese come patate fritte (chips in Europa e French fries in America) e come snack (crisps e potato chips):

Il personaggio Pig è un po' tonto e tende a interpretare tutto letteralmente - Pearls Before Swine del 17 giugno 2010

Lo trovo un esempio divertente di un principio ben noto a chi si occupa di gestione della terminologia: a oggetti facilmente identificabili e concetti condivisi da tutti i parlanti (la differenza tra i tipi di patatine è ben chiara ai bambini occidentali anche molto piccoli) non sempre corrispondono segni linguistici univoci (le parole), ad es. in altre aree anglofone, mi pare l’Australia, chip indica entrambe le preparazioni e anche in italiano è il contesto a chiarire cosa si intenda con patatine.

Nei corsi introduttivi di terminologia, le relazioni tra oggetti, concetti e parole vengono spiegate rappresentandole con il triangolo semiotico: semplificando al massimo, la mente umana raggruppa gli oggetti (concreti e triangolo semiotico: l’OGGETTO come quello della foto in basso a destra condivide con oggetti simili delle caratteristiche comuni, ad es. funzione riproduttiva della pianta, colori vivaci e profumo, che vengono concettualizzate in un’immagine mentale, il CONCETTO, a sua volta rappresentato nella comunicazione verbale tramite simboli, ad es. il SEGNO LINGUISTICO condiviso dai parlanti di una comunità linguistica come le parole fiore, flor, flower, fleur, Blume...astratti) in base alle proprietà che condividono e assegna loro un’immagine mentale, il concetto, che a sua volta viene rappresentato da un segno (parola, simbolo, icona, ecc.), nel nostro caso il termine. Nel triangolo semiotico il collegamento tra il segno e l’oggetto viene espresso da una linea tratteggiata proprio perché le parole non denotano direttamente l’oggetto ma sono una convenzione, un’etichetta, come ben dimostra l’esempio delle patatine. L’ovvia conclusione è che nel lavoro terminologico è molto importante un approccio orientato al concetto, specialmente in ambito multilingue. 

Vedi anche: 

Tasti di scelta (rapida) per esempi di “etichette” diverse per lo stesso concetto e Domande sulle risposte (specialmente il commento finale) per altri esempi di “etichette” usate in maniera a volte arbitraria  
Concetti e termini: un esempio da Office per Mac per un esempio di scelte terminologiche orientate al concetto
Scelte terminologiche: ringare, Rrrring! e trillo per possibili strategie quando non c’è corrispondenza tra termini in lingue diverse
Infine, per sorridere un po’, altri esempi da Pearls Before Swine in XOXO: baci e abbracci, Nomi delle lettere in inglese e dyeing Easter eggs

Effetto mouseover: la “serrandina”

Tirar giù le parole - Il blog del mestiere di scrivere


Luisa Carrada nel blog del mestiere di scrivere ha usato un nome molto efficace, “serrandina”, per identificare un effetto usato in siti come The Guardian: è il breve testo descrittivo associato ad alcuni titoli e visualizzabile facendo passare il puntatore del mouse sopra ai titoli stessi.

Cos’è il mouseover

Si tratta di un effetto mouseover (evento mouseover da un punto di vista più strettamente di programmazione): quando il puntatore del mouse o del touchpad passa sopra un elemento, questo cambia aspetto, ad es. un pulsante diventa di un altro colore, anche questo è un effetto mouseover: la descrizione appare quando il puntatore del mouse viene fatto passare sopra a un'immagine o a un collegamento ipertestualeun’immagine o del testo vengono visualizzati in una finestrella popup, appare un URL sulla barra di stato, ecc. Un esempio tipico e noto a tutti: le descrizioni dei comandi sulle barre degli strumenti (tooltip).

In inglese la “serrandina” è un tipo di mouseover dropdown (è un effetto che appare “a discesa”); non so se esista un termine specifico ma immagino si possa chiamare mouseover dropdown box o mouseover dropdown text.

Terminologia italiana e utente finale

E in italiano? In un contesto sulla comunicazione, come nel blog del mestiere di scrivere, “serrandina” è perfetto. In istruzioni o materiale di riferimento, dove ci si aspetta terminologia meno informale, andrebbero invece fatte altre considerazioni. Se dovessi proporre un termine, innanzitutto analizzerei il concetto e il relativo sistema concettuale originale (ad es. gli altri concetti subordinati a mouseover dropdown, come mouseover dropdown menu, e i concetti correlati relativi ad altri eventi del mouse, tipo mouseclick), poi, dopo aver verificato l’uso del termine all’interno del prodotto, stabilirei se altrove è diffuso e già standardizzato oppure se esistono alternative in contesti d’uso diversi, quindi, se necessario, farei alcune valutazioni in base al tipo di utente finale, ad esempio:

se è un utente generico a cui si vuole illustrare la funzionalità del sito Web, si potrebbe optare per una descrizione come testo a discesa che appare al passaggio del mouse; è una soluzione lunga e non identifica il concetto con un termine univoco ma è accettabile se è l’unica occorrenza: ha il vantaggio di essere esplicita e non costringe l’utente a imparare nuovi termini
se si tratta di un utente con competenze tecniche si potrebbe proporre invece testo a discesa con mouseover (sottinteso “effetto” e/o “evento”); è utile mantenere il riferimento all’inglese mouseover se fa parte del codice che definisce l’evento

In entrambi i casi opterei per testo per il tipo di effetto, anche se è molto generico, perché nelle interfacce grafiche descrizioni più specifiche come casella o riquadro sono già associate a concetti ben definiti, ad es. casella di testo corrisponde all’inglese textbox e implicherebbe l’inserimento di testo da parte dell’utente, invece non previsto qui: ecco sottolineata l’importanza dell’analisi del sistema concettuale, che identifica l’esistenza del concetto coordinato mouseover dropdown textbox e aiuta ad evitare incongruenze ed errori terminologici.

Vedi anche: border / boundary / edge / perimeter network per alcuni esempi di relazioni tra concetti (subordinati, coordinati, correlati) e [aggiornamento] Usare sempre il flussometro! per un altro esempio di scelte terminologiche e utente finale.

Ristoranti in crowdsourcing e open source?

Sometimes English is not sexy* but stupid cita un paio di sondaggi in Der Spiegel da cui risulta che la maggior parte dei tedeschi non capisce gli slogan in inglese usati in alcune pubblicità e ne dà interpretazioni a volte strampalate, ad es. c’è chi pensa che Broadcast Yourself (YouTube) significhi “fabbricati il tuo portapane” (altri esempi inglese-tedesco qui).

Sarebbe interessante fare una ricerca simile in Italia, ad esempio tra i lettori di quei giornali che sono sempre più infarciti di parole inglesi, a volte però usate a sproposito (ad es., escludendo chi è stato in America, quanti lettori generici sanno cos’è un mall?)  

titolo Corriere della SeraMi è anche venuto in mente un articolo della settimana scorsa nel Corriere della Sera il cui rimando, qui a sinistra, appariva in mezzo a notiziole su calcio, cantanti e calendari. Dubito che titoli e articolo, Il ristorante fai da te in crowdsourcing, siano stati riletti e che sia stato verificato se fossero comprensibili per il lettore tipico del sito. Per poterli interpretare è infatti essenziale conoscere i concetti associati a crowdsourcing e open source, termini specializzati che, soprattutto il primo, non sono ancora entrati nell’italiano standard.

La giornalista avrebbe potuto trovare il modo di spiegare che crowdsourcing  è un processo produttivo simile all’esternalizzazione (outsourcing, dove un’azienda si affida alle prestazioni di un fornitore di servizi esterno per portare a termine una particolare attività); nel caso specifico del  crowdsourcing, però, le risorse esterne sono costituite da un insieme di persone (crowd) non precedentemente organizzate tra loro che, di solito, contribuiscono su base volontaria e le cui prestazioni non sempre sono retribuite ma possono essere ricompensate in termini di prestigio, visibilità, soddisfazione personale, ecc.

Se le idee e i contributi di chi ha partecipato al progetto sono messi liberamente a disposizione di altri per un eventuale riutilizzo, ecco che si può usare la metafora dell’open source, come nel software il cui codice sorgente è di pubblico dominio.

Una distinzione che si tende a fare tra modello crowdsourcing e modello open source è che il primo è un modello di business in cui c’è sempre un committente, quindi ci sono specifiche finalità commerciali che invece non sono necessariamente presenti nel modello open source. Nel “ristorante in crowdsourcing” citato dall’articolo del Corriere, infatti, un imprenditore ha cercato un’idea originale per un nuovo tipo di ristorante e si è rivolto a una community, i membri di instructables.com (non le “folle” generiche dell’articolo italiano), che hanno contribuito a sviluppare il concetto; la descrizione del progetto fa inoltre  concludere che il ristorante sia stato realizzato con finanziamenti di tipo tradizionale e non un “fai da te” in autogestione come suggerito in italiano. L’ideatore del ristorante diceva:

“I have been involved in several pilot and concept restaurants in the past […] I will open an open-source restaurant that is completely made of, and only serves food based on the original instructables all the members on instructables.com have made or will make”.  

Non mi pare che tutto ciò si capisca dall’articolo italiano: forse meglio evitare rielaborazioni di pezzi tradotti che contengono parole e riferimenti stranieri se non sono del tutto chiari.  

* Il titolo citato all’inizio, Sometimes English is not sexy but stupid, mi ha ricordato che alcuni giornalisti italiani sembrano ignorare che l’aggettivo l'iPhone è sexy?!?inglese sexy può essere un falso amico: se riferito ad es. a un prodotto, vuol dire che è un oggetto appetibile che tutti vorrebbero avere (come l’iPhone al suo esordio). Il significato in questo caso è più simile a “figo” e non a “sensuale” o “conturbante”, che mi pare continuino ad essere le uniche accezioni del prestito sexy in italiano (a parte l’uso peculiare di Beppe Severgnini, che sembra amare molto questo aggettivo, tanto da associarlo anche a salsicce e segni di interpunzione ).

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Vedi anche:

Per l’uso dell’inglese nei messaggi pubblicitari: Marketing plurilingue: tradurre o non tradurre?   
Per altri esempi dell’uso disinvolto di parole inglesi negli articoli del Corriere della Sera, Il Corriere e le parole "tech" da non usare più, il misterioso gatto tuxedo, Uova orientali? Forse no… (Easter egg e sorprese) e Parla come mangi; notevole anche l’interpretazione letterale di once in a blue moon messa in evidenza da Il Disinformatico!
Qui un esempio di crowdsourced restaurant citato anche dall’autore del neologismo crowdsourcing, Jeff Howe, che ho potuto ascoltare a una conferenza davvero interessante qualche anno fa   

Nuovo post: Crowdsourcing e community translation, una modalità di localizzazione ormai molto diffusa.

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Terminologia giuridica – Atti Realiter 2009

Sempre a proposito della giornata scientifica Realiter 2009, Terminologia e plurilinguismo nell’economia internazionale, avevo trovato molto interessante anche Le peculiarità del linguaggio giuridico. Problemi e prospettive nel contesto multilingue europeo di Maria Teresa Sagri, che aveva evidenziato le complessità, anche linguistiche, nel disciplinare in maniera uniforme l’attività normativa dell’UE: gli ordinamenti nazionali sono fortemente ancorati nel contesto storico-sociale a cui appartengono e non sempre convivono facilmente con norme di origine comunitaria.

L’impatto sulla terminologia del diritto comunitario è notevole, si registra ad esempio:

genericità terminologica (molta iperonimia) dovuta alla difficoltà di trasposizione tra le diverse lingue, con conseguente ambiguità giuridica e recepimento complesso nei singoli ordinamenti;
“colonizzazione” da parte di termini ed espressioni comunitarie che entrano nelle tassonomie nazionali (ad es. moneta unica, sussidiarietà, libro bianco);
neologismi semantici  (ad es. persona legale da legal person);
neologismi combinatori (ad es. danno ambientale dove danno è usato con accezione civilistica e non penalistica);
mancata uniformità linguistica (ad es. coesistono recesso, risoluzione e rinuncia, oppure biologico ed ecologico).

In questa situazione non sono rari gli errori terminologici che possono a loro volta causare problemi giuridici. Ecco quindi che si ricorre sempre più all’informatica giuridica per creare strumenti linguistici di controllo e soprattutto si sta lavorando a un approccio con ontologie formali che rappresentino le conoscenze giuridiche codificandole in base alle loro proprietà, svincolate dai linguaggi naturali, per consentire una comparazione più scientifica dei diversi sistemi giuridici e una migliore valutazione dell’effettivo livello di equivalenza linguistica, come descritto in dettaglio nel testo dell’intervento.