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Ricerca terminologica e verifiche con Google
In About Translation c’è un intervento molto interessante su come usare i motori di ricerca e interpretare il numero dei risultati per scegliere la terminologia più appropriata in una lingua di arrivo: Terminology search and confirmation with Google.
Aggiungo alcuni passaggi che precedono e seguono questo tipo di ricerca e che sono essenziali nella localizzazione del software, soprattutto se supportata da database terminologici orientati al concetto.
Innanzitutto vanno fatte alcune ricerche nella lingua di partenza:
| 1 | Si analizza il concetto rappresentato dal termine e il contesto di utilizzo nel prodotto per confermare la definizione, se disponibile, o crearne una. |
| 2 | Se il termine è composto (ad es. wireless hotspot), va verificato se i singoli elementi che compongono il termine (wireless e hotspot) sono già usati nel prodotto o in altri prodotti e fanno parte dello stesso sistema concettuale. |
| 3 | È molto utile identificare termini correlati che appaiono nello stesso contesto e che sono già documentati sia nella lingua di partenza che in quella di arrivo (ad es. public network, wireless router, wireless access, wireless connection, commercial hotspot, Wi-Fi hotspot, ecc) e le relazioni tra concetti. |
Solo a questo punto dovrebbero iniziare le ricerche nella lingua di arrivo, ad es. come descritto in About Translation, aggiungendo però alcuni passaggi:
| ▄ | La ricerca va ristretta a materiale simile a quello della lingua di partenza per tipo e contenuto, preferibilmente usando i termini già conosciuti (vedi punto 3) e privilegiando materiale non palesemente tradotto: è molto probabile che il termine cercato si troverà nel contesto. Personalmente preferisco questo approccio alla conferma con Google di ipotesi terminologiche formulate direttamente nella lingua di arrivo e che, a volte, possono portare a falsi amici come paragraph=paragrafo. |
| ▄ | Una volta identificati uno o più termini idonei, va verificato che il contesto di utilizzo corrisponda a quello determinato al punto 1: il termine inglese wireless, ad esempio, viene reso in italiano sia con senza fili che wireless, entrambe “traduzioni” accettabili ma usate in contesti e/o prodotti diversi. |
| ▄ | Il termine scelto, ovviamente, non deve creare incongruenze con la terminologia già esistente (punti 2 e 3) e non deve essere già usato per un altro concetto che appaia nello stesso contesto (ad es. answer=rispondere se reply=rispondere). |
Questo tipo di ricerca terminologica può sembrare laborioso ma con l’esperienza e un buon lavoro fatto a monte (schede terminologiche con informazioni adeguate per concetto, termine originale e relazioni tra concetti) viene notevolmente velocizzato.
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Vedi anche: Facebook e il Facebook, per esempi di ricerche terminologiche con intervalli di date, e altri post con tag lavoro terminologico.
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border / boundary / edge / perimeter network
Cosa distingue border network da boundary network, da edge network e da perimeter network? In questo caso analizzare i singoli termini da un punto di vista lessicale non aiuta a identificare il significato specifico, né a scegliere la terminologia in altre lingue: in inglese border, boundary, edge* e perimeter indicano tutti un tipo di delimitazione.
Come spesso accade in informatica, termini generici possono assumere significati specifici per designare concetti particolari. In questi casi, come già accennato, i termini vanno visti come "etichette" e si deve lavorare soprattutto sul concetto che rappresentano e il contesto di utilizzo nella lingua di partenza. Sono ovviamente di grande aiuto le relazioni tra i concetti descritte nelle voci dei database terminologici orientati al concetto.
Anche se non si dispone di un sistema di gestione della terminologia può essere utile rappresentare graficamente le relazioni tra concetti ottenute analizzando il loro contesto di utilizzo. Un esempio con una ricerca in Microsoft Technet partendo da perimeter network:
Si può ricavare che perimeter network e edge network sono due etichette per lo stesso concetto (sinonimi, quindi nella lingua di arrivo si può optare per un unico termine) e che border network e perimeter network rappresentano concetti coordinati, ovvero in un sistema concettuale gerarchico appartengono allo stesso livello e condividono tutte le caratteristiche a parte quella che li differenzia, in questo caso la “zona” della rete:
Boundary network non rappresenta invece un concetto direttamente correlato agli altri.
Dopo aver valutato anche gli altri concetti subordinati, coordinati e correlati e la terminologia già esistente, si potrà prendere le decisioni che si ritengono più adeguate per la lingua di arrivo. Nei prodotti Microsoft italiani, ad esempio, perimeter network e border network sono stati resi con rete perimetrale e rete di confine: entrambe le soluzioni indicano un tipo “fisico” di limite (la zona che circoscrivono). Per boundary network è stato invece scelto rete di delimitazione per evidenziare la funzione all’interno di un sistema di reti logiche.
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* Aggiornamento – Per chi arriva qui cercando il significato di edge networking:
* probabilmente l’argomento cercato è relativo a EDGE (Enhanced Data rates for GSM
* Evolution), uno standard di telefonia mobile.
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Vedi anche Silenzio… the server is quiesced, Domande sulle risposte e Che relazione c’è tra obsoleto, disapprovato e deprecato? per altri esempi di significato generico e significato specializzato e Tasti di scelta rapida per un esempio e rappresentazione grafica di concetti subordinati.
Scelte terminologiche: ringare, Rrring! e trillo
Alla radio c’è una pubblicità insistente per un servizio di informazioni telefoniche che si conclude con l’esortazione “Ringa 12 54”. Pensavo di aver capito male e invece dicono proprio ringa!! Difficile stabilire se il creativo che ha avuto l’idea abbia coniato una voce onomatopeica modellata sullo squillo del telefono o se si tratti invece di un calco del verbo inglese (britannico) ring. Trovo ringare orribile, tra l’altro suona molto simile a ringhiare…
Mi ha fatto però pensare alla localizzazione del termine inglese nudge, letteralmente “dare una gomitatina”, che in Windows Live Messenger indica un segnale visivo e acustico per attirare l’attenzione di chi partecipa a una conversazione e che in tedesco è stato reso in maniera davvero efficace, Rrring!
Quando si ha a che fare con un termine inglese che non ha un equivalente nella lingua di arrivo (o magari ce l’ha ma non è adatto al contesto o al registro) ci sono varie opzioni, ad esempio si può creare un neologismo (come Rrring!) , oppure si può definire un nuovo termine ricorrendo a una parola o un’espressione esistenti, anche se meno specifici, decidendo quali aspetti del concetto debbano essere privilegiati o resi espliciti e a quali si possa eventualmente rinunciare.
Spesso lingue diverse ricorrono a strategie diverse: nel caso di nudge, alcune hanno scelto un termine descrittivo, come chamar a atenção in portoghese (Brasile), altre hanno adottato il prestito nudge, c’è invece chi ha evidenziato l’aspetto “fisico” del verbo inglese, ad es. toque in portoghese (Portogallo), e chi quello sonoro, ad es. zumbido in spagnolo. Il termine italiano trillo invece comunica che si tratta di un segnale acustico ma dovrebbe riuscire a dare anche l’idea della vibrazione (segnale visivo).
Per le scelte fatte da altre lingue: la funzione di ricerca nel Portale linguistico Microsoft.
Domande sulle risposte…
Post pubblicato il 23 ottobre 2008 in blogs.technet.com/terminologia
In questo periodo il mio team è alle prese con una mole di lavoro notevole (eufemismo!). Proprio quando il tempo manca, capita di avere a che fare con termini in apparenza semplicissimi ma che richiedono parecchia attenzione.
Sto cercando di capire quali siano le sfumature di significato tra tre termini inglesi, i verbi answer, reply e respond. Appaiono in uno stesso contesto e non sono sinonimi ma identificano concetti specifici e tipi di risposta diversi. Peccato che in italiano oltre a rispondere non ci siano molte alternative (replicare va scartato perché viene già usato come traduzione di replicate).
In questi casi è fondamentale che le definizioni siano il più precise possibile, con contesti d’uso specifici, per consentirci di trovare soluzioni su misura. Va deciso, ad esempio, quale dei tre concetti possa essere "privilegiato" associandogli il termine standard rispondere.
Troveremo sicuramente una soluzione, ci vuole solo un po’ pazienza per spiegare agli interlocutori americani che non tutte le lingue hanno a disposizione le stesse risorse lessicali dell’inglese ed è per questo che ci servono informazioni così dettagliate. E così continuano le domande sulle risposte…
Commento di .mau:
a me respond suona molto formale; answer più asettico; reply più diretto. Dovessi usare per forza tre termini diversi, andrei su "reazione", "risposta", "controbattuta" ma ammetto che non li vedo bene come traduzione tecnica…
Commento di Iso:
Le tre parole testimoniano che la ricchezza di una lingua è frutto della contaminazione con altre lingue e culture. Non sono perfetti sinonimi l’una dell’altra, anzi, ciascuna ha un innesco diverso: question per answer, demand per respond, state per reply. Cercare ostinatamente la norma per ottenere che tutto un settore vi si conformi, più o meno forzatamente, sta minando la precisione nell’uso della lingua.
Mia precisazione:
Grazie Mau e Iso.
Effettivamente i tre verbi sono sinonimi nel senso che rappresentano una “reazione a un’azione” (signficato generico) ma hanno contesti di utilizzo e registri diversi (significato specifico), perlomeno nella lingua “standard” (quella documentata dai dizionari). In ambito informatico spesso interviene una certa creatività nell’assegnare significati specifici a termini già esistenti, se poi consideriamo che spesso gli sviluppatori non sono di madrelingua inglese, le cose si complicano ulteriormente![]()
Supponiamo ad esempio che un programma preveda un certo tipo di azione Z, e che questa azione possa essere eseguita in tre modi diversi:1 – automaticamente
2 – semiautomaticamente, in base a specifiche condizioni
3 – manualmenteIn inglese potrei chiamare le tre modalità auto Z, conditional Z e manual Z, oppure potrei considerare eventuali sinonimi di Z, diciamo Y e X, e decidere arbitrariamente di chiamare i concetti 1, 2 e 3 X, Y e Z o, in alternativa, Z, Y e X. In questo ambito e con questo uso, i termini X, Y e Z sono diventati semplici etichette e anche se mantengono il significato generico, perdono quello specifico che hanno nella lingua standard per assumerne uno nuovo.
In questo tipo di contesto, quando si decide la terminologia per la lingua di arrivo diventa importante lavorare sui concetti piuttosto che sui singoli termini inglesi, che rimangono il punto di partenza e il riferimento più importante a livello di significato generico ma vanno appunto visti come etichette.
Mi faccio un appunto per tornare sull’argomento con qualche esempio specifico per quando avrò un po’ più di tempo…
Che relazione c’è tra obsoleto, disapprovato e deprecato?
Post pubblicato il 19 settembre 2008 in blogs.technet.com/terminologia
Il database terminologico Microsoft documenta la terminologia informatica usata nei prodotti localizzati. Non include invece i termini che rappresentano concetti generici usati anche in contesti non informatici.
L’aggettivo inglese frequent, ad esempio, appare nelle stringhe di parecchi prodotti ma non è incluso nel database perché il suo significato ("che avviene spesso") è generico e non acquista accezioni particolari in ambito informatico.
La distinzione tra significato generico e significato specializzato non è sempre così ovvia e per questo è utile gestire la terminologia all’interno di sistemi concettuali. Cercherò di spiegarlo con un esempio recente.
La lingua inglese ha un lessico 3-4 volte superiore a quello delle altre lingue europee e non sempre tra i termini inglesi e quelli nelle altre lingue c’è una corrispondenza univoca. Esempio: in contesti generici l’aggettivo italiano obsoleto può rappresentare una scelta di traduzione più che accettabile non solo per l’aggettivo inglese obsolete ma anche per deprecated e outdated (spesso praticamente sinonimi).
In un contesto specifico relativo a caratteristiche del software o elementi di programmazione, però, la stessa traduzione non è più adeguata perché il termine inglese obsolete assume un significato specializzato: fa parte di un sistema concettuale dove coesiste con deprecated. In questo sistema, obsolete e deprecated non sono più sinonimi ma termini correlati, associati a due concetti diversi, e sono in relazione con altri concetti, rappresentati da altri termini, come nell’esempio:
Finalmente arrivo al punto: solo quando obsolete e deprecated sono stati documentati nel database come termini informatici associati a concetti specifici ci siamo accorti della traduzione italiana generica deprecated → obsoleto, passata fino a quel momento inosservata nelle stringhe di alcuni prodotti e potenzialmente in conflitto con obsolete → obsoleto.
D’ora in poi in italiano useremo deprecato, termine non comune ma entrato nel linguaggio tecnico come calco dall’inglese. Le alternative disapprovato e non approvato, di comprensione forse più immediata per utenti meno tecnici, sono state invece scartate: non si sa mai che nello stesso sistema concettuale prima o poi vengano introdotti disapproved e not approved!
Mi sono dilungata molto, spero però di essere riuscita a sottolineare che per evitare potenziali errori (ma anche per riuscire a correggerli!) è importante
Ÿ analizzare i termini in un sistema concettuale anziché individualmente
Ÿ identificare l’eventuale polisemia di termini apparentemente generici
Ÿ documentare le relazioni tra concetti.
Vedi anche: database terminologici.
Commento di .mau.
deprecare deriva dal latino cristiano "deprecari", "pregare insistentemente". Devono essere le giaculatorie dei programmatori quando si trovano certe peculiarità…
Torno subito… ma quanto subito?
Post pubblicato il 2 settembre 2008 in blogs.technet.com/terminologia
In un recente progetto MTCF abbiamo chiesto ai partecipanti cosa ne pensassero di alcune opzioni di Windows Live Messenger relative allo stato.
Veniva presentato il termine originale, la definizione in inglese e la traduzione. Per Be right back:
This is a status the user can select to say that the user is away from the computer but will return shortly.
La traduzione italiana, Torno subito, è simile all’originale e non ha ricevuto nessun commento o proposta di traduzione alternativa.
Altre lingue avevano invece traduzioni più specifiche (es. in francese De retour dans une minute) e in questo caso alcuni partecipanti hanno sottolineato non solo l’ambiguità dell’originale inglese, visto che in termini di tempo non è chiaro esattamente quanto si intenda con right back e shortly, ma hanno anche messo in discussione la scelta, per alcune lingue, di quantificare una durata precisa (un minuto, cinque minuti, ecc.).
Effettivamente la percezione del tempo è legata alla cultura di appartenenza. Un esempio banale: 5 minuti in Messico potrebbero essere un lasso di tempo variabile ma in Svizzera è probabile che si avvicinino a 300 secondi precisi. Stereotipi a parte, è importante tenere presente eventuali differenze culturali, non solo quando si localizza ma anche quando si sviluppa un prodotto. Proprio per questo abbiamo molto apprezzato i commenti su right back e li abbiamo segnalati al team americano.
Concludo con un passaggio dal libro Translating Cultures in cui sono evidenziate le differenze tra culture che percepiscono il tempo in maniera "scientifica" e altre che ne danno un’interpretazione meno rigida, con un riferimento specifico alla flessibilità del significato che può assumere l’avverbio subito in italiano:
Fluid/Fixed Time
Fixed time cultures perceive time technically. A minute is sixty seconds: "Time is money", and can be spent, used, and wasted. "On time" means technically ‘on time’, and apologies are expected between 1 and 5 minutes after, depending how close to fixed time the culture is. [...] American, German and Swiss cultures are particularly conscious of technical time.
Fluid time defines punctuality with more flexibility. Subito in Italian technically means "immediately". It is the standard reply given by those in the service industry when being asked for service. The informal meaning is "I’ll be with you when I have finished what I am doing". In fluid-time cultures, delays are expected and tolerated. A meeting can start fifteen to thirty minutes late depending on the culture without undue tension being created. Those with a fixed-time orientation have difficulty in comprehending the Italian informal but institutionalized quarto d’ora accademico / "the university fifteen minute sliding start" much loved by Italian academics and students alike. It is always useful to check which time is being talked about: e.g. "German time", "Italian academic time", "Neapolitan time", "Milan time", and so on.
Katan, David (2004), Translating Cultures: An Introduction for Translators, Mediators and Interpreters, St. Jerome, Manchester.
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PS Questa settimana sono in ferie, poi però torno… subito ![]()
Emotion trigger
Post pubblicato il 21 agosto 2008 in blogs.technet.com/terminologia
Come dicevo ieri, sono a Copenaghen alla conferenza TKE 2008. Molti gli interventi interessanti.
Durante la presentazione di uno studio per analizzare automaticamente le componenti emotive di un testo* è stato introdotto il concetto di emotion trigger.
Un testo scritto può essere interpretato emotivamente in base a diversi elementi che contraddistinguono il "mondo" del lettore: il termine emotion trigger è usato per definire le parole o i concetti che portano a un’interpretazione emotiva di un testo perché correlati a bisogni o motivazioni dell’essere umano o, con riferimento al lettore del testo, perché legati ai fattori locali, temporali, culturali, sociali, educativi che lo caratterizzano o eventuali aspetti mediatici che lo influenzano (altro termine interessante per riassumere questi elementi: bag of knowledge). Esempi di emotion trigger possono essere democrazia, famiglia, creatività, 11 settembre, ecc.
Un database lessicale che raccolga gli emotion trigger legati a culture specifiche consentirebbe di sviluppare metodi per identificare e classificare automaticamente la valenza emotiva di un testo su potenziali lettori. Le implicazioni pratiche potrebbero essere molteplici, ad esempio l’analisi di un testo e relative traduzioni per valutare se l’impatto emotivo nelle varie lingue possa essere equivalente.
Mi fermo perché sta per ricominciare il nostro workshop Development of Enterprise-level Ontology and Lexical Resource Solutions.
* An Incremental Multilingual Approach to Forming a Culture Dependent Emotion Triggers Lexical Database, intervento di Alexandra Balahur dell’Università di Alicante a TKE 2008. Per chi fosse interessato, online è disponibile un articolo della stessa autrice con contenuto simile, Applying a Culture Dependent Emotion Triggers Database for Text Valence and Emotion Classification (con dettagli su emotion trigger e bag of knowledge).
Incongruenze del Bancomat
Post pubblicato il 5 agosto 2008 in blogs.technet.com/terminologia
Nel centro direzionale dove lavoro è stato sostituito il Bancomat. Il nuovo modello ha un’interfaccia coloratissima corredata da fastidiosi segnali sonori. Lo confesso: ogni volta che lo uso entro in modalità deformazione professionale.
In una delle prime schermate appare questa istruzione:
| Premi il tasto CONFERMA per proseguire. |
Sullo schermo, però, non c’è nessun tasto CONFERMA. Allora si guarda tra i pulsanti a lato, e poi sul tastierino, ma neanche lì c’è.
Un attimo di perplessità, poi si prova con il tasto ESEGUI e la transazione può proseguire.
Però… anche se in definitiva sono bastati pochi secondi e la seconda volta non ci si casca più, rimane una sensazione sgradevole, quella di avere a che fare con un prodotto realizzato con poca attenzione a chi lo deve utilizzare.
È un esempio banale e che forse dà fastidio solo a me, ma non ho potuto evitare un’ovvia considerazione: se ci sono altri momenti di esitazione e si sommano i secondi, ma soprattutto se l’ignaro utente non ha familiarità con la tecnologia e non si rende conto che CONFERMA ed ESEGUI sono solo due etichette diverse per lo stesso concetto, ecco che ne risentono la curva di apprendimento e l’usabilità.
…
Vedi anche: Che cosa si deve premere? per un altro esempio di incongruenze che peggiorano l’usabilità di un prodotto.
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Aggiornamento 20 ottobre 2009 – Il Portale Treccani ha un bell’articolo sull’origine del termine bancomat.
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Pasta salad e insalata di pasta
Post pubblicato il 7 luglio 2008 in blogs.technet.com/terminologia
Per qualche strano motivo oggi continua a tornarmi in mente l’articolo The Pasta Salad Manifesto che ho letto recentemente nella rivista americana Slate.
Purtroppo non sono riuscita a dimenticarlo.![]()
Se non altro mi dà lo spunto per un ulteriore esempio di come alcuni termini simili in lingue diverse, in questo caso pasta salad e insalata di pasta, possono sembrare assolutamente equivalenti ma in effetti possono assumere connotazioni particolari influenzate dalla propria cultura di appartenenza.
Secondo l’autrice, tra i punti salienti per un’ottima riuscita della pasta fredda:
| ▄ | consigliabile cominciare con pasta tipo tagliatelle (presumibilmente OK quelle all’uovo, basta che non siano fresche); |
| ▄ | per un tocco asiatico, particolarmente adatti i cellophane noodle cinesi o i soba noodle giapponesi; |
| ▄ | preferibile evitare i tortellini; |
| ▄ | non usare il burro come condimento; |
| ▄ | sconsigliato l’aceto balsamico; |
| ▄ | la maionese non è una buona idea; |
| ▄ | non usare ranch dressing (condimento a base di latticello o panna acida, maionese, cipollotti e aglio in polvere. Mmmmh!); |
| ▄ | il parmigiano non è adatto perché non dà la cremosità e la punta di acidità garantite invece dal caprino o dal manouri; |
| ▄ | una combinazione vincente: peperoni arrostiti, basilico, feta e carne di agnello alla griglia (magari al sangue per dare un po’ di colore?). |
Non credo sia necessario aggiungere altro per ribadire come a prima vista i termini pasta salad in inglese (americano) e in italiano insalata di pasta sembrino equivalenti, ma in realtà non esprimono proprio lo stesso concetto…
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Concetti e termini: un esempio da Office per Mac
Post pubblicato il 25 giugno 2008 in blogs.technet.com/terminologia
La gestione della terminologia orientata al concetto (approccio onomasiologico) consente scelte terminologiche più flessibili e mirate.
Un esempio interessante riguarda l’interfaccia di Office 2008 per Mac:
Anche qui, come in Office 2007 per Windows, i menu tradizionali sono stati sostituiti da un’interfaccia dinamica che rende disponibili le funzionalità più adatte all’attività che si sta svolgendo.
L’aspetto è però diverso da quello di Office 2007:
Questo nuovo elemento di interfaccia in inglese ha nomi diversi:
| ▄ | Ribbon in Office 2007 |
| ▄ | Elements Gallery in Office 2008 per Mac |
Anche se l’aspetto non coincide, concettualmente la funzionalità è la stessa e i team di sviluppo hanno concordato un’unica definizione per entrambi i termini, consultabile nel Portale linguistico Microsoft:
| Un elemento dell’interfaccia utente che presenta comandi, strumenti e opzioni raggruppati in base all’attività anziché attraverso menu tradizionali, barre degli strumenti e riquadri attività. |
Si tratta quindi di due realizzazioni dello stesso concetto.
È stata questa considerazione, assieme ad altre relative al prodotto e al suo utilizzo, che ha portato alla decisione di riproporre la stessa soluzione della versione italiana di Office 2007 anche in Office 2008 per Mac, associando un’unica traduzione a entrambi i termini inglesi: barra multifunzione.
Qui sotto una rappresentazione semplificata e molto schematica di questa scelta in un database terminologico orientato al concetto:
Un approccio semasiologico (ad es. un glossario con le voci elencate in ordine alfabetico) probabilmente non avrebbe suggerito la stessa scelta perché i due termini sarebbero stati catalogati come voci indipendenti e non necessariamente con la stessa definizione.
Nella localizzazione è invece utile cercare di ridurre le variazioni terminologiche per uno stesso concetto perché possono causare confusione e avere un impatto negativo sull’esperienza di utilizzo dei prodotti, come nell’esempio del post Tasti di scelta (rapida).
Per una sintesi delle differenze tra il metodo onomasiologico e quello semasiologico, il post Database terminologici.
Barra multifunzione
Post pubblicato il 24 giugno 2008 in blogs.technet.com/terminologia
Una delle principali novità di Office 2007 è un nuovo elemento dell’interfaccia utente che raggruppa comandi, strumenti e opzioni in base alla loro funzione e che sostituisce menu e riquadri attività tradizionali.
In inglese questo nuovo concetto è denominato Ribbon ma non esiste una correlazione diretta tra la funzionalità descritta e il significato comune del termine inglese: Ribbon era il nome inizialmente dato a un prototipo che simulava un nastro scorrevole, poi scomparso dalle versioni successive (per dettagli sulla scelta del nome vedere il blog di Jensen Harris). In inglese si è quindi conferito un nuovo significato a una parola comune, creando un neologismo semantico con un processo di terminologizzazione.
In questi casi raramente esiste un corrispettivo in altre lingue e per poter riprodurre adeguatamente il concetto e introdurre il neologismo in un altro mercato vanno vagliate varie opzioni in base al prodotto, all’utente finale a cui è destinato e alla funzione e visibilità del termine.
Nel decidere la traduzione di Ribbon è stato scartato il prestito (Ribbon) perché non facilmente identificabile e non significativo, sono state escluse ipotesi di calco (Nastro, Fascia delle opzioni, ecc.) perché poco distintive, potenzialmente ambigue e non evocative, ed è stata cercata un’equivalenza pragmatica utilizzando termini già noti ma combinati in maniera nuova per creare un termine univoco, altamente riconoscibile e tuttavia specializzato: barra multifunzione.
Vedi anche: Concetti e termini: un esempio da Office per Mac.
Tasti di scelta (rapida)
Post pubblicato il 19 maggio 2008 in blogs.technet.com/terminologia
Leggendo un articolo in The Guardian, Thanks, Microsoft Word, for all the (muscle) memories, ho concluso che l’uso non coerente della terminologia aveva fatto le ennesime vittime. L’autore si lamenta che in Office 2007 non sono più disponibili le keyboard shortcut (combinazioni di tasti) delle versioni precedenti e chi era abituato a usare la tastiera non riesce più ad accedere velocemente ai comandi come era prima.
In realtà, come cercherò di spiegare con esempi di Office 2007, le cose non stanno proprio così ma la terminologia esistente crea effettivamente confusione. I concetti chiave in questo caso sono tre, facilmente identificabili e rappresentabili gerarchicamente in base alla loro specificità:
In inglese a questi tre concetti vengono associati termini diversi (non solo nei prodotti Microsoft!): accelerator, accelerator key, access key, key combination, key combination keyboard shortcut, keyboard accelerator, keystroke combination, keystroke sequence, hot key, hotkey, keyboard shortcut, menu key sequence, menu shortcut, sequential shortcut key, shortcut key, shortcut, ecc.
Questa proliferazione di termini è sicuramente un problema perché equivale ad avere "etichette" diverse per uno stesso concetto e così l’utente è costretto a imparare a riconoscere termini diversi e associarli tra loro come sinonimi, con conseguente impatto sulla curva di apprendimento e l’esperienza di utilizzo dei prodotti.
La questione principale in questo specifico caso, però, è che in inglese non c’è consenso su quali termini siano effettivamente sinonimi e quindi come siano "mappati" ai tre concetti descritti sopra. Lo stesso termine, pertanto, può indicare qualcosa di diverso a seconda di chi ha deciso di usarlo in un prodotto: shortcut keys, ad es., viene utilizzato in maniera generica per il concetto sovraordinato in alcuni contesti e per i concetti subordinati in altri.
Per tornare all’articolo e in modo specifico a keyboard shortcut: nella documentazione di Office 2007 il termine keyboard shortcut viene usato per descrivere sia il concetto sovraordinato ("combinazione di tasti") che un subordinato ("combinazione di tasti premuti simultaneamente"), ovvero il significato usato nell’interfaccia, a sua volta chiamato key combination in alcune parti della documentazione. Il giornalista, invece, pare usi keyboard shortcut per l’altro subordinato ("combinazione di tasti premuti in sequenza"), che nella documentazione di Office 2007 è access key (ma anche menu key sequence e menu shortcut).
Questo è un esempio parecchio visibile di incongruenze terminologiche in inglese e ovviamente influenza anche le versioni localizzate (rispetto agli oltre 15 termini inglesi, in italiano abbiamo cercato di limitare i termini a tasti di scelta, tasti di scelta rapida, combinazioni di tasti, scelte rapide da tastiera e sequenza di tasti, utilizzati in base al contesto, ma non è sempre facile stabilire le corrispondenze esatte con il significato effettivamente inteso in inglese). La buona notizia è che questo tipo di incongruenze sono davvero rare!
È fuori dubbio che se vengono usati troppi termini per descrivere gli stessi concetti, e per giunta non in maniera coerente, diventa difficile non solo capire di cosa si sta parlando ma anche reperire informazioni per chiarire eventuali dubbi. Contrariamente a quanto afferma l’articolo, infatti, le combinazioni di tasti in Office 2007 non sono certo scomparse, anzi! Oggi però mi sono dilungata fin troppo e rimando al prossimo post qualche dettaglio per chi vuole continuare a usare la tastiera anche nella nuova versione.
Post correlato: Database terminologici.
Database terminologici
Post pubblicato il 17 aprile 2008 in blogs.technet.com/terminologia
Molti database terminologici, ad esempio quello Microsoft, sono orientati al concetto. Altri database invece sono orientati al termine. In pratica cosa vuol dire?
I dizionari che tutti conosciamo sono orientati al termine.
Ogni voce del dizionario rappresenta un segno linguistico ed elenca le diverse accezioni che il segno può assumere nella lingua. Ad esempio, nel Dizionario Sabatini Coletti alla singola voce termine sono associati concetti diversi: limite temporale, estremità spaziale, elemento di un sistema, vocabolo ecc. Si parte quindi dalla denominazione per arrivare al significato o ai significati. In un sistema orientato al termine i sinonimi (ad es. email e posta elettronica) ed eventuali varianti (ad es. email e e-mail) sono registrati come voci separate. Per chi ama i paroloni, questo è un metodo semasiologico.
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Altri database terminologici sono invece orientati al concetto.
Ogni voce del database descrive un concetto e ne elenca le realizzazioni lessicali. Ad esempio, alla singola voce con definizione "lo scambio di messaggi di testo o file tramite una rete di comunicazione quale Internet" sono associati termini diversi: posta elettronica, e-mail, email, ecc. Si parte quindi dal significato per arrivare al termine o ai termini che lo designano. Questo è un metodo onomasiologico.
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Vedi anche: una breve descrizione del triangolo semiotico, una rappresentazione schematica delle relazioni tra oggetti, concetti e parole.
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Bibliografia essenziale:
[link aggiornati il 7/10/2010]
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