Terminologia etc.

Terminologia, localizzazione, traduzione e altre considerazioni linguistiche

Post con tag “concetto”

effetto mouseover: la “serrandina”

Tirar giù le parole - Il blog del mestiere di scrivere


Luisa Carrada nel blog del mestiere di scrivere ha usato un nome molto efficace, “serrandina”, per identificare un effetto usato in siti come The Guardian: è il breve testo descrittivo associato ad alcuni titoli e visualizzabile facendo passare il puntatore del mouse sopra ai titoli stessi.

Si tratta di un effetto mouseover (evento mouseover da un punto di vista più di programmazione): quando il puntatore del mouse passa sopra un elemento, questo cambia aspetto, ad es. un pulsante diventa di un altro colore, anche questo è un effetto mouseover: la descrizione appare quando il puntatore del mouse viene fatto passare sopra a un'immagine o a un collegamento ipertestualeun’immagine o del testo vengono visualizzati in una finestrella popup, appare un URL sulla barra di stato, ecc. Un esempio tipico e noto a tutti: le descrizioni dei comandi sulle barre degli strumenti (tooltip).

In inglese la “serrandina” è un tipo di mouseover dropdown (è un effetto che appare “a discesa”); non so se esista un termine specifico ma immagino si possa chiamare mouseover dropdown box o mouseover dropdown text.

E in italiano? In un contesto sulla comunicazione, come nel blog del mestiere di scrivere, “serrandina” è perfetto. In istruzioni o materiale di riferimento, dove ci si aspetta terminologia meno informale, andrebbero invece fatte altre considerazioni. Se dovessi proporre un termine, innanzitutto analizzerei il concetto e il relativo sistema concettuale originale (ad es. gli altri concetti subordinati a mouseover dropdown, come mouseover dropdown menu, e i concetti correlati relativi ad altri eventi del mouse, tipo mouseclick), poi, dopo aver verificato l’uso del termine all’interno del prodotto, stabilirei se altrove è diffuso e già standardizzato oppure se esistono alternative in contesti di utilizzo diversi, quindi, se necessario, farei alcune valutazioni in base al tipo di utente finale, ad esempio:

se è un utente generico a cui si vuole illustrare la funzionalità del sito Web, si potrebbe optare per una descrizione come testo a discesa che appare al passaggio del mouse; è una soluzione lunga e non identifica il concetto con un termine univoco ma è accettabile se è l’unica occorrenza: ha il vantaggio di essere esplicita e non costringe l’utente a imparare nuovi termini
se si tratta di un utente con competenze tecniche si potrebbe proporre invece testo a discesa con mouseover (sottinteso “effetto” e/o “evento”); è utile mantenere il riferimento all’inglese mouseover se fa parte del codice che definisce l’evento

In entrambi i casi opterei per testo per il tipo di effetto, anche se è molto generico, perché nelle interfacce grafiche descrizioni più specifiche come casella o riquadro sono già associate a concetti ben definiti, ad es. casella di testo corrisponde all’inglese textbox e implicherebbe l’inserimento di testo da parte dell’utente, invece non previsto qui: ecco sottolineata l’importanza dell’analisi del sistema concettuale, che identifica l’esistenza del concetto coordinato mouseover dropdown textbox e aiuta ad evitare incongruenze ed errori terminologici.

Vedi anche: border / boundary / edge / perimeter network per alcuni esempi di relazioni tra concetti (subordinati, coordinati, correlati).

Ristoranti in crowdsourcing e open source?

Sometimes English is not sexy* but stupid cita un paio di sondaggi in Der Spiegel da cui risulta che la maggior parte dei tedeschi non capisce gli slogan in inglese usati in alcune pubblicità e ne dà interpretazioni a volte strampalate, ad es. c’è chi pensa che Broadcast Yourself (YouTube) significhi “fabbricati il tuo portapane” (altri esempi inglese-tedesco qui).

Sarebbe interessante fare una ricerca simile in Italia, ad esempio tra i lettori di quei giornali online che sono sempre più infarciti di parole inglesi, a volte però usate a sproposito (ad es., escludendo chi è stato in America, quanti lettori generici sanno cos’è un mall?)  

titolo Corriere della SeraMi è anche venuto in mente un articolo della settimana scorsa nel Corriere della Sera il cui rimando, qui a sinistra, appariva in mezzo a notiziole su calcio, cantanti e calendari. Dubito che titoli e articolo, Il ristorante fai da te in crowdsourcing, siano stati riletti e che sia stato verificato se fossero comprensibili per il lettore tipico del sito. Per poterli interpretare è infatti essenziale conoscere i concetti associati a crowdsourcing e open source, termini specializzati che, soprattutto il primo, non sono ancora entrati nell’italiano standard.

La giornalista avrebbe potuto trovare il modo di spiegare che crowdsourcing  è un processo produttivo simile all’esternalizzazione (outsourcing, dove un’azienda si affida alle prestazioni di un fornitore di servizi esterno per portare a termine una particolare attività); nel caso specifico del  crowdsourcing, però, le risorse esterne sono costituite da un insieme di persone (crowd) non precedentemente organizzate tra loro che, di solito, contribuiscono su base volontaria e le cui prestazioni non sempre sono retribuite ma possono essere ricompensate in termini di prestigio, visibilità, soddisfazione personale, ecc.

Se le idee e i contributi di chi ha partecipato al progetto sono messi liberamente a disposizione di altri per un eventuale riutilizzo, ecco che si può usare la metafora dell’open source, come nel software il cui codice sorgente è di pubblico dominio.

Una distinzione che si tende a fare tra modello crowdsourcing e modello open source è che il primo è un modello di business in cui c’è sempre un committente, quindi ci sono specifiche finalità commerciali che invece non sono necessariamente presenti nel modello open source. Nel “ristorante in crowdsourcing” citato dall’articolo del Corriere, infatti, un imprenditore ha cercato un’idea originale per un nuovo tipo di ristorante e si è rivolto a una community, i membri di instructables.com (non le “folle” generiche dell’articolo italiano), che hanno contribuito a sviluppare il concetto; la descrizione del progetto fa inoltre  concludere che il ristorante sia stato realizzato con finanziamenti di tipo tradizionale e non un “fai da te” in autogestione come suggerito in italiano. L’ideatore del ristorante diceva:

“I have been involved in several pilot and concept restaurants in the past […] I will open an open-source restaurant that is completely made of, and only serves food based on the original instructables all the members on instructables.com have made or will make”.  

Non mi pare che tutto ciò si capisca dall’articolo italiano: forse meglio evitare rielaborazioni di pezzi tradotti che contengono parole e riferimenti stranieri se non sono del tutto chiari.  

Vedi anche:

Per l’uso dell’inglese nei messaggi pubblicitari: Marketing plurilingue: tradurre o non tradurre?   
Per altri esempi dell’uso disinvolto di parole inglesi negli articoli del Corriere della Sera, Il Corriere e le parole "tech" da non usare più, il misterioso gatto tuxedo, Uova orientali? Forse no… (Easter egg e sorprese) e Parla come mangi; notevole anche l’interpretazione letterale di once in a blue moon messa in evidenza da Il Disinformatico!
Qui un esempio di crowdsourced restaurant citato anche dall’autore del neologismo crowdsourcing, Jeff Howe, che ho potuto ascoltare a una conferenza davvero interessante qualche anno fa   

…. 
* Il titolo citato all’inizio, Sometimes English is not sexy but stupid, mi ha ricordato che alcuni giornalisti italiani sembrano ignorare che l’aggettivo l'iPhone è sexy?!?inglese sexy può essere un falso amico: se riferito ad es. a un prodotto, vuol dire che è un oggetto appetibile che tutti vorrebbero avere (come l’iPhone al suo esordio). Il significato in questo caso è più simile a “figo” e non a “sensuale” o “conturbante”, che mi pare continuino ad essere le uniche accezioni del prestito sexy in italiano (escludendo l’uso peculiare di Beppe Severgnini, che sembra amare molto questo aggettivo, tanto da associarlo anche a salsicce e segni di interpunzione ).

Terminologia giuridica – Atti Realiter 2009

Sempre a proposito della giornata scientifica Realiter 2009, Terminologia e plurilinguismo nell’economia internazionale, avevo trovato molto interessante anche Le peculiarità del linguaggio giuridico. Problemi e prospettive nel contesto multilingue europeo di Maria Teresa Sagri, che aveva evidenziato le complessità, anche linguistiche, nel disciplinare in maniera uniforme l’attività normativa dell’UE: gli ordinamenti nazionali sono fortemente ancorati nel contesto storico-sociale a cui appartengono e non sempre convivono facilmente con norme di origine comunitaria.

L’impatto sulla terminologia del diritto comunitario è notevole, si registra ad esempio:

genericità terminologica (molta iperonimia) dovuta alla difficoltà di trasposizione tra le diverse lingue, con conseguente ambiguità giuridica e recepimento complesso nei singoli ordinamenti;
“colonizzazione” da parte di termini ed espressioni comunitarie che entrano nelle tassonomie nazionali (ad es. moneta unica, sussidiarietà, libro bianco);
neologismi semantici  (ad es. persona legale da legal person);
neologismi combinatori (ad es. danno ambientale dove danno è usato con accezione civilistica e non penalistica);
mancata uniformità linguistica (ad es. coesistono recesso, risoluzione e rinuncia, oppure biologico ed ecologico).

In questa situazione non sono rari gli errori terminologici che possono a loro volta causare problemi giuridici. Ecco quindi che si ricorre sempre più all’informatica giuridica per creare strumenti linguistici di controllo e soprattutto si sta lavorando a un approccio con ontologie formali che rappresentino le conoscenze giuridiche codificandole in base alle loro proprietà, svincolate dai linguaggi naturali, per consentire una comparazione più scientifica dei diversi sistemi giuridici e una migliore valutazione dell’effettivo livello di equivalenza linguistica, come descritto in dettaglio nel testo dell’intervento.

“pinch” non è solo pizzicare

Nei dispositivi con touch screen i comandi più comuni vengono eseguiti con movimenti specifici dello stilo, delle dita o delle mani.

Nell’iPhone, nell’iPod e nei Tablet PC con Windows 7, come pure in alcuni touchpad, ci sono due gesti associati alla visualizzazione di oggetti grazie ai quali immagini, pagine e documenti si possono rimpicciolire o ingrandire rispetto alle dimensioni dello schermo: si usano il pollice e l’indice che vengono avvicinati o allontanati l’uno dall’altro.

dalla documentazione di Apple iPhone: a sinistra il movimento per ridurre le dimensioni di un'immagine, a destra quello per ingrandirla

Questi gesti sono stati introdotti da Apple e poi adottati anche in dispositivi di altri produttori, con la stessa terminologia, perlomeno prima che Apple brevettasse le funzionalità legate al multi-touch. È interessante notare che in inglese viene usato un unico termine, pinch, per descrivere il concetto sovraordinato “gesto in cui due dita si muovono in direzioni opposte”, senza dare un nome individuale a ciascuno dei due diversi movimenti delle dita, per ingrandire e per ridurre le dimensioni:

When viewing photos, webpages, email, or maps, you can zoom in and out. Pinch your fingers together or apart.” – Apple iPhone User Guide

The new “Pinch” gesture functionality translates multi-finger input (two fingers moving apart or together on a TouchPad) and performs zoom-in and zoom-out capability in a variety of popular applications.”  – Synaptics

Forse il termine scelto, letteralmente “pizzicare” o “pizzicotto”, non è del tutto intuitivo se associato all’azione di separare le dita, tanto che alcuni produttori hanno deciso di distinguere tra pinch (dita che si avvicinano) e stretch o spread (dita che si allontanano)*.

Nella localizzazione potrebbe essere necessario discostarsi dalla terminologia originale e trovare soluzioni alternative che rappresentino il concetto senza ambiguità. Nella documentazione italiana Apple (iPhone e iPod), però, pinch non è trattato come un termine ma come una parola generica, tradotta in varie maniere: pizzicare, allontanare e avvicinare le dita, aprire e chiudere le dita, utilizzare il movimento delle dita (esempi specifici qui). La comprensione dell’utente è quindi affidata alle immagini descrittive piuttosto che a un nome che “etichetti” in maniera univoca il concetto.

In Windows 7 esistono gli stessi concetti ma sono stati scelti termini che descrivono i comandi anziché i gesti che li simboleggiano, riproponendo terminologia usata in contesti tradizionali: in inglese zoom identifica così il concetto sovraordinato, zoom out indica il movimento per ingrandire l’immagine e zoom in il movimento per ridurla. In italiano i termini corrispondenti sono zoom, (fare) zoom indietro e (fare) zoom avanti.


* Aggiornamento 10/12/2009: un servizio del quotidiano La Stampa per l’iPhone sembra dare per scontato che i lettori capiscano il significato di pizzicare inteso come dita che vengono separate anziché avvicinate: “se il testo è troppo piccolo, basta pizzicare il display con due dita per ingrandirlo”.

Il Corriere e le parole “tech” da non usare più

Le parole tech da non usare più - articolo del Corriere della Sera Grazie a Paola ho letto, anche se con qualche giorno di ritardo, Le parole «tech» da non usare più, un articolo del Corriere della Sera che si riprometteva di mettere in evidenza “espressioni o vocaboli che, secondo Business Week, è meglio non pronunciare in un colloquio di lavoro per non sembrare obsoleti” ma che invece ha mostrato una notevole confusione nel proporre un argomento a sfondo tecnologico, come ben sottolineato dai commenti dei lettori.

Innanzitutto non credo abbia molto senso prendere un articolo scritto in inglese, con riferimenti specifici a quella lingua, e riproporlo a lettori italiani con gli stessi esempi, senza adattamenti, addirittura suggerendo che al posto di un verbo spacciato come italiano (ma che in realtà non ha mai avuto una diffusione significativa) ne venga usato uno inglese:

Peggio ancora va se provate la locuzione surfare sul web, legata a un’internet della prima ora ormai molto, troppo «vintage». Il massimo, per esprimere il concetto di navigare, è usare to google.

Stupisce però ancora di più come concetti diversi e relativa terminologia siano stati confusi tra loro, senza verificare se effettivamente ci fosse sinonimia. Faccio un esempio non informatico: è come se avessero affermato che, per fare riferimento a un sistema di comunicazione molto diffuso qualche decina di anni fa, la parola telex è superata e al suo posto si dovrebbe dire email!

Stando all’articolo, infatti, sarebbero le “parole tecnologiche” che descrivono soluzioni o tecnologie a diventare obsolete, anziché le tecnologie stesse, una conclusione che lascia parecchio perplessi. Va invece considerato che di solito la terminologia che descrive tecnologie mature, quindi poco suscettibili a ulteriori evoluzioni, è consolidata e raramente soggetta a modifiche.

La nota aggiunta dalla redazione per precisare il senso dell’articolo non elimina i dubbi:

[…] uno spunto interessante per sottolineare come il linguaggio sia ormai destinato a essere molto spesso in ritardo rispetto all’evoluzione della tecnologia, come ben dimostra il proliferare di termini che cercano di definire “creature” sempre più ibride quali i netbook, i tablet pc, gli Ultra Mobile Pc, Mobile Internet devices, etc

Non è chiaro cosa intendano con “ritardo” del linguaggio, visto che i nuovi concetti che risultano da innovazioni e evoluzioni tecnologiche non potrebbero diffondersi se non fossero loro associati dei nomi che li descrivono e che permettono di differenziarli da concetti simili: è proprio il caso dei termini portati ad esempio (netbook, tablet PC, UMPC e MID). Ogni lingua ha le sue strategie per scegliere la terminologia che deve rappresentare nuovi concetti, in particolare quelli nati in altri contesti linguistici; è noto che l’italiano ricorre volentieri al prestito, ma questo non va visto come un’incapacità di stare al passo con l’innovazione, come forse implica la nota del Corriere, bensì come una delle tante possibilità di formazione di neologismi da sempre in uso nella nostra lingua.

Per finire, una modifica dell’articolo rispetto alla prima versione cerca di deviare alcune responsabilità sul testo originale ma, secondo me, non fa che sottolineare la confusione fatta tra argomenti potenzialmente obsoleti e la terminologia necessaria per discuterli:

Versione originale Versione modificata
L’Extranet, invece, popolare alla fine degli anni ‘90 è diventata electronic data interchange, ovvero EDI e non ha più senso, riferendosi alle reti interne, parlare di Intranet ma, se si vuol identificare una rete privata, l’acronimo da usare è VPN che sta per Virtual private network. L’Extranet, invece, popolare alla fine degli anni ‘90 è diventata Electronic data interchange, ovvero EDI e non ha più senso riferendosi alle reti interne, parlare di Intranet. Secondo il settimanale americano, che forza il significato dei termini in questione, per identificare una rete privata è meglio utilizzare l’acronimo è VPN che sta per Virtual private network.

 

Vedi anche:

Chiavetta USB, per un esempio di come alcune innovazioni possano inizialmente portare alla coesistenza di termini diversi, con la tendenza però alla standardizzazione e quindi alla scomparsa della terminologia ridondante, o comunque alla riduzione della sua frequenza d’uso, man mano che la tecnologia diventa più diffusa e più matura.

Attenzione alle spalle…, per un esempio di considerazioni terminologiche quando viene introdotto un nuovo concetto in un’altra lingua.

Infine, altri esempi di una certa disinvoltura del Corriere nel comunicare informazioni in origine in inglese: cross country race, tuxedo cat, lens, eastern egg e la pronuncia di love.

La differenza tra T e S in PowerPoint

Mi è sempre piaciuto molto PowerPoint, soprattutto la versione 2007, e a volte mi ritrovo a rispondere alle domande di chi lo usa meno spesso di me. Ho notato che non tutti conoscono i vari formati per salvare i file creati con PowerPoint, in particolare la differenza tra il formato predefinito che ha l’estensione pptx (ppt nelle versioni precedenti) e che apre il file nella visualizzazione Normale (o comunque l’ultima usata, ad es. Sequenza diapositive), e il formato con estensioni ppsx (pps), che, al doppio clic sull’icona, apre il file direttamente nella visualizzazione Presentazione e non rende disponibili barre o comandi, utile quando si avvia la presentazione in pubblico o per evitare modifiche accidentali alla versione definitiva*.

Probabilmente è anche una questione di terminologia. Nella versione inglese di PowerPoint coesistono i termini  presentation e slideshow, che sono equivalenti quando rappresentano il concetto generico  “insieme di diapositive che vengono mostrate in sequenza a un pubblico” e che in italiano, per mancanza di alternative, vengono resi con un unico termine, presentazione. È una soluzione che funziona nella maggior parte dei contesti, anche quando si analizza più in dettaglio il concetto rappresentato da slideshow e si determina che fa riferimento specifico alle diapositive mostrate nella visualizzazione Presentazione, in modalità tutto schermo (kiosk mode in inglese).

Nel contesto specifico dell’elenco dei formati in cui salvare i file, tra cui quelli descritti sopra, slideshow è però abbreviato in show. In questo caso, in PowerPoint 2003 e versioni precedenti si poteva notare un problema:

Inglese – PowerPoint 2003 Italiano – PowerPoint 2003
Presentation (*.ppt) Presentazione (*.ppt)
PowerPoint Show (*.pps) Presentazione di PowerPoint (*pps)

Per l’utente era  impossibile distinguere il tipo di formato se non per la differenza tra le lettere T e S nelle estensioni e poteva sfuggire che si trattava di un’opzione diversa.

In PowerPoint 2007 è stata cercata una soluzione su misura, evitando però di ricorrere a un termine alternativo italiano per (slide)show perché sarebbe servito solo in questo contesto e avrebbe creato confusione all’utente abituato a un unico termine, presentazione:

Inglese – PowerPoint 2007 Italiano – PowerPoint 2007
PowerPoint Presentation (*.pptx) Presentazione standard di PowerPoint (*.pptx)
PowerPoint Show (*.ppsx) Solo presentazione di PowerPoint (*ppsx)

È compito di chi localizza evidenziare eventuali problemi terminologici, in questo caso lo stesso termine usato per due concetti diversi in un contesto specifico, non solo per trovare una soluzione, ovviamente, ma anche perché chi gestisce il database terminologico possa aggiornare le relative voci (o crearle se ancora non esistono), ridefinire il concetto, aggiungere contesto, metadati e indicazioni di utilizzo e, se il caso, assicurarsi che vengano risolte eventuali ambiguità anche nella lingua di partenza.

Vedi anche: Gestione della terminologia e localizzazioneDatabase terminologici.


pptx-ppsx*  I file con estensioni ppsx e pps sono in realtà equivalenti a quelli standard, a parte l’icona e il tipo di visualizzazione; per modificarli basta cambiare la lettera S dell’estensione in T oppure aprirli da PowerPoint con il comando Apri.

Ricerca terminologica e verifiche con Google

In About Translation c’è un intervento molto interessante su come usare i motori di ricerca e interpretare il numero dei risultati per scegliere la terminologia più appropriata in una lingua di arrivo: Terminology search and confirmation with Google.

Aggiungo alcuni passaggi che precedono e seguono questo tipo di ricerca e che sono essenziali nella localizzazione del software, soprattutto se supportata da database terminologici orientati al concetto.

Innanzitutto vanno fatte alcune ricerche nella lingua di partenza:

1 Si analizza il concetto rappresentato dal termine e il contesto di utilizzo nel prodotto per confermare la definizione, se disponibile, o crearne una.
2 Se il termine è composto (ad es. wireless hotspot), va verificato se i singoli elementi che compongono il termine (wireless e hotspot) sono già usati nel prodotto o in altri prodotti e fanno parte dello stesso sistema concettuale.
3 È molto utile identificare termini correlati che appaiono nello stesso contesto e che sono già documentati sia nella lingua di partenza che in quella di arrivo (ad es. public network, wireless router, wireless access, wireless connection, commercial hotspot, Wi-Fi hotspot, ecc) e le relazioni tra concetti.

Solo a questo punto dovrebbero iniziare le ricerche nella lingua di arrivo, ad es. come descritto in About Translation, aggiungendo però alcuni passaggi:

La ricerca va ristretta a materiale simile a quello della lingua di partenza per tipo e contenuto, preferibilmente usando i termini già conosciuti (vedi punto 3) e privilegiando materiale non palesemente tradotto: è molto probabile che il termine cercato si troverà nel contesto. Personalmente preferisco questo approccio alla conferma con Google di ipotesi terminologiche formulate direttamente nella lingua di arrivo e che, a volte, possono portare a falsi amici come paragraph=paragrafo.
Una volta identificati uno o più termini idonei, va verificato che il contesto di utilizzo corrisponda a quello determinato al punto 1: il termine inglese wireless, ad esempio, viene reso in italiano sia con senza fili che wireless, entrambe “traduzioni” accettabili ma usate in contesti e/o prodotti diversi.
Il termine scelto, ovviamente, non deve creare incongruenze con la terminologia già esistente (punti 2 e 3) e non deve essere già usato per un altro concetto che appaia nello stesso contesto (ad es. answer=rispondere se reply=rispondere).

Questo tipo di ricerca terminologica può sembrare laborioso ma con l’esperienza e un buon lavoro fatto a monte (schede terminologiche con informazioni adeguate per concetto, termine originale e relazioni tra concetti) viene notevolmente velocizzato.

Vedi anche: Facebook e il Facebook, per esempi di ricerche terminologiche con intervalli di date, e altri post con tag lavoro terminologico.

border / boundary / edge / perimeter network

Cosa distingue border network da boundary network, da edge network e da perimeter network? In questo caso analizzare i singoli termini da un punto di vista lessicale non aiuta a identificare il significato specifico, né a scegliere la terminologia in altre lingue: in inglese border, boundary, edge e perimeter indicano tutti un tipo di delimitazione.

Come spesso accade in informatica, termini generici possono assumere significati specifici per designare concetti particolari. In questi casi, come già accennato, i termini vanno visti come "etichette" e si deve lavorare soprattutto sul concetto che rappresentano e il contesto di utilizzo nella lingua di partenza. Sono ovviamente di grande aiuto le relazioni tra i concetti descritte nelle voci dei database terminologici orientati al concetto.

Anche se non si dispone di un sistema di gestione della terminologia può essere utile rappresentare graficamente le relazioni tra concetti ottenute analizzando il loro contesto di utilizzo. Un esempio con una ricerca in Microsoft Technet partendo da perimeter network:

fare clic sull'immagine per ingrandirla

Si può ricavare che perimeter network e edge network sono due etichette per lo stesso concetto (sinonimi, quindi nella lingua di arrivo si può optare per un unico termine) e che border network e perimeter network rappresentano concetti coordinati, ovvero in un sistema concettuale gerarchico appartengono allo stesso livello e condividono tutte le caratteristiche a parte quella che li differenzia, in questo caso la “zona” della rete:
 http://technet.microsoft.com/en-us/library/cc700828.aspx

Boundary network non rappresenta invece un concetto direttamente correlato agli altri. 

Dopo aver valutato anche gli altri concetti subordinati, coordinati e correlati e la terminologia già esistente, si potrà prendere le decisioni che si ritengono più adeguate  per la lingua di arrivo. Nei prodotti Microsoft italiani, ad esempio, perimeter network e border network sono stati resi con rete perimetrale e rete di confine: entrambe le soluzioni indicano un tipo “fisico” di limite (la zona che circoscrivono). Per boundary network è stato invece scelto rete di delimitazione per evidenziare la funzione all’interno di un sistema di reti logiche.


Vedere anche Silenzio… the server is quiescedDomande sulle risposte e Che relazione c’è tra obsoleto, disapprovato e deprecato? per altri esempi di significato generico e significato specializzato e Tasti di scelta rapida per un esempio e rappresentazione grafica di concetti subordinati.

Scelte terminologiche: ringare, Rrring! e trillo

Alla radio c’è una pubblicità insistente per un servizio di informazioni telefoniche che si conclude con l’esortazione “Ringa 12 54”. Pensavo di aver capito male e invece dicono proprio ringa!! Difficile stabilire se il creativo che ha avuto l’idea abbia coniato una voce onomatopeica modellata sullo squillo del telefono o se si tratti invece di un calco del verbo inglese (britannico) ring. Trovo ringare orribile, tra l’altro suona molto simile a ringhiare

Nudge Mi ha fatto però pensare alla localizzazione del termine inglese nudge, letteralmente “dare una gomitatina”, che in Windows Live Messenger indica un segnale visivo e acustico per attirare l’attenzione di chi partecipa a una conversazione e che in tedesco è stato reso in maniera davvero efficace, Rrring!

Quando si ha a che fare con un termine inglese che non ha un equivalente nella lingua di arrivo (o magari ce l’ha ma non è adatto al contesto o al registro) ci sono varie opzioni, ad esempio si può creare un neologismo (come Rrring!) , oppure si può definire un nuovo termine ricorrendo a una parola o un’espressione esistenti, anche se meno specifici, decidendo quali aspetti del concetto debbano essere privilegiati o resi espliciti e a quali si possa eventualmente rinunciare.

Spesso lingue diverse ricorrono a strategie diverse: nel caso di nudge, alcune hanno scelto un termine descrittivo, come chamar a atenção in portoghese (Brasile), altre hanno adottato il prestito nudge, c’è invece chi ha evidenziato l’aspetto “fisico” del verbo inglese, ad es. toque in portoghese (Portogallo), e chi quello sonoro, ad es. zumbido in spagnolo. Il termine italiano trillo invece comunica che si tratta di un segnale acustico ma dovrebbe riuscire a dare anche l’idea della vibrazione (segnale visivo).

Per le scelte fatte da altre lingue: la funzione di ricerca nel Portale linguistico Microsoft.

Domande sulle risposte…

Post pubblicato il 23 ottobre 2008 in blogs.technet.com/terminologia

In questo periodo il mio team è alle prese con una mole di lavoro notevole (eufemismo!). Proprio quando il tempo manca, capita di avere a che fare con termini in apparenza semplicissimi ma che richiedono parecchia attenzione.

Sto cercando di capire quali siano le sfumature di significato tra tre termini inglesi, i verbi answer, reply e respond. Appaiono in uno stesso contesto e non sono sinonimi ma identificano concetti specifici e tipi di risposta diversi. Peccato che in italiano oltre a rispondere non ci siano molte alternative (replicare va scartato perché viene già usato come traduzione di replicate).

In questi casi è fondamentale che le definizioni siano il più precise possibile, con contesti d’uso specifici, per consentirci di trovare soluzioni su misura. Va deciso, ad esempio, quale dei tre concetti possa essere "privilegiato" associandogli il termine standard rispondere.

Troveremo sicuramente una soluzione, ci vuole solo un po’ pazienza per spiegare agli interlocutori americani che non tutte le lingue hanno a disposizione le stesse risorse lessicali dell’inglese ed è per questo che ci servono informazioni così dettagliate. E così continuano le domande sulle risposte…

Commento di .mau:

a me respond suona molto formale; answer più asettico; reply più diretto.   Dovessi usare per forza tre termini diversi, andrei su "reazione", "risposta", "controbattuta" ma ammetto che non li vedo bene come traduzione tecnica…

Commento di Iso:

Le tre parole testimoniano che la ricchezza di una lingua è frutto della contaminazione con altre lingue e culture.  Non sono perfetti sinonimi l’una dell’altra, anzi, ciascuna ha un innesco diverso: question per answer, demand per respond, state per reply.  Cercare ostinatamente la norma per ottenere che tutto un settore vi si conformi, più o meno forzatamente, sta minando la precisione nell’uso della lingua.

Mia precisazione:

Grazie Mau e Iso.
Effettivamente i tre verbi sono sinonimi nel senso che rappresentano una “reazione a un’azione” (signficato generico) ma hanno contesti di utilizzo e registri diversi (significato specifico), perlomeno nella lingua “standard” (quella documentata dai dizionari). In ambito informatico spesso interviene una certa creatività nell’assegnare significati specifici a termini già esistenti, se poi consideriamo che spesso gli sviluppatori non sono di madrelingua inglese, le cose si complicano ulteriormente ;-)
Supponiamo ad esempio che un programma preveda un certo tipo di azione Z, e che questa azione possa essere eseguita in tre modi diversi:

1 – automaticamente
2 – semiautomaticamente, in base a specifiche condizioni
3 – manualmente

In inglese potrei chiamare le tre modalità auto Z, conditional Z e manual Z, oppure potrei considerare eventuali sinonimi di Z, diciamo Y e X, e decidere arbitrariamente di chiamare i concetti 1, 2 e 3   X, Y e Z o, in alternativa, Z, Y e X. In questo ambito e con questo uso, i termini X, Y e Z sono diventati semplici etichette e anche se mantengono il significato generico, perdono quello specifico che hanno nella lingua standard per assumerne uno nuovo.

In questo tipo di contesto, quando si decide la terminologia per la lingua di arrivo diventa importante lavorare sui concetti piuttosto che sui singoli termini inglesi, che rimangono il punto di partenza e il riferimento più importante a livello di significato generico ma vanno appunto visti come etichette.

Mi faccio un appunto per tornare sull’argomento con qualche esempio specifico per quando avrò un po’ più di tempo…

Che relazione c’è tra obsoleto, disapprovato e deprecato?

Post pubblicato il 19 settembre 2008 in blogs.technet.com/terminologia

Il database terminologico Microsoft documenta la terminologia informatica usata nei prodotti localizzati. Non include invece i termini che rappresentano concetti generici usati anche in contesti non informatici.

L’aggettivo inglese frequent, ad esempio, appare nelle stringhe di parecchi prodotti ma non è incluso nel database perché il suo significato ("che avviene spesso") è generico e non acquista accezioni particolari in ambito informatico.

La distinzione tra significato generico e significato specializzato non è sempre così ovvia e per questo è utile gestire la terminologia all’interno di sistemi concettuali. Cercherò di spiegarlo con un esempio recente. 

La lingua inglese ha un lessico 3-4 volte superiore a quello delle altre lingue europee e non sempre tra i termini inglesi e quelli nelle altre lingue c’è una corrispondenza univoca. Esempio: in contesti generici l’aggettivo italiano obsoleto può rappresentare una scelta di traduzione più che accettabile non solo per l’aggettivo inglese obsolete ma anche per deprecated e outdated (spesso praticamente sinonimi).  

In un contesto specifico relativo a caratteristiche del software o elementi di programmazione, però, la stessa traduzione non è più adeguata perché il termine inglese obsolete assume un significato specializzato: fa parte di un sistema concettuale dove coesiste con deprecated. In questo sistema, obsolete e deprecated non sono più sinonimi ma termini correlati, associati a due concetti diversi, e sono in relazione con altri concetti, rappresentati da altri termini, come nell’esempio:   obsolete deprecated etc

Finalmente arrivo al punto: solo quando obsolete e deprecated sono stati documentati nel database come termini informatici associati a concetti specifici  ci siamo accorti della traduzione italiana generica deprecated à obsoleto, passata fino a quel momento inosservata nelle stringhe di alcuni prodotti e potenzialmente in conflitto con obsolete à obsoleto.

D’ora in poi in italiano useremo deprecato, termine non comune ma entrato nel linguaggio tecnico come calco dall’inglese. Le alternative disapprovato e non approvato, di comprensione forse più immediata per utenti meno tecnici, sono state invece scartate: non si sa mai che nello stesso sistema concettuale prima o poi vengano introdotti disapproved e not approved!

Mi sono dilungata molto, spero però di essere riuscita a sottolineare che per evitare potenziali errori (ma anche per riuscire a correggerli!) è importante
Ÿ analizzare i termini in un sistema concettuale anziché individualmente 
Ÿ identificare l’eventuale polisemia di termini apparentemente generici
Ÿ documentare le relazioni tra concetti.


 

Vedi anche: database terminologici.

Commento di .mau.

deprecare deriva dal latino cristiano "deprecari", "pregare insistentemente". Devono essere le giaculatorie dei programmatori quando si trovano certe peculiarità…

Torno subito… ma quanto subito?

Post pubblicato il 2 settembre 2008 in blogs.technet.com/terminologia

Torno subitoIn un recente progetto MTCF abbiamo chiesto ai partecipanti cosa ne pensassero di alcune opzioni di Windows Live Messenger relative allo stato.

Veniva presentato il termine originale, la definizione in inglese e la traduzione. Per Be right back:
This is a status the user can select to say that the user is away from the computer but will return shortly.

La traduzione italiana, Torno subito, è simile all’originale e non ha ricevuto nessun commento o proposta di traduzione alternativa.

Altre lingue avevano invece traduzioni più specifiche (es. in francese De retour dans une minute) e in questo caso alcuni partecipanti hanno sottolineato non solo l’ambiguità dell’originale inglese, visto che in termini di tempo non è chiaro esattamente quanto si intenda con right back e shortly, ma hanno anche messo in discussione la scelta, per alcune lingue, di quantificare una durata precisa (un minuto, cinque minuti, ecc.).  

orologioEffettivamente la percezione del tempo è legata alla cultura di appartenenza. Un esempio banale: 5 minuti in Messico potrebbero essere un lasso di tempo variabile ma in Svizzera è probabile che si avvicinino a 300 secondi precisi. Stereotipi a parte, è importante tenere presente eventuali differenze culturali, non solo quando si localizza ma anche quando si sviluppa un prodotto. Proprio per questo abbiamo molto apprezzato i commenti su right back e li abbiamo segnalati al team americano.

Concludo con un passaggio dal libro Translating Cultures in cui sono evidenziate le differenze tra culture che percepiscono il tempo in maniera "scientifica" e altre che ne danno un’interpretazione meno rigida, con un riferimento specifico alla flessibilità del significato che può assumere l’avverbio subito in italiano:

Fluid/Fixed Time
Fixed time cultures perceive time technically. A minute is sixty seconds: "Time is money", and can be spent, used, and wasted. "On time" means technically ‘on time’, and apologies are expected between 1 and 5 minutes after, depending how close to fixed time the culture is. [...] American, German and Swiss cultures are particularly conscious of technical time.
       Fluid time defines punctuality with more flexibility.
Subito in Italian technically means "immediately". It is the standard reply given by those in the service industry when being asked for service. The informal meaning is "I’ll be with you when I have finished what I am doing". In fluid-time cultures, delays are expected and tolerated. A meeting can start fifteen to thirty minutes late depending on the culture without undue tension being created. Those with a fixed-time orientation have difficulty in comprehending the Italian informal but institutionalized quarto d’ora accademico / "the university fifteen minute sliding start" much loved by Italian academics and students alike. It is always useful to check which time is being talked about: e.g. "German time", "Italian academic time", "Neapolitan time", "Milan time", and so on.

Katan, David (2004), Translating Cultures: An Introduction for Translators, Mediators and Interpreters, St. Jerome, Manchester.

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PS  Questa settimana sono in ferie, poi però torno… subito

 

Emotion trigger

Post pubblicato il 21 agosto 2008 in blogs.technet.com/terminologia

Come dicevo ieri, sono a Copenaghen alla conferenza TKE 2008. Molti gli interventi interessanti.

Durante la presentazione di uno studio per analizzare automaticamente le componenti emotive di un testo* è stato introdotto il concetto di emotion trigger.

Un testo scritto può essere interpretato emotivamente in base a diversi elementi che contraddistinguono il "mondo" del lettore: il termine emotion trigger è usato per definire le parole o i concetti che portano a un’interpretazione emotiva di un testo perché correlati a bisogni o motivazioni dell’essere umano o, con riferimento al lettore del testo, perché legati ai fattori locali, temporali, culturali, sociali, educativi che lo caratterizzano o eventuali aspetti mediatici che lo influenzano (altro termine interessante per riassumere questi elementi: bag of knowledge). Esempi di emotion trigger possono essere democrazia, famiglia, creativi, 11 settembre, ecc.

Un database lessicale che raccolga gli emotion trigger legati a culture specifiche consentirebbe di sviluppare metodi per identificare e classificare automaticamente la valenza emotiva di un testo su potenziali lettori. Le implicazioni pratiche potrebbero essere molteplici, ad esempio l’analisi di un testo e relative traduzioni per valutare se l’impatto emotivo nelle varie lingue possa essere equivalente.

Mi fermo perché sta per ricominciare il workshop….

 

* An Incremental Multilingual Approach to Forming a Culture Dependent Emotion Triggers Lexical Database, intervento di Alexandra Balahur dell’Università di Alicante a TKE 2008. Per chi fosse interessato, online è disponibile un articolo della stessa autrice con contenuto simile, Applying a Culture Dependent Emotion Triggers Database for Text Valence and Emotion Classification (con dettagli su emotion trigger e bag of knowledge).

Incongruenze del Bancomat

Post pubblicato il 5 agosto 2008 in blogs.technet.com/terminologia

Nel centro direzionale dove lavoro è stato sostituito il Bancomat. Il nuovo modello ha un’interfaccia coloratissima corredata da fastidiosi segnali sonori. Lo confesso: ogni volta che lo uso entro in modalità deformazione professionale.

In una delle prime schermate appare questa istruzione:

Premi il tasto CONFERMA per proseguire.

Sullo schermo, però, non c’è nessun tasto CONFERMA. Allora uno guarda tra i pulsanti a lato, e poi sul tastierino, ma neanche lì c’è.

dettaglio di BancomatUn attimo di perplessità, poi uno prova con il tasto ESEGUI e la transazione può proseguire.

Però… anche se in definitiva sono bastati pochi secondi e la seconda volta non ci si casca più, rimane una sensazione sgradevole, quella di avere a che fare con un prodotto realizzato con poca attenzione a chi lo deve utilizzare.

È un esempio banale e che forse dà fastidio solo a me, ma non ho potuto evitare un’ovvia considerazione: se ci sono altri momenti di esitazione e si sommano i secondi, ma soprattutto se l’ignaro utente non ha familiarità con la tecnologia e non si rende conto che CONFERMA ed ESEGUI sono solo due etichette diverse per lo stesso concetto, ecco che ne risentono la curva di apprendimento e l’usabilità.

Vedi anche: Che cosa si deve premere? per un altro esempio di incongruenze che peggiorano l’usabilità di un prodotto.


Aggiornamento 20 ottobre 2009 – Il Portale Treccani ha un bell’articolo sull’origine del termine bancomat.

Pasta salad e insalata di pasta

Post pubblicato il 7 luglio 2008 in blogs.technet.com/terminologia

Per qualche strano motivo oggi continua a tornarmi in mente l’articolo The Pasta Salad Manifesto che ho letto recentemente nella rivista americana Slate.

Purtroppo non sono riuscita a dimenticarlo.image

Se non altro mi dà lo spunto per un ulteriore esempio di come alcuni termini simili in lingue diverse, in questo caso pasta salad e insalata di pasta, possono sembrare assolutamente equivalenti ma in effetti possono assumere connotazioni particolari influenzate dalla propria cultura di appartenenza.

Secondo l’autrice, tra i punti salienti per un’ottima riuscita della pasta fredda:

consigliabile cominciare con pasta tipo tagliatelle (presumibilmente OK quelle all’uovo, basta che non siano fresche);
per un tocco asiatico, particolarmente adatti i cellophane noodle cinesi o i soba noodle giapponesi;
preferibile evitare i tortellini;
non usare il burro come condimento;
sconsigliato l’aceto balsamico;
la maionese non è una buona idea;
non usare ranch dressing (condimento a base di latticello o panna acida, maionese, cipollotti e aglio in polvere. Mmmmh!);
il parmigiano non è adatto perché non dà la cremosità e la punta di acidità garantite invece dal caprino o dal manouri;
una combinazione vincente: peperoni arrostiti, basilico, feta e carne di agnello alla griglia (magari al sangue per dare un po’ di colore?).

Non credo sia necessario aggiungere altro per ribadire come a prima vista i termini pasta salad in inglese (americano) e in italiano insalata di pasta sembrino equivalenti, ma in realtà non esprimono proprio lo stesso concetto 
  
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