Terminologia etc.

Terminologia, localizzazione, traduzione e altre considerazioni linguistiche

Post con tag “concetto”

«C» come Congestion (e come Confusione?)

Il significato di Area C

Chi risiede a Milano ha ricevuto una lettera firmata dal sindaco Giuliano Pisapia che annuncia l’entrata in vigore di Area C. Alcuni dettagli mi hanno lasciata un po’ perplessa, ad esempio viene spiegato solo cosa prevede Area C ma non cosa sia esattamente: 

Nasce Area C – «C» come Centro, «C» come Congestion - che prevede dal lunedì al venerdì, dalle 7.30 alle 19.30, un pedaggio per entrare in automobile nella Cerchia dei Bastioni. L’avvio del nuovo provvedimento sarà accompagnato dal potenziamento del trasporto pubblico locale.

A Milano tutti parlano inglese?

logo_Area_CTrovo fuori luogo l’inglese di «C» come Congestion, non solo perché in italiano si parla comunemente di congestione con riferimento al traffico e quindi il forestierismo non ha molto senso (potrebbe anche sembrare un refuso!), ma soprattutto perché viene dato per scontato che chiunque legga, quindi anche la “sciura Pina”, conosca la congestion charge di Londra, citata indirettamente alla fine del capoverso successivo, e le associ l’esempio «C» come Congestion.

(continua…)

Carpooling

A Seattle, dove sono stata più volte per lavoro, avevo imparato un ulteriore senso della parola carpool, una “formula magica” che alcuni colleghi americani usavano per essere esonerati dalle riunioni che iniziavano presto la mattina o si protraevano verso sera, proprio come in questa striscia di Dilbert:  

Dilbert_carpool

(la parola hero mi ha fatto venire in mente un altro dettaglio “americano”, ne parlo più sotto)

Carpooling in Italia e in italiano

La modalità di trasporto identificata in inglese da carpooling, un sistema per ridurre traffico, inquinamento e costi, si sta diffondendo anche in Italia. Per descriverla, si è ormai affermato il prestito car pooling (ad es. Autostrade per l’Italia, Comune di Modena, Politecnico di Milano). Ho però l’impressione che l’espressione non venga sempre interpretata correttamente da chi propone un traducente italiano alternativo.

(continua…)

Secessione della Lombardia o meronimia fallace?

Forse al Corriere della Sera conoscono qualche manovra di Bossi & Co di cui siamo ancora all’oscuro? A leggere una notizia sui ticket sanitari si direbbe infatti che sia imminente la secessione della Lombardia dal resto del paese:

Italia-Lombardia

[grazie a Luca per il link]

Facezie a parte, questa imprecisione mi dà uno spunto terminologico per ricordare cosa si intende per relazioni partitive (“x è parte di y”) in un sistema concettuale con relazioni di tipo gerarchico. I concetti Lombardia e Italia sono infatti legati da una relazione parte-tutto, anche detta meronimia:

image
Italia rappresenta il concetto sovraordinato che indica il tutto (l’olonimo) 
Lombardia rappresenta un concetto subordinato che indica una parte (il meronimo)
Lombardia, Liguria, Piemonte ecc. rappresentano concetti coordinati (co-iponimi) che hanno lo stesso sovraordinato e condividono il criterio di suddivisione all’interno del sistema concettuale

Nell’articolo citato ovviamente il tutto (Italia) non equivale alla somma di alcune parti (le altre regioni ad esclusione della Lombardia).

Vedi anche: border / boundary / edge / perimeter network per un esempio di relazioni generiche (“x è un tipo di y”).

Fungo e mushroom

Ieri ho sfogliato un bel libro illustrato con proposte per viaggi “da sogno” in tutto il mondo. Ci sono vari itinerari enogastronomici in Italia, tra cui uno dalle parti di Alba. Nella descrizione c’è una frase che, secondo me, fa capire che il libro è tradotto dall’inglese:

Questa è la stagione dei funghi selvatici – porcini, finferli e altre saporite varietà – che spuntano numerosi nei prati e nei sottoboschi del nord.

Non credo che nel contesto “itinerario del gusto nelle Langhe” un italiano specificherebbe selvatici parlando di funghi: lo darebbe per scontato.

Non è però la traduzione di wild mushroom il dettaglio che vorrei evidenziare.

In italiano, se qualcuno mi parla di un piatto o di una ricetta con i funghi, senza specificare quali, penserei a quelli di bosco e non a quelli coltivati.

mushroomMi sembra che in ambito culinario inglese, invece, mushroom si riferisca innanzitutto ai funghi coltivati (come quelli che si mangiano a colazione) e che venga detto esplicitamente wild mushroom (esempio del libro) quando si intende quelli spontanei. La ricerca per immagini mushroom+recipe parrebbe confermare la prevalenza dei funghi coltivati nelle ricette inglesi.

I due concetti rappresentati da fungo e mushroom, intesi come ingredienti generici, mi sembrano quindi leggermente diversi nelle due lingue. Mi piacerebbe però sapere cosa ne pensa chi è più esperto di me, ad esempio Ilaria, Mara o Marina se passano di qui.


Vedi anche: Traduzione enogastronomica e Non solo zuppa!

decifrare, decodificare, decrittare, decriptare…

Torno a citare il forum Scioglilingua per una discussione sul verbo decrittare (a cui aggiungo le varianti decriptare e decrittografare). Vari punti di vista:

tipico esempio di sudditanza nei confronti dell’inglese (qui)
accettabile perché non deriva dall’inglese ma dal greco (qui e qui)
forzatura, pseudo-neologismo: meglio usare decodificare (qui)
brutta parola, né utile né necessaria: ci sono già decifrare e decodificare (qui)

È interessante perché consente di evidenziare la differenza tra lessico generico (parole) e lessico specializzato (termini).

decryptEtimologia a parte, il verbo decrittare è arrivato in italiano dall’inglese decrypt. Nel lessico generico inglese, documentato dai dizionari, decrypt, decode e decypher/decipher sono considerati sinonimi.

Nel lessico specializzato inglese, invece, ciascun termine (e ogni termine correlato) identifica concetti specifici usati in ambiti specifici. Nel Dizionario enciclopedico di informatica, ad esempio, si trovano queste differenze:

encode – trasformare la rappresentazione di informazioni, ad es. convertire un formato grafico in un altro, comprimere dati ecc. Sinonimo: code 
decode – riconvertire le informazioni codificate nel formato originale, ad es. decomprimere dati precedentemente compressi
encipher / encrypt – trasformare la rappresentazione di informazioni allo scopo di renderle incomprensibili a eventuali intrusi che intercettassero il messaggio
decipher / decrypt – ripristinare nella loro forma originale delle informazioni rese incomprensibili mediante cifratura per evitare che le informazioni vengano carpite nel caso cadano in mano a un intruso

Nella comunicazione di messaggi c’è chi fa invece queste distinzioni:

encode – trasformare intere parole o frasi in altre parole o frasi
encipher – trasformare lettere o simboli individualmente
encrypt – termine sovraordinato che include sia encode che encipher

Anche in altri ambiti specializzati, decrypt e decipher non sono sinonimi:

decrypt fa riferimento a dati che sono stati deliberatamente trasformati perché risultassero incomprensibili (cfr. l’intervento firmato duccio)
decipher è relativo, ad es., all’analisi di documenti antichi, scritti in una lingua o in un alfabeto sconosciuti, oppure all’analisi del codice genetico contenuto nel DNA, quindi dati che sono intrinsecamente complessi da interpretare ma che non sono stati precedentemente manipolati

Questi sono solo alcuni esempi, sufficienti però a confermare, ancora una volta, che ogni termine non andrebbe mai considerato singolarmente ma sempre all’interno del sistema concettuale a cui appartiene.

Tornando all’italiano e al forum Scioglilingua, mi sembra eccessivo stigmatizzare una parola solo perché sembra brutta, perché è un calco o perché esistono già parole (apparentemente) simili: come in inglese, in ambiti generici si può ovviamente usare il sinonimo che piace di più, invece in alcuni ambiti specializzati decrittare (e non decodificare o decifrare) sarà l’unico termine possibile per identificare in modo univoco un concetto specifico, differenziandolo da quelli correlati.


Vedi anche: Che relazione c’è tra obsoleto, disapprovato e deprecato? sulla distinzione, non sempre ovvia, tra significato generico e significato specializzato.


PS  Un suggerimento agli studenti che so che leggono il blog: i termini sono “etichette” a volte abbastanza intercambiabili, specialmente in alcuni ambiti come l’informatica; nelle traduzioni specializzate, se non è disponibile la terminologia specifica del progetto ma si usano dizionari o glossari specializzati acquisiti da altre fonti, in certi casi è meglio non fidarsi al 100% dei termini “già pronti” ma è preferibile verificare i concetti per assicurarsi che il sistema concettuale descritto e quello su cui si sta lavorando corrispondano. Esempio: Font, typeface, famiglie e tipi di carattere.

Font, typeface, famiglie e tipi di carattere – 2

A inizio ottobre non immaginavo che avrei avuto un “argomento del mese” ma è ovvio che è stato così se oggi vi suggerisco di leggere Più font per tutti, un articolo davvero interessante sulla storia della parola font e relative questioni linguistiche.

Per concludere l’argomento, come preannunciato qui, diagrammaaggiungo alcune considerazioni  abbastanza tipiche per chi si occupa di localizzazione. Sono suggerite dalle differenze di terminologia  tra Adobe e Microsoft riassunte in questa tabella:

  Adobe – inglese. Microsoft – inglese Adobe – italiano Microsoft – italiano
1 typeface,
font family
.
font family
tipo di carattere, 
famiglia di caratteri, carattere tipografico,
font
.
.
famiglia di caratteri
2 .
[individual] font
typeface,
font
.
[singolo] font
.
carattere tipografico, tipo di carattere
3 font font font tipo di carattere

Nella localizzazione di un prodotto, l’adeguatezza delle scelte terminologiche per la lingua di arrivo può essere influenzate da diversi fattori e modalità di gestione della terminologia:

Nella lingua di partenza, non sempre è determinante fare riferimento all’etimologia o al significato standard dei termini di un settore specializzato perché quando sono adottati in ambito informatico possono subire uno slittamento di significato, come dimostra la sovrapposizione di font e typeface in inglese.
Altro esempio: Tasti di scelta (rapida).
Come evidenziavo nel post precedente, a concetti facilmente identificabili non sempre corrispondono segni linguistici univoci e quindi nella gestione della terminologia è di fondamentale importanza disporre di definizioni accurate che eliminino ogni ambiguità e chiariscano le relazioni tra concetti (e termini associati).
Esempi: Che relazione c’è tra obsoleto, disapprovato e deprecato? e border / boundary / edge / perimeter network.
È sempre preferibile un approccio onomasiologico: si analizza il concetto, gli elementi che lo contraddistinguono e il contesto di utilizzo della lingua di partenza e quindi si cerca un’equivalenza* nella lingua di arrivo, evitando la tentazione di “tradurre” letteralmente il termine.   
Esempi: nudge e Ribbon/Elements Gallery.
Nella scelta della terminologia possono intervenire fattori extralinguistici. Chi introduce un prodotto nuovo in un settore dove c’è già un leader di mercato, ad esempio, potrebbe dover scegliere tra congruenza terminologica con i propri prodotti, con il prodotto leader (per facilitare l’adozione da parte degli utenti esistenti riducendo l’impatto sulla curva di apprendimento) o con il sistema operativo più diffuso in quell’ambito: nel caso di font, typeface ecc., la scelta potrebbe essere tra terminologia Microsoft e terminologia Adobe, in altri contesti tra terminologia Microsoft e terminologia Apple.  
Credo sia ovvio che nessun termine dovrebbe essere gestito individualmente ma sempre all’interno del sistema concettuale a cui appartiene e in base alla destinazione del prodotto. Ho quindi qualche perplessità su alcuni progetti di terminologia in crowdsourcing o aperti alle community e soprattutto su certi forum dove chi traduce sottopone un termine all’attenzione dei colleghi, spesso senza identificare concetto, termini correlati e tipo di utente finale, per poi scegliere la “traduzione” che ha ottenuto più voti.
Esempio: Effetto mouseover: la “serrandina”.

In conclusione, per quanto le incongruenze terminologiche di Microsoft e Adobe possano apparire ovvie, non si può dire a priori quale sia la terminologia più adeguata: ciascuna va valutata all’interno del proprio sistema concettuale.

* Come postilla aggiungo un esempio di equivalenza di materiale nella lingua di arrivo per un ipotetico terminologo che, una ventina di anni fa, si fosse trovato a dover scegliere la terminologia italiana per i tre concetti che hanno ispirato questo post. È il Manuale del grafico di Giorgio Fioravanti in un’edizione del 1987, quando, presumibilmente, la terminologia tipografica italiana non era ancora stata influenzata né da software localizzato né da calchi o prestiti dall’inglese (grassetti miei):

I caratteri vengono generalmente indicati con il nome del disegnatore, con quello della casa produttrice o con nomi di fantasia. Al nome, e in alcuni casi al numero della serie, si accompagna l’indicazione della forma (tondo o corsivo) o della sua proporzione (largo o stretto) e della grossezza delle aste (chiarissimo, chiaro, neretto, nero o nerissimo). Solo alcune serie di caratteri dispongono di molte varianti. I caratteri utilizzati per i testi comprendono generalmente il tondo e il corsivo, nelle varianti chiare e nere.

[come esempi vengono elencate le varianti della serie di caratteri Univers, ad es. Univers 65 Medium, Univers 39 Ultra Light Extra Condensed ecc.]


Altri post sull’argomento font e caratteri:

Caratteri, font e simboli scientifici 
Font è maschile o femminile? 
Font, typeface, famiglie e tipi di carattere – 1 
A lesson on typography (tipografia cinetica) 
Caratteri maschili e femminili… 

Font, typeface, famiglie e tipi di carattere – 1

Torno a parlare del post di Mara, Font maschile o femminile: richiesta di un lettore, sulla differenza tra font e typeface e su quale possa essere la terminologia che meglio renda typeface in italiano, perché un’analisi anche molto limitata dei due termini, in un ambito informatico ristretto, evidenzia problemi familiari a chi si occupa di localizzazione.

Per identificare i concetti in questione, consentitemi innanzitutto un’analogia molto rudimentale: consideriamo un’ipotetica famiglia Rossi, i suoi singoli componenti (Mario Rossi, Anna Rossi, Carlo Rossi) e i loro diversi modi di presentarsi (Anna con o senza occhiali, Mario svestito, in giacca e cravatta oppure con la stessa giacca ma i jeans ecc.). Le singole persone sono sempre le stesse ma a seconda dei casi sono considerate collettivamente, come membri di un gruppo oppure individualmente.

Ritornando ora all’aspetto del testo in un documento, soffermiamoci su questi concetti:

1 una raccolta di set di caratteri che hanno caratteristiche simili e sono stati disegnati per essere usati assieme, ad es. quelli denominati Arial o quelli denominati Lucida
2 all’interno della raccolta, un set di caratteri con caratteristiche comuni, ad es. Arial Narrow e Arial Black 
3 tutti i caratteri di un set contraddistinti da una specifica combinazione di varianti, ad es. la dimensione in punti e lo stile, come 10 point Arial Narrow bold e
12 point Arial Black italic

alcuni esempi relativi ai tre concetti descritti sopra

Credo che i tre concetti siano sufficientemente chiari. Il problema, come dicevo qui, è che a concetti facilmente identificabili non sempre corrispondono segni linguistici univoci:  basta dare un’occhiata ai termini usati da due dei principali produttori di software per notare palesi differenze terminologiche.

Nella documentazione di Adobe InDesign si trova questa terminologia (definizioni al passaggio del mouse):

1 Typeface (anche type family e font family), in italiano tipo di carattere (anche famiglia di caratteri o famiglia di font) 
2 [Member of a font family, individual font; in italiano singolo font]     
3 Font, in italiano font (maschile)    

(in altri contesti Adobe typeface è reso in italiano con font e in altri con carattere tipografico)

Nel database terminologico Microsoft troviamo invece:

1 Font family, in italiano: famiglia di caratteri
2 Typeface, in italiano carattere tipografico
3 Font, in italiano tipo di carattere

Fonts, typefaces, point sizes, and attributes (MSDN) sottolinea inoltre che typeface e font identificano due concetti diversi (2 e 3) ma che in ambiti non tecnici si tende a usare font per entrambi (infatti chi adopera software non specialistico in inglese è abituato a scegliere da un elenco denominato Font e non Typeface!).

Il caso di font e typeface è quindi simile a quello descritto in Tasti di scelta (rapida) ed evidenzia l’arbitrarietà del segno linguistico: non solo sono state assegnate "etichette" diverse (i termini) a uno stesso concetto ma la stessa “etichetta” viene anche usata per identificare concetti diversi, come segnalato anche dal lettore di Mara.

Se si estende la ricerca terminologica ad altri produttori di software si notano altre differenze e la confusione aumenta ancor più nel passaggio da una lingua all’altra o confrontando diversi ambiti d’uso, ad es. la composizione tipografica tradizionale e il desktop publishing.

Senza ulteriori informazioni sul contesto e sugli altri concetti correlati che vi appaiono diventa quindi difficile dare una risposta al lettore di Mara. Vorrei comunque usare questo esempio per condividere alcune considerazioni pratiche con chi si occupa di localizzazione ma, vista la lunghezza già raggiunta da questo post, le rimando a un prossimo intervento [link aggiunto]. 

PS Ne approfitto per segnalare un glossarietto che mi è sempre piaciuto molto, A disagreeably facetious type glossary for the amusement & edification of people beginning a love affair with fonts. Descrive alcuni termini usati in ambito tipografico con informazioni spesso curiose, ad es. spiega perché in inglese maiuscole e minuscole si chiamano uppercase e lowercase.  

Odore di “freschìn”, una questione di DNA?!?

image Ne parlavo recentemente con amici veneti: chi ha vissuto nel nord-est sa che il freschìn (italianizzato in freschino) è quell’odore molto sgradevole che rimane, ad esempio, sulle stoviglie che sono venute a contatto con uova crude e che poi sono state lavate con acqua calda (si elimina con limone o aceto in acqua fredda).

È un odore molto tipico, eppure non esiste un termine equivalente a freschin nell’italiano standard ma solo in dialetti e varianti regionali: Vera Gheno (Accademia della Crusca) dà alcuni riferimenti etimologici e nota che freschetto e frescume sono attestati a Roma e renfrescümme in alcune zone della Liguria (anche frescümassu dalle parti di Imperia).

Carlo Caverni nel portale Treccani spiega così l’assenza di un equivalente italiano:

[…] . Ogni lingua (e il dialetto, dal punto di vista funzionale, per molti aspetti è una lingua a sé), in realtà, rappresenta un’autonoma e originale organizzazione concettuale del mondo, condizionata da fattori extra-linguistici (sociali e culturali, sedimentati nel tempo), che interpreta i dati della realtà in un certo modo, non per forza condiviso da altre lingue. […] Il freschino veneto si caratterizza per esprimere un certo modo di interpretare una certa porzione di realtà (costruita attraverso l’incontro di varie tipologie, unificate dall’elemento "odore di un certo tipo") con un dato segno linguistico; mentre altri italiani regionali e l’italiano standard stesso non hanno fatto da veicolo a una percezione culturale specifica di quella porzione di mondo, non hanno dunque ritagliato in forma linguistica quella determinata porzione di mondo selezionata in base all’indicatore "odore di un certo tipo".

Anche in molte altre lingue non esiste un termine specifico, come avevo scoperto tempo fa chiedendo a colleghi di vari paesi europei ed asiatici. La cosa che più mi aveva colpita era che solo le persone che parlavano una lingua in cui c’era una parola equivalente a freschin (nel mio campione, una cinese e una libanese) avevano capito immediatamente cosa intendessi, mentre le altre sembrava ignorassero del tutto che uova e pesce possono lasciare un odore sgradevole sulle stoviglie.

Scherzando, io e una collega argentina (che parlava dialetto veneto!) avevamo concluso che magari poteva esserci una spiegazione biologica: se c’è un gene che determina la percezione dell’amaro della feniltiocarbammide, potrebbe essercene uno per sentire l’odore di freschin e quindi solo le popolazioni geneticamente predisposte avrebbero sviluppato questo concetto e coniato un termine per descriverlo.

Ipotesi strampalata, ma forse non così totalmente assurda se si pensa alle ricerche che fanno risalire la diversità linguistica non solo a fattori storici, sociali e culturali ma anche a fattori ambientali e naturali

PS  Sia l’articolo dell’Accademia della Crusca che quello del Portale Treccani fanno riferimento agli innumerevoli nomi che gli esquimesi darebbero alla neve, ma si tratta di una nota bufala, smascherata ormai una ventina di anni fa dal linguista Geoffrey K. Pullum in The great Eskimo vocabulary hoax.

PPS Spero che mi ha letto fino a qui e conosce altre varianti regionali le possa aggiungere nei commenti (con l’avvertenza che sono moderati e probabilmente non verranno pubblicati subito perché in questo periodo sono online solo sporadicamente).

Patatine e triangolo semiotico

Oggi la striscia Pearls Before Swine gioca su una delle tante differenze lessicali tra inglese britannico e inglese americano, in questo caso tra patatine intese come patate fritte (chips in Europa e French fries in America) e come snack (crisps e potato chips):

Il personaggio Pig è un po' tonto e tende a interpretare tutto letteralmente - Pearls Before Swine del 17 giugno 2010

Lo trovo un esempio divertente di un principio ben noto a chi si occupa di gestione della terminologia: a oggetti facilmente identificabili e concetti condivisi da tutti i parlanti (la differenza tra i tipi di patatine è ben chiara ai bambini occidentali anche molto piccoli) non sempre corrispondono segni linguistici univoci (le parole), ad es. in altre aree anglofone, mi pare l’Australia, chip indica entrambe le preparazioni e anche in italiano è il contesto a chiarire cosa si intenda con patatine.

Nei corsi introduttivi di terminologia, le relazioni tra oggetti, concetti e parole vengono spiegate rappresentandole con il triangolo semiotico: semplificando al massimo, la mente umana raggruppa gli oggetti (concreti e triangolo semiotico: l’OGGETTO come quello della foto in basso a destra condivide con oggetti simili delle caratteristiche comuni, ad es. funzione riproduttiva della pianta, colori vivaci e profumo, che vengono concettualizzate in un’immagine mentale, il CONCETTO, a sua volta rappresentato nella comunicazione verbale tramite simboli, ad es. il SEGNO LINGUISTICO condiviso dai parlanti di una comunità linguistica come le parole fiore, flor, flower, fleur, Blume...astratti) in base alle proprietà che condividono e assegna loro un’immagine mentale, il concetto, che a sua volta viene rappresentato da un segno (parola, simbolo, icona, ecc.), nel nostro caso il termine. Nel triangolo semiotico il collegamento tra il segno e l’oggetto viene espresso da una linea tratteggiata proprio perché le parole non denotano direttamente l’oggetto ma sono una convenzione, un’etichetta, come ben dimostra l’esempio delle patatine. L’ovvia conclusione è che nel lavoro terminologico è molto importante un approccio orientato al concetto, specialmente in ambito multilingue. 

Vedi anche: 

Tasti di scelta (rapida) per esempi di “etichette” diverse per lo stesso concetto e Domande sulle risposte (specialmente il commento finale) per altri esempi di “etichette” usate in maniera a volte arbitraria  
Concetti e termini: un esempio da Office per Mac per un esempio di scelte terminologiche orientate al concetto
Scelte terminologiche: ringare, Rrrring! e trillo per possibili strategie quando non c’è corrispondenza tra termini in lingue diverse
Infine, per sorridere un po’, altri esempi da Pearls Before Swine in XOXO: baci e abbracci, Nomi delle lettere in inglese e dyeing Easter eggs

effetto mouseover: la “serrandina”

Tirar giù le parole - Il blog del mestiere di scrivere


Luisa Carrada nel blog del mestiere di scrivere ha usato un nome molto efficace, “serrandina”, per identificare un effetto usato in siti come The Guardian: è il breve testo descrittivo associato ad alcuni titoli e visualizzabile facendo passare il puntatore del mouse sopra ai titoli stessi.

Si tratta di un effetto mouseover (evento mouseover da un punto di vista più di programmazione): quando il puntatore del mouse passa sopra un elemento, questo cambia aspetto, ad es. un pulsante diventa di un altro colore, anche questo è un effetto mouseover: la descrizione appare quando il puntatore del mouse viene fatto passare sopra a un'immagine o a un collegamento ipertestualeun’immagine o del testo vengono visualizzati in una finestrella popup, appare un URL sulla barra di stato, ecc. Un esempio tipico e noto a tutti: le descrizioni dei comandi sulle barre degli strumenti (tooltip).

In inglese la “serrandina” è un tipo di mouseover dropdown (è un effetto che appare “a discesa”); non so se esista un termine specifico ma immagino si possa chiamare mouseover dropdown box o mouseover dropdown text.

E in italiano? In un contesto sulla comunicazione, come nel blog del mestiere di scrivere, “serrandina” è perfetto. In istruzioni o materiale di riferimento, dove ci si aspetta terminologia meno informale, andrebbero invece fatte altre considerazioni. Se dovessi proporre un termine, innanzitutto analizzerei il concetto e il relativo sistema concettuale originale (ad es. gli altri concetti subordinati a mouseover dropdown, come mouseover dropdown menu, e i concetti correlati relativi ad altri eventi del mouse, tipo mouseclick), poi, dopo aver verificato l’uso del termine all’interno del prodotto, stabilirei se altrove è diffuso e già standardizzato oppure se esistono alternative in contesti di utilizzo diversi, quindi, se necessario, farei alcune valutazioni in base al tipo di utente finale, ad esempio:

se è un utente generico a cui si vuole illustrare la funzionalità del sito Web, si potrebbe optare per una descrizione come testo a discesa che appare al passaggio del mouse; è una soluzione lunga e non identifica il concetto con un termine univoco ma è accettabile se è l’unica occorrenza: ha il vantaggio di essere esplicita e non costringe l’utente a imparare nuovi termini
se si tratta di un utente con competenze tecniche si potrebbe proporre invece testo a discesa con mouseover (sottinteso “effetto” e/o “evento”); è utile mantenere il riferimento all’inglese mouseover se fa parte del codice che definisce l’evento

In entrambi i casi opterei per testo per il tipo di effetto, anche se è molto generico, perché nelle interfacce grafiche descrizioni più specifiche come casella o riquadro sono già associate a concetti ben definiti, ad es. casella di testo corrisponde all’inglese textbox e implicherebbe l’inserimento di testo da parte dell’utente, invece non previsto qui: ecco sottolineata l’importanza dell’analisi del sistema concettuale, che identifica l’esistenza del concetto coordinato mouseover dropdown textbox e aiuta ad evitare incongruenze ed errori terminologici.

Vedi anche: border / boundary / edge / perimeter network per alcuni esempi di relazioni tra concetti (subordinati, coordinati, correlati).

Ristoranti in crowdsourcing e open source?

Sometimes English is not sexy* but stupid cita un paio di sondaggi in Der Spiegel da cui risulta che la maggior parte dei tedeschi non capisce gli slogan in inglese usati in alcune pubblicità e ne dà interpretazioni a volte strampalate, ad es. c’è chi pensa che Broadcast Yourself (YouTube) significhi “fabbricati il tuo portapane” (altri esempi inglese-tedesco qui).

Sarebbe interessante fare una ricerca simile in Italia, ad esempio tra i lettori di quei giornali che sono sempre più infarciti di parole inglesi, a volte però usate a sproposito (ad es., escludendo chi è stato in America, quanti lettori generici sanno cos’è un mall?)  

titolo Corriere della SeraMi è anche venuto in mente un articolo della settimana scorsa nel Corriere della Sera il cui rimando, qui a sinistra, appariva in mezzo a notiziole su calcio, cantanti e calendari. Dubito che titoli e articolo, Il ristorante fai da te in crowdsourcing, siano stati riletti e che sia stato verificato se fossero comprensibili per il lettore tipico del sito. Per poterli interpretare è infatti essenziale conoscere i concetti associati a crowdsourcing e open source, termini specializzati che, soprattutto il primo, non sono ancora entrati nell’italiano standard.

La giornalista avrebbe potuto trovare il modo di spiegare che crowdsourcing  è un processo produttivo simile all’esternalizzazione (outsourcing, dove un’azienda si affida alle prestazioni di un fornitore di servizi esterno per portare a termine una particolare attività); nel caso specifico del  crowdsourcing, però, le risorse esterne sono costituite da un insieme di persone (crowd) non precedentemente organizzate tra loro che, di solito, contribuiscono su base volontaria e le cui prestazioni non sempre sono retribuite ma possono essere ricompensate in termini di prestigio, visibilità, soddisfazione personale, ecc.

Se le idee e i contributi di chi ha partecipato al progetto sono messi liberamente a disposizione di altri per un eventuale riutilizzo, ecco che si può usare la metafora dell’open source, come nel software il cui codice sorgente è di pubblico dominio.

Una distinzione che si tende a fare tra modello crowdsourcing e modello open source è che il primo è un modello di business in cui c’è sempre un committente, quindi ci sono specifiche finalità commerciali che invece non sono necessariamente presenti nel modello open source. Nel “ristorante in crowdsourcing” citato dall’articolo del Corriere, infatti, un imprenditore ha cercato un’idea originale per un nuovo tipo di ristorante e si è rivolto a una community, i membri di instructables.com (non le “folle” generiche dell’articolo italiano), che hanno contribuito a sviluppare il concetto; la descrizione del progetto fa inoltre  concludere che il ristorante sia stato realizzato con finanziamenti di tipo tradizionale e non un “fai da te” in autogestione come suggerito in italiano. L’ideatore del ristorante diceva:

“I have been involved in several pilot and concept restaurants in the past […] I will open an open-source restaurant that is completely made of, and only serves food based on the original instructables all the members on instructables.com have made or will make”.  

Non mi pare che tutto ciò si capisca dall’articolo italiano: forse meglio evitare rielaborazioni di pezzi tradotti che contengono parole e riferimenti stranieri se non sono del tutto chiari.  

* Il titolo citato all’inizio, Sometimes English is not sexy but stupid, mi ha ricordato che alcuni giornalisti italiani sembrano ignorare che l’aggettivo l'iPhone è sexy?!?inglese sexy può essere un falso amico: se riferito ad es. a un prodotto, vuol dire che è un oggetto appetibile che tutti vorrebbero avere (come l’iPhone al suo esordio). Il significato in questo caso è più simile a “figo” e non a “sensuale” o “conturbante”, che mi pare continuino ad essere le uniche accezioni del prestito sexy in italiano (escludendo l’uso peculiare di Beppe Severgnini, che sembra amare molto questo aggettivo, tanto da associarlo anche a salsicce e segni di interpunzione ).

….

Vedi anche:

Per l’uso dell’inglese nei messaggi pubblicitari: Marketing plurilingue: tradurre o non tradurre?   
Per altri esempi dell’uso disinvolto di parole inglesi negli articoli del Corriere della Sera, Il Corriere e le parole "tech" da non usare più, il misterioso gatto tuxedo, Uova orientali? Forse no… (Easter egg e sorprese) e Parla come mangi; notevole anche l’interpretazione letterale di once in a blue moon messa in evidenza da Il Disinformatico!
Qui un esempio di crowdsourced restaurant citato anche dall’autore del neologismo crowdsourcing, Jeff Howe, che ho potuto ascoltare a una conferenza davvero interessante qualche anno fa   

….

Terminologia giuridica – Atti Realiter 2009

Sempre a proposito della giornata scientifica Realiter 2009, Terminologia e plurilinguismo nell’economia internazionale, avevo trovato molto interessante anche Le peculiarità del linguaggio giuridico. Problemi e prospettive nel contesto multilingue europeo di Maria Teresa Sagri, che aveva evidenziato le complessità, anche linguistiche, nel disciplinare in maniera uniforme l’attività normativa dell’UE: gli ordinamenti nazionali sono fortemente ancorati nel contesto storico-sociale a cui appartengono e non sempre convivono facilmente con norme di origine comunitaria.

L’impatto sulla terminologia del diritto comunitario è notevole, si registra ad esempio:

genericità terminologica (molta iperonimia) dovuta alla difficoltà di trasposizione tra le diverse lingue, con conseguente ambiguità giuridica e recepimento complesso nei singoli ordinamenti;
“colonizzazione” da parte di termini ed espressioni comunitarie che entrano nelle tassonomie nazionali (ad es. moneta unica, sussidiarietà, libro bianco);
neologismi semantici  (ad es. persona legale da legal person);
neologismi combinatori (ad es. danno ambientale dove danno è usato con accezione civilistica e non penalistica);
mancata uniformità linguistica (ad es. coesistono recesso, risoluzione e rinuncia, oppure biologico ed ecologico).

In questa situazione non sono rari gli errori terminologici che possono a loro volta causare problemi giuridici. Ecco quindi che si ricorre sempre più all’informatica giuridica per creare strumenti linguistici di controllo e soprattutto si sta lavorando a un approccio con ontologie formali che rappresentino le conoscenze giuridiche codificandole in base alle loro proprietà, svincolate dai linguaggi naturali, per consentire una comparazione più scientifica dei diversi sistemi giuridici e una migliore valutazione dell’effettivo livello di equivalenza linguistica, come descritto in dettaglio nel testo dell’intervento.

“pinch” non è solo pizzicare

Nei dispositivi con touch screen i comandi più comuni vengono eseguiti con movimenti specifici dello stilo, delle dita o delle mani.

Nell’iPhone, nell’iPod e nei Tablet PC con Windows 7, come pure in alcuni touchpad, ci sono due gesti associati alla visualizzazione di oggetti grazie ai quali immagini, pagine e documenti si possono rimpicciolire o ingrandire rispetto alle dimensioni dello schermo: si usano il pollice e l’indice che vengono avvicinati o allontanati l’uno dall’altro.

dalla documentazione di Apple iPhone: a sinistra il movimento per ridurre le dimensioni di un'immagine, a destra quello per ingrandirla

Questi gesti sono stati introdotti da Apple e poi adottati anche in dispositivi di altri produttori, con la stessa terminologia, perlomeno prima che Apple brevettasse le funzionalità legate al multi-touch. È interessante notare che in inglese viene usato un unico termine, pinch, per descrivere il concetto sovraordinato “gesto in cui due dita si muovono in direzioni opposte”, senza dare un nome individuale a ciascuno dei due diversi movimenti delle dita, per ingrandire e per ridurre le dimensioni:

When viewing photos, webpages, email, or maps, you can zoom in and out. Pinch your fingers together or apart.” – Apple iPhone User Guide

The new “Pinch” gesture functionality translates multi-finger input (two fingers moving apart or together on a TouchPad) and performs zoom-in and zoom-out capability in a variety of popular applications.”  – Synaptics

Il termine inglese pinch, letteralmente “pizzicare” o “pizzicotto”, è un tipico esempio di terminologizzazione. Forse non è del tutto intuitivo se associato all’azione di separare le dita, tanto che alcuni produttori hanno deciso di distinguere tra pinch (dita che si avvicinano) e stretch o spread (dita che si allontanano)*.

Nella localizzazione potrebbe essere necessario discostarsi dalla terminologia originale e trovare soluzioni alternative che rappresentino il concetto senza ambiguità. Nella documentazione italiana Apple (iPhone e iPod), però, pinch non è trattato come un termine ma come una parola generica, tradotta in varie maniere: pizzicare, allontanare e avvicinare le dita, aprire e chiudere le dita, utilizzare il movimento delle dita (esempi specifici qui). La comprensione dell’utente è quindi affidata alle immagini descrittive piuttosto che a un nome che “etichetti” in maniera univoca il concetto.
[Aggiornamento maggio 2010: anche nella documentazione italiana di iPad stesse incongruenze nella traduzione di pinch, a cui si aggiunge comprimere, come si può vedere in alcuni esempi qui]

In Windows 7 esistono gli stessi concetti ma sono stati scelti termini che descrivono i comandi anziché i gesti che li simboleggiano, riproponendo terminologia usata in contesti tradizionali: in inglese zoom identifica così il concetto sovraordinato, zoom out indica il movimento per ingrandire l’immagine e zoom in il movimento per ridurla. In italiano i termini corrispondenti sono zoom, (fare) zoom indietro e (fare) zoom avanti.


* Aggiornamento 10/12/2009: un servizio del quotidiano La Stampa per l’iPhone sembra dare per scontato che i lettori capiscano il significato di pizzicare inteso come dita che vengono separate anziché avvicinate: “se il testo è troppo piccolo, basta pizzicare il display con due dita per ingrandirlo”.

Vedi anche: iPad, "flick" e terminologizzazione per un altro esempio di gesto non riconosciuto come termine specifico.

Il Corriere e le parole “tech” da non usare più

Le parole tech da non usare più - articolo del Corriere della Sera Grazie a Paola ho letto, anche se con qualche giorno di ritardo, Le parole «tech» da non usare più, un articolo del Corriere della Sera che si riprometteva di mettere in evidenza “espressioni o vocaboli che, secondo Business Week, è meglio non pronunciare in un colloquio di lavoro per non sembrare obsoleti” ma che invece ha mostrato una notevole confusione nel proporre un argomento a sfondo tecnologico, come ben sottolineato dai commenti dei lettori.

Innanzitutto non credo abbia molto senso prendere un articolo scritto in inglese, con riferimenti specifici a quella lingua, e riproporlo a lettori italiani con gli stessi esempi, senza adattamenti, addirittura suggerendo che al posto di un verbo spacciato come italiano (ma che in realtà non ha mai avuto una diffusione significativa) ne venga usato uno inglese:

Peggio ancora va se provate la locuzione surfare sul web, legata a un’internet della prima ora ormai molto, troppo «vintage». Il massimo, per esprimere il concetto di navigare, è usare to google.

Stupisce però ancora di più come concetti diversi e relativa terminologia siano stati confusi tra loro, senza verificare se effettivamente ci fosse sinonimia. Faccio un esempio non informatico: è come se avessero affermato che, per fare riferimento a un sistema di comunicazione molto diffuso qualche decina di anni fa, la parola telex è superata e al suo posto si dovrebbe dire email!

Stando all’articolo, infatti, sarebbero le “parole tecnologiche” che descrivono soluzioni o tecnologie a diventare obsolete, anziché le tecnologie stesse, una conclusione che lascia parecchio perplessi. Va invece considerato che di solito la terminologia che descrive tecnologie mature, quindi poco suscettibili a ulteriori evoluzioni, è consolidata e raramente soggetta a modifiche.

La nota aggiunta dalla redazione per precisare il senso dell’articolo non elimina i dubbi:

[…] uno spunto interessante per sottolineare come il linguaggio sia ormai destinato a essere molto spesso in ritardo rispetto all’evoluzione della tecnologia, come ben dimostra il proliferare di termini che cercano di definire “creature” sempre più ibride quali i netbook, i tablet pc, gli Ultra Mobile Pc, Mobile Internet devices, etc

Non è chiaro cosa intendano con “ritardo” del linguaggio, visto che i nuovi concetti che risultano da innovazioni e evoluzioni tecnologiche non potrebbero diffondersi se non fossero loro associati dei nomi che li descrivono e che permettono di differenziarli da concetti simili: è proprio il caso dei termini portati ad esempio (netbook, tablet PC, UMPC e MID). Ogni lingua ha le sue strategie per scegliere la terminologia che deve rappresentare nuovi concetti, in particolare quelli nati in altri contesti linguistici; è noto che l’italiano ricorre volentieri al prestito, ma questo non va visto come un’incapacità di stare al passo con l’innovazione, come forse implica la nota del Corriere, bensì come una delle tante possibilità di formazione di neologismi da sempre in uso nella nostra lingua.

Per finire, una modifica dell’articolo rispetto alla prima versione cerca di deviare alcune responsabilità sul testo originale ma, secondo me, non fa che sottolineare la confusione fatta tra argomenti potenzialmente obsoleti e la terminologia necessaria per discuterli:

Versione originale Versione modificata
L’Extranet, invece, popolare alla fine degli anni ‘90 è diventata electronic data interchange, ovvero EDI e non ha più senso, riferendosi alle reti interne, parlare di Intranet ma, se si vuol identificare una rete privata, l’acronimo da usare è VPN che sta per Virtual private network. L’Extranet, invece, popolare alla fine degli anni ‘90 è diventata Electronic data interchange, ovvero EDI e non ha più senso riferendosi alle reti interne, parlare di Intranet. Secondo il settimanale americano, che forza il significato dei termini in questione, per identificare una rete privata è meglio utilizzare l’acronimo è VPN che sta per Virtual private network.

 

Vedi anche:

Chiavetta USB, per un esempio di come alcune innovazioni possano inizialmente portare alla coesistenza di termini diversi, con la tendenza però alla standardizzazione e quindi alla scomparsa della terminologia ridondante, o comunque alla riduzione della sua frequenza d’uso, man mano che la tecnologia diventa più diffusa e più matura.

Attenzione alle spalle…, per un esempio di considerazioni terminologiche quando viene introdotto un nuovo concetto in un’altra lingua.

Infine, altri esempi di una certa disinvoltura del Corriere nel comunicare informazioni in origine in inglese: cross country race, tuxedo cat, lens, eastern egg e la pronuncia di love.

La differenza tra T e S in PowerPoint

Mi è sempre piaciuto molto PowerPoint, soprattutto la versione 2007, e a volte mi ritrovo a rispondere alle domande di chi lo usa meno spesso di me. Ho notato che non tutti conoscono i vari formati per salvare i file creati con PowerPoint, in particolare la differenza tra il formato predefinito che ha l’estensione pptx (ppt nelle versioni precedenti) e che apre il file nella visualizzazione Normale (o comunque l’ultima usata, ad es. Sequenza diapositive), e il formato con estensioni ppsx (pps), che, al doppio clic sull’icona, apre il file direttamente nella visualizzazione Presentazione e non rende disponibili barre o comandi, utile quando si avvia la presentazione in pubblico o per evitare modifiche accidentali alla versione definitiva*.

Probabilmente è anche una questione di terminologia. Nella versione inglese di PowerPoint coesistono i termini  presentation e slideshow, che sono equivalenti quando rappresentano il concetto generico  “insieme di diapositive che vengono mostrate in sequenza a un pubblico” e che in italiano, per mancanza di alternative, vengono resi con un unico termine, presentazione. È una soluzione che funziona nella maggior parte dei contesti, anche quando si analizza più in dettaglio il concetto rappresentato da slideshow e si determina che fa riferimento specifico alle diapositive mostrate nella visualizzazione Presentazione, in modalità tutto schermo (kiosk mode in inglese).

Nel contesto specifico dell’elenco dei formati in cui salvare i file, tra cui quelli descritti sopra, slideshow è però abbreviato in show. In questo caso, in PowerPoint 2003 e versioni precedenti si poteva notare un problema:

Inglese – PowerPoint 2003 Italiano – PowerPoint 2003
Presentation (*.ppt) Presentazione (*.ppt)
PowerPoint Show (*.pps) Presentazione di PowerPoint (*pps)

Per l’utente era  impossibile distinguere il tipo di formato se non per la differenza tra le lettere T e S nelle estensioni e poteva sfuggire che si trattava di un’opzione diversa.

In PowerPoint 2007 è stata cercata una soluzione su misura, evitando però di ricorrere a un termine alternativo italiano per (slide)show perché sarebbe servito solo in questo contesto e avrebbe creato confusione all’utente abituato a un unico termine, presentazione:

Inglese – PowerPoint 2007 Italiano – PowerPoint 2007
PowerPoint Presentation (*.pptx) Presentazione standard di PowerPoint (*.pptx)
PowerPoint Show (*.ppsx) Solo presentazione di PowerPoint (*ppsx)

È compito di chi localizza evidenziare eventuali problemi terminologici, in questo caso lo stesso termine usato per due concetti diversi in un contesto specifico, non solo per trovare una soluzione, ovviamente, ma anche perché chi gestisce il database terminologico possa aggiornare le relative voci (o crearle se ancora non esistono), ridefinire il concetto, aggiungere contesto, metadati e indicazioni di utilizzo e, se il caso, assicurarsi che vengano risolte eventuali ambiguità anche nella lingua di partenza.

Vedi anche: Gestione della terminologia e localizzazioneDatabase terminologici.


pptx-ppsx*  I file con estensioni ppsx e pps sono in realtà equivalenti a quelli standard, a parte l’icona e il tipo di visualizzazione; per modificarli basta cambiare la lettera S dell’estensione in T oppure aprirli da PowerPoint con il comando Apri.