Terminologia etc.

Terminologia, localizzazione, traduzione e altre considerazioni linguistiche

Post con tag “coerenza”

L’arbitrarietà delle parole canguro

Kangaroo wordsPalindromes, anagrams, and 9 other names for alphabetical antics elenca alcuni esempi di ludolinguistica.

Il termine più divertente è kangaroo word (o marsupial), definito come una parola che al suo interno ne contiene altre, ad es. encourage in inglese contiene courage, cog, cur, urge, core, cure, nag, rag, age, nor, rage and enrage.

Per altri invece kangaroo word identifica un concetto diverso, più specifico: è una parola che al suo interno contiene le lettere di un’altra parola con lo stesso significato, ad es. masculine contiene male e observe il sinonimo see (altri esempi in Oxford Dictionaries).
In Verbalia si trovano alcuni esempi per l’italiano, tra cui incontrovertibili (certi) e accondiscendere (cedere), che vengono chiamati anche parole sgonfiabili.

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Phrasebook, fraseologia e frasario

Google Translate ha una nuova funzionalità che consente di salvare le traduzioni in una propria raccolta. In inglese si chiama Phrasebook e in italiano Fraseologia.  

Phrasebook - Fraseologia

Terminologia inglese

In inglese la parola phrasebook identifica un prontuario che contiene una selezione di frasi essenziali in una o più lingue straniere.

È una metafora informatica coerente con quelle in uso da decenni nelle interfacce grafiche, basti pensare agli oggetti che si possono trovare su una scrivania, come document, folder (cartella), clipboard (gli Appunti di Windows), notepad (blocco note), calendar, diary, dictionary, e in particolare ai vari tipi di book come address book (rubrica), workbook (cartella di lavoro) e clipbook e scrapbook (contenitori di ritagli e appunti).

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Ordinamento geografico

Universitaly è “il nuovo portale del Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca, creato appositamente per accompagnare gli studenti nel loro percorso di studi”.

Dove StudiareLa pagina Dove Studiare consente di trovare un’università scegliendo la città direttamente su una carta dell’Italia (mappa nel sito) oppure selezionando regione e provincia da due elenchi a discesa in un modulo tradizionale. 

Ho trovato davvero insolita la sequenza in cui sono elencate le regioni: non nel tipico ordine alfabetico, come negli altri siti governativi, ma nell’ordine “geografico” in cui si studiano le regioni d’Italia alla scuola elementare e cioè da ovest a est, partendo dal Piemonte al primo posto per scendere verso sud fino alla Sicilia e poi risalire e chiudere l’elenco con la Sardegna all’ultimo posto. La scelta appare ancora più curiosa perché le province / città  sono invece elencate nel classico ordine alfabetico:

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#hashtag, parola e simbolo

Word of the Year 2012 negli Stati Uniti

La prestigiosa American Dialect Society ha scelto hashtag come parola dell’anno 2012.
È entrata nel lessico inglese grazie a Twitter, il servizio di microblogging dove il simbolo # (hash) viene aggiunto come tag davanti a parole chiave per facilitare la categorizzazione dei messaggi e le ricerche per argomento, ad esempio #dolomiti.

Una parola, due concetti

#hashtagPuò essere interessante notare che in inglese hashtag identifica due concetti diversi: (1) nell’uso comune e in altri contesti informatici hashtag significa una parola (o una serie di parole senza spazi) marcata con il tag #, mentre (2) nella terminologia ufficiale di Twitter hashtag è il simbolo #, come spiegano il glossario e What Are Hashtags ("#" Symbols)?:

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(L’)Huffington Post, un nome ancora in rodaggio

immagine della testata (L'Huffington Post) e della casella di ricerca (Cerca in Huffington Post)

È online la versione italiana di The Huffington Post e anch’io ieri ho dato un’occhiata al nuovo sito, senza però riuscire a capire come si scriva il nome italiano.

Il nome va preceduto dall’articolo determinativo, L’Huffington Post oppure no, Huffington Post?
Se l’articolo fa parte del nome, va scritto con la lettera maiuscola, L’Huffington Post, o minuscola, l’Huffington Post (cfr. la Repubblica)?
Se l’articolo fa parte del nome ed è preceduto da preposizione, rimane “interno” e separato dalla preposizione, ad es. in L’Huffington Post, o si può formare una preposizione articolata (articolo “esterno”), ad es. nell’Huffington Post?
Huffington Post e HuffPost sono equivalenti? Quando va aggiunto Italia?

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Apple, Samsung e il brevetto “pinch to zoom”

Ne stanno parlando tutti i media: Samsung dovrà pagare più di un miliardo di dollari ad Apple per aver violato alcuni brevetti dell’azienda americana. Per me la notizia è interessante anche perché evidenzia un problema di gestione della terminologia.

Uno dei brevetti di Apple riguarda infatti una delle funzionalità introdotte alcuni anni fa per i dispositivi multi touch, in inglese pinch to zoom o pinch and zoom. Descrive il movimento che si fa avvicinando o allontanando pollice e indice per ridurre o ingrandire le dimensioni di visualizzazione di un’immagine o di altri oggetti.

esempi della funzionalità

Ne avevo già parlato nel 2009 in “pinch” non è solo pizzicare, evidenziando un problema terminologico nella versione italiana dei prodotti Apple che persiste tuttora.

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«C» come Congestion (e come Confusione?)

Il significato di Area C

Chi risiede a Milano ha ricevuto una lettera firmata dal sindaco Giuliano Pisapia che annuncia l’entrata in vigore di Area C. Alcuni dettagli mi hanno lasciata un po’ perplessa, ad esempio viene spiegato solo cosa prevede Area C ma non cosa sia esattamente: 

Nasce Area C – «C» come Centro, «C» come Congestion – che prevede dal lunedì al venerdì, dalle 7.30 alle 19.30, un pedaggio per entrare in automobile nella Cerchia dei Bastioni. L’avvio del nuovo provvedimento sarà accompagnato dal potenziamento del trasporto pubblico locale.

A Milano tutti parlano inglese?

logo_Area_CTrovo fuori luogo l’inglese di «C» come Congestion, non solo perché in italiano si parla comunemente di congestione con riferimento al traffico e quindi il forestierismo non ha molto senso (potrebbe anche sembrare un refuso!), ma soprattutto perché viene dato per scontato che chiunque legga, quindi anche la “sciura Pina”, conosca la congestion charge di Londra, citata indirettamente alla fine del capoverso successivo, e le associ l’esempio «C» come Congestion.

Prestiti e comunicazione

Mi piacerebbe suggerire una linea guida a chi si occupa di comunicazione istituzionale: ricorrere ai prestiti solamente se sono registrati nei dizionari di italiano come in uso da almeno cinque anni (ad es. smog e ticket). Se si ritiene di non potere fare altrimenti, spiegare il significato del prestito (ad es. chiarire cosa si intende per bike sharing).

Coerenza terminologica (per concetti vecchi e nuovi)

Nella lettera l’assenza di burocratese è sicuramente apprezzabile, però la comprensibilità del testo sarebbe stata migliorabile facendo più attenzione alla terminologia. Anche se può sembrare banale sottolinearlo, quando si introducono nuovi concetti è essenziale che vengano designati in modo univoco e senza ambiguità.

Un esempio dalla lettera: quello che pare essere un unico concetto è descritto da ben cinque termini diversi, pedaggio, ticket, congestion charge, accesso a pagamento e tariffa di accesso, creando inutile confusione per chi legge (e forse più lavoro per chi dovrà dare informazioni?).

Va anche notato che non sono mai citati né ZTL (a Milano non si dice zona a traffico limitato, troppo lungo!) né Ecopass, concetti esistenti e già noti, mentre andrebbe detto esplicitamente se Area C è il nuovo nome di uno dei due o se invece identifica un concetto nuovo, spiegando quindi le principali differenze.

Curando meglio questi dettagli, si potrebbe infine dire anche «C» come Chiarezza…


Aggiornamento giugno 2012 – Dettagli sull’uso dei forestierismi nel lessico comune, spesso superflui, e nel lessico specializzato, spesso insostituibili, in L’invasione degli anglicismi.

Aggiornamento maggio 2013 – Un altro esempio di terminologia inglese nelle comunicazioni del comune di Milano, usata però in maniera poco coerente, in Chi sono i city user di Milano?

Vedi anche: Elenco di anglicismi istituzionali

I registri del Registro delle Opposizioni

Il Registro Pubblico delle Opposizioni dovrebbe essere un “servizio per il cittadino” ma, a parte la pagina iniziale, mi sembra pensato soprattutto per chi è abituato a navigare e a districarsi con il linguaggio tecnico e burocratico.

opposizioni13Ho trovato il logo molto efficace, non altrettanto invece le modalità di comunicazione e in particolare le scelte di allocuzione: si ha l’impressione che chi ha curato il contenuto del sito non sia riuscito a decidere come rivolgersi all’utente.

In alcune pagine si è optato per un registro formale, ricorrendo però a due forme diverse:

la forma di cortesia standard (terza persona singolare), ad es. i dati da Lei conferiti; il trattamento dei Suoi dati;
una forma di cortesia obsoleta, la seconda persona plurale ormai usata solo in Italia meridionale, ad es. i Vostri dati; i dati da Voi forniti ecc. (non si tratta della seconda persona plurale “standard” tipica dei siti web perché non prevede le maiuscole di cortesia, qui invece sempre presenti, e perché nel sito viene chiaramente specificato che solo l’intestatario dell’abbonamento può seguire la procedura prevista, quindi non avrebbe molto senso rivolgersi a più di un utente contemporaneamente).

Altrove viene invece preferito un registro informale:

ci si rivolge all’utente con la forma confidenziale (seconda persona singolare), ad es. benvenuto; in questa sezione potrai scaricare.  

Spesso si ricorre anche a un registro neutro e/o burocratico, che coesiste con gli altri:

viene usata la forma impersonale tipica di manuali, istruzioni e testi legali, ad es. inserire le informazioni, è possibile selezionare, chiunque rilasci dichiarazioni mendaci sarà punito.

Queste incongruenze e vari altri problemi linguistici (e terminologici) penalizzano la comprensibilità del testo e rendono il sito poco fruibile agli utenti meno esperti. Si sarebbero potuti evitare ricorrendo a una guida di stile o seguendo le indicazioni per una comunicazione istituzionale chiara ed efficace, come quelle promosse da REI.


Vedi anche: Tu, voi o infinito?

Un blog sull’itanglese

Mi è stato segnalato un nuovo blog, StopItanglese.it [sito non più attivo]. Si occuperà esclusivamente di itanglese* (l’uso esagerato di parole inglesi in italiano), proponendosi di “monitorare la presenza di termini ed espressioni inglesi sulla carta stampata, in radio e in tv, negli annunci pubblicitari cartacei e negli spot televisivi”.

StopItanglese.it

L’argomento è sicuramente interessante, mi auguro però che venga corretta un’incongruenza abbastanza vistosa: nei testi e nella grafica itanglese e italiano vengono scritti a volte con l’iniziale minuscola e più spesso con l’iniziale maiuscola. Mi sembra anche questo un esempio di itanglese, sicuramente involontario, perché in italiano, a differenza dell’inglese, i nomi e gli aggettivi di lingue e nazionalità, come pure i nomi dei mesi, andrebbero scritti con l’iniziale minuscola.


* Ne ho parlato in itanglese, Gergo aziendale inglese, Una casa shabby al punto giusto, itanglese 2 (social, digital e switch) e Inglesismi visti da un inglese.

PS  Il post Germanismi in inglese e anglicismi in tedesco è stato aggiornato.

Font, typeface, famiglie e tipi di carattere – 2

A inizio ottobre non immaginavo che avrei avuto un “argomento del mese” ma è ovvio che è stato così se oggi vi suggerisco di leggere Più font per tutti, un articolo davvero interessante sulla storia della parola font e relative questioni linguistiche.

Per concludere l’argomento, come preannunciato qui, diagrammaaggiungo alcune considerazioni  abbastanza tipiche per chi si occupa di localizzazione. Sono suggerite dalle differenze di terminologia  tra Adobe e Microsoft riassunte in questa tabella:

  Adobe – inglese. Microsoft – inglese Adobe – italiano Microsoft – italiano
1 typeface,
font family
.
font family
tipo di carattere, 
famiglia di caratteri, carattere tipografico,
font
.
.
famiglia di caratteri
2 .
[individual] font
typeface,
font
.
[singolo] font
.
carattere tipografico, tipo di carattere
3 font font font tipo di carattere

Nella localizzazione di un prodotto, l’adeguatezza delle scelte terminologiche per la lingua di arrivo può essere influenzate da diversi fattori e modalità di gestione della terminologia:

Nella lingua di partenza, non sempre è determinante fare riferimento all’etimologia o al significato standard dei termini di un settore specializzato perché quando sono adottati in ambito informatico possono subire uno slittamento di significato, come dimostra la sovrapposizione di font e typeface in inglese.
Altro esempio: Tasti di scelta (rapida).
Come evidenziavo nel post precedente, a concetti facilmente identificabili non sempre corrispondono segni linguistici univoci e quindi nella gestione della terminologia è di fondamentale importanza disporre di definizioni accurate che eliminino ogni ambiguità e chiariscano le relazioni tra concetti (e termini associati).
Esempi: Che relazione c’è tra obsoleto, disapprovato e deprecato? e border / boundary / edge / perimeter network.
È sempre preferibile un approccio onomasiologico: si analizza il concetto, gli elementi che lo contraddistinguono e il contesto di utilizzo della lingua di partenza e quindi si cerca un’equivalenza* nella lingua di arrivo, evitando la tentazione di “tradurre” letteralmente il termine.   
Esempi: nudge e Ribbon/Elements Gallery.
Nella scelta della terminologia possono intervenire fattori extralinguistici. Chi introduce un prodotto nuovo in un settore dove c’è già un leader di mercato, ad esempio, potrebbe dover scegliere tra congruenza terminologica con i propri prodotti, con il prodotto leader (per facilitare l’adozione da parte degli utenti esistenti riducendo l’impatto sulla curva di apprendimento) o con il sistema operativo più diffuso in quell’ambito: nel caso di font, typeface ecc., la scelta potrebbe essere tra terminologia Microsoft e terminologia Adobe, in altri contesti tra terminologia Microsoft e terminologia Apple.  
Credo sia ovvio che nessun termine dovrebbe essere gestito individualmente ma sempre all’interno del sistema concettuale a cui appartiene e in base alla destinazione del prodotto. Ho quindi qualche perplessità su alcuni progetti di terminologia in crowdsourcing o aperti alle community e soprattutto su certi forum dove chi traduce sottopone un termine all’attenzione dei colleghi, spesso senza identificare concetto, termini correlati e tipo di utente finale, per poi scegliere la “traduzione” che ha ottenuto più voti.
Esempio: Effetto mouseover: la “serrandina”.

In conclusione, per quanto le incongruenze terminologiche di Microsoft e Adobe possano apparire ovvie, non si può dire a priori quale sia la terminologia più adeguata: ciascuna va valutata all’interno del proprio sistema concettuale.

* Come postilla aggiungo un esempio di equivalenza di materiale nella lingua di arrivo per un ipotetico terminologo che, una ventina di anni fa, si fosse trovato a dover scegliere la terminologia italiana per i tre concetti che hanno ispirato questo post. È il Manuale del grafico di Giorgio Fioravanti in un’edizione del 1987, quando, presumibilmente, la terminologia tipografica italiana non era ancora stata influenzata né da software localizzato né da calchi o prestiti dall’inglese (grassetti miei):

I caratteri vengono generalmente indicati con il nome del disegnatore, con quello della casa produttrice o con nomi di fantasia. Al nome, e in alcuni casi al numero della serie, si accompagna l’indicazione della forma (tondo o corsivo) o della sua proporzione (largo o stretto) e della grossezza delle aste (chiarissimo, chiaro, neretto, nero o nerissimo). Solo alcune serie di caratteri dispongono di molte varianti. I caratteri utilizzati per i testi comprendono generalmente il tondo e il corsivo, nelle varianti chiare e nere.

[come esempi vengono elencate le varianti della serie di caratteri Univers, ad es. Univers 65 Medium, Univers 39 Ultra Light Extra Condensed ecc.]


Altri post sull’argomento font e caratteri:

Caratteri, font e simboli scientifici 
Font è maschile o femminile? 
Font, typeface, famiglie e tipi di carattere – 1 
A lesson on typography (tipografia cinetica) 
Caratteri maschili e femminili… 

Font, typeface, famiglie e tipi di carattere – 1

Torno a parlare del post di Mara, Font maschile o femminile: richiesta di un lettore, sulla differenza tra font e typeface e su quale possa essere la terminologia che meglio renda typeface in italiano, perché un’analisi anche molto limitata dei due termini, in un ambito informatico ristretto, evidenzia problemi familiari a chi si occupa di localizzazione.

Per identificare i concetti in questione, consentitemi innanzitutto un’analogia molto rudimentale: consideriamo un’ipotetica famiglia Rossi, i suoi singoli componenti (Mario Rossi, Anna Rossi, Carlo Rossi) e i loro diversi modi di presentarsi (Anna con o senza occhiali, Mario svestito, in giacca e cravatta oppure con la stessa giacca ma i jeans ecc.). Le singole persone sono sempre le stesse ma a seconda dei casi sono considerate collettivamente, come membri di un gruppo oppure individualmente.

Ritornando ora all’aspetto del testo in un documento, soffermiamoci su questi concetti:

1 una raccolta di set di caratteri che hanno caratteristiche simili e sono stati disegnati per essere usati assieme, ad es. quelli denominati Arial o quelli denominati Lucida
2 all’interno della raccolta, un set di caratteri con caratteristiche comuni, ad es. Arial Narrow e Arial Black 
3 tutti i caratteri di un set contraddistinti da una specifica combinazione di varianti, ad es. la dimensione in punti e lo stile, come 10 point Arial Narrow bold e
12 point Arial Black italic

alcuni esempi relativi ai tre concetti descritti sopra

Credo che i tre concetti siano sufficientemente chiari. Il problema, come dicevo qui, è che a concetti facilmente identificabili non sempre corrispondono segni linguistici univoci:  basta dare un’occhiata ai termini usati da due dei principali produttori di software per notare palesi differenze terminologiche.

Nella documentazione di Adobe InDesign si trova questa terminologia (definizioni al passaggio del mouse):

1 Typeface (anche type family e font family), in italiano tipo di carattere (anche famiglia di caratteri o famiglia di font) 
2 [Member of a font family, individual font; in italiano singolo font]     
3 Font, in italiano font (maschile)    

(in altri contesti Adobe typeface è reso in italiano con font e in altri con carattere tipografico)

Nel database terminologico Microsoft troviamo invece:

1 Font family, in italiano: famiglia di caratteri
2 Typeface, in italiano carattere tipografico
3 Font, in italiano tipo di carattere

Fonts, typefaces, point sizes, and attributes (MSDN) sottolinea inoltre che typeface e font identificano due concetti diversi (2 e 3) ma che in ambiti non tecnici si tende a usare font per entrambi (infatti chi adopera software non specialistico in inglese è abituato a scegliere da un elenco denominato Font e non Typeface!).

Il caso di font e typeface è quindi simile a quello descritto in Tasti di scelta (rapida) ed evidenzia l’arbitrarietà del segno linguistico: non solo sono state assegnate "etichette" diverse (i termini) a uno stesso concetto ma la stessa “etichetta” viene anche usata per identificare concetti diversi, come segnalato anche dal lettore di Mara.

Se si estende la ricerca terminologica ad altri produttori di software si notano altre differenze e la confusione aumenta ancor più nel passaggio da una lingua all’altra o confrontando diversi ambiti d’uso, ad es. la composizione tipografica tradizionale e il desktop publishing.

Senza ulteriori informazioni sul contesto e sugli altri concetti correlati che vi appaiono diventa quindi difficile dare una risposta al lettore di Mara. Vorrei comunque usare questo esempio per condividere alcune considerazioni pratiche con chi si occupa di localizzazione ma, vista la lunghezza già raggiunta da questo post, le rimando a un prossimo intervento, Font, typeface, famiglie e tipi di carattere – 2 [link aggiunto]. 

PS Ne approfitto per segnalare un glossarietto che mi è sempre piaciuto molto, A disagreeably facetious type glossary for the amusement & edification of people beginning a love affair with fonts. Descrive alcuni termini usati in ambito tipografico con informazioni spesso curiose, ad es. spiega perché in inglese maiuscole e minuscole si chiamano uppercase e lowercase.  

iPad, “flick” e terminologizzazione

iPad è ora disponibile anche in Italia e così ho dato un’occhiata al manuale italiano per vedere se fosse stato risolto il problema terminologico di cui avevo parlato qualche mese fa (iPhone e iPod), però non ho notato novità né per pinch (esempi qui) né per un altro termine correlato, flick.

Nel lessico comune inglese flick può indicare il movimento veloce, spesso ripetuto, che si fa con un pollice o soprattutto con l’indice per spostare o eliminare qualcosa di piccole dimensioni, ad es. delle briciole, una macchiolina o un insettino da una manica.

il gesto "flick" descritto graficamente nella documentazione AppleNei dispositivi con touch screen, specialmente in ambito Apple, flick indica il gesto rapido che si fa con un dito per far scorrere una pagina, per passare alla foto successiva di una raccolta, ecc.  Nella documentazione italiana di iPhone e iPad, flick viene reso in vari modi, ad es. “dare un colpetto” (qui), “fare scorrere le dita”, “scorrere”, “scorrere le dita”, a volte anche nello stesso contesto in cui appare scroll, altro termine a cui viene associato il verbo italiano scorrere, e in alcuni casi si crea confusione (esempi qui, dai manuali in inglese e in italiano). 

Ho pensato di parlarne perché pinch e flick mettono in evidenza un potenziale problema terminologico che, se non viene riconosciuto “a monte” nella lingua di partenza, può causare errori di localizzazione e incongruenze nelle lingue di arrivo.

terminologizzazioneCome pinch, anche flick è un esempio tipico di terminologizzazione, un meccanismo di formazione di neologismi semantici molto comune in ambito informatico: una parola del lessico generico acquista un nuovo significato e diventa un termine che rappresenta un concetto particolare in un ambito specifico (ne ho già parlato altre volte, ad es. qui, qui e qui).

Per chi si occupa di gestione della terminologia, è un processo linguistico molto interessante ma che può complicare il lavoro terminologico rivolto alla localizzazione:

Raramente i neologismi semantici vengono identificati dai sistemi di estrazione automatica della terminologia (term mining), proprio perché hanno la stessa forma linguistica di parole generiche.
Spesso sfuggono anche all’estrazione manuale, ad es. da parte del team di sviluppo del prodotto, specialmente se chi se ne occupa lavora solo nella lingua di partenza e non ha particolari competenze terminologiche: difficile che i neologismi semantici vengano riconosciuti come termini.
Possono avere un impatto imprevisto sul contenuto e sui sistemi concettuali descritti nel database terminologico. Esempio: se viene documentato il termine ribbon (elemento di interfaccia), va creata una scheda terminologica anche per la la forma Ribbon nelle Illustrazioni di Office 2007parola ribbon (un elemento grafico generico) per evitare problemi nelle lingue di arrivo se appaiono nello stesso prodotto e le “traduzioni” per termine e parola sono diverse? Se sì, ci si può limitare a documentare solo il nome dell’elemento in questione, o, per coerenza, vanno aggiunti anche quelli degli altri elementi correlati, anche se abbastanza irrilevanti perché non rappresentano alcun concetto specifico, quindi di regola non ammessi nel database? Quando si progetta un sistema di gestione della terminologia, è importante porsi anche queste domande.  
Se non identificati, questi termini possono creare incongruenze nella lingua d’arrivo, come nel caso di pinch e flick, e impedire che un concetto importante venga facilmente condiviso (ad es. se si vuole parlarne senza ambiguità), con potenziali conseguenze sull’esperienza dell’utente.

È sicuramente superfluo dirlo ancora una volta, ma in tutti questi casi la collaborazione di chi localizza è davvero essenziale! 

Vedi anche: Internet e determinologizzazione, per il processo opposto.

System tray e incongruenze terminologiche

In Italian Localization problem n. 1 – System tray, Roberto Savelli evidenzia un problema terminologico non così raro, quello dei termini il cui significato nella lingua di partenza appare chiaro ma per i quali non sembrerebbe esserci un termine consolidato nella lingua di arrivo. system tray - area di notificaL’esempio riguarda system tray, che in inglese identifica l’area inferiore destra del desktop di Windows dove appaiono notifiche e indicazioni di stato.

L’ho trovato uno spunto molto interessante e ne approfitto per aggiungere qualche commento sulle incongruenze terminologiche nella localizzazione, pensando soprattutto a studenti di traduzione o a chi non ha ancora molta familiarità con questa attività.

Le linee guida sull’ambiente Windows chiariscono che system tray, come pure il meno frequente status area, sono termini da evitare in favore di notification area. per un esempio di concetto con più realizzazioni lessicali, vedere Concetti e termini: un esempio dai Office per Mac
È un tipico esempio di un singolo concetto che ha tre diverse realizzazioni lessicali; in un database terminologico orientato al concetto, i tre termini possono essere rappresentati evidenziando quello da privilegiare e documentando quelli non ammessi od obsoleti, ad es. system tray e status area, con indicazioni d’uso per gli interventi nelle varie fasi del ciclo di vita del prodotto, sia nella lingua di partenza che in quelle di arrivo, dove si può ricorrere a un unico termine associato a tutte le occorrenze della lingua di partenza e risolvere così le incongruenze originali.

Roberto osserva che in Windows 7 e Windows Vista italiani il concetto rappresentato da system tray è reso da area di notifica, a sua volta associato anche a notification area (termine standard), ma nota che nelle stringhe di altri prodotti Microsoft meno recenti si trova anche system tray barra delle applicazioni. L’incongruenza potrebbe essere dovuta a un banale errore, alla mancanza, a suo tempo, dell’informazione che in inglese system tray = notification area, a uno slittamento di significato intercorso nel frattempo (in origine tray indicava l’intera fascia inferiore del desktop, poi chiamata taskbar in inglese), ma potrebbe anche darsi che si sia volutamente optato per l’iperonimo (taskbar barra delle applicazioni) se il contesto originale indicava che era sufficiente un riferimento più generico: è un’opzione terminologica non molto diffusa ma accettabile se ben motivata (vedi esempio di scan digitalizzare).  

Le mie sono solo supposizioni, non posso infatti sapere se system tray barra delle applicazioni sia una scelta consapevole o meno, è certo però che in molti altri casi si notano incongruenze terminologiche palesi e non giustificabili, anche se meno frequentemente di tempo fa, e ci si domanda come siano potute sfuggire, visto che da anni si ricorre a sistemi di gestione della terminologia avanzati, a strumenti per la verifica della coerenza terminologica, e a processi di lavoro ben definiti che dovrebbero evitare questi problemi. Entrano però in gioco altri fattori, ad esempio: 

Fase di sviluppo
L’ambito aziendale è estremamente complesso e a uno stesso prodotto possono lavorare centinaia di persone, non sempre abituate a ragionare in termini linguistici e magari con percezioni diverse dei concetti e dei termini associati: basti pensare all’esempio estremo della terminologia che descrive i
tasti di scelta oppure, per rimanere in tema, al termine inglese taskbar, che può indicare sia l’intera fascia inferiore del desktop che la porzione con le icone delle applicazioni, come in questi due esempi (descrizione al passaggio del mouse):

in questo esempio, "taskbar" indica tutta la fascia inferiore del desktop
in questo esempio, "taskbar" indica solo la porzione con le icone delle applicazioni (fare clic sull'immagine per ingrandirla) 

È chiaro che le incongruenze nella lingua di partenza, se non risolte, possono moltiplicarsi in quelle di arrivo. Roberto fa bene a ricordare che eventuali problemi nel materiale di origine andrebbero segnalati agli autori.
Fase di localizzazione
Non sempre è possibile identificare e documentare tutta la terminologia di un prodotto nella fase di sviluppo; quella “sfuggita” andrebbe evidenziata durante la localizzazione, in modo che si possano definire i concetti eliminando possibili ambiguità. Eppure, nonostante processi ben definiti per la gestione della terminologia, non sempre chi localizza dà il suo apporto (mancanza di tempo? scarsa familiarità con procedure e flussi di lavoro? difficoltà a individuare concetti e terminologia correlata?) e quando si scopre il problema può essere troppo tardi per risolverlo.
Fase post rilascio
Le modifiche terminologiche per le versioni successive di un prodotto sono soggette a valutazione e si evitano cambiamenti costosi se si ritiene che l’impatto delle incongruenze sull’esperienza dell’utente sia minimo*, come immagino potrebbe essere per system tray barra delle applicazioni, decidendo quindi di non correggere tutte le occorrenze nelle stringhe riciclate (anche se molto visibili nei risultati di ricerche terminologiche, potrebbero invece essere marginali nel prodotto e non essere mai incontrate dalla maggioranza degli utenti, ad es. se appaiono in messaggi di errore poco frequenti). In questo scenario, è chiara l’importanza di individuare e definire la terminologia il prima possibile nel ciclo di vita del prodotto per evitare, in seguito, inutili complicazioni.

* un esempio incongruenze che hanno un basso impatto sull’utente potrebbero essere le varie traduzioni italiane di incorrect password, che nel software di produttori diversi diventa password errata, password non corretta e password sbagliata, a volte nello stesso contesto (o addirittura password incorretta, un vecchissimo esempio che ho sentito fare anche recentemente e che trovo sicuramente valido da un punto di vista linguistico/accademico ma poco rilevante dal punto di vista dell’utente e relativa curva di apprendimento: per quanto orribile, incorretto non crea problemi di comprensione). Ben altro impatto avrebbero invece incongruenze nella traduzione di form con maschera, modulo e form (molti esempi in rete) perché sarebbe difficile capire se fanno riferimento allo stesso concetto.

Conclusioni alla fine di questo lunghissimo post? Nessuna in particolare, se non quella, credo ovvia, che per una riuscita soddisfacente del lavoro terminologico è importante la collaborazione attiva da parte di chi localizza (anche se non coinvolto direttamente nella gestione della terminologia), da cui ci si aspetta la capacità di riconoscere e analizzare eventuali problemi e quindi proporre soluzioni.
……

Risultati di ricerca e immagini in Google

Davvero apprezzabile la capacità di Google di implementare modifiche in maniera rapida, una cosa che non si può sempre dare per scontata nelle grandi aziende.

Dopo la polemica di ieri sulle foto di Michelle Obama è subito apparsa la spiegazione del perché di certi risultati di ricerca. E noto con interesse che è anche cambiata l’interfaccia che avevo descritto nel post di due giorni fa, Report images <> Segnala immagini.

Nuova interfaccia: 

 Google - Segnala immagini non appropriate

Interfaccia precedente:

Google - Segnala immagini

Report images <> Segnala immagini

Aggiornamento 25 novembre 2009: Google ha modificato l’interfaccia descritta in questo post. I dettagli qui.

Nei risultati di alcune ricerche di testo Google propone anche una serie di immagini. Nell’interfaccia italiana appaiono sotto a un titolo composto da due collegamenti, Risultati illustrati per xyz  e Segnala immagini:

Google - Risultati illustrati 

Pensavo che Segnala immagini fosse un’opzione per comunicare al motore di ricerca l’indirizzo di immagini non indicizzate o qualcosa del genere, ma mi sbagliavo, e come me le altre persone con cui ho verificato. Si tratta infatti di un modo per fare sapere se sono apparse immagini oltraggiose: il collegamento si espande in Segnala le seguenti immagini come immagini offensive.

Il verbo report nella stringa originale, Report images, corrisponde più o meno “denunciare” e il significato in inglese è chiaro. La scelta di localizzarlo in italiano con segnalare è adeguata se il contesto fornisce l’informazione che si intende “dichiarare un problema”, altrimenti segnalare viene interpretato nella sua accezione più comune di “far conoscere”, “indicare”.

Google - Image results

Si sarebbe potuta evitare l’ambiguità rendendo esplicito l’argomento, ad es. optando per Segnala immagini offensive. Inoltre, anche se qui non ci sono problemi di lunghezza, si sarebbe potuto abbreviare il collegamento precedente, Risultati illustrati per xyz, in Immagini per xyz, utile per la curva di apprendimento perché comunica subito che scegliendolo si otterranno gli stessi risultati della categoria di ricerca Immagini: in inglese l’informazione è data dal termine image che ricorre in tutte le stringhe (Images, Image results e Report images) e per coerenza si sarebbe dovuta mantenere la stessa terminologia anche in italiano.

Mi rendo conto che questo non è un esempio cruciale, visto che basta un clic per risolvere l’ambiguità, ma credo sottolinei comunque l’importanza di rivedere sempre le scelte di localizzazione dal punto di vista dell’utente finale ignaro dell’interfaccia originale, verificando quindi che nella lingua di arrivo siano presenti tutte le informazioni, anche quelle implicite, della lingua di partenza.
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