Post con tag “calchi”
Scheda audio con suono chiaro e cristallino
Tagline multilingue di una scheda audio:
A parte il vistoso problema di concordanza, nella versione italiana si può notare che l’espressione inglese crystal clear* è stata resa con un ridondante chiaro e cristallino e non, più semplicemente, con cristallino (o con un suo sinonimo).
I motori di ricerca indicano che la locuzione chiaro e cristallino riferita alla qualità del suono viene usata quasi esclusivamente per descrivere prodotti audio. Sarebbe interessante capire se in questo ambito chiaro e cristallino ha assunto un significato specifico oppure se si tratta solo di un calco piuttosto diffuso, visto che i prodotti a cui si riferisce sono perlopiù importati e la loro documentazione è tradotta.
- – -
* In inglese crystal clear equivale a “perfettamente chiaro” e può descrivere aspetto, suono o comunicazione; c’è anche l’aggettivo crystalline ma ha una frequenza d’uso bassa, limitata al linguaggio letterario, dove evoca trasparenza, e alla chimica e alla mineralogia.
Eponimi inglesi (e capi di abbigliamento)
L’articolo 30 words inspired by 29 people and an elephant elenca parole inglesi che derivano da nomi propri. In alcuni casi esiste un equivalente italiano, subito riconoscibile come eponimo (ad es. machiavellico), in altri casi il calco dall’inglese e la relativa etimologia sono meno ovvi, ad es. linciare.
Mi ha sempre incuriosita il termine inglese gerrymandering, la pratica di disegnare i collegi elettorali in modo che siano favorevoli a un certo candidato. È una parola macedonia nata dalla sintesi di Gerry (il nome del candidato) e salamander, dalla forma tortuosa che aveva assunto il collegio elettorale.
Altro dettaglio: in inglese parecchi riferimenti all’abbigliamento derivano da nomi propri di persona o luogo. Oltre a cardigan, leotard, wellingtons, raglan sleeve, citati nell’articolo, mi vengono in mente anche balaclava, bermuda, panama (hat), plimsoll, spencer, teddy, stetson e trilby (e sicuramente ce ne sono molti altri).
Invece il giaccone che in italiano si chiama montgomery, dal nome del generale, in inglese è duffel coat. Altro falso amico è smoking, in inglese tuxedo (dal Tuxedo Park country club), il che mi fa pensare a un errore che ho visto recentemente sul Corriere quando è stata riportata la notizia che era morto Socks, l’ex gatto dei Clinton. Un riferimento in inglese:
Socks was what feline-lovers call a tuxedo cat – mostly black with white down the front and belly and on his feet, suggesting a fashionable dandy in a black satin evening jacket with a snowy shirt peeping out. (Huffington Post)
Il giornalista Elmar Burchia in Morto Socks, il gatto dei Clinton non ha capito che tuxedo faceva riferimento all’aspetto del gatto e ha pensato si trattasse della razza:
Sidecar file – file collaterale
Post pubblicato il 19 gennaio 2009 in blogs.technet.com/terminologia

In contesto di file multimediali in genere il termine sidecar file fa riferimento a un file XMP in cui possono essere registrati i metadati relativi a una risorsa, contenuti così in un file “esterno” ma collegato al file della risorsa, con cui condivide il nome (ma non l’estensione): ecco la metafora del sidecar.
Incontrando per la prima volta sidecar file in materiale da localizzare in italiano si potrebbero valutare varie opzioni, ad es. il calco file sidecar o un’equivalenza pragmatica, ad es. file correlato o file esterno XMP, ma in questo caso non sarebbe l’approccio da preferire.
Va infatti considerato che le specifiche XMP sono state definite da Adobe, che ha diffuso il termine sidecar file usandolo in vari prodotti (es. di Photoshop qui) e quindi, appurato che anche nel prodotto Microsoft sidecar file fa riferimento a questo tipo di contesto, va favorita la coerenza con la terminologia già usata nel mercato italiano, file collaterale (es. localizzato qui): chi ha già familiarità con il concetto lo riconoscerà e non dovrà imparare un nuovo termine.
Il Portale linguistico Microsoft è a disposizione di chi abbia la necessità di fare questo tipo di ricerche per la terminologia Microsoft ma anche altri produttori di software rendono facilmente consultabile il loro materiale, come accennato in Documentazione multilingue
PS Grazie a Sabina per avermi dato l’idea per questo post.
Fotocamere e macchine fotografiche digitali
Post pubblicato il 16 gennaio 2009 in blogs.technet.com/terminologia
Oggi sono usciti i primi ritratti ufficiali di Barack Obama. Il Corriere ne parla in Prima foto ufficiale di un presidente americano con una macchina digitale.
Ho notato il titolo perché è da un po’ che faccio attenzione a cosa si dice in italiano per descrivere gli apparecchi che scattano foto digitali.
Il supporto alla fotografia digitale è presente in molti prodotti Microsoft, da parecchi anni. L’inglese digital camera è stato subito localizzato in italiano con il calco fotocamera digitale: è il termine usato in ambito professionale e dai produttori degli apparecchi ed è ampiamente documentato.
Mi sono però sempre domandata se, con la diffusione della tecnologia in ambito non specializzato, sarebbe stato confermato fotocamera digitale anche nell’uso comune oppure se sarebbero apparse alternative più vicine al termine tradizionale, macchina fotografica.
In effetti ho visto che macchina fotografica digitale si sta diffondendo sempre di più, seguito a distanza da macchina digitale (es. del titolo del Corriere).
La mia sensazione è che nel linguaggio comune si affermerà macchina fotografica per indicare le fotocamere digitali e invece nasceranno dei retronimi, ad es. macchina fotografica tradizionale, per far riferimento ai modelli con pellicola.
Intanto nei prodotti Microsoft continueremo a usare fotocamera digitale.
PS L’articolo del Corriere conteneva un falso amico, poi corretto: il termine fotografico lens tradotto con lente mentre sarebbe appropriato obiettivo.
Granularity – granularità
Post pubblicato il 9 dicembre 2008 in blogs.technet.com/terminologia
Stiamo lavorando sulla terminologia di Windows 7 e ho notato un ulteriore contesto in cui appare il termine granularity. In italiano verrà confermato granularità, un calco che ha ormai una notevole diffusione.
In vari ambiti, tra cui quello informatico, granularità indica il livello di dettaglio utilizzato per descrivere un’attività o una funzionalità con riferimento alle dimensioni degli elementi che la compongono o che vengono gestiti: si passa dalla granularità grossolana (coarse) per componenti relativamente grandi alla granularità fine (fine) per componenti più piccoli. Il database terminologico Microsoft riporta alcuni esempi nei prodotti Microsoft.
Curioso, invece, che nessuno dei dizionari italiani che ho consultato, anche un paio di edizioni 2009, documenti questo significato che è ormai solo relativamente recente. Se riportato, granularità fa riferimento alle dimensioni dei grani d’argento nell’emulsione fotografica mentre per granulare vengono descritti l’accezione generica "costituito da granelli/granuli" e i significati fotografico e petrografico (relativo alle caratteristiche di alcune rocce).
Per saperne di più sull’origine del termine granularità e sul suo uso, in particolare nell’ambito delle discipline del libro e del documento, il dettagliatissimo saggio Granularità: un percorso di analisi di Maurizio Zani.
Commento di .mau.
Io ad esempio avrei preferito "grana grossa/grana fine", anche se ho usato "granularità" come termine generale in quel tipo di contesto.
Mio commento:
@ .mau. In genere, quando introduciamo un nuovo termine nei prodotti italiani ("nuovo" nel senso che non era ancora apparso in altri prodotti) verifichiamo se in italiano, nello stesso ambito o in contesti simili, esista già un termine corrispondente. Se sì, quando possibile cerchiamo di adeguarci perché così chi ha già familiarità con il concetto lo riconoscerà e/o potrà trovare facilmente altre informazioni, anche in materiale non Microsoft. Può quindi capitare di optare per un termine che da un punto di vista terminologico/linguistico non è forse particolarmente felice ma è comunque quello più diffuso ed effettivamente usato da coloro ai quali è destinato il prodotto.
Per concludere: l’aggettivo grossolano non piace particolarmente neanche a me ma ad altri pare proprio di sì
![]()
Loro sì, nidificano!
Post pubblicato il 21 ottobre 2008 in blogs.technet.com/terminologia
Oggi il Corriere parla degli effetti dei cambiamenti del clima sul comportamento degli uccelli migratori:
| negli ultimi 30 anni gli uccelli che in inverno si trovano a Sud del Sahara e che decidono in primavera di partire verso Nord a nidificare [...] hanno anticipato la partenza almeno di un giorno ogni 3 anni |
Qui il verbo nidificare ("costruire il nido") è perfetto. Quando lo vedo in contesti informatici come traduzione di nest, invece, sono sempre abbastanza perplessa.
In inglese il sostantivo nest indica non solo il nido ma anche un insieme di oggetti di dimensioni diverse contenuti l’uno dentro l’altro, tipo matrioska, ad es. a nest of boxes. Come prevedibile, il verbo nest descrive la costruzione del nido e l’inserimento di elementi più piccoli in altri più grandi ma ha anche un significato specifico:
| To organize information, especially in a computer program, so that some of the information is recognized as separate but is included or contained in a larger part of the information. [LDOCE] |
Non ho idea di come nidificare e nidificato abbiano preso piede in italiano (in Internet si contano migliaia di occorrenze!). Considerando che la gestione sistematica della terminologia nella localizzazione è relativamente recente, immagino che chi per primo ha tradotto si sia limitato a usare quello che gli proponeva il dizionario, senza riflettere sulla mancata corrispondenza di significato, e un po’ alla volta il termine si sia… annidato (altro calco diffuso, ma se è vero che annidare ha un significato più ampio rispetto a nidificare, può avere connotazioni negative e comunque non rende il senso dell’inglese nest).
Ogni tanto qualcuno mi domanda se il termine nidificare sia stato introdotto con i prodotti Microsoft, oppure se già circolasse in italiano quando per la prima volta il verbo inglese nest è apparso in un prodotto da localizzare. Non c’ero e il dubbio rimane. Magari qualcuno che mi legge ne sa di più?
PS Sempre in tema aviario, ho parlato di migrare qui.
Commento di Fabrizio Balzarini:
| L’uso del termine ‘nidificare’, per descrivere procedure che ne contengono altre, da anni ha suscitato in me non poche perplessità e ho anche presentato un quesito specifico all’Accademia della Crusca (senza esito alcuno). La cosa che mi sembra evidente è che il verbo ‘nidificare’ è intransitivo e quello ‘annidare’ è, invece, transitivo. Se si voleva dare questo significato a ‘nest’, doveva essere scelta, almeno, la traduzione di ‘nest’ nell’accezione transitiva e, quindi, con ‘annidare. Chi lo ha tradotto la prima volta ha ignorato questa ’sfumatura’ insignificante! Sarà stata ignoranza o superficialità? Poi, nelle traduzioni automatiche e non, l’errore è rimasto e nessuno se ne è più curato: non sono questi tempi in cui ci si chiede il perché delle cose, purtroppo. |
Ancora Fabrizio:
| Scusa, non ho risposto alla domanda: il termine lo ho visto per la prima volta in un manuale della Microsoft (non ricordo di cosa, ma e ho deriso mentalmente l’ignoranza del traduttore e, per estensione, la scarsa professionalità della Microsoft). Alla facoltà di informatica, e sono ormai venticinque anni or sono, non ricordo di averlo sentito nominare. So solo che me ne sarei accorto sicuramente se, al contrario, lo avessi sentito. Non ho documenti che possano aiutare la mia memoria: del resto, come posso trovare qualcosa in un documento, quando non c’era? |
Licia:
| @Fabrizio, grazie per le informazioni. Confermi qualche sospetto che già avevo…
… |
Animali nella terminologia informatica
Pubblicato il 10 ottobre 2008 in blogs.technet.com/terminologia
English version: Animals and… IT terminology!
Ieri stavo rivedendo alcuni termini di Microsoft Project, tra i quali turtle contour: si tratta di un profilo di distribuzione del carico di lavoro rappresentato graficamente da . In italiano turtle è stato reso con carico centrale, evitando ogni riferimento alla forma del guscio della tartaruga.
Mi sa che avevo bisogno di una pausa perché mi sono distratta a pensare ai termini informatici che in inglese contengono riferimenti agli animali…
Come prevedibile, in questi casi le metafore relative a esseri viventi espresse dai neologismi semantici inglesi non appaiono riproducibili in italiano e in genere si opta per dei prestiti. Questi gli "animali" che mi sono venuti in mente:
| ▄ | mouse – nella maggioranza delle altre lingue il nome del dispositivo coincide con quello del roditore ma l’italiano si distingue per il prestito; |
| ▄ | bug – per indicare un errore di programmazione, nella terminologia Microsoft si preferisce il termine inglese originale al calco omonimico baco; |
| ▄ | spider – termine inglese anche per i programmi utilizzati dai motori di ricerca per identificare nuove informazioni sul Web. Effettivamente in italiano sarebbe ridicolo fare riferimento ai ragni sulle ragnatele (web) ma a quanto pare non lo è in altre lingue, ad es., anche senza aver fatto il liceo classico, qualche sospetto sul greco αράχνη mi viene… |
| ▄ | virus - non proprio un animale e poi è latino e non inglese, ma lo includo lo stesso perché è uno dei pochi termini veramente internazionali; |
| ▄ | worm – prestito anche per il codice malintenzionato che si autoreplica e si propaga automaticamente; altre lingue invece traducono, ad es. in spagnolo si dice gusano, come il verme nella tequila; |
| ▄ | watchdog – il "cane da guardia" è un sistema di temporizzazione hardware e anche in questo caso si preferisce il prestito. |
Altri riferimenti meno diretti ad animali, sempre in inglese:
| ▄ | un termine informale per descrivere la posta tradizionale, lenta come una lumaca rispetto a quella elettronica, è snail mail; |
| ▄ | chi ricorda Veronica, uno dei primi servizi per Internet, saprà che il nome era un acronimo con un riferimento ai "roditori", very easy rodent-oriented Netwide index to computerized archives. |
E in italiano, senza influenze dell’inglese? Mi vengono in mente solo chiocciola per il simbolo @ e bufala.
Per finire, quiz: chi sa cos’è lo schema Gatto (Cat layout) in Windows Vista?
Qui sotto alcuni commenti che erano stati aggiunti al post originale.
Commento di Enrico:
Perdona la curiosità, ma che tipo di insetto è quello nella foto, se lo sai?
Licia:
Ciao Enrico, è una cimice, odioso insetto comunissimo in questo periodo nel giardino di mia mamma, dove è stata fatta questa foto. Qui però sembra quasi un simpatico animaletto…
La foto ha una descrizione che appare al passaggio del mouse, ma mi dicono che si vede solo con Internet Explorer e non con altri browser. Ad ogni modo, ho deciso di usarla perché in inglese (soprattutto americano) bug è un nome generico che indica qualsiasi tipo di insetto e quindi mi sembrava che fosse legato all’argomento… Bug colloquialmente è anche molto usato per indicare un virus, ad esempio tummy bug è un virus intestinale.
Commento di Ivan:
In effetti, se non usi explorer, il commento non si vede. Per fortuna non si sente neanche la puzza che questo insetto emette se spaventato!
Licia:
@ Ivan: pensa che conosco chi in sbaglio ne ha mangiata una. Ha dovuto fare i gargarismi con la Lemonsoda per cercare di liberarsi del sapore.
Commento di Elio:
Sono io! Non riuscivo a far sparire il saporaccio neanche con le Fisherman Bianche! Per fortuna la lemonsoda (unico liquido a portata di mano) è riuscita nell’intento.
È un’esperienza che non auguro a nessuno…
Io puffo, tu puffi, noi effettuiamo
Post pubblicato il 3 ottobre 2008 in blogs.technet.com/terminologia
Ieri mi è capitata tra le mani una rivista con un articolo sul 50º anniversario della nascita dei Puffi.
Mentre la sfogliavo, intontita dalla stanchezza, mi sono detta che, a pensarci bene (?!), c’è un punto in comune tra il linguaggio dei Puffi e un certo tipo di terminologia informatica: se loro usano il verbo puffare, noi abbiamo effettuare!
In alcuni ambiti tecnici e specializzati i prestiti dall’inglese sono un fenomeno abbastanza comune. In genere si tratta di sostantivi che vengono adottati come prestiti non integrati, con ortografia e comportamento diversi da quelli dei sostantivi italiani (il plurale è invariato). Se però in inglese sono presenti anche verbi "omonimi" dei sostantivi, oppure se i sostantivi sono forme verbali, in italiano diventa difficile ricorrere ai prestiti anche per i verbi corrispondenti. Ecco allora che si ricorre a una soluzione passe-partout con il verbo puffare effettuare + sostantivo.
Un paio di esempi:
| verbo / sostantivo inglese | sostantivo italiano | verbo italiano |
| back up / backup | backup | effettuare il backup |
| reengineer / reengineering | reengineering | effettuare il reengineering |
| roam / roaming | roaming | effettuare il roaming |
| spool* / spooling | spooling | effettuare lo spooling |
Si potrebbe obiettare che anche i verbi inglesi sono assimilabili, basti pensare ai calchi omonimici come formattare da format. Sono però convinta che nel caso dei verbi questa operazione funzioni solo se si riesce a ottenere prestiti integrati, dove il termine originale non è subito riconoscibile (esempio classico: il sostantivo bistecca, da beefsteak). Secondo me, forme come downloadare, chattare, forwardare, linkare ecc. sono poco accettabili perché includono caratteri o combinazioni di grafemi che non fanno parte dell’ortografia italiana e quindi stridono con la coniugazione che invece segue il comportamento dei verbi italiani.
* Il verbo inglese spool usato in ambito informatico ha un’etimologia interessante: dovrebbe derivare dall’acronimo simultaneous peripheral operations on-line e, se riferito a stampanti, simultaneous peripheral output on line e NON è quindi correlato al verbo generico spool.
Termini in evidenza
Termini del mese descritti nel 2008 nel Portale linguistico Microsoft, dove rimangono consultabili le voci specifiche che appaiono nel database terminologico Microsoft.
Chiavetta USB
Cookie
History – Cronologia
Gallery – Raccolta
Migration – Migrazione
Ribbon – Barra multifunzione
Wizard – Procedura guidata
L’oggetto rappresentato qui a lato è molto diffuso e sicuramente tutti sappiamo di cosa si tratta: un dispositivo che viene connesso al computer tramite porta USB e utilizzato per memorizzare informazioni. Probabilmente, però, non tutti lo descriviamo con lo stesso nome: sia in inglese che in italiano coesistono diversi sinonimi.
Termini inglesi: flash drive, jump drive, keychain drive e key chain drive, key drive, memory key, pen drive, thumb drive, USB drive, USB flash drive e relativo acronimo UFD…
Termini italiani: chiave USB, chiavetta [USB], pen drive e pendrive (sia maschile che femminile), penna USB, pennetta, unità flash USB, unità di memoria flash USB…
Nel 2000, quando sono apparsi questi dispositivi per la prima volta, nessuno avrebbe immaginato un tale proliferare di nomi e quindi esiste qualche incongruenza. Nel database terminologico Microsoft è stata uniformata la terminologia per l’italiano:
Unità flash USB è il termine standard, da utilizzare in tutti i contesti con contenuto tecnico e con riferimento specifico a singoli dispositivi.
Chiavetta USB potrà essere usato in occorrenze più generiche, dove in inglese appaiono termini diversi da USB flash drive, tipicamente per ottenere comprensione immediata anche da chi non ha familiarità con il termine standard. Chiavetta USB è la forma più frequente in italiano e già documentata nei dizionari, ad esempio nel Vocabolario Treccani.
Nell’inglese americano standard il termine cookie indica un biscotto, di solito tondo e piatto. Nei contesti tecnici, invece, grazie a un processo di terminologizzazione un cookie è un file di dati di piccole dimensioni inviato dal server di un sito Web al browser durante la connessione al sito e salvato localmente nel computer dell’utente. I cookie contengono informazioni sulle operazioni eseguite all’interno del sito e le preferenze di navigazione, possono consentire il riconoscimento dell’utente all’accesso successivo, ecc. Esistono diversi tipi di cookie, ad esempio i cookie permanenti (o persistenti) rimangono nel computer dell’utente tra una sessione e l’altra mentre i cookie di sessione, o temporanei, vengono eliminati alla fine della sessione del browser.
Prima di venire adottati in ambito Web, i cookie descrivevano pacchetti di dati di dimensioni ridotte che venivano inviati tra programmi di comunicazione. Questi pacchetti
avevano dei dati nascosti al loro interno e questa caratteristica ha portato alla creazione del neologismo semantico cookie per analogia con i fortune cookie, biscotti di forma particolare con nascosto al loro interno un foglietto con una massima o un messaggio augurale e che vengono serviti nei ristoranti cinesi in America alla fine dei pasti.
In italiano, come spesso accade in questi contesti, si è perso il significato figurato del termine inglese, anche perché il referente non sarebbe stato riconosciuto, e si è optato per il prestito. È interessante notare che è la scelta fatta dalla maggior parte delle lingue, non solo quelle che facilmente adottano termini inglesi, come tedesco e svedese, ma anche quelle che di solito cercano di trovare un termine locale, come francese e spagnolo. Altre lingue hanno adattato il termine inglese alla loro ortografia, ad esempio kuki in albanese, khukhi in tswana e kúkì in yoruba. Sono poche le lingue che, invece, hanno scelto un termine descrittivo, come il norvegese che ha optato per informasjonskapsel (capsula di informazioni).
E in cinese? Anche in questo caso è stato adottato il prestito cookie, infatti la metafora del "biscotto con messaggio" non sarebbe stata riconosciuta: i fortune cookie non sono un prodotto originario della Cina!
In ambito informatico, il termine inglese history viene definito come “un elenco delle azioni dell’utente all’interno di un programma, ad esempio una serie di comandi utilizzati o i collegamenti alle pagine Web aperte tramite un browser”.
Quando il termine history è stato introdotto nei prodotti Microsoft nella prima versione di Internet Explorer, per l’italiano si era discusso se adottare un termine etimologicamente vicino all’originale inglese e seguire la scelta di tutte le altre lingue neolatine (historique in francese, historial in spagnolo, histórico in portoghese, ecc.) ma il termine storia da subito è apparso fuorviante perché avrebbe fatto pensare a una narrazione di fatti, mentre il sostantivo storico, riconosciuto principalmente come “esperto di storia”, sarebbe risultato ambiguo o avrebbe potuto essere interpretato come aggettivo.
Nella prima versione di questa funzionalità le varie voci dell’elenco erano aggiunte esclusivamente in ordine cronologico e così è stato deciso di evidenziare il rapporto temporale tra le azioni, scegliendo di tradurre history con cronologia.
Il termine cronologia si è rapidamente attestato anche in altri ambiti e viene comunemente registrato come voce informatica dai principali dizionari italiani e di inglese-italiano. È però vero che la funzionalità si è evoluta e le voci che contiene non sono più elencate solo in ordine cronologico.
Il termine inglese gallery è apparso per la prima volta nei prodotti Microsoft in Image Gallery, una funzionalità che permetteva di visualizzare e organizzare le proprie immagini e foto; non a caso il termine inglese faceva riferimento specifico al luogo dove vengono esposte arti visive.
In italiano si era discusso se mantenere la stessa analogia e optare per Galleria di immagini ma questa ipotesi era stata presto scartata: la forma abbreviata Galleria ci sembrava ambigua perché avrebbe potuto far pensare a un tunnel o un passaggio sotterraneo; andava inoltre valutata la possibilità che in inglese venissero in seguito conferiti nuovi significati a gallery, estendendo l’uso ad altri contesti e altre aree semantiche. Era stato preferito il termine più neutro raccolta, di immediata comprensione e non legato solo a contesti visivi; nel caso specifico avevamo scelto Raccolta immagini.
Si è rivelata una scelta azzeccata: nelle versioni inglesi dei prodotti ora esistono vari tipi di gallery ma non sempre gli oggetti che contengono sono rappresentati visivamente. Negli strumenti di sviluppo come Silverlight, ad esempio, Control Gallery è una libreria di controlli e componenti che però non sono sempre caratterizzati da un aspetto specifico; in Office l’elemento Custom Actions Gallery contiene azioni personalizzate non connotate graficamente. In tutti questi casi il termine italiano raccolta si rivela adeguato perché privo di ambiguità e sufficientemente descrittivo.
Un’eccezione è la funzionalità Elements Gallery, l’elemento di interfaccia che caratterizza Office 2008 per Mac, tradotto con barra multifunzione perché nel contesto in cui appare il termine raccolta sarebbe stato riduttivo e poco evocativo. Per saperne di più su questa scelta, Concetti e termini: un esempio da Office per Mac.
I termini inglesi migrate e migration sono sempre più usati per descrivere il processo con cui si spostano file o dati da un prodotto, sistema, formato o protocollo a un altro.
La traduzione in italiano è apparentemente ovvia: migrare e migrazione. Effettivamente il sostantivo migrazione ha, come in inglese, il significato di "trasferimento da un luogo a un altro". Il verbo migrare, invece, appartiene ai cosiddetti falsi amici, le coppie di termini in lingue diverse che presentano notevoli somiglianze morfologiche (o fonetiche) ma differiscono nel significato o nell’uso.
In italiano il verbo migrare ha in genere un significato più ristretto rispetto al sostantivo corrispondente e fa riferimento in particolare allo spostamento stagionale di alcune specie di volatili. Soprattutto, però, è un verbo esclusivamente intransitivo, a differenza dell’inglese migrate che può essere anche transitivo (ad esempio, migrate a printer server configuration). L’influenza dell’inglese ha così portato alla diffusione in italiano di calchi dalla grammatica incerta quali *migrare un sito.
Nei prodotti Microsoft viene invece usata l’espressione eseguire la migrazione, stilisticamente forse non molto elegante ma grammaticalmente corretta.
Microsoft Publisher 1.0 è il programma dove per la prima volta in inglese è stato usato il termine wizard (“mago”) per descrivere una funzionalità del software allora decisamente innovativa: i wizard (ad es. Leaflet Wizard) consentivano agli utenti senza alcuna esperienza di desktop publishing di creare facilmente documenti con layout professionale, come descritto in inglese in questo articolo sui primi 10 anni di Publisher. L’interfaccia sottolineava il significato letterale del termine: apparivano infatti bacchetta magica, cappello a cono e altre immagini dell’iconografia magica anglosassone.
La traduzione scelta per la versione italiana era un neologismo, autocomposizione, che consentiva di esplicitare un concetto specializzato ma riconoscibile (la composizione tipografica) e, prefissandolo con l’elemento auto, comunicava che l’azione avveniva “da sé” (ad es. Autocomposizione opuscolo). L’immediatezza del termine italiano riusciva inoltre a rendere meno evidenti le incongruenze grafiche che si creavano discostandosi dal termine inglese, in quanto non era possibile eliminare le immagini originali dall’interfaccia.
I wizard hanno avuto successo e sono stati rapidamente adottati in altri contesti. In questa evoluzione sono scomparse le connotazioni legate alla magia e in inglese wizard ha subito un processo di terminologizzazione ed è diventato un neologismo informatico: “strumento interattivo che guida l’utente attraverso una procedura particolare presentandogli una serie di opzioni o domande”.
Anche la traduzione italiana si è evoluta: il termine autocomposizione, limitato a un contesto di utilizzo troppo specifico, è stato sostituito dal nome dell’azione effettuata seguito dall’aggettivo guidato, ad esempio Setup Wizard diventa Installazione guidata. Nei riferimenti generici al tipo di funzionalità si ricorre invece a procedura guidata. Questa soluzione non è ristretta alla terminologia Microsoft ma è diventata uno standard terminologico nell’ambito informatico italiano.
…
Calcolatrice del carbonio o di CO2?
Post pubblicato il 5 settembre 2008 in blogs.technet.com/terminologia
Condivido in pieno le iniziative di sensibilizzazione sull’impatto che ognuno di noi ha sull’ambiente ma, secondo me, si potrebbe fare più attenzione alla terminologia.
La Commissione Europea, ad esempio, ha un sito sul cambiamento climatico con una "calcolatrice del carbonio" e suggerimenti per alleggerire "l’impronta di carbonio" e scoprire quante "emissioni di carbonio" si possono risparmiare.
In italiano si stanno diffondendo sempre di più i calchi calcolatrice del carbonio (carbon calculator) e impronta di/al carbonio (carbon footprint) ma mi lasciano perplessa: li trovo un esempio di pigrizia linguistica.
La traduzione di carbon con carbonio può essere un falso amico: in inglese carbon indica principalmente l’elemento chimico (C), come in italiano, ma nel linguaggio comune viene usato anche come forma abbreviata di carbon dioxide (CO2), ad es. in frasi come Global warming is linked to the amount of carbon and other greenhouse gases being emitted into the atmosphere (qui).
Le definizioni per il termine inglese carbon footprint, ad es. "la misura dell’impatto ambientale di un individuo o di un’organizzazione espressa in unità di CO2", confermano che carbon è la forma abbreviata di carbon dioxide.
Come ci hanno insegnato a scuola, in italiano il composto CO2 è denominato comunemente anidride carbonica e, in contesti più tecnici, diossido/biossido di carbonio. Solo il secondo termine contiene il lessema carbonio che in italiano, in ogni caso, non può essere considerato un’abbreviazione per CO2.
E così quando leggo "emissioni di carbonio" non riesco proprio a pensare a un gas ma mi viene in mente un qualche marchingegno da cui sprizzano diamantini o mine di matita polverizzate, per non parlare poi di "impronta al carbonio"…
Come tradurrei? Nel caso di carbon footprint, non mi entusiasma impronta carbonica (esempi qui e qui) ma mi sembra una scelta accettabile perché richiama il nome dell’elemento. La mia preferenza va per impronta di CO2 perché la formula è comunemente usata e altamente riconoscibile. Per carbon calculator opterei per calcolatrice di emissioni di CO2 o, più concisamente, calcolatrice di CO2 .
Mi sa però che dovrò rassegnarmi a vedere soluzioni "al carbonio".
ß Emissione di carbonio???
Usability: usabilità o utilizzabilità?
Post pubblicato il 29 luglio 2008 in blogs.technet.com/terminologia
Il concetto espresso dal termine inglese usability è chiaro: in ambito software indica la facilità di utilizzo di un prodotto per portare a termine attività specifiche.
E in italiano? Come prevedibile, è ormai attestato il calco usabilità.
Si trova anche il termine utilizzabilità, specialmente in materiale localizzato, presumibilmente perché in genere si preferisce tradurre il verbo inglese use con utilizzare e perché la maggior parte dei dizionari italiani contempla solo utilizzabilità e non ha ancora registrato usabilità.
Non lo trovo un uso corretto: utilizzabilità indica la "possibilità di essere usato utilmente" o l’affidabilità di un macchinario e non implica la facilità di utilizzo.
Il concetto di usabilità, inoltre, descrive un approccio allo sviluppo del software incentrato sull’utente.
Gli articoli Usability in Software Design e Usability in the Development Process esaminano vari aspetti dell’usabilità in ambito Windows. In italiano, interessante un modulo sull’usabilità dell’Università di Torino, in particolare la panoramica storica.
Come si dice “photoshopped” in italiano?
Post pubblicato l’11luglio 2008 in blogs.technet.com/terminologia
Ieri in tutto il mondo si è diffusa la notizia delle foto dei test missilistici iraniani manipolate da qualche solerte funzionario che ha aggiunto un quarto missile.
In inglese ci sono molti verbi per descrivere questa operazione: alter digitally, manipulate, retouch ecc., e verbi più colloquiali come doctor.
In quasi tutti i blog in inglese che ne parlano, però, si trova anche il verbo photoshop, ormai entrato nel linguaggio comune, es. a photoshopped image.
E in italiano? La terminologia usata dai principali quotidiani per questa notizia:
La Stampa: ritoccare, truccare
Repubblica: ritoccare, truccare, fotoritocco e nella home page taroccare
Corriere: taroccare
Il Sole 24 ore: taroccare, taroccamento, ritoccare, fotoritocco
Il verbo taroccare si è decisamente fatto strada e in effetti è molto efficace!
In alcuni blog italiani, come ad es. in Il Disinformatico, ho visto il calco photoshoppare. È un termine ancora ristretto a un gergo tecnico ma sarà interessante vedere se si diffonderà oltre. Come terminologa devo dire che proprio non mi piace, quindi spero di no! ![]()
Ad ogni modo il titolo migliore su questa storia l’ho visto in The Guardian:
Has Iran joined the axis of Photoshop?
Commento di .mau.:
a questo punto, se calco deve proprio essere, lo farei fonetico e direi "fotoscioppato"
Altrimenti resterei su "fotoritoccato" un po’ più formale e "taroccato" più terra terra.
Ho aggiunto: Anche secondo me ritoccare/fotoritoccare è la scelta più adatta in contesti formali o didattici/divulgativi (nei prodotti Microsoft abbiamo touch up in inglese reso ritoccare in italiano: in questo caso non è necessario il prefisso foto- perché il contesto lo chiarisce) però per attirare l’attenzione taroccare funziona subito anche per chi Photoshop non l’ha mai sentito nominare, ad es. molte mamme PS Magari si potrebbe considerare anche fotoscippato: quando il ritocco include immagini prelevate altrove senza aver chiesto l’autorizzazione all’autore…
Barra multifunzione
Post pubblicato il 24 giugno 2008 in blogs.technet.com/terminologia
Una delle principali novità di Office 2007 è un nuovo elemento dell’interfaccia utente che raggruppa comandi, strumenti e opzioni in base alla loro funzione e che sostituisce menu e riquadri attività tradizionali.
In inglese questo nuovo concetto è denominato Ribbon ma non esiste una correlazione diretta tra la funzionalità descritta e il significato comune del termine inglese: Ribbon era il nome inizialmente dato a un prototipo che simulava un nastro scorrevole, poi scomparso dalle versioni successive (per dettagli sulla scelta del nome vedere il blog di Jensen Harris). In inglese si è quindi conferito un nuovo significato a una parola comune, creando un neologismo semantico con un processo di terminologizzazione.
In questi casi raramente esiste un corrispettivo in altre lingue e per poter riprodurre adeguatamente il concetto e introdurre il neologismo in un altro mercato vanno vagliate varie opzioni in base al prodotto, all’utente finale a cui è destinato e alla funzione e visibilità del termine.
Nel decidere la traduzione di Ribbon è stato scartato il prestito (Ribbon) perché non facilmente identificabile e non significativo, sono state escluse ipotesi di calco (Nastro, Fascia delle opzioni, ecc.) perché poco distintive, potenzialmente ambigue e non evocative, ed è stata cercata un’equivalenza pragmatica utilizzando termini già noti ma combinati in maniera nuova per creare un termine univoco, altamente riconoscibile e tuttavia specializzato: barra multifunzione.
.
Vedi anche: Concetti e termini: un esempio da Office per Mac e Recentismi e software.
.
Spaziale!!!
Post pubblicato il 12 giugno 2008 in blogs.technet.com/terminologia
Stamattina il mio collega Cristian Serra ed io ci siamo divertiti a riflettere sull’aggettivo spaziale, nella lingua italiana dal XIV secolo con il significato di "relativo allo spazio".
Nel linguaggio scientifico e tecnico spaziale viene utilizzato in moltissimi campi: geometria spaziale, carica spaziale, coordinate spaziali, distribuzione spaziale, risoluzione spaziale ecc. C’è una corrispondenza quasi perfetta tra l’aggettivo inglese spatial e l’italiano spaziale.
O forse no… Basta provare a pensare ai termini italiani per spatial partners (partner spaziali!) oppure spatial sample (campione spaziale o esempio spaziale) o anche spatial index (indice spaziale!) per rendersi conto che sono tutte traduzioni formalmente corrette ma, isolate dal contesto, possono avere involontarie colorazioni colloquiali forse anche un po’ ridicole.
Clausole di riservatezza nei messaggi
Post pubblicato il 12 giugno 2008 in blogs.technet.com/terminologia
Su Language Log This e-mail is confidential; please don’t be evil fa una lunga analisi linguistica di una di quelle clausole di riservatezza aggiunte automaticamente alla fine dei messaggi di posta elettronica e che intimano di distruggere eventuali comunicazioni ricevute per errore.
Mi fa sempre un effetto sgradevole ricevere messaggi magari brevissimi ma seguiti da un paio di paragrafi minacciosi, addirittura in versione bilingue. Mi sono spesso domandata se queste clausole abbiano valore legale oppure se si tratti di banale scimmiottamento di quanto avviene nei paesi di lingua inglese. Da un punto di vista linguistico, poi, mi hanno sempre lasciata un po’ perplessa.
Certe richieste sono assurde, specialmente se appaiono alla fine del messaggio:
Vi preghiamo di segnalarlo immediatamente al mittente e di distruggere quanto ricevuto senza leggerlo e/o farne copia
Non mancano costruzioni tipiche del burocratese, ambiguità sintattiche ed errori veri e propri:
Qualora questo messaggio fosse ricevuto per errore, ci voglia il Destinatario dare notizia via e-mail. Vi preghiamo di darcene notizia via e-mail e di procedere alla sua distruzione e dei suoi eventuali allegati. Qualora questo messaggio fosse da Lei ricevuto per errore vogliate cortesemente darcene notizia e distruggere il messaggio ricevuto erroneamente con il rimborso, da parte ns. dei costi da Lei sostenuti a Sua esplicita richiesta. Tale messaggio è confidenziale: qualora l’avesse ricevuto per errore, La preghiamo di comunicarne la ricezione inviando una e-mail al mittente e di distruggerne il contenuto.
Nell’ultimo esempio, si tratta del contenuto del mittente, dell’e-mail o del messaggio? Visto il tono minatorio di queste comunicazioni e la preferenza spiccata per il verbo distruggere, la prima ipotesi forse non è da scartare…
…

