Post con tag “calchi”
impersonate <> impersonare
Nel continuo dibattito sull’identità online, Non c’è più @palazzochigi su Twitter racconta di un account chiuso perché impersonava il presidente del Consiglio. Mi sembra che, a parte la prima occorrenza, nell’articolo e nei commenti il verbo impersonare sia usato in modo improprio, come se equivalesse all’inglese impersonate.
I dizionari di italiano registrano due significati per impersonare:
1 – dare personalità a una nozione astratta
2 – di un attore, interpretare una parte
In entrambi i casi è palese che si ha a che fare con una rappresentazione.
In inglese i significati più frequenti di impersonate sono:
A – spacciarsi (illegalmente) per un’altra persona
B – imitare qualcuno per divertimento (un impersonator è un imitatore)
visionary <> visionario
Oggi esce la biografia di Steve Jobs e presumo che nei media italiani la parola visionario sarà di nuovo inflazionata. Chi sa l’inglese può interpretarla correttamente, altrimenti forse non tutti riconoscono il falso amico visionary / visionario.
In inglese il sostantivo e l’aggettivo visionary hanno soprattutto connotazioni positive. Nei loro significati più comuni descrivono qualcuno che ha le idee chiare sul futuro e/o che è molto originale e creativo, come si può verificare in qualsiasi dizionario o ricavare dal contesto di espressioni come visionary leadership. Esempio dal Macmillan Dictionary:
In italiano, invece, visionario condivide con l’inglese solo il significato relativo alle visioni mistiche mentre le altre accezioni sono decisamente meno lusinghiere, come si può vedere nella voce del vocabolario Zingarelli 2012 (cfr. in particolare l’esempio riformatori visionari e quello inglese visionary reformer qui sopra):
il cloud e la cloud
Il genere dei forestierismi
In italiano non c’è una regola precisa per stabilire il genere dei prestiti. Le grammatiche indicano che il genere dovrebbe essere determinato dal sostantivo italiano corrispondente (ad es. il biglietto > il ticket, la parola > la password) ma in realtà prevale il maschile, a meno che il riferimento a un sostantivo italiano femminile non sia palese.
Cloud
Fatte queste premesse, mi piacerebbe chiedere a chi non ha già familiarità con i concetti legati al cloud computing che genere assegnerebbe a cloud in italiano: maschile o femminile? Ci pensavo guardando una pubblicità che imperversa in questi giorni:
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Nello slogan “La Nuvola Italiana di Telecom Italia. L’unico cloud con la rete dentro” l’associazione tra nuvola e cloud è esplicita ma il prestito è di genere maschile.
Immagino che la scelta di Telecom Italia non sia stata scontata ma, come è prassi in questi casi, abbia richiesto un’analisi terminologica con la valutazione di vari fattori.
Terminologia al CERN
Gran parlare di CERN in questi giorni! Sono stata una settimana a Ginevra proprio recentemente e nel giro turistico ho incluso anche il CERN, incuriosita più dal Globe, l’edificio di legno che ne è diventato il simbolo, che non dal resto.
Digiuna di fisica dai tempi del liceo, dove la trovavo una materia noiosa, prevedevo una visita rapida e invece le due mostre permanenti (Universe of Particles nel Globe e Microcosm lì vicino) si sono rivelate così interessanti da farmi rimanere alcune ore.
Una prima piacevole scoperta sono stati gli opuscoli in inglese e francese che illustrano Universe of Particles perché includono un glossario. L’ho trovata un’idea davvero efficace, che condensa con semplicità e chiarezza alcune nozioni fondamentali della fisica delle particelle.
Il percorso didattico di Microcosm è spiegato anche in italiano* e tedesco ed è completato da note terminologiche che in alcuni casi danno informazioni davvero curiose.
tag cloud <> word cloud
I termini tag cloud e word cloud sono due prestiti ormai molto diffusi in italiano. Al momento coesistono con i calchi nuvola di tag e nuvola di parole ma credo siano destinati a soppiantarli, probabilmente perché la parola nuvola non viene percepita come sufficientemente adatta anche ad ambiti specializzati. E ho notato che a volte viene fatta confusione tra tag cloud e word cloud, che invece rappresentano due concetti diversi.
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Tag cloud
Come è noto, il termine tag cloud (“nuvola di tag”) indica la rappresentazione grafica dei tag più usati in un sito, ad es. parole chiave associate ai post di un blog o alle foto di una raccolta; i tag vengono ordinati soprattutto alfabeticamente e hanno dimensioni diverse in base alla propria prevalenza.
Nella tag cloud che appare nella barra laterale destra di questo blog, ad esempio, i tag più usati, e quindi di dimensioni maggiori, sono lavoro terminologico, neologismi e prestiti e per ciascuno, al passaggio del puntatore, viene visualizzato il numero di occorrenze.
Ogni tag nella tag cloud di solito è anche un collegamento ipertestuale che consente di accedere a tutto il contenuto associato a quello specifico tag. Se l’assegnazione dei tag da parte di chi ha creato o valutato testi, grafica, foto o altro materiale “taggabile” è stata fatta in base a criteri specifici, una tag cloud può dare un’indicazione affidabile dei contenuti più significativi di un sito e di come sono stati classificati.
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Word cloud
Il termine word cloud (“nuvola di parole”, in inglese anche text cloud) indica invece una rappresentazione grafica delle parole più frequenti in un testo, spesso ordinate in base al loro impatto visivo. Anche nella word cloud dimensioni e frequenza delle parole sono direttamente proporzionali e può essere visualizzato il numero di occorrenze di ciascuna parola, in genere, però, la word cloud non consente collegamenti a contenuto specifico e spesso è un’immagine statica.
Le parole che compongono la word cloud non sempre coincidono con quelle più importanti o più significative e quindi potrebbero dare un’indicazione non del tutto affidabile del tipo di contenuto, specialmente se non sono state escluse in modo adeguato le cosiddette stop word (parole ricorrenti ma non rilevanti come preposizioni, articoli, congiunzioni ecc.). Credo ne sia una prova questa word cloud del primo capitolo de I Promessi Sposi creata con Wordle, seppure usando il filtro che ignora le parole italiane più comuni:
Vedi anche blog <> post per un altro esempio di termini a volte confusi come sinonimi.
…e circoli e cerchi (con piccola polemica)
Ieri dicevo che Cerchie, il nome italiano del servizio Circles di Google+, mi sembra una scelta terminologica efficace. Torno sull’argomento perché so che è un punto di vista che non molti condividono.
Le informazioni ufficiali in italiano sul progetto Google+ sono uscite in contemporanea a quelle in inglese, eppure c’è chi ha iniziato e continua a riferirsi alla funzionalità Cerchie usando l’inglese o chiamandola invece Circoli o Cerchi.
Sono un po’ perplessa ma non stupita perché spesso succede che alcuni dei cosiddetti early adopter e influencer descrivano un nuovo servizio o prodotto software riferendosi alla versione inglese, senza verificare la terminologia già disponibile nella propria lingua (non in questo caso, ma a volte lo fa addirittura chi si occupa della comunicazione del prodotto!).
Immagino possa essere successo anche per Circoli e Cerchi, traduzioni letterali e molto generiche che non hanno i vantaggi di Cerchie ma che probabilmente “suonano meglio” a chi è meno abituato a ragionare sulla lingua e sulla terminologia.
Earworm, Ohrwurm e “Strüdel”
Peccato che in italiano non ci sia un equivalente della parola tedesca Ohrwurm (in inglese c’è il calco di traduzione earworm), estremamente efficace per descrivere l’orrendo motivetto tiroleggiante che oggi, complice una martellante pubblicità radiofonica, non riesco a togliermi dalla testa. O forse si potrebbe dire tarlo musicale?
Potrei provare a seguire i consigli per eliminare il “verme” in The Definitive Guide To Earworms, dove si trovano anche vari sinonimi come i termini haunting melody, usato in psicanalisi, e involuntary musical imagery (INMI), coniato da Oliver Sacks (che informalmente usa anche brainworm), e le parole più scherzose humbug, musical hook, tune wedgie, sticky tune, demon tune ecc.
Cercando la canzone (nel caso qualche temerario volesse ascoltarla, a proprio rischio e pericolo!) ho scoperto che il gruppo che la canta si chiama Die Strüdelz. Ammetto di avere trovato il nome divertente perché gioca con un’ipercorrezione tipicamente italiana. Fateci caso: molti italiani pronunciano la parola strudel come se avesse l’Umlaut, strüdel, specialmente quando sono in Alto Adige.
Curiosità: il video è girato nel mio paese altoatesino preferito, Castelrotto, e prende in giro le celebrità locali, i Kastelruther Spatzen, che sono gli artisti “italiani” che vendono più dischi nel resto d’Europa.
Vedi anche: Germanismi in inglese e anglicismi in tedesco e Alpenglühen ed enrosadira per altri esempi di parole tedesche entrate in inglese come prestiti.
fottuti & dannati (…e favoriti)
Tradurre adeguatamente le espressioni volgari inglesi come fucking non è sempre facile: come accennavo in Parole proibite alla TV americana, abbondano i falsi amici e le interpretazioni errate (e nel tempo le connotazioni di certe parole cambiano).
Sugli “incresciosi fottuto e fottutissimo” come traducenti di fucking interviene Patrizia Valduga in Traduzioni pericolose, un breve articolo nel primo numero del mensile E, dove si leggono anche alcune riflessioni su damn / damned:
| […] Che cosa sono, per esempio, tutti questi “dannati”, “dannatamente” e “dannazione” che ci tocca sentire e, purtroppo, anche leggere? Non sono che la traduzione approssimativa – forse perché troppo prossima – di damn e damned, che significano “maledizione” e “maledetto” e che, nell’uso colloquiale, possono anche diventare esclamazione e avverbio quantitativo, che allora significa “terribilmente, enormemente, moltissimo”. […] E a me viene da pensare soltanto che “dannato” sia un sostantivo, un condannato per l’eternità alle pene dell’inferno. […] |
Anche i dizionari bilingui non sembrano essere immuni da traduzioni inadeguate: viene citata l’ultima edizione di un noto dizionario inglese-italiano, dove, ad esempio, he’s a damn fool viene reso con “è un dannato stupido”.
L’articolo si conclude con una nota su favourite:
| […] Una traduzione scorretta ormai entrata nell’uso comune è “favorito” per favourite, che vuol dire anche “favorito”, certo, come un cavallo in una corsa, ma che in italiano si dovrebbe tradurre “preferito, prediletto”. Chi usa “favorito”, non sa che significa “assecondato, aiutato, agevolato”? Che i “favoriti” erano gli amanti dei sovrani? […] |
Mi domando se alla diffusione di questo falso amico abbia contribuito anche l’informatica, in particolare la funzione Favorites nella versione americana di Internet Explorer? È probabile, se non altro a giudicare dall’enorme numero di occorrenze di “favoriti” in milioni di pagine web.
Mi ha anche fatto tornare in mente la discussione sulla localizzazione di Favorites in italiano ai tempi di Windows 95, quando lavoravo in Microsoft, ma in quel caso le argomentazioni
linguistiche a favore di Preferiti erano prevalse sul calco privilegiato invece dal marketing e da chi era avvezzo alla versione americana del prodotto.
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Vedi anche:
| ▄ | i commenti a idiosyncrasy <> idiosincrasia, per un esempio di come non sia sempre una buona idea affidarsi solo ai dizionari bilingui |
| ▄ | il post di Mara in Lavori in corso…, sulla traduzione degli insulti |
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decifrare, decodificare, decrittare, decriptare…
Torno a citare il forum Scioglilingua per una discussione sul verbo decrittare (a cui aggiungo le varianti decriptare e decrittografare). Vari punti di vista:
| ▄ | tipico esempio di sudditanza nei confronti dell’inglese (qui) |
| ▄ | accettabile perché non deriva dall’inglese ma dal greco (qui e qui) |
| ▄ | forzatura, pseudo-neologismo: meglio usare decodificare (qui) |
| ▄ | brutta parola, né utile né necessaria: ci sono già decifrare e decodificare (qui) |
È interessante perché consente di evidenziare la differenza tra lessico generico (parole) e lessico specializzato (termini).
Etimologia a parte, il verbo decrittare è arrivato in italiano dall’inglese decrypt. Nel lessico generico inglese, documentato dai dizionari, decrypt, decode e decypher/decipher sono considerati sinonimi.
Nel lessico specializzato inglese, invece, ciascun termine (e ogni termine correlato) identifica concetti specifici usati in ambiti specifici. Nel Dizionario enciclopedico di informatica, ad esempio, si trovano queste differenze:
| ▄ | encode – trasformare la rappresentazione di informazioni, ad es. convertire un formato grafico in un altro, comprimere dati ecc. Sinonimo: code decode – riconvertire le informazioni codificate nel formato originale, ad es. decomprimere dati precedentemente compressi |
| ▄ | encipher / encrypt – trasformare la rappresentazione di informazioni allo scopo di renderle incomprensibili a eventuali intrusi che intercettassero il messaggio decipher / decrypt – ripristinare nella loro forma originale delle informazioni rese incomprensibili mediante cifratura per evitare che le informazioni vengano carpite nel caso cadano in mano a un intruso |
Nella comunicazione di messaggi c’è chi fa invece queste distinzioni:
| ▄ | encode – trasformare intere parole o frasi in altre parole o frasi |
| ▄ | encipher – trasformare lettere o simboli individualmente |
| ▄ | encrypt – termine sovraordinato che include sia encode che encipher |
Anche in altri ambiti specializzati, decrypt e decipher non sono sinonimi:
| ▄ | decrypt fa riferimento a dati che sono stati deliberatamente trasformati perché risultassero incomprensibili (cfr. l’intervento firmato duccio) |
| ▄ | decipher è relativo, ad es., all’analisi di documenti antichi, scritti in una lingua o in un alfabeto sconosciuti, oppure all’analisi del codice genetico contenuto nel DNA, quindi dati che sono intrinsecamente complessi da interpretare ma che non sono stati precedentemente manipolati |
Questi sono solo alcuni esempi, sufficienti però a confermare, ancora una volta, che ogni termine non andrebbe mai considerato singolarmente ma sempre all’interno del sistema concettuale a cui appartiene.
Tornando all’italiano e al forum Scioglilingua, mi sembra eccessivo stigmatizzare una parola solo perché sembra brutta, perché è un calco o perché esistono già parole (apparentemente) simili: come in inglese, in ambiti generici si può ovviamente usare il sinonimo che piace di più, invece in alcuni ambiti specializzati decrittare (e non decodificare o decifrare) sarà l’unico termine possibile per identificare in modo univoco un concetto specifico, differenziandolo da quelli correlati.
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Vedi anche: Che relazione c’è tra obsoleto, disapprovato e deprecato? sulla distinzione, non sempre ovvia, tra significato generico e significato specializzato.
PS Un suggerimento agli studenti che so che leggono il blog: i termini sono “etichette” a volte abbastanza intercambiabili, specialmente in alcuni ambiti come l’informatica; nelle traduzioni specializzate, se non è disponibile la terminologia specifica del progetto ma si usano dizionari o glossari specializzati acquisiti da altre fonti, in certi casi è meglio non fidarsi al 100% dei termini “già pronti” ma è preferibile verificare i concetti per assicurarsi che il sistema concettuale descritto e quello su cui si sta lavorando corrispondano. Esempio: Font, typeface, famiglie e tipi di carattere. …
bullismo, mobbing e bullying
Un’insegnante mi diceva che il bullismo nelle scuole è sempre più diffuso. Riflettevamo sulla parola, che non deriva direttamente da bullo ma è un calco dell’inglese bullying (da cui provengono anche bullismo online / cyberbullismo).
In inglese bullying descrive vari tipi di comportamento intimidatorio, non solo tra i giovani od online ma anche in contesti lavorativi, familiari, religiosi, politici ecc. Una delle tipologie più diffuse è il workplace bullying / bullying in the workplace.
Può quindi sembrare insolito che in varie lingue europee si descrivano le vessazioni sul lavoro, soprattutto da parte dei superiori, ricorrendo a un’altra parola inglese, mobbing, ormai molto diffusa anche in italiano ma raramente usata con la stessa accezione nel linguaggio comune inglese.
Mobbing arriva direttamente da un linguaggio speciale: il termine inglese (da mob, “attaccare in massa”) è stato introdotto dall’etologo Konrad Lorenz per denominare il comportamento difensivo collettivo di alcuni uccelli contro i rapaci, in seguito è stato usato per descrivere le azioni aggressive di animali di una stessa specie contro un loro simile e infine lo psicologo Heinz Leymann l’ha applicato anche a comportamenti umani.
In ambito specialistico, alcuni considerano i termini inglesi bullying e mobbing sinonimi ma in genere si preferisce differenziarli:
| ▄ | bullying indica il comportamento aggressivo e vessatorio di un individuo, di solito un superiore verso uno più sottoposti |
| ▄ | mobbing descrive il comportamento di un gruppo di individui, anche appartenenti a diversi livelli gerarchici, che si coalizzano contro una persona (un loro pari, un sottoposto o anche un superiore); interessante l’etimologia di mob, dal latino mobile vulgus, “gentaglia instabile” |
In un contesto inglese non specialistico, per un italiano può essere utile ricordare che mobbing è un potenziale falso amico ed è preferibile usare bullying.
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Ortografia italiana e prestiti dall’inglese
Un commento a Prestiti e calchi in italiano mi ha fatto venire in mente un articolo che avevo letto un po’ di tempo fa, Italian spelling, and how it treats English loanwords, interessante perché riassume l’evoluzione dell’ortografia italiana, ne descrive le incongruenze* e analizza le modalità di assimilazione dei prestiti dall’inglese:
| ▄ | Prestito non integrato: la tendenza attuale è l’adozione dei forestierismi senza modifiche, tempo fa invece si preferivano i calchi e i prestiti “adattati”. Grazie a questo fenomeno, usiamo combinazioni di grafemi estranee all’ortografia italiana tradizionale, ad es. budget, deadline, show. |
| ▄ | Assimilazione grafica: rara, descrive una grafia alternativa più consona alle convenzioni italiane, come nailon per nylon, oppure ipercorrettismo che porta a sostituire alcuni caratteri con altri “stranieri”, ad es. byke al posto di bike. |
| ▄ | Assimilazione morfologica: avviene quando si formano nuove parole con un suffisso italiano equivalente a quello inglese, ad es. –azione e –ation (standardizzazione) oppure –ism e –ismo (turismo), quando si aggiunge una vocale finale ai sostantivi (alligator/alligatore; shakespearian/shakespeariano) o –are ai verbi (format/formattare). |
| ▄ | Italianizzazione delle consonanti inglesi: comune in passato nei prestiti integrati, riguardava le lettere non presenti nell’alfabeto italiano, ad es. J veniva convertita in GI (jungle/giungla, pyjamas/pigiama), K in C (beefsteak/bistecca, folklore/folclore), CH in CI (lynch/linciare), SH in SC o SCI (sheriff/sceriffo, shawl/scialle) ecc. |
| ▄ | Italianizzazione delle vocali inglesi: avviene soprattutto nella pronuncia; nella forma scritta veniva adottata per le combinazioni di vocali considerate estranee al nostro sistema, ad es. OO e OU sono diventate U (taboo/tabù, tourism/turismo). |
Vedi anche: Parla come mangi 1, sulla pronuncia delle parole inglesi in italiano.
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| * | Le principali incongruenze nell’ortografia italiana sono causate da “omografia” (a fonemi diversi è associata la stessa lettera) ed “eterografia” (lo stesso fonema viene scritto in modi diversi). . Coppie di fonemi resi con la stessa lettera: /e, ɛ / si scrivono E /o, ɔ/ si scrivono O /ɪ, j/ si scrivono I /u, w/ si scrivono U /s, z/ si scrivono S /ts, dz/ si scrivono Z . Fonemi realizzati con lettere diverse: /k/ si scrive C in casa ma Q in qui /g/ si scrive G in gatto ma GH in ghiro /ʧ/ si scrive C in cera e arance ma CI in ciao e camicie /ʤ/ is scrive G in gelo ma GI in giusto /ʃ/ si scrive SC in scemo ma SCI in sciarpa ecc. |
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Vedi anche: altri post con tag ortografia.
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itanglese 2 (social, digital e switch)
Un anno fa ho parlato di itanglese, l’uso smodato di parole inglesi in italiano, prendendo spunto da una ricerca del 2009 di Agostini Associati.
Da qualche settimana è disponibile un aggiornamento con i dati per il 2010, L’Itanglese continua ad avanzare con un incremento del +223%, che stila una classifica delle 10 parole inglesi più frequenti in un campione di 54 milioni di parole di documenti aziendali italiani tradotti verso altre lingue nel 2010:
| Parola inglese | Densità % |
| Social | 1,94 |
| Business | 1,81 |
| Smart | 1,80 |
| Wellness | 1,56 |
| Fashion | 1,55 |
| Benchmarking | 0,99 |
| Digital | 0,98 |
| Brand | 0,70 |
| Network | 0,68 |
| Switch | 0,61 |
Sono sicuramente dati molto interessanti (ad es. se ne discute qui, qui e qui) ma da un punto di vista terminologico alcune delle parole in classifica non mi convincono del tutto.
I risultati della ricerca sono rivolti a un pubblico non specialistico e quindi si parla di “termini” nel senso generico di “parole” e, come è prevedibile in questi casi, non vengono forniti dettagli sulla metodologia di estrazione dei dati. Per un terminologo, invece, sarebbe utile sapere se nell’analisi sono state considerate statisticamente solo singole parole oppure anche unità lessicali (locuzioni) perché consentirebbe di capire meglio la presenza nell’elenco di social, digital e switch.
In un’ottica prettamente linguistica, in italiano gli aggettivi inglesi social e digital non possono essere considerati termini in senso stretto: non hanno un significato specifico in un ambito specializzato né un valore monosemico che li faccia preferire ai corrispettivi italiani sociale e digitale . Mi sembra anche che, per il momento, in italiano né social né digital possano essere usati liberamente ma appaiano solo all’interno di locuzioni in cui tutti gli elementi sono parole inglesi, come nel caso di nomi di formati, standard o prodotti, o di nomi di concetti specifici che non sarebbero altrettanto idiomatici se tradotti letteralmente. Un paio di possibili esempi che mi vengono in mente:
| ▄ | Social network, social media, social web ecc. In particolare, la locuzione social network giustificherebbe la presenza nell’elenco per il 2010 di network, parola entrata in italiano almeno 30 anni fa e quindi, secondo me, non più classificabile come itanglese. |
| ▄ | Digital Video, Secure Digital, Sky Digital Key ecc. e concetti quali digital divide. |
Il lessico che descrive nuovi concetti di tipo “digital” e “social” mutuati dall’inglese non è ancora del tutto assestato in italiano e infatti si può notare la coesistenza di prestiti (parole inglesi) e calchi (parole italiane) ma non di eventuali “forme ibride”: ad es., si trovano sia il prestito digital native che il calco nativo digitale mentre *nativo digital suonerebbe alquanto insolito (a meno che digital non sia da intendersi “tra virgolette”). Credo sia un’ulteriore prova che in italiano social e digital non hanno un significato proprio e non sono usati arbitrariamente ma appaiono solo all’interno di specifiche locuzioni, quindi includerli tra gli esempi più tipici del fenomeno itanglese è sicuramente significativo da un punto di vista statistico ma meno da uno lessicale (cfr. anche un sondaggio di Repubblica, che addirittura implica che social e digital siano parole “ormai non più tradotte”).
Tornando alla classifica di itanglese per il 2010, trovo interessante anche la presenza di switch, parola usata gergalmente per indicare un passaggio o un cambiamento netto, ad es. da un sistema a un altro. Mi domando però se in questo caso la notevole frequenza, già registrata nel 2009, sia effettivamente un caso di itanglese o potrebbe invece avere a che fare con lo switch-over e lo switch-off del digitale terrestre, nel qual caso si tratterebbe semplicemente di terminologia tecnica.
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Vedi anche: Una casa shabby al punto giusto (parole inglesi abusate in italiano).
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“scappamento digitale”
What’s the Word of 2010? elenca potenziali parole dell’anno 2010 in inglese americano.
Nella categoria Tecnologia ho trovato efficace soprattutto data exhaust, una metafora che descrive l’insieme delle azioni, scelte e preferenze che sono generate durante le proprie attività online e che sono tracciabili digitalmente; i dati prodotti possono essere raccolti e usati da terzi per proporre pubblicità mirate sui comportamenti di ciascun utente. Sinonimo: digital exhaust.
Se nessuno ha già suggerito un equivalente italiano, propongo il calco scappamento digitale: il sostantivo mi piace per l’etimologia legata a scappare, verbo adatto a descrivere i dati che sfuggono al nostro controllo, e perché l’associazione con i meccanismi di scarico fa pensare a “scorie” ed “emissioni”; l’aggettivo digitale invece sottintende la presenza di dati ma rende esplicito il tipo di attività.
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Wikileaks: cablo(grammi), telegrammi, documenti?
In tutto questo parlare di WikiLeaks, mi hanno incuriosita le scelte linguistiche dei media per rendere in italiano la parola (diplomatic) cable, che, come ormai tutti sanno, descrive i messaggi riservati scambiati tra missioni diplomatiche, ministeri e agenzie governative.
In inglese questa specifica accezione di cable era finora ristretta al gergo diplomatico* e non faceva parte del lessico standard, infatti i principali dizionari riportano solo il significato “tradizionale” e ormai obsoleto di cablogramma, un telegramma spedito soprattutto via cavo sottomarino e all’estero (cfr. Macmillan Dictionary, Chambers, Merriam-Webster). In Wikipedia invece la nuova accezione è descritta nella voce Diplomatic cable, ma è contenuto recentissimo, in continuo aggiornamento.
Qualche rapida ricerca mostra che inizialmente i media italiani hanno usato traduzioni letterali, presumibilmente prese da dizionari bilingui (dove appaiono solo le accezioni standard) e così si trova telegramma (es. qui) ma soprattutto cablogramma e la forma abbreviata cablo (plurale invariato, ma si è letto anche *cabli, es. qui), secondo me scelte abbastanza fuorvianti perché i cable non sono quasi mai messaggi brevi e stringati come invece suggerirebbero i termini italiani. Alcuni giornalisti hanno comunque avvertito la mancanza di equivalenza inglese-italiano e hanno usato la parola italiana cablo tra virgolette, con una spiegazione (es. qui).
Per me è stato ancora più interessante notare che nel giro di pochi giorni si sono visti degli “assestamenti lessicali” e ora si parla sempre meno di cablogrammi privilegiando invece descrizioni più neutre come documento diplomatico / della diplomazia e anche dispaccio. A questo proposito avevo apprezzato la scelta di Il Post che fin dall’inizio ha preferito citare il termine inglese, spiegando significato e struttura dei cable ed equiparandoli a rapporti ufficiali.
Aggiornamento 17 dicembre – Ultimamente ho notato che sono decisamente aumentate le occorrenze del prestito inglese, cable, probabilmente per sottolineare la differenza di significato rispetto all’italiano standard cablo. Aggiungo anche una definizione inglese di cable da un glossario di termini diplomatici compilato nel 2002:
| Cable, n., a message giving instructions to a mission or reporting results back to a capital. Diplomats still refer to them as cables regardless of the actual means of communication (often today via satellite or the Internet). Since 1883. A clipping of cablegram, formed in imitation of telegram to denote a message sent by transoceanic cable. |
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| * | What is diplomatic cable? (Reflections on Diplomacy) spiega che il significato non standard di cable va fatto risalire alla metà del XIX secolo, quando i primi messaggi diplomatici venivano spediti via telegrafo. Nel gergo diplomatico cable ha continuato a descrivere le comunicazioni anche quando si è cominciato a ricorrere a tecnologie ben più avanzate, probabilmente proprio per l’importanza strategica a livello globale che avevano ancora nel secolo scorso lo sviluppo e il controllo delle infrastrutture di telecomunicazione, legate ai cavi (cable), soprattutto sottomarini. |
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PS Chi è arrivato qui cercando il significato di WikiLeaks può consultare i dizionari Zanichelli facendo doppio clic sulle parole wiki e leak: wiki è un termine di origine hawaiana (wiki wiki vuol dire “molto veloce”) che in ambito informatico indica principalmente un sito i cui contenuti sono creati e mantenuti in collaborazione da una comunità di utenti; il significato figurato di leak in questo contesto invece è “fuga (di notizie)” o “notizia fatta trapelare volutamente”.
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Vedi anche: Hung Parliament: non è “appeso, altro esempio di un termine inglese la cui improvvisa visibilità aveva causato qualche problema di traduzione nei media italiani, e [aggiornamento] I suffissi degli scandali: -gate e –poli, sulla denominazione degli scandali nella stampa italiana.
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A lesson on typography
In tema con gli ultimi post, ringrazio Marco che mi ha segnalato un video in cui vengono “illustrati letteralmente” (!) alcuni termini inglesi usati nella composizione tipografica:
In italiano tipografia descrive 1) un procedimento di stampa e 2) lo stabilimento in cui si stampa e solo raramente indica 3) l’insieme delle arti grafiche relative alla composizione del testo. In inglese, invece, typography ha il significato 1) e soprattutto 3).
Proprio per questo non mi convince del tutto il calco tipografia cinetica, modellato sull’inglese kinetic typography* per descrivere la tecnica di animazione che usa il testo per comunicare, come in questi video. I risultati però mi piacciono molto!
* in inglese questa tecnica di animazione è conosciuta anche con altri nomi, come moving text, typo(graphy) animation, typography (in) motion e motion typography.
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Vedi anche: Caratteri maschili e femminili.
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