Terminologia etc.

Terminologia, localizzazione, traduzione e altre considerazioni linguistiche

Post con tag “burocratese”

-ese, il suffisso “che dà la parola”

Ho trovato interessante Lingua, linguacce e società, un articolo sul suffisso –ese e su come venga usato per creare nomi di linguaggi particolari, spesso con connotazioni ironiche o sarcastiche:

Lingua, linguacce e società - Treccani.it “…il suffisso -ese, tradizionalmente generatore di aggettivi e sostantivi indicanti appartenenza a realtà geografica o a entità linguistica, nazionalità, cittadinanza e simili (francese, calabrese, bolognese) si è spesso cucito addosso il grado semantico a volte scherzoso, a volte ironico, spesso polemico (se non perfino denigratorio), ricavato dall’-ese che ricalca l’-ais di franglais, per indicare un qualche linguaggio tipico di un settore della società, della politica, di una qualche disciplina o materia, di un qualche personaggio (di norma noto).”
[Treccani.it]

Tra i numerosi esempi di linguaggi tipici andrebbe aggiunto interpretese, il modo di parlare degli interpreti che Fiorello sa imitare alla perfezione. Ne ho ho letto divertita qualche giorno fa quando ho scoperto SSLMIT – fatti e misfatti (grazie Lorenza!), un blog gustosamente impietoso sull’università che ho frequentato anch’io.

Vedi anche: itanglese (sinonimo di italiese), Clausole di riservatezza nei messaggi (esempi di burocratese) e Tendenze nella formazione di neologismi (meccanismi di formazione di nuove parole). 

Tu, voi o infinito?

In questi giorni sono raramente davanti al computer e solo ora ho iniziato a leggere i commenti all’intervista in Punto Informatico.

youCi sono molti spunti interessanti, ad esempio sullo stile usato in molti prodotti (non solo Microsoft!): perché non ci si rivolge all’utente direttamente, come in inglese, ma si prediligono forme impersonali e l’infinito per le istruzioni? 

Le versioni localizzate dovrebbero essere finalizzate alle esigenze dei mercati locali. La maggior parte degli utenti italiani ignora come sia il software originale: se le scelte di localizzazione sono adeguate, efficaci e consentono di imparare a usare un prodotto facilmente e produttivamente, è abbastanza irrilevante cosa viene usato in inglese.

In italiano di solito le istruzioni, se non sono tradotte da altre lingue, prediligono le forme impersonali e basta aprire la scatola di qualche apparecchiatura o di un medicinale per verificarlo. Immagino che nei primi prodotti localizzati sia stato adottato questo stile proprio perché era quello che si aspettavano gli italiani digiuni di computer ma abituati a seguire istruzioni di altro tipo: è risaputo che la familiarità ha un impatto positivo sulla curva di apprendimento.

Va anche detto che le prime applicazioni localizzate erano destinate soprattutto ad ambiti professionali dove il “tu” sarebbe stato fuori luogo. Nel 2009 l’utente tipico dei prodotti software ha sicuramente una sensibilità diversa ma nel frattempo la forma impersonale è diventata uno standard a cui credo siamo ormai abituati… a parte le obiezioni di chi usa il Mac o di utenti più “informatizzati” che, però, non sempre rappresentano l’utente tipico. 

In ogni caso la forma impersonale non dovrebbe essere sinonimo di stile troppo formale e sono del tutto d’accordo con chi si lamenta di frasi “barocche” più adatte alla burocrazia che a un’interfaccia grafica. Ad esempio, se un titolo inglese dice What I could do to protect my computer, non mi sembra il caso di tradurre Quali misure è possibile adottare per proteggere il proprio computer se, mantenendo una forma impersonale, si può semplificare in Che cosa si può fare per proteggere il computer. Le guide di stile per la localizzazione possono dare indicazioni generali ma sta a chi traduce operare scelte accettabili.

Clausole di riservatezza nei messaggi

Post pubblicato il 12 giugno 2008 in blogs.technet.com/terminologia

Su Language Log This e-mail is confidential; please don’t be evil fa una lunga analisi linguistica di una di quelle clausole di riservatezza aggiunte automaticamente alla fine dei messaggi di posta elettronica e che intimano di distruggere eventuali comunicazioni ricevute per errore.

Mi fa sempre un effetto sgradevole ricevere messaggi magari brevissimi ma seguiti da un paio di paragrafi minacciosi, addirittura in versione bilingue. Mi sono spesso domandata se queste clausole abbiano valore legale oppure se si tratti di banale scimmiottamento di quanto avviene nei paesi di lingua inglese. Da un punto di vista linguistico, poi, mi hanno sempre lasciata un po’ perplessa.

Certe richieste sono assurde, specialmente se appaiono alla fine del messaggio:

Vi preghiamo di segnalarlo immediatamente al mittente e di distruggere quanto ricevuto senza leggerlo e/o farne copia

Non mancano costruzioni tipiche del burocratese, ambiguità sintattiche ed errori veri e propri: 

Qualora questo messaggio fosse ricevuto per errore, ci voglia il Destinatario dare notizia via e-mail.
  Vi preghiamo di darcene notizia via e-mail e di procedere alla sua distruzione e dei suoi eventuali allegati.
  Qualora questo messaggio fosse da Lei ricevuto per errore vogliate cortesemente darcene notizia e distruggere il messaggio ricevuto erroneamente con il  rimborso, da parte ns. dei costi da Lei sostenuti a Sua esplicita richiesta.
  Tale messaggio è confidenziale: qualora l’avesse ricevuto per errore, La preghiamo di comunicarne la ricezione inviando una e-mail al mittente e di distruggerne il contenuto.

Nell’ultimo esempio, si tratta del contenuto del mittente, dell’e-mail o del messaggio? Visto il tono minatorio di queste comunicazioni e la preferenza spiccata per il verbo distruggere, la prima ipotesi forse non è da scartare…