Terminologia etc.

Terminologia, localizzazione, traduzione e altre considerazioni linguistiche

Post con tag “Apple”

Campo di distorsione della realtà

Il post sulla traduzione di Stay hungry. Stay foolish sta suscitando molto interesse. Per rimanere in argomento, vi segnalo un’analisi linguistica, "And One More Thing": The Insanely Great Language of Steve Jobs, in cui Ben Zimmer esamina alcune parole chiave legate a Jobs e la loro storia, tra cui Apple, Macintosh, il prefisso i, il nome App Store e le frasi Insanely great, Think different e Stay hungry.

Zimmer racconta anche che la biografia ufficiale di Jobs era stata inizialmente intitolata iSteve: The Book of Jobs, un gioco di parole con il pronome I e con un riferimento biblico (The Book of Job = Il libro di Giobbe), ma poi era stato preferito un più essenziale Steve Jobs. Alla modifica potrebbe aver contribuito la pubblicazione di iCon, una biografia non autorizzata il cui titolo può essere letto sia come icon, “icona” nel senso di personaggio emblematico di un’epoca, che come I con , “io raggiro” (verbo con): il riferimento è all’enorme capacità di persuasione di Jobs, nota da tempo anche come reality distortion field.

Dogbert_reality_distortion_field

Vedi anche: Negli Apple Store, a quanto pare…

“Stay hungry. Stay foolish” in italiano

Morgaine, una lettrice del blog, mi ha scritto a proposito di Stay hungry. Stay foolish, la frase pronunciata da Steve Jobs a conclusione dell’ormai famoso discorso ai laureandi di Stanford.

Stay hungry. Stay foolish. Contesto: Jobs aveva spiegato che la frase non era sua ma era apparsa sull’ultimo numero di Whole Earth Catalog, una rivista “alternativa” della controcultura americana che era stata una specie di bibbia per la sua generazione.

Morgaine mi ha chiesto di parlarne perché la traduzione scelta da quasi tutti i media italiani, Siate affamati, siate folli, non è corretta.

(altro…)

Negli Apple Store, a quanto pare…

Dilbert_as_it_turns_out

Questa recente striscia di Dilbert fa riferimento alla notizia che ai dipendenti degli Apple Store negli Stati Uniti non sarebbe consentito dire unfortunately per dare notizie poco gradite ai clienti; il potenziale impatto negativo dell’avverbio va attenuato usando invece as it turns out (un’espressione che può comunicare sorpresa per un risultato imprevisto).

Ne aveva parlato Language Log riprendendo un articolo di Gawker, dove si legge che  un’altra parola da evitare è problem (meglio dire issue) e l’eventuale commento per azioni particolarmente maldestre riferite dagli utenti che hanno problemi con i prodotti è that’s not recommended. È anche vietato correggere le pronunce sbagliate dei clienti e chi non si attiene alle istruzioni può subire sanzioni (come i dipendenti di Trenitalia?).

Chissà se esistono indicazioni simili anche per gli Apple Store italiani…  

Vedi anche: Aggettivi indefiniti subdoli (quando una singola parola può influenzare negativamente la percezione di un prodotto o di un servizio) e Campo di distorsione della realtà (il linguaggio di Steve Jobs). 

Tecnologia, frutta e marchi registrati

The fruits of technological innovation, citato in Apple, Blackberry & Orange, ipotizza che per alcuni prodotti tecnologici vengano scelti nomi di frutta in modo che gli utenti associno le connotazioni positive evocate dai frutti ai prodotti stessi.

Probabilmente c’è anche un altro motivo: per un produttore è più facile riuscire a ottenere la protezione giuridica tramite marchio registrato se il nome proposto non è associabile alle caratteristiche del prodotto o del servizio.

Stati Uniti: trademark distinctiveness

In un aggiornamento a Facebook, face, book e marchi registrati avevo già accennato agli Stati Uniti, dove un marchio è registrabile se soddisfa varie condizioni, tra cui la capacità distintiva (distinctiveness). Per determinarla, si fa riferimento al cosiddetto spectrum of distinctiveness, una scala lungo la quale vengono posizionati i nomi sottoposti a registrazione: a un’estremità si collocano quelli generici e all’altra quelli di fantasia, passando per nomi descrittivi, suggestivi e arbitrari.

spectrum of distinctiveness

Maggiore è l’originalità di un marchio, maggiore è la protezione giuridica: i nomi inventati (fanciful) sono immediatamente registrabili.

Chi ha notato il mio debole per la terminologizzazione capirà perché trovo particolarmente interessante la classificazione arbitrary: descrive i nomi che corrispondono a parole comuni, già esistenti e con un loro significato preciso e documentato, che vengono usate completamente fuori contesto e quindi, non essendoci alcuna correlazione tra il nome e il tipo di prodotto, rendono i marchi facilmente registrabili. È appunto il caso di Apple, Blackberry e altri prodotti di vario genere che hanno nomi di frutta (nel caso di un’azienda agricola, invece, Apple e Blackberry sarebbero considerati descriptive e quindi difficilmente registrabili).

Italia: capacità distintiva del marchio

In Italia la capacità distintiva è descritta nell’art.13 del Codice della proprietà industriale:

Capacità distintiva
1. Non possono costituire oggetto di registrazione come marchio d’impresa i segni privi di carattere distintivo e in particolare quelli costituiti esclusivamente dalle denominazioni generiche di prodotti o servizi o da indicazioni descrittive che ad essi si riferiscono, come i segni che in commercio possono servire a designare la specie, la qualità, la quantità, la destinazione, il valore, la provenienza geografica ovvero l’epoca di fabbricazione del prodotto o della prestazione del servizio o altre caratteristiche del prodotto o servizio.
[…]


Vedi anche: Marchionimi e terminologia, sulla distinzione linguistica tra marchi forti e deboli.

Facebook, face, book e marchi registrati

Notizie recenti che hanno a che fare con due marchi molto noti globalmente:

McDonald’s ha diffidato un imprenditore sardo che aveva chiamato i suoi negozi McPuddu’s e McFruttus, con la motivazione che l’uso del suffisso Mc nelle insegne rischia di creare ”confusione”.
Facebook ha fatto causa al social network Teachbook per l’uso del suffisso book in qualità di "parte distintiva del marchio di Facebook".
Facebook ha fatto richiesta per registrare come marchio la parola face.   

Il suffisso patronimico Mc e i nomi book e face sono parole estremamente comuni in inglese e queste notizie possono lasciare perplessi, ma appropriarsi di parole generiche a uso commerciale è prassi comune, soprattutto negli Stati Uniti.

Facebook says, "All your face are belong to us" (Dennis Baron in The Web of Language) ne parla ironicamente con molti esempi, evidenziando la tendenza abbastanza recente di cercare di ottenere la registrazione del marchio* anche per l’uso non limitato a un ambito specifico: è il caso di book e face e dei tentativi di Apple di registrare non solo pod in tutti i suoi usi ma, si vocifera, anche il prefisso i (se approvato, in teoria potrebbe avere effetti sulla grafia del pronome personale inglese I).

È una questione controversa: i produttori mirano ovviamente a diffusione e riconoscibilità del marchio ma allo stesso tempo devono cercare di evitare che l’efficacia di riconoscimento causi fenomeni di volgarizzazione che lo declasserebbe a nome comune (come è stato per linoleum, zipper, aspirin, thermos, xerox, Webster’s, polar fleece in inglese), un processo a volte molto rapido, come nell’esempio di Email (coniato negli anni ‘80 da CompuServe che però aveva ben presto dovuto rinunciare a renderlo marchio registrato) e come probabilmente accadrà al verbo google usato come sinonimo di “cercare su Internet”. The Web of Language conclude con malcelata soddisfazione che in tutti questi casi la protezione giuridica non può molto sull’evoluzione della lingua.

* Negli Stati Uniti, la differenza principale tra trademark (marchio), rappresentato dal simbolo ,  e registered trademark (marchio registrato), rappresentato da ®, è che solo il secondo ha ottenuto la registrazione presso l’United States Patent and Trademark Office (USPTO) che conferisce diritti esclusivi al suo proprietario


Aggiornamento – L’articolo di Dennis Baron è stato ripubblicato da Visual Thesaurus con alcuni commenti e link interessanti, ad es. Grand Theft Motto, un articolo che fa riferimento alla robustezza nominale dei marchi negli Stati Uniti, Trademarks, un elenco di marchi registrati ormai diventati parole di uso comune in inglese americano, e Googling vs. Bing-ing, sulla volgarizzazione dei nomi dei principali motori di ricerca.


Vedi anche: Marchionimi e terminologia, sulla distinzione linguistica tra marchi forti e deboli, Facebook e il Facebook, sull’uso dell’articolo determinativo davanti al nome proprio del più famoso social network e [aggiornamento] Tecnologia, frutta e marchi registrati, sulla capacità distintiva dei marchionimi.


Nota: il titolo Facebook says, "All your face are belong to us" riprende la famigerata traduzione dal giapponese All your base are belong to us, ormai considerata un meme.

iHumour

Sempre in tema silly season, vignetta odierna di una delle mie strisce preferite, Pearls Before Swine, dedicata a chi non sa rinunciare al proprio iPhone, iPod o iPad:

“my grand strategy for social interaction with those around me”

Vedi anche: note sul prefisso i (in uso ormai da 12 anni), sul nome iPad e sulla terminologia Apple usata in dispositivi con touch screen qui e qui.

iPad, “flick” e terminologizzazione

iPad è ora disponibile anche in Italia e così ho dato un’occhiata al manuale italiano per vedere se fosse stato risolto il problema terminologico di cui avevo parlato qualche mese fa (iPhone e iPod), però non ho notato novità né per pinch (esempi qui) né per un altro termine correlato, flick.

Nel lessico comune inglese flick può indicare il movimento veloce, spesso ripetuto, che si fa con un pollice o soprattutto con l’indice per spostare o eliminare qualcosa di piccole dimensioni, ad es. delle briciole, una macchiolina o un insettino da una manica.

il gesto "flick" descritto graficamente nella documentazione AppleNei dispositivi con touch screen, specialmente in ambito Apple, flick indica il gesto rapido che si fa con un dito per far scorrere una pagina, per passare alla foto successiva di una raccolta, ecc.  Nella documentazione italiana di iPhone e iPad, flick viene reso in vari modi, ad es. “dare un colpetto” (qui), “fare scorrere le dita”, “scorrere”, “scorrere le dita”, a volte anche nello stesso contesto in cui appare scroll, altro termine a cui viene associato il verbo italiano scorrere, e in alcuni casi si crea confusione (esempi qui, dai manuali in inglese e in italiano). 

Ho pensato di parlarne perché pinch e flick mettono in evidenza un potenziale problema terminologico che, se non viene riconosciuto “a monte” nella lingua di partenza, può causare errori di localizzazione e incongruenze nelle lingue di arrivo.

terminologizzazioneCome pinch, anche flick è un esempio tipico di terminologizzazione, un meccanismo di formazione di neologismi semantici molto comune in ambito informatico: una parola del lessico generico acquista un nuovo significato e diventa un termine che rappresenta un concetto particolare in un ambito specifico (ne ho già parlato altre volte, ad es. qui, qui e qui).

Per chi si occupa di gestione della terminologia, è un processo linguistico molto interessante ma che può complicare il lavoro terminologico rivolto alla localizzazione:

Raramente i neologismi semantici vengono identificati dai sistemi di estrazione automatica della terminologia (term mining), proprio perché hanno la stessa forma linguistica di parole generiche.
Spesso sfuggono anche all’estrazione manuale, ad es. da parte del team di sviluppo del prodotto, specialmente se chi se ne occupa lavora solo nella lingua di partenza e non ha particolari competenze terminologiche: difficile che i neologismi semantici vengano riconosciuti come termini.
Possono avere un impatto imprevisto sul contenuto e sui sistemi concettuali descritti nel database terminologico. Esempio: se viene documentato il termine ribbon (elemento di interfaccia), va creata una scheda terminologica anche per la la forma Ribbon nelle Illustrazioni di Office 2007parola ribbon (un elemento grafico generico) per evitare problemi nelle lingue di arrivo se appaiono nello stesso prodotto e le “traduzioni” per termine e parola sono diverse? Se sì, ci si può limitare a documentare solo il nome dell’elemento in questione, o, per coerenza, vanno aggiunti anche quelli degli altri elementi correlati, anche se abbastanza irrilevanti perché non rappresentano alcun concetto specifico, quindi di regola non ammessi nel database? Quando si progetta un sistema di gestione della terminologia, è importante porsi anche queste domande.  
Se non identificati, questi termini possono creare incongruenze nella lingua d’arrivo, come nel caso di pinch e flick, e impedire che un concetto importante venga facilmente condiviso (ad es. se si vuole parlarne senza ambiguità), con potenziali conseguenze sull’esperienza dell’utente.

È sicuramente superfluo dirlo ancora una volta, ma in tutti questi casi la collaborazione di chi localizza è davvero essenziale! 

Vedi anche: Internet e determinologizzazione, per il processo opposto.

(in)accessibilità

Una parola virgolettata in un recente titoletto nel Corriere della Sera ha attirato la mia attenzione: Manovra: il testo è «inaccessibile».

Manovra: il testo è «inaccessibile». Il documento sul sito del Governo è enorme, di problematica gestione, e di fatto non fruibile da molti degli utenti, fra cui i non vedenti. A dispetto della Legge Stanca – Articolo di Carlo Giacobini, Corriere della Sera

Non devo essere l’unica ad avere pensato che il titolo fosse fuorviante (inaccessibile = impossibile da raggiungere) perché nel frattempo l’articolo è stato modificato e ora si legge Manovra: il testo accessibile con grande difficoltà (ma nell’URL si legge ancora inaccessibile; confronto tra le due versioni qui). 

Ho comunque trovato interessante il tentativo di esprimere in un’unica parola il contrario di accessibile, un termine informatico ormai diffuso, chiaro calco dall’inglese, che descrive la piena fruibilità di un sito o di un prodotto anche per chi ha qualche difficoltà fisica, ovvero l’accessibilità: “la capacità dei sistemi informatici, nelle forme e nei limiti consentiti dalle conoscenze tecnologiche, di erogare servizi e fornire informazioni fruibili, senza discriminazioni, anche da parte di coloro che a causa di disabilità necessitano di tecnologie assistive o configurazioni particolari”.

La definizione è tratta dalla cosiddetta Legge Stanca, che si può dire abbia ufficializzato la terminologia italiana sull’argomento, anche se non mi sembra che i principali dizionari abbiano ancora recepito le accezioni “informatiche” di accessibile e accessibilità.

Dando un’occhiata alla terminologia del software con opzioni pensate per chi ha disabilità, sviluppato in inglese e poi localizzato, si trova che nelle versioni italiane di Windows meno recenti, come pure nelle principali distribuzioni Linux, il termine accessibility (ad es. in Accessibility Options, Accessibility Wizard) è tradotto con accesso facilitato, una locuzione comprensibile anche da chi, soprattutto anni fa, poteva non avere ancora familiarità con il nuovo concetto di accessibilità. Può essere interessante notare che nella versione americana di Windows Vista il termine accessibility è stato sostituito da ease of access (più trasparente o addirittura più politicamente corretto?), mentre in italiano Windows 7 ha portato a un adeguamento alla terminologia ufficiale ed è stato quindi preferito accessibilità

Per quel che riguarda Apple, mi pare che nei Mac si faccia riferimento a questo tipo di funzionalità con Universal Access / Accesso Universale e che nei dispositivi (iPad, iPhone ecc.) appaia invece anche il termine accessibility, in italiano accessibilità. Anche nei prodotti Adobe accessibility è accessibilità.

PS Stesso articolo del Corriere, altro tipo di commenti: Il governo ne sa una più del modem.
Altre mie osservazioni su articoli del Corriere in Ristoranti in crowdsourcing e open source? e link correlati.

In intimità con l’iPad?

Aggiornamento 2011 – Questo post di gennaio 2010 mostra quanto rapidamente può cambiare la percezione del nome di un prodotto di successo: a pochi mesi di distanza dal lancio le osservazioni sulle possibili connotazioni negative appaiono del tutto fuori luogo. 


Come prevedibile, fiumi di inchiostro digitale sulla presentazione dell’iPad, anche su alcuni aspetti linguistici.

More intimate (Unspeak), ad esempio, ironizza su alcune delle parole scelte da Steve Jobs per descrivere la novità della Apple, tra cui “It’s so much more intimate than a laptop”.

In Italia l’affermazione è stata riprodotta letteralmente, molto più intimo di un laptop. Probabilmente chi ha tradotto non ha riflettuto sull’aggettivo italiano: se associato a persone il significato è sicuramente “legato da un rapporto personale stretto” ma, se riferito ad oggetti, prevale invece “relativo a zone del corpo immagine da www.flickr.com/photos/nevilleblack/4310117876/che di solito rimangono coperte”.  Ancora più ironico se si considera che, specialmente in inglese americano, pad è l’assorbente (nel senso di igiene intima) e in questi giorni si sprecano le battute, come riporta iPad name draws feminine hygiene jokes (CNN) ma anche il Corriere della Sera. Una tra tante: “Yes, the iPad is small, lightweight and slim. But can you swim with it?

Il linguista Arnold Zwicky analizza invece la pronuncia e ipotizza che, in alcune varietà di inglese, un ulteriore problema del nome iPad, / ˈaɪpæd /, possa essere la somiglianza con iPod, che potrebbe rendere il nome dei prodotti meno facile da differenziare.


Una striscia di Dilbert per sorridere sulle difficoltà di scelta dei nomi di nuovi prodotti:

dilbert.com

Vedi anche:  "pinch" non è solo pizzicare e iPad, "flick" e terminologizzazione, sulle incongruenze di traduzione dei termini pinch e flick nella documentazione italiana di iPad, e Globalizzazione e pronuncia di nomi di prodotti, per alcune considerazioni nella scelta dei nomi. 

“pinch” non è solo pizzicare

Nei dispositivi con touch screen i comandi più comuni vengono eseguiti con movimenti specifici dello stilo, delle dita o delle mani.

Nell’iPhone, nell’iPod e nei Tablet PC con Windows 7, come pure in alcuni touchpad, ci sono due gesti associati alla visualizzazione di oggetti grazie ai quali immagini, pagine e documenti si possono rimpicciolire o ingrandire rispetto alle dimensioni dello schermo: si usano il pollice e l’indice che vengono avvicinati o allontanati l’uno dall’altro.

dalla documentazione di Apple iPhone: a sinistra il movimento per ridurre le dimensioni di un'immagine, a destra quello per ingrandirla

Apple e terminologia inglese

Questi gesti sono stati introdotti da Apple e poi adottati anche in dispositivi di altri produttori, con la stessa terminologia, perlomeno prima che Apple brevettasse le funzionalità legate al multi-touch. È interessante notare che in inglese viene usato un unico termine, pinch, per descrivere il concetto sovraordinato “gesto in cui due dita si muovono in direzioni opposte”, senza dare un nome individuale a ciascuno dei due diversi movimenti delle dita, per ingrandire e per ridurre le dimensioni:

When viewing photos, webpages, email, or maps, you can zoom in and out. Pinch your fingers together or apart.” – Apple iPhone User Guide
 
The new “Pinch” gesture functionality translates multi-finger input (two fingers moving apart or together on a TouchPad) and performs zoom-in and zoom-out capability in a variety of popular applications.” – Synapticsa

Il termine inglese pinch, letteralmente “pizzicare” o “pizzicotto”, è un tipico esempio di terminologizzazione. Forse non è del tutto intuitivo se associato all’azione di separare le dita, e si può notare che alcuni produttori hanno deciso di distinguere tra pinch (dita che si avvicinano) e stretch o spread (dita che si allontanano) e [aggiornamento] anche unpinch.

Apple e localizzazione italiana

Nella localizzazione potrebbe essere necessario discostarsi dalla terminologia originale e trovare soluzioni alternative che rappresentino il concetto senza ambiguità. Nella documentazione italiana Apple (iPhone e iPod), però, pinch non è trattato come un termine ma come una parola generica, tradotta in varie maniere: pizzicare, allontanare e avvicinare le dita, aprire e chiudere le dita, utilizzare il movimento delle dita (esempi specifici qui). La comprensione dell’utente è quindi affidata alle immagini descrittive piuttosto che a un nome che “etichetti” in maniera univoca il concetto.

Terminologia Windows

In Windows 7 esistono gli stessi concetti ma sono stati scelti termini che descrivono i comandi anziché i gesti che li simboleggiano, riproponendo terminologia usata in contesti tradizionali: in inglese zoom identifica così il concetto sovraordinato, zoom in indica il movimento per ingrandire l’immagine e zoom out il movimento per ridurla. In italiano i termini corrispondenti sono zoom, (fare) zoom avanti e (fare) zoom indietro [descrizione aggiornata].

Aggiornamenti

Maggio 2010 – Anche nella documentazione italiana di iPad stesse incongruenze nella traduzione di pinch, a cui si aggiunge comprimere, come si può vedere in alcuni esempi qui.

Agosto 2012 – In nuova documentazione italiana per Apple iPad datata luglio 2012 si può vedere un esempio dove pinch viene reso in tre modi diversi nella stessa pagina: apri e chiudi due dita, allontana / avvicina l’indice e il pollice sullo schermo e apri e chiudi / avvicina rapidamente due dita sullo schermo. La lunghezza delle locuzioni conferma che nella localizzazione italiana pinch continua a non essere riconosciuto come concetto e quindi come termine. Nel testo americano si può invece notare che ora i due tipi di zoom vengono differenziati chiamandoli pinch open e pinch closed (esempi in inglese e in italiano qui).

Vedi anche: iPad, "flick" e terminologizzazione, per un altro esempio di gesto non riconosciuto come termine specifico nella localizzazione italiana dei prodotti Apple, e Apple, Samsung e il brevetto “pinch to zoom”, per alcune conseguenze pratiche della mancata standardizzazione terminologica di pinch in italiano.

Boot, reboot e bootstrap

Mi sa che è deformazione professionale, perché ogni volta che sento Unknown Caller degli U2 faccio caso ai riferimenti informatici nel testo. Credo proprio che Bono usi un Mac:

Force quit and move to trash” (cfr. uscita forzata e trascinare nel cestino in italiano)

Più trasparente e subito comprensibile un’altra metafora, quella di azzerare tutto e ricominciare:

Restart and reboot yourself

bootstrap I termini boot e reboot hanno un’origine divertente, una metafora che però credo sia abbastanza nota solo in inglese. Non descrivono l’azione di dare un calcio al computer per farlo ripartire (anche se a volte…) ma in origine fanno riferimento alle linguette (bootstrap) che aiutano a infilarsi scarponi o altre calzature e da cui deriva l’espressione to pull oneself up by one’s bootstraps: inizialmente indicava un compito impossibile ma poi ha acquisito il significato di “uscire da una situazione difficile o complessa da soli, senza intervento altrui”. 

L’origine dell’espressione viene spesso fatta risalire a un episodio del romanzo Le avventure del barone di Münchhausen che però non lo contiene, quindi è una falsa etimologia.

Il termine bootstrap è stato adottato in ambito informatico per descrivere il processo per cui un programma abbastanza semplice consente di caricare, avviare e preparare all’uso programmi molto più complessi, come ad esempio il sistema operativo del computer. Da bootstrap è poi derivata la forma abbreviata boot che ha acquisito il significato più generico di “avviare un computer”, tanto che restart e reboot di solito sono sinonimi (ad es. nei prodotti Microsoft e sembrerebbe anche nella documentazione Apple). Non per gli U2, però!

PS Visto che siamo in tema, ne approfitto per segnalare un falso amico che trovo molto fastidioso: liriche per descrivere il testo di una canzone, calco dall’inglese lyrics.

Ancora sulle parole dell’anno

Post pubblicato il 12 gennaio 2009 in blogs.technet.com/terminologia

Negli USA bailout è appena stata confermata parola dell’anno 2008 anche dall’American Dialect Society (ADS). Il comunicato stampa include altre parole rilevanti, divise per categorie. Alcuni esempi che ho trovato interessanti:

Nella categoria più probabilità di successo, le parole formate a partire da tw-, tweet e twitt-. Grazie alla diffusione di Twitter, un esempio di terminologizzazione: dai riferimenti originari a cinguettii e cicalecci si passa a concetti specifici nell’ambito del microblogging.
Tra le parole più creative, il neologismo long photo (“a photograph that moves”): in Flickr indica un video della durata massima di 90 secondi.
Tra le più utili, il verbo text e in particolare textwalker, una persona che scrive SMS mentre cammina, e driving while texting (DWT), espressione ormai comune, tanto che si vedono variazioni sul tema, ad es. Dying while texting. 
Tra quelle meno necessarie, moofing, da mobile out of office, attività di chi non sta lavorando dal proprio ufficio ma è comunque online e raggiungibile.

 moofing?La segnalazione di text in un elenco di parole del 2008 sottolinea il ritardo con cui questo verbo è entrato nell’inglese americano, mentre non è più un neologismo in Europa: riflette un diverso uso degli SMS nei due continenti, come accennavo in Paese che vai: SMS e cercapersone.

Il comunicato stampa riporta anche le parole scelte dall’ADS negli anni precedenti ed è interessante vedere la rapidità con cui alcune sono diventate comuni anche in italiano, ad es. i prestiti sudoku, phishing, blog.

Nel 1998 il prefisso e- (e-mail, e-commerce ecc.) era stato scelto dall’ADS non solo come parola dell’anno ma anche come la più utile e quella con più probabilità di successo: ha sicuramente avuto una notevole diffusione ma ormai, dieci anni dopo, è superato. È quindi divertente scoprire che l’attualissimo prefisso i dei prodotti Apple è apparso per la prima volta proprio nel 1998, nel nome iMac; la i indicava inizialmente Internet, mentre ora vengono fatte anche altre associazioni, ad es. a individual, inform, inspire.  [Aggiornamento agosto 2010: The virtual linguist fa notare che il prefisso i era in uso già nell’inglese antico, ovviamente con un significato del tutto diverso: equivaleva al prefisso tedesco ge- ed era usato per marcare nomi collettivi, aggettivi, avverbi e verbi.]


Aggiornamento gennaio 2009: People to have a ‘staycation’ thanks to ‘brickor mortis’ elenca alcune parole che il dizionario inglese Collins monitorerà nel 2009 per decidere se includerle o meno nella prossima versione del dizionario. Tra queste staycation (stay+vacation), rimanere a casa per le vacanze a causa di ristrettezze finanziarie, e social notworking, passare tempo in rete sui social network durante l’orario di lavoro.

In Visual Thesaurus c’è un post con dettagli sulla scelta delle parole dell’anno 2008 da parte dell’ADS.

Vedi anche: Parole dell’anno "tecnologiche" negli USA per una panoramica di parole dell’anno 2009 in inglese e italiano.

OK? OK!

Post pubblicato il 13 agosto 2008 in blogs.technet.com/terminologia


OK è la parola più riconoscibile in tutto il mondo e probabilmente l’anglismo più diffuso in italiano. L’origine e la storia della parola sono descritte nel libro OK – The Improbable Story of America’s Greatest Word: l’etimologia viene fatta risalire a un’abbreviazione di oll korrect, variazione umoristica di “all correct” apparsa in un quotidiano americano nel 1839.

OK OK è anche una delle stringhe più comuni nelle interfacce del software, dove appare come nome di pulsante.

In caso di eventuali cruciverba multilingue con contenuto informatico (!?!), potrebbe essere utile sapere (!?!) che OK rimane in inglese nei prodotti Microsoft localizzati nella maggior parte delle lingue europee con alfabeto latino (ceco, danese, estone, finlandese, francese, irlandese, italiano, maltese, norvegese, olandese, polacco, portoghese, romancio, romeno, slovacco, svedese, tedesco, unghere) e anche in lingue con alfabeti diversi da quello latino, come ad esempio greco, russo e giapponese. 

Altre lingue invece traducono: 

basco: Ados
catalano: D’acord
croato: U redu
islandese:   Í lagi
lettone: Labi
lituano: Gerai
sloveno: V redu
spagnolo: Aceptar
turco: Tamam

Fonte: stringhe dei prodotti Microsoft, consultabili nel Portale linguistico Microsoft.

Aggiornamento settembre 2011: The iPad of Words paragona la parola OK all’iPad perché prima che fosse coniata nessuno ne sentiva la necessità mentre ora non sembra possibile poterne fare a meno. In inglese OK è una parola difficilmente sostituibile se si vuole comunicare di essere d’accordo senza dover esprimere un’opinione o un coinvolgimento emotivo (ma viene usata anche per richiamare l’attenzione di più interlocutori o segnalare che si sta cambiando argomento). 

Concetti e termini: un esempio da Office per Mac

Post pubblicato il 25 giugno 2008 in blogs.technet.com/terminologia


La gestione della terminologia orientata al concetto (approccio onomasiologico) consente scelte terminologiche più flessibili e mirate.

Un esempio interessante riguarda l’interfaccia di Office 2008 per Mac:

Office 2008 per Mac

Anche qui, come in Office 2007 per Windows, i menu tradizionali sono stati sostituiti da un’interfaccia dinamica che rende disponibili le funzionalità più adatte all’attività che si sta svolgendo.

L’aspetto è però diverso da quello di Office 2007:

Office 2007 per Windows

Questo nuovo elemento di interfaccia in inglese ha nomi diversi:

Ribbon in Office 2007  
Elements Gallery in Office 2008 per Mac

Anche se l’aspetto non coincide, concettualmente la funzionalità è la stessa e i team di sviluppo hanno concordato un’unica definizione per entrambi i termini, consultabile nel Portale linguistico Microsoft:

Un elemento dell’interfaccia utente che presenta comandi, strumenti e opzioni raggruppati in base all’attività anziché attraverso menu tradizionali, barre degli strumenti e riquadri attività.   

Si tratta quindi di due realizzazioni dello stesso concetto.

È stata questa considerazione, assieme ad altre relative al prodotto e al suo utilizzo, che ha portato alla decisione di riproporre la stessa soluzione della versione italiana di Office 2007 anche in Office 2008 per Mac, associando un’unica “traduzione” a entrambi i termini inglesi: barra multifunzione.

Qui sotto una rappresentazione semplificata e molto schematica di questa scelta in un database terminologico orientato al concetto:Ribbon ed Elements Gallery

Un approccio semasiologico (ad es. un glossario con le voci elencate in ordine alfabetico) probabilmente non avrebbe suggerito la stessa scelta perché i due termini sarebbero stati catalogati come voci indipendenti e non necessariamente con la stessa definizione.

Nella localizzazione è invece utile cercare di ridurre le variazioni terminologiche per uno stesso concetto perché possono causare confusione e avere un impatto negativo sull’esperienza di utilizzo dei prodotti, come nell’esempio del post Tasti di scelta (rapida).
   

Aggiornamento dicembre 2010 – In Office for Mac 2011  è scomparso il termine inglese Elements Gallery, sostituito da Ribbon come nella versione per Windows. In italiano non è stato necessario alcun aggiornamento terminologico: la scelta descritta qui sopra si è rivelata lungimirante!


Per una sintesi delle differenze tra il metodo onomasiologico e quello semasiologico, il post Database terminologici.