Post con tag “altre lingue”
Scherzetti (o scherzacci?) di localizzazione
Stanno circolando un paio di storie di “problemini” in alcune versioni localizzate di Facebook, nel frattempo risolti.
Nell’interfaccia spagnola, i compleanni del giorno venivano segnalati da una frase non proprio raffinata, “fuck you bitches” (dettagli in TechCrunch):
Nell’interfaccia turca, alcuni dei termini e dei messaggi di errore più comuni erano stati sostituiti da versioni molto più “creative”, ad es. l’impossibilità di inviare un messaggio a un utente perché offline veniva invece attribuita alle dimensioni ridotte del proprio pene. Tutti i dettagli in CounterMeasures.
Nel caso turco, lo scherzo è stato pianificato in un forum, sfruttando la nota modalità di localizzazione in crowdsourcing di Facebook (in attesa di brevetto), dove gli utenti propongono traduzioni e vengono adottate automaticamente quelle che ricevono più voti, a quanto pare senza ulteriori controlli: ai burloni turchi è così bastato inserire traduzioni alternative e votarle in massa.
Il leitmotiv dei riferimenti volgari mi ha fatto tornare in mente un aneddoto che circolava una ventina di anni fa a proposito di uno dei primi correttori ortografici, prodotto da un’azienda allora molto nota (ora defunta) che si era servita di studenti per inserire i dati nel dizionario: per vincere la noia del lavoro ripetitivo qualcuno di loro si era divertito ad associare parole davvero poco eleganti ad alcuni suggerimenti di correzione. Facile immaginare le reazioni degli ignari utenti.
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Aggiornamento 6 agosto – Altri esempi dei burloni turchi e spagnoli in Facebook e la saggezza delle folle (Il Disinformatico).
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Vedi anche: Errori di localizzazione fatali!, per un problema di localizzazione in turco, Correttori ortografici ed effetto Cupertino, per una spiegazione del nome dato agli scherzetti involontari dei correttori ortografici, e Alternative a blog, chat, newsletter, spamming? – 2, per alcune considerazioni sui progetti terminologici in crowdsourcing.
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John Doe, Mario Rossi e i loro parenti
Tra le notizie di ieri, una decisione della Corte Suprema degli Stati Uniti che dovrebbe consentire processi civili contro la Santa Sede. All’origine del caso la denuncia di una vittima che a suo tempo ha subito abusi e che ha preferito non rivelare la propria identità. Nel primo articolo italiano che ho letto ho però notato che alla vittima veniva dato un nome che probabilmente è familiare agli appassionati di telefilm polizieschi americani:
| Il cittadino dell’Oregon, John V. Doe, ha denunciato di aver subito abusi negli anni ‘60 nella scuola cattolica che frequentava. […] Il prelato […] è stato infine trasferito nell’Oregon, dove Doe lo conobbe quando era quindicenne. |
Chi guarda CSI o programmi simili si sarà sicuramente accorto che le vittime non identificate si chiamano sempre John Doe, se uomo, e Jane Doe, se donna: sono infatti i nomi fittizi (variabili metasintattiche) che nel sistema legale degli Stati Uniti vengono usati per fare riferimento a persone sconosciute, ad es. se cadavere, o nei procedimenti giudiziari quando l’identità della persona coinvolta non è nota o non può/deve essere rivelata. È appunto il caso della causa civile di cui sopra, denominata “John V. Doe v. Holy See”, un dettaglio sfuggito al Corriere della Sera ma non ad altri che hanno interpretato i riferimenti a “John V. Doe” eliminandoli e sostituendoli con “anonimo”.
Negli Stati Uniti John Doe viene anche usato come nome generico negli esempi, tipo Mario Rossi in Italia, John Smith e Joe Bloggs nel Regno Unito, Juan Pérez in Messico, Kovács János in Ungheria o Jan Kowalski in Polonia (un elenco di nomi fittizi in vari paesi qui).
Non credo invece che in ambito legale italiano esista un nome simile a John Doe ma non ho competenze in materia e potrei sbagliarmi. Qualcuno mi sa dire se vengono usate iniziali, simboli tipo pallini neri o altro?
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Dimmi cosa parli e ti dirò chi sei
Grazie a varie segnalazioni ho letto Language lessons: You are what you speak in New Scientist, un articolo che riassume alcune delle ultime tendenze della ricerca sulla diversità linguistica e fa molti esempi interessanti da varie lingue.
Viene messa in questione l’idea della grammatica universale, una struttura profonda comune a tutte le lingue e determinata da meccanismi biologici e genetici innati, e viene invece suggerito che ad essere innati sono gli strumenti di apprendimento: il cervello umano non sarebbe preprogrammato con regole linguistiche astratte comuni a tutte le lingue (gli universali linguistici) ma avrebbe invece strutture e meccanismi standard che portano ad adottare soluzioni e tendenze comuni condivise da molte lingue ma anche a peculiarità specifiche originate da tipi diversi di input.
La diversità linguistica e le caratteristiche uniche di molte lingue sarebbero così dovute a fattori di tipo ambientale, storico, sociale e naturale: ad esempio viene citata l’altissima incidenza di otite media cronica in una zona dell’Australia che potrebbe avere influenzato la fonologia della lingua aborigena locale, in cui mancano suoni comuni alla maggior parte delle lingue ma difficili da distinguere per chi soffre di infiammazioni dell’orecchio medio.
Si arriva così alla possibile conclusione che il cervello di chi parla lingue diverse avrebbe “impostazioni” diverse e quindi il nostro modo di essere e pensare è influenzato dalla lingua* (o dalle lingue) con cui siamo cresciuti: dimmi che lingua parli e ti dirò chi sei!
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* L’articolo non ne accenna, ma sembra che versioni moderate dell’Ipotesi di Sapir-Whorf, molto bistrattata nei decenni scorsi, stiano godendo di nuovo di una certa considerazione.
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Vedi anche: hard-wired e La mente: foglio di calcolo o motore di ricerca? (metafore per spiegare il cervello umano) e C’è rima e rima (alcuni riferimenti ad esempi dell’articolo).
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Lava, lapilli, turbinanti nubi di cenere vulcanica…
Ultimamente si parla molto di vulcani, grazie (?!) all’impronunciabile Eyjafjallajökull e, in questi giorni, al 30º anniversario dell’eruzione di Mount St. Helens (Stati Uniti), di cui The Boston Globe pubblica una serie di foto davvero impressionanti.
Guardando le immagini di Mount St. Helens ho pensato subito al verbo billow, che in inglese sembra immancabile quando si descrivono vulcani che sprigionano nubi di cenere, e infatti l’ho trovato nella prima didascalia, in un’altra foto e nei commenti!
Billow è un verbo inglese che mi piace molto ma che non ha un equivalente italiano: descrive fumo o vapore che sale in grandi quantità, a ondate, e dà l’idea di una massa che si gonfia e si dilata. I dizionari lo traducono con “fluttuare in grandi volute”, “levarsi a ondate” e simili, e ho visto billowing ash cloud reso con “turbinanti volute di cenere” (qui) e “torreggianti nubi eruttive” (qui), ma rimane comunque difficile riprodurre l’efficacia della singola parola inglese, che etimologicamente è legata anche a bellows, il mantice.
Passando alla terminologia scientifica sui fenomeni vulcanici, si notano altri dettagli interessanti, ad esempio in inglese ci sono parecchi prestiti dall’italiano quali fumarole (singolare!), lava, lapilli e solfatara, eponimi come Plinian eruption (eruzione pliniana) e termini che derivano da toponimi italiani come Strombolian eruption (eruzione stromboliana) e Vulcanian eruption (eruzione vulcaniana).
Sia in inglese che in italiano si trovano inoltre prestiti da varie lingue parlate in luoghi con fenomeni vulcanici, ad esempio caldera e hornito dallo spagnolo, maar dal tedesco, l’eponimo lacrime di Pele (Pele’s tears) e i tipi di lava aa e pahoehoe dall’hawaiano, il termine lahar, di origine indonesiana, e l’islandese jökulhlaup, un’inondazione causata da un vulcano che fa fondere un ghiacciaio (come quella dello scorso aprile in Islanda).
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Le definizioni dei termini, visualizzabili al passaggio del mouse, sono tratte dal sito Stromboli online, dove si possono consultare fotoglossari di termini vulcanologici in italiano, inglese, tedesco e… friulano!
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Silbo gomero: comunicare fischiando
Con un po’ di fortuna, sono riuscita ad evitare il caos nei cieli europei causato dal vulcano islandese e mi sono goduta bellissime giornate di trekking a Tenerife e a La Gomera, dove finalmente ho potuto sentire il silbo gomero, il linguaggio fischiato usato sull’isola da tempi immemorabili per comunicare a distanza.
In realtà non si tratta di un linguaggio naturale ma di un sistema sostitutivo che con un processo di riduzione rappresenta in maniera alternativa la lingua spagnola, ricalcandone le strutture grammaticali, sintattiche e lessicali (in teoria consentirebbe di riprodurre qualsiasi lingua). Viene usato un meccanismo con due suoni vocalici e quattro consonantici, distinti tramite differenze di tono (“acuto” e “grave”) e “linee melodiche” (continue per le vocali, con alterazioni brevi e repentine per le consonanti):
| silbo | equivalente spagnolo |
| I | i, e |
| A | a, o, u |
| CH | t, ch, s |
| K | p, k |
| Y | d, n, ñ, l, y, r, rr |
| G | b, f, m, g, j |
Un sistema di questo genere dà origine a molte ambiguità e polisemia (in questo caso anche “polifonemia”) che vengono risolte contestualmente con costruzioni semplici e con modalità di verifica delle informazioni, ad es. con domande e risposte di controllo.
Il silbo gomero è stato inserito nel Patrimonio Culturale Immateriale dell’Umanità dall’UNESCO e, per evitare che questa tradizione sparisca, da una decina di anni è materia di insegnamento nelle scuole di La Gomera.
Maggiori informazioni nel sito ufficiale (in spagnolo), con vari esempi.
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Fonetica animata
Una risorsa interessante a cura dell’University of Iowa: fənɛtɪks, una serie di animazioni che illustrano l’articolazione dei suoni di inglese americano, tedesco e spagnolo.
Chi ha fatto corsi di lingue straniere avrà già familiarità con queste informazioni, utili in particolare per confrontare come lo stesso grafema venga realizzato con articolazioni diverse in lingue diverse, ad es. t viene reso con una diversa posizione della punta della lingua in inglese e in spagnolo (ma anche in italiano).
Nel menu i suoni sono raggruppati secondo gli standard tradizionali, ad es. per l’inglese:
| ▄ | le vocali sono divise in anteriori, centrali e posteriori |
| ▄ | le consonanti sono presentate in base a punto di articolazione (come si dispongono gli organi dell’apparato fonatorio), modo di articolazione (come viene modificata la fuoriuscita dell’aria) e sonorità (vibrazione delle corde vocali presente per le consonanti sonore e assente per quelle sorde) |
[via The Lousy Linguist]
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Vedi anche: Trascrizione fonetica per l’inglese
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Per i fan della lingua na’vi (Avatar)
Qualche mese fa ho scritto Na’vi, nuova lingua artificiale aliena. Mai avrei immaginato che sarebbe stato il post più letto di questo blog: da quando è uscito il film Avatar in Italia, più di 8000 visualizzazioni solo dai motori di ricerca.
Ecco allora due tre aggiornamenti per chi è incuriosito dall’argomento:![]()
| ▄ | Questions Answered: Invented Languages, in cui Paul Frommer, ideatore della lingua na’vi, e Arika Okrent, autrice di In the Land of Invented Languages, discutono molteplici aspetti della creazione di lingue artificiali, con vari riferimenti a lingue naturali. |
| ▄ | The New Klingon in Slate, un articolo di Arika Okrent su come i fan di Avatar si siano organizzati per poter imparare la lingua na’vi e supplire alla mancanza di informazioni complete. |
| ▄ | Interview with Paul Frommer, intervista in formato podcast e commenti a cura della Language Creation Society [riferimento aggiunto il 14/4/10] |
Nel frattempo sono anche state create risorse in italiano, un bel sollievo per chi vuole imparare il na’vi ma non mastica nessuna lingua a parte la propria: ho scoperto che non sono pochi quelli che dichiarano di non conoscere l’inglese ma sono disposti ad affrontare grammatica, sintassi e fonologia alquanto complesse del na’vi, dedicandovi il tempo che mai hanno speso per qualsiasi altra lingua “reale”. Sono solo io a essere perplessa?
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Alpenglühen ed enrosadira
Una parola tedesca che trovo molto efficace è Alpenglühen (in inglese c’è il prestito adattato alpenglow). È l’effetto che si può vedere in montagna dopo il tramonto, quando l’ambiente circostante è già buio ma alcune cime appaiono ancora illuminate dal sole e assumono una colorazione rosseggiante (Glühen). Il fenomeno è particolarmente evidente sulle Dolomiti e in questo specifico caso in italiano si usa un termine ladino, enrosadira (per l’etimologia, fare doppio clic sulla parola).
Un esempio di enrosadira sulle Odle un paio di giorni fa:

Altra parola ladina entrata in italiano: ciaspola.
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Verbi con etimologia “animalesca”
Se non lo conoscete già, vi consiglio Suom(I)taly stories (“appunti semiseri dagli estremi del vecchio continente”), per le osservazioni curiose e acute da un punto di vista italiano su peculiarità linguistiche e differenze culturali finlandesi.
Nel post Curiosità linguistiche sui comportamenti degli animali ci sono alcuni esempi di verbi finlandesi derivati da comportamenti degli animali, seguiti da un nutrito elenco di verbi italiani come chiocciare, civettare, formicolare, gattonare, gufare, pavoneggiarsi, ecc.
Ne prendo spunto per aggiungere alcuni verbi inglesi “animaleschi”, altrettanto numerosi: ape, badger, bitch, bug, bull(shit) e bulldoze, cat, chicken out, cow, crane, dog, ferret out, fox e outfox, goose, hare, hog, horse around, hound, kid, monkey around, parrot, pig out, rabbit on, ram, rat on e rat out, snake, squirrel away, swan, weasel out, wolf down e wolf whistle, worm out...
[facendo doppio clic sulle parole si può visualizzare la traduzione con ZanTip]
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Vedi anche: Animali nella terminologia informatica per riferimenti agli animali nel software.
Non si sillaba solo a scuola…
Stamattina la radiosveglia è partita con una canzone di un gruppo australiano che inizia il primo verso sillabandolo:
sweet dis·po·si·tion
nev·er too soon
Ci ho fatto caso perché non ho mai provato a imparare la divisione in sillabe dell’inglese: troppo complessa rispetto alle facili regole italiane insegnate in prima elementare!
In italiano la suddivisione fonetica e quella ortografica, per andare a capo alla fine di una riga di testo, più o meno coincidono, anche nei casi in cui l’etimologia suggerirebbe diversamente, come ad es. per tran·sal·pi·no*.
In inglese è tutto più complesso: nell’ortografia si cerca di seguire la suddivisione naturale in sillabe, che però non è sempre così ovvia, ma vanno anche presi in considerazione aspetti morfologici ed etimologici, ad es. le parole macedonia transceiver e transistor si pronunciano /træn’si:və/ e /træn’zɪstə/ ma si dividono trans·cei·ver e tran·sis·tor perché si tiene conto degli elementi che le compongono, transmitter+receiver e transfer+resistor.
Vanno poi considerate le varietà di inglese, come nell’esempio tipico di medicine che per gli inglesi si divide medi·cine e per gli americani med·i·cine (la pronuncia è diversa). Nei casi dubbi, inoltre, l’inglese britannico sembra privilegiare gli aspetti morfologici ed etimologici e l’inglese americano quelli fonetici. Insomma, se proprio si deve andare a capo con una parola inglese, meglio consultare un dizionario.
Ancora più complicato in altre lingue, dove morfologia ed etimologia possono addirittura richiedere cambiamenti ortografici: inventando un esempio, è come se in italiano ammirare si dovesse modificare in ad·mi·ra·re.
Durante la valutazione di strumenti di sillabazione (hyphenator in inglese) per prodotti software, i colleghi un po’ mi invidiavano perché l’italiano è tra le lingue che danno meno problemi, proprio grazie alla semplicità del nostro sistema che, tra l’altro, si riflette in un dettaglio curioso: in alcuni formati, le dimensioni dei file per la sillabazione dell’italiano rispetto alle altre lingue sono molto ridotte, come ad es. si poteva notare nelle vecchie versioni di Microsoft Office confrontando i file con estensione .lex e la sigla hy nel nome, oppure negli hyphenation pattern scaricabili dal sito CTNA, dove si può vedere che per gestire la divisione in sillabe dell’italiano bastano 343 schemi, mentre per il neerlandese ne servono 12723, a cui va aggiunto un elenco di eccezioni.
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* Norma UNI 6461, Divisione delle parole in fin di linea, seguita da manuali di stile e dalla maggior parte dei dizionari italiani (ma non dal Sabatini Coletti che rispetta l’etimologia e quindi riporta trans·al·pi·no).
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Vedi anche: C’è rima e rima, sulla struttura della sillaba in italiano e in inglese.
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Parole dell’anno… e per gli anni
Il tempo grigio spinge a stare in casa e leggiucchiare in qua e in là. Abbastanza prevedibili alcuni argomenti linguistici di inizio d’anno, ad es. Words of 2009 and the 2000s riassume varie classifiche di parole del 2009 e del decennio per inglese, tedesco e altre lingue.
Se in America si discute ancora come chiamare il decennio appena trascorso (ad es. qui, qui, qui e qui), in UK c’è una chiara preferenza per the noughties e in Italia per anni zero.
Tra chi parla inglese sembra invece comune l’indecisione su come pronunciare il nome dei prossimi dieci anni (esempi qui, qui, qui, oltre a un lungo elenco in Language Log); ne parla anche David Crystal in On tens, teens, or whatever, con commenti interessanti dei lettori. Per il momento, però, nessun dibattito sulle parole generiche per “decennio”: oltre a decade, ci sono decennium, decadal e decennary!
Cambiando argomento, Difficult languages: Tongue twisters è un articolo molto piacevole sulle complessità di varie lingue del mondo (e ho appena visto un lungo commento qui).
Infine, chi è abituato a leggere testi di vario genere in inglese apprezzerà sicuramente how to write badly well, un blog su come scrivere male
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Vedi anche: Parole dell’anno “tecnologiche” negli USA, con vari aggiornamenti per inglese e italiano, ad es. qualche giorno fa la Repubblica ha scelto crisi come parola del 2009.
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Na’vi, nuova lingua artificiale aliena
Nei media di lingua inglese in questi giorni viene dato gran risalto al film Avatar (ieri la prima mondiale). La fantascienza non mi appassiona affatto ma mi hanno incuriosita i dettagli sulla lingua parlata dai Na’vi, gli umanoidi del pianeta Pandora. È stata creata ad hoc dal linguista Paul Frommer che ne ha definito fonologia, morfologia, sintassi e lessico in modo che suonasse credibile ma allo stesso tempo aliena e non associabile ad alcuna lingua esistente. La trama di Avatar prevedeva che gli umani fossero in grado di apprenderla e quindi sono stati privilegiati fonemi e strutture grammaticali abbastanza rari ma comunque usati in alcune lingue naturali. Ne è risultata una lingua complessa, come illustrato da alcuni esempi fatti da Frommer*.
Fonologia – La lingua na’vi non ha alcune consonanti molto comuni in inglese e altre lingue naturali, come le occlusive sonore /b/, /d/ e /g/, la fricativa /ʃ/ e le affricate /ʧ/ e /ʤ/ (rese in inglese con sh, ch e j), ma si distingue per tre consonanti eiettive /k’/, /p’/ e /t’/ per produrre le quali l’aria non viene emessa dai polmoni ma dal sollevamento della laringe a glottide chiusa (l’ortografia nella trascrizione na’vi è kx, px e tx). La lunghezza delle vocali non è una caratteristica distintiva come in i
nglese (ad es. ship <> sheep) ma è importante per la prosodia e quindi influenza la pronuncia degli attori; l’accento grafico su una vocale in finale di parola indica così che la vocale è breve (come sarebbe in italiano; in questa posizione in inglese, invece, può solo essere lunga).
[Aggiornamento: video con pronuncia di vocali e consonanti eiettive]
Morfologia – Vengono usate strutture raramente presenti nelle lingue umane, come un sistema tripartito nella declinazione dei sostantivi (si distingue tra il soggetto di un verbo transitivo, quello di un verbo intransitivo e l’oggetto) e infissi inseriti all’interno della radice di un verbo per indicare il tempo, ad es. taron, “cacciare”, diventa tolaron al passato.
Sintassi – La morfologia flessiva consente un ordine delle parole quasi del tutto libero.
Lessico – Il regista James Cameron aveva già ideato una quarantina di nomi di persona, luoghi e animali, dal suono vagamente “polinesiano”. Su questa base è stato sviluppato il resto del vocabolario, che al momento conta circa un migliaio di parole ma verrà quasi sicuramente espanso. Alcuni esempi (da BBC News e The Times):
| kaltxì | ciao (quando ci si incontra) |
| kìyevame | ciao (arrivederci) |
| srane | sì |
| lrrtok | sorridere |
| nga | tu |
| fngap | metallo |
| atxkxe | terra |
| tskxe | roccia |
| skxawng | idiota |
| Ngaru lu fpom srak? | Come stai? |
| Tsun oe ngahu nìNa’vi pivängkxo a fì’u oeru prrte’ lu | È un piacere poter parlare con te in Na’vi |
| Fìskxawngìri tsap’alute sengi oe | Chiedo scusa per questo idiota |
| Oeri ta peyä fahew akewong ontu teya längu | Il mio naso è pieno del suo odore alieno |
lingua navi
* Fonti: Skxawng! (New York Times) e Brushing up on Na’vi, the Language of Avatar (Vanity Fair), entrambi con clip audio di alcune frasi, e An interview with Paul Frommer, Alien Language Creator for Avatar (blog Unidentified Sound Object).
Interessante anche Gee Wiz, Alien Language (blog The Lousy Linguist).
Aggiornamento 19 dicembre 2009 – Language Log ha pubblicato Some highlights of Na’vi, un intervento dettagliatissimo di Paul Frommer con informazioni su fonetica, fonologia, struttura sillabica, restrizioni fonotattiche, sostantivi (il numero può essere singolare, plurale, duale e triale e ci sono sei diversi casi), verbi, aggettivi, pronomi, preposizioni e posposizioni e sintassi. Sono stati inoltre creati la voce Na’vi language in Wikipedia e il sito Learn Na’vi, con vocabolario, grammatica e fonologia e, per chi vuole scaricarla e stamparla, la Na’vi Language Pocket Guide in formato PDF.
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PS In tutti gli articoli viene citata quella che finora era stata la lingua artificiale “di fantascienza” più famosa, il klingon di Star Trek, altrettanto complessa e addirittura parlata da molti appassionati e con un suo codice ISO. Niente a che vedere, ovviamente, con la lingua dei marziani di Mars Attacks! di Tim Burton, che consiste di un’unica parola ripetuta, ack: sembra che nella prima stesura del copione ack ack ack fosse un segnaposto per le battute dei marziani, tipo bla bla bla, in attesa di creare la lingua marziana che poi non si è mai materializzata.
La Language Creation Society fornisce informazioni dettagliate sulla “costruzione” di lingue artificiali (anche dette conlanguage, da constructed language); per una panoramica completa c’è il libro In the Land of Invented Languages di Arika Okrent.
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Aggiornamento 25 marzo 2010 – post Per i fan della lingua na’vi (Avatar), con link a due articoli con interventi di Paul Frommer e Arika Okrent.
dizionario…
Se non c’è la sfera di cristallo…
Mi è piaciuto molto quello che ha scritto Mara in Tradurre le serie, sulle scelte di traduzione che rischiano di entrare in conflitto con situazioni future non prevedibili.
È un problema che si può presentare anche nella localizzazione del software, ad es. quando nella lingua di arrivo non esiste un termine equivalente oppure c’è ma è improponibile perché ha connotazioni indesiderate o non è adatto al registro o al contesto. In questi casi si ricorre a soluzioni ad hoc (un esempio qui) e si spera sempre che nelle versioni successive non vengano introdotti nuovi concetti per i quali sarebbe più appropriato il termine già “preso”. È infatti sempre difficile cambiare la terminologia consolidata: risulterebbe costoso e soprattutto creerebbe confusione agli utenti.
Un esempio tipico è il termine Wizard nei prodotti Microsoft (1991). Varie lingue europee avevano deciso di optare per l’equivalente di “assistente” perché una traduzione letterale sarebbe stata fuori luogo. Non avevano però potuto
prevedere che qualche anno più tardi Office 97 avrebbe introdotto il concetto di Assistant (un personaggio animato interattivo che proponeva argomenti della Guida) e sarebbero state
costrette a usare soluzioni alternative, ad es. per lo spagnolo Wizard=Asistente ma Assistant=Ayudante e per il francese Wizard=Assistant ma Assistant=Compagnon, oppure per il tedesco lo stesso termine, Assistent, per entrambi i concetti.
Una potenziale complicazione si era aggiunta in seguito, specialmente per il francese, con l’arrivo del termine Search Companion, l’interfaccia di ricerca di Windows XP in cui un cagnolino guidava gli utenti con alcune domande. Interessante notare come la strategia di localizzazione più comune in questo caso non era stata quella di cercare un nuovo termine distintivo ma di associare la nuova funzionalità a un concetto già esistente con cui gli utenti avessero già familiarità.
Nella tabella qui sotto sono riassunte alcune di queste scelte e si può vedere che alcune lingue avevano pensato a Search Companion come a una specie di “Assistant” e altre invece come a un “Wizard”, tra cui l’italiano che aveva optato per Ricerca guidata:
In conclusione: a volte servirebbe davvero la sfera di cristallo per capire se certe scelte terminologiche potrebbero dare problemi in futuro. Si riesce comunque a trovare soluzioni adeguate, anche se, con il senno di poi, in alcuni casi non sono forse perfette al 100%.
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PS Grazie a Riccardo che con un commento mi ha dato l’idea per questi esempi.
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Asterix compie 50 anni
La prima storia di Asterix è stata pubblicata 50 anni fa. The Independent lo ricorda in Asterix and the half century, sottolineando la ricchezza di giochi di parole e riferimenti culturali del testo originale e la difficoltà di renderli nelle 107 lingue in cui sono tradotte le storie.
Non vengono però citati i due traduttori inglesi, Anthea Bell e Derek Hockridge, che sono invece noti per il loro ottimo lavoro. Ne avevo sentito parlare per la prima volta parecchi anni fa a una conferenza in Inghilterra e mi fa piacere avere ritrovato vari esempi in Asterix – What’s in a name, in cui la traduttrice descrive l’adattamento di elementi grafici, nomi, canzoni, giochi di parole e accenti.
Può essere interessante confrontare le strategie di traduzione usate in lingue diverse, a partire dai nomi dei personaggi non protagonisti (altri dettagli seguendo i collegamenti):
francese
“etimologia”
italiano
inglese (UK)
tedesco
latino
Astérix
astérisque / astre
Asterix
Asterix
Asterix
Asterix
Obélix
obélisque / obèle (il simbolo † che segue l’asterisco)
Obelix
Obelix
Obelix
Obelix
Idéfix
idée fixe
Idefix
Dogmatix
Idefix
Notabenix
Panoramix
panoramique
Panoramix
Getafix
Miraculix
Omnipotentix
Abraracourcix (capo del villaggio)
à bras raccourcis (indica atteggiamento aggressivo)
Abraracourcix
Vitalstatistix
Majestix
Manumilitarix
Assurancetourix (bardo)
assurance tous risques
(assicurazione contro tutti i rischi)Assurancetourix
Cacofonix
Troubadix
Armavirumquecanix
Azzeccatissima Sono Pazzi Questi Romani, la versione italiana della frase preferita di Obelix, Ils sont fous ces Romains, mentre è inevitabile che alcuni riferimenti, anche se adeguatamente riprodotti in un’altra lingua, risultino meno trasparenti nella traduzione. Un esempio è Babaorum, il nome di uno degli accampamenti romani: dovrebbe far pensare ai babà, come in francese (baba au rhum), ma so di non essere l’unica a non averlo capito, probabilmente per scarsa familiarità con questo dolce o per aver pensato che la pronuncia fosse piana; forse Pastelalrum in spagnolo e Totorum in inglese (tot o’ rum) trasmettono più esplicitamente l’aspetto ridicolo del nome.
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Vedi anche Io puffo, tu puffi, noi effettuiamo: il 50º anniversario dei Puffi come spunto per un’osservazione sul verbo effettuare in campo informatico.
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Il portale linguistico del Canada
Ne stanno parlando in molti: il Canadian Translation Bureau, ente governativo canadese, ha reso consultabili gratuitamente il database terminologico Termium (quasi 4 milioni di termini in inglese e francese e più di 200.000 in spagnolo) e le risorse del portale linguistico The Language Portal of Canada / Le Portail linguistique du Canada, dove si possono trovare strumenti linguistici di vario genere tra cui guide di stile e dizionari per le due lingue ufficiali del Canada, inglese e francese.
È invece disponibile da tempo il tutorial di terminologia, versione italiana di The Pavel Terminology Tutorial a cura della SSLMIT di Forlì.
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