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Nomi, “ordine orientale” e localizzazione
Quando un alfabeto non basta (La parola del traduttore) è un intervento molto interessante di Antonietta Pastore, traduttrice dal giapponese, che fa vari esempi delle connotazioni culturali legate all’uso e all’impatto visivo dei tre diversi sistemi di scrittura giapponesi, kanji, hiragana e katakana, e delle difficoltà di trasmetterle in un’altra lingua.
Nomi propri giapponesi e “ordine orientale”
Si può notare anche un altro dettaglio: i nomi propri
citati nel testo sono presentati con il cognome seguito dal nome, ad es. Murakami Haruki e non Haruki Murakami come siamo più abituati a leggere in italiano e in altre lingue.
Date e localizzazione (anche senza traduzione)
Nell’undicesimo dicembre del XXI secolo
Qualche giorno fa ho notato un vistoso errore nel formato della data italiana in un social network che si avvale del crowdsourcing per le versioni in lingue diverse dall’inglese.
È un problema che mi ha fatto tornare indietro negli anni, quando la localizzazione era un’attività ancora nuova e capitava di trovare esempi simili in software che era stato tradotto ma non adattato.
Tra le cause, non solo difficoltà tecniche (non esistevano le analisi di localizzabilità) ma anche mancanza di esperienza e scarsa consapevolezza delle differenze tra locale.
Copertine e localizzazione
Domanda a cui rispondere rapidamente, guardando soltanto l’immagine: i libri italiani sono di tipo a o di tipo b?
Animali volanti e decodifiche aberranti
Zits è una striscia americana che ha per protagonisti Jeremy, tipico adolescente, e i suoi genitori. Un esempio recente:
Questa striscia richiede la cooperazione del lettore, che deve riempire gli spazi vuoti del “non detto” richiamando un’espressione dell’inglese americano*, when pigs fly (si dice per sottolineare che si ritiene inverosimile che un particolare evento si verifichi).
Se Zits fosse pubblicato in Italia, sarei curiosa di vedere la traduzione italiana.
Two bees or not two bees
Il 26 settembre, Giornata europea delle lingue, a Modena si è svolto il convegno Two bees or not two bees ,“sui dilemmi dei traduttori di filastrocche, nonsense e parodie” e con riferimento particolare alla letteratura per bambini e ragazzi.
Franco Nasi, uno dei relatori, ne ha parlato in Doppiozero con alcuni esempi:
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Siamo sicuri che “Lei vende conchiglie sulla spiaggia” sia la giusta traduzione dello scioglilingua inglese “She sells sea shells on the sea shore”, e che invece “Se scii senza scienza sei solo scema” non lo sia per niente? […] Ancora: come rendere in italiano “Two bees or not two bees”? “Due api o non due api” è meglio di niente, ma non aiuta molto. È evidente a tutti il gioco di deformazione sul dubbio di Amleto, grazie al quale, con minimi scarti grafici e fonetici, il verbo essere (to be) si trasforma in due api (two bees). “Tessere o non tessere”, come suggerisce Gino Patroni, forse il più scoppiettante parodista italiano del Novecento (Il meglio di G. Patroni, Longanesi 1994), potrebbe essere una indiretta traduzione della parodia delle api, anche se qui di api non si trova traccia. [Continua a leggere...] . Viene citata anche la traduzione del romanzo Ella Minnow Pea a cui avevo accennato qui e qui. |
Vedi anche: Dolcetto o scherzetto, Asterix compie 50 anni e Affinità con i piccoli utenti per esempi di traduzioni e adattamenti “culturali” in testi destinati anche ai più giovani.
Nomi, moduli, sviluppo e localizzazione
Personal names around the world (W3C) è un intervento davvero esauriente sulla variabilità dei nomi di persona in culture diverse e sulle implicazioni pratiche che può avere nella progettazione di database, ontologie e moduli (form) e relativa localizzazione, ad es. quanti e quali campi usare, come chiamarli, i presupposti da evitare nello sviluppo di algoritmi ecc. Credo possa essere interessante anche per chi non lavora in questo campo.
E chissà se la pubblicazione in questi giorni di nymwars è solo una coincidenza, visto che vengono evidenziati proprio i problemi descritti anche da chi ha un profilo di Google+ che non è conforme allo standard un nome + un cognome previsto dal sistema. Ad esempio, sembra che al momento possano essere sospesi i profili di Google+ con:
| ▄ | un unico nome (mononym), come Stilgherrian |
| ▄ | spazi all’interno del nome o del cognome, come in Maria Chiara o Della Casa |
| ▄ | segni di punteggiatura, come in O’Donnel |
| ▄ | combinazioni di maiuscole e minuscole, come in McDonald |
| ▄ | caratteri non-ASCII, ad es. lettere accentate, come in Niccolò |
Altri esempi in Google+ names policy, explained.
Vedi anche: Situazioni e Nomi propri in Localizzazione di esempi e riferimenti ed Elenchi telefonici, titoli e localizzazione.
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Il tenente Colombo, Dart Fener e l’orso Yoghi
In traduzione ci sono varie tecniche di adattamento dei nomi di personaggi di fantasia, tra cui le variazioni di una o più lettere che modificano il nome mantenendolo comunque simile all’originale. Mi incuriosiscono perché non credo esistano regole predefinite e non sempre le ragioni dei “ritocchi” sono trasparenti.
Un esempio è il nome del protagonista della serie televisiva che ha reso famoso Peter Falk, Columbo, che in Italia e in Spagna ha subito un cambio di vocale diventando Colombo, immagino per evitare una possibile cacofonia. Altri esempi noti riguardano alcuni personaggi di Guerre stellari (il primo film della serie):
| nome originale | nome italiano |
| Darth Vader | Dart Fener |
| [Princess] Leia | [Principessa] Leila |
| Han Solo | Ian Solo |
| Chewbacca | Chewbecca |
Presumo che Vader potesse far pensare a water (il sanitario) e che forse per Leia si temessero assonanze con incitazioni fasciste, meno chiare invece le altre due variazioni.
Anni fa era abbastanza comune anche un altro tipo di adattamento, l’assimilazione grafica, che manteneva il nome del personaggio, più o meno con la stessa pronuncia, ma lo adeguava alle nostre convenzioni di scrittura, come nel caso di Yoghi e Bubu (in originale Yogi e Boo Boo), del canarino Titti (Tweety), di Milù (Milou, il cane di Tintin) e dell’asino Ih-Oh (Eeyore nella versione originale di Winnie-the-Pooh, a sua volta diventato Winnie Puh nella traduzione dei libri di Milne e Winnie Pooh in quella dei prodotti Disney).
L’assimilazione grafica è sempre meno usata, grazie alla maggiore familiarità degli italiani con l’ortografia delle parole straniere. Si preferiscono i prestiti acclimatati e quindi si privilegia l’invariabilità dei nomi propri* (e ora si usano le convenzioni di scrittura straniere anche per nomi di personaggi creati in Italia, come le Winx).
Infine, mi piacerebbe sapere perché nella versione italiana della sitcom Friends il nome di una delle protagoniste, Phoebe, era rimasto invariato nella grafia ma era diventato “febe” nella pronuncia, anche se nessun italiano avrebbe difficoltà a capire o dire /ˈfiːbɪ/.
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PS Lo so, i miei esempi sono abbastanza datati. Ve ne vengono in mente di più recenti?
* Eppure all’anagrafe vengono tuttora registrati nomi come Maicol, Gerri, Catiuscia…
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L’inglese, una “lingua educata”
Nel libro Translating Cultures, citato in Lingue, funzione fatica e cortesia, Katan dedica due capitoli a due aspetti fondamentali della comunicazione:
| ▄ | la comunicazione transazionale, il cui scopo è la trasmissione di informazioni (prevalgono i fatti) |
| ▄ | la comunicazione interazionale, la cui finalità è stabilire, mantenere o rafforzare la relazione tra gli interlocutori (prevalgono gli aspetti personali, sociali o fatici) |
Come prevedibile, le maggiori differenze culturali tra una lingua e l’altra si manifestano nella comunicazione interazionale. Nella sezione British Indirectness viene sottolineato come in inglese britannico la cortesia (politeness) venga espressa facendo uso dei principi di “cortesia negativa” (negative politeness)*, ad esempio evitando forme dirette, come l’imperativo, che potrebbero dare l’impressione di volersi imporre sull’interlocutore, usando not con parole positive (ad es. not very convenient) o nelle forme verbali (ad es. wouldn’t it be better if…), scusandosi per quello che si sta per dire ecc.
In particolare, l’inglese britannico ricorre in gran misura a meccanismi linguistici descritti come hedging e cushioning, ovvero dei “riempitivi” che mitigano l’impatto di una comunicazione potenzialmente sgradevole, come ad es. You must forgive me, but I was wondering if…
Sono strategie molto diverse da quelle italiane. Per illustrarle, viene scherzosamente citato L’inglese. Nuove lezioni semiserie di Beppe Severgnini, che definisce l’inglese una “lingua educata”. Ho trovato l’intero brano qui ed è piuttosto divertente. Un paio di esempi:
| È la psicologia dell’inglese, in altre parole, ad essere complessa, forse perché rappresenta un popolo, quello inglese, altrettanto complesso. Non a caso, il fenomeno della «lingua educata» è quasi esclusivamente britannico. […] La lingua inglese è talmente impastata di buone maniere che spesso perfino gli insulti diventano moine. Bisogna conoscerle, però, in modo da sapere quando arrabbiarsi. Se qualcuno vuol farvi capire che il vostro inglese è spaventoso, ad esempio, dirà con un sorriso Your English is somewhat unusual [il suo inglese è insolito]. L’equivalente dell’italiano «Che stupidaggine!» è I agree up to a point [sono d'accordo fino ad un certo punto] o I can see a few problems in doing this [Posso vedere alcuni problemi così facendo]. Qualunque frasi inizi con I’m afraid… [ho paura] How strange… [che strano] e I’m sorry, but… [mi spiace, ma] è un segnale preciso: significa che il vostro interlocutore sta pensando di voi tutto il male possibile. |
Mi ha ricordato un altro elenco divertente a cui è stato dato risalto recentemente, molto commentato con ulteriori esempi, anche in altre lingue, in Translated phrase-list jokes (Language Log) e This may interest you* (Johnson):
| * | Il concetto di negative politeness fa parte di un modello proposto da Brown e Levinson nel 1987. Si può trovare una sintesi efficace dei punti principali nella lezione Salvare la faccia. |
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[aggiornamento] Stando a stime recenti, in Gran Bretagna ciascuna persona dice sorry in media 8 volte al giorno, più di 233000 nella vita. Ne parla The Independent in Minor British Institutions: Saying sorry.
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Lingue, funzione fatica e cortesia
Un articolo della BBC, What Paddington tells us about German v British manners, evidenzia alcune differenze culturali tra tedeschi e inglesi. In particolare, descrive alcune caratteristiche della lingua inglese usate con funzione fatica, quali gli enunciati di cortesia, i convenevoli, il parlare del più e del meno come le considerazioni sul tempo (ovvero lo small talk, un concetto non facile da esprimere in italiano e tantomeno in tedesco), che servono a mantenere aperta la comunicazione tra due o più interlocutori.
I tedeschi tendono a interpretare queste espressioni linguistiche come prive di significato e quindi inutili e, nel caso dei convenevoli, addirittura poco sincere. Gli inglesi, invece, possono percepire il modo di parlare esplicito dei tedeschi, senza tanti giri di parole, come brusco e scortese.
Una distinzione che viene spesso fatta in questi casi* è quella tra culture a basso contesto (low context) e culture ad alto contesto (high context):
| ▄ | basso contesto (LC): vengono privilegiate modalità comunicative esplicite e verbali, in cui vengono enfatizzati fatti, informazioni dirette, regole, coerenza (si mira al punto) |
| ▄ | alto contesto (HC): vengono privilegiate modalità comunicative implicite e non verbali, in cui vengono enfatizzati informazioni trasmesse indirettamente attraverso il contesto, sentimenti, flessibilità di interpretazione a seconda delle circostanze (si gira attorno al punto) |
Per un esempio delle diverse strategie di comunicazione adottate dalle varie lingue vengono spesso citate le espressioni di cortesia (per essere più precisi, si fa riferimento al concetto di politeness, che in inglese implica anche l’adeguatezza a una situazione).

Esempio tipico è Could you pass me the salt, please? in inglese che, se “tradotto” letteralmente in italiano, Potresti passarmi il sale, per favore?, potrebbe suonare irritato o sarcastico (ad es. moglie arrabbiata con il marito, richiesta già fatta ma rimasta inascoltata ecc.) perché in un contesto informale italiano ci si aspetterebbe un semplice Mi passi il sale? con l’intonazione appropriata: in questo caso la cortesia è implicita nel contesto.
Come evidenziato nell’articolo citato, una modalità comunicativa non prevista per una lingua può portare a fraintendimenti e conclusioni errate.
Concludo con un episodio che mi fa ancora sorridere. Proprio per evitare che i ragazzini italiani che accompagnavo in Inghilterra (secoli fa!) passassero per maleducati, insistevo moltissimo sull’importanza dei vari please e thank you, ovviamente senza scendere in troppi dettagli. Un giorno, a una partita di pallacanestro contro altri studenti, alcuni ragazzi insoddisfatti dell’andamento del gioco erano venuti a chiedermi come si dicesse arbitro in inglese. Non so come fossi riuscita a rimanere impassibile quando, un minuto dopo, li avevo sentiti urlare infuriati un incongruo e per nulla ironico Referee don’t cheat, please!
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Altri dettagli sul concetto di politeness e su come viene realizzato in inglese britannico in L’inglese, una “lingua educata”.
Aggiornamento dicembre 2011 – Ho trovato interessante The Different Levels of Politeness in Different Cultures and Languages, una discussione che include le diverse forme allocutive in inglese americano, giapponese e lingue slave.
* Un libro che analizza questi argomenti e da cui ho tratto spunto per alcuni dettagli è Translating Cultures di David Katan, già citato in Traduzione di nomi propri: Maxwell House e in Torno subito… ma quanto subito?
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Distopia: Non lasciarmi [mai]
È appena uscito Non lasciarmi, la versione italiana del film Never Let Me Go, tratto dall’omonimo romanzo di Kazuo Ishiguro.
Ieri sera ho visto il manifesto del film e sono rimasta perplessa dal sottotitolo, Come si può fermare l’amore?, perché fa pensare soprattutto a un drammone sentimentale, mentre il libro è ben altro.
Mi ha anche fatto tornare in mente un’intervista letta qualche mese fa, in cui Ishiguro si dispiaceva che in italiano libro e film fossero diventati Non lasciarmi, tralasciando l’avverbio never che invece è molto importante nell’originale.
Il titolo Never Let Me Go coincide con quello di una canzone ricorrente nella vita di Kathy (la voce narrante), a partire da un momento cruciale in cui lei, ancora bambina, fraintende il significato del verso Oh baby, baby… Never let me go… (a sua volta interpretato in altro modo da chi aveva assistito alla scena). Sarei curiosa di sapere come è stata adattata la polisemia di questo riferimento nella traduzione italiana del libro e nel doppiaggio del film.
[ il commento che segue è solo per chi conosce già la trama! ]
Nelle recensioni del libro (ora anche del film) ricorrono spesso due parole, distopia e [romanzo] distopico. Il significato* e l’etimologia di distopia sono noti:
| 1 | distopìa [comp. di dis- (1) e (u)topia ☼ 1985] Forma di società caratterizzata da aspetti negativi e indesiderabili, dovuti a fattori come lo sviluppo tecnocratico o l’eccesso del controllo statale. |
Mi domando se in questo caso anche ad altri venga in mente un omonimo che ha etimologia e ambito d’uso del tutto diversi ma la cui definizione, pur descrivendo un fenomeno naturale, potrebbe risultare abbastanza inquietante nel contesto del film:
| 2 | distopìa [comp. di dis- (2) e di un deriv. del gr. tópos ‘luogo’ ☼ 1892] (medicina) Spostamento di un viscere o di un tessuto dalla sua sede normale. |
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* Definizioni dal dizionario Zingarelli 2011
Quando localizzare = eliminare
Il testo italiano sull’involucro di un prodotto DELL, dove si leggono soffocazione e altre traduzioni opinabili, è discusso in Lexical innovation, or retrogression?.
Altamente improbabile che il traduttore fosse di madrelingua: scelte lessicali inadeguate, incongruenze di stile e registro, ignoranza delle formule standard usate in questi contesti:
| inglese | italiano |
| Warning! To avoid danger of suffocation, keep away from babies and children. Do not use in cribs, beds, carriages or playpens. This bag is not a toy. |
Avvertimento! Per evitare la soffocazione tenete via dai neonati e bambini. Non si deve usare nelle culle, nei letti, nelle carrozzine per bambini oppure nei quadrati di gioco. Questa borsa non è un giocattolo. |
C’è anche un problema abbastanza tipico di mancato riconoscimento di differenze culturali: qui, per questioni soprattutto legali (le famigerate cause americane impensabili altrove!), il testo inglese specifica esplicitamente dove NON lasciare l’involucro di plastica ma in italiano questi dettagli sono già impliciti nell’avvertenza di tenere lontano dalla portata dei bambini e diventano quindi superflui.
In questo caso, l’intervento di localizzazione più adeguato consisterebbe nell’eliminare le informazioni irrilevanti dal testo italiano perché potrebbero creare perplessità e distogliere dal messaggio che si vuole comunicare (“Come mai le carrozzine ma non i passeggini?”, “Ma perché uno dovrebbe mettere questo sacchetto di plastica nel letto?” ecc.).
I testi con funzioni specifiche, come le istruzioni o le informazioni di sicurezza, tendono a essere conformi a formulazioni standard che li rendono subito riconoscibili e più facilmente assimilabili. Il mancato rispetto delle convenzioni (lessicali, terminologiche, stilistiche ecc.) può quindi avere un impatto negativo sull’esperienza dell’utente e sulla sua curva di apprendimento.
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Vedi anche: Localizzazione di esempi e riferimenti e [aggiornamento] Avvertenze dettagliate (per sorridere sulle istruzioni americane).
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| PS | La traduzione Warning! = Avvertimento! mi ha fatto tornare in mente il comico Giole Dix sulle diversità culturali che emergono dai diversi stili di comunicazione di una particolare targhetta multilingue dei treni italiani. Si può riascoltare qui. … |
English: inglese o italiano?
In un testo inglese con riferimenti linguistici, la parola English non dovrebbe dare problemi di interpretazione, eppure può causare errori di localizzazione che mi è capitato di vedere spesso. L’ultima imprecisione che ho notato è proprio in un documento che spiega che “la localizzazione è molto più che una semplice traduzione: richiede un adattamento del sito web ai mercati e alle culture locali, non una semplice traduzione letterale dei contenuti”:
| Testo originale | Traduzione italiana | |
| [A] Style Guide [is] a document that describes specific instructions that you want translators to follow during translation. For example, your style guide for translation into English may include the rule: for comma-separated lists that contain at least three items, always include a comma before the "and". Thus, the translator would translate the Spanish "manzanas, naranjas, y peras" into "apples, oranges, and pears" instead of "apples, oranges and pears". | [La] Guida di stile [è] un documento che descrive specificamente le istruzioni che i traduttori devono seguire durante la traduzione. Ad esempio, la guida di stile per la traduzione in inglese può comprendere la regola: per gli elenchi separati da virgole che contengono almeno tre elementi, aggiungere sempre una virgola prima della "e". In questo caso, il traduttore che traduce "Manzanas, Naranjas, y Peras" dallo spagnolo in inglese dovrà usare la forma "apples, oranges, and pears" anziché "apples, oranges and pears". |
In un testo o in un prodotto sviluppato in un paese di lingua inglese, English può avere due significati diversi che nella versione localizzata richiedono traduzioni diverse :
| 1 | “lingua parlata negli Stati Uniti” inglese nella versione italiana |
| 2 | “lingua dell’interfaccia/documentazione” italiano nella versione italiana |
Ci sono poi occorrenze specifiche che vanno verificate caso per caso, ad es. un ipotetico avvertimento This add-in may cause serious problems if installed on non-English versions of XYZ potrebbe richiedere traduzioni diverse a seconda che il componente aggiuntivo sia disponibile solo in inglese oppure ne esistano anche versioni localizzate.
Anche i riferimenti ad altre lingue possono essere interpretati letteralmente o come esempi generici di lingua straniera. In questa ottica, il testo citato all’inizio sarebbe potuto risultare più efficace se adattato al contesto specifico “localizzazione inglese-italiano”, ad es.
| […] la guida di stile per la traduzione dall’inglese in italiano potrebbe comprendere la regola la virgola separa gli elementi di un elenco; l’ultimo elemento viene introdotto dalla congiunzione “e” che, a differenza dell’inglese “and”, non va preceduta da virgola. Ad esempio, chi traduce "apples, oranges, and pears" dovrà scrivere "mele, arance e pere" anziché "mele, arance, e pere". |
Concludo sottolineando ancora una volta che le guide di stile per la localizzazione forniscono indicazioni generali ma non possono coprire tutti gli esempi possibili: sta a chi traduce riconoscere i potenziali problemi e trovare soluzioni specifiche.
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Affinità con i piccoli utenti
Nell’ultimo post ricordavo che le scelte di localizzazione devono tenere conto delle aspettative e delle esigenze dell’utente finale. I manuali di stile o altre linee guida forniscono indicazioni generali ma ci sono casi in cui vanno adottate soluzioni ad hoc.
Immagini e icone tipiche della cultura di partenza non sono sempre universali e riconoscibili anche nella cultura di arrivo, come sottolinea La differenza culturale passa (anche) attraverso le immagini (a piè di pagina), che mi ha fatto ricordare un aneddoto che ripropongo qui perché ha a che fare con utenti finali un po’ particolari.
All’inizio degli anni ‘90 era uscito un elaboratore di testi per bambini con una funzionalità che trasformava alcune parole sostituendole con immagini stilizzate, simili a icone:
| Un |
C’erano stati vari problemi nella fase iniziale di localizzazione perché la traduzione in italiano delle parole trasformabili era stata fatta senza considerare le immagini corrispondenti, ad es. nella versione alfa scrivendo topo non succedeva niente mentre mouse faceva apparire una figurina dell’animale (chi aveva tradotto dall’inglese doveva aver pensato che mouse fosse un termine informatico). In altri casi le immagini “americane” erano poco riconoscibili e avevano richiesto adattamenti personalizzati.
Un esempio divertente è quello della parola cookie, che nella versione originale era
associata a un’immagine del tipico chocolate chip cookie americano, simile a quella qui a destra, però non molto rappresentativa per l’italiano biscotto.
La soluzione adottata, dopo avere consultato alcuni bambini e maestre, è un esempio di localizzazione forse non molto ortodossa ma efficace, molto apprezzata dagli utenti finali: l’immagine del cookie americano appariva quando i bambini italiani scrivevano cacca!
Ovviamente avevamo evitato di farlo sapere agli sviluppatori americani, che sicuramente non avrebbero trovato molto politically correct la nostra affinità con i piccoli utenti…
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Vedi anche: Localizzazione di esempi e riferimenti e Immagini, traduzione automatica e tazze (problemi con le parole chiave associate alle immagini).
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Traduzione di nomi propri: Maxwell House
Gli attronimi sono comuni nella letteratura di lingua inglese, come sottolinea Macmilllan Dictionary. Nella traduzione letteraria i nomi propri di persona di solito rimangono invariati ma potrebbe essere necessario intervenire se hanno particolari connotazioni e una funzione specifica nel testo, ad es. se sono stati scelti per conferire un effetto comico.
È il caso dei primi diari di Adrian Mole* di Sue Townsend, best seller umoristici inglesi degli anni ‘80 caratterizzati da un’ambientazione tipicamente inglese e numerosi riferimenti culturali. I nomi scelti dall’autrice per i vari personaggi non sono casuali: il direttore di banca che non concede prestiti, ad esempio, si chiama Mr Niggard, un cane particolarmente feroce è Sabre e il proprietario di una squallida pensione Bernard Porke.
Come già accennato, in genere la traduzione di libri umoristici non ammette interventi espliciti del traduttore (ad es. note) ma consente comunque diverse tecniche di adattamento dei nomi propri, in particolare degli attronimi. Si può:
| ▄ | Mantenere il nome originale se risulta sufficientemente trasparente anche nella lingua di arrivo: è il caso di nomi che appartengono al lessico dell’inglese di base, come Mr Lemon, Mrs Apple, ecc. |
| ▄ | Sostituire il nome con uno più trasparente che abbia connotazioni simili, riconoscibili dai lettori della lingua di arrivo, ad es. il cane Sabre potrebbe diventare Killer o un altro prestito inglese che possa richiamare ferocia. |
| ▄ | Tradurre il nome e poi “naturalizzarlo”, rendendolo conforme alle convenzioni della lingua di partenza, ad es. Mr Niggard potrebbe essere reso con Mr Spilorch: l’aggettivo spilorcio è riconoscibile anche se inglesizzato, ha connotazioni simili a niggard e richiama un noto personaggio disneyano, sottolineando così la colorazione ironica. |
Un esempio dei diari di Adrian Mole che avevo trovato divertente era il nome di un bambino, Maxwell House, che voleva evocare una certa classe (Maxwell veniva percepito come nome tradizionale e prestigioso) ma che suonava del tutto ridicolo perché coincideva con una delle più diffuse marche di caffè istantaneo.
Come comunicare questa assurdità al lettore italiano? Sarebbe difficile trovare un’altra marca di caffè inglese più identificabile di Maxwell House e che consenta di riprodurre un meccanismo umoristico simile, mentre un’eventuale marca italiana non avrebbe i due requisiti fondamentali di “suonare” sufficientemente inglese e di includere un vero nome di persona. A suo tempo, avevo suggerito di sostituire il riferimento al caffè con quello a un’altra bevanda percepita come tipicamente inglese, il tè, associandolo a una marca molto nota anche in Italia, e di rinominare così il malcapitato bambino Teo Lipton.
Nel libro Translating Cultures, David Katan analizza la mia soluzione riassumendola con questo diagramma: ![The term ‘chunking’ […] basically means to change the size of a unit. A unit can be made bigger (chunking up) which means that as more comes into view so we move from the specific to the general, or from the part to the whole. Moving in the other direction, we chunk down from the general to the specific or from the whole to the parts. Translating Cultures, p. 199 The term ‘chunking’ […] basically means to change the size of a unit. A unit can be made bigger (chunking up) which means that as more comes into view so we move from the specific to the general, or from the part to the whole. Moving in the other direction, we chunk down from the general to the specific or from the whole to the parts. Translating Cultures, p. 199](http://blog.terminologiaetc.it/wp-content/uploads/2010/09/Maxwell_House.png)
Nota: le pagine in cui appare il diagramma si possono leggere qui. Katan usa il termine chunking, rielaborando concetti di PNL, per delineare metodologie di analisi del testo e di mediazione tra la cultura della lingua di partenza e quella della lingua di arrivo (altri dettagli posizionando il puntatore del mouse sul diagramma).
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| * | Per altri esempi di adattamento dai diari di Adrian Mole, vedi anche: Narcisi, cultura inglese e traduzione e Traduzione enogastronomica. |
| Sull’adattamento dei nomi di personaggi di fantasia, Il tenente Colombo, Dart Fener e l’orso Yoghi. |
Aggiornamenti – Stefano Bartezzaghi ha giocato sulla traduzione di nomi di persone italiane esistite o esistenti in Naming: tradurre nomi. In a culture of language and thought si possono leggere due discussioni interessanti sulla traduzioni di nomi propri: It’s all in a name e A name is a name. Right?.
Quando Eminem è meglio di John Wayne…
Mi è piaciuto David Crystal Guest Post: Who’s John Wayne? un intervento del noto linguista inglese su alcune difficoltà che può incontrare un autore quando scrive per un tipo di lettore diverso dal solito, nel caso specifico adolescenti e pre-adolescenti inglesi a cui è rivolto il suo ultimo libro A little book of language, un’introduzione alla linguistica.
Crystal aveva fatto leggere le bozze a una ragazzina di 12 anni, chiedendole di sottolineare tutto quello che non capiva. Mai si sarebbe aspettato che a essere messo in questione fosse il nome John Wayne, usato per spiegare il concetto di pseudonimo:
| I gave some examples of pseudonyms. “Do you know who Marion Morrison is?” I had written, and followed up my question with “You’ll know him better as John Wayne.” My young reader underlines John Wayne. “Why have you underlined him?” I ask her. “Who’s John Wayne?” she says. I am temporarily at a loss for words. “You don’t know who John Wayne is??” “No.” “What about Stagecoach?” “What?” “You’ve never seen Stagecoach?” I explain the fantastic chase at the end of the film. Her face is totally blank. I realize there is a yawning chasm between our cultural mindsets. |
È un esempio efficace di mancata corrispondenza tra autore e lettore di “conoscenze enciclopediche”, tutte quelle informazioni extralinguistiche di conoscenza del mondo condivise da chi appartiene a una cultura specifica. In questo caso, le differenze culturali sono di tipo generazionale, che Crystal ha risolto sostituendo l’esempio di John Wayne con quello di Eminem (vero nome: Marshall Bruce Mathers).
Molte conoscenze enciclopediche sono legate a un paese specifico (ad es. personaggi e programmi televisivi, prodotti, avvenimenti, tradizioni, ecc.) e ci sono riferimenti che risultano incomprensibili quando ci si sposta altrove, pur parlando la stessa lingua. Crystal fa vari esempi, tra cui è divertente quello di una pubblicità neozelandese (e poi altri aggiunti dai lettori nei commenti).
Ovviamente le difficoltà di comprensione causate dalle conoscenze enciclopediche non condivise aumentano in maniera esponenziale nel passaggio da una lingua all’altra, come ben sa chi parla una lingua straniera e soprattutto i traduttori che devono riuscire a identificare tutti gli aspetti di un testo con connotazioni “enciclopediche” e decidere le strategie di traduzione più adatte in base alle competenze del lettore tipico di quel testo (o, nel caso della localizzazione, dell’utente finale).
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Vedi anche: esempi di conoscenze enciclopediche nella categoria differenze culturali (ad es. Traduzione enogastromica, Competenze culturali nel ciclo di vita del prodotto, Il clima italiano visto da Italia.it, Segnali di globalizzazione).
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inglese nella versione italiana
