Post nella categoria “varie”
Tradurre obscenicon? #$*%@!!
In inglese trovo efficace la parola obscenicon, suggerita dal linguista e lessicografo Benjamin Zimmer per descrivere le sequenze di caratteri usati in fumetti e vignette al posto di imprecazioni o volgarità. Esempi tipici sono
#$&%?!
Un termine alternativo per lo stesso concetto è grawlix, coniato dal fumettista Mort Walker.
Già nel XIX secolo esisteva la convenzione tipografica di sostituire le lettere di parole volgari con trattini e asterischi, mentre nei fumetti apparivano delle stelle per comunicare il dolore, a cui si sono aggiunti in seguito altri simboli, ad esempio vari tipi di spirale per indicare linguaggio censurabile. Con l’introduzione delle macchine da scrivere, i vignettisti hanno iniziato a usare i caratteri #$&%?!, facilmente accessibili perché sugli stessi tasti dei numeri, e da qui la pratica è passata ai fumetti (dettagli e centinaia di esempi in Grawlixes Past and Present).
In genere la sequenza dei caratteri è casuale e questo rende gli (le?) obscenicon una convenzione internazionale subito riconoscibile e usata in molte lingue*. Ci sono poche eccezioni, ad esempio in inglese $#!+ fa subito venire in mente SHIT.
L’idea di parlare di obscenicon mi è venuta leggendo una striscia di Dilbert che mi ha fatto pensare che non vorrei essere al posto di un eventuale traduttore italiano:
Ovviamente qui i caratteri
non sono casuali ma scelti per costruire la battuta… Qualcuno ha suggerimenti brillanti, magari aiutandosi anche con il leet speak?
E a proposito del verbo ship, in italiano non ha un equivalente e di solito è reso con locuzioni tipo “mettere in commercio”. È un verbo ben noto a chi lavora nella localizzazione, soprattutto per il concetto di simship, il rilascio simultaneo della versione originale di un prodotto e delle versioni localizzate in altre lingue, rese disponibili contemporaneamente nei diversi mercati. Come prevedibile, in questo ambito si mantiene il termine inglese simship e gergalmente si dice “scippare” (o forse dovrei scrivere shippare?!?).
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* Non credo esista un termine italiano per obscenicon ma ho trovato una risorsa
interessante, un glossario dei termini tecnici del fumetto in 8 lingue.
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Vedi anche: animoticon, un neologismo tutto italiano, e alcune differenze tra emoticon occidentali e orientali.
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La mente: foglio di calcolo o motore di ricerca?
Le diciannove nuove idee della scienza elenca brevemente “le teorie più interessanti degli ultimi anni”, a una delle quali avevo accennato in Dimmi cosa parli e ti dirò chi sei:
Il linguaggio è la chiave del pensiero Negli anni Sessanta Noam Chomsky formulò l’idea che tutti i linguaggi umani si basano su impostazioni del cervello già presenti alla nascita. Negli ultimi anni, diverse ricerche etnografiche hanno tentato invece di dimostrare che non è così, spiegando che nulla è pre-programmato. Il modo di pensare delle diverse culture e il loro linguaggio sarebbero legati indissolubilmente, e uno influenzerebbe l’altro. |
Proprio sull’argomento mente e linguaggio recentemente ho letto due articoli interessanti ( A Thinking Machine: On metaphors for mind e la pubblicazione a cui fa riferimento, Computing Machinery and Understanding di Michael Ramscar) che, partendo dalla constatazione che la mente viene spesso paragonata a un computer, analizzano due diverse metafore relative all’acquisizione del linguaggio.
Finora la metafora prevalente è stata quella della mente come foglio di calcolo, ovvero un sistema potente governato da regole (una struttura complessa) che mette a disposizione dell’utente una serie di funzioni codificate dai programmatori: una volta apprese le funzioni, basta inserire l’input appropriato in base alle regole e il programma restituirà un output determinato. Chomsky spiegava la grammatica universale con la metafora dell’impianto elettrico, con parametri rappresentati da interruttori: nel processo di apprendimento il bambino impara quale delle due possibili posizioni di ciascun “interruttore” è prevista dalla sua lingua. La metafora di Chomsky può essere aggiornata pensando appunto a un foglio di calcolo, che contiene già la struttura logica e richiede solo l’inserimento dei dati (che verranno processati in base alle funzioni precedentemente definite).
Ramscar ritiene però che la metafora del foglio di calcolo sia errata e sarebbe più appropriato usare il paradigma del motore di ricerca.
Un motore di ricerca mette a disposizione poche funzioni ma i suoi algoritmi (potenti anche se relativamente semplici) hanno l’abilità di imparare dai dati scoprendo una struttura all’interno delle informazioni, una modalità di apprendimento probabilistica e predittiva. Con l’esperienza vengono ottimizzate le ricerche per ottenere l’output desiderato, sia da parte del motore che dell’utente. Non c’è la certezza di un risultato determinato, come per il foglio di calcolo, ma possono essere previsti risultati probabili, che rispondono alle aspettative*, anche se l’input non è del tutto adeguato: ad esempio, se nel foglio di calcolo anziché =SOMMA(1+2) digito =SOMMA(l+2), il programma mi restituisce un errore, mentre se faccio una ricerca per terminologla etc riuscirò comunque ad arrivare su questo blog.
Associando l’acquisizione del linguaggio alla metafora di un diverso modello computazionale, contrapposto quindi al modello tradizionale che richiede “hardware” molto complesso (la grammatica universale o un dispositivo innato per l’acquisizione del linguaggio), si possono spiegare la comprensione e la produzione del linguaggio come processi sostanzialmente predittivi anziché determinati, e si può suggerire che la struttura linguistica debba essere scoperta dal bambino all’interno dell’ambiente linguistico.
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* Per un esempio di come Google analizza le ricerche per costruire modelli linguistici:
Making search better in Catalonia, Estonia and everywhere else.
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Vedi anche: hard-wired (la metafora del cervello come circuito neurale preprogrammato).
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Ancora segnaletica orizzontale…
Mi ha divertita AHEAD STOP in xkcd, con immancabile nota esplicativa (appare al passaggio del mouse):
Mi sono sempre domandata quanti leggano la segnaletica orizzontale scritta su più righe nell’ordine previsto e quanti, invece, comincino dall’alto come me…
Una nota linguistica: engineer è una parola spesso ostica da tradurre in italiano perché indica competenze anche molto diverse, cosicché engineer=ingegnere può essere un falso amico. A seconda dei contesti, engineer può infatti corrispondere a tecnico, macchinista, motorista, meccanico specializzato, addetto alla manutenzione, geniere, a vari tipi di perito ed esperto, e anche, ma non sempre, a ingegnere. Se si tratta di figure professionali più recenti, in italiano sembra prevale il prestito: software engineer, project engineer, quality engineer, ecc.
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Vedi anche: altri post con il tag falsi amici.
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silly season… “on the road”!
È decisamente silly season in Gran Bretagna, perlomeno a giudicare dalla notevole evidenza che viene data ad alcuni problemi di segnaletica orizzontale.
La BBC e The Telegraph pubblicano un vistoso errore di ortografia apparso nei pressi di una scuola americana:
The Guardian invece ci rende partecipi della triste fine di un riccio:
Peccato non sia stato riesumato anche questo esempio:
Buon ferragosto a tutti!
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Vedi anche: Cartelli insoliti e Ancora segnaletica orizzontale…
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iHumour
Sempre in tema silly season, vignetta odierna di una delle mie strisce preferite, Pearls Before Swine, dedicata a chi non sa rinunciare al proprio iPhone, iPod o iPad:
Vedi anche: note sul prefisso i (in uso ormai da 12 anni), sul nome iPad e sulla terminologia Apple usata in dispositivi con touch screen qui e qui.
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So much PUN!
Settimana di ferragosto, siamo in piena silly season. Per stare in tema, suggerisco il sito so much PUN! per sorridere con giochi di parole visivi di vario genere, spesso demenziali.
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Quando Eminem è meglio di John Wayne…
Mi è piaciuto David Crystal Guest Post: Who’s John Wayne? un intervento del noto linguista inglese su alcune difficoltà che può incontrare un autore quando scrive per un tipo di lettore diverso dal solito, nel caso specifico adolescenti e pre-adolescenti inglesi a cui è rivolto il suo ultimo libro A little book of language, un’introduzione alla linguistica.
Crystal aveva fatto leggere le bozze a una ragazzina di 12 anni, chiedendole di sottolineare tutto quello che non capiva. Mai si sarebbe aspettato che a essere messo in questione fosse il nome John Wayne, usato per spiegare il concetto di pseudonimo:
| I gave some examples of pseudonyms. “Do you know who Marion Morrison is?” I had written, and followed up my question with “You’ll know him better as John Wayne.” My young reader underlines John Wayne. “Why have you underlined him?” I ask her. “Who’s John Wayne?” she says. I am temporarily at a loss for words. “You don’t know who John Wayne is??” “No.” “What about Stagecoach?” “What?” “You’ve never seen Stagecoach?” I explain the fantastic chase at the end of the film. Her face is totally blank. I realize there is a yawning chasm between our cultural mindsets. |
È un esempio efficace di mancata corrispondenza tra autore e lettore di “conoscenze enciclopediche”, tutte quelle informazioni extralinguistiche di conoscenza del mondo condivise da chi appartiene a una cultura specifica. In questo caso, le differenze culturali sono di tipo generazionale, che Crystal ha risolto sostituendo l’esempio di John Wayne con quello di Eminem (vero nome: Marshall Bruce Mathers).
Molte conoscenze enciclopediche sono legate a un paese specifico (ad es. personaggi e programmi televisivi, prodotti, avvenimenti, tradizioni, ecc.) e ci sono riferimenti che risultano incomprensibili quando ci si sposta altrove, pur parlando la stessa lingua. Crystal fa vari esempi, tra cui è divertente quello di una pubblicità neozelandese (e poi altri aggiunti dai lettori nei commenti).
Ovviamente le difficoltà di comprensione causate dalle conoscenze enciclopediche non condivise aumentano in maniera esponenziale nel passaggio da una lingua all’altra, come ben sa chi parla una lingua straniera e soprattutto i traduttori che devono riuscire a identificare tutti gli aspetti di un testo con connotazioni “enciclopediche” e decidere le strategie di traduzione più adatte in base alle competenze del lettore tipico di quel testo (o, nel caso della localizzazione, dell’utente finale).
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Vedi anche: esempi di conoscenze enciclopediche nella categoria differenze culturali (ad es. Traduzione enogastromica, Competenze culturali nel ciclo di vita del prodotto, Il clima italiano visto da Italia.it, Segnali di globalizzazione).
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Scraped content: raggiunto il fondo del barile?
Il termine inglese Web scraping indica varie tecniche, più o meno automatizzate, di acquisizione di dati da pagine Web per poi rielaborarli altrove. Il termine correlato scraped content di solito ha un’accezione più negativa: descrive il contenuto che viene duplicato e ripubblicato altrove senza autorizzazione dell’autore e senza link all’originale.
In italiano si tende a privilegiare il prestito Web scraping mentre per scraped content non c’è un termine preciso e vengono usate descrizioni tipo contenuto clonato, contenuto duplicato non autorizzato, ecc. Come spesso succede, si perdono alcune connotazioni dei termini originali inglesi: a me, ad esempio, il verbo scrape fa venire in mente l’espressione scrape [the bottom of] the barrel e, in un certo senso, chi si riduce a scopiazzare con finalità poco trasparenti non sta proprio “raschiando il fondo del barile”?!
Chissà se è anche il caso di un blog italiano che mi ha segnalato Elisa e che ripropone contenuto altrui di tipo linguistico e terminologico, soprattutto in inglese ma anche in italiano, senza però citare l’autore e/o includere il link al testo originale, come per alcuni post di questo blog? O forse si tratta solo di un’operazione un po’ maldestra, visto che nell’intestazione del blog viene dichiarato esplicitamente che le notizie sono prese dalla rete e c’è anche un blogroll con i link ad alcune delle fonti?
Aggiornamento 2 agosto – Sono stata contattata dalla persona che gestisce il blog, che ringrazio per avermi chiarito che in questo caso si trattava effettivamente di un inconveniente tecnico e che, risolto il problema, appariranno i link previsti.
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Vedi anche: Phishing: truffa, spillaggio, abboccamento? per un esempio di connotazioni non trasferibili nella lingua di arrivo.
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Terminologia locale: il pulsante TIRO
Si può provare qualche momento di perplessità la prima volta che si esce dall’androne di qualche condominio di Bologna: si cerca il comando per aprire il portone ma si trova solo un pulsante con la misteriosa scritta TIRO…
E invece è proprio quello il comando per aprire la porta. Il nome del pulsante riflette una peculiarità linguistica locale, la cui etimologia è spiegata in dettaglio in Wikipedia:
| “ La fortissima sedimentazione odierna di tale parola [tiro] nelle abitudini quotidiane degli abitanti della provincia di Bologna è certamente riferibile alla presenza, universale già dalla fine del Settecento, nelle case bolognesi di una catena o una corda che comandava meccanicamente l’apertura del portone, riportata mediante apposite carrucole fino ai piani alti delle abitazioni. . Un’altra catena o corda permetteva a chi arrivava di suonare una campanella per annunciare la propria presenza e richiedere l’apertura del portone, che la servitù otteneva dando un secco e deciso tiro all’apposita corda, sbloccando la serratura a distanza. . Quando si è diffusa l’energia elettrica, l’utilizzo della parola tiro per significare comando di apertura della porta era tanto diffusa che il termine è sopravvissuto, nonostante nei pulsanti elettrici non ci fosse nulla da tirare.” |
Al citofono, l’espressione dare il tiro non ha quindi nulla a che fare con il fumo o sostanze stupefacenti ma semplicemente vuol dire “aprire il portone”. ![]()
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Vedi anche: cartelli insoliti.
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Caratteri per simboli scientifici, tecnici e medici
Grazie al progetto STIX Fonts sono disponibili nuovi set di tipi di carattere (font) per la pubblicazione di testi scientifici con simboli matematici, tecnici e medici di vario genere. Si tratta di tipi di carattere OpenType, quindi basati su Unicode, e sono scaricabili gratuitamente.
Mi è venuto in mente leggendo l’aggiornamento di Lavori in corso… sulla discussione del genere del prestito font: in italiano è maschile o femminile?
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Dimmi cosa parli e ti dirò chi sei
Grazie a varie segnalazioni ho letto Language lessons: You are what you speak in New Scientist, un articolo che riassume alcune delle ultime tendenze della ricerca sulla diversità linguistica e fa molti esempi interessanti da varie lingue.
Viene messa in questione l’idea della grammatica universale, una struttura profonda comune a tutte le lingue e determinata da meccanismi biologici e genetici innati, e viene invece suggerito che ad essere innati sono gli strumenti di apprendimento: il cervello umano non sarebbe preprogrammato con regole linguistiche astratte comuni a tutte le lingue (gli universali linguistici) ma avrebbe invece strutture e meccanismi standard che portano ad adottare soluzioni e tendenze comuni condivise da molte lingue ma anche a peculiarità specifiche originate da tipi diversi di input.
La diversità linguistica e le caratteristiche uniche di molte lingue sarebbero così dovute a fattori di tipo ambientale, storico, sociale e naturale: ad esempio viene citata l’altissima incidenza di otite media cronica in una zona dell’Australia che potrebbe avere influenzato la fonologia della lingua aborigena locale, in cui mancano suoni comuni alla maggior parte delle lingue ma difficili da distinguere per chi soffre di infiammazioni dell’orecchio medio.
Si arriva così alla possibile conclusione che il cervello di chi parla lingue diverse avrebbe “impostazioni” diverse e quindi il nostro modo di essere e pensare è influenzato dalla lingua* (o dalle lingue) con cui siamo cresciuti: dimmi che lingua parli e ti dirò chi sei!
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* L’articolo non ne accenna, ma sembra che versioni moderate dell’Ipotesi di Sapir-Whorf, molto bistrattata nei decenni scorsi, stiano godendo di nuovo di una certa considerazione.
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Vedi anche: hard-wired e La mente: foglio di calcolo o motore di ricerca? (metafore per spiegare il cervello umano) e C’è rima e rima (alcuni riferimenti ad esempi dell’articolo).
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“Musati” e lunghezza di vocali e consonanti
La settimana scorsa ho fatto un paio di interventi alla SSLMIT di Trieste, dove ho studiato anch’io. In giro per la città mi ha fatto piacere riascoltare l’accento e il dialetto locali e soprattutto mi ha divertita il cartello esposto da una farmacia: VETRINA ANTI MUSATI.
I musati sono le zanzare e, a parte il nome, trovo curiose la pronuncia e la grafia della parola. Immagino che chi non ha familiarità con il dialetto triestino leggerebbe /mu’zati/ e non penserebbe invece a qualcosa che suona più o meno come “mussatti” o “mussati”.
Ho provato a chiedere informazioni a qualche triestino (e qualche bisiaco) e mi è stato detto che la parola non si scrive con le doppie. Niente di strano, se le convenzioni ortografiche locali prevedono che /ss/ si scriva s. Poi però mi è nata qualche perplessità quando i miei interlocutori hanno cercato di dimostrarmi le differenze di pronuncia “triestina” tra musati e l’eventuale mussatti: per loro erano parole diverse ma per me, non autoctona e poco portata a cogliere peculiarità acustico-articolatorie, suonavano indistinguibili.
Non sono affatto esperta di fonologia italiana, tantomeno triestina, ma azzarderei l’ipotesi che le vocali di musato possano essere leggermente meno lunghe di quelle che in italiano normalmente precedono una consonante breve, cosicché chi non è triestino potrebbe percepire la consonante che segue come se fosse geminata (“doppia”)?
A differenza di altre lingue, come il finlandese, in italiano la lunghezza delle vocali non è un tratto distintivo (mentre lo è la lunghezza delle consonanti, ad es. in cane e canne) e infatti non viene segnata nella trascrizione fonologica (ad es. nei dizionari si trova /‘kane/ e /’kanne/ ). Si ricorre alla trascrizione fonetica per specificare le distinzioni allofoniche e gli allungamenti fonetici e si usa il simbolo [ː] per indicare le vocali lunghe, che per l’italiano si trovano soprattutto in sillabe aperte toniche (ad es. [‘kaːne] e [‘kanne]).
A questo punto sarei curiosa di vedere una trascrizione fonetica per il triestino, in particolare perché ho sentito anche qualche veneto* e ho scoperto che nei dialetti delle province di Treviso e di Venezia le zanzare si chiamano come a
Trieste ma la s (e in certe zone anche la t) viene percepita e pronunciata sempre geminata e quindi la parola viene resa graficamente con mussati e mussatti. A quanto pare, per un veneto l’eventuale parola musati avrebbe una /s/ breve (e vocali lunghe) e in questo caso diventerebbe facilmente distinguibile dalle altre varianti anche per un orecchio poco sensibile come il mio…
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Vedi anche: Come si dice caffè a Trieste? per altre peculiarità linguistiche triestine.
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* Un grazie a Fabio per la verifica in varie fonti, tra cui il Vocabolario etimologico veneto-italiano (Turato-Durante), che fa risalire l’origine della parola al tardo latino mustio, -onis, “piccola mosca”, e l’Abecedario dei villani (Bernardi) che indica in “moscerino” un ulteriore significato di mussat(o).
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Top 100 Language Blogs
Vorrei ringraziare chi ha nominato Terminologia etc. e l’ha fatto inserire nella categoria Language Professionals dei Top 100 Language Blogs compilati da Lexiophiles.
Nelle quattro categorie del concorso ci sono molti blog interessanti che seguo da tempo e altri che non conoscevo ancora e che mi ha fatto piacere scoprire: dateci un’occhiata!
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Canzoni, anglicismi e mondegreen
Mi è piaciuto leggere Da Fred al Liga, english per essere up to date nel Portale Treccani, sugli anglicismi nelle canzoni italiane, tratto dal saggio Ma cosa vuoi che sia una canzone. Mezzo secolo di italiano cantato di Giuseppe Antonelli.
Ho qualche dubbio che le parole inglesi in un testo italiano vengano sempre riconosciute correttamente da chi ascolta le canzoni. Quando era uscito Vita spericolata, ad esempio, io ero convinta che Vasco Rossi cantasse “e poi ci troveremo come d’estate a bere del whisky…” e ci avevo messo un po’ anche a capire che Ligabue parlava degli Who e non di gru. Ehm…
In inglese queste interpretazioni a volte assurde di versi di canzoni si chiamano mondegreen, con riferimento al verso di una ballata del XVII secolo, “They hae slain the Earl O’ Moray / And laid him on the green”, che era stato frainteso come “And Lady Mondegreen” dalla scrittrice americana Sylvia Wright che poi aveva coniato il termine.
Nel libro The Language Instinct, Steven Pinker fa notare che in inglese i mondegreen spesso attribuiscono al verso un significato meno plausibile dell’originale. Direi anche in italiano, perlomeno a giudicare da certe chicche raccolte da Cernaki!
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PS A questo punto forse andrebbe anche citato lo pseudo-inglese di Adriano Celentano in Prisencolinensinainciusol, che recentemente ha goduto di qualche notorietà negli Stati Uniti: ne hanno parlato tra gli altri The New Yorker, Language Log e Boing Boing.
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Silbo gomero: comunicare fischiando
Con un po’ di fortuna, sono riuscita ad evitare il caos nei cieli europei causato dal vulcano islandese e mi sono goduta bellissime giornate di trekking a Tenerife e a La Gomera, dove finalmente ho potuto sentire il silbo gomero, il linguaggio fischiato usato sull’isola da tempi immemorabili per comunicare a distanza.
In realtà non si tratta di un linguaggio naturale ma di un sistema sostitutivo che con un processo di riduzione rappresenta in maniera alternativa la lingua spagnola, ricalcandone le strutture grammaticali, sintattiche e lessicali (in teoria consentirebbe di riprodurre qualsiasi lingua). Viene usato un meccanismo con due suoni vocalici e quattro consonantici, distinti tramite differenze di tono (“acuto” e “grave”) e “linee melodiche” (continue per le vocali, con alterazioni brevi e repentine per le consonanti):
| silbo | equivalente spagnolo |
| I | i, e |
| A | a, o, u |
| CH | t, ch, s |
| K | p, k |
| Y | d, n, ñ, l, y, r, rr |
| G | b, f, m, g, j |
Un sistema di questo genere dà origine a molte ambiguità e polisemia (in questo caso anche “polifonemia”) che vengono risolte contestualmente con costruzioni semplici e con modalità di verifica delle informazioni, ad es. con domande e risposte di controllo.
Il silbo gomero è stato inserito nel Patrimonio Culturale Immateriale dell’Umanità dall’UNESCO e, per evitare che questa tradizione sparisca, da una decina di anni è materia di insegnamento nelle scuole di La Gomera.
Maggiori informazioni nel sito ufficiale (in spagnolo), con vari esempi.
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È stata fatta una ricerca per la categoria “varie”.
Il linguaggio è la chiave del pensiero 






