Post nella categoria “traduzione”
Esempi di “dialetti” inglesi
In Regionalismi e gestione della terminologia osservavo che la parola inglese dialect può rappresentare due concetti diversi:
| 1 | “un sistema linguistico usato in zone geograficamente limitate e in un ambito socialmente e culturalmente ristretto, divenuto secondario rispetto a un altro sistema dominante e non utilizzato in ambito ufficiale o tecnico-scientifico” [De Mauro], ovvero il significato di dialetto in italiano; … |
| 2 | “una varietà linguistica associabile a un gruppo specifico di parlanti”, forse l’accezione più comune in inglese ma non condivisa in italiano. |
Nell’introduzione a Top 10 Slang Narratives: From Burgess To Faulkner, una classifica di romanzi caratterizzati da varietà non standard della lingua inglese, c’è un esempio tipico del secondo significato:
| Dialect can be used as a class marker, or as something that identifies your hometown, your race, or your predilection for jargon. There are standard dialects, which are those institutionally-approved ways of speaking that make us understood, but are frankly a little boring. |
Un altro esempio è il termine dialect coach, lo specialista a cui si rivolgono gli attori per impadronirsi di un accento regionale o straniero diverso dal loro.
In questi contesti non c’è equivalenza dialect = dialetto e un’eventuale traduzione italiana letterale non sarebbe corretta: a seconda dei casi, si potrà scegliere tra termini alternativi come lingua, varietà linguistica, parlata, idioma, idioletto, socioletto, gergo, vernacolo, accento ecc.
Anche il “croc-ese” parlato da Larry e altri coccodrilli stupidi della striscia Pearls Before Swine è un dialect:
Vedi anche: Numeri e accenti inglesi.
Inglesismi visti da un inglese
Dello scrittore inglese Tim Parks ho letto e apprezzato alcuni romanzi e soprattutto i libri di ricordi dei suoi primi anni in un paese del Veneto, Italian Neighbours e An Italian Education, sicuramente tra gli esempi meglio riusciti del genere “vita in Italia dal punto di vista di uno straniero”.
E a proposito di itanglese e dell’inflazione delle parole inglesi in italiano, interessante il punto di vista di Tim Parks in Inglesismi. Un assaggio:
Parks è anche traduttore e insegna traduzione. In Dimentichiamoci del “traduttore traditore” esprime i suoi dubbi su alcune affermazioni ricorrenti sulla traduzione letteraria.
Aggiornamento: Dimentichiamoci del “traduttore traditore” non è più disponibile ai link riportato sopra; come segnalato nei commenti, il testo ora si può trovare in Autore addolcito, lettore contento.
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Traduzione e poesia: “falsche freunde”
Una lettura breve ma ricca di spunti: The Architecture of Translation, in cui la scrittrice e traduttrice Susan Bernofsky riflette sulla traduzione dal tedesco all’inglese di un libro di poesie molto particolare, falsche freunde · Gedichte di Uljana Wolf, una raccolta abbecedaria in cui ogni componimento include versi e frammenti in inglese e trae spunto da falsi amici o parole affini con significati completamente diversi nelle due lingue. Il libro tradotto si intitolerà False Friends: A DICHTionary of false friends, true cognates and other cousins.
Davvero interessanti gli esempi della traduttrice, che ha lavorato a stretto contatto con l’autrice, e soprattutto le considerazioni sul processo creativo e collaborativo di questo particolare tipo di traduzione.
letteraria
Comprehend this: attention to planes inclined
In Language Log (Comprehend this!) c’è un esempio di un tentativo di phishing in un inglese così maldestro da essere definito perhaps the most illiterate phishing spam yet.
L’autore dell’intervento si domanda come mai questi truffatori non ricorrano a un complice che parli inglese, per cercare di rendere il testo dei loro messaggi vagamente plausibile, e conclude che costoro debbano vivere in qualche posto sperduto dove le probabilità di trovare un madrelingua inglese siano praticamente nulle…
…proprio come in centro a Milano, perlomeno a giudicare da cartelli come quello visto nell’ascensore che porta sul tetto del Duomo:

Leggendo questo avviso si direbbe che nella capitale italiana della moda, della finanza e dell’economia sia impossibile trovare non dico una persona di madrelingua inglese ma perlomeno qualcuno in grado di produrre una frase in un inglese accettabile, del tipo Caution! Slippery roof surface, e l’unica alternativa sia prendere un dizionario e tradurre letteralmente, parola per parola. La tanto bistrattata traduzione automatica non riuscirebbe a far di peggio: se non altro, immagino eviterebbe la collocazione degli aggettivi in posizione postnominale (planes inclined*) e dubito produrrebbe mai un because off.
Davvero imbarazzante leggere certe traduzioni proprio in compagnia di un native speaker, anche se devo ammettere che poi siamo andati a vedere le pagine inglesi del sito del Duomo, fonte di ulteriore ilarità (sua): da leggere, ad esempio, le battaglie contro i piccioni nella sezione Curiosities. Invece, a proposito della canzone “O mia bela madunina”, emblematica, anche se soprattutto per altri motivi, l’affermazione “ti te domini Milan” (you look over Milan) in a way was a rather banal line, but precisely for this reason it appealed to the sentiments of the population, who had no need of intellectual complication. Eh già…
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* In inglese inclined plane è un termine usato in fisica, fuori luogo sul tetto di una
chiesa.
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Per altri esempi di traduzioni letterali, vedi anche: Il clima italiano visto da italia.it, Crocchette <> croquettes e Bambini omaggio o errori di traduzione?
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Wikileaks: cablo(grammi), telegrammi, documenti?
In tutto questo parlare di WikiLeaks, mi hanno incuriosita le scelte linguistiche dei media per rendere in italiano la parola (diplomatic) cable, che, come ormai tutti sanno, descrive i messaggi riservati scambiati tra missioni diplomatiche, ministeri e agenzie governative.
In inglese questa specifica accezione di cable era finora ristretta al gergo diplomatico* e non faceva parte del lessico standard, infatti i principali dizionari riportano solo il significato “tradizionale” e ormai obsoleto di cablogramma, un telegramma spedito soprattutto via cavo sottomarino e all’estero (cfr. Macmillan Dictionary, Chambers, Merriam-Webster). In Wikipedia invece la nuova accezione è descritta nella voce Diplomatic cable, ma è contenuto recentissimo, in continuo aggiornamento.
Qualche rapida ricerca mostra che inizialmente i media italiani hanno usato traduzioni letterali, presumibilmente prese da dizionari bilingui (dove appaiono solo le accezioni standard) e così si trova telegramma (es. qui) ma soprattutto cablogramma e la forma abbreviata cablo (plurale invariato, ma si è letto anche *cabli, es. qui), secondo me scelte abbastanza fuorvianti perché i cable non sono quasi mai messaggi brevi e stringati come invece suggerirebbero i termini italiani. Alcuni giornalisti hanno comunque avvertito la mancanza di equivalenza inglese-italiano e hanno usato la parola italiana cablo tra virgolette, con una spiegazione (es. qui).
Per me è stato ancora più interessante notare che nel giro di pochi giorni si sono visti degli “assestamenti lessicali” e ora si parla sempre meno di cablogrammi privilegiando invece descrizioni più neutre come documento diplomatico / della diplomazia e anche dispaccio. A questo proposito avevo apprezzato la scelta di Il Post che fin dall’inizio ha preferito citare il termine inglese, spiegando significato e struttura dei cable ed equiparandoli a rapporti ufficiali.
Aggiornamento 17 dicembre – Ultimamente ho notato che sono decisamente aumentate le occorrenze del prestito inglese, cable, probabilmente per sottolineare la differenza di significato rispetto all’italiano standard cablo. Aggiungo anche una definizione inglese di cable da un glossario di termini diplomatici compilato nel 2002:
| Cable, n., a message giving instructions to a mission or reporting results back to a capital. Diplomats still refer to them as cables regardless of the actual means of communication (often today via satellite or the Internet). Since 1883. A clipping of cablegram, formed in imitation of telegram to denote a message sent by transoceanic cable. |
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| * | What is diplomatic cable? (Reflections on Diplomacy) spiega che il significato non standard di cable va fatto risalire alla metà del XIX secolo, quando i primi messaggi diplomatici venivano spediti via telegrafo. Nel gergo diplomatico cable ha continuato a descrivere le comunicazioni anche quando si è cominciato a ricorrere a tecnologie ben più avanzate, probabilmente proprio per l’importanza strategica a livello globale che avevano ancora nel secolo scorso lo sviluppo e il controllo delle infrastrutture di telecomunicazione, legate ai cavi (cable), soprattutto sottomarini. |
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PS Chi è arrivato qui cercando il significato di WikiLeaks può consultare i dizionari Zanichelli facendo doppio clic sulle parole wiki e leak: wiki è un termine di origine hawaiana (wiki wiki vuol dire “molto veloce”) che in ambito informatico indica principalmente un sito i cui contenuti sono creati e mantenuti in collaborazione da una comunità di utenti; il significato figurato di leak in questo contesto invece è “fuga (di notizie)” o “notizia fatta trapelare volutamente”.
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Vedi anche: Hung Parliament: non è “appeso, altro esempio di un termine inglese la cui improvvisa visibilità aveva causato qualche problema di traduzione nei media italiani, e [aggiornamento] I suffissi degli scandali: -gate e –poli, sulla denominazione degli scandali nella stampa italiana.
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nel post di blog?
Ho parlato altre volte di terminologizzazione, accennando ai problemi che si possono incontrare se i neologismi semantici non sono identificati nella lingua di partenza a causa della loro polisemia (il nuovo termine coincide con una parola generica già esistente) e per questo non vengono resi adeguatamente nella lingua di arrivo, come è successo con pinch nei prodotti Apple.
Lo scenario opposto si verifica quando il nuovo concetto e il termine associato vengono subito riconosciuti e, per sottolineare la novità, nella lingua di arrivo si adotta il termine originale. Nell’ambito informatico italiano, ricorrere ai prestiti dall’inglese nei casi di terminologizzazione è una soluzione abbastanza comune che di solito non causa problemi di localizzazione, proprio perché si tratta di parole nuove con significato univoco.
Si possono però creare imprecisioni traducendo pedissequamente il testo originale. Un esempio è la traduzione di blog post nella presentazione di Windows Live Writer 2011:
| ▄ | Crea post di blog sorprendenti in pochi minuti. |
| ▄ | Dai vita alla tua storia aggiungendo foto e video ai post di blog. |
| ▄ | Inserisci una mappa di Bing nel tuo post di blog per illustrare una località. |
In questi casi va tenuto presente che in inglese, soprattutto nei testi destinati a utenti generici, si tende a rendere esplicite le parole che hanno subito terminologizzazione: qui gli americani specificano blog post perché post è polisemico e potrebbe risultare ambiguo. Al contrario, in italiano post è monosemico: se il contesto è palese, come in questo esempio (“software per blog”), non ha molto senso specificare di blog, proprio come di solito è ridondante tradurre web browser con browser web.
Le traduzioni che “suonano strane”, come nel tuo post di blog (cfr. nel post del tuo blog), non andrebbero sottovalutate: possono avere un impatto negativo sui potenziali utenti, che inconsciamente potrebbero associare il testo poco idiomatico a una complessità d’uso del prodotto, decisamente non il caso di Windows Live Writer.
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Vedi anche: Manuali di stile e funzione del testo e Aggettivi indefiniti subdoli.
Dolcetto o scherzetto
Ho avuto la conferma che Halloween sta inesorabilmente diventando parte dell’immaginario italiano domenica sera, quando hanno suonato alla porta alcuni ragazzi mascherati che passavano di casa in casa intimando allegramente “dolcetto o scherzetto!”
È stato molto divertente e mi ha fatto ripensare all’espressione dolcetto o scherzetto, secondo me una traduzione davvero efficace del trick or treat che tanto appassiona i bambini americani, al punto che sarei curiosa di sapere chi ha avuto questa intuizione e come si è imposta su possibili alternative.
Dubito lo scoprirò mai. Avevo pensato alle strisce dei Peanuts, che immagino abbiano fatto conoscere Halloween a molti italiani, però I Peanuts: analisi di aspetti culturali e strategie traduttive nei fumetti di Schulz identifica anche la variante “la borsa o il malocchio”. Probabilmente all’epoca era accettabile, visto che in pochi sapevano cosa fosse Halloween, ma ora non suona affatto idiomatica (come d’altronde lascia perplessi Grande Cocomero per Great Pumpkin):
Raccontavo dell’episodio di Halloween ad alcuni amici spagnoli da cui ho saputo che la frase spagnola, truco o trato (“o uno scherzo o [facciamo] un patto”), quasi un calco omonimico di trick or treat, viene riconosciuta come espressione idiomatica solo dai giovani o da chi ha familiarità con la cultura americana. A quanto pare anche in Spagna ultimamente ci sono adolescenti che vanno di casa in casa aggiungendo a truco o trato caramelos o te mato (“ti ammazzo”), però quello che ricevono sono soprattutto occhiate perplesse e, anziché dolciumi, al massimo qualche spicciolo.
La frase tedesca è quasi uno scioglilingua, Süßes, sonst gibt’s Saures, più o meno “i dolci, o [per te] si mette male” (con un gioco di parole tra dolce e acido). Non parlo francese ma mi hanno detto che in mancanza di una frase standard si può ricorrere a un bonbon ou un coup de batôn (“o una bastonata”) oppure a friandises ou bêtises (“o le caramelle o [farò qualche] stupidaggine”).
Di solito tendiamo ad adottare i prodotti culturali americani abbastanza pedissequamente, quindi trovo curioso che, non solo in Italia, il trick or treat stia facendo presa soprattutto sui ragazzi, mentre negli Stati Uniti è un’usanza riservata ai bambini.
Forse però questo aiuta a capire le “minacce” che in alcune lingue vengono aggiunte alla richiesta di dolciumi (in America le parole sono molto più blande: smell my feet, give me something good to eat): sarebbero fuori luogo se pronunciate da dei bambini ma sono più che accettabili se dette scherzosamente da dei ragazzi. Queste differenze sono comunque una conferma che la traduzione italiana dolcetto o scherzetto, riferita al contesto americano, è decisamente azzeccata.
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Aggiornamento ottobre 2011: ho trovato molto interessante l’analisi storica e linguistica che si può leggere in Trick or Treat! (Literal Minded). La frase sembra sia nata negli anni ‘20 del secolo scorso, ma era nota solo in alcune regioni degli Stati Uniti; è stata adottata in tutto il paese negli anni ‘50 grazie anche a un cartone animato con protagonista Paperino che l’ha resa popolare. Una curiosità: nelle strisce dei Peanuts inizialmente Schulz preferiva la frase al plurale, Tricks or Treats, ed era passato solo in seguito alla formulazione standard (si può notare questa differenza anche nei due esempi più sopra).
Traduzione di nomi propri: Maxwell House
Gli attronimi sono comuni nella letteratura di lingua inglese, come sottolinea Macmilllan Dictionary. Nella traduzione letteraria i nomi propri di persona di solito rimangono invariati ma potrebbe essere necessario intervenire se hanno particolari connotazioni e una funzione specifica nel testo, ad es. se sono stati scelti per conferire un effetto comico.
È il caso dei primi diari di Adrian Mole* di Sue Townsend, best seller umoristici inglesi degli anni ‘80 caratterizzati da un’ambientazione tipicamente inglese e numerosi riferimenti culturali. I nomi scelti dall’autrice per i vari personaggi non sono casuali: il direttore di banca che non concede prestiti, ad esempio, si chiama Mr Niggard, un cane particolarmente feroce è Sabre e il proprietario di una squallida pensione Bernard Porke.
Come già accennato, in genere la traduzione di libri umoristici non ammette interventi espliciti del traduttore (ad es. note) ma consente comunque diverse tecniche di adattamento dei nomi propri, in particolare degli attronimi. Si può:
| ▄ | Mantenere il nome originale se risulta sufficientemente trasparente anche nella lingua di arrivo: è il caso di nomi che appartengono al lessico dell’inglese di base, come Mr Lemon, Mrs Apple, ecc. |
| ▄ | Sostituire il nome con uno più trasparente che abbia connotazioni simili, riconoscibili dai lettori della lingua di arrivo, ad es. il cane Sabre potrebbe diventare Killer o un altro prestito inglese che possa richiamare ferocia. |
| ▄ | Tradurre il nome e poi “naturalizzarlo”, rendendolo conforme alle convenzioni della lingua di partenza, ad es. Mr Niggard potrebbe essere reso con Mr Spilorch: l’aggettivo spilorcio è riconoscibile anche se inglesizzato, ha connotazioni simili a niggard e richiama un noto personaggio disneyano, sottolineando così la colorazione ironica. |
Un esempio dei diari di Adrian Mole che avevo trovato divertente era il nome di un bambino, Maxwell House, che voleva evocare una certa classe (Maxwell veniva percepito come nome tradizionale e prestigioso) ma che suonava del tutto ridicolo perché coincideva con una delle più diffuse marche di caffè istantaneo.
Come comunicare questa assurdità al lettore italiano? Sarebbe difficile trovare un’altra marca di caffè inglese più identificabile di Maxwell House e che consenta di riprodurre un meccanismo umoristico simile, mentre un’eventuale marca italiana non avrebbe i due requisiti fondamentali di “suonare” sufficientemente inglese e di includere un vero nome di persona. A suo tempo, avevo suggerito di sostituire il riferimento al caffè con quello a un’altra bevanda percepita come tipicamente inglese, il tè, associandolo a una marca molto nota anche in Italia, e di rinominare così il malcapitato bambino Teo Lipton.
Nel libro Translating Cultures, David Katan analizza la mia soluzione riassumendola con questo diagramma: ![The term ‘chunking’ […] basically means to change the size of a unit. A unit can be made bigger (chunking up) which means that as more comes into view so we move from the specific to the general, or from the part to the whole. Moving in the other direction, we chunk down from the general to the specific or from the whole to the parts. Translating Cultures, p. 199 The term ‘chunking’ […] basically means to change the size of a unit. A unit can be made bigger (chunking up) which means that as more comes into view so we move from the specific to the general, or from the part to the whole. Moving in the other direction, we chunk down from the general to the specific or from the whole to the parts. Translating Cultures, p. 199](http://blog.terminologiaetc.it/wp-content/uploads/2010/09/Maxwell_House.png)
Nota: le pagine in cui appare il diagramma si possono leggere qui. Katan usa il termine chunking, rielaborando concetti di PNL, per delineare metodologie di analisi del testo e di mediazione tra la cultura della lingua di partenza e quella della lingua di arrivo (altri dettagli posizionando il puntatore del mouse sul diagramma).
…
| * | Per altri esempi di adattamento dai diari di Adrian Mole, vedi anche: Narcisi, cultura inglese e traduzione e Traduzione enogastronomica. |
| Sull’adattamento dei nomi di personaggi di fantasia, Il tenente Colombo, Dart Fener e l’orso Yoghi. |
Aggiornamenti – Stefano Bartezzaghi ha giocato sulla traduzione di nomi di persone italiane esistite o esistenti in Naming: tradurre nomi. In a culture of language and thought si possono leggere due discussioni interessanti sulla traduzioni di nomi propri: It’s all in a name e A name is a name. Right?.
Alitalia, politici ed eleggibilità
Alitalia sembra rivolgersi a una categoria di passeggeri ben precisa: i politici. In calce all’email che conferma l’acquisto di biglietti aerei elettronici si può infatti leggere
| Alitalia si riserva il diritto di verificare la prova dell’ eleggibilità e il completo e sequenziale utilizzo dei tagliandi di volo in ogni momento del viaggio così come specificato nella regola tariffaria. |
Vuol dire che hanno diritto al viaggio solo gli aspiranti a cariche politiche o amministrative la cui candidatura è formalmente valida?
Banale ironia a parte, fa un brutto effetto notare che la compagnia di bandiera non scrive direttamente in italiano ma traduce dall’inglese, in questo caso senza rendersi conto che la parola inglese eligibility è un falso amico: non ha nulla a che fare con potenziali elezioni, come eleggibilità in italiano, ma indica invece idoneità, il possesso di requisiti necessari o il diritto a qualcosa.
E chi ha comprato biglietti di Alitalia o ha visitato il sito avrà sicuramente notato altri errori e incongruenze, ad es. l’uso degli accenti al posto degli apostrofi in parecchie parole o la terminologia non sempre coerente: peccato non aver prestato un minimo di attenzione in più alla lingua italiana in un sito che dovrebbe rappresentarci nel mondo.
…
Vedi anche: Il clima italiano visto da italia.it e Crocchette <> croquettes, per altri esempi di traduzioni poco riuscite in siti italiani “istituzionali”.
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Aggettivi indefiniti subdoli
Sono capitata nella pagina italiana di un sito dove si avverte che la spedizione di certi prodotti potrebbe subire un ritardo di parecchi giorni, un’informazione davvero poco incoraggiante dal punto di vista di un potenziale acquirente.
Ho cercato il testo originale: come immaginavo, la pagina inglese dice che la spedizione “may be delayed by several days”, un’attesa tutto sommato accettabile.

Ce lo ripetevano in continuazione il primo anno di università: in inglese several indica una quantità imprecisata ma limitata, in genere meno di dieci, quindi tradurre con parecchio o aggettivi che indicano un numero rilevante è quasi sempre un errore; in base al contesto, andrebbero preferite alternative quali qualche, alcuno, più (di uno), ecc.
Ho avuto modo di notare che è un tipo di errore che può sfuggire ai revisori, soprattutto se il resto del testo rispetta le indicazioni della guida di stile, è scorrevole e la terminologia è corretta. L’esempio di parecchi giorni credo dimostri che invece si dovrebbe fare attenzione a queste sviste: anche un aggettivo indefinito, per quanto apparentemente banale, può influenzare negativamente la percezione di un prodotto o di un servizio.

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Tradurre obscenicon? #$*%@!!
In inglese trovo efficace la parola obscenicon, suggerita dal linguista e lessicografo Benjamin Zimmer per descrivere le sequenze di caratteri usati in fumetti e vignette al posto di imprecazioni o volgarità. Esempi tipici sono
#$&%?!
Un termine alternativo per lo stesso concetto è grawlix, coniato dal fumettista Mort Walker.
Già nel XIX secolo esisteva la convenzione tipografica di sostituire le lettere di parole volgari con trattini e asterischi, mentre nei fumetti apparivano delle stelle per comunicare il dolore, a cui si sono aggiunti in seguito altri simboli, ad esempio vari tipi di spirale per indicare linguaggio censurabile. Con l’introduzione delle macchine da scrivere, i vignettisti hanno iniziato a usare i caratteri #$&%?!, facilmente accessibili perché sugli stessi tasti dei numeri, e da qui la pratica è passata ai fumetti (dettagli e centinaia di esempi in Grawlixes Past and Present).
In genere la sequenza dei caratteri è casuale e questo rende gli (le?) obscenicon una convenzione internazionale subito riconoscibile e usata in molte lingue*. Ci sono poche eccezioni, ad esempio in inglese $#!+ fa subito venire in mente SHIT.
L’idea di parlare di obscenicon mi è venuta leggendo una striscia di Dilbert che mi ha fatto pensare che non vorrei essere al posto di un eventuale traduttore italiano:
Ovviamente qui i caratteri
non sono casuali ma scelti per costruire la battuta… Qualcuno ha suggerimenti brillanti, magari aiutandosi anche con il leet speak?
E a proposito del verbo ship, in italiano non ha un equivalente e di solito è reso con locuzioni tipo “mettere in commercio”. È un verbo ben noto a chi lavora nella localizzazione, soprattutto per il concetto di simship, il rilascio simultaneo della versione originale di un prodotto e delle versioni localizzate in altre lingue, rese disponibili contemporaneamente nei diversi mercati. Come prevedibile, in questo ambito si mantiene il termine inglese simship e gergalmente si dice “scippare” (o forse dovrei scrivere shippare?!?).
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* Non credo esista un termine italiano per obscenicon ma ho trovato una risorsa
interessante, un glossario dei termini tecnici del fumetto in 8 lingue.
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Aggiornamento maggio 2011 – Un elenco di interventi di Language Log sull’argomento e la striscia di Zits che l’ha ispirato:
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Vedi anche: animoticon, un neologismo tutto italiano, e alcune differenze tra emoticon occidentali e orientali.
Falsi amici all’ombra del sicomoro
Probabilmente anche altri lettori di un importante quotidiano italiano sono rimasti perplessi dal titolo di un articolo su una turbina eolica innovativa, costruita da un’azienda britannica:
Il testo dell’articolo spiega che Il design [della turbina] è ispirato al seme del sicomoro, che cade a terra a spirale grazie ad «ali» a V.
Basta però fare doppio clic sulla parola sicomoro nell’articolo stesso per accedere alla definizione del Dizionario Sabatini-Coletti e confermare il sospetto che si tratti di una notizia tradotta: non è stato considerato che, in italiano, il sicomoro (ficus sycomorus) è una pianta che cresce in climi caldi e i cui frutti, simili ai fichi, non sono certo provvisti di ali.
In inglese, invece, sycamore è il nome di tre diversi tipi di albero:
| 1 | in Europa indica l’acero montano (acer pseudoplatanus) |
| 2 | in America settentrionale è il platano (platanus occidentalis) |
| 3 | in Africa e Medio Oriente descrive il ficus sycomorus, in italiano sicomoro* |
Nel caso della turbina eolica progettata nel Regno Unito, il riferimento è sicuramente all’acero, il cui seme, sàmara nella terminologia scientifica, ha due ali membranacee che gli consentono di ruotare in aria. Chi ha visitato il Museo della Scienza e della Tecnologia di Milano ricorderà che Leonardo Da Vinci aveva preso ispirazione proprio dai semi d’acero per progettare la macchina nota come “elicottero di Leonardo”. E in inglese il nome colloquiale delle samare è helicopter seeds, in azione in questo documentario della BBC (dal minuto 3:00):
…
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* Tra i principali dizionari italiani, solo il Vocabolario Zingarelli include “acero montano” come significato alternativo di sicomoro: probabilmente non viene più considerato un falso amico ma un calco entrato in italiano tramite ripetute traduzioni letterali? Non credo però che questa accezione, ancora poco comune, giustifichi la scelta lessicale nell’articolo citato (o nelle traduzioni di romanzi ambientati in Gran Bretagna e in Irlanda).
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Traduzione enogastronomica
Mi sembra davvero interessante il Laboratorio “Traduzione e scrittura in ambito enogastronomico” proposto da Langue&Parole. Tra i vari argomenti trattati: il formato di pubblicazione, le tipologie di testo, i lettori, la scelta se e come tradurre o “localizzare” in base al contesto, ecc.
L’unica volta che ho avuto a che fare con la traduzione “alimentare” è stato per la mia tesi di laurea (in traduzione), in cui avevo analizzato i primi due diari di Adrian Mole di Sue Townsend (The Secret Diary of Adrian Mole Aged 13 3/4 e The Growing Pains of Adrian Mole), best seller umoristici pubblicati negli anni ‘80 in Gran Bretagna e caratterizzati da un’ambientazione tipicamente inglese e numerosissimi riferimenti culturali che potevano risultare sconosciuti al lettore italiano. Piatti tipici e prodotti alimentari erano spesso elementi essenziali di una situazione e quindi andavano trovate soluzioni specifiche che non distraessero il lettore (ad es. con spiegazioni o note a piè di pagina) ma mantenessero il sapore inglese dell’originale.
Un paio di esempi di “localizzazione”:
Per chi fosse eventualmente interessato ad altri esempi dalla mia tesi, con tutte le limitazioni di un’analisi fatta una ventina di anni fa, quindi per alcuni aspetti ormai datata,
La traduzione di nomi di alimenti nei diari di Adrian Mole.
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Vedi anche: Pasta e differenze culturali, Cibo e cultura (e ClipArt di Office) e Alcuni riferimenti natalizi inglesi, per alcune differenze alimentari/culturali in italiano e in inglese, e Narcisi, cultura inglese e traduzione, per un altro esempio di adattamento da uno dei diari di Adrian Mole.
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John Doe, Mario Rossi e i loro parenti
Tra le notizie di ieri, una decisione della Corte Suprema degli Stati Uniti che dovrebbe consentire processi civili contro la Santa Sede. All’origine del caso la denuncia di una vittima che a suo tempo ha subito abusi e che ha preferito non rivelare la propria identità. Nel primo articolo italiano che ho letto ho però notato che alla vittima veniva dato un nome che probabilmente è familiare agli appassionati di telefilm polizieschi americani:
| Il cittadino dell’Oregon, John V. Doe, ha denunciato di aver subito abusi negli anni ‘60 nella scuola cattolica che frequentava. […] Il prelato […] è stato infine trasferito nell’Oregon, dove Doe lo conobbe quando era quindicenne. |
Chi guarda CSI o programmi simili si sarà sicuramente accorto che le vittime non identificate si chiamano sempre John Doe, se uomo, e Jane Doe, se donna: sono infatti i nomi fittizi (variabili metasintattiche) che nel sistema legale degli Stati Uniti vengono usati per fare riferimento a persone sconosciute, ad es. se cadavere, o nei procedimenti giudiziari quando l’identità della persona coinvolta non è nota o non può/deve essere rivelata. È appunto il caso della causa civile di cui sopra, denominata “John V. Doe v. Holy See”, un dettaglio sfuggito al Corriere della Sera ma non ad altri che hanno interpretato i riferimenti a “John V. Doe” eliminandoli e sostituendoli con “anonimo”.
Negli Stati Uniti John Doe viene anche usato come nome generico negli esempi, tipo Mario Rossi in Italia, John Smith e Joe Bloggs nel Regno Unito, Juan Pérez in Messico, Kovács János in Ungheria o Jan Kowalski in Polonia (un elenco di nomi fittizi in vari paesi qui).
Non credo invece che in ambito legale italiano esista un nome simile a John Doe ma non ho competenze in materia e potrei sbagliarmi. Qualcuno mi sa dire se vengono usate iniziali, simboli tipo pallini neri o altro?
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Hung Parliament: non è “appeso”
Ero curiosa di vedere come i media italiani avrebbero tradotto l’espressione hung Parliament, lo scenario in cui, in un sistema bipolare come quello del Regno Unito, nessun partito ottiene la maggioranza assoluta per poter governare da solo.
In inglese, hung parliament è un’espressione idiomatica, tanto che molti dizionari inglesi la trattano come voce indipendente (esempi qui e qui) o comunque viene inserita sotto l’aggettivo hung e non è associata al participio passato del verbo hang. Il significato di hung infatti è metaforico e descrive una situazione di incertezza, “in sospeso” (dettagli e storia dell’espressione qui).
Molti media italiani non sembrano rendersene conto e probabilmente pensano a una collocazione (le singole parole che compongono l’espressione mantengono il significato che hanno al di fuori della collocazione stessa), tanto che la traduzione preferita è “parlamento appeso”, che mi fa tanto pensare a chi apre un dizionario e sceglie la prima parola che trova… Addirittura c’è chi parla anche di “parlamento impiccato”, ignorando che il participio passato del verbo hang nell’accezione “impiccare” è hanged e non hung.
Trovo più adeguata la scelta di chi ha mantenuto l’espressione inglese e l’ha spiegata con “parlamento paralizzato”, “parlamento bloccato” oppure con un più descrittivo “senza maggioranza assoluta”.

È stata fatta una ricerca per la categoria “traduzione”.


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