Post nella categoria “traduzione”
Si traduce meglio con Google, Yahoo! o Bing?
Segnalo anch’io un’iniziativa di cui stanno parlando in molti: uno studio di Gabble On per valutare i motori di traduzione automatica di Google, Yahoo! (Babel Fish) e Microsoft (Bing).
Finora sono stati raccolti circa 900 voti per 22 lingue ma per avere dati statisticamente significativi la ricerca si prefigge di arrivare ad almeno a 10000 voti entro la fine di marzo.
Per partecipare: Which Engine Translates Best? (c’è un Apple iPad in premio).
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Vedi anche: post con tag traduzione automatica e in particolare Traduzione automatica: Windows Live Translator per le principali differenze tra motori di traduzione di tipo statistico (Google e Microsoft) e basati su regole (Systran, il sistema usato da Babel Fish).
E visto che è venerdì, per sorridere sulla traduzione automatica e umana: Translation Humor & Mocking Machine Translation (da eMpTy Pages, un bel blog su tecnologie per la traduzione, globalizzazione e collaborazione).
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Crocchette <> croquettes
Nella versione inglese del portale italia.it c’è il link Four-legged tourists e grazie all’immagine si sa subito che non si tratta di avveniristiche informazioni per potenziali turisti extraterrestri con varie gambe.
Si va infatti al sito Travelling in Italy with your pets e anche qui le traduzioni lasciano alquanto a desiderare, basta dare un’occhiata alla lettera di benvenuto e soprattutto alla pagina Search for a facility, dove si ha davvero l’impressione che le parole siano state scelte un po’ a caso* da qualcuno che si è improvvisato traduttore.
Il dettaglio più divertente è forse croquette bowls, traduzione di ciotola crocchette. Chissà che idea si fa della dieta tipica di cani e gatti nostrani il turista inglese intento a verificare i servizi per il proprio amato animale: croquette è un termine gastronomico, le crocchette per cani e gatti sono kibble e comunque, in questo contesto, ci si aspetterebbe un più generico food bowl.
Non si dovrebbe tradurre verso una lingua diversa dalla propria; chi lo fa sa però di avere varie opzioni per verificare le proprie scelte:
| ▄ | controllare il significato del termine in un dizionario monolingue, per l’inglese ad esempio LDOCE, Macmillan, Collins, OALD, Merriam-Webster |
| ▄ | ancora più veloce, usare l’operatore define nei motori di ricerca, ad es. define:croquette |
| ▄ | fare una ricerca per immagini, assicurandosi che i risultati appaiano in siti nella lingua desiderata (ad es. croquettes in francese sono anche quelle per animali) |
| ▄ | se non si conosce la terminologia di un argomento, cercare uno o più siti specifici o simili nella lingua di arrivo, ad es. di cibo per cani (dettagli in Ricerca terminologica e verifiche con Google) |
* Un paio di altri errori da Search for a facility (poi per un po’ non parlerò più di italia.it!):
| ▄ | casa in affitto diventa tenement, che di solito descrive un edificio tipo certe case popolari, a volte anche fatiscenti; in contesto turistico sarebbe più appropriato il molto diffuso holiday apartments and villas; |
| ▄ | fast food è un falso amico perché in inglese indica solo il tipo di cibo e non l’esercizio dove viene servito (fast food restaurant) e così nel sito appare un improbabile fast foods (tra l’altro food è quasi sempre uncountable, si impara alle scuole medie, come la posizione dell’aggettivo: no comment su animals admitted!); |
| ▄ | nella stessa pagina viene usato lodging come traduzione sia di affittacamere che di pernottamento; |
| ▄ | l’elenco potrebbe continuare, aggiungo solo che dog house (pagina di benvenuto del Ministro Brambilla) vuol dire canile inteso come cuccia del cane, specialmente in inglese americano (kennel in inglese britannico) e non canile inteso come luogo dove si custodiscono cani senza padrone (kennels in UK e dog pound in America): chissà cosa pensano i turisti anglofoni quando leggono “Apparently, 5,902 abandoned dogs were taken in by monitored dog houses”. |
Perlomeno nelle pagine tradotte non viene citato il premio "Accoglienza Bestiale", ci sarebbe potuto scappare un beastly reception! E così, pensando alla figura che ci fanno fare i responsabili di questi siti all’estero, potrebbe tornare utile l’espressione idiomatica in the doghouse…
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Vedi anche: Il clima italiano visto da italia.it e Bambini omaggio o errori di traduzione? per altri esempi di traduzioni poco felici.
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Videogiochi e “transcreation”
Ieri The Guardian parlava di localizzazione di videogiochi: Flying hats and 8-bit Nazis: the strange history of video game localisation descrive l’evoluzione che c’è stata in questo campo e sottolinea che si tratta di un’attività che richiede competenze specifiche, quali la capacità di riconoscere i riferimenti culturali e decidere come gestirli.
A volte il testo e il contenuto dei videogiochi non possono essere semplicemente adattati ma vanno “ricreati” per la lingua di arrivo, ad es. sostituendo azioni particolarmente violente se inaccettabili nel mercato locale, modificando l’aspetto di un personaggio, riscrivendo interi dialoghi per mantenere l’umorismo linguistico, inventando un idioletto per il protagonista, ecc.
Per descrivere questi aspetti specifici della localizzazione di videogiochi, in inglese sempre più spesso si parla di transcreation, ovvero una “traduzione creativa” che porta a un risultato consapevolmente diverso dall’originale. Il concetto di transcreation con riferimento ai videogiochi è apparso in un articolo molto citato, Game Localisation: Unleashing Imagination with ‘Restricted’ Translation ma non tutti condividono la necessità di questo termine per descrivere strategie che comunque sono previste anche da attività di traduzione più tradizionali, cfr. ad esempio On the Translation of Video Games.
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A proposito di videogiochi, in questi giorni anche tra chi probabilmente non ha mai toccato una console si parla di Dante’s Inferno, la Divina Commedia “rivisitata” con protagonista Dante eroe violento VM18: chissà se la versione italiana ha richiesto molti interventi di traduzione creativa e adattamento culturale e se sono stati rimossi riferimenti che si dovrebbe poter dare per scontati nella patria di Dante!
E intanto Wired ne approfitta per divertirsi a suggerire 10 classici della letteratura come ispirazione per futuri videogiochi…
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In intimità con l’iPad?
Come prevedibile, fiumi di inchiostro digitale sull’iPad, anche su alcuni aspetti linguistici.
More intimate (Unspeak), ad esempio, ironizza su alcune delle parole scelte da Steve Jobs per descrivere la novità della Apple, tra cui “It’s so much more intimate than a laptop”.
In Italia l’affermazione è stata riprodotta letteralmente, molto più intimo di un laptop. Probabilmente chi ha tradotto non ha riflettuto sull’aggettivo italiano: se associato a persone il significato è sicuramente “legato da un rapporto personale stretto” ma, se riferito ad oggetti, prevale invece “relativo a zone del corpo
che di solito rimangono coperte”. Ancora più ironico se si considera che, specialmente in inglese americano, pad è l’assorbente (nel senso di igiene intima) e in questi giorni si sprecano le battute, come riporta iPad name draws feminine hygiene jokes (CNN) ma anche il Corriere della Sera. Una tra tante: “Yes, the iPad is small, lightweight and slim. But can you swim with it?”
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Vedi anche: Globalizzazione e pronuncia di nomi di prodotti sui possibili problemi nella scelta dei nomi di prodotti. Aggiornamento 29 gennaio: a proposito di pronuncia, un ulteriore problema del nome iPad è che in alcune varietà di inglese suonerebbe troppo simile a iPod, come spiega il linguista Arnold Zwicky.
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scansionare, scansire, scandire, scannerizzare…
Ho seguito le notizie sull’introduzione dei body scanner negli aeroporti con interesse perché danno un esempio efficace di quelli che io chiamo assestamenti terminologici.
Negli anni scorsi si è discusso molto su quale dovesse essere il verbo italiano per descrivere l’acquisizione di immagini con uno scanner, ovvero la traduzione dell’inglese scan: quale calco preferire tra scandire, scansire, scannerare, scannerizzare, scansionare o scannare? Nel 2004 l’Accademia della Crusca in un intervento molto citato suggeriva massima libertà di scelta, senza però convincere i frequentatori del forum, l’autore della voce di Wikipedia e molti altri che argomentavano a favore di un termine o dell’altro.
A distanza di qualche anno, il dibattito sui body scanner conferma che scannerizzare sta diventando nettamente prevalente nel linguaggio non specializzato e che la frequenza degli altri sinonimi è molto diminuita. [Aggiornamento: qui ho aggiunto alcune ipotesi sul perché il verbo scannerizzare si stia affermando sulle altre opzioni lessicali che immagino siano destinate a una lenta scomparsa]
Interessante notare che scannerizzare non è invece entrato nel linguaggio tecnico “ufficiale”: nella loro documentazione, i principali produttori di scanner privilegiano infatti la locuzione eseguire la scansione, una scelta condivisa anche da molti produttori di software, che, se viene specificato l’oggetto della scansione, ricorrono anche ad acquisire e digitalizzare (ad es. acquisire un’immagine, immagine digitalizzata).
A questo proposito, vorrei aggiungere una nota sul lavoro terminologico nell’ambito della localizzazione e sull’obiezione che digitalizzare descrive un concetto più generico e quindi non è del tutto adeguato: ci sono situazioni particolari in cui, nel trasferire un concetto da una lingua all’altra, può avere senso optare per un iperonimo, ad esempio quando nella lingua di arrivo coesistono diversi sinonimi e non è possibile prevedere quale prevarrà (le diverse “traduzioni” italiane di scan e scanned che proliferavano 10-15 anni fa sono un esempio tipico). In questi casi, peraltro limitati, il terminologo analizza i contesti d’uso per assicurarsi che l’iperonimo non crei ambiguità e può fare test di comprensibilità sugli utenti finali per valutare l’eventuale impatto sulla loro curva di apprendimento: nel caso di scan, anch’io a suo tempo avevo avuto la conferma che digitalizzare un’immagine veniva interpretato correttamente (“convertirla in formato digitale”) mentre i vari scandire, scansire, scannerare, ecc. suscitavano non poche perplessità tra i destinatari dei prodotti. Ecco quindi che può essere giustificato ricorrere a una soluzione relativamente generica se comunque consente di comunicare adeguatamente concetti e istruzioni (come in questo esempio della documentazione di Adobe Photoshop, originale qui) e di evitare di scegliere tra termini non ancora assestati che potrebbero diventare presto obsoleti e quindi confondere l’utente.
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Vedi anche: 10 anni della parola blog, per un altro esempio di proliferazione iniziale di sinonimi poi destinati a scomparire; Se non c’è la sfera di cristallo…, per un esempio di scelte terminologiche che possono entrare in conflitto con situazioni future non prevedibili; Attenzione alle spalle…, su possibili valutazioni linguistiche quando si introduce un nuovo concetto per cui non esiste ancora un termine nella lingua di arrivo; Ricerca terminologica e verifiche con Google, per valutare le opzioni terminologiche già esistenti.
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Immagini, traduzione automatica e tazze
Con i sistemi di traduzione automatica come Google Translate e Microsoft Translator è sempre più difficile vedere traduzioni come quelle che io trovavo esilaranti, tipo “addolorisi con i ventilatori dell’ape Gee” (mourn with Bee Gee fans, titolo apparso dopo la dipartita di uno dei cantanti) o “le lampadine della molla” (spring bulbs come tulipani e narcisi).
Qualche sorrisetto può ancora capitare in alcuni siti di immagini stock dove le parole chiave (keyword) associate a ciascuna foto e illustrazione sono presumibilmente tradotte automaticamente. Ecco ad esempio qualche risultato in Shutterstock, con l’italiano come lingua di ricerca, per la parola tazza:
Chi parla inglese fa presto i collegamenti: cup non è solamente la tazza tradizionale con il piattino ma anche il bicchiere di carta o di plastica (paper cup e plastic cup) e la coppa data in premio, ad esempio nei tornei di calcio; rubber cup è anche una ventosa di gomma e quindi cup plunger spiega lo sturalavandini (da non usare però per la tazza del water, toilet bowl!). Mug, invece, è sia il tazzone alto che il boccale da birra. Più divertente, e sicuramente disorientante per chi non conosce l’inglese, il risultato con la foto segnaletica (mug shot, infatti mug è anche un sinonimo informale per faccia) e soprattutto la descrizione associata alla relativa immagine: “colpo della tazza dell’uomo Medio Evo” (mug shot of middle aged man)!
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Vedi anche: post sulla traduzione automatica ed Espressioni idiomatiche inglesi per un altro esempio di cup ⇒ bicchiere.
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C’è rima e rima
Tutti abbiamo familiarità con il concetto di rima, basta pensare alle filastrocche. Forse meno noto è il significato di rima come termine linguistico.
In fonetica la sillaba è formata da un elemento obbligatorio, il nucleo, che in italiano costituisce
la sillaba minima e contiene una singola vocale (o un dittongo), ad es. a in ape. Il nucleo può essere preceduto da un attacco (una o più consonanti, ad es. sar e stra) e può essere seguito da una coda (una sola consonante, ad es. sar, ma in altre lingue come l’inglese anche più di una, ad es. send). In italiano le combinazioni di vocali e consonanti secondo questo schema possono essere -V-, -VC, CV-, CVC. Nucleo e coda a loro volta formano la rima.
In inglese si parla di onset, nucleus, coda e di rhyme o rime, quest’ultima una grafia meno comune ma usata soprattutto in testi dove va fatta una distinzione tra il significato generico di rima (la parola rhyme) e quello linguistico specializzato (il termine rime): “cat, sat and fat rhyme because they share a rime”.
Se la terminologia non viene identificata come tale durante la traduzione ed è trattata invece come lessico generico, possono risultare contenuti poco comprensibili per chi non ha accesso al testo originale, come in questi due esempi da un libro sull’apprendimento della lettura dove il significato linguistico “costituire la rima di una sillaba” (rime) e quello generico “fare rima” (rhyme) vengono confusi:
| Traduzione italiana | Testo originale |
| […] Il bambino che ha cominciato a discriminare i suoni abbinati (You’re a funny bunny, honey! Sei un buffo coniglietto, zuccherino!) ha anche cominciato a segmentare le parti interne delle parole in componenti più piccole. I bambini di quattro o cinque anni imparano a distinguere le parti iniziali di una parola (la S di Sam) e quelle che entrano in rima (am in Sam). È l’inizio del lungo e importante processo che permette di distinguere ciascun fonema, facilitando l’apprendimento della lettura. | The child who has begun to discriminate paired sounds (You’re a funny bunny, honey!) has also begun to segment the internal parts of words into smaller components. Children four and five years old are learning to discern the onset or first sounds of a word (“S” in “Sam”) and the rime (“am” in “Sam”). This is the beginning of the long important process of being able to hear each individual phoneme in a word, which facilitates learning to read. |
| […] I bambini fanno spesso molta fatica capire come combinare i suoni per formare parole come cat e sat (sedevo, sedevi…; seduto). Conoscere il principio linguistico che un fonema continuo come s può essere mantenuto per il tempo necessario al bambino per trovare una rima (con at in questo caso) facilita molto l’insegnamento del concetto di assemblaggio dei suoni sia al bambino sia all’insegnante. Perciò, volendo insegnare a combinare i suoni verbali, sat e rat (ratto) rendono le prime combinazioni più fattibili che non il proverbiale cat. | Children often have a very hard time figuring out how to blend sounds together to make words like “cat” and “sat”, Knowing the linguistic principle that a “continuant” phoneme like “s” can be held on to as long as it takes for the child to add the rime (such as “at”) makes teaching the concept of blending a lot easier for child and teacher. Thus, if you want to teach blending, “sat” and “rat” make early blending more manageable than the proverbial “cat”. |
Ci sono altri aspetti delle traduzioni qui sopra che potevano essere resi più accuratamente, ad esempio blending è un concetto specifico che indica il processo in cui i suoni rappresentati da singole lettere vengono combinati assieme generando una parola; in italiano si parla di fusione fonemica / di fonemi, ad es. t+o+p+o = topo.
Continuant phoneme indica una consonante fricativa, come /s/ e /r/, il cui suono può essere prolungato a piacere, a differenza di quello delle consonanti occlusive, come la /k/, che sono quindi meno utili per fare esercitare i bambini con la fusione dei fonemi.…
Gli esempi nel testo originale (Sam e poi cat, sat e rat) risultano familiari a chi ha imparato a leggere in inglese perché le prime parole che vengono insegnate sono proprio quelle di tipo CVC, in cui vocali e consonanti hanno una pronuncia regolare (parole monosillabiche come bat, fat, hat, mat, pat hanno la stessa rima ma si differenziano nell’attacco) e quindi è più facile riuscire a capire la corrispondenza tra fonemi e grafemi. In questo contesto, la traduzione in italiano dei singoli esempi è poco rilevante mentre potrebbe essere più utile far notare a chi si presume digiuno di inglese che anche honey fa rima (!) con bunny e funny.
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Vedi anche: "Alphabet Song" e alcune differenze culturali per alcuni esempi di difficoltà a imparare a leggere e scrivere in inglese; un glossario di terminologia inglese su questo argomento si può trovare qui.
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Asterix compie 50 anni
La prima storia di Asterix è stata pubblicata 50 anni fa. The Independent lo ricorda in Asterix and the half century, sottolineando la ricchezza di giochi di parole e riferimenti culturali del testo originale e la difficoltà di renderli nelle 107 lingue in cui sono tradotte le storie.
Non vengono però citati i due traduttori inglesi, Anthea Bell e Derek Hockridge, che sono invece noti per il loro ottimo lavoro. Ne avevo sentito parlare per la prima volta parecchi anni fa a una conferenza in Inghilterra e mi fa piacere avere ritrovato vari esempi in Asterix – What’s in a name, in cui la traduttrice descrive l’adattamento di elementi grafici, nomi, canzoni, giochi di parole e accenti.
Può essere interessante confrontare le strategie di traduzione usate in lingue diverse, a partire dai nomi dei personaggi non protagonisti (altri dettagli seguendo i collegamenti):
francese
“etimologia”
italiano
inglese (UK)
tedesco
latino
Astérix
astérisque / astre
Asterix
Asterix
Asterix
Asterix
Obélix
obélisque / obèle (il simbolo † che segue l’asterisco)
Obelix
Obelix
Obelix
Obelix
Idéfix
idée fixe
Idefix
Dogmatix
Idefix
Notabenix
Panoramix
panoramique
Panoramix
Getafix
Miraculix
Omnipotentix
Abraracourcix (capo del villaggio)
à bras raccourcis (indica atteggiamento aggressivo)
Abraracourcix
Vitalstatistix
Majestix
Manumilitarix
Assurancetourix (bardo)
assurance tous risques
(assicurazione contro tutti i rischi)Assurancetourix
Cacofonix
Troubadix
Armavirumquecanix
Azzeccatissima Sono Pazzi Questi Romani, la versione italiana della frase preferita di Obelix, Ils sont fous ces Romains, mentre è inevitabile che alcuni riferimenti, anche se adeguatamente riprodotti in un’altra lingua, risultino meno trasparenti nella traduzione. Un esempio è Babaorum, il nome di uno degli accampamenti romani: dovrebbe far pensare ai babà, come in francese (baba au rhum), ma so di non essere l’unica a non averlo capito, probabilmente per scarsa familiarità con questo dolce o per aver pensato che la pronuncia fosse piana; forse Pastelalrum in spagnolo e Totorum in inglese (tot o’ rum) trasmettono più esplicitamente l’aspetto ridicolo del nome.
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Vedi anche Io puffo, tu puffi, noi effettuiamo: il 50º anniversario dei Puffi come spunto per un’osservazione sul verbo effettuare in campo informatico.
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hard-wired
In inglese l’aggettivo hard-wired (o hardwired) può descrivere le parti di un programma o di un dispositivo non modificabili, ad es. perché definite a livello di hardware (il riferimento originale è alle connessioni nei circuiti elettrici).
Hard-wired, spesso abbreviato in wired, ha poi assunto anche il significato di “determinato geneticamente” (il cervello è visto come circuito neurale preprogrammato) e viene comunemente usato per descrivere comportamenti innati negli uomini e negli animali, come nell’esempio che segue, dove Steven Pinker* confronta l’acquisizione del linguaggio e l’apprendimento della lettura nei bambini e, per indicare che la prima abilità è innata mentre la seconda è una conquista graduale, si rifà alla metafora del circuito elettrico:
Children are wired for sound, but print is an optional accessory that must be painstakingly bolted on.
Dubito però che chi legge la traduzione italiana** senza conoscere il testo originale trovi la descrizione altrettanto efficace:
Rispetto ai suoni linguistici i bambini sono cablati [dalla natura], ma i caratteri a stampa sono un accessorio opzionale che deve essere acquisito diligentemente.
La frase è preceduta da “come ha eloquentemente osservato lo scienziato cognitivo Steven Pinker”: forse nella traduzione italiana c’è un avverbio di troppo?
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* citato in Proust and the Squid: The Story and Science of the Reading Brain
** Proust e il calamaro. Storia e scienza del cervello che legge
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L’italiano del doppiaggio televisivo
Lo confesso: a casa mia non c’è la TV (o forse dovrei dire il TV, come si sente in certe pubblicità alla radio?) e quindi non sono molto ferrata su cosa viene trasmesso ultimamente, tantomeno sulla qualità del doppiaggio o sulle espressioni che entrano nell’italiano di tutti i giorni direttamente dalla televisione. Su questi argomenti vorrei comunque segnalare un paio di cose che mi è piaciuto leggere:
- “Non ci posso credere…”. L’italiano del doppiaggio televisivo, un articolo dello speciale Fiction in tv: una lingua "seriale" del Portale Treccani sulle interferenze sintattiche, lessicali o fraseologiche prodotte da traduzioni approssimative nel doppiaggio delle fiction americane, ad es. l’abuso di avverbi come assolutamente, costruzioni con l’aggettivo anteposto al sostantivo e calchi impropri come sir = signore.
… - Le osservazioni di Marco Fisk sul doppiaggio di The West Wing, pieno di errori e falsi amici (esempi qui, qui, qui e qui). Bonus per chi apprezza le strisce di Dilbert: l’idea di chiamare elboniano traduttore chi produce queste chicche.
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Giornata di studi sulla traduzione
Il 28 settembre parteciperò alla giornata di studi Il mestiere del traduttore tra nuove competenze e nuove tecnologie, organizzata dall’Università di Modena e Reggio Emilia in occasione della Giornata europea delle lingue. Dal programma:
“Il dibattito sulla qualità traduttiva e la formazione dei traduttori è sempre più portato ad accogliere considerazioni che allargano l’orizzonte disegnato dai tradizionali ambiti disciplinari nei quali la traduzione viene discussa. […]
Gli strumenti a servizio del traduttore vanno dalle memorie di traduzione, ai software di indicizzazione e ricerca testuale fino alle banche dati terminologiche. Questi strumenti, nati nel settore della localizzazione del software, sono poi stati adottati anche in altri ambiti della traduzione professionale e nelle grandi organizzazioni istituzionali e commerciali. In parallelo altri settori, come quello della traduzione audiovisiva, hanno conosciuto di recente una notevole espansione e l’emergere di modalità di lavoro ad alto tasso di innovazione tecnologica.
La giornata […] si propone di approfondire queste tematiche mettendo a confronto i punti di vista di esperti del mondo accademico, istituzionale e produttivo.”
Il mio intervento è Le opportunità della gestione della terminologia nelle aziende.
Maggiori informazioni nel programma della giornata, che sarà a Modena ed è aperta al pubblico.
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Vedi anche: Convegno Tecnologie per la traduzione
Occhi color desktop?!?
David Lodge dedica il suo ultimo romanzo Deaf Sentence ai suoi traduttori (“conscious that this novel, from its English title onwards, presents special problems for translators”) e lo inizia con una voce di dizionario che elenca i vari significati di sentence (“frase/proposizione”, “condanna”, “sentenza” ma anche “frase memorabile”). Davvero, non deve essere facile tradurre un libro che ha come protagonista un professore di linguistica in pensione con forti problemi di sordità, continui fraintendimenti di quanto gli viene detto ma anche parecchia autoironia: gli effetti comici e i giochi di parole sono assicurati, anche quando i riferimenti non sono del tutto ameni. Molto acute e spesso gustose le innumerevoli osservazioni linguistiche.
Deaf Sentence è sicuramente una lettura piacevole. Non l’ho però trovato all’altezza di altri romanzi di Lodge e infatti temo che me lo ricorderò soprattutto per la descrizione che il linguista ultrasessantenne fa di una ragazza attraente ma molto particolare:
[…] with little make-up, except around her eyes, accentuating their intense blue. It’s like the blue of the Microsoft desktop, luminous but opaque.
Azzurro desktop?!? Chissà se qualcuno ha mai descritto occhi dello stesso colore con #004E98!?!
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Aggiornamento: il 9 settembre è uscita la traduzione italiana, Il prof è sordo.
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Convegno Tecnologie per la traduzione
Ho appena ricevuto l’annuncio del convegno internazionale Tecnologie per la traduzione: giornate di aggiornamento e formazione organizzato a Forlì il 9 e 10 ottobre 2009 dalla Scuola Superiore di Lingue Moderne per Interpreti e Traduttori dell’Università di Bologna:
L’evento, che conta tra i relatori esperti internazionali di primo piano in redazione, traduzione e localizzazione, è rivolto principalmente a traduttori professionisti freelance e di centri di traduzione, linguisti, docenti universitari, studenti e laureati in traduzione, localizzatori e redattori tecnici.
Il programma, che si articola su due giornate, prevede una serie di interventi e workshop presentati in italiano e in inglese. Per l’occasione, verrà presentata dalle maggiori software house mondiali una vetrina tecnologica contenente le ultime novità nell’ambito delle tecnologie per la traduzione.
Verrà allestita infine un’esposizione di novità editoriali proposte da case editrici italiane e straniere che offrono prodotti di interesse ai professionisti e agli studenti.
Per il programma provvisorio e maggiori informazioni, il sito del convegno.
Io parteciperò alla tavola rotonda.
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Vedi anche: Giornata di studi sulla traduzione
Marketing plurilingue: tradurre o non tradurre?
Oggi ero alla Giornata REALITER 2009 dedicata a Terminologia e plurilinguismo nell’economia internazionale. Molti gli interventi interessanti.
Andrea Di Gregorio, ad esempio, ha parlato di strategie traduttive e non-traduttive nella comunicazione al pubblico dei prodotti mass-market in un mercato globale, evidenziando come siano sempre più diffusi i messaggi pubblicitari non tradotti, parzialmente tradotti o addirittura “ritradotti” nella lingua di partenza, in genere l’inglese.
Per decidere se mantenere un messaggio nella lingua originale vengono fatte valutazioni sul target, il tipo di prodotto, il mezzo di comunicazione e il tipo di comunicazione (ad es. se informativa o evocativa, se punta a far riconoscere il prodotto dal cliente o a far sì che il cliente si riconosca nel prodotto, se è più importante quello che si dice o che lo si dica in inglese).
In questi casi è ovviamente essenziale un’analisi del testo inglese per determinare se è facile e distintivo, se contiene termini di origine latina o comunque ben noti e quindi subito riconoscibili, oppure se le parole sono sconosciute ma dal suono comunque accattivante (mi viene in mente Bing, il nuovo motore di ricerca),
se eventuali giochi di parole sono intraducibili ma comprensibili. Potrebbe essere necessario spiegare comunque il messaggio, anche se indirettamente, come nella campagna So where the bloody hell are you? di Tourism Australia che nella versione italiana riportava in calce “Che cosa aspetti a venire?”
Andrea Di Gregorio ha sottolineato il ruolo importante del traduttore in queste scelte, anche in caso di non-traduzione, per l’apporto che può dare grazie alla sensibilità sia verso la lingua di partenza che quella di arrivo. Concordo in pieno, specialmente quando si tratta di valutare le conoscenze dell’inglese da parte dell’utente italiano dal punto di vista E2 (English as a Second Language): nel caso della campagna australiana, ad esempio, avrei qualche dubbio che tutti gli italiani che conoscono l’espressione bloody hell la associno a un intercalare tipicamente australiano come può fare chi è di madrelingua inglese.
Aggiornamento 15/12/2009: il testo dell’intervento di Andrea Di Gregorio è ora consultabile nel sito Realiter.
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Vedi anche: Terminologia e plurilinguismo – Atti Realiter 2009, Cultural awareness and product development/localization e Competenze nelle valutazioni di localizzabilità in Le competenze linguistiche nella localizzazione.
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Tu, voi o infinito?
In questi giorni sono raramente davanti al computer e solo ora ho iniziato a leggere i commenti all’intervista in Punto Informatico.
Ci sono molti spunti interessanti, ad esempio sullo stile usato in molti prodotti (non solo Microsoft!): perché non ci si rivolge all’utente direttamente, come in inglese, ma si prediligono forme impersonali e l’infinito per le istruzioni?
Le versioni localizzate dovrebbero essere finalizzate alle esigenze dei mercati locali. La maggior parte degli utenti italiani ignora come sia il software originale: se le scelte di localizzazione sono adeguate, efficaci e consentono di imparare a usare un prodotto facilmente e produttivamente, è abbastanza irrilevante cosa viene usato in inglese.
In italiano di solito le istruzioni, se non sono tradotte da altre lingue, prediligono le forme impersonali e basta aprire la scatola di qualche apparecchiatura o di un medicinale per verificarlo. Immagino che nei primi prodotti localizzati sia stato adottato questo stile proprio perché era quello che si aspettavano gli italiani digiuni di computer ma abituati a seguire istruzioni di altro tipo: è risaputo che la familiarità ha un impatto positivo sulla curva di apprendimento.
Va anche detto che le prime applicazioni localizzate erano destinate soprattutto ad ambiti professionali dove il “tu” sarebbe stato fuori luogo. Nel 2009 l’utente tipico dei prodotti software ha sicuramente una sensibilità diversa ma nel frattempo la forma impersonale è diventata uno standard a cui credo siamo ormai abituati… a parte le obiezioni di chi usa il Mac o di utenti più “informatizzati” che, però, non sempre rappresentano l’utente tipico. ![]()
In ogni caso la forma impersonale non dovrebbe essere sinonimo di stile troppo formale e sono del tutto d’accordo con chi si lamenta di frasi “barocche” più adatte alla burocrazia che a un’interfaccia grafica. Ad esempio, se un titolo inglese dice What I could do to protect my computer, non mi sembra il caso di tradurre Quali misure è possibile adottare per proteggere il proprio computer se, mantenendo una forma impersonale, si può semplificare in Che cosa si può fare per proteggere il computer. Le guide di stile per la localizzazione possono dare indicazioni generali ma sta a chi traduce operare scelte accettabili.
È stata fatta una ricerca per la categoria “traduzione”.
