Post nella categoria “traduzione”
Aggettivi indefiniti subdoli
Sono capitata nella pagina italiana di un sito dove si avverte che la spedizione di certi prodotti potrebbe subire un ritardo di parecchi giorni, un’informazione davvero poco incoraggiante dal punto di vista di un potenziale acquirente.
Ho cercato il testo originale: come immaginavo, la pagina inglese dice che la spedizione “may be delayed by several days”, un’attesa tutto sommato accettabile.

Ce lo ripetevano in continuazione il primo anno di università: in inglese several indica una quantità imprecisata ma limitata, in genere meno di dieci, quindi tradurre con parecchio o aggettivi che indicano un numero rilevante è quasi sempre un errore; in base al contesto, andrebbero preferite alternative quali qualche, alcuno, più (di uno), ecc.
Ho avuto modo di notare che è un tipo di errore che può sfuggire ai revisori, soprattutto se il resto del testo rispetta le indicazioni della guida di stile, è scorrevole e la terminologia è corretta. L’esempio di parecchi giorni credo dimostri che invece si dovrebbe fare attenzione a queste sviste: anche un aggettivo indefinito, per quanto apparentemente banale, può influenzare negativamente la percezione di un prodotto o di un servizio.

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Tradurre obscenicon? #$*%@!!
In inglese trovo efficace la parola obscenicon, suggerita dal linguista e lessicografo Benjamin Zimmer per descrivere le sequenze di caratteri usati in fumetti e vignette al posto di imprecazioni o volgarità. Esempi tipici sono
#$&%?!
Un termine alternativo per lo stesso concetto è grawlix, coniato dal fumettista Mort Walker.
Già nel XIX secolo esisteva la convenzione tipografica di sostituire le lettere di parole volgari con trattini e asterischi, mentre nei fumetti apparivano delle stelle per comunicare il dolore, a cui si sono aggiunti in seguito altri simboli, ad esempio vari tipi di spirale per indicare linguaggio censurabile. Con l’introduzione delle macchine da scrivere, i vignettisti hanno iniziato a usare i caratteri #$&%?!, facilmente accessibili perché sugli stessi tasti dei numeri, e da qui la pratica è passata ai fumetti (dettagli e centinaia di esempi in Grawlixes Past and Present).
In genere la sequenza dei caratteri è casuale e questo rende gli (le?) obscenicon una convenzione internazionale subito riconoscibile e usata in molte lingue*. Ci sono poche eccezioni, ad esempio in inglese $#!+ fa subito venire in mente SHIT.
L’idea di parlare di obscenicon mi è venuta leggendo una striscia di Dilbert che mi ha fatto pensare che non vorrei essere al posto di un eventuale traduttore italiano:
Ovviamente qui i caratteri
non sono casuali ma scelti per costruire la battuta… Qualcuno ha suggerimenti brillanti, magari aiutandosi anche con il leet speak?
E a proposito del verbo ship, in italiano non ha un equivalente e di solito è reso con locuzioni tipo “mettere in commercio”. È un verbo ben noto a chi lavora nella localizzazione, soprattutto per il concetto di simship, il rilascio simultaneo della versione originale di un prodotto e delle versioni localizzate in altre lingue, rese disponibili contemporaneamente nei diversi mercati. Come prevedibile, in questo ambito si mantiene il termine inglese simship e gergalmente si dice “scippare” (o forse dovrei scrivere shippare?!?).
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* Non credo esista un termine italiano per obscenicon ma ho trovato una risorsa
interessante, un glossario dei termini tecnici del fumetto in 8 lingue.
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Vedi anche: animoticon, un neologismo tutto italiano, e alcune differenze tra emoticon occidentali e orientali.
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Falsi amici all’ombra del sicomoro
Probabilmente anche altri lettori di un importante quotidiano italiano sono rimasti perplessi dal titolo di un articolo su una turbina eolica innovativa, costruita da un’azienda britannica:
Il testo dell’articolo spiega che Il design [della turbina] è ispirato al seme del sicomoro, che cade a terra a spirale grazie ad «ali» a V.
Basta però fare doppio clic sulla parola sicomoro nell’articolo stesso per accedere alla definizione del Dizionario Sabatini-Coletti e confermare il sospetto che si tratti di una notizia tradotta: non è stato considerato che, in italiano, il sicomoro (ficus sycomorus) è una pianta che cresce in climi caldi e i cui frutti, simili ai fichi, non sono certo provvisti di ali.
In inglese, invece, sycamore è il nome di tre diversi tipi di albero:
| 1 | in Europa indica l’acero montano (acer pseudoplatanus) |
| 2 | in America settentrionale è il platano (platanus occidentalis) |
| 3 | in Africa e Medio Oriente descrive il ficus sycomorus, in italiano sicomoro* |
Nel caso della turbina eolica progettata nel Regno Unito, il riferimento è sicuramente all’acero, il cui seme, sàmara nella terminologia scientifica, ha due ali membranacee che gli consentono di ruotare in aria. Chi ha visitato il Museo della Scienza e della Tecnologia di Milano ricorderà che Leonardo Da Vinci aveva preso ispirazione proprio dai semi d’acero per progettare la macchina nota come “elicottero di Leonardo”. E in inglese il nome colloquiale delle samare è helicopter seeds, in azione in questo documentario della BBC (dal minuto 3:00):
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* Tra i principali dizionari italiani, solo il Vocabolario Zingarelli include “acero montano” come significato alternativo di sicomoro: probabilmente non viene più considerato un falso amico ma un calco entrato in italiano tramite ripetute traduzioni letterali? Non credo però che questa accezione, ancora poco comune, giustifichi la scelta lessicale nell’articolo citato (o nelle traduzioni di romanzi ambientati in Gran Bretagna e in Irlanda).
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Traduzione enogastronomica
Mi sembra davvero interessante il Laboratorio “Traduzione e scrittura in ambito enogastronomico” proposto da Langue&Parole. Tra i vari argomenti trattati: il formato di pubblicazione, le tipologie di testo, i lettori, la scelta se e come tradurre o “localizzare” in base al contesto, ecc.
L’unica volta che ho avuto a che fare con la traduzione “alimentare” è stato per la mia tesi di laurea (in traduzione), in cui avevo analizzato i primi due diari di Adrian Mole di Sue Townsend (The Secret Diary of Adrian Mole Aged 13 3/4 e The Growing Pains of Adrian Mole), best seller umoristici pubblicati negli anni ‘80 in Gran Bretagna e caratterizzati da un’ambientazione tipicamente inglese e numerosissimi riferimenti culturali che potevano risultare sconosciuti al lettore italiano. Piatti tipici e prodotti alimentari erano spesso elementi essenziali di una situazione e quindi andavano trovate soluzioni specifiche che non distraessero il lettore (ad es. con spiegazioni o note a piè di pagina) ma mantenessero il sapore inglese dell’originale.
Un paio di esempi di “localizzazione”:
Per chi fosse eventualmente interessato ad altri esempi dalla mia tesi, con tutte le limitazioni di un’analisi fatta una ventina di anni fa, quindi per alcuni aspetti ormai datata,
La traduzione di nomi di alimenti nei diari di Adrian Mole.
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Vedi anche: Pasta e differenze culturali, Cibo e cultura (e ClipArt di Office) e Alcuni termini natalizi inglesi, per alcune differenze alimentari/culturali in italiano e in inglese, e Narcisi, cultura inglese e traduzione, per un altro esempio di adattamento da uno dei diari di Adrian Mole.
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John Doe, Mario Rossi e i loro parenti
Tra le notizie di ieri, una decisione della Corte Suprema degli Stati Uniti che dovrebbe consentire processi civili contro la Santa Sede. All’origine del caso la denuncia di una vittima che a suo tempo ha subito abusi e che ha preferito non rivelare la propria identità. Nel primo articolo italiano che ho letto ho però notato che alla vittima veniva dato un nome che probabilmente è familiare agli appassionati di telefilm polizieschi americani:
| Il cittadino dell’Oregon, John V. Doe, ha denunciato di aver subito abusi negli anni ‘60 nella scuola cattolica che frequentava. […] Il prelato […] è stato infine trasferito nell’Oregon, dove Doe lo conobbe quando era quindicenne. |
Chi guarda CSI o programmi simili si sarà sicuramente accorto che le vittime non identificate si chiamano sempre John Doe, se uomo, e Jane Doe, se donna: sono infatti i nomi fittizi (variabili metasintattiche) che nel sistema legale degli Stati Uniti vengono usati per fare riferimento a persone sconosciute, ad es. se cadavere, o nei procedimenti giudiziari quando l’identità della persona coinvolta non è nota o non può/deve essere rivelata. È appunto il caso della causa civile di cui sopra, denominata “John V. Doe v. Holy See”, un dettaglio sfuggito al Corriere della Sera ma non ad altri che hanno interpretato i riferimenti a “John V. Doe” eliminandoli e sostituendoli con “anonimo”.
Negli Stati Uniti John Doe viene anche usato come nome generico negli esempi, tipo Mario Rossi in Italia, John Smith e Joe Bloggs nel Regno Unito, Juan Pérez in Messico, Kovács János in Ungheria o Jan Kowalski in Polonia (un elenco di nomi fittizi in vari paesi qui).
Non credo invece che in ambito legale italiano esista un nome simile a John Doe ma non ho competenze in materia e potrei sbagliarmi. Qualcuno mi sa dire se vengono usate iniziali, simboli tipo pallini neri o altro?
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Hung Parliament: non è “appeso”
Ero curiosa di vedere come i media italiani avrebbero tradotto l’espressione hung Parliament, lo scenario in cui, in un sistema bipolare come quello del Regno Unito, nessun partito ottiene la maggioranza assoluta per poter governare da solo.
In inglese, hung parliament è un’espressione idiomatica, tanto che molti dizionari inglesi la trattano come voce indipendente (esempi qui e qui) o comunque viene inserita sotto l’aggettivo hung e non è associata al participio passato del verbo hang. Il significato di hung infatti è metaforico e descrive una situazione di incertezza, “in sospeso” (dettagli e storia dell’espressione qui).
Molti media italiani non sembrano rendersene conto e probabilmente pensano a una collocazione (le singole parole che compongono l’espressione mantengono il significato che hanno al di fuori della collocazione stessa), tanto che la traduzione preferita è “parlamento appeso”, che mi fa tanto pensare a chi apre un dizionario e sceglie la prima parola che trova… Addirittura c’è chi parla anche di “parlamento impiccato”, ignorando che il participio passato del verbo hang nell’accezione “impiccare” è hanged e non hung.
Trovo più adeguata la scelta di chi ha mantenuto l’espressione inglese e l’ha spiegata con “parlamento paralizzato”, “parlamento bloccato” oppure con un più descrittivo “senza maggioranza assoluta”.

X probabilità su Y
Non so come si dica in italiano, in inglese phrasal template descrive un tipo particolare di collocazione, una frase che segue uno schema specifico e al suo interno ha una o più variabili che possono essere sostituite solo da alcune categorie di parole.
Un modello di questo tipo è X su Y parlando di probabilità, dove X e Y sono numeri (o comunque sostantivi o pronomi con valore numerale) e X è inferiore a Y. Se non vengono rispettate queste restrizioni lessicali, la frase che ricalca il modello potrebbe non funzionare, come nel caso della traduzione “La possibilità di scoprire una simile mutazione è una su una miriade”: secondo me, qui miriade viene interpretato come quantità generica senza valore numerale e quindi non suona del tutto corretto.
In inglese c’è un modello simile, X in Y, e infatti la frase originale americana era “It’s a one in a zillion kind of mutation somewhere”, interessante perché anche se il sostantivo colloquiale zillion* descrive una quantità enorme ma generica, viene comunque percepito come numero, conforme a billion, trillion, ecc.
Riconoscere e tradurre le collocazioni non è sempre facile e quindi è sicuramente benvenuto il Dizionario delle Combinazioni Lessicali, una nuova risorsa per la lingua italiana di cui si sta parlando parecchio ultimamente (dettagli qui). Aggiornamento: un’intervista all’autore, Francesco Urzì, a cura di Gianni Davico.
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Vedi anche: Binomi lessicali italiani e inglesi, per un altro tipo di collocazione.
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* Come tradurre zillion in questo contesto? In italiano fantastilione e fantastiliardo sono altrettanto informali e descrivono una quantità enorme e generica ma mi sembra facciano riferimento solo ai soldi e quindi sarebbero fuori luogo. Si potrebbe al limite azzardare il calco zilione, ancora gergale ma in costante diffusione e facilmente percepibile come numero. Una traduzione più neutra che mantenga lo stesso tipo di phrasal template e il riferimento a una cifra non quantificabile potrebbe forse essere “la probabilità … è una su un numero con migliaia di zeri” anche se non mi sembra particolarmente efficace e quindi mi limiterei a dire che la probabilità è estremamente bassa.
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Si traduce meglio con Google, Yahoo! o Bing?
Segnalo anch’io un’iniziativa di cui stanno parlando in molti: uno studio di Gabble On per valutare i motori di traduzione automatica di Google, Yahoo! (Babel Fish) e Microsoft (Bing).
Finora sono stati raccolti circa 900 voti per 22 lingue ma per avere dati statisticamente significativi la ricerca si prefigge di arrivare ad almeno a 10000 voti entro la fine di marzo.
Per partecipare: Which Engine Translates Best? (c’è un Apple iPad in premio).
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Vedi anche: post con tag traduzione automatica e in particolare Traduzione automatica: Windows Live Translator per le principali differenze tra motori di traduzione di tipo statistico (Google e Microsoft) e basati su regole (Systran, il sistema usato da Babel Fish).
E visto che è venerdì, per sorridere sulla traduzione automatica e umana: Translation Humor & Mocking Machine Translation (da eMpTy Pages, un bel blog su tecnologie per la traduzione, globalizzazione e collaborazione).
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Crocchette <> croquettes
Nella versione inglese del portale italia.it c’è il link Four-legged tourists e grazie all’immagine si sa subito che non si tratta di avveniristiche informazioni per potenziali turisti extraterrestri con varie gambe.
Si va infatti al sito Travelling in Italy with your pets e anche qui le traduzioni lasciano alquanto a desiderare, basta dare un’occhiata alla lettera di benvenuto e soprattutto alla pagina Search for a facility, dove si ha davvero l’impressione che le parole siano state scelte un po’ a caso* da qualcuno che si è improvvisato traduttore.
Il dettaglio più divertente è forse croquette bowls, traduzione di ciotola crocchette. Chissà che idea si fa della dieta tipica di cani e gatti nostrani il turista inglese intento a verificare i servizi per il proprio amato animale: croquette è un termine gastronomico, le crocchette per cani e gatti sono kibble e comunque, in questo contesto, ci si aspetterebbe un più generico food bowl.
Non si dovrebbe tradurre verso una lingua diversa dalla propria; chi lo fa sa però di avere varie opzioni per verificare le proprie scelte:
| ▄ | controllare il significato del termine in un dizionario monolingue, per l’inglese ad esempio LDOCE, Macmillan, Collins, OALD, Merriam-Webster |
| ▄ | ancora più veloce, usare l’operatore define nei motori di ricerca, ad es. define:croquette |
| ▄ | fare una ricerca per immagini, assicurandosi che i risultati appaiano in siti nella lingua desiderata (ad es. croquettes in francese sono anche quelle per animali) |
| ▄ | se non si conosce la terminologia di un argomento, cercare uno o più siti specifici o simili nella lingua di arrivo, ad es. di cibo per cani (dettagli in Ricerca terminologica e verifiche con Google) |
* Un paio di altri errori da Search for a facility (poi per un po’ non parlerò più di italia.it!):
| ▄ | casa in affitto diventa tenement, che di solito descrive un edificio tipo certe case popolari, a volte anche fatiscenti; in contesto turistico sarebbe più appropriato il molto diffuso holiday apartments and villas; |
| ▄ | fast food è un falso amico perché in inglese indica solo il tipo di cibo e non l’esercizio dove viene servito (fast food restaurant) e così nel sito appare un improbabile fast foods (tra l’altro food è quasi sempre uncountable, si impara alle scuole medie, come la posizione dell’aggettivo: no comment su animals admitted!); |
| ▄ | nella stessa pagina viene usato lodging come traduzione sia di affittacamere che di pernottamento; |
| ▄ | l’elenco potrebbe continuare, aggiungo solo che dog house (pagina di benvenuto del Ministro Brambilla) vuol dire canile inteso come cuccia del cane, specialmente in inglese americano (kennel in inglese britannico) e non canile inteso come luogo dove si custodiscono cani senza padrone (kennels in UK e dog pound in America): chissà cosa pensano i turisti anglofoni quando leggono “Apparently, 5,902 abandoned dogs were taken in by monitored dog houses”. … Aggiornamento agosto 2010 – il testo di benvenuto del Ministro in inglese è stato sostituito ma anche in questo caso si tratta di una traduzione poco felice. |
Perlomeno nelle pagine tradotte non viene citato il premio "Accoglienza Bestiale", ci sarebbe potuto scappare un beastly reception! E così, pensando alla figura che ci fanno fare i responsabili di questi siti all’estero, potrebbe tornare utile l’espressione idiomatica in the doghouse…
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Vedi anche: Il clima italiano visto da italia.it e Bambini omaggio o errori di traduzione? per altri esempi di traduzioni poco felici.
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Videogiochi e “transcreation”
Ieri The Guardian parlava di localizzazione di videogiochi: Flying hats and 8-bit Nazis: the strange history of video game localisation descrive l’evoluzione che c’è stata in questo campo e sottolinea che si tratta di un’attività che richiede competenze specifiche, quali la capacità di riconoscere i riferimenti culturali e decidere come gestirli.
A volte il testo e il contenuto dei videogiochi non possono essere semplicemente adattati ma vanno “ricreati” per la lingua di arrivo, ad es. sostituendo azioni particolarmente violente se inaccettabili nel mercato locale, modificando l’aspetto di un personaggio, riscrivendo interi dialoghi per mantenere l’umorismo linguistico, inventando un idioletto per il protagonista, ecc.
Per descrivere questi aspetti specifici della localizzazione di videogiochi, in inglese sempre più spesso si parla di transcreation, ovvero una “traduzione creativa” che porta a un risultato consapevolmente diverso dall’originale. Il concetto di transcreation con riferimento ai videogiochi è apparso in un articolo molto citato, Game Localisation: Unleashing Imagination with ‘Restricted’ Translation ma non tutti condividono la necessità di questo termine per descrivere strategie che comunque sono previste anche da attività di traduzione più tradizionali, cfr. ad esempio On the Translation of Video Games.
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A proposito di videogiochi, in questi giorni anche tra chi probabilmente non ha mai toccato una console si parla di Dante’s Inferno, la Divina Commedia “rivisitata” con protagonista Dante eroe violento VM18: chissà se la versione italiana ha richiesto molti interventi di traduzione creativa e adattamento culturale e se sono stati rimossi riferimenti che si dovrebbe poter dare per scontati nella patria di Dante!
E intanto Wired ne approfitta per divertirsi a suggerire 10 classici della letteratura come ispirazione per futuri videogiochi…
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In intimità con l’iPad?
Come prevedibile, fiumi di inchiostro digitale sull’iPad, anche su alcuni aspetti linguistici.
More intimate (Unspeak), ad esempio, ironizza su alcune delle parole scelte da Steve Jobs per descrivere la novità della Apple, tra cui “It’s so much more intimate than a laptop”.
In Italia l’affermazione è stata riprodotta letteralmente, molto più intimo di un laptop. Probabilmente chi ha tradotto non ha riflettuto sull’aggettivo italiano: se associato a persone il significato è sicuramente “legato da un rapporto personale stretto” ma, se riferito ad oggetti, prevale invece “relativo a zone del corpo
che di solito rimangono coperte”. Ancora più ironico se si considera che, specialmente in inglese americano, pad è l’assorbente (nel senso di igiene intima) e in questi giorni si sprecano le battute, come riporta iPad name draws feminine hygiene jokes (CNN) ma anche il Corriere della Sera. Una tra tante: “Yes, the iPad is small, lightweight and slim. But can you swim with it?”
Aggiornamento: il linguista Arnold Zwicky ipotizza che, in alcune varietà di inglese, un ulteriore problema del nome iPad, la cui pronuncia standard è / ˈaɪpæd /, possa essere la somiglianza con iPod, che potrebbe rendere il nome dei prodotti meno facile da differenziare.
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Vedi anche: "pinch" non è solo pizzicare e iPad, "flick" e terminologizzazione, sulle incongruenze di traduzione dei termini pinch e flick nella documentazione italiana di iPad, e Globalizzazione e pronuncia di nomi di prodotti, sui possibili problemi nella scelta dei nomi.
E per sorridere sulle difficoltà di scelta dei nomi di nuovi prodotti, una striscia di Dilbert:
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scansionare, scansire, scandire, scannerizzare…
Ho seguito le notizie sull’introduzione dei body scanner negli aeroporti con interesse perché danno un esempio efficace di quelli che io chiamo assestamenti terminologici.
Negli anni scorsi si è discusso molto su quale dovesse essere il verbo italiano per descrivere l’acquisizione di immagini con uno scanner, ovvero la traduzione dell’inglese scan: quale calco preferire tra scandire, scansire, scannerare, scannerizzare, scansionare o scannare? Nel 2004 l’Accademia della Crusca in un intervento molto citato suggeriva massima libertà di scelta, senza però convincere i frequentatori del forum, l’autore della voce di Wikipedia e molti altri che argomentavano a favore di un termine o dell’altro.
A distanza di qualche anno, il dibattito sui body scanner conferma che scannerizzare sta diventando nettamente prevalente nel linguaggio non specializzato e che la frequenza degli altri sinonimi è molto diminuita. [Aggiornamento: qui ho aggiunto alcune ipotesi sul perché il verbo scannerizzare si stia affermando sulle altre opzioni lessicali che immagino siano destinate a una lenta scomparsa]
Interessante notare che scannerizzare non è invece entrato nel linguaggio tecnico “ufficiale”: nella loro documentazione, i principali produttori di scanner privilegiano infatti la locuzione eseguire la scansione, una scelta condivisa anche da molti produttori di software, che, se viene specificato l’oggetto della scansione, ricorrono anche ad acquisire e digitalizzare (ad es. acquisire un’immagine, immagine digitalizzata).
A questo proposito, vorrei aggiungere una nota sul lavoro terminologico nell’ambito della localizzazione e sull’obiezione che digitalizzare descrive un concetto più generico e quindi non è del tutto adeguato: ci sono situazioni particolari in cui, nel trasferire un concetto da una lingua all’altra, può avere senso optare per un iperonimo, ad esempio quando nella lingua di arrivo coesistono diversi sinonimi e non è possibile prevedere quale prevarrà (le diverse “traduzioni” italiane di scan e scanned che proliferavano 10-15 anni fa sono un esempio tipico). In questi casi, peraltro limitati, il terminologo analizza i contesti d’uso per assicurarsi che l’iperonimo non crei ambiguità e può fare test di comprensibilità sugli utenti finali per valutare l’eventuale impatto sulla loro curva di apprendimento: nel caso di scan, anch’io a suo tempo avevo avuto la conferma che digitalizzare un’immagine veniva interpretato correttamente (“convertirla in formato digitale”) mentre i vari scandire, scansire, scannerare, ecc. suscitavano non poche perplessità tra i destinatari dei prodotti. Ecco quindi che può essere giustificato ricorrere a una soluzione relativamente generica se comunque consente di comunicare adeguatamente concetti e istruzioni (come in questo esempio della documentazione di Adobe Photoshop, originale qui) e di evitare di scegliere tra termini non ancora assestati che potrebbero diventare presto obsoleti e quindi confondere l’utente.
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Vedi anche: 10 anni della parola blog, per un altro esempio di proliferazione iniziale di sinonimi poi destinati a scomparire; Se non c’è la sfera di cristallo…, per un esempio di scelte terminologiche che possono entrare in conflitto con situazioni future non prevedibili; Attenzione alle spalle…, su possibili valutazioni linguistiche quando si introduce un nuovo concetto per cui non esiste ancora un termine nella lingua di arrivo; Ricerca terminologica e verifiche con Google, per valutare le opzioni terminologiche già esistenti.
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Immagini, traduzione automatica e tazze
Con i sistemi di traduzione automatica come Google Translate e Microsoft Translator è sempre più difficile vedere traduzioni come quelle che io trovavo esilaranti, tipo “addolorisi con i ventilatori dell’ape Gee” (mourn with Bee Gee fans, titolo apparso dopo la dipartita di uno dei cantanti) o “le lampadine della molla” (spring bulbs come tulipani e narcisi).
Qualche sorrisetto può ancora capitare in alcuni siti di immagini stock dove le parole chiave (keyword) associate a ciascuna foto e illustrazione sono presumibilmente tradotte automaticamente. Ecco ad esempio qualche risultato in Shutterstock, con l’italiano come lingua di ricerca, per la parola tazza:
Chi parla inglese fa presto i collegamenti: cup non è solamente la tazza tradizionale con il piattino ma anche il bicchiere di carta o di plastica (paper cup e plastic cup) e la coppa data in premio, ad esempio nei tornei di calcio; rubber cup è anche una ventosa di gomma e quindi cup plunger spiega lo sturalavandini (da non usare però per la tazza del water, toilet bowl!). Mug, invece, è sia il tazzone alto che il boccale da birra. Più divertente, e sicuramente disorientante per chi non conosce l’inglese, il risultato con la foto segnaletica (mug shot, infatti mug è anche un sinonimo informale per faccia) e soprattutto la descrizione associata alla relativa immagine: “colpo della tazza dell’uomo Medio Evo” (mug shot of middle aged man)!
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Vedi anche: post sulla traduzione automatica ed Espressioni idiomatiche inglesi per un altro esempio di cup ⇒ bicchiere.
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C’è rima e rima
Tutti abbiamo familiarità con il concetto di rima, basta pensare alle filastrocche. Forse meno noto è il significato di rima come termine linguistico.
In fonetica la sillaba è formata da un elemento obbligatorio, il nucleo, che in italiano costituisce la sillaba minima e contiene una singola vocale (o un dittongo), ad es. a in ape.
Il nucleo può essere preceduto da un attacco (una o più consonanti, ad es. sar e stra) e può essere seguito da una coda (una sola consonante, ad es. sar, ma in altre lingue come l’inglese anche più di una, ad es. send). In italiano le combinazioni di vocali e consonanti secondo questo schema possono essere -V-, -VC, CV-, CVC. Nucleo e coda a loro volta formano la rima.
In inglese si parla di onset, nucleus, coda e di rhyme o rime, quest’ultima una grafia meno comune ma usata soprattutto in testi dove va fatta una distinzione tra il significato generico di rima (la parola rhyme) e quello linguistico specializzato (il termine rime): “cat, sat and fat rhyme because they share a rime”.
Se la terminologia non viene identificata come tale durante la traduzione ed è trattata invece come lessico generico, possono risultare contenuti poco comprensibili per chi non ha accesso al testo originale, come in questi due esempi da un libro sull’apprendimento della lettura* dove il significato linguistico “costituire la rima di una sillaba” (rime) e quello generico “fare rima” (rhyme) vengono confusi:
| Traduzione italiana | Testo originale |
| […] Il bambino che ha cominciato a discriminare i suoni abbinati (You’re a funny bunny, honey! Sei un buffo coniglietto, zuccherino!) ha anche cominciato a segmentare le parti interne delle parole in componenti più piccole. I bambini di quattro o cinque anni imparano a distinguere le parti iniziali di una parola (la S di Sam) e quelle che entrano in rima (am in Sam). È l’inizio del lungo e importante processo che permette di distinguere ciascun fonema, facilitando l’apprendimento della lettura. | The child who has begun to discriminate paired sounds (You’re a funny bunny, honey!) has also begun to segment the internal parts of words into smaller components. Children four and five years old are learning to discern the onset or first sounds of a word (“S” in “Sam”) and the rime (“am” in “Sam”). This is the beginning of the long important process of being able to hear each individual phoneme in a word, which facilitates learning to read. |
| […] I bambini fanno spesso molta fatica capire come combinare i suoni per formare parole come cat e sat (sedevo, sedevi…; seduto). Conoscere il principio linguistico che un fonema continuo come s può essere mantenuto per il tempo necessario al bambino per trovare una rima (con at in questo caso) facilita molto l’insegnamento del concetto di assemblaggio dei suoni sia al bambino sia all’insegnante. Perciò, volendo insegnare a combinare i suoni verbali, sat e rat (ratto) rendono le prime combinazioni più fattibili che non il proverbiale cat. | Children often have a very hard time figuring out how to blend sounds together to make words like “cat” and “sat”, Knowing the linguistic principle that a “continuant” phoneme like “s” can be held on to as long as it takes for the child to add the rime (such as “at”) makes teaching the concept of blending a lot easier for child and teacher. Thus, if you want to teach blending, “sat” and “rat” make early blending more manageable than the proverbial “cat”. |
Ci sono altri aspetti delle traduzioni qui sopra che potevano essere resi più accuratamente, ad esempio blending è un concetto specifico che indica il processo in cui i suoni rappresentati da singole lettere vengono combinati assieme generando una parola; in italiano si parla di fusione fonemica / di fonemi, ad es. t+o+p+o = topo.
Continuant phoneme indica una consonante fricativa, come /s/ e /r/, il cui suono può essere prolungato a piacere, a differenza di quello delle consonanti occlusive, come la /k/, che sono quindi meno utili per fare esercitare i bambini con la fusione dei fonemi.…
Gli esempi nel testo originale (Sam e poi cat, sat e rat) risultano familiari a chi ha imparato a leggere in inglese perché le prime parole che vengono insegnate sono proprio quelle di tipo CVC, in cui vocali e consonanti hanno una pronuncia regolare (parole monosillabiche come bat, fat, hat, mat, pat hanno la stessa rima ma si differenziano nell’attacco) e quindi è più facile riuscire a capire la corrispondenza tra fonemi e grafemi. In questo contesto, la traduzione in italiano dei singoli esempi è poco rilevante mentre potrebbe essere più utile far notare a chi si presume digiuno di inglese che anche honey fa rima (!) con bunny e funny.
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* Esempi tratti da Proust and the Squid: The Story and Science of the Reading Brain e traduzione italiana Proust e il calamaro. Storia e scienza del cervello che legge.
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Vedi anche: "Alphabet Song" e alcune differenze culturali per alcuni esempi di difficoltà a imparare a leggere e scrivere in inglese (un glossario di terminologia inglese sull’argomento si può trovare qui) e hard-wired per un altro esempio di errori di traduzione.
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Asterix compie 50 anni
La prima storia di Asterix è stata pubblicata 50 anni fa. The Independent lo ricorda in Asterix and the half century, sottolineando la ricchezza di giochi di parole e riferimenti culturali del testo originale e la difficoltà di renderli nelle 107 lingue in cui sono tradotte le storie.
Non vengono però citati i due traduttori inglesi, Anthea Bell e Derek Hockridge, che sono invece noti per il loro ottimo lavoro. Ne avevo sentito parlare per la prima volta parecchi anni fa a una conferenza in Inghilterra e mi fa piacere avere ritrovato vari esempi in Asterix – What’s in a name, in cui la traduttrice descrive l’adattamento di elementi grafici, nomi, canzoni, giochi di parole e accenti.
Può essere interessante confrontare le strategie di traduzione usate in lingue diverse, a partire dai nomi dei personaggi non protagonisti (altri dettagli seguendo i collegamenti):
francese
“etimologia”
italiano
inglese (UK)
tedesco
latino
Astérix
astérisque / astre
Asterix
Asterix
Asterix
Asterix
Obélix
obélisque / obèle (il simbolo † che segue l’asterisco)
Obelix
Obelix
Obelix
Obelix
Idéfix
idée fixe
Idefix
Dogmatix
Idefix
Notabenix
Panoramix
panoramique
Panoramix
Getafix
Miraculix
Omnipotentix
Abraracourcix (capo del villaggio)
à bras raccourcis (indica atteggiamento aggressivo)
Abraracourcix
Vitalstatistix
Majestix
Manumilitarix
Assurancetourix (bardo)
assurance tous risques
(assicurazione contro tutti i rischi)Assurancetourix
Cacofonix
Troubadix
Armavirumquecanix
Azzeccatissima Sono Pazzi Questi Romani, la versione italiana della frase preferita di Obelix, Ils sont fous ces Romains, mentre è inevitabile che alcuni riferimenti, anche se adeguatamente riprodotti in un’altra lingua, risultino meno trasparenti nella traduzione. Un esempio è Babaorum, il nome di uno degli accampamenti romani: dovrebbe far pensare ai babà, come in francese (baba au rhum), ma so di non essere l’unica a non averlo capito, probabilmente per scarsa familiarità con questo dolce o per aver pensato che la pronuncia fosse piana; forse Pastelalrum in spagnolo e Totorum in inglese (tot o’ rum) trasmettono più esplicitamente l’aspetto ridicolo del nome.
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Vedi anche Io puffo, tu puffi, noi effettuiamo: il 50º anniversario dei Puffi come spunto per un’osservazione sul verbo effettuare in campo informatico.
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