Post nella categoria “terminologia”
Terminologia e traduzione specialistica
Il 12 e 13 maggio 2011 all’Università di Padova si svolgerà il workshop La terminologia al servizio della traduzione specialistica: dinamiche di ricerca.
Verranno analizzati i legami tra traduzione e terminologia nell’ambito delle lingue speciali, con interventi suddivisi in tre sessioni:
1 – Il termine come unità di rappresentazione
2 – Il termine come unità enunciativo-culturale
3 – Il termine come strategia comunicativa
Maggiori informazioni nel programma del workshop.
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Per appassionati di calcio: football words
Aggiornamento su Le 100 parole di inglese di Capello (e di Trapattoni): analizzando i dati del Cambridge International Corpus, alcuni lessicografi hanno compilato un elenco di cento parole per parlare di calcio in inglese.
Which 100 words of English should Fabio learn? Some help from the sidelines le presenta tutte e conclude così:
[…] Then those elusive qualities that the viewing public, the fans or supporters, always demand: passion, spirit, pride, excitement. Which leaves just four more [words], and no list of essential football vocabulary list would be complete without the inevitable defeat, disappointment, humiliation and the one word football managers live in fear of: sack. |
Per chi vuole saperne ancora di più, Corpus football words: ben 935 parole estratte dallo stesso corpus per l’area tematica football.
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Vedi anche: Calcio, football, soccer… e bambine (alcune differenze terminologiche e grammaticali tra inglese britannico e inglese americano quando si parla di calcio).
decifrare, decodificare, decrittare, decriptare…
Torno a citare il forum Scioglilingua per una discussione sul verbo decrittare (a cui aggiungo le varianti decriptare e decrittografare). Vari punti di vista:
| ▄ | tipico esempio di sudditanza nei confronti dell’inglese (qui) |
| ▄ | accettabile perché non deriva dall’inglese ma dal greco (qui e qui) |
| ▄ | forzatura, pseudo-neologismo: meglio usare decodificare (qui) |
| ▄ | brutta parola, né utile né necessaria: ci sono già decifrare e decodificare (qui) |
È interessante perché consente di evidenziare la differenza tra lessico generico (parole) e lessico specializzato (termini).
Etimologia a parte, il verbo decrittare è arrivato in italiano dall’inglese decrypt. Nel lessico generico inglese, documentato dai dizionari, decrypt, decode e decypher/decipher sono considerati sinonimi.
Nel lessico specializzato inglese, invece, ciascun termine (e ogni termine correlato) identifica concetti specifici usati in ambiti specifici. Nel Dizionario enciclopedico di informatica, ad esempio, si trovano queste differenze:
| ▄ | encode – trasformare la rappresentazione di informazioni, ad es. convertire un formato grafico in un altro, comprimere dati ecc. Sinonimo: code decode – riconvertire le informazioni codificate nel formato originale, ad es. decomprimere dati precedentemente compressi |
| ▄ | encipher / encrypt – trasformare la rappresentazione di informazioni allo scopo di renderle incomprensibili a eventuali intrusi che intercettassero il messaggio decipher / decrypt – ripristinare nella loro forma originale delle informazioni rese incomprensibili mediante cifratura per evitare che le informazioni vengano carpite nel caso cadano in mano a un intruso |
Nella comunicazione di messaggi c’è chi fa invece queste distinzioni:
| ▄ | encode – trasformare intere parole o frasi in altre parole o frasi |
| ▄ | encipher – trasformare lettere o simboli individualmente |
| ▄ | encrypt – termine sovraordinato che include sia encode che encipher |
Anche in altri ambiti specializzati, decrypt e decipher non sono sinonimi:
| ▄ | decrypt fa riferimento a dati che sono stati deliberatamente trasformati perché risultassero incomprensibili (cfr. l’intervento firmato duccio) |
| ▄ | decipher è relativo, ad es., all’analisi di documenti antichi, scritti in una lingua o in un alfabeto sconosciuti, oppure all’analisi del codice genetico contenuto nel DNA, quindi dati che sono intrinsecamente complessi da interpretare ma che non sono stati precedentemente manipolati |
Questi sono solo alcuni esempi, sufficienti però a confermare, ancora una volta, che ogni termine non andrebbe mai considerato singolarmente ma sempre all’interno del sistema concettuale a cui appartiene.
Tornando all’italiano e al forum Scioglilingua, mi sembra eccessivo stigmatizzare una parola solo perché sembra brutta, perché è un calco o perché esistono già parole (apparentemente) simili: come in inglese, in ambiti generici si può ovviamente usare il sinonimo che piace di più, invece in alcuni ambiti specializzati decrittare (e non decodificare o decifrare) sarà l’unico termine possibile per identificare in modo univoco un concetto specifico, differenziandolo da quelli correlati.
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Vedi anche: Che relazione c’è tra obsoleto, disapprovato e deprecato? sulla distinzione, non sempre ovvia, tra significato generico e significato specializzato.
PS Un suggerimento agli studenti che so che leggono il blog: i termini sono “etichette” a volte abbastanza intercambiabili, specialmente in alcuni ambiti come l’informatica; nelle traduzioni specializzate, se non è disponibile la terminologia specifica del progetto ma si usano dizionari o glossari specializzati acquisiti da altre fonti, in certi casi è meglio non fidarsi al 100% dei termini “già pronti” ma è preferibile verificare i concetti per assicurarsi che il sistema concettuale descritto e quello su cui si sta lavorando corrispondano. Esempio: Font, typeface, famiglie e tipi di carattere. …
blog <> post
Mi piace molto Johnson, il blog di The Economist sull’uso e l’abuso del linguaggio nella politica, nell’economia e nella cultura (il nome deriva dall’autore del dizionario inglese ma spesso vengono discusse anche altre lingue).
Devo ammettere che qualche giorno fa ho provato una certa soddisfazione nel leggere Check out this blog e scoprire che uno degli autori condivide un mio pet hate: la parola blog usata erroneamente come sinonimo di post o posting, ad es. I just wrote a new blog on X.
Temo che l’uso non corretto di blog si stia diffondendo anche in italiano (ad es.*ho scritto un blog su XYZ), eppure la differenza tra i due termini dovrebbe essere chiara: questo blog si chiama Terminologia etc. mentre il post è intitolato blog <> post.
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Vedi anche: 10 anni della parola blog.
Per chi eventualmente arrivasse qui con una ricerca sulla differenza di significato tra blog e post, riporto due definizioni (l’etimologia dei due prestiti è visualizzata al passaggio del puntatore sui link):
| blog | un sito internet, generalmente gestito da una persona o da un ente, in cui l’autore (blogger) pubblica più o meno periodicamente, come in una sorta di diario online, i propri pensieri, opinioni, riflessioni, considerazioni ed altro, assieme, eventualmente, ad altre tipologie di materiale come immagini o video [Wikipedia] |
| post | messaggio testuale, con funzione di opinione o commento, inviato in uno spazio comune su Internet per essere pubblicato. Tali spazi possono essere blog, newsgroup, forum (o board) [Wikipedia] |
…gnificato blog
Velocipedi a Milano (e altrove)
Non sono certo la prima ad avere notato la dicitura scelta per la segnaletica verticale (cartelli e pannelli luminosi) all’entrata del tunnel di Porta Nuova a Milano: mi ha sempre fatto pensare a un esempio di burocratese con una velata presa in giro dei ciclisti, categoria non molto rispettata da queste parti. L’altra sera passavo di lì e ho fatto una foto:
I principali vocabolari di italiano (Treccani, Sabatini Coletti, Zingarelli ecc.) descrivono il velocipede come un mezzo antiquato e aggiungono che nel linguaggio contemporaneo è una parola usata solo scherzosamente come sinonimo di bicicletta.
Non registrano altre accezioni ma l’assenza del significato visto sui cartelli è giustificata: in questo caso velocipede non fa parte del lessico generico ma è un termine tecnico* usato nell’ambito specializzato del Codice della strada per identificare un concetto specifico:
| Art. 50. Velocipedi 1 I velocipedi sono i veicoli con due ruote o più ruote funzionanti a propulsione esclusivamente muscolare, per mezzo di pedali o di analoghi dispositivi, azionati dalle persone che si trovano sul veicolo; sono altresì considerati velocipedi le biciclette a pedalata assistita, dotate di un motore ausiliario elettrico avente potenza nominale continua massima di 0,25 KW la cui alimentazione è progressivamente ridotta ed infine interrotta quando il veicolo raggiunge i 25 km/h o prima se il ciclista smette di pedalare. |
Tutti gli italiani con patente di guida dovrebbero conoscere il Codice della strada (ehm…), quindi ben vengano le iniziative per semplificarne il linguaggio e renderlo più accessibile, purché non riducano la precisione terminologica, essenziale in tutti gli ambiti specializzati.
A proposito dei velocipedi e dell’art. 50, FIAB propone questa modifica:
| Biciclette 1 Le biciclette sono mezzi di trasporto con due ruote, o altri mezzi di trasporto a più ruote equiparabili, funzionanti a propulsione esclusivamente muscolare, per mezzo di pedali o di analoghi dispositivi, azionati dalle persone che si trovano a bordo. |
Mi sembra però che ci siano margini di miglioramento perché con questa definizione vengono esclusi i mezzi a pedalata assistita (con motore) e si crea qualche ambiguità: gli altri mezzi (o le ruote?) sono equiparabili in che senso, esattamente? Interessante comunque che FIAB suggerisca anche di aggiungere termini e definizioni ora mancanti, quali attraversamento ciclabile, attraversamento ciclopedonale misto, corsia ciclabile e itinerario ciclabile. Ulteriori proposte in Modifiche al codice della strada.
Nel frattempo cercherò di non fare più troppo caso ai cartelli del tunnel di Porta Nuova…
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| * | Velocipede è un esempio di terminologizzazione, anche se in questo caso la parola del lessico generico scelta per rappresentare il concetto particolare non era più di uso comune ma già un arcaismo. … |
Vedi anche: esempi di segnaletica orizzontale e cartelli insoliti (peccato non aver potuto fotografare il cartello visto domenica a Enego, sull’Altopiano di Asiago, decisamente
regolamentare nell’aspetto ma non nella dicitura: il simbolo standard di parcheggio era accompagnato dalla scritta RISERVATO AI SCIATORI).
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Regionalismi e gestione della terminologia
Prendo spunto da un commento a Ciaspole, ciaspe, racchette da neve… e da un articolo di BBC News, You have a regional dialect – even on Twitter, per accennare a due tipi di regionalismi che descrivono fenomeni di variazione diatopica (il modo in cui una lingua cambia nello spazio geografico):
| ▄ | Geosinonimi: parole diverse che in luoghi diversi descrivono gli stessi concetti. Esempi: affittare al nord, appigionare in Toscana e locare al sud; anguria al nord, cocomero in Romagna e al centro, melone d’acqua al sud; i nomi dei dolci fritti tipici di carnevale (frappe, chiacchiere, cenci, crostoli, galani, sfrappole…) o le espressioni per marinare la scuola. … |
| ▄ | Geoomonimi: parole identiche nella forma che in luoghi diversi sono associate a concetti diversi. Esempi: in alcune parti del Veneto il balcone è l’imposta (scuro) mentre il cocomero è il cetriolo; in Romagna il panno è la coperta; al sud tovaglia equivale ad asciugamano (telo); in alcune parti d’Italia temperino è un coltello, in altre un temperamatite; in Toscana il mestolo è un cucchiaio di legno, al nord invece è un utensile per cibi liquidi (ramaiolo in Toscana). |
I fenomeni di geosinonimia e geoomonimia riguardano in particolare cibo, mestieri e nomi di oggetti e strumenti di uso comune, per i quali non c’è stata una standardizzazione terminologica a livello nazionale (l’italiano standard è modellato su una lingua letteraria abbastanza estranea a questi argomenti).
In quest’ottica, anche per un’azienda che operi in un contesto unicamente monolingue è un vantaggio avere un sistema di gestione della terminologia che documenti le varianti regionali: l’ottimizzazione delle ricerche dei propri prodotti è l’applicazione pratica più ovvia.
Ad esempio, in un catalogo online di articoli per l’ufficio, lo strumento raffigurato a destra dovrebbe risultare nelle ricerche per cucitrice,
puntatrice, pinzatrice, spillatrice e graffettatrice; in un catalogo di forniture per cucine potrebbero venire inclusi lavello, lavandino, acquaio e secchiaio (cfr. i sanitari lavabo e lavandino!); chi produce l’articolo a sinistra dovrebbe tener conto di appendiabiti, ometto, appendino, attaccapanni, gruccia, stampella, croce...
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Vedi anche: Si dice in Romagna… …e si dice in Lombardia e Regionalismi a Palermo.
Nota In inglese dialect può indicare due concetti diversi:
| 1 | qualsiasi varietà linguistica associabile a un gruppo specifico di parlanti (il significato usato nell’articolo citato all’inizio) |
| 2 | lo stesso significato di dialetto in italiano, “un sistema linguistico usato in zone geograficamente limitate e in un ambito socialmente e culturalmente ristretto, divenuto secondario rispetto a un altro sistema dominante e non utilizzato in ambito ufficiale o tecnico-scientifico” (De Mauro) |
[Aggiornamento] Maggiori dettagli in Esempi di "dialetti" inglesi.
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Apple, Blackberry & Orange ;-)
In The fruits of technological innovation, Beth Penfold suggerisce una nuova parola, techfruit, per descrivere i nomi di hardware e software che in inglese derivano dalla frutta, come Apple, Blackberry e Orange (provider di servizi Internet e telefonia mobile).
Techfruit potrebbe essere un titolo alternativo per un esilarante sketch inglese con vari riferimenti a nomi di prodotti, come Windows e Xbox 360, e a terminologia informatica, tra cui parole che hanno subito metaforizzazione e terminologizzazione, ad es. freeze, blackspot (malattia delle piante / zona dove non c’è segnale), desktop, mouse, trash, boot e crash (dongle invece non deriva certo da dong ma probabilmente da dangle)*.
Lo sketch è dal programma The One Ronnie (BBC one). Grazie a Edwina per il link!
| * | Per significato ed eventuali equivalenti italiani dai dizionari Zanichelli, fare doppio clic sulle parole; run out of juice = (di batteria) scaricarsi. … |
Vedi anche: Animali nella terminologia informatica e [aggiornamento] Tecnologia, frutta e marchi registrati.
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App, parola dell’anno 2010 (non solo in inglese?)
L’American Dialect Society ha scelto la word of the year per il 2010 per l’inglese americano: è app, forma abbreviata di application, un programma per computer, dispositivi mobili o social network. Non si tratta di un neologismo: app è stata scelta perché ultimamente ha avuto una diffusione esponenziale e fa ormai parte della lingua standard (la conoscono anche le nonne!). Altri dettagli in Visual Thesaurus.
App è una parola che da qualche anno è molto usata anche in italiano, come si può verificare con la ricerca
per intervalli di date in Google (un metodo empirico e non sempre accurato ma abbastanza indicativo, come accennavo qui).
Da un punto di vista linguistico, trovo interessante il diverso uso dell’articolo davanti al sostantivo app: al momento coesistono sia la forma con elisione (l’app, un’app), come è normale in italiano davanti a parole che iniziano per vocale, che la forma senza elisione (la app, una app). Mi domando se nel secondo caso si segnali, per quanto inconsapevolmente, che si tratta di un prestito, oppure se nella forma scritta si riproduca semplicemente una pronuncia “enunciata” che evita problemi di comprensione (cfr. /uˈnapp/ e /ˈuna ˈapp/).
Ultima nota: sia in inglese che in italiano, app è anche il nome dell’estensione di file di applicazioni in vari sistemi operativi e non è sinonimo del termine applet, uno dei tanti tipi di “programmini” incorporati soprattutto in pagine Web.
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| Parola inglese | Densità % |
| Social | 1,94 |
| Business | 1,81 |
| Smart | 1,80 |
| Wellness | 1,56 |
| Fashion | 1,55 |
| Benchmarking | 0,99 |
| Digital | 0,98 |
| Brand | 0,70 |
| Network | 0,68 |
| Switch | 0,61 |
Sono sicuramente dati molto interessanti (ad es. se ne discute qui, qui e qui) ma da un punto di vista terminologico alcune delle parole in classifica non mi convincono del tutto.
I risultati della ricerca sono rivolti a un pubblico non specialistico e quindi si parla di “termini” nel senso generico di “parole” e, come è prevedibile in questi casi, non vengono forniti dettagli sulla metodologia di estrazione dei dati. Per un terminologo, invece, sarebbe utile sapere se nell’analisi sono state considerate statisticamente solo singole parole oppure anche unità lessicali (locuzioni) perché consentirebbe di capire meglio la presenza nell’elenco di social, digital e switch.
In un’ottica prettamente linguistica, in italiano gli aggettivi inglesi social e digital non possono essere considerati termini in senso stretto: non hanno un significato specifico in un ambito specializzato né un valore monosemico che li faccia preferire ai corrispettivi italiani sociale e digitale . Mi sembra anche che, per il momento*, in italiano né social né digital possano essere usati liberamente ma appaiano solo all’interno di locuzioni in cui tutti gli elementi sono parole inglesi, come nel caso di nomi di formati, standard o prodotti, o di nomi di concetti specifici che non sarebbero altrettanto idiomatici se tradotti letteralmente. Un paio di possibili esempi che mi vengono in mente:
| ▄ | Social network, social media, social web ecc. In particolare, la locuzione social network giustificherebbe la presenza nell’elenco per il 2010 di network, parola entrata in italiano almeno 30 anni fa e quindi, secondo me, non più classificabile come itanglese. |
| ▄ | Digital Video, Secure Digital, Sky Digital Key ecc. e concetti quali digital divide. |
Il lessico che descrive nuovi concetti di tipo “digital” e “social” mutuati dall’inglese non è ancora del tutto assestato in italiano e infatti si può notare la coesistenza di prestiti (parole inglesi) e calchi (parole italiane) ma non di eventuali “forme ibride”: ad es., si trovano sia il prestito digital native che il calco nativo digitale mentre *nativo digital suonerebbe alquanto insolito (a meno che digital non sia da intendersi “tra virgolette”). Credo sia un’ulteriore prova che in italiano social e digital non hanno un significato proprio e non sono usati arbitrariamente ma appaiono solo* all’interno di specifiche locuzioni, quindi includerli tra gli esempi più tipici del fenomeno itanglese è sicuramente significativo da un punto di vista statistico ma meno da uno lessicale.
Tornando alla classifica di itanglese per il 2010, trovo interessante anche la presenza di switch, parola usata gergalmente per indicare un passaggio o un cambiamento netto, ad es. da un sistema a un altro. Mi domando però se in questo caso la notevole frequenza, già registrata nel 2009, sia effettivamente un caso di itanglese o potrebbe invece avere a che fare con lo switch-over e lo switch-off del digitale terrestre, nel qual caso si tratterebbe semplicemente di terminologia tecnica.
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| * | Aggiornamento marzo 2012 – Nel giro di pochi mesi, il panorama è decisamente cambiato e social è sempre più usato in italiano come aggettivo con un significato ben preciso, “relativo ai social network” (nei testi scritti, per il momento, le occorrenze tendono ancora a essere evidenziate in corsivo o tra virgolette ma probabilmente si tratta di un accorgimento temporaneo). Non mi sembra invece che digital stia seguendo un percorso simile, perlomeno non per ora. |
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Vedi anche: Una casa shabby al punto giusto (parole inglesi abusate in italiano).
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“scappamento digitale”
What’s the Word of 2010? elenca potenziali parole dell’anno 2010 in inglese americano.
Nella categoria Tecnologia ho trovato efficace soprattutto data exhaust, una metafora che descrive l’insieme delle azioni, scelte e preferenze che sono generate durante le proprie attività online e che sono tracciabili digitalmente; i dati prodotti possono essere raccolti e usati da terzi per proporre pubblicità mirate sui comportamenti di ciascun utente. Sinonimo: digital exhaust.
Se nessuno ha già suggerito un equivalente italiano, propongo il calco scappamento digitale: il sostantivo mi piace per l’etimologia legata a scappare, verbo adatto a descrivere i dati che sfuggono al nostro controllo, e perché l’associazione con i meccanismi di scarico fa pensare a “scorie” ed “emissioni”; l’aggettivo digitale invece sottintende la presenza di dati ma rende esplicito il tipo di attività.
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Acronimi con descrizione
Vignetta:
geek&poke
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In inglese, soprattutto in ambito informatico, è abbastanza comune qualificare un acronimo rendendo esplicita l’ultima parola che lo compone, cioè quella più generica e descrittiva, ad es. PDF format (Portable Document Format), anche se così si ripete un’informazione già implicita.
In italiano si tende ad adottare la stessa pratica per gli acronimi adottati come prestiti dall’inglese, soprattutto inizialmente o se appartengono a un ambito specifico: è più facile memorizzarli perché si sa di cosa si tratta senza dover conoscere le singole parole che li compongono, oltretutto straniere. Quando l’acronimo entra nel lessico generico, la descrizione può diventare superflua, ad es. ora si dice comunemente l’ADSL mentre tempo fa si preferiva specificare linea ADSL.
Altri esempi tipici: formato GIF (Graphics Interchange Format), linguaggio HTML (HyperText Markup Language), protocollo HTTP (HyperText Transfer Protocol), interfaccia API (Application Programming Interface), memoria RAM (Random Access Memory), fogli di stile CSS (Cascading Style Sheets), rete LAN (Local Area Network), schermo LCD (Liquid Crystal Display), il già citato linea ADSL (Asymmetrical Digital Subscriber Line).
Per chi gestisce un database terminologico è importante monitorare come si evolve l’uso di ciascun acronimo, in modo da fornire adeguate note d’uso e aggiornare le schede terminologiche se necessario, ad es. specificando quando l’acronimo va preceduto dalla descrizione, quando va sostituito alla forma estesa ecc.
Un esempio un po’ vecchiotto ma credo ancora efficace: se nel testo inglese appare la forma estesa Rich Text Format, è utile stabilire se in italiano sia preferibile usare formato Rich Text oppure formato RTF. Entrambe le soluzioni sono valide ma solo la seconda consente di mantenere esplicito il riferimento all’acronimo (e all’estensione di file) ed evitare potenziali ambiguità, a vantaggio della curva di apprendimento dell’utente italiano, soprattutto se non ha troppa familiarità con l’inglese ma forse conosce già l’acronimo.
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Vedi anche: Acronimi: PDF
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Curiosità sul nome Web
Vent’anni fa, il 12 novembre 1990, l’inglese Tim Berners-Lee e il belga Robert Cailliauper presentavano la proposta di ricerca che avrebbe dato origine al World Wide Web.
Ben Zimmer in On Language (The New York Times) ricorda l’anniversario raccontandoci che il nome World Wide Web era una soluzione provvisoria e che gli autori avevano l’intenzione di trovarne uno più idoneo se il progetto fosse stato approvato.
Sappiamo com’è andata a finire: allo stesso modo di mouse, il nome “temporaneo” World Wide Web non solo è rimasto ma ha anche dato origine a uno dei più diffusi neologismi semantici dell’inglese, web, ed è stato subito adottato da molte altre lingue.
Prima di optare per WorldWideWeb (inizialmente scritto come un’unica parola), gli autori avevano esaminato e scartato varie alternative:
| ▄ | Mesh (pronuncia troppo simile a mess) |
| ▄ | Mine of Information (l’acronimo MOI, “me” in francese, poteva sembrare troppo egocentrico) |
| ▄ | The Information Mine (l’acronimo TIM poteva sembrare ancora più egocentrico perché coincideva con il nome di Berners-Lee, Tim) |
| ▄ | Nomi di figure mitologiche greche o egizie (la prassi nella scelta dei nomi degli esperimenti del CERN, che Berners-Lee e Cailliauper volevano evitare proprio per sottolineare il carattere innovativo e rivolto al futuro del loro progetto) |
| ▄ | Nomi di figure mitologiche nordiche (nessuno era sembrato adatto) |
Altra curiosità: l’espressione world-wide web già nel XIX secolo era usata nel linguaggio giornalistico per descrivere intrighi spionistici internazionali e nel 1867 un religioso inglese aveva messo in guardia contro i pericoli delle innovazioni scientifiche ipotizzando l’inquietante futuro scenario di un tiranno mondiale al controllo di mezzi di trasporto e di comunicazione, “a world-spider in the omphalos of his world-wide web”.
Ben Zimmer riprende l’argomento in Word Routes (Visual Thesaurus) aggiungendo dettagli ed elencando alcuni termini associabili a web per lo stesso uso metaforico della lingua: spider, browsing, navigating e surfing, tipici esempi di terminologizzazione.
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Vedi anche: 10 anni della parola blog.
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Font, typeface, famiglie e tipi di carattere – 2
A inizio ottobre non immaginavo che avrei avuto un “argomento del mese” ma è ovvio che è stato così se oggi vi suggerisco di leggere Più font per tutti, un articolo davvero interessante sulla storia della parola font e relative questioni linguistiche.
Per concludere l’argomento, come preannunciato qui,
aggiungo alcune considerazioni abbastanza tipiche per chi si occupa di localizzazione. Sono suggerite dalle differenze di terminologia tra Adobe e Microsoft riassunte in questa tabella:
| Adobe – inglese. | Microsoft – inglese | Adobe – italiano | Microsoft – italiano | |
| 1 | typeface, font family |
. font family |
tipo di carattere, famiglia di caratteri, carattere tipografico, font. |
. famiglia di caratteri |
| 2 | . [individual] font |
typeface, font |
. [singolo] font. |
carattere tipografico, tipo di carattere |
| 3 | font | font | font | tipo di carattere |
Nella localizzazione di un prodotto, l’adeguatezza delle scelte terminologiche per la lingua di arrivo può essere influenzate da diversi fattori e modalità di gestione della terminologia:
| ▄ | Nella lingua di partenza, non sempre è determinante fare riferimento all’etimologia o al significato standard dei termini di un settore specializzato perché quando sono adottati in ambito informatico possono subire uno slittamento di significato, come dimostra la sovrapposizione di font e typeface in inglese. Altro esempio: Tasti di scelta (rapida). … |
| ▄ | Come evidenziavo nel post precedente, a concetti facilmente identificabili non sempre corrispondono segni linguistici univoci e quindi nella gestione della terminologia è di fondamentale importanza disporre di definizioni accurate che eliminino ogni ambiguità e chiariscano le relazioni tra concetti (e termini associati). Esempi: Che relazione c’è tra obsoleto, disapprovato e deprecato? e border / boundary / edge / perimeter network. … |
| ▄ | È sempre preferibile un approccio onomasiologico: si analizza il concetto, gli elementi che lo contraddistinguono e il contesto di utilizzo della lingua di partenza e quindi si cerca un’equivalenza* nella lingua di arrivo, evitando la tentazione di “tradurre” letteralmente il termine. Esempi: nudge e Ribbon/Elements Gallery. … |
| ▄ | Nella scelta della terminologia possono intervenire fattori extralinguistici. Chi introduce un prodotto nuovo in un settore dove c’è già un leader di mercato, ad esempio, potrebbe dover scegliere tra congruenza terminologica con i propri prodotti, con il prodotto leader (per facilitare l’adozione da parte degli utenti esistenti riducendo l’impatto sulla curva di apprendimento) o con il sistema operativo più diffuso in quell’ambito: nel caso di font, typeface ecc., la scelta potrebbe essere tra terminologia Microsoft e terminologia Adobe, in altri contesti tra terminologia Microsoft e terminologia Apple. … |
| ▄ | Credo sia ovvio che nessun termine dovrebbe essere gestito individualmente ma sempre all’interno del sistema concettuale a cui appartiene e in base alla destinazione del prodotto. Ho quindi qualche perplessità su alcuni progetti di terminologia in crowdsourcing o aperti alle community e soprattutto su certi forum dove chi traduce sottopone un termine all’attenzione dei colleghi, spesso senza identificare concetto, termini correlati e tipo di utente finale, per poi scegliere la “traduzione” che ha ottenuto più voti. Esempio: Effetto mouseover: la “serrandina”.… |
In conclusione, per quanto le incongruenze terminologiche di Microsoft e Adobe possano apparire ovvie, non si può dire a priori quale sia la terminologia più adeguata: ciascuna va valutata all’interno del proprio sistema concettuale.
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* Come postilla aggiungo un esempio di equivalenza di materiale nella lingua di arrivo per un ipotetico terminologo che, una ventina di anni fa, si fosse trovato a dover scegliere la terminologia italiana per i tre concetti che hanno ispirato questo post. È il Manuale del grafico di Giorgio Fioravanti in un’edizione del 1987, quando, presumibilmente, la terminologia tipografica italiana non era ancora stata influenzata né da software localizzato né da calchi o prestiti dall’inglese (grassetti miei):
| I caratteri vengono generalmente indicati con il nome del disegnatore, con quello della casa produttrice o con nomi di fantasia. Al nome, e in alcuni casi al numero della serie, si accompagna l’indicazione della forma (tondo o corsivo) o della sua proporzione (largo o stretto) e della grossezza delle aste (chiarissimo, chiaro, neretto, nero o nerissimo). Solo alcune serie di caratteri dispongono di molte varianti. I caratteri utilizzati per i testi comprendono generalmente il tondo e il corsivo, nelle varianti chiare e nere. … [come esempi vengono elencate le varianti della serie di caratteri Univers, ad es. Univers 65 Medium, Univers 39 Ultra Light Extra Condensed ecc.] |
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Altri post sull’argomento font e caratteri:
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Excel, glossari ed elenchi a discesa
In Gestione della terminologia e localizzazione facevo notare come negli anni ci sia stata un’evoluzione nelle modalità e negli strumenti usati per le attività linguistiche all’interno del ciclo di vita di un prodotto. Non è un’osservazione limitata alla produzione di software: in tutti i settori in cui viene fatta una gestione sistematica della terminologia si è passati dalle rudimentali liste di termini in file di testo di una ventina di anni fa a database terminologici sviluppati ad hoc o creati con una delle soluzioni disponibili sul mercato.
Chi ha lavorato con me conosce bene la mia avversione ai fogli di calcolo per attività linguistiche, però posso capire che, in contesti non professionali, programmi come Excel siano una soluzione accettabile per creare rapidamente dei semplici glossari.
In questi casi, oltre ai termini e alle definizioni, è ovviamente consigliabile includere anche metadati come ad es. parte del discorso, genere (in italiano essenziale per i prestiti), fonte, dominio, note ecc., da scegliere in base alle proprie esigenze ma cercando di rispettare standard che, in futuro, faciliterebbero l’esportazione dei dati in altri strumenti.
Per le categorie di dati con valori predefiniti (ad es. in italiano genere prevede solo le due opzioni maschile o femminile), in Excel si può usufruire dell’opzione Convalida dati e creare un elenco a discesa da cui selezionare la voce appropriata, velocizzando così l’immissione dei dati e soprattutto riducendo la possibilità di errore (ad es. di battitura o di valore non previsto). Il procedimento è molto semplice ed è descritto in Creare un elenco a discesa da un intervallo di celle e nel video Create a drop-down list in Excel.
Nelle ricerche all’interno del glossario sono poi molto utili i filtri per testo, soprattutto per i campi a testo libero i cui dati siano stati inseriti in maniera sufficientemente controllata (ad es. definizioni formulate secondo un modello prestabilito). Si potrà, ad esempio, identificare tutti i verbi in un particolare ambito d’uso le cui definizioni contengano una certa parola ma non un’altra (usando, se necessario, anche i caratteri jolly).
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È stata fatta una ricerca per la categoria “terminologia”.
[…] Then those elusive qualities that the viewing public, the fans or supporters, always demand: passion, spirit, pride, excitement. Which leaves just four more [words], and no list of essential football vocabulary list would be complete without the inevitable defeat, disappointment, humiliation and the one word football managers live in 



