Post nella categoria “software”
Finestre di dialogo
Continua a piacermi molto una vignetta di xkcd di qualche mese fa sulla finestra di dialogo di Windows che appare quando si copiano file, specialmente di grosse dimensioni:
Umorismo a parte, trovo interessanti alcuni termini relativi all’elemento finestra di dialogo (in inglese dialog box o semplicemente dialog), che in Windows può essere descritto come “finestra secondaria che consente di eseguire un comando, fornisce informazioni o pone una domanda all’utente”.
In base all’interazione consentita con la finestra principale o proprietaria (owner window), una finestra di dialogo può essere modale o non modale.
Una finestra modale (calco dall’inglese modal dialog) non permette all’utente di tornare alla finestra principale o di passare a un’altra attività nella stessa applicazione se prima non viene eseguita l’azione che chiuderà la finestra, come ad es. quando si cerca di uscire da un programma senza aver salvato le ultime modifiche e viene richiesto di confermare l’azione.
Una finestra non modale (in inglese modeless dialog) permette all’utente di fornire informazioni o proseguire con l’attività senza dover prima chiudere la finestra. Un esempio tipico è la finestra Trova e sostituisci in Word: si può lasciare aperta mentre si torna al documento per fare modifiche al testo.
Due risorse interessanti sulla terminologia usata per descrivere elementi dell’interfaccia utente dell’ambiente Windows, disponibili però solo in inglese, sono un glossario e la pagina Visual index, dove a ogni voce è associata un’immagine rappresentativa.
La pagina Dialog boxes contiene invece informazioni tecniche sulle caratteristiche delle finestre di dialogo ed esempi specifici di finestre modali e non modali.
…
Vedi anche: il Portale linguistico Microsoft per consultare il database terminologico con definizioni in inglese e terminologia italiana usata nell’ambiente Windows.
Scrutare i cieli con SkyFinder
Un articolo sul Corriere di oggi esordisce con “Dice un proverbio inglese: «Ogni nuvola ha un profilo d’argento». Nel dramma di Felipe Massa, il risvolto positivo è che…” Non capisco perché usare la traduzione di every cloud has a silver lining, visto che la metafora della nuvola in cielo non viene poi ripresa: forse perché l’espressione inglese pare più politicamente corretta dell’equivalente italiana non tutti i mali vengono per nuocere? Mah.
Invece, a proposito di cielo, molto più interessante quello che ho letto su SkyFinder.
A quanto pare nel cinema e nell’elaborazione di immagini viene spesso sostituito il cielo sullo sfondo se non è abbastanza “interessante”. Trovare l’immagine adatta con motori di ricerca tradizionali, usando parole chiave, non è però un processo molto efficiente perché si è costretti a scorrere tra innumerevoli foto non sempre rilevanti.
Un team di Microsoft Research ha sviluppato SkyFinder, un sistema di ricerca di tipo semantico per trovare foto del cielo specificando una serie di attributi, come descritto in SkyFinder: Attribute-Based Sky Image Search:
[…] a set of semantic sky attributes (e.g., category, layout, richness, horizon, sun position) are automatically extracted from each image. Then […] the user can interactively search sky images based on any combination of preferred sky attributes. For example, the query may be “a landscape at sunset with the sun on the bottom left”, “a sky covered with black clouds, the horizon at the very bottom”, or “a clear blue sky with a flying object”.
C’è anche una demo che mostra diversi tipi di ricerca e funzionalità come la sostituzione automatica del cielo sullo sfondo. L’interfaccia è sicuramente intuitiva e ha attirato la mia attenzione perché se venisse inclusa in qualche prodotto penso sarebbe interessante definire i concetti e la terminologia che li rappresenta, trovare gli equivalenti italiani più adeguati e analizzare gli eventuali problemi di localizzazione.
…
La differenza tra T e S in PowerPoint
Mi è sempre piaciuto molto PowerPoint, soprattutto la versione 2007, e a volte mi ritrovo a rispondere alle domande di chi lo usa meno spesso di me. Ho notato che non tutti conoscono i vari formati per salvare i file creati con PowerPoint, in particolare la differenza tra il formato predefinito che ha l’estensione pptx (ppt nelle versioni precedenti) e che apre il file nella visualizzazione Normale (o comunque l’ultima usata, ad es. Sequenza diapositive), e il formato con estensioni ppsx (pps), che, al doppio clic sull’icona, apre il file direttamente nella visualizzazione Presentazione e non rende disponibili barre o comandi, utile quando si avvia la presentazione in pubblico o per evitare modifiche accidentali alla versione definitiva*.
Probabilmente è anche una questione di terminologia. Nella versione inglese di PowerPoint coesistono i termini presentation e slideshow, che sono equivalenti quando rappresentano il concetto generico “insieme di diapositive che vengono mostrate in sequenza a un pubblico” e che in italiano, per mancanza di alternative, vengono resi con un unico termine, presentazione. È una soluzione che funziona nella maggior parte dei contesti, anche quando si analizza più in dettaglio il concetto rappresentato da slideshow e si determina che fa riferimento specifico alle diapositive mostrate nella visualizzazione Presentazione, in modalità tutto schermo (kiosk mode in inglese).
Nel contesto specifico dell’elenco dei formati in cui salvare i file, tra cui quelli descritti sopra, slideshow è però abbreviato in show. In questo caso, in PowerPoint 2003 e versioni precedenti si poteva notare un problema:
| Inglese – PowerPoint 2003 | Italiano – PowerPoint 2003 |
| Presentation (*.ppt) | Presentazione (*.ppt) |
| PowerPoint Show (*.pps) | Presentazione di PowerPoint (*pps) |
Per l’utente era impossibile distinguere il tipo di formato se non per la differenza tra le lettere T e S nelle estensioni e poteva sfuggire che si trattava di un’opzione diversa.
In PowerPoint 2007 è stata cercata una soluzione su misura, evitando però di ricorrere a un termine alternativo italiano per (slide)show perché sarebbe servito solo in questo contesto e avrebbe creato confusione all’utente abituato a un unico termine, presentazione:
| Inglese – PowerPoint 2007 | Italiano – PowerPoint 2007 |
| PowerPoint Presentation (*.pptx) | Presentazione standard di PowerPoint (*.pptx) |
| PowerPoint Show (*.ppsx) | Solo presentazione di PowerPoint (*ppsx) |
È compito di chi localizza evidenziare eventuali problemi terminologici, in questo caso lo stesso termine usato per due concetti diversi in un contesto specifico, non solo per trovare una soluzione, ovviamente, ma anche perché chi gestisce il database terminologico possa aggiornare le relative voci (o crearle se ancora non esistono), ridefinire il concetto, aggiungere contesto, metadati e indicazioni di utilizzo e, se il caso, assicurarsi che vengano risolte eventuali ambiguità anche nella lingua di partenza.
Vedi anche: Gestione della terminologia e localizzazione e Database terminologici.
…
* I file con estensioni ppsx e pps sono in realtà equivalenti a quelli standard, a parte l’icona e il tipo di visualizzazione; per modificarli basta cambiare la lettera S dell’estensione in T oppure aprirli da PowerPoint con il comando Apri.
Traduzione automatica in Office
Il team MSR-MT (Microsoft Research-Machine Translation) ha rilasciato un plug-in che in pochi secondi installa Microsoft Translator come servizio predefinito di traduzione automatica in Office (per scaricarlo, qui). Maggiori informazioni nel blog del team.
Per tradurre del testo in Office 2007, scegliere la scheda Revisione, quindi Traduci dal gruppo Strumenti di correzione. In alternativa, selezionare il testo, fare clic con il pulsante destro e scegliere Traduci.
Si possono avere opinioni diverse sulla traduzione automatica ma va sottolineato che i servizi come Microsoft Translator e Google Translate sono in continuo miglioramento.
…
Vedi anche:
Traduzione automatica: Windows Live Translator
Altre informazioni sulla traduzione automatica
Aggiornamento 17 aprile 2009: anche il team di TechNet Italia oggi parla di traduzione automatica in TechNet Magazine e la Machine Translation.
Icone del feed RSS
L’icona del feed RSS è riconoscibilissima: quadrata, sfondo arancione e onde radio bianche stilizzate che simboleggiano la trasmissione di un segnale (e di contenuto).
L’icona, creata da Mozilla Foundation, si trova in tutti i principali browser e in molti siti che prevedono i feed, eppure è uno standard relativamente recente.
Qui a destra le icone che Microsoft aveva preso in considerazione per Internet Explorer 7, cercando un’immagine che simbolizzasse novità, attività, informazione continua e l’idea di abbonamento, e che fosse comprensibile a un pubblico sia di utenti poco esperti che avanzati, adatta a contesti diversi e riconoscibile a livello internazionale. La preferenza della community per l’icona di Firefox aveva poi portato a un incontro con il team di Mozilla e alla decisione di adottarne l’icona. Per saperne di più: The orange icon… e Icons: It’s still orange.
Una curiosità: in inglese c’è chi chiama l’icona chiclet, perché ricorda i confetti di gomma da masticare Chiclets.
Il termine che in italiano descrive ciò che simboleggia l’icona è feed / feed RSS ma viene usato anche flusso RSS. ll prestito feed è stato adottato anche da altre lingue tra cui tedesco, olandese, lingue scandinave e portoghese. Altre lingue hanno preferito soluzioni diverse, più descrittive, ad es. subministrament (catalano), flux (francese e romeno), fuente (spagnolo) ecc.
Per il feed del blog Terminologia etc. basta fare clic sull’icona all’inizio del post.
Eponimi in informatica
Le mie competenze gastronomiche sono limitate, come il mio contributo al post di Mara sugli eponimi in cucina. Posso però aggiungere qualche esempio di eponimi nel software, dove si trovano sia termini usati anche in altri settori (ad es. calendario giuliano, calendario gregoriano, prodotto cartesiano, tipi di carattere quali Bodoni e Garamond, ecc.) che eponimi che appaiono prevalentemente in ambito informatico.
Qualche esempio con i termini inglesi e i loro equivalenti italiani:
| Andrew File System | file system Andrew | File system distribuito sviluppato alla Carnegie-Mellon University, prende il nome dai fondatori dell’università, Andrew Carnegie e Andrew Mellon |
| ACIS (Andy, Charles’, Ian’s System) | ACIS | Motore di modellazione 3D; l’acronimo deriverebbe dalle iniziali dei nomi dei creatori, Alan Grayer, Charles Lang and Ian Braid, seguito da System o Spatial, o coinciderebbe con il nome inglese del personaggio mitologico Aci |
| Bezier curve | curva di Bézier | Un tipo di curva usata in computer grafica, dal nome dell’ingegnere francese Pierre Étienne Bézier |
| Black-Scholes | Black-Scholes | Un algoritmo che prende il nome da Fischer Black e Myron Scholes |
| Boolean | booleano | Relativo a operatori logici, dal matematico inglese George Boole |
| Bourne shell | Bourne shell | Shell per UNIX sviluppata da Steve Bourne |
| Boyce-Codd Normal Form | forma normale di Boyce-Codd | Un livello di normalizzazione (processo di organizzazione dei dati) nei database relazionali, definito da Raymond Boyce ed Edgard Codd |
| Gantt chart | diagramma di Gantt | Diagramma per la rappresentazione di attività su un asse temporale, da Henry Gantt |
| Gaussian Blur | sfocatura gaussiana | Effetto applicato a un’immagine (vedi sotto), con riferimento a Carl Friedrich Gauss |
| Kerberos | Kerberos | Protocollo di autenticazione, dal nome inglese della figura mitologica Cerbero |
| Pascal Case/Casing | Pascal Case (anche notazione Pascal) | ConvenzioneDiScrittura in cui le parole che compongono un elemento sono scritte senza spazi e con l’iniziale maiuscola, dall’uso nel linguaggio Pascal (in onore di Blaise Pascal) |
| Perlin Noise | Perlin Noise (anche Rumore di Perlin) | Una tecnica sviluppata da Ken Perlin per aumentare il realismo nella computer grafica |
![]() |
![]() |
| Immagine originale | Immagine con sfocatura gaussiana |
Aggiornamento 8 aprile 2009 – Ho notato un po’ di traffico su questa pagina generato da ricerche sulla pronuncia di Scholes: si può sentire qui.
Office 2007: correttore ortografico contestuale
Post pubblicato il 21 gennaio 2009 in blogs.technet.com/terminologia
I correttori ortografici tradizionali analizzano ciascuna parola di un testo e la ritengono corretta se è presente nel loro dizionario. Nelle lingue ricche di omofoni, però, sono molto comuni gli errori in cui vengono confuse parole che hanno la stessa pronuncia ma ortografia diversa, ad es. in inglese lose e loose o it’s e its. In questi casi i correttori ortografici tradizionali non servono a molto.
Il correttore ortografico contestuale di Office 2007, invece, aiuta a evitare questo tipo di errore in inglese, tedesco e spagnolo. Viene analizzato il contesto definito dalle parole adiacenti per determinare se sia stata usata la forma corretta, ad es. nella sequenza inglese *their the best example un aggettivo possessivo non può essere seguito da un articolo determinativo e il correttore suggerirà they’re.
Gli errori identificati dal correttore ortografico contestuale sono sottolineati da una linea ondulata blu e distinti così da quelli di ortografia o battitura, segnalati invece da una linea ondulata rossa. Anche in questo esempio le parole evidenziate sono corrette se analizzate individualmente (ad es. bee=ape) ma errate nel contesto in cui appaiono:
Per l’italiano si avverte meno l’esigenza di questo strumento: spesso gli omofoni italiani hanno la stessa grafia, es. il sostantivo do e la voce verbale do, e negli altri casi le differenze dovrebbero essere note, ad es. la preposizione da e il verbo dà oppure articolo+sostantivo la vista e pronome+verbo l’ha vista. Chi è stato attento alle elementari non dovrebbe avere problemi ma, a giudicare da certi errori che si vedono in giro, forse non è il caso di essere troppo ottimisti…
Alcuni errori di ortografia non identificabili dal correttore ortografico italiano sono comunque gestiti dalla Correzione automatica di Office:

Per saperne di più sul correttore ortografico contestuale: Office Natural Language Blog e Office Hours: The next generation of the spell checker.
Vedi anche: Il correttore ortografico e l’effetto Cupertino.
Con Songsmith tutti possono sentirsi cantautori!
Post pubblicato l’8 gennaio 2009 in blogs.technet.com/terminologia
Songsmith è un nuovo prodotto creato da Microsoft Research per chi vuole provare a scrivere canzoni anche senza conoscere la musica.
Basta inventarsi una melodia, scegliere un genere musicale, cantare seguendo la base ritmica e Songsmith genererà l’accompagnamento indicando gli accordi usati. La canzone creata potrà poi essere modificata a piacere, salvata e condivisa.
Dettagli, video e demo sul sito di Songsmith, con informazioni sulla ricerca che ha portato a questo progetto e il tipo di algoritmi usati.
Trovo che il nome Songsmith sia molto efficace, anche se forse non è facile da ricordare per chi non parla inglese. Mi fa pensare a wordsmith, un termine che mi è sempre piaciuto molto per descrivere una persona abile con le parole. Il suffisso –smith, che in origine identificava attività che implicano la lavorazione dei metalli (es. silversmith, goldsmith, blacksmith, ecc.), può essere usato per descrivere una persona con un’abilità “artigianale”, anche in senso figurato, come appunto wordsmith e songsmith ma anche soundsmith e tunesmith.
PowerPoint, pongo e animazioni
Post pubblicato il 22 dicembre 2008 in blogs.technet.com/terminologia
Suggerimento per un’attività da fare con i bambini durante le vacanze di Natale: creare una semplice animazione passo uno (stop motion) con una fotocamera digitale, del pongo e Microsoft PowerPoint. Ecco come:
| 1 | Decidere la storia e le trasformazioni che subirà l’oggetto di pongo |
| 2 | Fissare la fotocamera a un supporto per garantire la stessa inquadratura |
| 3 | Modellare il pongo facendo minime modifiche, una alla volta |
| 4 | Scattare una foto per ogni modifica (se ne otterranno varie decine) |
| 5 | Creare una nuova presentazione in PowerPoint |
| 6 | Impostare come automatico il passaggio tra una diapositiva e l’altra, specificando l’intervallo di tempo più basso |
| 7 | Inserire la sequenza di foto, una per diapositiva |
| 8 | Far partire la presentazione: fatto! |
È un’idea semplice da realizzare che ho letto sabato nell’inserto Family di The Guardian (anche online, qui): in Gran Bretagna c’è una grande tradizione per questo tipo di animazioni, basti pensare alle creazioni della Aardman tra cui Wallace & Gromit.
A questo proposito, il giorno di Natale la BBC trasmetterà proprio una nuova avventura di Wallace & Gromit, A Matter of Loaf and Death, che spero di riuscire a vedere quanto prima!
Nel contesto specifico di PowerPoint, Animazioni è il nome di una delle schede della barra multifunzione; per animazione si intende un effetto visivo o sonoro che viene aggiunto a del testo, a un oggetto o a una diapositiva.
Applicare gli effetti di animazione in PowerPoint 2007 è davvero semplice (direi che alle conferenze si vede subito chi usa la versione 2007 e chi no!).
Penso invece che operare a livello di Schema diapositiva (l’equivalente dei modelli in Word) non sia altrettanto intuitivo, eppure è molto utile per evitare di ripetere le stesse impostazioni per ogni singola diapositiva e, in questo caso, semplificare l’operazione se le foto vengono inserite da un bambino. Per chi non usa spesso PowerPoint, al punto 6 delle istruzioni sopra si procede così:
| ▄ | Sulla barra multifunzione scegliere il gruppo Visualizza |
| ▄ | Nel gruppo Visualizzazioni presentazione fare clic su Schema diapositiva |
| ▄ | Passare alla scheda Animazioni |
| ▄ | Impostare la transizione tra diapositive rendendola automatica (a destra) |
| ▄ | Scegliere la scheda Schema diapositiva (la prima a sinistra) |
| ▄ | Fare clic su Chiudi visualizzazione schema (pulsante rosso) |
| ▄ | Continuare con il punto 7 |
Se invece si pensa che l’intervallo minimo di un secondo per la transizione automatica sia troppo lungo, si può scegliere di passare da un’immagine all’altra più tradizionalmente con un clic del mouse, anche se non sarebbe molto pratico.
Ci sono programmi più adatti di PowerPoint per queste animazioni, ovvio, ma mi sembra comunque una bella idea per un primo esperimento da fare con i bambini e senza dover ricorrere a nessuna preparazione o strumenti specifici.
Per rimanere in tema, un glossario interessante: Le parole dell’animazione.
Silenzio… the server is quiesced
Post pubblicato il 24 novembre 2008 in blogs.technet.com/terminologia
Il messaggio di errore Server is currently quiesced ha attirato l’attenzione di Language Log e ha portato a una disquisizione morfosintattica sul termine quiesce in ambito informatico.
Il verbo quiesce /kwɪ’ɛs/ è raro nell’inglese standard, tanto che molti dizionari non lo registrano. Significa "diventare (più) silenzioso", ha la stessa etimologia latina del più comune quieten ed è un verbo intransitivo.
In ambito informatico, invece, quiesce è stato trasformato in un verbo transitivo che descrive l’azione "rendere temporaneamente e/o gradualmente inattivo", ad es. un processo, un server, un database, ecc. Chi parla una lingua neolatina probabilmente riconosce questo significato (cfr. quiescenza) ma in inglese risulta nuovo, come si vede da questo commento al post originale:
It would appear that one geek, or one team of geeks, came up with this new use of quiesce, so well done to them, I guess, for inventing a non-idiotic usage that’s stuck.
L’esempio di quiesce mette in evidenza un aspetto tipico della terminologia informatica: per esprimere concetti specifici si può attingere all’enorme lessico inglese e appropriarsi di termini insoliti o desueti, dando loro un nuovo significato non presente nella lingua standard. Nella localizzazione, in questi casi, i termini vanno visti come "etichette" e si deve lavorare soprattutto sul concetto che rappresentano e il contesto di utilizzo: le indicazioni di dizionari monolingui e altri riferimenti non specializzati raramente sono utili*.
Nei prodotti Microsoft il verbo quiesce è usato in Office SharePoint Server dove fa riferimento alla disattivazione graduale di un servizio, una server farm o un modulo, effettuata non accettando nuove sessioni e consentendo alle sessioni esistenti di essere portate a termine.
In mancanza di un verbo italiano specifico si è optato per disattivare, scelta condivisa da parecchie lingue; altre hanno preferito l’equivalente di "sospendere", "passare alla modalità inattiva", "fermare" e anche silenciar (portoghese) e passivisere (norvegese). In tutti i casi è stato messo in evidenza uno degli aspetti espressi dal concetto originale, ricorrendo a termini già esistenti e dal significato più ampio ma perdendo l’unicità del neologismo semantico quiesce.
Ancora una volta, difficile competere con la ricchezza lessicale inglese!
* Esempio di come non sia sempre possibile fare riferimento al significato standard dei termini inglesi: i commenti al post Domande sulle risposte.
Commento di .mau.:
insomma, il server è in pensione
In realtà per l’italiano basterebbe ritornare a fare come nel secolo scorso e crearceli anche noi, i neologismi. Pensa al gergo calcistico di Giuan Brera…
Commento di Iso:
Il Merriam Webster riporta (http://www.merriam-webster.com/dictionary/quiescent) quiescent, dal latino quiescere e propone come sinonimo latent, anch’esso di derivazione latina, da latere, per il quale offre, come sinonimi, dormant, quiescent, potential. Il Longman (http://www.ldoceonline.com/dictionary/quiescent) ne riporta la natura formale. Il De Mauro lo riporta, col significato di inattivo e riporta anche quiescere. Il Treccani fa invece riferimento all’ambito scientifico (vulcanologia). In entrambi i casi (per la ricerca sul Battaglia è necessario un po’ più di tempo disponendo solo della versione cartacea), si tratta di un vocabolo colto, direi dotto. Qualche giorno fa Dennis Baron (http://illinois.edu/blog/view?blogId=25&topicId=2356&count=1&ACTION=VIEW_TOPIC_DIALOGS&skinId=286) ha ironizzato sulla decisione di tre cittadine inglesi di bandire l’uso del latino perché lontano dall’uso comune. Perché rinunciare all’uso sapiente di un termine di connotazione dotta banalizzandolo, specie quando la lingua di destinazione lo ospita ancora nell’uso comune e il prodotto di riferimento non è esattamente di uso generale? A volte è il malinteso rispetto per gli utenti a trasformarli in utonti.
Commento di Alex:
Posso capire i problemi che il messagio ‘Server is currently quiesced’ avrà causato! Probabilmente lo sai che c’é anche il verbo ‘acquiesce’ http://www.thefreedictionary.com/acquiesce , che non vuol dire proprio il contrario di quiesce!
Immagino che ci siano abbastanza anglofoni che sappiano di ‘acquiesce’ ma non quiesce!
A volta l’inglese e l’italiano sembrano parenti, mentre altre volte non sembra per niente il caso! Il trucco é di sapere quando le due lingue si assomigliano, ma non é facile!
Mia risposta:
@ .mau. Confesso la mia ignoranza abissale per tutto quello che ruota attorno al mondo del calcio (al punto che non ho neanche visto la finale dei mondiali, ed ero in Italia!), in compenso tale Carlo Brera, traduttore un po’ maldestro, mi aveva dato parecchi spunti per la tesi
![]()
@ Iso: nel caso di sostantivi e aggettivi effettivamente c’è più flessibilità, ma con i verbi le cose si complicano. Personalmente credo che un eventuale verbo quiescere risulterebbe fuori luogo in un prodotto localizzato in italiano (non oso immaginare, ad esempio, il participio passato: the server is quiescing and will be fully quiesced at <time> = il server…?).
Cerchiamo sempre di valutare i termini nel contesto di tutta la terminologia usata nel prodotto e non individualmente; quella che abbiamo scelto ci è sembrata la soluzione più adatta.
Liberi, ovviamente, di pensarla diversamente
![]()
@ Alex, per fortuna finora a nessuno è ancora venuto in mente di usare acquiesce nel software Microsoft, anche se credo che, nel caso, ce la potremmo cavare con acconsentire
![]()
Infine un commento di Elio:
Aggiungo un significato dell’aggettivo "quiescent". Il contesto è l’elettronica e il significato mi sembra leggermente diverso da quello del verbo "quiesce" in SharePoint: in elettronica "quiescent current" e termini correlati vengono tradotti in "corrente a/di riposo".
Preciso che in questo ambito "quiescent" è un termine comune e non considerato insolito come invece il verbo "quiesce".
Inglese, latino e termini informatici
Post pubblicato il 12 novembre 2008 in blogs.technet.com/terminologia
English version: Latin terms and software terminology
La settimana scorsa nei paesi di lingua inglese si è parlato molto della decisione di alcuni comuni ed enti britannici di bandire termini ed espressioni latine dalle loro comunicazioni perché considerati elitari e quindi non politicamente corretti (ad es. BBC e The Guardian e vari blog qui , qui e qui).
Si calcola che circa il 30% del lessico inglese derivi direttamente dal latino, senza contare i termini entrati in seguito dal francese. In molti casi l’ortografia inglese riproduce quella originale latina.
Anche nella terminologia usata nel software inglese non mancano gli esempi "latini": ad hoc (ad es. ad hoc network), addendum, agenda, album, area, audio, data, formula, forum, media, per diem, persona , pro forma, quorum, quota, ratio, replica, spectrum, status , via, video, virus, etc…
Per verificare l’etimologia dei termini inglesi: Online Etymology Dictionary .
…
Aggiornamento luglio 2010 – Sull’uso del latino nella terminologia, anche informatica, un bell’intervento di BIK Terminology: Use and Misuse of Latin.
Vedi anche: Lorem ipsum in Word e Animali nella terminologia informatica.
Microsoft Azure
Post pubblicato il 27 ottobre 2008 in blogs.technet.com/terminologia
English version: Azure, an interesting term
E così il nome è stato svelato: la nuova piattaforma di servizi Microsoft per il cloud computing si chiama Azure, un termine letterario molto evocativo.
Mi domando quale sarà la pronuncia standard in Europa, visto che si tratta di un termine parecchio insolito anche per i madrelingua e sono contemplate parecchie variazioni di pronuncia, ad esempio solo in inglese britannico si può dire:
/’æʒə/
/æ’ʒʊə/
/’æʒjʊə/
/’eɪʒə/
/eɪ’ʒʊə/
Prenderà piede la pronuncia americana che si può ascoltare qui (Merriam-Webster) oppure una italianizzata più consona al nostro sistema fonetico ma che potrebbe sembrare una voce dialettale settentrionale, o addirittura la pronuncia francese /a’zyr/? Vedremo…
Intanto il sito ufficiale (Azure Services Platform e Windows Azure) è qui e per dettagli più specifici vi rimando a Novità da PDC 2008: Azure Service Platform e Windows Azure del mio collega Giorgio Malusardi in ZenIT Blog.
Termini in evidenza
Termini del mese descritti nel 2008 nel Portale linguistico Microsoft, dove rimangono consultabili le voci specifiche che appaiono nel database terminologico Microsoft.
Chiavetta USB
Cookie
History – Cronologia
Gallery – Raccolta
Migration – Migrazione
Ribbon – Barra multifunzione
Wizard – Procedura guidata
L’oggetto rappresentato qui a lato è molto diffuso e sicuramente tutti sappiamo di cosa si tratta: un dispositivo che viene connesso al computer tramite porta USB e utilizzato per memorizzare informazioni. Probabilmente, però, non tutti lo descriviamo con lo stesso nome: sia in inglese che in italiano coesistono diversi sinonimi.
Termini inglesi: flash drive, jump drive, keychain drive e key chain drive, key drive, memory key, pen drive, thumb drive, USB drive, USB flash drive e relativo acronimo UFD…
Termini italiani: chiave USB, chiavetta [USB], pen drive e pendrive (sia maschile che femminile), penna USB, pennetta, unità flash USB, unità di memoria flash USB…
Nel 2000, quando sono apparsi questi dispositivi per la prima volta, nessuno avrebbe immaginato un tale proliferare di nomi e quindi esiste qualche incongruenza. Nel database terminologico Microsoft è stata uniformata la terminologia per l’italiano:
Unità flash USB è il termine standard, da utilizzare in tutti i contesti con contenuto tecnico e con riferimento specifico a singoli dispositivi.
Chiavetta USB potrà essere usato in occorrenze più generiche, dove in inglese appaiono termini diversi da USB flash drive, tipicamente per ottenere comprensione immediata anche da chi non ha familiarità con il termine standard. Chiavetta USB è la forma più frequente in italiano e già documentata nei dizionari, ad esempio nel Vocabolario Treccani.
Nell’inglese americano standard il termine cookie indica un biscotto, di solito tondo e piatto. Nei contesti tecnici, invece, grazie a un processo di terminologizzazione un cookie è un file di dati di piccole dimensioni inviato dal server di un sito Web al browser durante la connessione al sito e salvato localmente nel computer dell’utente. I cookie contengono informazioni sulle operazioni eseguite all’interno del sito e le preferenze di navigazione, possono consentire il riconoscimento dell’utente all’accesso successivo, ecc. Esistono diversi tipi di cookie, ad esempio i cookie permanenti (o persistenti) rimangono nel computer dell’utente tra una sessione e l’altra mentre i cookie di sessione, o temporanei, vengono eliminati alla fine della sessione del browser.
Prima di venire adottati in ambito Web, i cookie descrivevano pacchetti di dati di dimensioni ridotte che venivano inviati tra programmi di comunicazione. Questi pacchetti
avevano dei dati nascosti al loro interno e questa caratteristica ha portato alla creazione del neologismo semantico cookie per analogia con i fortune cookie, biscotti di forma particolare con nascosto al loro interno un foglietto con una massima o un messaggio augurale e che vengono serviti nei ristoranti cinesi in America alla fine dei pasti.
In italiano, come spesso accade in questi contesti, si è perso il significato figurato del termine inglese, anche perché il referente non sarebbe stato riconosciuto, e si è optato per il prestito. È interessante notare che è la scelta fatta dalla maggior parte delle lingue, non solo quelle che facilmente adottano termini inglesi, come tedesco e svedese, ma anche quelle che di solito cercano di trovare un termine locale, come francese e spagnolo. Altre lingue hanno adattato il termine inglese alla loro ortografia, ad esempio kuki in albanese, khukhi in tswana e kúkì in yoruba. Sono poche le lingue che, invece, hanno scelto un termine descrittivo, come il norvegese che ha optato per informasjonskapsel (capsula di informazioni).
E in cinese? Anche in questo caso è stato adottato il prestito cookie, infatti la metafora del "biscotto con messaggio" non sarebbe stata riconosciuta: i fortune cookie non sono un prodotto originario della Cina!
In ambito informatico, il termine inglese history viene definito come “un elenco delle azioni dell’utente all’interno di un programma, ad esempio una serie di comandi utilizzati o i collegamenti alle pagine Web aperte tramite un browser”.
Quando il termine history è stato introdotto nei prodotti Microsoft nella prima versione di Internet Explorer, per l’italiano si era discusso se adottare un termine etimologicamente vicino all’originale inglese e seguire la scelta di tutte le altre lingue neolatine (historique in francese, historial in spagnolo, histórico in portoghese, ecc.) ma il termine storia da subito è apparso fuorviante perché avrebbe fatto pensare a una narrazione di fatti, mentre il sostantivo storico, riconosciuto principalmente come “esperto di storia”, sarebbe risultato ambiguo o avrebbe potuto essere interpretato come aggettivo.
Nella prima versione di questa funzionalità le varie voci dell’elenco erano aggiunte esclusivamente in ordine cronologico e così è stato deciso di evidenziare il rapporto temporale tra le azioni, scegliendo di tradurre history con cronologia.
Il termine cronologia si è rapidamente attestato anche in altri ambiti e viene comunemente registrato come voce informatica dai principali dizionari italiani e di inglese-italiano. È però vero che la funzionalità si è evoluta e le voci che contiene non sono più elencate solo in ordine cronologico.
Il termine inglese gallery è apparso per la prima volta nei prodotti Microsoft in Image Gallery, una funzionalità che permetteva di visualizzare e organizzare le proprie immagini e foto; non a caso il termine inglese faceva riferimento specifico al luogo dove vengono esposte arti visive.
In italiano si era discusso se mantenere la stessa analogia e optare per Galleria di immagini ma questa ipotesi era stata presto scartata: la forma abbreviata Galleria ci sembrava ambigua perché avrebbe potuto far pensare a un tunnel o un passaggio sotterraneo; andava inoltre valutata la possibilità che in inglese venissero in seguito conferiti nuovi significati a gallery, estendendo l’uso ad altri contesti e altre aree semantiche. Era stato preferito il termine più neutro raccolta, di immediata comprensione e non legato solo a contesti visivi; nel caso specifico avevamo scelto Raccolta immagini.
Si è rivelata una scelta azzeccata: nelle versioni inglesi dei prodotti ora esistono vari tipi di gallery ma non sempre gli oggetti che contengono sono rappresentati visivamente. Negli strumenti di sviluppo come Silverlight, ad esempio, Control Gallery è una libreria di controlli e componenti che però non sono sempre caratterizzati da un aspetto specifico; in Office l’elemento Custom Actions Gallery contiene azioni personalizzate non connotate graficamente. In tutti questi casi il termine italiano raccolta si rivela adeguato perché privo di ambiguità e sufficientemente descrittivo.
Un’eccezione è la funzionalità Elements Gallery, l’elemento di interfaccia che caratterizza Office 2008 per Mac, tradotto con barra multifunzione perché nel contesto in cui appare il termine raccolta sarebbe stato riduttivo e poco evocativo. Per saperne di più su questa scelta, Concetti e termini: un esempio da Office per Mac.
I termini inglesi migrate e migration sono sempre più usati per descrivere il processo con cui si spostano file o dati da un prodotto, sistema, formato o protocollo a un altro.
La traduzione in italiano è apparentemente ovvia: migrare e migrazione. Effettivamente il sostantivo migrazione ha, come in inglese, il significato di "trasferimento da un luogo a un altro". Il verbo migrare, invece, appartiene ai cosiddetti falsi amici, le coppie di termini in lingue diverse che presentano notevoli somiglianze morfologiche (o fonetiche) ma differiscono nel significato o nell’uso.
In italiano il verbo migrare ha in genere un significato più ristretto rispetto al sostantivo corrispondente e fa riferimento in particolare allo spostamento stagionale di alcune specie di volatili. Soprattutto, però, è un verbo esclusivamente intransitivo, a differenza dell’inglese migrate che può essere anche transitivo (ad esempio, migrate a printer server configuration). L’influenza dell’inglese ha così portato alla diffusione in italiano di calchi dalla grammatica incerta quali *migrare un sito.
Nei prodotti Microsoft viene invece usata l’espressione eseguire la migrazione, stilisticamente forse non molto elegante ma grammaticalmente corretta.
Microsoft Publisher 1.0 è il programma dove per la prima volta in inglese è stato usato il termine wizard (“mago”) per descrivere una funzionalità del software allora decisamente innovativa: i wizard (ad es. Leaflet Wizard) consentivano agli utenti senza alcuna esperienza di desktop publishing di creare facilmente documenti con layout professionale, come descritto in inglese in questo articolo sui primi 10 anni di Publisher. L’interfaccia sottolineava il significato letterale del termine: apparivano infatti bacchetta magica, cappello a cono e altre immagini dell’iconografia magica anglosassone.
La traduzione scelta per la versione italiana era un neologismo, autocomposizione, che consentiva di esplicitare un concetto specializzato ma riconoscibile (la composizione tipografica) e, prefissandolo con l’elemento auto, comunicava che l’azione avveniva “da sé” (ad es. Autocomposizione opuscolo). L’immediatezza del termine italiano riusciva inoltre a rendere meno evidenti le incongruenze grafiche che si creavano discostandosi dal termine inglese, in quanto non era possibile eliminare le immagini originali dall’interfaccia.
I wizard hanno avuto successo e sono stati rapidamente adottati in altri contesti. In questa evoluzione sono scomparse le connotazioni legate alla magia e in inglese wizard ha subito un processo di terminologizzazione ed è diventato un neologismo informatico: “strumento interattivo che guida l’utente attraverso una procedura particolare presentandogli una serie di opzioni o domande”.
Anche la traduzione italiana si è evoluta: il termine autocomposizione, limitato a un contesto di utilizzo troppo specifico, è stato sostituito dal nome dell’azione effettuata seguito dall’aggettivo guidato, ad esempio Setup Wizard diventa Installazione guidata. Nei riferimenti generici al tipo di funzionalità si ricorre invece a procedura guidata. Questa soluzione non è ristretta alla terminologia Microsoft ma è diventata uno standard terminologico nell’ambito informatico italiano.
…
Altre informazioni sulla traduzione automatica
Post pubblicato l’11 settembre 2008 in blogs.technet.com/terminologia
Riprendo l’ultimo post sulla traduzione automatica per aggiungere alcuni riferimenti sull’argomento, tutti però in inglese:
| ▄ | la pagina Machine Translation nel sito Microsoft Research, con una rappresentazione schematica del sistema MT-MSR, una panoramica delle tecnologie linguistiche che integrano l’approccio statistico, le applicazioni pratiche nei prodotti e servizi Microsoft e un elenco di pubblicazioni accademiche; |
| ▄ | il blog Microsoft Research Machine Translation (MSR-MT) Team Blog per informazioni e aggiornamenti dal team che ha sviluppato il sistema di traduzione automatica di Microsoft; |
| ▄ | la voce Statistical Machine Translation in Wikipedia; |
| ▄ | il sito Machine Translation Archive, con elenchi di articoli, bibliografie e risorse sul mondo della traduzione automatica; |
| ▄ | il sito Statistical Machine Translation, con una sezione di introduzione alla ricerca nel campo della traduzione automatica di tipo statistico e riferimenti a vari corpora paralleli; |
| ▄ | il post The (probable) truth about Austria and Ireland in Language Log, che accenna a un problema che può succedere quando si "addestrano" i sistemi statistici con materiale localizzato. |
…
Vedi anche: altri post con il tag traduzione automatica.
…
Traduzione automatica: Windows Live Translator
Post pubblicato il 10 settembre 2008 in blogs.technet.com/terminologia. Nel 2009 il nome del servizio di traduzione è stato cambiato in Bing Translator.
Fino a qualche giorno fa il servizio di traduzione automatica di Windows Live Translator offriva due opzioni: la tecnologia Microsoft Research per testo con contenuto informatico e un sistema di terze parti, sviluppato da Systran, per testo generico, come si può vedere in questa vecchia schermata:
Lunedì il team MSR-MT ha annunciato che ora tutte le coppie di lingue disponibili in Windows Live Translator, tra cui italiano-inglese e inglese-italiano, utilizzano solamente tecnologia Microsoft:
Ho fatto un po’ di prove e in parecchi casi i risultati sono decisamente migliorati.
L’annuncio è interessante anche perché il sistema di traduzione automatica sviluppato da Microsoft (MSR-MT) è un sistema ibrido con un motore di tipo statistico mentre il modello Systran, che continua ad essere usato ad es. da Babel Fish, era principalmente basato su regole. Anche Google l’anno scorso è passata definitivamente da Systran a un proprio sistema di tipo statistico per tutte le coppie di lingue.
Semplificando al massimo, i sistemi basati su regole analizzano il testo di partenza per poi generare il testo di arrivo applicando regole di trasformazione. Per ogni lingua nel sistema è necessario definire regole precise di tipo morfologico, sintattico e semantico e un lessico di riferimento.
I sistemi di tipo statistico come quello Microsoft, invece, vengono "addestrati" (il training) con milioni di frasi da testi paralleli, ovvero testo originale e relativa traduzione umana. Non è necessario definire regole individuali per ciascuna lingua perché il sistema "impara" a riconoscere le corrispondenze tra parole e segmenti di frase in ogni coppia di lingue e assegna una probabilità più alta alle associazioni più ricorrenti, in modo da poterle poi riprodurre in fase di traduzione applicando altri algoritmi e parametri statistici.
Inizialmente il motore di traduzione MSR-MT era focalizzato su contenuto di tipo informatico perché era destinato alla traduzione automatica di articoli del sito Aiuto & Supporto (Knowledge Base). Il training era effettuato in particolare con le memorie di traduzione dei prodotti Microsoft.
Per il training di un sistema di tipo statistico sono necessari notevole forza bruta computazionale e corpora bilingui enormi. Ovviamente qualità, varietà e quantità dei corpora usati per il training sono tra i tanti fattori che incidono sul risultato finale: se il sistema non è stato esposto a particolari tipi di testo, potrebbe avere più difficoltà a tradurli in maniera soddisfacente.
Negli ultimi anni sono aumentate le iniziative per la condivisione di memorie di traduzione, ad es. da parte della Commissione europea. L’accesso a corpora paralleli vastissimi e diversificati e a computer sempre più potenti non può che dare un ulteriore impulso al perfezionamento dei sistemi di traduzione automatica ibridi con un motore di tipo statistico.
I margini di miglioramento sono comunque veramente ampi, come sanno tutti quelli che hanno avuto a che fare con testo tradotto automaticamente. Chi lavora in questo campo non è certo a rischio di disoccupazione!
…
Vedi anche: Altre informazioni sulla traduzione automatica.
…
È stata fatta una ricerca per la categoria “software”.





