Terminologia etc.

Terminologia, localizzazione, traduzione e altre considerazioni linguistiche

Post nella categoria “software”

Plumbago, un’app non floreale

Ho trovato insolita ma efficace la scelta di chiamare Plumbago un’app Microsoft per tablet che si usa come un bloc notes digitale per prendere appunti e fare schizzi usando uno stilo (ma anche le dita oppure il mouse).

Plumbago n. 1 old-fashioned term for graphite 2 an evergreen flowering schrub [sic] or climber which is widely distributed in warm regions. Also called leadwort.

Mi piacciono molto i fiori celesti del Plumbago ma non sapevo che in inglese fosse anche il nome ormai obsoleto della grafite, il minerale che consente di scrivere e disegnare con le matite e che chiarisce la scelta del nome dell’app.

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Icone e nativi digitali

(vignetta con un ragazzo che mostra un floppy a un bambino): “HEY KID, HAVE YOU EVER SEEN ONE OF THESE BEFORE?” “WOW, COOL! YOU MADE A 3D MODEL OF THE SAVE ICON!”

Avevo usato l’esempio dell’icona del comando Salva in Oggetti, concetti e segni nelle interfacce per sottolineare che i simboli grafici sono spesso convenzioni arbitrarie legate alla cultura, alla lingua, al periodo e ad altri fattori: 

«Un esempio noto è image, un simbolo “descrittivo” che in origine era facilmente associabile al dischetto su cui si salvavano i dati, ma che è diventato astratto per le generazioni che non hanno mai visto un floppy (c’è chi pensa sia un televisore o una lavastoviglie o chissà cos’altro). È però così diffuso e, una volta imparato, facilmente identificabile come simbolo del comando Salva, che sarebbe controproducente cercare di sostituirlo.»

Gray circle of death

GCoD – gray circle of death

Avete mai visto l’icona a forma di cerchio grigio con bordo bianco e un punto esclamativo bianco all’interno? In inglese è nota come Gray Circle of Death, GCoD in breve, e appare nei browser al posto di contenuti realizzati con Flash quando c’è un errore di memoria.

Come spiega What is the gray circle with an exclamation mark (or bang)?, indica che Flash Player ha terminato l’esecuzione dell’applicazione Flash perché richiedeva più memoria di quante ne fosse disponibile.

Il nome è divertente perché fa subito pensare a Blue Screen of Death (BSoD), la famigerata “schermata blu della morte” dei sistemi operativi Windows precedenti alla versione 8: ne ho accennato in Microsoft Blue.

Il Red Ring of Death (RRoD) invece descrive tre luci rosse lampeggianti disposte ad anello che segnalano problemi hardware di Xbox 360.

Comandi vocali e localizzazione

Nei dispositivi mobili le funzionalità più note di riconoscimento vocale sono i comandi vocali* (voice commands), usati per eseguire una serie di azioni come aprire app, riprodurre brani musicali, comporre numeri di telefono o chiamare contatti (voice dialling).

call somebody home – Pearls Before Swine
(God / death calling <somebody> home è un’espressione idiomatica, ad es. until death called him home è una frase tipica da necrologi)

La “grammatica” dei comandi vocali

I sistemi di riconoscimento dei comandi vocali ricorrono a una “grammatica” che consente di riconoscere un numero limitato di parole e frasi specifiche per quel contesto e che spesso devono essere formulate seguendo una struttura predefinita. Ad esempio, per fare una telefonata potrebbe essere necessario dire, nell’ordine: 
call… pig… home…1 – chiama (call) o componi (dial),
2 – il nome della persona come appare nella rubrica,
3 – casa (home) o cellulare (mobile) se allo stesso nome sono associati più numeri (se non è specificato, il sistema potrebbe richiederlo).

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Mute in Twitter [1]

Prendo spunto da una funzionalità recente di Twitter per alcune considerazioni sulla formazione dei termini, che può essere primaria (si dà un nome a un nuovo concetto) o secondaria (il concetto viene trasferito in un’altra lingua, ad es. attraverso la localizzazione).

Risemantizzazione di mute

Mute in Twitter (interfaccia web)La nuova funzionalità di Twitter consente di rendere invisibile nella propria cronologia l’attività di qualcuno che si segue, ma senza che lo sappia (rimane tra le persone che si seguono e può continuare a comunicare attraverso i messaggi diretti). Questa opzione è stata chiamata Mute, una scelta che può apparire insolita, soprattutto in un contesto di inglese come seconda lingua (E2).

Per denominare il nuovo concetto è stato attribuito un nuovo significato a un termine esistente attraverso la risemantizzazione del verbo mute nel suo significato più frequente di disattivare l’audio, probabilmente l’unico noto in E2. È un uso chiaramente metaforico: in Twitter la comunicazione non è orale ma avviene esclusivamente in forma scritta (visiva).

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Parole imbarazzanti per Android

“Dizionari” per completamento, correzioni e testo predittivo

Il mese scorso ho descritto alcune incongruenze terminologiche relative alle funzionalità che facilitano l’immissione di testo nei dispositivi mobili, ad es. c’è chi chiama testo predittivo sia [1] il T9 o simili che [2] il completamento automatico delle parole e/o i suggerimenti che appaiono durante la digitazione di una parola. C’è anche chi confonde [2] con [3] la correzione automatica, che invece si attiva dopo aver digitato un’intera parola, ad es. quando si inserisce uno spazio o un segno di punteggiatura. 

Ciascuna di queste funzionalità fa uso di specifici algoritmi che ricavano informazioni da elenchi di parole, chiamati dizionari (dictionary), a cui sono associati metadati e informazioni d’uso e di frequenza. Android – CENSORED

Parole proibite

In questi giorni sono stati dedicati alcuni articoli sull’argomento perché all’interno del dizionario inglese (circa 165000 voci) di Kitkat, l’ultima versione del sistema operativo Android, è stato “scoperto” un elenco di 1400 parole proibite, tra cui sex, coitus, lovemaking, Tampax, uterus, le famigerate sette parole vietate alla TV americana, e addirittura geek.  

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Completamento automatico malvagio?

In Is Google autocomplete evil? Tom Chatfield (autore di Netymology) riflette sulle implicazioni del completamento automatico di Google.

È la funzionalità che si avvale di un servizio di previsione (prediction service) per "indovinare" la query di ricerca in base a informazioni di frequenza e di attualità e quindi per proporre il risultato o i risultati che ritiene più probabili in base a ricerche già fatte da altri utenti e informazioni personali (lingua, paese, proprie ricerche precedenti ecc.).

Per Google i vantaggi del completamento automatico sono ricerche più veloci, risultati immediati e previsioni più intelligenti, che spiega dicendoci che ”anche quando non sai esattamente quale termine di ricerca digitare, le previsioni ti aiutano a indirizzare la ricerca”. È proprio la possibile influenza esercitata dei suggerimenti sulle percezioni di chi usa il motore di ricerca, soprattutto in caso di associazioni negative, che preoccupa Chatfield.

UN-Women-Ad-2_495x700 jpgLo spunto all’articolo è una campagna dell’ONU contro il sessismo in cui sono usati esempi reali suggeriti dal completamento automatico di Google per ricerche che iniziano con women

dettaglio campagna UN Women

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Nuove funzionalità di Google Ngram Viewer

Qual è il tipo di terminologia più nominata nei libri italiani del XX secolo? Nella seconda metà la terminologia tecnica, all’inizio del secolo invece terminologia filosofica e scientifica:

grafico con terminologia +aggettivo nel periodo 1800-2000

Sono tendenze utili per il lavoro terminologico e si possono ricavare facilmente nei corpora di libri di Google Books grazie a nuove funzionalità di Google Ngram Viewer, descritte dal lessicografo Ben Zimmer in Google’s Ngram Viewer Goes Wild.

La novità principale è il carattere jolly * (wildcard), che può essere combinato anche con la parte del discorso. Vengono restituiti risultati con le dieci combinazioni più frequenti: il grafico qui sopra indica le occorrenze più comuni della parola terminologia seguita da un aggettivo ed è stato ottenuto con la ricerca  terminologia *_ADJ.

In ciascun grafico si può evidenziare uno o più risultati con un clic:

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Oggetti, concetti e segni nelle interfacce

Ho già accennato al triangolo semiotico, uno schema molto usato in terminologia.

triangolo semioticoSintetizza le relazioni tra oggetti, percepiti o immaginati, che vengono astratti in concetti (immagini mentali di oggetti o insiemi di oggetti), a loro volta rappresentati da designazioni: segni linguistici, le parole, o anche non linguistici, come icone e simboli grafici. Il collegamento tra un oggetto e le sue designazioni è tratteggiato perché i segni sono convenzioni, spesso diverse in lingue e culture diverse.

Ci sono simboli grafici così familiari che ci possono sembrare universali, come image per il comando Taglia nelle interfacce grafiche. In questo caso l’associazione tra l’azione e lo strumento è palese, però non è detto che in tutte le lingue il concetto di “rimuovere un oggetto o parte di un documento e tenerlo temporaneamente in memoria” venga rappresentato da una parola ricollegabile alle forbici. Il segno è arbitrario e va imparato.

Un esempio noto è image, un simbolo “descrittivo” che in origine era facilmente associabile al dischetto su cui si salvavano i dati, ma che è diventato astratto per le generazioni che non hanno mai visto un floppy (c’è chi pensa sia un televisore o una lavastoviglie o chissà cos’altro). È però così diffuso e, una volta imparato, facilmente identificabile come simbolo del comando Salva, che sarebbe controproducente cercare di sostituirlo.

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Subdole frequenze

Googlefight è un sito amatoriale che consente di confrontare la frequenza di due stringhe di ricerca su Google. Lo ha descritto Make terminology decisions with Googlefight con la dovuta premessa che una maggiore frequenza potrebbe non essere un criterio accurato per scegliere tra due termini, però senza sottolinearlo abbastanza.

per Googlefight, in italiano pò è preferibile a po’!!!!Purtroppo queste ricerche molto generiche non sono affidabili perché non consentono alcun controllo sul materiale usato per la ricerca. Il web contiene testi di ogni genere, scritti anche da persone non di madrelingua o in contesti informali e non controllati, e include anche molto materiale tradotto approssimativamente. 

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Il nome PowerPoint

Da Shoebox, la frase che non ha mai detto nessuno?!?

“Your PowerPoint presentation was powerful and made many points” – said no one ever (vignetta Shoebox.com)

Il realtà nome PowerPoint è abbastanza casuale. Il software era stato ideato nel 1984 da Robert Gaskins che ha raccontato di aver dovuto rinunciare al nome originale Presenter perché era già un marchio registrato. Nella veloce ricerca di un’alternativa erano stati scartati SlideMaker e OverheadMaker (coerenti con la tendenza del periodo, cfr: PageMaker, FileMaker ecc.) finché un giorno nella doccia gli era venuta l’idea: PowerPoint, come la presa elettrica, ma scritto in un’unica parola come previsto dalle convenzioni Apple.

Per Gaskins power  dovrebbe evocare empower (“rendere più efficace, sicuro di sé”) prima ancora che powerful (“potente”). Poi ovviamente dipende da chi usa lo strumento… 😉

Qualche vecchio post su PowerPoint:
PowerPoint, pongo e animazioni (2008)
Slide deck e presentazioni di PowerPoint (2009)
La differenza tra T e S in PowerPoint (2009)
Mai più presentazioni soporifere… (silly season 2009)

Android KitKat e altre leccornie digitali

Android KitKat

Android Kitkat

È consuetudine che le diverse versioni del sistema operativo Android prendano il nome di un dolciume.

Questa settimana si è saputo che la versione 4.4 non avrà più il nome precedentemente annunciato, Key Lime Pie (KLP), ma si chiamerà invece KitKat come le barrette di wafer ricoperto di cioccolato prodotte da Nestlé.

Riconoscibilità del nome

Android KitKat unveiled in Google surprise move (BBC) spiega che la decisione è stata presa rendendosi conto che pochi sanno che gusto abbia una key lime pie (una torta al lime delle Florida Keys, simile a un cheesecake ma meringata). L’alternativa di scegliere un marchio commerciale è però alquanto insolita.

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La pseudo-lingua della pseudo-localizzazione

Nel post sul vonlenska non ho usato la descrizione pseudo-lingua perché per me identifica un concetto legato alla pseudo-localizzazione, un’attività dello sviluppo del software che consente di verificare se il prodotto è localizzabile mantenendo intatta la funzionalità e senza alterare l’aspetto dell’interfaccia, e quindi di identificare eventuali problemi che vanno risolti prima che inizi la localizzazione vera e propria.

Nella pseudo-localizzazione vengono fatte diverse simulazioni automatiche, tra cui una “traduzione” delle stringhe operata aggiungendo caratteri all’inizio e alla fine delle stringhe e sostituendo alcuni caratteri con altri visivamente simili, da altri alfabeti o dell’alfabeto latino ma con segni diacritici (assenti in inglese e potenzialmente problematici), ad es. la lettera a potrebbe essere sostituita da un’alternativa scelta casualmente tra ä, å, à, á, â, ã, ă, ą, ǟ, ȁ, ǻ, α, д e la lettera n da ń o ñ. Le stringhe così trasformate sono descritte come pseudo-lingua, anche se non si tratta di una lingua fittizia perché la lingua originale deve rimanere riconoscibile, come mostra questo vecchio esempio:

Esempio di finestra di dialogo pseudo-localizzata da Developing International Software, 2nd. Edition

Fonte: Developing International Software, 2nd Edition (2003)

In inglese il termine pseudo-language può descrivere anche un altro concetto, usato in contesti diversi e sinonimo di pseudo-code: uno pseudo-linguaggio di programmazione.

Detective linguisti(ci)

copertina di The cuckoo's calling –  Robert GalbraithQualche giorno fa The Sunday Times ha rivelato che Robert Galbraith, autore esordiente del romanzo giallo The cuckoo’s calling, era lo pseudonimo della ben più nota J.K. Rowling di Harry Potter. La notizia è stata ripresa anche dai media italiani che hanno dato l’impressione che i particolari rivelatori fossero due: abiti femminili descritti molto abilmente e stesso agente per Galbraith e Rowling.

In realtà l’attribuzione è stata ipotizzata grazie ad analisi testuali tipiche della linguistica forense*, la disciplina che usa la linguistica in attività investigative come ad esempio l’analisi di testi anonimi per identificare l’autore o ricavare informazioni utili per un profilo psicologico, ad esempio nei casi di plagio o per stabilire se una confessione è spontanea e/o veritiera.

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HoTMaiL

Da Netymology, un paio di curiosità su Hotmail, il primo servizio gratuito di webmail (per l’accesso alla posta elettronica tramite browser).

Gli ideatori, Sabeer Bhatia e Jack Smith, l’avevano lanciato commercialmente negli Stati Uniti il 4 luglio 1996, Independence Day, data scelta per sottolineare la libertà concessa da un sistema che via web permetteva di consultare la propria posta ovunque nel mondo.

logo originale di HoTMaiLBhatia e Smith avevano pensato a un nome che includesse le parole mail e HTML, il linguaggio alla base del web, e così era nato HoTMaiL, che inizialmente era scritto in un’insolita combinazione di lettere maiuscole e minuscole.

Nel giro di un anno la grafia era stata normalizzata e il servizio Hotmail era stato acquisito da Microsoft, che negli anni ha modificato più volte il logo e recentemente ha deciso di sostituire il nome con Outlook.com e, forse, condannare Hotmail all’oblio.
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Vedi anche: L’aspetto delle parole

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