Post nella categoria “software”
Errori con gli accenti: colpa di computer e cellulari?
Ringrazio Elisa, che mi ha mandato un trafiletto intitolato "La “pigrizia” del computer, tratto da uno speciale sulla lingua italiana in una rivista femminile:
Ci sono alcune affermazioni che non trovo condivisibili:
| ▄ | “L’uso dell’apostrofo al posto della lettera accentata si sta diffondendo ovunque”: era sicuramente così anni fa, specialmente per chi non usava tastiere italiane o si trovava a usare software che non accettava i cosiddetti caratteri estesi; mi sembra però un fenomeno in calo più che in crescita, perlomeno tra i “non tecniconi”, anche perché i correttori ortografici sono molto diffusi e segnalano questi errori. |
| ▄ | “L’uso dell’apostrofo rende difficile distinguere tra accento grave e acuto e porta agli errati perchè, poichè”: credo che la causa possa essere un’altra. Chi scrive a mano non differenzia gli accenti, o perlomeno non lo facevano quelli della mia generazione, che alle elementari scrivevano ogni accento come una specie di arco sopra la vocale, ad es. |
| ▄ | “L’uso dell’apostrofo rende difficile distinguere tra accento e apostrofo, come in pò scritto con l’accento, anziché il corretto po’ ”: se fosse vero quanto affermato più sopra, sarebbero in pochi a scrivere *pò e preferirebbero la forma con l’apostrofo, e comunque non spiega perché siano così diffusi gli altrettanto raccapriccianti *fà, *sò, *sà, *dò, ecc. |
| ▄ | “Anche il correttore ortografico di alcuni cellulari suggerisce la grafia pò!”: francamente sono perplessa che ci sia chi possa pensare che i sistemi di scrittura facilitata tipo il T9 siano correttori ortografici. Sono due strumenti ben diversi, e se anche entrambi utilizzano informazioni relative alla frequenza delle parole nella lingua, lo fanno con modalità e scopi diversi. Immagino che il problema di *pò nel T9 sia dovuto alla forte presenza dell’errore nei corpora usati per creare il “dizionario” di riferimento, e dei corpora fanno spesso parte intere annate di giornali. Sicuramente non sono solo io ad avere notato quanto sia diffuso l’orrendo *pò nei principali quotidiani, soprattutto online: forse computer e cellulari in questo caso sono innocenti e a contribuire a questo errore è stata la “pigrizia” (ortografica) di qualche giornalista?!? |
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[pubblicato automaticamente: sto facendo una pausa, ci risentiamo a fine mese]
Vedi anche: Accenti gravi e acuti in italiano e, sulle maiuscole accentate, È o non E’?! Scrivere per il Web.
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Si traduce meglio con Google, Yahoo! o Bing?
Segnalo anch’io un’iniziativa di cui stanno parlando in molti: uno studio di Gabble On per valutare i motori di traduzione automatica di Google, Yahoo! (Babel Fish) e Microsoft (Bing).
Finora sono stati raccolti circa 900 voti per 22 lingue ma per avere dati statisticamente significativi la ricerca si prefigge di arrivare ad almeno a 10000 voti entro la fine di marzo.
Per partecipare: Which Engine Translates Best? (c’è un Apple iPad in premio).
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Vedi anche: post con tag traduzione automatica e in particolare Traduzione automatica: Windows Live Translator per le principali differenze tra motori di traduzione di tipo statistico (Google e Microsoft) e basati su regole (Systran, il sistema usato da Babel Fish).
E visto che è venerdì, per sorridere sulla traduzione automatica e umana: Translation Humor & Mocking Machine Translation (da eMpTy Pages, un bel blog su tecnologie per la traduzione, globalizzazione e collaborazione).
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effetto mouseover: la “serrandina”
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Luisa Carrada nel blog del mestiere di scrivere ha usato un nome molto efficace, “serrandina”, per identificare un effetto usato in siti come The Guardian: è il breve testo descrittivo associato ad alcuni titoli e visualizzabile facendo passare il puntatore del mouse sopra ai titoli stessi.
Si tratta di un effetto mouseover (evento mouseover da un punto di vista più di programmazione): quando il puntatore del mouse passa sopra un elemento, questo cambia aspetto, ad es. un pulsante diventa di un altro colore,
un’immagine o del testo vengono visualizzati in una finestrella popup, appare un URL sulla barra di stato, ecc. Un esempio tipico e noto a tutti: le descrizioni dei comandi sulle barre degli strumenti (tooltip).
In inglese la “serrandina” è un tipo di mouseover dropdown (è un effetto che appare “a discesa”); non so se esista un termine specifico ma immagino si possa chiamare mouseover dropdown box o mouseover dropdown text.
E in italiano? In un contesto sulla comunicazione, come nel blog del mestiere di scrivere, “serrandina” è perfetto. In istruzioni o materiale di riferimento, dove ci si aspetta terminologia meno informale, andrebbero invece fatte altre considerazioni. Se dovessi proporre un termine, innanzitutto analizzerei il concetto e il relativo sistema concettuale originale (ad es. gli altri concetti subordinati a mouseover dropdown, come mouseover dropdown menu, e i concetti correlati relativi ad altri eventi del mouse, tipo mouseclick), poi, dopo aver verificato l’uso del termine all’interno del prodotto, stabilirei se altrove è diffuso e già standardizzato oppure se esistono alternative in contesti di utilizzo diversi, quindi, se necessario, farei alcune valutazioni in base al tipo di utente finale, ad esempio:
| ▄ | se è un utente generico a cui si vuole illustrare la funzionalità del sito Web, si potrebbe optare per una descrizione come testo a discesa che appare al passaggio del mouse; è una soluzione lunga e non identifica il concetto con un termine univoco ma è accettabile se è l’unica occorrenza: ha il vantaggio di essere esplicita e non costringe l’utente a imparare nuovi termini |
| ▄ | se si tratta di un utente con competenze tecniche si potrebbe proporre invece testo a discesa con mouseover (sottinteso “effetto” e/o “evento”); è utile mantenere il riferimento all’inglese mouseover se fa parte del codice che definisce l’evento |
In entrambi i casi opterei per testo per il tipo di effetto, anche se è molto generico, perché nelle interfacce grafiche descrizioni più specifiche come casella o riquadro sono già associate a concetti ben definiti, ad es. casella di testo corrisponde all’inglese textbox e implicherebbe l’inserimento di testo da parte dell’utente, invece non previsto qui: ecco sottolineata l’importanza dell’analisi del sistema concettuale, che identifica l’esistenza del concetto coordinato mouseover dropdown textbox e aiuta ad evitare incongruenze ed errori terminologici.
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Vedi anche: border / boundary / edge / perimeter network per alcuni esempi di relazioni tra concetti (subordinati, coordinati, correlati).
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Che cosa si deve premere?
Elio mi manda due esempi di quelle che lui chiama “interfacce utonte”:

Qui sopra che cosa si deve premere, Yes, No,
oppure
? E il pulsante
all’interno della finestra di dialogo ha la stessa funzione del pulsante nero di chiusura in alto a destra sulla barra del titolo, anche se ha una combinazione di colori e una forma diversa?
Andrebbe anche detto che il simbolo
(checkmark in inglese, segno di spunta in italiano) non ha lo stesso significato in tutte le culture e quindi potrebbe non essere adatto a prodotti destinati al mercato globale perché potrebbe risultare ambiguo (basti pensare ai questionari compilati a mano dove va fatta una scelta tra varie opzioni marcando delle caselle: noi italiani mettiamo crocette, gli americani segni di spunta).
Nell’altro esempio qui sotto, il segno di spunta dentro la finestra di dialogo e poi ripetuto come pulsante crea ulteriore confusione; il passaggio 2 dà un’informazione e quindi non dovrebbe richiedere conferma da parte dell’utente, eppure il pulsante per passare alla schermata successiva non è attivo:
Non proprio il massimo come esempi di usabilità!
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Vedi anche: Incongruenze del Bancomat e Usabilità e istruzioni per altri esempi di mancata corrispondenza tra istruzioni e interfaccia o illustrazioni.
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Finestre di dialogo
Continua a piacermi molto una vignetta di xkcd di qualche mese fa sulla finestra di dialogo di Windows che appare quando si copiano file, specialmente di grosse dimensioni:
Umorismo a parte, trovo interessanti alcuni termini relativi all’elemento finestra di dialogo (in inglese dialog box o semplicemente dialog), che in Windows può essere descritto come “finestra secondaria che consente di eseguire un comando, fornisce informazioni o pone una domanda all’utente”.
In base all’interazione consentita con la finestra principale o proprietaria (owner window), una finestra di dialogo può essere modale o non modale.
Una finestra modale (calco dall’inglese modal dialog) non permette all’utente di tornare alla finestra principale o di passare a un’altra attività nella stessa applicazione se prima non viene eseguita l’azione che chiuderà la finestra, come ad es. quando si cerca di uscire da un programma senza aver salvato le ultime modifiche e viene richiesto di confermare l’azione.
Una finestra non modale (in inglese modeless dialog) permette all’utente di fornire informazioni o proseguire con l’attività senza dover prima chiudere la finestra. Un esempio tipico è la finestra Trova e sostituisci in Word: si può lasciare aperta mentre si torna al documento per fare modifiche al testo.
Due risorse interessanti sulla terminologia usata per descrivere elementi dell’interfaccia utente dell’ambiente Windows, disponibili però solo in inglese, sono un glossario e la pagina Visual index, dove a ogni voce è associata un’immagine rappresentativa.
La pagina Dialog boxes contiene invece informazioni tecniche sulle caratteristiche delle finestre di dialogo ed esempi specifici di finestre modali e non modali.
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Vedi anche: il Portale linguistico Microsoft per consultare il database terminologico con definizioni in inglese e terminologia italiana usata nell’ambiente Windows.
Scrutare i cieli con SkyFinder
Un articolo sul Corriere di oggi esordisce con “Dice un proverbio inglese: «Ogni nuvola ha un profilo d’argento». Nel dramma di Felipe Massa, il risvolto positivo è che…” Non capisco perché usare la traduzione di every cloud has a silver lining, visto che la metafora della nuvola in cielo non viene poi ripresa: forse perché l’espressione inglese pare più politicamente corretta dell’equivalente italiana non tutti i mali vengono per nuocere? Mah.
Invece, a proposito di cielo, molto più interessante quello che ho letto su SkyFinder.
A quanto pare nel cinema e nell’elaborazione di immagini viene spesso sostituito il cielo sullo sfondo se non è abbastanza “interessante”. Trovare l’immagine adatta con motori di ricerca tradizionali, usando parole chiave, non è però un processo molto efficiente perché si è costretti a scorrere tra innumerevoli foto non sempre rilevanti.
Un team di Microsoft Research ha sviluppato SkyFinder, un sistema di ricerca di tipo semantico per trovare foto del cielo specificando una serie di attributi, come descritto in SkyFinder: Attribute-Based Sky Image Search:
[…] a set of semantic sky attributes (e.g., category, layout, richness, horizon, sun position) are automatically extracted from each image. Then […] the user can interactively search sky images based on any combination of preferred sky attributes. For example, the query may be “a landscape at sunset with the sun on the bottom left”, “a sky covered with black clouds, the horizon at the very bottom”, or “a clear blue sky with a flying object”.
C’è anche una demo che mostra diversi tipi di ricerca e funzionalità come la sostituzione automatica del cielo sullo sfondo. L’interfaccia è sicuramente intuitiva e ha attirato la mia attenzione perché se venisse inclusa in qualche prodotto penso sarebbe interessante definire i concetti e la terminologia che li rappresenta, trovare gli equivalenti italiani più adeguati e analizzare gli eventuali problemi di localizzazione.
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La differenza tra T e S in PowerPoint
Mi è sempre piaciuto molto PowerPoint, soprattutto la versione 2007, e a volte mi ritrovo a rispondere alle domande di chi lo usa meno spesso di me. Ho notato che non tutti conoscono i vari formati per salvare i file creati con PowerPoint, in particolare la differenza tra il formato predefinito che ha l’estensione pptx (ppt nelle versioni precedenti) e che apre il file nella visualizzazione Normale (o comunque l’ultima usata, ad es. Sequenza diapositive), e il formato con estensioni ppsx (pps), che, al doppio clic sull’icona, apre il file direttamente nella visualizzazione Presentazione e non rende disponibili barre o comandi, utile quando si avvia la presentazione in pubblico o per evitare modifiche accidentali alla versione definitiva*.
Probabilmente è anche una questione di terminologia. Nella versione inglese di PowerPoint coesistono i termini presentation e slideshow, che sono equivalenti quando rappresentano il concetto generico “insieme di diapositive che vengono mostrate in sequenza a un pubblico” e che in italiano, per mancanza di alternative, vengono resi con un unico termine, presentazione. È una soluzione che funziona nella maggior parte dei contesti, anche quando si analizza più in dettaglio il concetto rappresentato da slideshow e si determina che fa riferimento specifico alle diapositive mostrate nella visualizzazione Presentazione, in modalità tutto schermo (kiosk mode in inglese).
Nel contesto specifico dell’elenco dei formati in cui salvare i file, tra cui quelli descritti sopra, slideshow è però abbreviato in show. In questo caso, in PowerPoint 2003 e versioni precedenti si poteva notare un problema:
| Inglese – PowerPoint 2003 | Italiano – PowerPoint 2003 |
| Presentation (*.ppt) | Presentazione (*.ppt) |
| PowerPoint Show (*.pps) | Presentazione di PowerPoint (*pps) |
Per l’utente era impossibile distinguere il tipo di formato se non per la differenza tra le lettere T e S nelle estensioni e poteva sfuggire che si trattava di un’opzione diversa.
In PowerPoint 2007 è stata cercata una soluzione su misura, evitando però di ricorrere a un termine alternativo italiano per (slide)show perché sarebbe servito solo in questo contesto e avrebbe creato confusione all’utente abituato a un unico termine, presentazione:
| Inglese – PowerPoint 2007 | Italiano – PowerPoint 2007 |
| PowerPoint Presentation (*.pptx) | Presentazione standard di PowerPoint (*.pptx) |
| PowerPoint Show (*.ppsx) | Solo presentazione di PowerPoint (*ppsx) |
È compito di chi localizza evidenziare eventuali problemi terminologici, in questo caso lo stesso termine usato per due concetti diversi in un contesto specifico, non solo per trovare una soluzione, ovviamente, ma anche perché chi gestisce il database terminologico possa aggiornare le relative voci (o crearle se ancora non esistono), ridefinire il concetto, aggiungere contesto, metadati e indicazioni di utilizzo e, se il caso, assicurarsi che vengano risolte eventuali ambiguità anche nella lingua di partenza.
Vedi anche: Gestione della terminologia e localizzazione e Database terminologici.
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* I file con estensioni ppsx e pps sono in realtà equivalenti a quelli standard, a parte l’icona e il tipo di visualizzazione; per modificarli basta cambiare la lettera S dell’estensione in T oppure aprirli da PowerPoint con il comando Apri.
Traduzione automatica in Office
Il team MSR-MT (Microsoft Research-Machine Translation) ha rilasciato un plug-in che in pochi secondi installa Microsoft Translator come servizio predefinito di traduzione automatica in Office (per scaricarlo, qui). Maggiori informazioni nel blog del team.
Per tradurre del testo in Office 2007, scegliere la scheda Revisione, quindi Traduci dal gruppo Strumenti di correzione. In alternativa, selezionare il testo, fare clic con il pulsante destro e scegliere Traduci.
Si possono avere opinioni diverse sulla traduzione automatica ma va sottolineato che i servizi come Microsoft Translator e Google Translate sono in continuo miglioramento.
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Vedi anche:
Traduzione automatica: Windows Live Translator
Altre informazioni sulla traduzione automatica
Aggiornamento 17 aprile 2009: anche il team di TechNet Italia oggi parla di traduzione automatica in TechNet Magazine e la Machine Translation.
Icone del feed RSS
L’icona del feed RSS è riconoscibilissima: quadrata, sfondo arancione e onde radio bianche stilizzate che simboleggiano la trasmissione di un segnale (e di contenuto).
L’icona, creata da Mozilla Foundation, si trova in tutti i principali browser e in molti siti che prevedono i feed, eppure è uno standard relativamente recente.
Qui a destra le icone che Microsoft aveva preso in considerazione per Internet Explorer 7, cercando un’immagine che simbolizzasse novità, attività, informazione continua e l’idea di abbonamento, e che fosse comprensibile a un pubblico sia di utenti poco esperti che avanzati, adatta a contesti diversi e riconoscibile a livello internazionale. La preferenza della community per l’icona di Firefox aveva poi portato a un incontro con il team di Mozilla e alla decisione di adottarne l’icona. Per saperne di più: The orange icon… e Icons: It’s still orange.
Per quel che riguarda invece la terminologia, varie lingue, tra cui tedesco, olandese, lingue scandinave ed entrambe le varietà del portoghese, hanno optato per il prestito feed. Altre lingue hanno preferito soluzioni diverse, ad es. subministrament (catalano), flux (francese e romeno), fuente (spagnolo), źródło (polacco), ecc.
In italiano il termine più diffuso è feed / feed RSS ma viene usato anche flusso RSS.
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PS Per il feed di Terminologia etc. basta fare clic sull’icona all’inizio del post.
Eponimi in informatica
Le mie competenze gastronomiche sono limitate, come il mio contributo al post di Mara sugli eponimi in cucina. Posso però aggiungere qualche esempio di eponimi nel software, dove si trovano sia termini usati anche in altri settori (ad es. calendario giuliano, calendario gregoriano, prodotto cartesiano, tipi di carattere quali Bodoni e Garamond, ecc.) che eponimi che appaiono prevalentemente in ambito informatico.
Qualche esempio con i termini inglesi e i loro equivalenti italiani:
| Andrew File System | file system Andrew | File system distribuito sviluppato alla Carnegie-Mellon University, prende il nome dai fondatori dell’università, Andrew Carnegie e Andrew Mellon |
| ACIS (Andy, Charles’, Ian’s System) | ACIS | Motore di modellazione 3D; l’acronimo deriverebbe dalle iniziali dei nomi dei creatori, Alan Grayer, Charles Lang and Ian Braid, seguito da System o Spatial, o coinciderebbe con il nome inglese del personaggio mitologico Aci |
| Bezier curve | curva di Bézier | Un tipo di curva usata in computer grafica, dal nome dell’ingegnere francese Pierre Étienne Bézier |
| Black-Scholes | Black-Scholes | Un algoritmo che prende il nome da Fischer Black e Myron Scholes |
| Boolean | booleano | Relativo a operatori logici, dal matematico inglese George Boole |
| Bourne shell | Bourne shell | Shell per UNIX sviluppata da Steve Bourne |
| Boyce-Codd Normal Form | forma normale di Boyce-Codd | Un livello di normalizzazione (processo di organizzazione dei dati) nei database relazionali, definito da Raymond Boyce ed Edgard Codd |
| Gantt chart | diagramma di Gantt | Diagramma per la rappresentazione di attività su un asse temporale, da Henry Gantt |
| Gaussian Blur | sfocatura gaussiana | Effetto applicato a un’immagine (vedi sotto), con riferimento a Carl Friedrich Gauss |
| Kerberos | Kerberos | Protocollo di autenticazione, dal nome inglese della figura mitologica Cerbero |
| Pascal Case/Casing | Pascal Case (anche notazione Pascal) | ConvenzioneDiScrittura in cui le parole che compongono un elemento sono scritte senza spazi e con l’iniziale maiuscola, dall’uso nel linguaggio Pascal (in onore di Blaise Pascal) |
| Perlin Noise | Perlin Noise (anche Rumore di Perlin) | Una tecnica sviluppata da Ken Perlin per aumentare il realismo nella computer grafica |
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| Immagine originale | Immagine con sfocatura gaussiana |
Aggiornamento 8 aprile 2009 – Ho notato un po’ di traffico su questa pagina generato da ricerche sulla pronuncia di Scholes: si può sentire qui.
Office 2007: correttore ortografico contestuale
Post pubblicato il 21 gennaio 2009 in blogs.technet.com/terminologia
I correttori ortografici tradizionali analizzano ciascuna parola di un testo e la ritengono corretta se è presente nel loro dizionario. Nelle lingue ricche di omofoni, però, sono molto comuni gli errori in cui vengono confuse parole che hanno la stessa pronuncia ma ortografia diversa, ad es. in inglese lose e loose o it’s e its. In questi casi i correttori ortografici tradizionali non servono a molto.
Il correttore ortografico contestuale di Office 2007, invece, aiuta a evitare questo tipo di errore in inglese, tedesco e spagnolo. Viene analizzato il contesto definito dalle parole adiacenti per determinare se sia stata usata la forma corretta, ad es. nella sequenza inglese *their the best example un aggettivo possessivo non può essere seguito da un articolo determinativo e il correttore suggerirà they’re.
Gli errori identificati dal correttore ortografico contestuale sono sottolineati da una linea ondulata blu e distinti così da quelli di ortografia o battitura, segnalati invece da una linea ondulata rossa. Anche in questo esempio le parole evidenziate sono corrette se analizzate individualmente (ad es. bee=ape) ma errate nel contesto in cui appaiono:
Per l’italiano si avverte meno l’esigenza di questo strumento: spesso gli omofoni italiani hanno la stessa grafia, es. il sostantivo do e la voce verbale do, e negli altri casi le differenze dovrebbero essere note, ad es. la preposizione da e il verbo dà oppure articolo+sostantivo la vista e pronome+verbo l’ha vista. Chi è stato attento alle elementari non dovrebbe avere problemi ma, a giudicare da certi errori che si vedono in giro, forse non è il caso di essere troppo ottimisti…
Alcuni errori di ortografia non identificabili dal correttore ortografico italiano sono comunque gestiti dalla Correzione automatica di Office:

Per saperne di più sul correttore ortografico contestuale: Office Natural Language Blog e Office Hours: The next generation of the spell checker.
Vedi anche: Il correttore ortografico e l’effetto Cupertino.
Con Songsmith tutti possono sentirsi cantautori!
Post pubblicato l’8 gennaio 2009 in blogs.technet.com/terminologia
Songsmith è un nuovo prodotto creato da Microsoft Research per chi vuole provare a scrivere canzoni anche senza conoscere la musica.
Basta inventarsi una melodia, scegliere un genere musicale, cantare seguendo la base ritmica e Songsmith genererà l’accompagnamento indicando gli accordi usati. La canzone creata potrà poi essere modificata a piacere, salvata e condivisa.
Dettagli, video e demo sul sito di Songsmith, con informazioni sulla ricerca che ha portato a questo progetto e il tipo di algoritmi usati.
Trovo che il nome Songsmith sia molto efficace, anche se forse non è facile da ricordare per chi non parla inglese. Mi fa pensare a wordsmith, un termine che mi è sempre piaciuto molto per descrivere una persona abile con le parole. Il suffisso –smith, che in origine identificava attività che implicano la lavorazione dei metalli (es. silversmith, goldsmith, blacksmith, ecc.), può essere usato per descrivere una persona con un’abilità “artigianale”, anche in senso figurato, come appunto wordsmith e songsmith ma anche soundsmith e tunesmith.
PowerPoint, pongo e animazioni
Post pubblicato il 22 dicembre 2008 in blogs.technet.com/terminologia
Suggerimento per un’attività da fare con i bambini durante le vacanze di Natale: creare una semplice animazione passo uno (stop motion) con una fotocamera digitale, del pongo e Microsoft PowerPoint. Ecco come:
| 1 | Decidere la storia e le trasformazioni che subirà l’oggetto di pongo |
| 2 | Fissare la fotocamera a un supporto per garantire la stessa inquadratura |
| 3 | Modellare il pongo facendo minime modifiche, una alla volta |
| 4 | Scattare una foto per ogni modifica (se ne otterranno varie decine) |
| 5 | Creare una nuova presentazione in PowerPoint |
| 6 | Impostare come automatico il passaggio tra una diapositiva e l’altra, specificando l’intervallo di tempo più basso |
| 7 | Inserire la sequenza di foto, una per diapositiva |
| 8 | Far partire la presentazione: fatto! |
È un’idea semplice da realizzare che ho letto sabato nell’inserto Family di The Guardian (anche online, qui): in Gran Bretagna c’è una grande tradizione per questo tipo di animazioni, basti pensare alle creazioni della Aardman tra cui Wallace & Gromit.
A questo proposito, il giorno di Natale la BBC trasmetterà proprio una nuova avventura di Wallace & Gromit, A Matter of Loaf and Death, che spero di riuscire a vedere quanto prima!
Nel contesto specifico di PowerPoint, Animazioni è il nome di una delle schede della barra multifunzione; per animazione si intende un effetto visivo o sonoro che viene aggiunto a del testo, a un oggetto o a una diapositiva.
Applicare gli effetti di animazione in PowerPoint 2007 è davvero semplice (direi che alle conferenze si vede subito chi usa la versione 2007 e chi no!).
Penso invece che operare a livello di Schema diapositiva (l’equivalente dei modelli in Word) non sia altrettanto intuitivo, eppure è molto utile per evitare di ripetere le stesse impostazioni per ogni singola diapositiva e, in questo caso, semplificare l’operazione se le foto vengono inserite da un bambino. Per chi non usa spesso PowerPoint, al punto 6 delle istruzioni sopra si procede così:
| ▄ | Sulla barra multifunzione scegliere il gruppo Visualizza |
| ▄ | Nel gruppo Visualizzazioni presentazione fare clic su Schema diapositiva |
| ▄ | Passare alla scheda Animazioni |
| ▄ | Impostare la transizione tra diapositive rendendola automatica (a destra) |
| ▄ | Scegliere la scheda Schema diapositiva (la prima a sinistra) |
| ▄ | Fare clic su Chiudi visualizzazione schema (pulsante rosso) |
| ▄ | Continuare con il punto 7 |
Se invece si pensa che l’intervallo minimo di un secondo per la transizione automatica sia troppo lungo, si può scegliere di passare da un’immagine all’altra più tradizionalmente con un clic del mouse, anche se non sarebbe molto pratico.
Ci sono programmi più adatti di PowerPoint per queste animazioni, ovvio, ma mi sembra comunque una bella idea per un primo esperimento da fare con i bambini e senza dover ricorrere a nessuna preparazione o strumenti specifici.
Per rimanere in tema, un glossario interessante: Le parole dell’animazione.
Silenzio… the server is quiesced
Post pubblicato il 24 novembre 2008 in blogs.technet.com/terminologia
Il messaggio di errore Server is currently quiesced ha attirato l’attenzione di Language Log e ha portato a una disquisizione morfosintattica sul termine quiesce in ambito informatico.
Il verbo quiesce /kwɪ’ɛs/ è raro nell’inglese standard, tanto che molti dizionari non lo registrano. Significa "diventare (più) silenzioso", ha la stessa etimologia latina del più comune quieten ed è un verbo intransitivo.
In ambito informatico, invece, quiesce è stato trasformato in un verbo transitivo che descrive l’azione "rendere temporaneamente e/o gradualmente inattivo", ad es. un processo, un server, un database, ecc. Chi parla una lingua neolatina probabilmente riconosce questo significato (cfr. quiescenza) ma in inglese risulta nuovo, come si vede da questo commento al post originale:
It would appear that one geek, or one team of geeks, came up with this new use of quiesce, so well done to them, I guess, for inventing a non-idiotic usage that’s stuck.
L’esempio di quiesce mette in evidenza un aspetto tipico della terminologia informatica: per esprimere concetti specifici si può attingere all’enorme lessico inglese e appropriarsi di termini insoliti o desueti, dando loro un nuovo significato non presente nella lingua standard. Nella localizzazione, in questi casi, i termini vanno visti come "etichette" e si deve lavorare soprattutto sul concetto che rappresentano e il contesto di utilizzo: le indicazioni di dizionari monolingui e altri riferimenti non specializzati raramente sono utili*.
Nei prodotti Microsoft il verbo quiesce è usato in Office SharePoint Server dove fa riferimento alla disattivazione graduale di un servizio, una server farm o un modulo, effettuata non accettando nuove sessioni e consentendo alle sessioni esistenti di essere portate a termine.
In mancanza di un verbo italiano specifico si è optato per disattivare, scelta condivisa da parecchie lingue; altre hanno preferito l’equivalente di "sospendere", "passare alla modalità inattiva", "fermare" e anche silenciar (portoghese) e passivisere (norvegese). In tutti i casi è stato messo in evidenza uno degli aspetti espressi dal concetto originale, ricorrendo a termini già esistenti e dal significato più ampio ma perdendo l’unicità del neologismo semantico quiesce.
Ancora una volta, difficile competere con la ricchezza lessicale inglese!
* Esempio di come non sia sempre possibile fare riferimento al significato standard dei termini inglesi: i commenti al post Domande sulle risposte.
Commento di .mau.:
insomma, il server è in pensione
In realtà per l’italiano basterebbe ritornare a fare come nel secolo scorso e crearceli anche noi, i neologismi. Pensa al gergo calcistico di Giuan Brera…
Commento di Iso:
Il Merriam Webster riporta (http://www.merriam-webster.com/dictionary/quiescent) quiescent, dal latino quiescere e propone come sinonimo latent, anch’esso di derivazione latina, da latere, per il quale offre, come sinonimi, dormant, quiescent, potential. Il Longman (http://www.ldoceonline.com/dictionary/quiescent) ne riporta la natura formale. Il De Mauro lo riporta, col significato di inattivo e riporta anche quiescere. Il Treccani fa invece riferimento all’ambito scientifico (vulcanologia). In entrambi i casi (per la ricerca sul Battaglia è necessario un po’ più di tempo disponendo solo della versione cartacea), si tratta di un vocabolo colto, direi dotto. Qualche giorno fa Dennis Baron (http://illinois.edu/blog/view?blogId=25&topicId=2356&count=1&ACTION=VIEW_TOPIC_DIALOGS&skinId=286) ha ironizzato sulla decisione di tre cittadine inglesi di bandire l’uso del latino perché lontano dall’uso comune. Perché rinunciare all’uso sapiente di un termine di connotazione dotta banalizzandolo, specie quando la lingua di destinazione lo ospita ancora nell’uso comune e il prodotto di riferimento non è esattamente di uso generale? A volte è il malinteso rispetto per gli utenti a trasformarli in utonti.
Commento di Alex:
Posso capire i problemi che il messagio ‘Server is currently quiesced’ avrà causato! Probabilmente lo sai che c’é anche il verbo ‘acquiesce’ http://www.thefreedictionary.com/acquiesce , che non vuol dire proprio il contrario di quiesce!
Immagino che ci siano abbastanza anglofoni che sappiano di ‘acquiesce’ ma non quiesce!
A volta l’inglese e l’italiano sembrano parenti, mentre altre volte non sembra per niente il caso! Il trucco é di sapere quando le due lingue si assomigliano, ma non é facile!
Mia risposta:
@ .mau. Confesso la mia ignoranza abissale per tutto quello che ruota attorno al mondo del calcio (al punto che non ho neanche visto la finale dei mondiali, ed ero in Italia!), in compenso tale Carlo Brera, traduttore un po’ maldestro, mi aveva dato parecchi spunti per la tesi
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@ Iso: nel caso di sostantivi e aggettivi effettivamente c’è più flessibilità, ma con i verbi le cose si complicano. Personalmente credo che un eventuale verbo quiescere risulterebbe fuori luogo in un prodotto localizzato in italiano (non oso immaginare, ad esempio, il participio passato: the server is quiescing and will be fully quiesced at <time> = il server…?).
Cerchiamo sempre di valutare i termini nel contesto di tutta la terminologia usata nel prodotto e non individualmente; quella che abbiamo scelto ci è sembrata la soluzione più adatta.
Liberi, ovviamente, di pensarla diversamente
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@ Alex, per fortuna finora a nessuno è ancora venuto in mente di usare acquiesce nel software Microsoft, anche se credo che, nel caso, ce la potremmo cavare con acconsentire
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Infine un commento di Elio:
Aggiungo un significato dell’aggettivo "quiescent". Il contesto è l’elettronica e il significato mi sembra leggermente diverso da quello del verbo "quiesce" in SharePoint: in elettronica "quiescent current" e termini correlati vengono tradotti in "corrente a/di riposo".
Preciso che in questo ambito "quiescent" è un termine comune e non considerato insolito come invece il verbo "quiesce".
Inglese, latino e termini informatici
Post pubblicato il 12 novembre 2008 in blogs.technet.com/terminologia
La settimana scorsa nei paesi di lingua inglese si è parlato molto della decisione di alcuni comuni ed enti britannici di bandire termini ed espressioni latine dalle loro comunicazioni perché considerati elitari e quindi non politicamente corretti (ad es. BBC e The Guardian e blog qui, qui e qui).
Si calcola che circa il 30% del lessico inglese derivi direttamente dal latino, senza contare i termini entrati in seguito dal francese. In molti casi l’ortografia inglese riproduce quella originale latina.
Anche nella terminologia usata nel software inglese non mancano gli esempi "latini": ad hoc (ad es. ad hoc network), addendum, agenda, album, area, audio, data, formula, forum, media, per diem, persona, pro forma, quorum, quota, ratio, replica, spectrum, status, via, video, virus, etc…
Per verificare l’etimologia dei termini inglesi: Online Etymology Dictionary.
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Aggiornamento luglio 2010 – Sull’uso del latino nella terminologia, anche informatica, un bell’intervento di BIK Terminology: Use and Misuse of Latin.
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È stata fatta una ricerca per la categoria “software”.




