Post nella categoria “software”
I nomi dei browser
How to name a web browser (by those who have) raccoglie alcuni dettagli sull’origine dei nomi dei browser più noti.
Internet Explorer è un nome trasparente e descrittivo che risale al 1995, quando non tutti avevano ancora le idee chiare su cosa si potesse fare su Internet. Poteva richiamare lo slogan usato da Microsoft in quegli anni, “Where do you want to go today?”, e c’era sicuramente un riferimento non troppo velato al nome del principale concorrente dell’epoca, Netscape Navigator: c’è chi si limita a navigare e chi invece esplora.
Mozilla inizialmente era un nome in codice di Netscape Navigator e stando a una leggenda metropolitana sarebbe una parola macedonia formata da Mosaic + killer perché il browser avrebbe dovuto eliminare dal mercato Mosaic, al tempo l’unico concorrente. Nel logo appariva il mostro Godzilla.
Il pulsante “fiocco di neve” di YouTube
Cercando un video su YouTube ho notato un nuovo pulsante a forma di fiocco di neve
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Prima ancora di provare a capire come funzionasse, la mia reazione è stata pensare che fosse un comando Freeze e che quindi il simbolo fosse intuitivo solo nelle lingue in cui viene usata la stessa metafora. Invece non c’era bisogno di interpretare nulla perché il pulsante serve proprio a far nevicare sul video: brutta cosa la deformazione professionale!
Vedi anche: Fiocchi di neve in formato testo.
Paese che vai, divisioni che trovi
Numbers and Counting: American vs. French descrive alcune differenze culturali relative ai numeri: come vengono usate le dita per contare, l’aspetto dei numeri scritti a mano (ne avevo accennato anch’io in Se i numeri sono un’opinione), i separatori di migliaia e decimali e il modo di scrivere in colonna le divisioni a due o più cifre.
Mi ha fatto tornare in mente il simbolo matematico “misterioso” di Equation Editor nelle versioni di Microsoft Office fino alla 2003 (a destra e sotto). In italiano era stato incautamente localizzato con divisione lunga (traduzione letterale di long division) ma suscitava solo perplessità: è tipico di Stati Uniti, Messico e altri paesi ma non si usa in Europa.

Chiedendo informazioni ai colleghi di varie nazionalità avevo scoperto che, a seconda del paese, ci sono molti modi diversi di scrivere a mano le divisioni: variano la posizione di dividendo e divisore, il modo di annotare i calcoli e l’elemento grafico che separa i numeri. Un paio di esempi di 435 diviso 25:

E c’è anche chi, come i tedeschi, non usa elementi grafici (esempio qui; altri esempi delle notazioni usate in varie parti del mondo alla voce Long Division in Wikipedia).
Anche altre operazioni in colonna si scrivono in maniera diversa a seconda del paese, ad es. nelle addizioni gli americani posizionano il segno + a sinistra di ciascun addendo a partire dal secondo (per noi va a destra a partire dal primo) e non aggiungono il segno di uguale.
Una delle regole dell’internazionalizzazione del software è quella di non usare testo nella grafica per evitare interventi costosi di localizzazione, mentre si tende a pensare che gli esempi con numeri siano immuni a fattori culturali. Ricordo invece che in un programma di software per bambini appariva una lavagna con alcune addizioni nel formato americano e per la versione italiana si era dovuto sostituire le immagini perché sarebbero potute sembrare “sbagliate” e avrebbero potuto far dubitare del valore educativo del prodotto.
Probabilmente, però, ora quasi nessuno fa più i calcoli a mano e queste differenze stanno diventando irrilevanti!
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Strumento Dizionario in Google
Solo recentemente ho notato lo strumento Dictionary / Dizionario nella sezione More search tools / Più strumenti nella barra laterale sinistra dell’interfaccia principale di Google.
È disponibile una trentina di lingue e per undici di queste, tra cui l’italiano, si può scegliere l’opzione dizionario monolingue oppure bilingue da e verso l’inglese (per le altre solo il dizionario bilingue).
Ho fatto qualche prova e mi sembra che per il momento si ottengano risultati interessanti soprattutto in inglese, mentre negli altri casi le opzioni siano più limitate.
Come si può immaginare, i dettagli visualizzati per ogni ricerca variano in base al tipo di parola. Ad esempio, cercando handy in inglese, si ottiene trascrizione fonetica, pronuncia, sinonimi, definizioni con esempi, frasi correlate, lingue in cui esiste la stessa parola, esempi d’uso e definizioni dal Web (le stesse che si ottenevano con l’operatore di ricerca define:). Cercando handy nella combinazione English <> German, vengono visualizzate le traduzioni in tedesco, in aggiunta alle informazioni appena elencate.
In italiano e nelle altre lingue in cui ho provato, invece, mi sembra che si ottengano solo le definizioni dal Web ed eventualmente, ma non sempre, le traduzioni verso l’inglese, quindi immagino che questa funzionalità sia ancora in fase di sviluppo.
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Vedi anche: Dizionari di inglese online
Nota: dopo aver usato una combinazione bilingue, si può tornare al dizionario monolingue inglese scegliendo English dictionary, opzione che appare seguendo l’ordine alfabetico delle varie lingue. Secondo me sarebbe stato più intuitivo inserire questa opzione all’inizio dell’elenco, separandola visivamente dalle altre, perché dictionary rappresenta una funzionalità diversa e non il nome di una lingua; in questo modo, forse si sarebbe potuto evitare anche il problema di localizzazione dell’interfaccia italiana, dove si fa fatica a trovare Dizionario di inglese:
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Problemi con l’operatore “define” di Google
Aggiornamento: questo post è già obsoleto, sembra infatti che il problema sia appena stato risolto! A fine maggio 2011 ci sono di nuovo problemi…
Tra tutti gli operatori di ricerca di Google, il mio preferito è define:, che raggruppa definizioni da varie fonti per il termine cercato (anche di più parole, basta digitarle dopo i due punti, che non vanno seguiti da spazio).
Ultimamente, però, l’operatore non funziona più, forse perché è disponibile il nuovo strumento Dizionario, di cui parlo qui. Si può provare senza i due punti, come suggerito in Explore Google Search, ma anziché definizioni ordinate, come nell’esempio di define:terminologia qui sopra, si ottengono i risultati corrispondenti a una ricerca standard che oltre alla parola voluta contiene anche definizione o i suoi sinonimi.
Spero che la funzionalità venga ripristinata. [Aggiornamento maggio 2011: il suggerimento che segue non è più valido]. Nel frattempo, per puro caso, mi sono imbattuta in una soluzione temporanea : nel link che descrive la ricerca sulla barra degli indirizzi del browser, basta sostituire la lettera q che appare dopo search?& con query. Esempio:
| ▄ | www.google.com/search?&q=define%3Aserendipity restituisce il messaggio No definitions were found for serendipity |
| ▄ | www.google.com/search?&query=define%3Aserendipity visualizza 15 definizioni per serendipity |
Agg…
Vedi anche: Strumento Dizionario in Google e Ricerca terminologica e verifiche con Google.
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Ricavare un elenco con Trova e sostituisci (Word)
Un commento a Per appassionati di calcio: football words fa notare che la notizia originale era stata ripresa anche dal Corriere della Sera, seppure con qualche svista di traduzione.
Di calcio non so praticamente nulla e quindi non aggiungo osservazioni, però, se qualcuno volesse confrontare i due testi, c’è un modo semplice per ricavare velocemente l’elenco dall’articolo originale, approfittando della formattazione in corsivo delle parole rilevanti:
| Testo originale | Elenco di parole | |
| […] what to call different areas of the pitch – the goal, made up of the goalposts and the crossbar (collectively the woodwork), the box, the touchlines, and of course left and right […] |
|
[…] 20) pitch, 21) goal, 22) goalposts, 23) crossbar, 24) woodwork, 25) box, 26) touchlines, 27) left, 28) right […] |
Per ottenerlo si possono usare le funzioni avanzate di Trova e sostituisci in Word. Per chi non avesse mai provato, ho descritto i passaggi da seguire (ci vuole sicuramente più tempo a leggerli che non a ricavare l’elenco, per il quale bastano davvero solo due minuti!).
IBM Watson contro umani: 1-0
Aggiornamento a Computer e linguaggio naturale: IBM Watson: l’argomento è di nuovo alla ribalta perché il supercomputer di IBM ha vinto la sfida contro due campioni umani al telequiz Jeopardy!
IBM ha pubblicato alcuni nuovi video, ad es. qui i momenti cruciali del programma televisivo e qui le prospettive future per le tecnologie perfezionate da Watson.
Interessante vedere come è stata definita la “presenza scenica” di Watson, ovvero il sistema di sintesi vocale che gli dà la voce e la grafica che lo caratterizza:
(forse in futuro gli daranno anche un volto, come l’interfaccia a cui sta lavorando Microsoft Research, descritta in Photo-Real Talking Head?)
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Computer e linguaggio naturale: IBM Watson
Watson è il nome di un supercomputer di IBM che combina tecnologie avanzate di elaborazione del linguaggio naturale, analisi dei dati, information retrieval, rappresentazione della conoscenza e apprendimento automatico.
Sfrutta una tecnologia sviluppata da IBM, DeepQA, un sofisticato sistema di Question Answering che riesce a comprendere ed elaborare domande in linguaggio naturale e formulare risposte precise, proprio come farebbe una persona.
Analizzare una frase e capirne complessità, ambiguità, riferimenti culturali, informazioni implicite, ironia, giochi di parole ecc. è un’attività normale per un umano ma complessa per un computer (l’esempio classico e più banale di ambiguità è “Marco guarda la ragazza con il binocolo”: noi possiamo desumere facilmente dal contesto o da altri dati chi ha lo strumento ma per il computer è più difficile arrivare alla conclusione corretta).
A dimostrazione dell’altissimo livello raggiunto dalle tecnologie IBM, in febbraio 2011 Watson parteciperà a Jeopardy!, il più famoso programma di quiz americano (il format usato da Mike Bongiorno in Rischiatutto). Tanto per dare un’idea, Watson è in grado di trovare la risposta corretta a definizioni tipo “ragazzino che sa volare ma anche uomo emotivamente sottosviluppato”. Il filmato che ne parla è molto interessante:
(da vedere anche The Next Grand Challenge e Building Watson. A Brief Overview of the DeepQA Project)
Le implicazioni pratiche di un sistema di analisi così avanzato sono ovviamente enormi. Per chi vuole saperne di più: il sito IBM Watson e un’intervista a uno dei ricercatori (ringrazio Elio per i link).
Aggiornamento 17 febbraio 2011: al telequiz Jeopardy!, Watson ha vinto la sfida contro i concorrenti umani! Per i dettagli, How Watson Trounced The Humans in Visual Thesaurus; per chi desiderasse approfondire l’argomento Watson, interessante un intervento recente di Language Log, Jeopardizing Valentine’s Day.
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PS Il nome del progetto non c’entra nulla con l’assistente di Sherlock Holmes ma è quello del fondatore di IBM, Thomas J. Watson.
Vedi anche: IBM Watson contro umani: 1-0 (aggiornamento), La mente: foglio di calcolo o motore di ricerca? e Il linguaggio: una finestra sulla natura umana.
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Fiocchi di neve in formato testo
Ultimamente parecchi leggono Ancora neve: schema snowflake e caratteri Unicode cercando informazioni su come ottenere i caratteri che rappresentano i fiocchi di neve.
Nei documenti di Word è davvero semplice: basta digitare il codice Unicode (2744, 2745 o 2746), quindi premere Alt+X e il codice verrà convertito in simbolo.

Se non si ricorda il codice, si può inserire il carattere dalla tabella dei simboli. È la procedura da seguire anche in PowerPoint: scegliere la scheda Inserisci, il gruppo Testo, quindi Simbolo; selezionare un tipo di carattere che includa i simboli desiderati (ad es. Arial Unicode MS o MS Gothic), in basso a destra nell’elenco da selezionare Unicode (hex), quindi in alto a destra nell’elenco Sottoinsieme selezionare Dingbat. I caratteri per i fiocchi di neve si trovano subito dopo quelli floreali e hanno i codici 2744, 2745 e 2746.
Se il simbolo viene usato spesso, Word consente di associargli una combinazione di tasti di scelta rapida oppure una sequenza di caratteri che verrà convertita automaticamente nel simbolo grazie alla Correzione automatica (opzioni disponibili nella finestra Simbolo).
…oppure si può fare il copia e incolla dei caratteri qui sotto (visualizzati correttamente solo se nel sistema è installato Arial Unicode MS):
❄ ❅ ❆ ❄ ❅ ❆ ❄ ❅ ❆ ❄ ❅ ❆ ❄ ❅ ❆ ❄
Lorem ipsum in Word

Il testo riempitivo in (pseudo) latino noto come lorem ipsum, usato in bozze o prove grafiche al posto di testo “reale”, è ora abbastanza diffuso da essere subito riconoscibile. Ha una storia antica: sembra sia stato usato per la prima volta da uno stampatore del 1500 che aveva ricavato le parole da uno scritto di Cicerone (tutti i dettagli in Wikipedia).
Se vediamo il testo lorem ipsum…, ormai non ci facciamo troppo caso. Una ventina di anni fa però non era così comune e so che c’erano stati utenti italiani che, trovandolo per la prima volta in qualche manuale di software, si erano lamentati. I motivi erano due:
| ▄ | testo latino errato, con problemi di sintassi e sequenze di caratteri o lettere sconosciute agli antichi romani, come ad es. nonummy |
| ▄ | troppe parole negative, o percepite come tali, quali dolor, dolore, odio… …ed eros! |
Lungi da me l’idea di formulare ipotesi sul tipo di persone che decidono di contattare il servizio clienti o il supporto tecnico per questi problemi… ![]()
Aneddoti a parte, forse non tutti sanno che in Word c’è una funzione per inserire automaticamente questo tipo di testo. Se nella scheda Correzione automatica è selezionata l’opzione Sostituisci il testo durante la digitazione, basta inserire
=lorem()
e premere Invio per ottenere tre paragrafi di testo di tre frasi ciascuno. Si può anche specificare il numero di paragrafi e di frasi, ad es. =lorem(2,8) genererà due paragrafi di otto frasi ciascuna.
Una funzione simile è =rand.old() che nella versione inglese di Word consente di inserire paragrafi e frasi con il pangramma The quick brown fox jumps over the lazy dog e in quella italiana restituisce invece Cantami o Diva del pelide Achille l’ira funesta.
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Excel, glossari ed elenchi a discesa
In Gestione della terminologia e localizzazione facevo notare come negli anni ci sia stata un’evoluzione nelle modalità e negli strumenti usati per le attività linguistiche all’interno del ciclo di vita di un prodotto. Non è un’osservazione limitata alla produzione di software: in tutti i settori in cui viene fatta una gestione sistematica della terminologia si è passati dalle rudimentali liste di termini in file di testo di una ventina di anni fa a database terminologici sviluppati ad hoc o creati con una delle soluzioni disponibili sul mercato.
Chi ha lavorato con me conosce bene la mia avversione ai fogli di calcolo per attività linguistiche, però posso capire che, in contesti non professionali, programmi come Excel siano una soluzione accettabile per creare rapidamente dei semplici glossari.
In questi casi, oltre ai termini e alle definizioni, è ovviamente consigliabile includere anche metadati come ad es. parte del discorso, genere (in italiano essenziale per i prestiti), fonte, dominio, note ecc., da scegliere in base alle proprie esigenze ma cercando di rispettare standard che, in futuro, faciliterebbero l’esportazione dei dati in altri strumenti.
Per le categorie di dati con valori predefiniti (ad es. in italiano genere prevede solo le due opzioni maschile o femminile), in Excel si può usufruire dell’opzione Convalida dati e creare un elenco a discesa da cui selezionare la voce appropriata, velocizzando così l’immissione dei dati e soprattutto riducendo la possibilità di errore (ad es. di battitura o di valore non previsto). Il procedimento è molto semplice ed è descritto in Creare un elenco a discesa da un intervallo di celle e nel video Create a drop-down list in Excel.
Nelle ricerche all’interno del glossario sono poi molto utili i filtri per testo, soprattutto per i campi a testo libero i cui dati siano stati inseriti in maniera sufficientemente controllata (ad es. definizioni formulate secondo un modello prestabilito). Si potrà, ad esempio, identificare tutti i verbi in un particolare ambito d’uso le cui definizioni contengano una certa parola ma non un’altra (usando, se necessario, anche i caratteri jolly).
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Errori con gli accenti: colpa di computer e cellulari?
Ringrazio Elisa, che mi ha mandato un trafiletto intitolato "La “pigrizia” del computer, tratto da uno speciale sulla lingua italiana in una rivista femminile:
Ci sono alcune affermazioni che non trovo condivisibili:
| ▄ | “L’uso dell’apostrofo al posto della lettera accentata si sta diffondendo ovunque”: era sicuramente così anni fa, specialmente per chi non usava tastiere italiane o si trovava a usare software che non accettava i cosiddetti caratteri estesi; mi sembra però un fenomeno in calo più che in crescita, perlomeno tra i “non tecniconi”, anche perché i correttori ortografici sono molto diffusi e segnalano questi errori. |
| ▄ | “L’uso dell’apostrofo rende difficile distinguere tra accento grave e acuto e porta agli errati perchè, poichè”: credo che la causa possa essere un’altra. Chi scrive a mano non differenzia gli accenti, o perlomeno non lo facevano quelli della mia generazione, che alle elementari scrivevano ogni accento come una specie di arco sopra la vocale, ad es. |
| ▄ | “L’uso dell’apostrofo rende difficile distinguere tra accento e apostrofo, come in pò scritto con l’accento, anziché il corretto po’ ”: se fosse vero quanto affermato più sopra, sarebbero in pochi a scrivere *pò e preferirebbero la forma con l’apostrofo, e comunque non spiega perché siano così diffusi gli altrettanto raccapriccianti *fà, *sò, *sà, *dò, ecc. |
| ▄ | “Anche il correttore ortografico di alcuni cellulari suggerisce la grafia pò!”: francamente sono perplessa che ci sia chi possa pensare che i sistemi di scrittura facilitata tipo il T9 siano correttori ortografici. Sono due strumenti ben diversi, e se anche entrambi utilizzano informazioni relative alla frequenza delle parole nella lingua, lo fanno con modalità e scopi diversi. Immagino che il problema di *pò nel T9 sia dovuto alla forte presenza dell’errore nei corpora usati per creare il “dizionario” di riferimento, e dei corpora fanno spesso parte intere annate di giornali. Sicuramente non sono solo io ad avere notato quanto sia diffuso l’orrendo *pò nei principali quotidiani, soprattutto online: forse computer e cellulari in questo caso sono innocenti e a contribuire a questo errore è stata la “pigrizia” (ortografica) di qualche giornalista?!? |
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[pubblicato automaticamente: sto facendo una pausa, ci risentiamo a fine mese]
Vedi anche: Accenti gravi e acuti in italiano, Internet ed errori di ortografia e, sulle maiuscole accentate, È o non E’?! Scrivere per il Web.
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Si traduce meglio con Google, Yahoo! o Bing?
Segnalo anch’io un’iniziativa di cui stanno parlando in molti: uno studio di Gabble On per valutare i motori di traduzione automatica di Google, Yahoo! (Babel Fish) e Microsoft (Bing).
Finora sono stati raccolti circa 900 voti per 22 lingue ma per avere dati statisticamente significativi la ricerca si prefigge di arrivare ad almeno a 10000 voti entro la fine di marzo.
Per partecipare: Which Engine Translates Best? (c’è un Apple iPad in premio).
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Vedi anche: post con tag traduzione automatica e in particolare Traduzione automatica: Windows Live Translator per le principali differenze tra motori di traduzione di tipo statistico (Google e Microsoft) e basati su regole (Systran, il sistema usato da Babel Fish).
E visto che è venerdì, per sorridere sulla traduzione automatica e umana: Translation Humor & Mocking Machine Translation (da eMpTy Pages, un bel blog su tecnologie per la traduzione, globalizzazione e collaborazione).
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effetto mouseover: la “serrandina”
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Luisa Carrada nel blog del mestiere di scrivere ha usato un nome molto efficace, “serrandina”, per identificare un effetto usato in siti come The Guardian: è il breve testo descrittivo associato ad alcuni titoli e visualizzabile facendo passare il puntatore del mouse sopra ai titoli stessi.
Si tratta di un effetto mouseover (evento mouseover da un punto di vista più di programmazione): quando il puntatore del mouse passa sopra un elemento, questo cambia aspetto, ad es. un pulsante diventa di un altro colore,
un’immagine o del testo vengono visualizzati in una finestrella popup, appare un URL sulla barra di stato, ecc. Un esempio tipico e noto a tutti: le descrizioni dei comandi sulle barre degli strumenti (tooltip).
In inglese la “serrandina” è un tipo di mouseover dropdown (è un effetto che appare “a discesa”); non so se esista un termine specifico ma immagino si possa chiamare mouseover dropdown box o mouseover dropdown text.
E in italiano? In un contesto sulla comunicazione, come nel blog del mestiere di scrivere, “serrandina” è perfetto. In istruzioni o materiale di riferimento, dove ci si aspetta terminologia meno informale, andrebbero invece fatte altre considerazioni. Se dovessi proporre un termine, innanzitutto analizzerei il concetto e il relativo sistema concettuale originale (ad es. gli altri concetti subordinati a mouseover dropdown, come mouseover dropdown menu, e i concetti correlati relativi ad altri eventi del mouse, tipo mouseclick), poi, dopo aver verificato l’uso del termine all’interno del prodotto, stabilirei se altrove è diffuso e già standardizzato oppure se esistono alternative in contesti di utilizzo diversi, quindi, se necessario, farei alcune valutazioni in base al tipo di utente finale, ad esempio:
| ▄ | se è un utente generico a cui si vuole illustrare la funzionalità del sito Web, si potrebbe optare per una descrizione come testo a discesa che appare al passaggio del mouse; è una soluzione lunga e non identifica il concetto con un termine univoco ma è accettabile se è l’unica occorrenza: ha il vantaggio di essere esplicita e non costringe l’utente a imparare nuovi termini |
| ▄ | se si tratta di un utente con competenze tecniche si potrebbe proporre invece testo a discesa con mouseover (sottinteso “effetto” e/o “evento”); è utile mantenere il riferimento all’inglese mouseover se fa parte del codice che definisce l’evento |
In entrambi i casi opterei per testo per il tipo di effetto, anche se è molto generico, perché nelle interfacce grafiche descrizioni più specifiche come casella o riquadro sono già associate a concetti ben definiti, ad es. casella di testo corrisponde all’inglese textbox e implicherebbe l’inserimento di testo da parte dell’utente, invece non previsto qui: ecco sottolineata l’importanza dell’analisi del sistema concettuale, che identifica l’esistenza del concetto coordinato mouseover dropdown textbox e aiuta ad evitare incongruenze ed errori terminologici.
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Vedi anche: border / boundary / edge / perimeter network per alcuni esempi di relazioni tra concetti (subordinati, coordinati, correlati).
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Che cosa si deve premere?
Elio mi manda due esempi di quelle che lui chiama “interfacce utonte”:

Qui sopra che cosa si deve premere, Yes, No,
oppure
? E il pulsante
all’interno della finestra di dialogo ha la stessa funzione del pulsante nero di chiusura in alto a destra sulla barra del titolo, anche se ha una combinazione di colori e una forma diversa?
Andrebbe anche detto che il simbolo
(checkmark in inglese, segno di spunta in italiano) non ha lo stesso significato in tutte le culture e quindi potrebbe non essere adatto a prodotti destinati al mercato globale perché potrebbe risultare ambiguo (basti pensare ai questionari compilati a mano dove va fatta una scelta tra varie opzioni marcando delle caselle: noi italiani mettiamo crocette, gli americani segni di spunta).
Nell’altro esempio qui sotto, il segno di spunta dentro la finestra di dialogo e poi ripetuto come pulsante crea ulteriore confusione; il passaggio 2 dà un’informazione e quindi non dovrebbe richiedere conferma da parte dell’utente, eppure il pulsante per passare alla schermata successiva non è attivo:

Non proprio il massimo come esempi di usabilità! …
Vedi anche: Incongruenze del Bancomat e Usabilità e istruzioni per altri esempi di mancata corrispondenza tra istruzioni e interfaccia o illustrazioni.
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È stata fatta una ricerca per la categoria “software”.




