Post nella categoria “localizzazione”
Nomi, “ordine orientale” e localizzazione
Quando un alfabeto non basta (La parola del traduttore) è un intervento molto interessante di Antonietta Pastore, traduttrice dal giapponese, che fa vari esempi delle connotazioni culturali legate all’uso e all’impatto visivo dei tre diversi sistemi di scrittura giapponesi, kanji, hiragana e katakana, e delle difficoltà di trasmetterle in un’altra lingua.
Nomi propri giapponesi e “ordine orientale”
Si può notare anche un altro dettaglio: i nomi propri
citati nel testo sono presentati con il cognome seguito dal nome, ad es. Murakami Haruki e non Haruki Murakami come siamo più abituati a leggere in italiano e in altre lingue.
Il primo giovedì dell’anno
Oggi è il primo giovedì dell’anno, giorno significativo perché fa classificare la settimana in cui si trova come la settimana numero 1 dell’anno, perlomeno nei paesi che seguono lo standard ISO 8601, come l’Italia e la maggior parte dei paesi europei.
Non è comunque l’unico criterio e altrove vengono adottate convenzioni diverse:
[tabella da Wikipedia]
Queste informazioni sono ben note a chi si occupa di localizzazione perché fanno parte del concetto di locale. In ambiente Windows, ad esempio, sono previste tre impostazioni:
| ▄ | “sistema ISO”: la prima settimana dell’anno è la prima settimana con il giovedì |
| ▄ | “sistema USA”: la prima settimana dell’anno è la settimana del primo gennaio |
| ▄ | “altro”: la prima settimana dell’anno è la prima settimana completa di 7 giorni . |
Vedi anche: Date e localizzazione (anche senza traduzione)
Date e localizzazione (anche senza traduzione)
Nell’undicesimo dicembre del XXI secolo
Qualche giorno fa ho notato un vistoso errore nel formato della data italiana in un social network che si avvale del crowdsourcing per le versioni in lingue diverse dall’inglese.
È un problema che mi ha fatto tornare indietro negli anni, quando la localizzazione era un’attività ancora nuova e capitava di trovare esempi simili in software che era stato tradotto ma non adattato.
Tra le cause, non solo difficoltà tecniche (non esistevano le analisi di localizzabilità) ma anche mancanza di esperienza e scarsa consapevolezza delle differenze tra locale.
Copertine e localizzazione
Domanda a cui rispondere rapidamente, guardando soltanto l’immagine: i libri italiani sono di tipo a o di tipo b?
Parolacce, software e localizzazione
What do you love è la funzionalità di ricerca di Google, per il momento solo in inglese, che restituisce risultati da più di venti servizi diversi in un’unica interfaccia. Se però si digitano parolacce o volgarità (ad es. shit), si ottengono informazioni sui gattini (kitten).
C’è chi ha identificato le parole proibite e le ha elencate in Google’s Official List of Bad Words; la scoperta è stata ripresa in vari siti ma va detto che le cosiddette offensive word list sono abbastanza comuni e hanno varie applicazioni nello sviluppo di software.
Ad esempio, servono a evitare che appaiano parole offensive nelle sequenze di lettere e numeri generati automaticamente, come nei codici per la registrazione di software (eventualità non rara, basti pensare all’inglese e alle sue four-letter words!), oppure possono essere usate per filtrare messaggi di posta elettronica o altro contenuto.
Un altro tipico campo di applicazione sono i correttori ortografici e i sistemi di riconoscimento vocale e di riconoscimento della grafia.
Nomi, moduli, sviluppo e localizzazione
Personal names around the world (W3C) è un intervento davvero esauriente sulla variabilità dei nomi di persona in culture diverse e sulle implicazioni pratiche che può avere nella progettazione di database, ontologie e moduli (form) e relativa localizzazione, ad es. quanti e quali campi usare, come chiamarli, i presupposti da evitare nello sviluppo di algoritmi ecc. Credo possa essere interessante anche per chi non lavora in questo campo.
E chissà se la pubblicazione in questi giorni di nymwars è solo una coincidenza, visto che vengono evidenziati proprio i problemi descritti anche da chi ha un profilo di Google+ che non è conforme allo standard un nome + un cognome previsto dal sistema. Ad esempio, sembra che al momento possano essere sospesi i profili di Google+ con:
| ▄ | un unico nome (mononym), come Stilgherrian |
| ▄ | spazi all’interno del nome o del cognome, come in Maria Chiara o Della Casa |
| ▄ | segni di punteggiatura, come in O’Donnel |
| ▄ | combinazioni di maiuscole e minuscole, come in McDonald |
| ▄ | caratteri non-ASCII, ad es. lettere accentate, come in Niccolò |
Altri esempi in Google+ names policy, explained.
Vedi anche: Situazioni e Nomi propri in Localizzazione di esempi e riferimenti ed Elenchi telefonici, titoli e localizzazione.
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Cerchie di Google+
Due settimane fa è stato annunciato il progetto Google+ e, come prevedibile quando si tratta di social network, ne hanno parlato in molti, ad esempio qui.
Uno dei servizi di Google+ consente di creare gruppi di persone all’interno della propria rete di contatti e di definire cosa condividere con ciascun gruppo. In inglese questa funzionalità si chiama Circles e nella versione italiana Cerchie.
Apprezzo la scelta terminologica italiana perché trovo che cerchia descriva il concetto con molta più precisione di circle in inglese. Dal Dizionario di italiano Zingarelli:

Cerchia mi piace anche perché è un esempio abbastanza inconsueto di doppione: in questo caso è l’inglese ad avere un’unica parola, circle, mentre in italiano ce ne sono tre, circolo, cerchio e cerchia, a ciascuna delle quali sono associati significati simili ma ben differenziati.

Un altro vantaggio di cerchia è che, pur trattandosi di una parola comune e facilmente riconoscibile, è insolita in un contesto Web, quindi consente di identificare un servizio specifico in modo univoco.
È una scelta terminologica efficace eppure c’è chi si riferisce a questa funzionalità chiamandola in un altro modo. Sarà l’argomento del prossimo post.
Puntine o punturine?
Per pubblicizzare Internet Explorer 9 sono state scelte delle immagini stilizzate graficamente molto piacevoli. Senza leggere il testo associato, però, non è sempre subito chiaro cosa vogliano simboleggiare:
![]() |
![]() |
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[per la descrizione originale in inglese, far passare il puntatore su ciascuna immagine]
In particolare, l’immagine centrale mi fa pensare a una siringa, anche se so bene che rappresenta la tipica puntina americana. È un classico esempio di oggetto comune che può avere aspetti diversi in mercati diversi. Ed è proprio la sua “normalità” che lo fa sfuggire alle valutazioni di globalizzazione perché chi sviluppa dà per scontato che invece sia un simbolo riconoscibile internazionalmente.
In questo caso il simbolo è legato anche a una funzionalità recente di Windows che in inglese è descritta dal termine pin: indica la possibilità di “fissare” un elemento (ad es. il collegamento a una pagina Web o a un programma) su un punto specifico
dell’interfaccia (e poi rimuoverlo se non serve più, unpin), proprio come se venisse usata una puntina.
In inglese pin e unpin sono esempi di terminologizzazione. In italiano i due termini sono stati resi con lessico generico, aggiungere e rimuovere, scelte accettabili ma che non
identificano il concetto in modo univoco e non sono sempre efficaci, come si può vedere confrontando lo stesso testo in inglese e in italiano.
In questo caso, inoltre, usare l’immagine del materiale marketing americano anche per quello italiano forse non è una buona idea: è poco probabile che gli utenti italiani associno la puntina americana stilizzata alla nuova funzionalità.
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Vedi anche: iPad, “flick” e terminologizzazione per alcuni problemi di localizzazione legati ai neologismi semantici.
significato
Paese che vai, divisioni che trovi
Numbers and Counting: American vs. French descrive alcune differenze culturali relative ai numeri: come vengono usate le dita per contare, l’aspetto dei numeri scritti a mano (ne avevo accennato anch’io in Se i numeri sono un’opinione), i separatori di migliaia e decimali e il modo di scrivere in colonna le divisioni a due o più cifre.
Mi ha fatto tornare in mente il simbolo matematico “misterioso” di Equation Editor nelle versioni di Microsoft Office fino alla 2003 (a destra e sotto). In italiano era stato incautamente localizzato con divisione lunga (traduzione letterale di long division) ma suscitava solo perplessità: è tipico di Stati Uniti, Messico e altri paesi ma non si usa in Europa.

Chiedendo informazioni ai colleghi di varie nazionalità avevo scoperto che, a seconda del paese, ci sono molti modi diversi di scrivere a mano le divisioni: variano la posizione di dividendo e divisore, il modo di annotare i calcoli e l’elemento grafico che separa i numeri. Un paio di esempi di 435 diviso 25:

E c’è anche chi, come i tedeschi, non usa elementi grafici (esempio qui; altri esempi delle notazioni usate in varie parti del mondo alla voce Long Division in Wikipedia).
Anche altre operazioni in colonna si scrivono in maniera diversa a seconda del paese, ad es. nelle addizioni gli americani posizionano il segno + a sinistra di ciascun addendo a partire dal secondo (per noi va a destra a partire dal primo) e non aggiungono il segno di uguale.
Una delle regole dell’internazionalizzazione del software è quella di non usare testo nella grafica per evitare interventi costosi di localizzazione, mentre si tende a pensare che gli esempi con numeri siano immuni a fattori culturali. Ricordo invece che in un programma di software per bambini appariva una lavagna con alcune addizioni nel formato americano e per la versione italiana si era dovuto sostituire le immagini perché sarebbero potute sembrare “sbagliate” e avrebbero potuto far dubitare del valore educativo del prodotto.
Probabilmente, però, ora quasi nessuno fa più i calcoli a mano e queste differenze stanno diventando irrilevanti!
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Quando localizzare = eliminare
Il testo italiano sull’involucro di un prodotto DELL, dove si leggono soffocazione e altre traduzioni opinabili, è discusso in Lexical innovation, or retrogression?.
Altamente improbabile che il traduttore fosse di madrelingua: scelte lessicali inadeguate, incongruenze di stile e registro, ignoranza delle formule standard usate in questi contesti:
| inglese | italiano |
| Warning! To avoid danger of suffocation, keep away from babies and children. Do not use in cribs, beds, carriages or playpens. This bag is not a toy. |
Avvertimento! Per evitare la soffocazione tenete via dai neonati e bambini. Non si deve usare nelle culle, nei letti, nelle carrozzine per bambini oppure nei quadrati di gioco. Questa borsa non è un giocattolo. |
C’è anche un problema abbastanza tipico di mancato riconoscimento di differenze culturali: qui, per questioni soprattutto legali (le famigerate cause americane impensabili altrove!), il testo inglese specifica esplicitamente dove NON lasciare l’involucro di plastica ma in italiano questi dettagli sono già impliciti nell’avvertenza di tenere lontano dalla portata dei bambini e diventano quindi superflui.
In questo caso, l’intervento di localizzazione più adeguato consisterebbe nell’eliminare le informazioni irrilevanti dal testo italiano perché potrebbero creare perplessità e distogliere dal messaggio che si vuole comunicare (“Come mai le carrozzine ma non i passeggini?”, “Ma perché uno dovrebbe mettere questo sacchetto di plastica nel letto?” ecc.).
I testi con funzioni specifiche, come le istruzioni o le informazioni di sicurezza, tendono a essere conformi a formulazioni standard che li rendono subito riconoscibili e più facilmente assimilabili. Il mancato rispetto delle convenzioni (lessicali, terminologiche, stilistiche ecc.) può quindi avere un impatto negativo sull’esperienza dell’utente e sulla sua curva di apprendimento.
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Vedi anche: Localizzazione di esempi e riferimenti e [aggiornamento] Avvertenze dettagliate (per sorridere sulle istruzioni americane).
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| PS | La traduzione Warning! = Avvertimento! mi ha fatto tornare in mente il comico Giole Dix sulle diversità culturali che emergono dai diversi stili di comunicazione di una particolare targhetta multilingue dei treni italiani. Si può riascoltare qui. … |
English: inglese o italiano?
In un testo inglese con riferimenti linguistici, la parola English non dovrebbe dare problemi di interpretazione, eppure può causare errori di localizzazione che mi è capitato di vedere spesso. L’ultima imprecisione che ho notato è proprio in un documento che spiega che “la localizzazione è molto più che una semplice traduzione: richiede un adattamento del sito web ai mercati e alle culture locali, non una semplice traduzione letterale dei contenuti”:
| Testo originale | Traduzione italiana | |
| [A] Style Guide [is] a document that describes specific instructions that you want translators to follow during translation. For example, your style guide for translation into English may include the rule: for comma-separated lists that contain at least three items, always include a comma before the "and". Thus, the translator would translate the Spanish "manzanas, naranjas, y peras" into "apples, oranges, and pears" instead of "apples, oranges and pears". | [La] Guida di stile [è] un documento che descrive specificamente le istruzioni che i traduttori devono seguire durante la traduzione. Ad esempio, la guida di stile per la traduzione in inglese può comprendere la regola: per gli elenchi separati da virgole che contengono almeno tre elementi, aggiungere sempre una virgola prima della "e". In questo caso, il traduttore che traduce "Manzanas, Naranjas, y Peras" dallo spagnolo in inglese dovrà usare la forma "apples, oranges, and pears" anziché "apples, oranges and pears". |
In un testo o in un prodotto sviluppato in un paese di lingua inglese, English può avere due significati diversi che nella versione localizzata richiedono traduzioni diverse :
| 1 | “lingua parlata negli Stati Uniti” inglese nella versione italiana |
| 2 | “lingua dell’interfaccia/documentazione” italiano nella versione italiana |
Ci sono poi occorrenze specifiche che vanno verificate caso per caso, ad es. un ipotetico avvertimento This add-in may cause serious problems if installed on non-English versions of XYZ potrebbe richiedere traduzioni diverse a seconda che il componente aggiuntivo sia disponibile solo in inglese oppure ne esistano anche versioni localizzate.
Anche i riferimenti ad altre lingue possono essere interpretati letteralmente o come esempi generici di lingua straniera. In questa ottica, il testo citato all’inizio sarebbe potuto risultare più efficace se adattato al contesto specifico “localizzazione inglese-italiano”, ad es.
| […] la guida di stile per la traduzione dall’inglese in italiano potrebbe comprendere la regola la virgola separa gli elementi di un elenco; l’ultimo elemento viene introdotto dalla congiunzione “e” che, a differenza dell’inglese “and”, non va preceduta da virgola. Ad esempio, chi traduce "apples, oranges, and pears" dovrà scrivere "mele, arance e pere" anziché "mele, arance, e pere". |
Concludo sottolineando ancora una volta che le guide di stile per la localizzazione forniscono indicazioni generali ma non possono coprire tutti gli esempi possibili: sta a chi traduce riconoscere i potenziali problemi e trovare soluzioni specifiche.
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Affinità con i piccoli utenti
Nell’ultimo post ricordavo che le scelte di localizzazione devono tenere conto delle aspettative e delle esigenze dell’utente finale. I manuali di stile o altre linee guida forniscono indicazioni generali ma ci sono casi in cui vanno adottate soluzioni ad hoc.
Immagini e icone tipiche della cultura di partenza non sono sempre universali e riconoscibili anche nella cultura di arrivo, come sottolinea La differenza culturale passa (anche) attraverso le immagini (a piè di pagina), che mi ha fatto ricordare un aneddoto che ripropongo qui perché ha a che fare con utenti finali un po’ particolari.
All’inizio degli anni ‘90 era uscito un elaboratore di testi per bambini con una funzionalità che trasformava alcune parole sostituendole con immagini stilizzate, simili a icone:
| Un |
C’erano stati vari problemi nella fase iniziale di localizzazione perché la traduzione in italiano delle parole trasformabili era stata fatta senza considerare le immagini corrispondenti, ad es. nella versione alfa scrivendo topo non succedeva niente mentre mouse faceva apparire una figurina dell’animale (chi aveva tradotto dall’inglese doveva aver pensato che mouse fosse un termine informatico). In altri casi le immagini “americane” erano poco riconoscibili e avevano richiesto adattamenti personalizzati.
Un esempio divertente è quello della parola cookie, che nella versione originale era
associata a un’immagine del tipico chocolate chip cookie americano, simile a quella qui a destra, però non molto rappresentativa per l’italiano biscotto.
La soluzione adottata, dopo avere consultato alcuni bambini e maestre, è un esempio di localizzazione forse non molto ortodossa ma efficace, molto apprezzata dagli utenti finali: l’immagine del cookie americano appariva quando i bambini italiani scrivevano cacca!
Ovviamente avevamo evitato di farlo sapere agli sviluppatori americani, che sicuramente non avrebbero trovato molto politically correct la nostra affinità con i piccoli utenti…
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Vedi anche: Localizzazione di esempi e riferimenti e Immagini, traduzione automatica e tazze (problemi con le parole chiave associate alle immagini).
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Guide di stile: giornali inglesi e localizzazione
Ho trovato interessante un video che riassume un dibattito tra i responsabili delle guide di stile di due quotidiani inglesi, The Guardian e The Telegraph.
Negli anni ho partecipato a varie discussioni (anche parecchio accese!) su cosa includere nelle guide di stile per la localizzazione e così mi è venuto quasi automatico confrontare la mia esperienza con alcune indicazioni dei due quotidiani inglesi (
in corsivo), ovviamente tenendo presente che le modalità di scrittura e le finalità sono diverse:
Va evitata l’uniformità di scrittura; limitando la creatività, gli articoli sembrerebbero scritti tutti dalla stessa persona.
Nella localizzazione di solito si cerca l’effetto opposto: lo stile del testo non dovrebbe distrarre l’utente e quindi deve essere il più “neutro” e uniforme possibile (proprio come i testi delle agenzie di stampa citati negativamente nel dibattito).
Il testo deve essere grammaticalmente e ortograficamente corretto.
Anche un testo localizzato non deve contenere errori ma si presume che chi localizza conosca bene la propria lingua e che ripetere informazioni facilmente reperibili in grammatiche, dizionari e altro materiale di riferimento sia superfluo (ad es. che po’ non si scrive con l’accento). In genere si includono note d’uso se una lingua consente alternative (ad es. si specifica che forma privilegiare per i nomi composti se si possono scrivere sia con il trattino che come parola unica), se non sono applicabili regole generiche (ad es. iniziali maiuscole o minuscole per i nomi dei comandi), o per evitare problemi ricorrenti nella traduzione da una lingua all’altra.
Le parole vanno usate correttamente, senza attribuire loro significati che non hanno.
Nella localizzazione l’uso corretto e coerente della terminologia è fondamentale: un articolo si legge forse una volta sola mentre errori e incongruenze terminologiche nell’interfaccia possono saltare agli occhi ogni volta che si usa il software (e soprattutto possono causare problemi di comprensione).
Va evitato l’uso eccessivo di aggettivi.
Nella localizzazione questo è raramente un problema, può comunque essere utile evidenziare eventuali diversità d’uso nelle lingue di partenza e di arrivo, ad es. in italiano si possono eliminare molti aggettivi possessivi (your file diventa il file) e va fatta attenzione alla posizione dell’aggettivo (c’è differenza di significato tra innovative funzioni e funzioni innovative).
Ai giornalisti vengono date linee guida sull’uso del linguaggio volgare.
Per gli americani, anche in una guida di stile per la localizzazione è essenziale specificare che è proibito usare linguaggio offensivo, secondo me invece si dovrebbe poterlo dare per scontato, perlomeno se il lavoro è fatto da professionisti.
L’ambiguità è il peggior nemico dello stile.
Le ambiguità possono avere un impatto negativo sulla curva di apprendimento dell’utente: in un prodotto localizzato è preferibile qualche ripetizione in più, anche a scapito dello stile, piuttosto che informazioni poco chiare.
La lingua si evolve.
Nella localizzazione c’è una certa resistenza a modificare la terminologia esistente o uno stile consolidato, per questioni soprattutto economiche: costerebbe troppo rimaneggiare il materiale che viene riciclato da una versione all’altra e, per evitare incongruenze e altri problemi, si tende a limitare i cambiamenti.
Lo stile di un giornale deve mostrare affinità con i lettori e riflettere i loro valori.
Anche le scelte di localizzazione, tra cui gli esempi, devono tenere conto delle aspettative e delle esigenze dell’utente finale del prodotto.
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Vedi anche: Manuali di stile e funzione del testo (aspettative ed esigenze dell’utente).
Per alcune note sullo stile più diffuso nei prodotti localizzati in italiano: Tu, voi o infinito? e Lavori in corso.
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Font, typeface, famiglie e tipi di carattere – 2
A inizio ottobre non immaginavo che avrei avuto un “argomento del mese” ma è ovvio che è stato così se oggi vi suggerisco di leggere Più font per tutti, un articolo davvero interessante sulla storia della parola font e relative questioni linguistiche.
Per concludere l’argomento, come preannunciato qui,
aggiungo alcune considerazioni abbastanza tipiche per chi si occupa di localizzazione. Sono suggerite dalle differenze di terminologia tra Adobe e Microsoft riassunte in questa tabella:
| Adobe – inglese. | Microsoft – inglese | Adobe – italiano | Microsoft – italiano | |
| 1 | typeface, font family |
. font family |
tipo di carattere, famiglia di caratteri, carattere tipografico, font. |
. famiglia di caratteri |
| 2 | . [individual] font |
typeface, font |
. [singolo] font. |
carattere tipografico, tipo di carattere |
| 3 | font | font | font | tipo di carattere |
Nella localizzazione di un prodotto, l’adeguatezza delle scelte terminologiche per la lingua di arrivo può essere influenzate da diversi fattori e modalità di gestione della terminologia:
| ▄ | Nella lingua di partenza, non sempre è determinante fare riferimento all’etimologia o al significato standard dei termini di un settore specializzato perché quando sono adottati in ambito informatico possono subire uno slittamento di significato, come dimostra la sovrapposizione di font e typeface in inglese. Altro esempio: Tasti di scelta (rapida). … |
| ▄ | Come evidenziavo nel post precedente, a concetti facilmente identificabili non sempre corrispondono segni linguistici univoci e quindi nella gestione della terminologia è di fondamentale importanza disporre di definizioni accurate che eliminino ogni ambiguità e chiariscano le relazioni tra concetti (e termini associati). Esempi: Che relazione c’è tra obsoleto, disapprovato e deprecato? e border / boundary / edge / perimeter network. … |
| ▄ | È sempre preferibile un approccio onomasiologico: si analizza il concetto, gli elementi che lo contraddistinguono e il contesto di utilizzo della lingua di partenza e quindi si cerca un’equivalenza* nella lingua di arrivo, evitando la tentazione di “tradurre” letteralmente il termine. Esempi: nudge e Ribbon/Elements Gallery. … |
| ▄ | Nella scelta della terminologia possono intervenire fattori extralinguistici. Chi introduce un prodotto nuovo in un settore dove c’è già un leader di mercato, ad esempio, potrebbe dover scegliere tra congruenza terminologica con i propri prodotti, con il prodotto leader (per facilitare l’adozione da parte degli utenti esistenti riducendo l’impatto sulla curva di apprendimento) o con il sistema operativo più diffuso in quell’ambito: nel caso di font, typeface ecc., la scelta potrebbe essere tra terminologia Microsoft e terminologia Adobe, in altri contesti tra terminologia Microsoft e terminologia Apple. … |
| ▄ | Credo sia ovvio che nessun termine dovrebbe essere gestito individualmente ma sempre all’interno del sistema concettuale a cui appartiene e in base alla destinazione del prodotto. Ho quindi qualche perplessità su alcuni progetti di terminologia in crowdsourcing o aperti alle community e soprattutto su certi forum dove chi traduce sottopone un termine all’attenzione dei colleghi, spesso senza identificare concetto, termini correlati e tipo di utente finale, per poi scegliere la “traduzione” che ha ottenuto più voti. Esempio: Effetto mouseover: la “serrandina”.… |
In conclusione, per quanto le incongruenze terminologiche di Microsoft e Adobe possano apparire ovvie, non si può dire a priori quale sia la terminologia più adeguata: ciascuna va valutata all’interno del proprio sistema concettuale.
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* Come postilla aggiungo un esempio di equivalenza di materiale nella lingua di arrivo per un ipotetico terminologo che, una ventina di anni fa, si fosse trovato a dover scegliere la terminologia italiana per i tre concetti che hanno ispirato questo post. È il Manuale del grafico di Giorgio Fioravanti in un’edizione del 1987, quando, presumibilmente, la terminologia tipografica italiana non era ancora stata influenzata né da software localizzato né da calchi o prestiti dall’inglese (grassetti miei):
| I caratteri vengono generalmente indicati con il nome del disegnatore, con quello della casa produttrice o con nomi di fantasia. Al nome, e in alcuni casi al numero della serie, si accompagna l’indicazione della forma (tondo o corsivo) o della sua proporzione (largo o stretto) e della grossezza delle aste (chiarissimo, chiaro, neretto, nero o nerissimo). Solo alcune serie di caratteri dispongono di molte varianti. I caratteri utilizzati per i testi comprendono generalmente il tondo e il corsivo, nelle varianti chiare e nere. … [come esempi vengono elencate le varianti della serie di caratteri Univers, ad es. Univers 65 Medium, Univers 39 Ultra Light Extra Condensed ecc.] |
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Altri post sull’argomento font e caratteri:
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Scherzetti (o scherzacci?) di localizzazione
Stanno circolando un paio di storie di “problemini” in alcune versioni localizzate di Facebook, nel frattempo risolti.
Nell’interfaccia spagnola, i compleanni del giorno venivano segnalati da una frase non proprio raffinata, “fuck you bitches” (dettagli in TechCrunch):
Nell’interfaccia turca, alcuni dei termini e dei messaggi di errore più comuni erano stati sostituiti da versioni molto più “creative”, ad es. l’impossibilità di inviare un messaggio a un utente perché offline veniva invece attribuita alle dimensioni ridotte del proprio pene. Tutti i dettagli in CounterMeasures.
Nel caso turco, lo scherzo è stato pianificato in un forum, sfruttando la nota modalità di localizzazione in crowdsourcing di Facebook (in attesa di brevetto), dove gli utenti propongono traduzioni e vengono adottate automaticamente quelle che ricevono più voti, a quanto pare senza ulteriori controlli: ai burloni turchi è così bastato inserire traduzioni alternative e votarle in massa.
Il leitmotiv dei riferimenti volgari mi ha fatto tornare in mente un aneddoto che circolava una ventina di anni fa a proposito di uno dei primi correttori ortografici, prodotto da un’azienda allora molto nota (ora defunta) che si era servita di studenti per inserire i dati nel dizionario: per vincere la noia del lavoro ripetitivo qualcuno di loro si era divertito ad associare parole davvero poco eleganti ad alcuni suggerimenti di correzione. Facile immaginare le reazioni degli ignari utenti.
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Aggiornamento 6 agosto – Altri esempi dei burloni turchi e spagnoli in Facebook e la saggezza delle folle (Il Disinformatico).
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Vedi anche: Errori di localizzazione fatali!, per un problema di localizzazione in turco, Correttori ortografici ed effetto Cupertino, per una spiegazione del nome dato agli scherzetti involontari dei correttori ortografici, e Alternative a blog, chat, newsletter, spamming? – 2, per alcune considerazioni sui progetti terminologici in crowdsourcing.
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