Terminologia etc.

Terminologia, localizzazione, traduzione e altre considerazioni linguistiche

Post nella categoria “libri”

Parole dalla letteratura (World Book Day)

logo World Book DayIl 3 marzo in Irlanda e Regno Unito è World Book Day e ieri, per festeggiarlo, Blurring the lines between fiction and reality (Oxford Dictionaries) ha elencato una ventina di parole entrate nel lessico dell’inglese attraverso la letteratura e altre forme di scrittura creativa come favole e fumetti.

Qualche esempio con link originali: Generation X (dall’omonimo romanzo di Coupland), thoughtcrime (da 1984 di Orwell), galumph (e chortle, parole macedonia create da Lewis Carrol per il poemetto Jabberwocky, a sua volta diventato sinonimo di parole inventate o senza senso), Poohsticks (dalle storie di Winnie the Pooh), lilliputian e yahoo (da Swift), serendipity (coniato da H. Walpole dal titolo di una fiaba), brainiac (dai fumetti di Superman), vari esempi di antonomasia come Peter Pan, Romeo, Lolita, Sherlock, Svengali, milquetoast, pooh-bah e altre parole arrivate per via antonomastica quali Pooterish, Pecksniffian e malapropism.

Anche in italiano ci sono molti esempi di nomi personaggi di fantasia entrati nel linguaggio comune, come ad es. dongiovanni, sosia, anfitrione, cenerentola, brutto anatroccolo, barbablù, travet, mandrake, paperone, gigione, vanesio, galeotto (nel senso di “intermediario d’amore”), dedalo, odissea; ci sono poi nomi e aggettivi derivati quali pinocchietti (pantaloni), pantagruelico, gargantuesco, rocambolesco e fantozziano. Altri esempi in Gradassi, Perpetue, Sirene & Co.

Sono legati alla letteratura anche gli aggettivi dai nomi degli autori, come boccaccesco, dantesco, machiavellico, omerico, pindarico, kafkiano ecc. 

Tra tutte queste parole, una che mi ha sempre divertita molto ma che è difficile riuscire a infilare in una conversazione “normale” è zerbinotto, da Zerbino, personaggio dell’Orlando Furioso (da cui deriva anche la lessicalizzazione di gradasso, sacripante e rodomonte).

Trovo infine curioso che in italiano venga comunemente usato l’aggettivo amletico ma che non ci sia, che io sappia, un equivalente inglese.


Ancora a proposito di World Book Day, il quotidiano inglese The Guardian ha scelto questa giornata per lanciare un bel sito sui libri per bambini, children’s books (introduzione qui).

link al sito children's books


Vedi anche: esempi di eponimia (parole derivate da personaggi reali) in Eponimi inglesi (e capi di abbigliamento) ed Eponimi in informatica.

Inglesismi visti da un inglese

Dello scrittore inglese Tim Parks ho letto e apprezzato alcuni romanzi e soprattutto i libri di ricordi dei suoi primi anni in un paese del Veneto, Italian Neighbours e An Italian Education, sicuramente tra gli esempi meglio riusciti del genere “vita in Italia dal punto di vista di uno straniero”.

E a proposito di itanglese e dell’inflazione delle parole inglesi in italiano, interessante il punto di vista di Tim Parks in Inglesismi. Un assaggio:

italiani-Tim-Parks[…] Che senso aveva imparare l’italiano se la lingua veniva rimpiazzata, giorno per giorno, parola per parola, con inglesismi? Peggio ancora, se le parole sono quelle sbagliate. La prima volta che ho sentito qualcuno dire che voleva comprare un body, a me è sembrato che parlasse di prostituzione, o addirittura di necrofilia. Ce n’è voluto ancora del tempo per capire che il golf era qualcosa che si può indossare, non solo giocare. E non avrei mai immaginato che qualcuno volesse mettere la macchina nel box (scatola alle mie orecchie). Non solo dovevo imparare l’italiano, mi toccava pure ri-imparare la mia lingua. […]

Parks è anche traduttore e insegna traduzione. In Dimentichiamoci del “traduttore traditore” esprime i suoi dubbi su alcune affermazioni ricorrenti sulla traduzione letteraria.
Aggiornamento: Dimentichiamoci del “traduttore traditore” non è più disponibile ai link riportato sopra; come segnalato nei commenti, il testo ora si può trovare in Autore addolcito, lettore contento

snow angel

snow angels

Ogni volta che trovo riferimenti agli snow angel mi viene in mente The Favourite Game di Leonard Cohen, un romanzo letto parecchi anni fa che mi aveva affascinata per la scrittura davvero poetica. Ed è proprio da Cohen che avevo imparato che uno snow angel è l’impronta lasciata stendendosi sulla neve fresca e polverosa e poi muovendo le braccia e le gambe per formare la veste e le ali di un angelo: come si vede nei film americani, è un gioco che piace molto a chi vive nelle zone più nevose di Canada e Stati Uniti.


Vedi anche: terminologia “invernale” nei post ciaspole, ciaspe, racchette da neve… e racchettoni, snowshoe spamming, freeze, effetto neve, schema snowflake.

Traduzione e poesia: “falsche freunde”

falsche freunde · GedichteUna lettura breve ma ricca di spunti: The Architecture of Translation, in cui la scrittrice e traduttrice Susan Bernofsky riflette sulla traduzione dal tedesco all’inglese di un libro di poesie molto particolare, falsche freunde · Gedichte di Uljana Wolf, una raccolta abbecedaria in cui ogni componimento include versi e frammenti in inglese e trae spunto da falsi amici o parole affini con significati completamente diversi nelle due lingue. Il libro tradotto si intitolerà False Friends: A DICHTionary of false friends, true cognates and other cousins.

Davvero interessanti gli esempi della traduttrice, che ha lavorato a stretto contatto con l’autrice, e soprattutto le considerazioni sul processo creativo e collaborativo di questo particolare tipo di traduzione.

letteraria

Vecchi ricordi: Adrian Mole e carta igienica inglese

Chi ha apprezzato i primi due diari di Adrian Mole potrebbe trovare interessante una conversazione con la loro autrice, Sue Townsend, ascoltabile nel sito di The Guardian
(è piuttosto lunga ma si può scaricare il podcast).

I diari sono ambientati nella prima metà degli anni ‘80 in Inghilterra e il protagonista è un ingenuo adolescente che si crede un intellettuale. Durante l’intervista viene citata un’osservazione fatta da Adrian dopo essere andato per la prima volta da Sainsbury’s, un supermercato considerato esclusivo da chi, come lui, appartiene alla working class:

But I must say that I take my hat off to Sainsbury’s, they seem to attract a better class of person. I saw a vicar choosing toilet paper; he chose a four-roll pack of purple three-ply. He must have money to burn! He could have bought some shiny white and given the difference to the poor. What a hypocrite!

Il riferimento a shiny white mi ha fatto tornare in mente uno dei tanti shock culturali del mio primo soggiorno studio in Inghilterra, ai tempi del liceo: la carta igienica dei bagni pubblici (scuole, piscine, treni, pub ecc.), in rotolo o foglietti impilati, usata anche nelle case di alcune famiglie che ospitavano studenti stranieri. Era fatta di un materiale translucido molto simile alla carta oleata, piuttosto rigido e con potere assorbente praticamente nullo (un compagno di corso aveva fatto la prova: inclinando un foglietto, si poteva facilmente fare scorrere delle gocce d’acqua da un’estremità all’altra mantenendole integre).

IZALNon ero l’unica a domandarsi come mai in Gran Bretagna ne facessero così vasto uso, vista l’inadeguatezza allo scopo, ma il mio inglese non all’altezza e il tipo di argomento mi avevano impedito di indagare e di capire che si trattava di un prodotto “medicato”. Negli anni successivi gli incontri ravvicinati erano drasticamente diminuiti perché nel frattempo ne era cessata la produzione e così solo ora scopro che neanche gli inglesi apprezzavano particolarmente l’orrenda carta igienica, come si può leggere in un articolo di The Times:

[…] the medicated Izal toilet roll — now sufficiently a part of history for us to get nostalgic about it rather than hating it as much as we did at the time. For those too young and fortunate not to have experienced it, the Izal loo roll was a sort of shiny white thing with the consistency of lino (it was best to scrunch it up before use, make it a bit more malleable) and smelling of coal tar. It didn’t do its job properly, tending to — how to put this delicately — spread the work rather than clean it up. Put another way, it … OK, maybe better not put it another way. Ask an older person if you’re that interested.
[…] the growth of the inside lavatory meant many more people went for the Izal and its cheaper, non-medicated competing brands than the more traditional forms of tending to your bitt-bott, such as torn up newspapers and string sacks that had formerly contained oranges. A cunning marketing campaign whereby municipal buildings were given free rolls in exchange for placing bulk orders of the disinfectant made going to a public lavatory an ordeal by fire for decades. By the Sixties, though, a more sophisticated clientele demanded a toilet roll that wouldn’t do untold damage to the perineum, and by the late Eighties the Izal roll was no more. The surprising thing was that it took that long to die off. 

Ne parla anche The Guardian in un elenco di 101 cose di cui non si sente la mancanza:

  61 Izal toilet paper
Was it really cheaper, the shiny, scratchy stuff that could actually draw blood if you lost concentration for a moment and became over-vigorous? Or was it some kind of tease campaign, to ready us for Andrex, and teach us to greet it with proper delight?
  
[Andrex = Scottex, stesso tipo di pubblicità con cucciolo di labrador]

Sembra però che ultimamente questo tipo di carta igienica sia stato reintrodotto sul mercato, come riporta The Independent, con una certa perplessità, in Minor British Institutions: Izal toilet paper. Mah!


Vedi anche: qualche esempio dai primi due diari di Adrian Mole in

Narcisi, cultura inglese e traduzione (riferimenti culturali impliciti: un plagio volutamente penoso di I Wandered Lonely as a Cloud di William Wordsworth) 
Traduzione enogastronomica e La traduzione di nomi di alimenti nei diari di Adrian Mole (riferimenti a piatti e prodotti tipici)
Traduzione di nomi propri: Maxwell House (adattamento e traduzione di nomi propri di persona)

L’inglese scomparirà?

In The Guardian oggi c’è una breve intervista con Nicholas Ostler, autore di The Last Lingua Franca, un libro che propone una teoria controversa sul futuro della lingua inglese: è destinata a fare la fine di persiano, sanscrito e latino e diventare una lingua morta.

L’enorme diffusione dell’inglese a livello globale è incontrovertibile, basti pensare a settori come l’economia, la scienza, l’informatica, l’intrattenimento. Spesso però si tratta di globish, l’inglese semplificato usato internazionalmente tra parlanti non di madrelingua.

Il globish è essenzialmente una lingua franca, che si impara consapevolmente, per necessità, quindi il contrario di una lingua nativa (madrelingua), che si apprende naturalmente, si usa per comunicare con i bambini e fa parte della propria cultura.

Solo le lingue native sono destinate a durare a lungo termine, proprio perché radicate, mentre una delle principali limitazioni delle lingue franche è che durano solamente finché hanno un’utilità pratica. Sono inoltre condizionate da altri fattori, ad es. politici ed economici ma anche tecnologici.

Negli ultimi quattro secoli, l’inglese è stata la lingua delle potenze dominanti ma ora Brasile, Russia e Cina, paesi in cui la lingua inglese non è rilevante, stanno avendo un ruolo sempre maggiore sulla scena mondiale. E la tecnologia sta cambiando le nostre modalità di fruizione e interazione con le altre lingue, basti pensare ai continui miglioramenti della traduzione automatica e alla sua disponibilità anche per coppie di lingue considerate insolite, per cui la necessità di una lingua di comunicazione globale sarà sempre meno pressante.

In conclusione, il messaggio di Ostler è che l’inglese ora è al suo acme ma in futuro potrebbe iniziare il suo declino, come è stato per le altre lingue che, in passato, avevano dominato il mondo.

Aggiornamento – Per una recensione dettagliata del libro di Ostler: Back to Babel.

[per lettori di David Mitchell]

Agosto, tempo di letture, anche un po’ più corpose, come possono essere alcuni romanzi di David Mitchell, uno degli autori inglesi contemporanei che apprezzo di più. Ho raccolto alcuni riferimenti recenti che ho trovato interessanti.

The Thousand Autumns of Jacob de ZoetLo scorso maggio è uscito il nuovo romanzo, The Thousand Autumns of Jacob de Zoet*.  In attesa di leggerlo, mi è piaciuta molto un’intervista alla radio americana npr, ascoltabile qui, in cui Mitchell legge un brano dal suo libro, ne descrive l’ambientazione, spiega perché ha scritto un romanzo storico, racconta le difficoltà incontrate per rendere il linguaggio di personaggi del XVIII secolo, discute il suo ruolo di scrittore e infine parla della sua balbuzie e di cosa ha significato per lui, riprendendo alcuni elementi di Black Swan Green.

Oltre all’intera intervista, di una ventina di minuti, nel sito npr si può trovare un sunto, un estratto del primo capitolo del romanzo e una recensione.

Ultimamente è stata confermata la notizia che si farà un film tratto da Cloud Atlas. Mi domando se e come riusciranno a rendere sullo schermo una storia cosi particolare, ad incastri, che funziona in gran parte anche grazie alla collaborazione del lettore…

E sempre a proposito di Cloud Atlas, un paio di mesi fa in The Guardian c’era una serie di articoli che lo discutevano (qui, qui e qui), piacevoli da leggere per chi, come me, aveva trovato il romanzo davvero “unputdownable”.

Infine, di nuovo in The Guardian, due giorni fa è stato pubblicato il racconto Muggins Here (non mi ha convinta del tutto; mi è piaciuto di più quello dell’anno scorso, The Massive Rat).

* La traduzione italiana, I mille autunni di Jacob De Zoet, uscirà il mese prossimo; anche gli altri romanzi sono disponibili in italiano e ho notato che due titoli si discostano parecchio dall’originale: Ghostwritten è diventato Nove gradi di libertà e Black Swan Green è stato tradotto A casa di Dio. E con Sogno numero 9 forse inevitabile perdere il riferimento alla canzone di John Lennon, #9 Dream?

Parole proibite alla TV americana

Un paio di settimane fa Mara in Lavori in corso… ha fatto alcune considerazioni sulla traduzione di alcune espressioni inglesi volgari. Ho aggiunto alcuni commenti a proposito della traduzione italiana dei complimenti entusiasti del vicepresidente americano Biden ad Obama per l’accordo sulla riforma sanitaria, “This is a big fucking deal”.

L’uscita di Biden è stata subito riportata dai media italiani. Il Sole 24 Ore, ad esempio, è intervenuto due volte, facendo però un paio di considerazioni che non condivido:

In State per leggere un biiiiip, la frase viene tradotta “questa è una grande fottuta riforma” e fucking è descritto come un “intercalare che gli americani usano come rafforzativo”. Effettivamente fucking, che in inglese è usato con funzioni aggettivali e avverbiali (come descritto qui, può modificare aggettivi, es. fucking huge, avverbi, es. fucking fast e verbi, es. you need to fucking stop that), è un espletivo, ovvero un elemento linguistico che non ha altra  funzione se non quella, spesso dettata da mere esigenze di ritmo, di contribuire alla forza illocutoria dell’enunciato*. Proprio per questo tradurre fucking con fottuto, come hanno fatto quasi tutti i media italiani, non è una buona soluzione: fottuto in italiano ha connotazioni negative mentre Biden semplicemente sottolineava il suo apprezzamento (alternative di traduzione nel post di Mara).
In La parolaccia come prosecuzione della politica con altri mezzi, la frase di Biden diventa una cosa fottutamente importante e viene classificata come “un’espressione gergale e niente affatto offensiva” che avrebbe creato scandalo solo per il luogo dove è stata pronunciata. Non penso sia un’interpretazione corretta: nei media di lingua inglese è raro leggere la parola fuck o forme derivate, infatti si usa un asterisco (f*ck) oppure l’eufemismo f-word. Negli Stati Uniti è addirittura una violazione della legge trasmettere programmi in cui venga usato linguaggio sconcio, anche estemporaneo (i cosiddetti fleeting expletive) e la Federal Communications Commission, l’ente governativo che regola le telecomunicazioni, è molto chiara a proposito di fuck:  
“Profane language” includes those words that are so highly offensive that their mere utterance in the context presented may, in legal terms, amount to a “nuisance.” In its Golden Globe Awards Order the FCC warned broadcasters that, depending on the context, it would consider the “F-Word” and those words (or variants thereof) that are as highly offensive as the “F-Word” to be “profane language” that cannot be broadcast between 6 a.m. and 10 p.m. 

In questo contesto si può capire meglio il clamore suscitato dall’espletivo di Biden: può anche far parte del linguaggio di tutti i giorni di molti, ma è inaccettabile in televisione.

The Seven Words You Can't Say on Television - Penguin ebookÈ molto difficile cogliere le sfumature e le implicazioni culturali relative ai tabù linguistici se non si fa parte di quella cultura. Ancora più difficile trovare traduzioni idonee: come sottolineava Mara, e anche Ilaria, abbondano i falsi amici e le interpretazioni errate, e la forza e le connotazioni di certe parole cambiano nel tempo. A questo proposito, una lettura molto interessante è il libretto The Seven Words You Can’t Say on Television, tratto da The Stuff of Thought di Steven Pinker: un’analisi di tipo linguistico, neurologico, semantico e pragmatico delle parolacce, con riferimenti non solo all’inglese ma anche ad altre lingue e culture.

Concludo questo post lunghissimo con episodio curioso che ha addirittura fatto notizia un paio di giorni fa nel Regno Unito: durante un gioco televisivo di anagrammi sono state estratte le lettere che potevano formare la parola F U C K E D eppure, per quanto ovvia, nessuno dei concorrenti ha osato proporla, né è stata nominata da chi ne ha scritto!

E spero che non passi di qui per caso nessuna persona di madrelingua inglese: gli esempi espliciti potrebbero risultare fastidiosi, proprio come a me, leggendo un paio di romanzi inglesi con frammenti di dialogo in italiano, aveva fatto un brutto effetto vedere scritte alcune bestemmie che dubito potrebbero essere stampate in Italia (e mi ero domandata se l’autore si fosse effettivamente reso conto del loro peso).

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* Definizione di espletivo dal Dizionario di linguistica Einaudi. 

Aggiornamento 28/3/2010: in Language Log, un’analisi che evidenzia come l’uscita di Biden avrebbe avuto ben altro significato se fosse stata senza articolo (anarthrous). In questo caso, big fucking deal avrebbe richiesto una traduzione completamente diversa che trasmettesse perlomeno sarcasmo, tipo “sai che riforma del c…” o qualcosa del genere.


Vedi anche [link aggiornati]:
  Parolacce, software e localizzazione
  Tradurre "The man who —-ed an entire country" e fottuti & dannati (…e favoriti)
  Tradurre obscenicon? #$*%@!!

Nei commenti qui sotto, video della conferenza The Language of Swearing di Steven Pinker.

Aggiornamento 17/6/2011: alcuni contributi divertenti sulle “oscenità linguistiche” dal punto di vista legislativo e burocratico australiano in Fully (sic): A f#@%ing stupid law, Being a DIC e No pimping this ride.

Dizionario di Babbo Natale

Dizionario di Babbo Natale - Fabbri Editori, 1999Un libro che trovo molto divertente e che in questo periodo è sempre in giro per casa è Dizionario di Babbo Natale di Gregoire Solotareff (titolo originale Dictionnaire du Père Noël; traduzione italiana, molto efficace, di Paola Parazzoli). Contiene un centinaio di immagini in ordine alfabetico che illustrano voci spesso insolite ma che ovviamente fanno sempre riferimento a Babbo Natale.

figlia: per fortuna Babbo Natale non ha una figlia; noi sappiamo come la vestirebbe e lei correrebbe il rischio di essere mangiata dal lupo. figlia irriconoscibile: quando si è appena fatto la barba, Babbo Natale è irriconoscibile e fa paura ai suoi elfi. irriconoscibile

Il volumetto è ormai fuori catalogo ma se vi capita di trovarlo in una libreria di remainder, provate a darci un’occhiata: sarebbe un regalino sicuramente gradito (un po’ ingombrante come stocking filler, per prendere in prestito un’espressione inglese, ma l’idea è quella).

Auguri a tutti!

Vedi anche: Alcuni riferimenti natalizi inglesi

“Alphabet Song” e alcune differenze culturali

A tre anni quasi tutti i bambini americani conoscono l’Alphabet Song, una canzoncina che aiuta a memorizzare i nomi delle lettere dell’alfabeto: The Alphabet Song - Wikipedia

La sequenza L M N O P è cantata più velocemente, come se fosse un’unica parola pronunciata  /ɛlɛmɛnoʊ pi:/. Ecco così che se si pensa al romanzo Ella Minnow Pea, si capisce che il titolo, dal nome della protagonista, è un gioco di parole: trasparente se i riferimenti culturali sono condivisi ma altrimenti non così ovvio.

In italiano non ci sono canzoni o filastrocche equivalenti all’Alphabet Song e si può notare un’altra differenza culturale: ai bambini italiani in età prescolare non viene insegnato il nome delle lettere (ad es. effe, zeta) come a molti loro coetanei americani che quando vedono una H e una X sanno dire che si chiamano /eɪtʃ/ ed  /ɛks/. 

In questo modo, però, i neo-scolari americani che devono affrontare l’ortografia complessa dell’inglese si ritrovano poi a dovere anche capire che spesso il nome della lettera, ad esempio /dʌbɨju/, ha poco o nulla in comune con il suono o fonema, ad es. /w/, rappresentato il più delle volte dalla lettera stessa, il grafema W.

Un esempio che a me fa venire qualche dubbio sull’utilità di conoscere i nomi delle lettere prima di imparare a scrivere è in Sesame Street, dove la Y e alcune parole che iniziano per Y sono insegnate da Norah Jones che gioca con il nome della lettera (“I don’t know why Y didn’t come”):

E proprio a proposito di Y e della possibile confusione tra i suoni e i nomi delle lettere durante i primi tentativi di scrittura, nel libro Proust and the Squid: The Story and Science of the Reading Brain  ci sono alcuni esempi molto interessanti, come quello di bambini che scrivono “YN” al posto di “wine” e di “win”. Succede perché il simbolo Y viene associato al fonema /w/ per entrambe le parole e poi vengono seguite strategie diverse, nel caso di “wine” al nome della lettera Y, /waɪ/, viene aggiunta una N per il fonema /n/, in quello di “win” il fonema /w/ viene completato con il nome della lettera N, /ɛn/, per rendere “in”.  Un esempio simile è “RUDF” per “are you deaf?”, dove vengono combinati i nomi delle lettere R, U e F,  /ɑr/, /ju/ ed /ɛf/ con il grafema D.

Improbabile, invece, che un coetaneo italiano possa scrivere “BL” o “SH” al posto di “belle” e “sacca”, a meno che non si diletti già con i giochi enigmistici o gli SMS!


Vedi anche: Ordinamento alfabetico (lingue diverse e alfabeti diversi), C’è rima e rima (la struttura della sillaba nell’apprendimento della lettura) e alcune vignette che giocano con il nome delle lettere.

Pangrammi…

In giro cominciano a vedersi i soliti indicatori che ci segnalano meno di due mesi alla fine dell’anno: ieri, ad esempio, ho notato scaffali pieni di decorazioni natalizie e ho letto un paio di articoli (qui e qui) sui neologismi dell’anno, in particolare i 1200 lemmi entrati nell’edizione 2010 del Vocabolario della lingua italiana Zingarelli.

Tra le nuove voci citate ce ne sono alcune che non sono proprio neologismi, ad es. pangramma, la frase più breve possibile scritta con tutte le lettere dell’alfabeto. Chi ha usato software in inglese sicuramente ricorderà The quick brown fox jumps over the lazy dog, pangramma di 35 caratteri che esemplificava l’aspetto dei tipi di carattere nelle prime versioni di Windows e adottato anche altrove. In italiano era stato localizzato con Cantami o Diva del pelide Achille l’ira funesta ma, per quanto fossi curiosa, non ero mai riuscita a scoprire perché fosse stata scelta una citazione della traduzione dell’Iliade e non un pangramma italiano, come ad es. Quel fez sghembo copre davanti usato in alcune distribuzioni Linux.

Ella Minnow PeaI pangrammi mi faranno sempre pensare a Ella Minnow Pea di Mark Dunn, un romanzo epistolare ambientato in una comunità dominata dall’eredità spirituale dell’autore del pangramma The quick brown fox jumps over the lazy dog. Quando la lettera Z cade dal pangramma sul monumento a lui dedicato, ai cittadini è vietato usarla in qualsiasi comunicazione; la stessa sorte toccherà per le lettere che cadono in seguito, costringendo gli abitanti a veri e propri contorsionismi linguistici (il libro è composto da  una serie di lipogrammi sempre più complessi che giocano con l’ortografia dell’inglese, come nell’esempio visualizzabile dall’immagine a destra). L’unica speranza di salvezza è legata a un pangramma e, tra i vari esempi forniti dalla protagonista Ella Minnow Pea, si impara che J.Q. Vandz struck my big fox whelp contiene tutte 26 le lettere dell’alfabeto inglese senza alcuna ripetizione, mentre di poco più lunghi sono Quick zephyrs blow, vexing daft Jim (29) e Few quips galvanized the mock jury box (32). Altri esempi di pangrammi qui.

copertina traduzione italianaNell’edizione italiana, Lettere. Fiaba epistolare in lipogrammi progressivi, il traduttore Daniele Petruccioli* ha trovato un equivalente davvero efficace per il pangramma chiave: Fu questa volpe a ghermir d’un balzo il cane (36 caratteri, 7 in meno della traduzione “classica” Ma la volpe col suo balzo ha raggiunto il quieto Fido). Appaiono anche Che strazio quando Giambi fa il VIP (29) e Pochi frizzi mostrò quel divo balengo (32).

Un’ultima nota sul romanzo: l’avevo letto in inglese e mi ero divertita molto con le invenzioni linguistiche e lessicali, a partire dal nome della protagonista. L’idea di fondo è molto originale e la lettura è piacevole anche se non sempre avvincente, forse perché la trama e la caratterizzazione dei personaggi non sono così approfonditi come ci si aspetterebbe.

* Daniele Petruccioli racconta come ha tradotto in italiano Ella Minnow Pea in Letteralmente a pezzi.  Aggiornamento agosto 2011: purtroppo l’articolo non è più disponibile.

Aggiornamenti sulle parole dell’anno 2009: il dizionario americano Webster ha scelto distracted driving, preferita a cloud computing, wrap rage, netbook, wallet biopsy e go viral. La parola dell’anno per il New Oxford American Dictionary è unfriend.

Britannia in Brief

Britannia in Brief Ultimamente sono parecchi ad arrivare qui con ricerche sulle differenze culturali tra America e Inghilterra. Per chi ha voglia di leggere un libro in inglese, suggerisco Britannia in Brief, una guida semiseria a diversi aspetti della cultura della Gran Bretagna.

Esistono innumerevoli libri sull’argomento e anche questo tratta di luoghi, società, mass media, spettacoli, personaggi famosi, sport, politica e istituzioni, lingua, vita quotidiana, ecc.

Per chi fa la ricerca di cui sopra, però, Britannia in Brief potrebbe essere più utile di altri titoli perché spesso spiega peculiarità britanniche facendo riferimento ad aspetti paragonabili della cultura americana, come nella sezione sul cibo dove varie schifezze dolci amate dagli inglesi vengono descritte e confrontate con prodotti americani equivalenti, ad es. gli Smarties sarebbero simili agli M&M’S ma più grandi (altri esempi qui). 

C’è anche il blog, Britannia in Brief, con commenti su notizie e notiziole dal Regno Unito.

Di tutt’altro livello un blog che, come ho già detto, mi piace molto: Separated by a common language, osservazioni sull’inglese britannico e l’inglese americano e relative note culturali di una linguista americana che vive in Inghilterra..

Le parole del lessico italiano

Le parole del lessico italiano di Giovanni Adamo e Valeria Della Valle, un libro tascabile di un centinaio di pagine, è un’analisi delle parole dell’italiano davvero chiara e ricca di esempi interessanti, in particolare sulla formazione dei neologismi.

Le parole del lessico italiano - Carocci EditoreIl libro è diviso in brevi capitoli: 
1. Cos’è il lessico
2. La formazione delle parole
3. Parole e significati
4. La circolazione delle parole
5. Parole e società
6. Parole nuove
Bibliografia

È una lettura molto piacevole, sicuramente consigliata a chi vuole acquisire o ripassare i concetti e la terminologia usati in questo ambito linguistico senza annoiarsi o perdersi in disquisizioni troppo specialistiche.


Vedi anche: I numeri del lessico italiano.

Alla radio: hello e differenze “asiatiche”

helloUn po’ prostrata da una forma pseudo-influenzale, da un paio di giorni ne sto approfittando (si fa per dire!) per ascoltare qualche programma radio. Alla BBC, su Radio 4, piacevole anche se un po’ lunghetta l’ultima puntata di Fry’s English Delight sulla storia di hello (o hallo), saluto che si è diffuso in inglese solo con l’avvento del telefono. 

Ho trovato interessante anche Love At First Site, servizio sui siti Web rivolti a chi ha radici in Asia meridionale ma vive nel Regno Unito e cerca un(a) consorte consono/a alle proprie tradizioni. Ne parla Sarfraz Manzoor che è anche l’autore di Greetings from Bury Park, un libro autobiografico in cui descrive come le canzoni di Bruce Springsteen l’abbiano aiutato a conciliare la cultura del paese adottivo, l’Inghilterra, con quella del paese d’origine, il Pakistan: efficaci le descrizioni delle differenze culturali e del periodo dopo l’11 settembre; si deve invece conoscere il repertorio di Springsteen per apprezzare i riferimenti musicali.

A proposito, l’aggettivo inglese Asian è un esempio di come geografia e storia possano influenzare l’uso delle parole: oltre al significato generale relativo all’intero continente, in inglese britannico di solito Asian indica provenienza da India, Pakistan e Bangladesh, mentre in inglese americano in genere fa pensare a Cina, Giappone, Corea, ecc.

NB: i programmi di BBC Radio 4 sono ascoltabili solo per pochi giorni.

Occhi color desktop?!?

Deaf Sentence - amazon.co.ukDavid Lodge dedica il suo ultimo romanzo Deaf Sentence ai suoi traduttori (“conscious that this novel, from its English title onwards, presents special problems for translators”) e lo inizia con una voce di dizionario che elenca i vari significati di sentence (“frase/proposizione”, “condanna”, “sentenza” ma anche “frase memorabile”). Davvero, non deve essere facile tradurre un libro che ha come protagonista un professore di linguistica in pensione con forti problemi di sordità, continui fraintendimenti di quanto gli viene detto ma anche parecchia autoironia: gli effetti comici e i giochi di parole sono assicurati, anche quando i riferimenti non sono del tutto ameni. Molto acute e spesso gustose le innumerevoli osservazioni linguistiche.

Deaf Sentence è sicuramente una lettura piacevole. Non l’ho però trovato all’altezza di altri romanzi di Lodge e infatti temo che me lo ricorderò soprattutto per la descrizione che il linguista ultrasessantenne fa di una ragazza attraente ma molto particolare:

[…] with little make-up, except around her eyes, accentuating their intense blue. It’s like the blue of the Microsoft desktop, luminous but opaque.  

Azzurro desktop?!? Chissà se qualcuno ha mai descritto occhi dello stesso colore con #004E98!?!

Aggiornamento: il 9 settembre è uscita la traduzione italiana, Il prof è sordo.