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Galaverna
Dopo la nebbia notturna oggi a Milano c’è di nuovo la galaverna, ma lo spettacolo non è marcato come due giorni fa, quando per quasi tutta la giornata le piante sono rimaste decorate da uno spesso strato bianco di cristalli di ghiaccio. Non a caso in pasticceria si parla di glassa/ghiaccia (in inglese icing).
La parola galaverna mi è sempre piaciuta molto. A lungo avevo creduto fosse una parola dialettale (c’è anche chi dice calaverna), invece fa parte del lessico italiano da vari secoli. L’etimologia rimane incerta ma c’è chi suggerisce cala, da una voce germanica per “nebbia”, e verno, nel significato di “freddo, gelo invernale”.
Mi piace anche anche l’inglese soft rime, locuzione non molto nota e a volte confusa con hoarfrost, la brina.
Dizionario Analogico della Lingua Italiana
I dizionari “tradizionali” vengono consultati per trovare i significati associati a una parola. I dizionari analogici funzionano con il meccanismo opposto: il significato è noto ma non ci si ricorda o non si conosce la parola che si sta cercando e per trovarla ci si affida ad analogie o correlazioni con altre parole.
Qualche mese fa è uscito il Dizionario Analogico della Lingua Italiana (Zanichelli), venduto con CD e licenza online per una consultazione rapida e ora disponibile anche come app per iPhone e iPad.
L’impostazione grafica è efficace e consente di individuare subito le diverse aree di significato anche nel volume cartaceo: le voci sono articolate in rubriche predefinite che suddividono le informazioni in sottoinsiemi lessicali (tipi, parti, caratteristiche, azioni, modi, persone, luoghi, discipline, oggetti, strumenti, patologie, modi di dire, detti e proverbi, curiosità ecc.).
Professionisti della comunicazione…
Qualche giorno fa avevo espresso le mie perplessità sull’uso di parole inglesi per presentare l’Area C ai cittadini di Milano.
Quando però ho visto come ha risposto uno dei responsabili della campagna ad alcune critiche sulla relativa comunicazione, ho concluso che poteva andare peggio. Un esempio:
| Questo [la riduzione del traffico del 30%] autorizza a qualificare la campagna come semplice, veritiera e immediata e non banale e overpromise. Una campagna di questo tipo non si può e non si deve giudicare da uno spot o da un visual, visto che l’integrazione degli strumenti adottati permette di far giocare alla comunicazione above the line il ruolo di incrementare l’awareness del provvedimento e, alla comunicazione di below the line, di relazione diretta con i cittadini e con i media, un ruolo di dettaglio sul provvedimento, oltre che di raccolta del feedback. |
Eh sì, a Milano l’itanglese gode di ottima salute!
«C» come Congestion (e come Confusione?)
Il significato di Area C
Chi risiede a Milano ha ricevuto una lettera firmata dal sindaco Giuliano Pisapia che annuncia l’entrata in vigore di Area C. Alcuni dettagli mi hanno lasciata un po’ perplessa, ad esempio viene spiegato solo cosa prevede Area C ma non cosa sia esattamente:
| Nasce Area C – «C» come Centro, «C» come Congestion - che prevede dal lunedì al venerdì, dalle 7.30 alle 19.30, un pedaggio per entrare in automobile nella Cerchia dei Bastioni. L’avvio del nuovo provvedimento sarà accompagnato dal potenziamento del trasporto pubblico locale. |
A Milano tutti parlano inglese?
Trovo fuori luogo l’inglese di «C» come Congestion, non solo perché in italiano si parla comunemente di congestione con riferimento al traffico e quindi il forestierismo non ha molto senso (potrebbe anche sembrare un refuso!), ma soprattutto perché viene dato per scontato che chiunque legga, quindi anche la “sciura Pina”, conosca la congestion charge di Londra, citata indirettamente alla fine del capoverso successivo, e le associ l’esempio «C» come Congestion.
Terminologia medica inglese e italiana
Questa canzoncina ironizza sull’incomprensibilità della terminologia medica inglese e identifica tre problemi che la rendono particolarmente ostica: parole latine (però termini come steatorrhea sono di origine greca), eponimi e acronimi.
Mi è tornata in mente ieri quando ho aggiunto il commento che gli italiani, in generale, conoscono più terminologia medica degli inglesi.
Bungarello: occasionalismo o neologismo?
Ieri il Corriere della Sera riportava che in occasione della giornata mondiale contro l’AIDS
(1 dicembre) alle redazioni dei programmi RAI era stato comunicato il divieto del ministero della Salute di nominare esplicitamente il profilattico (ma il ministro ha poi smentito).
La trasmissione radio Caterpillar ha approfittato di questo contesto per chiedere agli ascoltatori di trovare un nome più accattivante per il preservativo.
Ci sono state proposte molto divertenti e ha vinto un bell’esempio di creatività linguistica, bungarello.
Uno dei conduttori l’ha descritto come “un termine un po’ vezzeggiativo”, cogliendo un aspetto interessante della formazione delle parole.
giOCAre con le parole
Nel grigiore milanese i graffiti risaltano forse più che altrove. Si tratta quasi sempre dei soliti messaggi politici, però ogni tanto si scopre qualcosa di diverso, che strappa un sorriso, come i disegni di chi si è divertito a giocare con la parola OCA.

impersonate <> impersonare
Nel continuo dibattito sull’identità online, Non c’è più @palazzochigi su Twitter racconta di un account chiuso perché impersonava il presidente del Consiglio. Mi sembra che, a parte la prima occorrenza, nell’articolo e nei commenti il verbo impersonare sia usato in modo improprio, come se equivalesse all’inglese impersonate.
I dizionari di italiano registrano due significati per impersonare:
1 – dare personalità a una nozione astratta
2 – di un attore, interpretare una parte
In entrambi i casi è palese che si ha a che fare con una rappresentazione.
In inglese i significati più frequenti di impersonate sono:
A – spacciarsi (illegalmente) per un’altra persona
B – imitare qualcuno per divertimento (un impersonator è un imitatore)
Prestiti e variabile diamesica
Quando mi domandavo se il termine flash flood sarebbe entrato nel lessico comune, non mi sarei mai aspettata che comparisse addirittura in alcuni versi in dialetto veneto:
| La globalisassion, col fast food, la n’à portà anca el flash flood. I è quele aluvioni, che de boto voja no voja, va tuto soto! |
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| [continua su Scurloni e ciel a pegorina] |
Si nota subito che qui flood è maschile e fa rima con food /fuːd/ e non con blood /blʌd/, come ci si aspetterebbe. È chiaro che l’autore ha desunto genere e pronuncia dall’aspetto delle parole, usando come modello un’espressione già nota in italiano, fast food.
Le parole della politica
Mi ha fatto sorridere Le nuove parole d’ordine (sparso) della politica (La Stampa), un glossarietto di voci che in questi giorni sono salite o tornate alla ribalta nei teatrini della politica. Si va da appoggio esterno a veti incrociati, passando per banda bassotti e passo indietro. Un esempio:
| Governissimo – O governo tecnico. O governo tecnico con discontinuità. O di salute pubblica. O della larghe intese. O di larghe convergenze. O di tregua. O di unità nazionale. O di responsabilità nazionale. O di solidarietà nazionale. O di garanzia. O istituzionale. O di decantazione. O per le riforme. O di legittimazione parlamentare. O di transizione. O della salvezza. O di emergenza. Purché serio. Purché a termine. Purché a obiettivo. Purché ambizioso. Purché bipartisan. Purché condiviso. Purché non sia un governicchio. Un governicchio? No, serve un governissimo. O un governo tecnico… |
Sono esclusi neologismi od occasionalismi legati alla politica, alcuni dei quali si possono però trovare nel blog Salvalingua (ad es. Merkozy e Papasconi).
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Aggiornamento 15 novembre 2011 – In un’intervista appena sentita alla radio, il linguista Luca Serianni è intervenuto su espressioni come bunga bunga, scesa in campo e mi consenta, evidenziando che rimarranno legate a un preciso periodo politico e quindi la loro frequenza d’uso diminuirà. Per un eventuale governo Monti ha previsto un linguaggio meno marcato e meno alla ricerca del pittoresco, con ridotta inventiva linguistica; a proposito di lacrime e sangue, ha ricordato che si tratta di una formula di tradizione ormai antica, resa famosa da Churchill (che a sua volta l’aveva presa in prestito da Garibaldi).
Vedi anche: 150 anni (e più) di unità linguistica per un’altra osservazione sul linguaggio della politica contemporanea.
Disfemismi: protettori e tenutari
Complimentary defamation analizza una causa per diffamazione intentata (e persa) negli Stati Uniti da uno stuntman ultrasessantenne contro ESPN, un network televisivo notoriamente irriverente che l’aveva descritto come pimp, ossia “magnaccia” o “protettore”.
La corte d’appello aveva stabilito che la parola pimp non doveva essere valutata individualmente (e letteralmente) ma interpretata nel contesto in cui appariva.
Nello slang giovanile e del pubblico del network, pimp va infatti inteso come un complimento: può essere rivolto a un individuo che ci sa fare con le donne o che è molto abile nel suo campo. In un ambito colloquiale o volutamente ridanciano l’uso di pimp non si deve quindi ritenere offensivo.
Ho pensato al concetto di disfemismo:
| Figura retorica che consiste nel sostituire, in modo spesso scherzoso, una parola con un’altra dotata all’origine di connotazione negativa, senza tuttavia attribuirle un tono offensivo. [Dizionario Zingarelli 2012] |
Nel contesto dei blog italiani un esempio abbastanza diffuso di disfemismo è la parola tenutario, usata ironicamente dal titolare di un blog per descrivere se stesso o altri blogger.
I numeri del lessico italiano
In una risposta nella sezione Lessico del Portale Treccani si possono trovare alcuni dati sul numero di parole usate in italiano, ricavati dalla classificazione del lessico di Tullio De Mauro per il Vocabolario di base della lingua italiana.

Viene stimato che una persona con istruzione medio-alta abbia un vocabolario di circa 47000 parole che costituiscono il lessico comune (o generico).
Per il 98% delle comunicazioni sono però sufficienti circa 6500 parole, il lessico di base, suddivisibile ulteriormente in lessico fondamentale (circa 2000 parole ad altissima frequenza che usiamo fin da piccoli nel 90% dei discorsi), lessico di alto uso (circa 2500 parole dell’apprendimento scolastico, di uso frequente) e lessico di alta disponibilità (circa 1900 parole usate solo in alcuni contesti ma comprensibili da tutti i parlanti).
Esempi e altri dettagli nel Portale Treccani.
Per un paragone con i numeri del lessico inglese, alcuni dati qui e qui.
flash flood, alluvioni lampo e nubifragi
In inglese la parola flash flood descrive un’alluvione improvvisa e devastante come quelle che martedì hanno colpito alcune zone di Liguria e Toscana e giorni prima anche Roma.
In italiano la parola nubifragio descrive
1) “una precipitazione abbondante, violenta, talora
temporalesca, che può provocare in poche ore
straripamenti di fiumi, allagamenti e frane” *
ma anche, nell’uso contemporaneo,
2) “il complesso di fenomeni rovinosi (soprattutto frane
e devastazioni dovute allo straripamento di fiumi e
torrenti) provocati da piogge particolarmente intense” **
Anche se i due diversi referenti possono creare ambiguità, nubifragio mi sembra comunque una parola efficace perché è specifica e facilmente riconoscibile (e fa pensare a nube+naufragio anche senza conoscere l’etimologia).
visionary <> visionario
Oggi esce la biografia di Steve Jobs e presumo che nei media italiani la parola visionario sarà di nuovo inflazionata. Chi sa l’inglese può interpretarla correttamente, altrimenti forse non tutti riconoscono il falso amico visionary / visionario.
In inglese il sostantivo e l’aggettivo visionary hanno soprattutto connotazioni positive. Nei loro significati più comuni descrivono qualcuno che ha le idee chiare sul futuro e/o che è molto originale e creativo, come si può verificare in qualsiasi dizionario o ricavare dal contesto di espressioni come visionary leadership. Esempio dal Macmillan Dictionary:
In italiano, invece, visionario condivide con l’inglese solo il significato relativo alle visioni mistiche mentre le altre accezioni sono decisamente meno lusinghiere, come si può vedere nella voce del vocabolario Zingarelli 2012 (cfr. in particolare l’esempio riformatori visionari e quello inglese visionary reformer qui sopra):
il cloud e la cloud
Il genere dei forestierismi
In italiano non c’è una regola precisa per stabilire il genere dei prestiti. Le grammatiche indicano che il genere dovrebbe essere determinato dal sostantivo italiano corrispondente (ad es. il biglietto > il ticket, la parola > la password) ma in realtà prevale il maschile, a meno che il riferimento a un sostantivo italiano femminile non sia palese.
Cloud
Fatte queste premesse, mi piacerebbe chiedere a chi non ha già familiarità con i concetti legati al cloud computing che genere assegnerebbe a cloud in italiano: maschile o femminile? Ci pensavo guardando una pubblicità che imperversa in questi giorni:
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Nello slogan “La Nuvola Italiana di Telecom Italia. L’unico cloud con la rete dentro” l’associazione tra nuvola e cloud è esplicita ma il prestito è di genere maschile.
Immagino che la scelta di Telecom Italia non sia stata scontata ma, come è prassi in questi casi, abbia richiesto un’analisi terminologica con la valutazione di vari fattori.
È stata fatta una ricerca per la categoria “italiano”.



