Terminologia etc.

Terminologia, localizzazione, traduzione e altre considerazioni linguistiche

Post nella categoria “italiano”

Aggettivi indefiniti subdoli

Sono capitata nella pagina italiana di un sito dove si avverte che la spedizione di certi prodotti potrebbe subire un ritardo di parecchi giorni, un’informazione davvero poco incoraggiante dal punto di vista di un potenziale acquirente.

Ho cercato il testo originale: come immaginavo, la pagina inglese dice che la spedizione “may be delayed by several days, un’attesa tutto sommato accettabile.

voce Several nell'Oxford Advanced Learner's Dictionary: more than two but not very many

Ce lo ripetevano in continuazione il primo anno di università: in inglese several indica una quantità imprecisata ma limitata, in genere meno di dieci, quindi tradurre con parecchio o aggettivi che indicano un numero rilevante è quasi sempre un errore; in base al contesto, andrebbero preferite alternative quali qualche, alcuno, più (di uno), ecc.

Ho avuto modo di notare che è un tipo di errore che può sfuggire ai revisori, soprattutto se il resto del testo rispetta le indicazioni della guida di stile, è scorrevole e la terminologia è corretta. L’esempio di parecchi giorni credo dimostri che invece si dovrebbe fare attenzione a queste sviste: anche un aggettivo indefinito, per quanto apparentemente banale, può influenzare negativamente la percezione di un prodotto o di un servizio.

voce Parecchio nel Vocabolario Zingarelli online: che è in quantità, misura o numero notevole, rilevante

“portmantologist” e parole da salvare

Sono andata a curiosare su Save the Words, un’iniziativa degli editori dell’Oxford English Dictionary per “salvare” parole insolite che stanno cadendo nel dimenticatoio (a quanto pare, in inglese il 90% delle comunicazioni avviene con non più di 7000 parole). Per fare una pausa può essere divertente dare un’occhiata a qualche definizione o leggere i suggerimenti di spread the word (attenzione all’audio!).

portmantologist: one who studies or coins portmanteau words

Quando ho fatto clic, del tutto a caso, tra le centinaia di caselle colorate, ho trovato buffo che la prima parola apparsa fosse portmantologist, ovvero chi studia o crea parole formate dalla fusione di due parole, come ad esempio malware, malicious+software.

In inglese si parla di portmanteau word, un termine coniato da Lewis Carrol per descrivere le parole inventate per il poemetto Jabberwocky e che Humpty Dumpty spiega ad Alice con la metafora del “baule armadio”, caratterizzato da due parti unite da una cerniera: 

`Well, "slithy" means "lithe and slimy". "Lithe" is the same as "active". You see it’s like a portmanteau — there are two meanings packed up into one word.’  […] …"mimsy" is "flimsy and miserable" (there’s another portmanteau for you).
(Through the Looking Glass

Il termine linguistico inglese è blend, quello più scherzoso frankenword. In francese c’è il calco mot-valise e in tedesco Kofferwort, e anche in italiano c’è chi dice parola valigia. Io preferisco parola macedonia, non mi dispiace tamponamento (di parole) mentre trovo orrendo composto aplologico.

Una caratteristica delle parole macedonia inglesi nate in ambito tecnico e informatico è che di solito vengono adottate in italiano come prestiti. Qualche esempio: modem (modulator+demodulator), transistor (transfer+resistor), transceiver (transmitter+receiver), transponder (transmitter+responder), codec (coder+decoder), bit (binary+digit), pixel (picture+element), widget (windows+gadget), camcorder (camera+recorder), blog (web+log), vlog (video+blog), netiquette (Internet+etiquette), emoticon (emotion+icon), podcast (iPod+broadcast), webinar (web+seminar), spim (spam+IM), termbase (terminology+database). Altri esempi nei post con tag parole macedonia.

Tornando invece a Save the Words e a iniziative simili per l’italiano, nell’ultima edizione del Vocabolario Zingarelli sono segnalate oltre 2900 “parole da salvare” e da qualche anno la Zanichelli indice il concorso Salva Parola, a cui sono associate le riflessioni di Osservatorio della lingua italiana (esempi qui e qui). 

A me piace il Dizionario delle parole perdute: non tutte le parole sono dimenticate od obsolete ma è divertente curiosare tra le varie voci perché tutte includono un ricordo di chi le ha proposte, ad es. una parola che io non sentivo più dai tempi della scuola è cimosa.

Anche il blog Kielipiha ha iniziato un “viaggio alla ricerca delle parole italiane obsolete”.


Vedi anche: La lingua inglese vista dall’Oxford English Corpus.

Modi di dire e deformazione professionale ;-)

Per descrivere alcune situazioni in cui una persona X ha dimostrato di tenere testa alla persona Y, un amico ha iniziato dicendo “X gli sta dando del fi…” per poi interrompersi e continuare convinto con “Y ha trovato filo per i suoi denti”.  

flossingQuesta fusione delle due espressioni dare del filo da torcere e trovare pane per i propri denti  mi ha fatto ridere e il mio interlocutore si è subito reso conto dell’errore, che quindi non classificherei come uno dei tanti strafalcioni regolarmente raccolti in libretti da leggere sotto l’ombrellone (vari esempi qui e qui) ma come un lapsus “professionale”: chi ha detto filo per i suoi denti è infatti un dentista… 

Falsi amici all’ombra del sicomoro

 

La turbina eolica ispirata al seme del sicomoro (da Wind Power)Probabilmente anche altri lettori di un importante quotidiano italiano sono rimasti perplessi dal titolo di un articolo su una turbina eolica innovativa, costruita da un’azienda britannica:

Eolico: nuova turbina disegnata ispirandosi al seme del sicomoro - Corriere della Sera

Il testo dell’articolo spiega che Il design [della turbina] è ispirato al seme del sicomoro, che cade a terra a spirale grazie ad «ali» a V

frutti di sicomoro (ficus sycomorus)Basta però fare doppio clic sulla parola sicomoro nell’articolo stesso per accedere alla definizione del Dizionario Sabatini-Coletti e confermare il sospetto che si tratti di una notizia tradotta: non è stato considerato che, in italiano, il sicomoro (ficus sycomorus) è una pianta che cresce in climi caldi e i cui frutti, simili ai fichi, non sono certo provvisti di ali.

In inglese, invece, sycamore è il nome di tre diversi tipi di albero:

1  in Europa indica l’acero montano (acer pseudoplatanus)
2  in America settentrionale è il platano (platanus occidentalis
3 in Africa e Medio Oriente descrive il ficus sycomorus, in italiano sicomoro*

samare (semi di acero) Nel caso della turbina eolica progettata nel Regno Unito, il riferimento è sicuramente all’acero, il cui seme, sàmara nella terminologia scientifica, ha due ali membranacee che gli consentono di ruotare in aria. Chi ha visitato il Museo della Scienza e della Tecnologia di Milano ricorderà che Leonardo Da Vinci aveva preso ispirazione proprio dai semi d’acero per progettare la macchina nota come “elicottero di Leonardo”. E in inglese il nome colloquiale delle samare è helicopter seeds, in azione in questo documentario della BBC (dal minuto 3:00):

The private life of plants – voce narrante di David Attenborough

*  Tra i principali dizionari italiani, solo il Vocabolario Zingarelli include “acero montano” come significato alternativo di sicomoro: probabilmente non viene più considerato un falso amico ma un calco entrato in italiano tramite ripetute traduzioni letterali? Non credo però che questa accezione, ancora poco comune, giustifichi la scelta lessicale nell’articolo citato (o nelle traduzioni di romanzi ambientati in Gran Bretagna e in Irlanda).

Terminologia locale: il pulsante TIRO

Al citofono: "aspetta che ti do il tiro!"Si può provare qualche momento di perplessità la prima volta che si esce dall’androne di qualche condominio di Bologna: si cerca il comando per aprire il portone ma si trova solo un pulsante con la misteriosa scritta TIRO

E invece è proprio quello il comando per aprire la porta. Il nome del pulsante riflette una peculiarità linguistica locale, la cui etimologia è spiegata in dettaglio in Wikipedia:

  La fortissima sedimentazione odierna di tale parola [tiro] nelle abitudini quotidiane degli abitanti della provincia di Bologna è certamente riferibile alla presenza, universale già dalla fine del Settecento, nelle case bolognesi di una catena o una corda che comandava meccanicamente l’apertura del portone, riportata mediante apposite carrucole fino ai piani alti delle abitazioni.
.
Un’altra catena o corda permetteva a chi arrivava di suonare una campanella per annunciare la propria presenza e richiedere l’apertura del portone, che la servitù otteneva dando un secco e deciso tiro all’apposita corda, sbloccando la serratura a distanza.
.
Quando si è diffusa l’energia elettrica, l’utilizzo della parola tiro per significare comando di apertura della porta era tanto diffusa che il termine è sopravvissuto, nonostante nei pulsanti elettrici non ci fosse nulla da tirare.  

Al citofono, l’espressione dare il tiro non ha quindi nulla a che fare con il fumo o sostanze stupefacenti ma semplicemente vuol dire “aprire il portone”. 


Vedi anche: cartelli insoliti.

Una casa shabby al punto giusto…

Mi è capitata tra le mani una rivista di arredamento non specializzata, destinata a chi vive in case di piccole e medie dimensioni. Ha una grafica accattivante ed è molto piacevole da sfogliare, però più che i mobili ho notato l’uso massiccio di parole inglesi, ben oltre i prevedibili look, appeal, trendy, hi-tech e altri prestiti ormai comuni in italiano.

Qualche esempio (corsivi miei):

in stile navy, stile British, dondolo old style
rigorosamente white&blue, black&white, se sei blu-addicted [sic], total white, il tuo green party, green & chic, cucinare: blue link
English Mood, scegli il tuo mood
wallpaper anni ‘70, daybed 
pattern iper-materico, forma sixties
tre modi di dire outdoor, complementi d’arredo outdoor  
tutto mooolto glam, coffee-table iperglam [sic]   
soft budget, nice design, cucina young, ambiente open, temperature hot, decoro easy     
apparecchi new generation, case stress-free, il divano è un comodo no-name
mix & match, shopping in & out  
bookmaniaci, Face & cook  

I testi delle riviste italiane infarciti di parole inglesi non sono certo una novità, ho però l’impressione che la loro presenza nelle pubblicazioni destinate a un pubblico generico sia un fenomeno un po’ più recente: mi viene in mente la rivista del supermercato Esselunga, che si chiama NEWS e pullula di parole inglesi, ad es. i prodotti alimentari sono sempre  rigorosamente descritti come food. Mi domando che effetto faccia sulle persone più anziane e su chi non ha molta familiarità con l’inglese…

O forse in alcuni casi si dà per scontato che il lettore tipico abbia una comprensione abbastanza ristretta dell’inglese? Una casa descritta come accogliente e shabby, ad Case stress-free: una villetta luminosa, accogliente e shabby al punto giusto.esempio, può sembrare una specie di ossimoro a chi ha padronanza della lingua, però può darsi che chi legge la rivista di arredamento interpreti la parola shabby unicamente come riferimento allo stile shabby chic, senza associarla ai significati negativi dell’aggettivo inglese (misero, squallido, in cattivo stato, degradato).

Vedi anche: Terminologia e utente tipico.

Tu Vuo’ Fa’ l’Americano?

Inizialmente incuriosita da un errore di battitura sul sito del Corriere della Sera, ho notato una formattazione insolita nelle pagine della Cronaca di Roma: tutte le parole nel titolo degli articoli nel percorso di navigazione hanno l’iniziale maiuscola.  

Articolo originale: Lo guardo più bello sulla Capitale è di «un milanese a Roma»

Le iniziali maiuscole per sostantivi, aggettivi e verbi nei titoli (di solito non per preposizioni o articoli) sono una convenzione tipicamente americana raramente usata in italiano, se non in alcune traduzioni che riproducono pedissequamente il testo originale. E può bastare il titolo per capire se il testo che segue è in inglese britannico o americano:

US to impose new sanctions on North Korea - The Independent

U.S. to impose More Sanctions Against North Korea - New York Times


Vedi anche: Giornata della punteggiatura (USA), su alcune convenzioni di scrittura che variano in base al paese, e Dr Johnson, per una breve nota sul diverso uso dei punti nelle abbreviazioni in inglese americano e britannico.

Aggiungo il riferimento alla combinazione di tasti MAIUSC+F3 in Microsoft Word, funzionalità che nella modalità “iniziali maiuscole” probabilmente è usata solo dagli americani.

  • magnetofono e registratore a cassette

    A chi era bambino ai tempi di Hit Parade, la trasmissione radio dell’appena scomparso Lelio Luttazzi, sicuramente piacerà leggere È nell’olimpo della hit-parade di Luca Sofri. 

    Ovviamente non potevo non apprezzare anche la nota terminologica (grassetti miei):

    […] il magnetofono, me lo ricordo benissimo. Per la lingua di allora – la parola è in effetti desueta – un magnetofono era semplicemente un registratore a cassette, che aveva ereditato il suo nome dai precedenti registratori a bobine […]. Cosa fosse un registratore dovreste invece saperlo tutti, almeno ancora per qualche anno

    Registratore a cassette è un tipico esempio di retronimo e di quanto rapida sia l’evoluzione della lingua e della terminologia, specialmente in ambito tecnico: quando ero piccola, il registratore era “per antonomasia” quello portatile a cassette (a casa mia un modello SANYO con comandi a cloche!) e la parola magnetofono suonava già antiquata e riservata ai registri più formali.

    Alternative a blog, chat, newsletter, spamming? – 1

    Il mese scorso il blog Linguista ha lanciato un concorso, rivolto soprattutto agli studenti, per proporre traduzioni a cinque parole inglesi legate al Web e ormai comuni in italiano: blog, chat, newsletter, provider, spamming.

    Nel linguaggio tecnico, specialmente informatico, i prestiti integrali sono spesso preferiti a possibili alternative italiane per il loro valore monosemico (non si confondono con altri oggetti o concetti) e per la loro concisione, efficacia espressiva e adeguatezza nominativa*. A parte provider, che ha un equivalente italiano in fornitore, anche i termini scelti per il concorso fanno parte di questa categoria e mi sembra siano ormai radicati nella nostra lingua, diventando dei cosiddetti forestierismi insostituibili.

    L’iniziativa di Linguista appare così soprattutto un divertimento linguistico ma è sicuramente una bella idea per stimolare riflessioni sulla produzione e l’uso del lessico. Dando un’occhiata ai contributi si notano infatti parecchi suggerimenti creativi e commenti interessanti e colpisce la notevole varietà di meccanismi di formazione di nuove parole usati dai partecipanti:

    Prestiti adattati, come blogo, blago, nuletta, niuslitter, nosletta, niuslettera, provaider, provvideratore, ciattera, ciat, ciaccia, ciatta. 
    Prestiti interni (dialettismi), come ciacola, ciac(c)olata, ciana, cicera (chat), rumenta, munnezza (spamming).   
    Calchi: notiziolettera, novaletta, novalittera (newsletter), manzotin, manzotinaggio, simmenthalare (spamming, con riferimento etimologico).   
    Molti esempi di derivazione, tra cui soprattutto l’aggiunta di suffissi a parole esistenti, ad es. infuffamento (spamming), chiacchieraio, cianciatoio, chiacchia, ciarleria, conversario (chat), serviziatore, internettaro (provider), cogitario (blog).
    Ancora per il meccanismo di derivazione, molto usati prefissi e soprattutto prefissoidi come in iperdialogo, ciberciarla, elettrodialogo, telechiacchiera (chat), iperpattume, e-scorie, emmondizia (spamming), ciberfornitore, e-fornitore (provider); interessante notare che inter- non significa più “tra” ma “Internet”, come in intervoce, interdialogo (chat) e interdiario (blog)
    Esempi di alterazione, soprattutto per rendere l’accezione negativa di spamming, ad es. postume, postazza, postaccia.
    Parole composte, in particolare secondo il modello nome+aggettivo, come ad es. chiacchierata telematica / elettronica / virtuale (chat), zibaldone elettronico (blog).
    Molti esempi di parole macedonia (tamponamenti di parole), ad es. postizia (posta+immondizia), polesta (posta+molesta), pospazza (posta+spazzatura), pubblicitame (pubblicità+ciarpame); periodiziario (periodico+notiziario), retiario (rete+diario), forniservizi (fornitore/fornire+servizi), cronolario (cronologico+diario), ciarola (ciarla+parola), leggizia (leggimi+notizia); molto divertente forfoposta (forfora+posta).
    Vari conglomerati, ad es. scrivoparlo e digiparla (chat), postinvade (spamming)
    Acronimi, ad es. DDB (diario di bordo) e DECC (diario elettronico condiviso e commentato) per blog, CIR (chiacchierata in rete) e CIAT (Corrispondenza Istantanea Attraverso Terminale) per chat, NEP (notiziario elettronico periodico) per newsletter, ESE (erogatore servizio elettronico) e F.A.SE.R (fornitore accesso servizi di rete) per provider. 
    Abbreviazioni, ad es. infovelo (newsletter). 
    Metaforizzazione, come per polentaggio (“il voler propinare a tutti i costi un qualcosa che ti esce fuori dagli occhi…per questo ho pensato alla polenta che in tempi di guerra probabilmente a molte persone suscitava le stesse reazioni dello spam”), zanzare (“inevitabili, fastidiose, frequenti” come lo spam).
    Mi ha colpito l’uso di elementi formanti colti dalle lingue classiche, un approccio che in ambito Web potrebbe sembrare insolito se non si pensa alle parole latine nella terminologia informatica inglese. Alcuni esempi: celesce, “celerĭter velocemente + λέσχη, -ης, ἡ conversare”, per chat, semito, “σήμερον oggi + μῦθος, -ου, ὁ notizia”, per newsletter; effemeride, “dal lat. ephemĕris -ĭdis, dal greco diario, composto di sopra (a riguardo) + giorno” per blog; ci sono poi varie proposte forse non del tutto convincenti per provider, come remicula, “rete, is + militia, -ae servizio militare”, retiario, “mediato dal latino Retiarius, che alludeva a un gladiatore armato di rete” per provider; apparitore, “da apparitus ovvero servitore pubblico”; sinistarco, “συνιστημι sunistemi in greco”.
    Ci sono anche parecchi esempi di parole che non sono trasparenti e non è chiaro se siano neoformazioni ad hoc o se si tratti di gergo giovanile, ad es. slollo (chat), suntiva (newsletter), sbittatore (provider), smuggia, digiastro (spamming), però hanno una loro efficacia perché rimangono impresse facilmente.
    Divertente l’enfasi espressiva conferita con il simbolo @ in chi@cchiera (chat) e di@rio (blog).

    Altre proposte sono invece meno efficaci ed evidenziano le difficoltà che si possono incontrare anche con i progetti terminologici in crowdsourcing o comunque aperti alla partecipazione di tutti gli utenti, un’attività ultimamente abbastanza diffusa nella localizzazione. Ne parlerò nella seconda parte di questo post.


    * Cfr. Le parole del lessico italiano

    Vedi anche: 10 anni della parola blog, sull’assestamento del termine blog anche in italiano, e Ancora sull’uso dello scanner, sui possibili meccanismi che portano alla prevalenza di un’opzione linguistica su altre disponibili.

     why are blogs called blogs?!?

    (in)accessibilità

    Una parola virgolettata in un recente titoletto nel Corriere della Sera ha attirato la mia attenzione: Manovra: il testo è «inaccessibile».

    Manovra: il testo è «inaccessibile». Il documento sul sito del Governo è enorme, di problematica gestione, e di fatto non fruibile da molti degli utenti, fra cui i non vedenti. A dispetto della Legge Stanca – Articolo di Carlo Giacobini, Corriere della Sera

    Non devo essere l’unica ad avere pensato che il titolo fosse fuorviante (inaccessibile = impossibile da raggiungere) perché nel frattempo l’articolo è stato modificato e ora si legge Manovra: il testo accessibile con grande difficoltà (confronto con la versione originale qui). 

    Ho comunque trovato interessante il tentativo di esprimere in un’unica parola il contrario di accessibile, un termine informatico ormai diffuso, chiaro calco dall’inglese, che descrive la piena fruibilità di un sito o di un prodotto anche per chi ha qualche difficoltà fisica, ovvero l’accessibilità: “la capacità dei sistemi informatici, nelle forme e nei limiti consentiti dalle conoscenze tecnologiche, di erogare servizi e fornire informazioni fruibili, senza discriminazioni, anche da parte di coloro che a causa di disabilità necessitano di tecnologie assistive o configurazioni particolari”.

    La definizione è tratta dalla cosiddetta Legge Stanca, che si può dire abbia ufficializzato la terminologia italiana sull’argomento, anche se non mi sembra che i principali dizionari abbiano ancora recepito le accezioni “informatiche” di accessibile e accessibilità.

    Dando un’occhiata alla terminologia del software con opzioni pensate per chi ha disabilità, sviluppato in inglese e poi localizzato, si trova che nelle versioni italiane di Windows meno recenti, come pure nelle principali distribuzioni Linux, il termine accessibility (ad es. in Accessibility Options, Accessibility Wizard) è tradotto con accesso facilitato, una locuzione comprensibile anche da chi, soprattutto anni fa, poteva non avere ancora familiarità con il nuovo concetto di accessibilità. Può essere interessante notare che nella versione americana di Windows Vista il termine accessibility è stato sostituito da ease of access (più trasparente o addirittura più politicamente corretto?), mentre in italiano Windows 7 ha portato a un adeguamento alla terminologia ufficiale ed è stato quindi preferito accessibilità

    Per quel che riguarda Apple, mi pare che nei Mac si faccia riferimento a questo tipo di funzionalità con Universal Access / Accesso Universale e che nei dispositivi (iPad, iPhone ecc.) appaia invece anche il termine accessibility, in italiano accessibilità. Anche nei prodotti Adobe accessibility è accessibilità.

    PS Stesso articolo del Corriere, altro tipo di commenti: Il governo ne sa una più del modem.
    Altre mie osservazioni su articoli del Corriere in Ristoranti in crowdsourcing e open source? e link correlati.

    Lava, lapilli, turbinanti nubi di cenere vulcanica…

    Ultimamente si parla molto di vulcani, grazie (?!) all’impronunciabile Eyjafjallajökull e, in questi giorni, al 30º anniversario dell’eruzione di Mount St. Helens (Stati Uniti), di cui The Boston Globe pubblica una serie di foto davvero impressionanti.

    Guardando le immagini di Mount St. Helens ho pensato subito al verbo billow, che in inglese sembra immancabile quando si descrivono vulcani che sprigionano nubi di cenere, e infatti l’ho trovato nella prima didascalia, in un’altra foto e nei commenti!

    Ash billows from the crater where the summit of Mount St. Helens had been only hours earlier during a huge eruption on May 18th, 1980. - The Boston Globe

    Billow è un verbo inglese che mi piace molto ma che non ha un equivalente italiano: descrive fumo o vapore che sale in grandi quantità, a ondate, e dà l’idea di una massa che si gonfia e si dilata. I dizionari lo traducono con “fluttuare in grandi volute”, “levarsi a ondate” e simili, e ho visto billowing ash cloud reso con “turbinanti volute di cenere” (qui) e “torreggianti nubi eruttive” (qui), ma rimane comunque difficile riprodurre l’efficacia della singola parola inglese, che etimologicamente è legata anche a bellows, il mantice.

    Passando alla terminologia scientifica sui fenomeni vulcanici, si notano altri dettagli interessanti, ad esempio in inglese ci sono parecchi prestiti dall’italiano quali fumarole (singolare!), lava, lapilli e solfatara, eponimi come Plinian eruption (eruzione pliniana) e termini che derivano da toponimi italiani come Strombolian eruption (eruzione stromboliana) e Vulcanian eruption (eruzione vulcaniana).

    Sia in inglese che in italiano si trovano inoltre prestiti da varie lingue parlate in luoghi con fenomeni vulcanici, ad esempio caldera e hornito dallo spagnolo, maar dal tedesco, l’eponimo lacrime di Pele (Pele’s tears) e i tipi di lava aa e pahoehoe dall’hawaiano, il termine lahar, di origine indonesiana, e l’islandese jökulhlaup, un’inondazione causata da un vulcano che fa fondere un ghiacciaio (come quella dello scorso aprile in Islanda). 
    … …

    Le definizioni dei termini, visualizzabili al passaggio del mouse, sono tratte dal sito Stromboli online, dove si possono consultare fotoglossari di termini vulcanologici in italiano, inglese, tedesco e… friulano!

    Touch screen napoletanizzato :-)

    Poco fa ho sentito un’ulteriore conferma di come, per noi italiani, la lunghezza delle vocali non è un tratto distintivo e non sempre viene riprodotta correttamente quando si adottano prestiti da altre lingue: alla radio un napoletano molto simpatico descriveva un telefono cellulare dicendo che aveva “o tacce scrinne”. 

    Accennando alla pronuncia delle parole inglesi in italiano in Parla come mangi, notavo che per i prestiti quali touch screen i dizionari italiani riportano sia la pronuncia originale che la pronuncia italiana adattata, incluse eventuali variazioni di accento primario e accento secondario (indicati dai simboli  ˈ ˌ ), come si può vedere nell’esempio dal Devoto-Oli:

    voce Touch Screen nel Vocabolario della lingua italiana Devoto-Oli 2009 

    Dell’irresistibile pronuncia napoletana però non c’è traccia… 


    Vedi anche: “pinch” non è solo pizzicare (considerazioni sulla terminologia associata a una recente funzionalità multi-touch).

    “Musati” e lunghezza di vocali e consonanti

    VETRINA ANTI MUSATI    La settimana scorsa ho fatto un paio di interventi alla SSLMIT di Trieste, dove ho studiato anch’io. In giro per la città mi ha fatto piacere riascoltare l’accento e il dialetto locali e soprattutto mi ha divertita il cartello esposto da una farmacia: VETRINA ANTI MUSATI.

    I musati sono le zanzare e, a parte il nome, trovo curiose la pronuncia e la grafia della parola. Immagino che chi non ha familiarità con il dialetto triestino leggerebbe /mu’zati/ e non penserebbe invece a qualcosa che suona più o meno come “mussatti” o  “mussati”.

    Ho provato a chiedere informazioni a qualche triestino (e qualche bisiaco) e mi è stato detto che la parola non si scrive con le doppie. Niente di strano, se le convenzioni ortografiche locali prevedono che /ss/ si scriva s. Poi però mi è nata qualche perplessità quando i miei interlocutori hanno cercato di dimostrarmi le differenze di pronuncia “triestina” tra musati e l’eventuale mussatti: per loro erano parole diverse ma per me, non autoctona e poco portata a cogliere peculiarità acustico-articolatorie, suonavano indistinguibili.

    Non sono affatto esperta di fonologia italiana, tantomeno triestina, ma azzarderei l’ipotesi che le vocali di musato possano essere leggermente meno lunghe di quelle che in italiano normalmente precedono una consonante breve, cosicché chi non è triestino potrebbe percepire la consonante che segue come se fosse geminata (“doppia”)?

    A differenza di altre lingue, come il finlandese, in italiano la lunghezza delle vocali non è un tratto distintivo (mentre lo è la lunghezza delle consonanti, ad es. in cane e canne) e infatti non viene segnata nella trascrizione fonologica (ad es. nei dizionari si trova /‘kane/ e /’kanne/ ). Si ricorre alla trascrizione fonetica per specificare le distinzioni allofoniche e gli allungamenti fonetici e si usa il simbolo [ː] per indicare le vocali lunghe, che per l’italiano si trovano soprattutto in sillabe aperte toniche (ad es. [‘kaːne] e [‘kanne]).

    A questo punto sarei curiosa di vedere una trascrizione fonetica per il triestino, in particolare perché ho sentito anche qualche veneto* e ho scoperto che nei dialetti delle province di Treviso e di Venezia le zanzare si chiamano come a fauna triestina - da una vignetta di Alessandro BoninTrieste ma la s (e in certe zone anche la t) viene percepita e pronunciata sempre geminata e quindi la parola viene resa graficamente con mussati e mussatti. A quanto pare, per un veneto l’eventuale parola musati avrebbe una /s/ breve (e vocali lunghe) e in questo caso diventerebbe facilmente distinguibile dalle altre varianti anche per un orecchio poco sensibile come il mio… 

    Vedi anche: Come si dice caffè a Trieste? per altre peculiarità linguistiche triestine.

    * Un grazie a Fabio per la verifica in varie fonti, tra cui il Vocabolario etimologico veneto-italiano (Turato-Durante), che fa risalire l’origine della parola al tardo latino mustio, -onis, “piccola mosca”, e l’Abecedario dei villani (Bernardi) che indica in “moscerino” un ulteriore significato di mussat(o). 

     

    Canzoni, anglicismi e mondegreen

    Mi è piaciuto leggere Da Fred al Liga, english per essere up to date nel Portale Treccani, sugli anglicismi nelle canzoni italiane, tratto dal saggio Ma cosa vuoi che sia una canzone. Mezzo secolo di italiano cantato di Giuseppe Antonelli.

    gru che volano nel cielo  ;-)Ho qualche dubbio che le parole inglesi in un testo italiano vengano sempre riconosciute correttamente da chi ascolta le canzoni. Quando era uscito Vita spericolata, ad esempio, io ero convinta che Vasco Rossi cantasse “e poi ci troveremo come d’estate a bere del whisky…” e ci avevo messo un po’ anche a capire che Ligabue parlava degli Who e non di gru. Ehm…

    In inglese queste interpretazioni a volte assurde di versi di canzoni si chiamano mondegreen, con riferimento al verso di una ballata del XVII secolo, “They hae slain the Earl O’ Moray / And laid him on the green”, che era stato frainteso come “And Lady Mondegreen” dalla scrittrice americana Sylvia Wright che poi aveva coniato il termine.

    Nel libro The Language Instinct, Steven Pinker fa notare che in inglese i mondegreen spesso attribuiscono al verso un significato meno plausibile dell’originale. Direi anche in italiano, perlomeno a giudicare da certe chicche raccolte da Cernaki!

    ……

    PS A questo punto forse andrebbe anche citato lo pseudo-inglese di Adriano Celentano in Prisencolinensinainciusol, che recentemente ha goduto di qualche notorietà negli Stati Uniti: ne hanno parlato tra gli altri The New Yorker, Language Log e Boing Boing.

    Errori con gli accenti: colpa di computer e cellulari?

    Ringrazio Elisa, che mi ha mandato un trafiletto intitolato "La “pigrizia” del computer, tratto da uno speciale sulla lingua italiana in una rivista femminile: La sostituzione delle lettere accentate con l’apostrofo (perche’ invece di perché) è una caratteristica della Comunicazione mediata dal computer: posta elettronica, gruppi di discussione, chat, siti Web. In questo contesto può avere una giustificazione pratica, ma l’uso dell’apostrofo al posto della lettera accentata si sta diffondendo ovunque […] Così diventa difficile distinguere tra accento grave e acuto e tra accento e apostrofo […]

    Ci sono alcune affermazioni che non trovo condivisibili:

    L’uso dell’apostrofo al posto della lettera accentata si sta diffondendo ovunque”: era sicuramente così anni fa, specialmente per chi non usava tastiere italiane o si trovava a usare software che non accettava i cosiddetti caratteri estesi; mi sembra però un fenomeno in calo più che in crescita, perlomeno tra i “non tecniconi”, anche perché i correttori ortografici sono molto diffusi e segnalano questi errori.  
    L’uso dell’apostrofo rende difficile distinguere tra accento grave e acuto e porta agli errati perchè, poichè”: credo che la causa possa essere un’altra. Chi scrive a mano non differenzia gli accenti, o perlomeno non lo facevano quelli della mia generazione, che alle elementari scrivevano ogni accento come una specie di arco sopra la vocale, ad es. è, tanto che l’esistenza di accenti gravi e acuti io l’ho imparata solo all’università!
    L’uso dell’apostrofo rende difficile distinguere tra accento e apostrofo, come in pò scritto con l’accento, anziché il corretto po’ ”: se fosse vero quanto affermato più sopra, sarebbero in pochi a scrivere *pò e preferirebbero la forma con l’apostrofo, e comunque non spiega perché siano così diffusi gli altrettanto raccapriccianti *fà, *sò, *sà, *dò, ecc.
    Anche il correttore ortografico di alcuni cellulari suggerisce la grafia pò!”: francamente sono perplessa che ci sia chi possa pensare che i sistemi di scrittura facilitata tipo il T9 siano correttori ortografici. Sono due strumenti ben diversi, e se anche entrambi utilizzano informazioni relative alla frequenza delle parole nella lingua, lo fanno con modalità e scopi diversi. Immagino che il problema di * nel T9 sia dovuto alla forte presenza dell’errore nei corpora usati per creare il “dizionario” di riferimento, e dei corpora fanno spesso parte intere annate di giornali. Sicuramente non sono solo io ad avere notato quanto sia diffuso l’orrendo * nei principali quotidiani, soprattutto online: forse computer e cellulari in questo caso sono innocenti e a contribuire a questo errore è stata la “pigrizia” (ortografica) di qualche giornalista?!?  


    [pubblicato automaticamente: sto facendo una pausa, ci risentiamo a fine mese]

    Vedi anche: Accenti gravi e acuti in italiano e, sulle maiuscole accentate, È o non E’?! Scrivere per il Web.

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