Terminologia etc.

Terminologia, localizzazione, traduzione e altre considerazioni linguistiche

Post nella categoria “italiano”

-ese, il suffisso “che dà la parola”

Ho trovato interessante Lingua, linguacce e società, un articolo sul suffisso –ese e su come venga usato per creare nomi di linguaggi particolari, spesso con connotazioni ironiche o sarcastiche:

Lingua, linguacce e società - Treccani.it “…il suffisso -ese, tradizionalmente generatore di aggettivi e sostantivi indicanti appartenenza a realtà geografica o a entità linguistica, nazionalità, cittadinanza e simili (francese, calabrese, bolognese) si è spesso cucito addosso il grado semantico a volte scherzoso, a volte ironico, spesso polemico (se non perfino denigratorio), ricavato dall’-ese che ricalca l’-ais di franglais, per indicare un qualche linguaggio tipico di un settore della società, della politica, di una qualche disciplina o materia, di un qualche personaggio (di norma noto).”
[Treccani.it]

Tra i numerosi esempi di linguaggi tipici andrebbe aggiunto interpretese, il modo di parlare degli interpreti che Fiorello sa imitare alla perfezione. Ne ho ho letto divertita qualche giorno fa quando ho scoperto SSLMIT – fatti e misfatti (grazie Lorenza!), un blog gustosamente impietoso sull’università che ho frequentato anch’io.

Vedi anche: itanglese (sinonimo di italiese), Clausole di riservatezza nei messaggi (esempi di burocratese) e Tendenze nella formazione di neologismi (meccanismi di formazione di nuove parole). 

Fatto 30, si può fare 31

Il post di ieri su trenta, le 31 once di caffè, mi ha fatto venire in mente la frase proverbiale abbiamo fatto trenta, facciamo trentuno (o anche chi ha fatto trenta può fare trentuno).

Non conoscevo l’origine dell’espressione, eccola qui per chiudere l’argomento:

È una frase attribuita a papa Leone X. Nel 1517, dopo aver indetto un concistoro per la nomina di trenta cardinali, si rese conto di aver lasciato fuori dal conto un religioso del quale aveva la massima stima. Così: un po’ giocando sull’infallibilità, un po’ per non adeguarsi alle maglie strette di uno schema prestabilito, le ordinazioni cardinalizie aumentarono di un’unità” [Treccani.it]  

Ciaspole, ciaspe, racchette da neve… e racchettoni

"racchettoni, s.m. parola piemontese, indica uno dei passatempi preferiti di chi ha il pallino della neve."         Per dettagli e tutte le offerte visita il sito www.piemonteitalia.euMi piace molto la montagna d’inverno e così non potevo non notare la recente bella campagna pubblicitaria della Regione Piemonte. A ogni foto di un’attività sulla neve è associata una definizione spiritosa, ad esempio:

  fuoripista, s.f. in piemontese è quella strada sulla neve che ciascuno ha la libertà di tracciare a piacere con un tratto continuo, a serpentina o anche a salti.
  sci, s.m. parola piemontese, caratteristica delle valli, indica la via maestra per godersi la montagna d’inverno.
  racchettoni, s.m. parola piemontese, indica uno dei passatempi preferiti di chi ha il pallino della neve.

Per i dettagli e le offerte viene dato l’indirizzo www.piemonteitalia.euricerca per Se però si prova a cercare racchettoni nel sito, non si ottiene alcuna informazione. Nessun risultato neanche per ciaspole*, il nome sempre più diffuso per descrivere questa attività: nelle pagine del sito si parla solo di racchette da neve, il termine dell’italiano standard. 

Direi che è un esempio tipico dell’importanza della gestione della terminologia all’interno di un’azienda, non solo in ambito multilingue ma anche monolingue. Se tutti i team impegnati in un progetto, in questo ipotetico caso chi scrive la documentazione, chi crea la campagna pubblicitaria e chi si occupa del marketing, usufruissero di un sistema di gestione della conoscenza aziendale che permettesse di verificare immediatamente (clic del mouse) le voci di un database terminologico, potrebbero vedere che racchettone rappresenta il concetto “attrezzo costituito da un’intelaiatura che si fissa sotto lo scarpone per camminare nella neve fresca senza sprofondare” a cui sono associati anche altri termini, per ciascuno dei quali possono essere specificate modalità e note d’uso:

racchetta da neve potrebbe essere indicato come il termine preferito nella documentazione ufficiale;
ciaspola potrebbe essere classificato come sinonimo regionale o colloquiale ammesso se nel testo viene indicato che ha lo stesso significato di racchetta da neve; potrebbe inoltre esserci l’indicazione che vada sempre aggiunto come parola chiave in tutte le pagine web sull’argomento, in modo che anche i documenti che non contengono ciaspola nel testo appaiano comunque nei risultati di eventuali ricerche all’interno del sito;
racchettone potrebbe essere indicato come termine sconsigliato e consentito solo in contesti particolari, ad es. la campagna pubblicitaria che gioca con l’idea del pallino, e come parola chiave per l’ottimizzazione delle ricerche;
ciaspa potrebbe apparire come variante regionale obsoleta da evitare.

I benefici sulla comunicazione aziendale di un processo di questo tipo sono chiari: maggiore standardizzazione e quindi semplificazione e riduzione delle ambiguità, migliore condivisione delle conoscenze sia internamente all’azienda che esternamente tra gli utenti e, in ambito plurilingue, traduzioni più accurate. Ovviamente, è fondamentale che tutti i team in azienda e i loro collaboratori esterni usino il sistema correttamente, ma questa è un’altra storia…

 
Vedi anche: Database terminologici, per alcuni cenni sulla gestione della terminologia orientata al concetto, e Neologismo: snowshoe spamming, per un riferimento “informatico” alle ciaspole.

*  Immagino che la voce ladina ciaspola, inizialmente nota solo al settentrione ma ora molto usata anche dai media nazionali, nel tempo sia destinata a soppiantare racchetta da neve per la maggiore brevità, per il valore monosemico e perché ne sono già derivati il verbo ciaspolare e il sostantivo ciaspolata; racchettone invece rimane, almeno per me, esclusivamente associato al gioco che si fa in spiaggia d’estate.  

regolarizzazione analogica

Sarei curiosa di sapere cosa viene in mente leggendo il titolo regolarizzazione analogica, senza contesto. Quanti di noi, in caso di espressioni poco diffuse che contengono parole polisemiche, provano a interpretarle facendo riferimento al significato più comune nella propria esperienza quotidiana o professionale, ad es. analogico inteso come non digitale?

Ci ho pensato leggendo una risposta nel portale Treccani sul plurale di orecchio, che non fa distinzione tra persone (orecchi) e animali (orecchie) come invece credono alcuni:

“…non v’è nessuna differenza di significato tra le coppie orecchio / orecchiaorecchi / orecchie. Va detto che nell’antichità il singolare orecchia (regolare sviluppo del latino AURĬCULAM) venne percepito come un plurale (le orecchia). È da orecchia plurale che fu ricavato quindi un singolare maschile orecchio, sul modello di uovo-uova. In seguito, le forze della regolarizzazione analogica – che tanto peso da sempre hanno nella creazione di forme, vocaboli e significati nuovi – tornarono ad agire in altra direzione, determinando la nascita del plurale maschile orecchi, sentito come più regolare abbinamento di orecchio. Così, senza troppa logica matematica, ma con una innegabile coerenza di spinte e attrazioni analogiche, la lingua italiana ospita oggi questo sistema di coppie sostanzialmente equivalenti, che non prevede differenze semantiche dipendenti dalla distinzione tra umano e non umano.” 

In contesto, il significato di analogico in regolarizzazione analogica diventa ovvio anche per chi non ha mai incontrato il termine linguistico, che descrive anche l’elaborazione di forme non standard da parte di bambini o stranieri che non hanno ancora recepito le eccezioni alle regole, come ad es. ho piangiuto anziché ho pianto, per analogia con i verbi regolari.

Non si sillaba solo a scuola…

The Temper Trap – Sweet Disposition

Stamattina la radiosveglia è partita con una canzone di un gruppo australiano che inizia il primo verso sillabandolo:
       sweet  dis·po·si·tion
       nev·er  too  soon

Ci ho fatto caso perché non ho mai provato a imparare la divisione in sillabe dell’inglese: troppo complessa rispetto alle facili regole italiane insegnate in prima elementare!

In italiano la suddivisione fonetica e quella ortografica, per andare a capo alla fine di una riga di testo, più o meno coincidono, anche nei casi in cui l’etimologia suggerirebbe diversamente, come ad es. per tran·sal·pi·no*.

In inglese è tutto più complesso: nell’ortografia si cerca di seguire la suddivisione naturale in sillabe, che però non è sempre così ovvia, ma vanno anche presi in considerazione aspetti morfologici ed etimologici, ad es. le parole macedonia transceiver e transistor si pronunciano /træn’si:və/ e /træn’zɪstə/  ma si dividono trans·cei·ver e tran·sis·tor perché si tiene conto degli elementi che le compongono, transmitter+receiver e transfer+resistor.

Vanno poi considerate le varietà di inglese, come nell’esempio tipico di medicine che per gli inglesi si divide medi·cine e per gli americani med·i·cine (la pronuncia è diversa). Nei casi dubbi, inoltre, l’inglese britannico sembra privilegiare gli aspetti morfologici ed etimologici e l’inglese americano quelli fonetici. Insomma, se proprio di deve andare a capo con una parola inglese, meglio consultare un dizionario.

Ancora più complicato in altre lingue, dove morfologia ed etimologia possono addirittura richiedere cambiamenti ortografici: inventando un esempio, è come se in italiano ammirare si dovesse modificare in ad·mi·ra·re.

Durante la valutazione di strumenti di sillabazione (hyphenator in inglese) per prodotti software, i colleghi un po’ mi invidiavano perché l’italiano è tra le lingue che danno meno problemi, proprio grazie alla semplicità del nostro sistema che, tra l’altro, si riflette in un dettaglio curioso: in alcuni formati, le dimensioni dei file per la sillabazione dell’italiano rispetto alle altre lingue sono molto ridotte, come ad es. si poteva notare nelle vecchie versioni di Microsoft Office confrontando i file con estensione .lex e la sigla hy nel nome, oppure negli hyphenation pattern scaricabili dal sito CTNA, dove si può vedere che per gestire la divisione in sillabe dell’italiano bastano 343 schemi, mentre per il neerlandese ne servono 12723, a cui va aggiunto un elenco di eccezioni.   


* Norma UNI 6461, Divisione delle parole in fin di linea, seguita da manuali di stile e dalla maggior parte dei dizionari italiani (ma non dal Sabatini Coletti che rispetta l’etimologia e quindi riporta trans·al·pi·no).


Vedi anche: C’è rima e rima, sulla struttura della sillaba in italiano e in inglese.

Come si dice caffè a Trieste?

Trieste in tazzina - promotrieste.itNei commenti al post di ieri Enrico cita  Salvalingua che rimanda a un elenco di 111 tipi di caffè che si possono bere in Italia.

Mi ha fatto tornare in mente che a Trieste, dove ho frequentato l’università, la terminologia che descrive il caffè è alquanto diversa da quella usata nel resto d’Italia. A parte nero in b (pronunciato con la e rigorosamente aperta!), non mi ero mai preoccupata di impararla perché il caffè non mi piace e così, quando avevo dovuto ordinare per un amico giapponese, avevo scatenato le ire del barista dicendo “Vorrei quello che noi in Italia chiamiamo cappuccino”.  Ehm…

Ci pensa Massimo Cirri per il Goethe Institut a chiarire la terminologia triestina del caffè: 

Il caffè, a Trieste, dopo tanto intreccio con la città, ha generato una lingua propria e difficile: c’è il Nero, caffè espresso in tazzina; il Nero in B, caffè espresso identico all’altro ma servito in un bicchiere di vetro; il Capo, caffè espresso macchiato con latte servito in tazzina; il Capo in B, caffè espresso macchiato con latte ma deposto in un bicchiere; il Deca, caffè espresso decaffeinato in tazzina ed il Deca in B, omologo in bicchiere. Il Capo Deca indica l’espresso decaffeinato macchiato in tazzina ed il Capo Deca in B lo stesso ma in bicchiere di vetro. Il Gocia indica la variante di una goccia di schiuma di latte al centro del caffè e, intuitivamente, la si può applicare solo al Nero, al Nero in B ed ai due Deca. Il Capo in B tanta dovrebbe allora indicare tanta schiuma nel latte che macchia il caffè. Ma non ne sono più tanto sicuro. In più, ad aumentare i dubbi del viaggiatore davanti al barista, quello che i triestini chiamano Caffellatte nel resto d’Italia è un cappuccino. In molti anni di frequentazione di questa bella città non ho mai capito cosa diavolo si debba chiedere se una mattina si vuol bere quello che in Italia si chiama caffellatte.” 

…ancora sull’uso dello scanner

Ieri Stefano Bartezzaghi in la Repubblica:

C’è qualcosa di persino commovente nell’ansia con cui una quota di parlanti, minoritaria ma cospicua, cerca risposte certe in merito alla nostra lingua nazionale.” […] “Un linguista non può minimamente legiferare, neppure in fatto di lingua, ma è al servizio di fenomeni spontanei che possono solo essere registrati e studiati”.

È proprio quello che succede con scansionare, scansire, scandire, scannerizzare (ad es. nel forum Scioglilingua la settimana scorsa): il desiderio di molti parlanti di sapere quale sia il termine “giusto” e contemporaneamente una certa resistenza ad accettare il parere di fonti come l’Accademia della Crusca o il Portale Treccani che confermano che tutti i sinonimi citati sono accettabili da un punto di vista linguistico perché rispettano i meccanismi per la creazione di nuove parole.

Si potrebbe allora tentare qualche ipotesi sui motivi che stanno portando all’affermazione spontanea del verbo scannerizzare, facendo una carrellata sulle varie opzioni:

Nel 1996 il linguista Giovanni Adamo scriveva “Nel caso dell’informatica, si riscontra un rapporto particolarmente difficile fra la terminologia ufficiale —attestata nelle pubblicazioni scientifiche, nei manuali, nei programmi e nei dizionari specialistici — e il gergo parlato nei centri di sviluppo del software e di elaborazione dei dati. […]. La terminologia informatica in lingua italiana appare spesso guardinga e tende a preferire il prestito più che il conio di nuovi termini.”  Anche se divario tra terminologia “ufficiale” e gergo informatico (e, aggiungo io, lessico dell’utente finale) non è più così marcato come 15-20 anni fa, non è stato eliminato del tutto: eseguire la scansione sopperisce all’impossibilità del prestito non integrato ed evita il conio di un neologismo (altri dettagli qui) ma può darsi venga percepito come eccessivamente ufficiale e non sia quindi riuscito a entrare nel linguaggio standard per questioni di lunghezza e di registro. Probabilmente anche digitalizzare, per quanto immediatamente comprensibile, viene avvertito come un termine troppo specializzato da chi non ha competenze tecniche estese.  
Le parole del lessico italiano evidenzia che un forestierismo, quale un calco o un prestito, “acquisisce abitualmente un valore monosemico, serve cioè a far riferimento a un solo oggetto o a un solo concetto”. I verbi scannare e scandire non rispettano questo criterio perché sono già associati ad altri concetti.
Nella creazione di nuovi verbi si ricorre soprattutto alla suffissazione, di solito con –are o –izzare, con una marcata preferenza per i verbi della prima coniugazione: forse è per questo che scansire, della terza, non ha avuto molto successo? Potrebbe anche darsi che alcune flessioni di scansire vengano avvertite come forme errate del verbo scansare e quindi evitate.
Il derivato verbale denominale è uno dei tipi più comuni di formazione di verbi e spesso ha come base il nome dell’oggetto prodotto dall’azione che si vuole descrivere, ad es. film → filmare, cloneclonare, ecc. Il verbo scansionare avrebbe quindi tutte le carte in regola per imporsi, ma così non è stato, se non tra chi ha competenze tecniche. La mia impressione è che non tutti i parlanti associno scansione in modo univoco al concetto di “immagine acquisita digitalmente” (può infatti avere altri significati) e come conseguenza anche al verbo scansionare venga a mancare il valore monosemico che invece ci si aspetterebbe. Questo potrebbe spiegare perché sono nati altri due verbi che hanno come base lo strumento usato per compiere l’azione, sul modello di telefono → telefonare, computer computerizzare, e che, tra scannerare e scannerizzare, forse sia prevalso il secondo perché percepito come meno gergale o comunque più facilmente ricollegabile a scanner.

Non sono però una lessicologa e quindi queste sono solo considerazioni personali! Un grazie comunque a Enrico, .mau., Elio e Paolo per i commenti che me le hanno suggerite. 

Vedi anche: Tendenze nella formazione di neologismi sui meccanismi di nascita di nuove parole.

Croda RossaPS  Questa foto non c’entra granché, serve solo ad aggiungere un po’ di colore e fare una rapida considerazione su come siano cambiate le modalità di condivisione delle foto in pochi anni, grazie anche a un uso dello scanner che ormai sembra lontano anni luce: con le macchine fotografiche tradizionali bisognava (farsi) prestare i negativi per ottenere poche selezionate copie stampate, poi, per chi aveva accesso a uno scanner e si prestava all’operazione, si è passati a una fase intermedia in cui circolava qualche copia digitalizzata spedita per email, di dimensioni ridotte per non intasare la posta e avere problemi a scaricarla. E ora, grazie a fotocamere digitali e siti e/o software appositi, lo scanner non ci serve più e ci siamo abituati a immagini disponibili quasi immediatamente, come questa della Croda Rossa d’Ampezzo fatta sabato sulla pista di sci di fondo Dobbiaco-Cortina in una giornata freddissima ma incredibilmente bella.

Facebook e il Facebook

Mi sembra di sentire usare sempre più spesso l’articolo determinativo davanti a Facebook, ad es. nei programmi radio che invitano a visitare la propria pagina nel social network.

Per capire se certe considerazioni sull’uso della lingua sono solo impressioni personali oppure se si tratta effettivamente di una tendenza in atto, può essere utile la ricerca per intervalli di date in Google, un metodo empirico e non sempre del tutto accurato ma veloce e sufficientemente indicativo per chi non ha bisogno di dati scientifici.

percentuale di occorrenze di "sul Facebook" sul totale di occorrenze di "su Facebook" + "sul Facebook" Ad esempio, se si confronta il numero di occorrenze di “su Facebook” e “sul Facebook” (pagine in italiano, escludendo facebook.com dalla ricerca) si può vedere che, sul totale delle due forme, la percentuale di occorrenze con la preposizione articolata è decisamente aumentata nel 2009 rispetto agli anni precedenti. occorrenze di "su Facebook" e "sul Facebook" dal 2006 al 2009 in pagine in italiano

In italiano Facebook, senza articolo, denota ovviamente il nome del social network ma, se preceduto da un aggettivo possessivo o da un articolo, per metonimia ormai indica anche uno specifico account o profilo (o una pagina per gli account aziendali). Una veloce ricerca mostra, ad esempio, che “il mio Facebook” è molto diffuso e ricorre sempre più frequentemente di “il mio profilo su Facebook”, che invece è il tipo di descrizione che appare nella documentazione del social network (presumibilmente il produttore vorrà evitare l’indebolimento del marchio che si può avere quando un nome proprio viene trasformato in comune e, non a caso, all’accesso si viene salutati con Benvenuto su Facebook):

occorrenze in numero di risultati in Google di diverse descrizioni del proprio profilo per anno dal 2006 al 2009 

Per quanto rudimentale e non sempre preciso, questo tipo di valutazione diacronica fatta con i motori di ricerca può aiutare a operare scelte terminologiche in presenza di più sinonimi perché dà indicazioni utili sull’evoluzione dell’uso di una parola nel tempo, come nel caso di scannerizzare

Vedi anche: Marchionimi e terminologia, sulla formazione dei nomi commerciali, e Ricerca terminologica e verifiche con Google, per altri esempi di come usare un motore di ricerca nel lavoro terminologico.

PS Un grazie ad Alfredo Maldonado Guerra per tutti gli scambi di idee su questo tipo di ricerca.

Ristoranti in crowdsourcing e open source?

Sometimes English is not sexy* but stupid cita un paio di sondaggi in Der Spiegel da cui risulta che la maggior parte dei tedeschi non capisce gli slogan in inglese usati in alcune pubblicità e ne dà interpretazioni a volte strampalate, ad es. c’è chi pensa che Broadcast Yourself (YouTube) significhi “fabbricati il tuo portapane” (altri esempi inglese-tedesco qui).

Sarebbe interessante fare una ricerca simile in Italia, ad esempio tra i lettori di quei giornali online che sono sempre più infarciti di parole inglesi, a volte però usate a sproposito (ad es., escludendo chi è stato in America, quanti lettori generici sanno cos’è un mall?)  

titolo Corriere della SeraMi è anche venuto in mente un articolo della settimana scorsa nel Corriere della Sera il cui rimando, qui a sinistra, appariva in mezzo a notiziole su calcio, cantanti e calendari. Dubito che titoli e articolo, Il ristorante fai da te in crowdsourcing, siano stati riletti e che sia stato verificato se fossero comprensibili per il lettore tipico del sito. Per poterli interpretare è infatti essenziale conoscere i concetti associati a crowdsourcing e open source, termini specializzati che, soprattutto il primo, non sono ancora entrati nell’italiano standard.

La giornalista avrebbe potuto trovare il modo di spiegare che crowdsourcing  è un processo produttivo simile all’esternalizzazione (outsourcing, dove un’azienda si affida alle prestazioni di un fornitore di servizi esterno per portare a termine una particolare attività); nel caso specifico del  crowdsourcing, però, le risorse esterne sono costituite da un insieme di persone (crowd) non precedentemente organizzate tra loro che, di solito, contribuiscono su base volontaria e le cui prestazioni non sempre sono retribuite ma possono essere ricompensate in termini di prestigio, visibilità, soddisfazione personale, ecc.

Se le idee e i contributi di chi ha partecipato al progetto sono messi liberamente a disposizione di altri per un eventuale riutilizzo, ecco che si può usare la metafora dell’open source, come nel software il cui codice sorgente è di pubblico dominio.

Una distinzione che si tende a fare tra modello crowdsourcing e modello open source è che il primo è un modello di business in cui c’è sempre un committente, quindi ci sono specifiche finalità commerciali che invece non sono necessariamente presenti nel modello open source. Nel “ristorante in crowdsourcing” citato dall’articolo del Corriere, infatti, un imprenditore ha cercato un’idea originale per un nuovo tipo di ristorante e si è rivolto a una community, i membri di instructables.com (non le “folle” generiche dell’articolo italiano), che hanno contribuito a sviluppare il concetto; la descrizione del progetto fa inoltre  concludere che il ristorante sia stato realizzato con finanziamenti di tipo tradizionale e non un “fai da te” in autogestione come suggerito in italiano. L’ideatore del ristorante diceva:

“I have been involved in several pilot and concept restaurants in the past […] I will open an open-source restaurant that is completely made of, and only serves food based on the original instructables all the members on instructables.com have made or will make”.  

Non mi pare che tutto ciò si capisca dall’articolo italiano: forse meglio evitare rielaborazioni di pezzi tradotti che contengono parole e riferimenti stranieri se non sono del tutto chiari.  

Vedi anche:

Per l’uso dell’inglese nei messaggi pubblicitari: Marketing plurilingue: tradurre o non tradurre?   
Per altri esempi dell’uso disinvolto di parole inglesi negli articoli del Corriere della Sera, Il Corriere e le parole "tech" da non usare più, il misterioso gatto tuxedo, Uova orientali? Forse no… (Easter egg e sorprese) e Parla come mangi; notevole anche l’interpretazione letterale di once in a blue moon messa in evidenza da Il Disinformatico!
Qui un esempio di crowdsourced restaurant citato anche dall’autore del neologismo crowdsourcing, Jeff Howe, che ho potuto ascoltare a una conferenza davvero interessante qualche anno fa   

…. 
* Il titolo citato all’inizio, Sometimes English is not sexy but stupid, mi ha ricordato che alcuni giornalisti italiani sembrano ignorare che l’aggettivo l'iPhone è sexy?!?inglese sexy può essere un falso amico: se riferito ad es. a un prodotto, vuol dire che è un oggetto appetibile che tutti vorrebbero avere (come l’iPhone al suo esordio). Il significato in questo caso è più simile a “figo” e non a “sensuale” o “conturbante”, che mi pare continuino ad essere le uniche accezioni del prestito sexy in italiano (escludendo l’uso peculiare di Beppe Severgnini, che sembra amare molto questo aggettivo, tanto da associarlo anche a salsicce e segni di interpunzione ).

Binomi lessicali italiani e inglesi

In Language Log in questi giorni si è parlato di binomi lessicali (in inglese binomial o freeze) e in particolare di binomi coordinati che, usando la definizione di Francesca Masini, sono “stringhe composte da due (o più) elementi lessicali, appartenenti alla medesima categoria e uniti da una congiunzione, che presentano solitamente un ordine relativo fisso (ad es. equo e solidale, gratta e vinci) o preferito (ad es. anima e corpo, sale e pepe)”.

Si tratta quindi di un tipo particolare di collocazione, dove l’ordine degli elementi costitutivi è determinato da tendenze fonologiche, metriche, semantiche e pragmatiche (per saperne di più, i riferimenti in Language Log, ad es. The Chicken or the Egg? A Probabilistic Analysis of English Binomials, e l’articolo di Masini, Binomi coordinati in italiano).

Senza addentrarsi negli aspetti tecnici, è curioso notare che se si confronta qualche esempio di binomi italiani e inglesi equivalenti, l’ordine delle parole nelle due lingue non sempre coincide e infatti è spesso fonte di errori per chi non è di madrelingua: È nato prima l'uovo o la gallina? What came first, the chicken or the egg?

anima e corpo  heart and soul
avanti e indietro  back and forth
baci e abbracci  hugs and kisses
bianco e nero  black and white
cani e gatti  cats and dogs
domanda e offerta  supply and demand
falce e martello  hammer and sickle
l’uovo o la gallina  the chicken or the egg
sano e salvo  safe and sound
vivo o morto  dead or alive
Giulietta e Romeo  Romeo and Juliet

E anche se non si tratta di binomi coordinati:

agrodolce  sweet and sour
né carne pesce  neither fish nor fowl

Ce ne sono sicuramente molti altri ma concludo invece con un paio di esempi di binomi dove la sequenza delle parole è la stessa in italiano e in inglese:

alti e bassi  ups and downs
forte e chiaro  loud and clear
leggere e scrivere  read and write
pelle e ossa  skin and bone(s)

Nota: la funzionalità ZanTip permette di consultare le parole di questo post nei Dizionari Zanichelli, ad es. basta fare doppio clic su collocazione per verificarne il significato linguistico.

itanglese

Le aziende parlano l’itanglese fa una carrellata sulle parole inglesi più usate nelle aziende italiane, un fenomeno che, a quanto pare, ha avuto un aumento del 773% negli ultimi nove anni (dettagli della ricerca qui). Alcuni esempi citati: brainstorming, mission, conference call, performance, business (con tutte le sue variazioni, ad es. modello di business e core business), benchmarking e human resources (o, più colloquialmente, “accaerre”).

Aggiungerei step, feature, feedback, guideline, deadline, policy, ad es. policy aziendali, tool, trend, competition, marketplace, outsourcing, customer service/care, tanto per fare i primi esempi che mi vengono in mente: forse passaggio o passo, caratteristica o funzionalità, commenti e/o suggerimenti, linee guida, scadenza, regole o criteri, strumento, tendenza, concorrenza, mercato, esternalizzazione e assistenza ai clienti non sono abbastanza espressivi?

Ci sono poi alcuni prestiti che appaiono forse più giustificabili perché difficili da rendere in italiano con un unica parola, come roadshow (un evento commerciale che si sposta di città in città), stakeholder e pain point (problema specifico ma spesso complesso da risolvere).

Infine confesso che mi sta particolarmente antipatico un termine in prestito dal football americano, playbook, ovvero gli schemi di gioco di una squadra e quindi le strategie per una campagna politica o pubblicitaria o le modalità dettagliate che vengono definite per un nuovo tipo di progetto.


Vedi anche: Gergo aziendale inglese e Britalian: britaliano o anglo italiano?

ben formaggiato?!?

La cassetta delle lettere continua a riservare sorprese lessicali:

un primo ben formaggiato

un primo formaggiato

Sapevo di formaggiare come sinonimo gergale e scherzoso di (ri)formattare, invece in contesto culinario immagino che formaggiato voglia dire che c’è parmigiano a volontà? O forse non sono una gustaia abbastanza evoluta per capire cosa significhi?! 

buon gustai

(che poi si scopre che buon gustaio è una forma alquanto diffusa, specialmente come nome di ristorante o di negozio di gastronomia…)

ZanTip: i dizionari a portata di mouse

esempio delle informazioni visualizzate nella finestra popup per la parola grafema Mi fa piacere segnalare ZanTip, una nuova funzionalità nel blog Terminologia etc.  Facendo doppio clic su qualsiasi parola italiana di cui si vuole verificare il significato si aprirà una finestra popup con la definizione dal Vocabolario della lingua italiana Zingarelli 2010 e, se rilevante, con la voce del Dizionario enciclopedico di Informatica. Se si sceglie una parola inglese, invece, verrà visualizzata la traduzione in italiano dal Dizionario Italiano-Inglese Ragazzini 2010 . Vengono inoltre riconosciute le varie flessioni verbali, ad es. facendo doppio clic su vada si otterranno le informazioni sul verbo andare.

Come già evidenziato, le versioni online dei dizionari Zanichelli danno accesso ai contenuti completi delle opere, rivisti e aggiornati regolarmente: si possono così trovare neologismi e nuove accezioni non sempre disponibili altrove.

Ringrazio le Redazioni Lessicografiche dei dizionari Zanichelli per avermi proposto ZanTip per questo blog.

icone dizionari Zanichelli per iPhone in App Store Aggiornamento 11/12/2009: lo Zingarelli 2010 e il Ragazzini 2010 sono ora disponibili anche nella versione per iPhone, informazioni qui e qui.

biologic – farmaco biologico

Ho già accennato all’aggettivo italiano biologico e a come in molti testi tradotti diventi organico, falso amico modellato sull’inglese organic.

Solo recentemente ho scoperto il sostantivo inglese biologic. Descrive farmaci estremamente selettivi che interagiscono con una singola struttura biologica e sono ottenuti da materiale biologico con tecniche di DNA ricombinante, differenziandosi così dai farmaci “tradizionali” sintetizzati soprattutto con processi chimici.

L’equivalente italiano è farmaco biologico. Nella stampa generalista si trova anche il calco biologico (ad es. “un nuovo biologico per l’artrite psoriasica”), di solito senza alcuna spiegazione del termine: sarei curiosa di sapere se anche tra i non esperti viene interpretato correttamente (“relativo alle attività vitali e fisiologiche di organismi”) o se c’è chi pensa che il significato sia piuttosto assimilabile a quello di prodotto biologico (“da coltivazione che non ricorre all’utilizzo di fertilizzanti e antiparassitari chimici di sintesi”). 

Pangrammi…

In giro cominciano a vedersi i soliti indicatori che ci segnalano meno di due mesi alla fine dell’anno: ieri, ad esempio, ho notato scaffali pieni di decorazioni natalizie e ho letto un paio di articoli (qui e qui) sui neologismi dell’anno, in particolare i 1200 lemmi entrati nell’edizione 2010 del Vocabolario della lingua italiana Zingarelli.

Tra le nuove voci citate ce ne sono alcune che non sono proprio neologismi, ad es. pangramma, la frase più breve possibile scritta con tutte le lettere dell’alfabeto. Chi ha usato software in inglese sicuramente ricorderà The quick brown fox jumps over the lazy dog, pangramma di 35 caratteri che esemplificava l’aspetto dei tipi di carattere nelle prime versioni di Windows e adottato anche altrove. In italiano era stato localizzato con Cantami o Diva del pelide Achille l’ira funesta ma, per quanto fossi curiosa, non ero mai riuscita a scoprire perché fosse stata scelta una citazione della traduzione dell’Iliade e non un pangramma italiano, come ad es. Quel fez sghembo copre davanti usato in alcune distribuzioni Linux.

Ella Minnow PeaI pangrammi mi faranno sempre pensare a Ella Minnow Pea, un romanzo epistolare ambientato in una comunità dominata dall’eredità spirituale dell’autore del pangramma The quick brown fox… Quando la lettera Z cade dal monumento a lui dedicato, ai cittadini è vietato usarla in qualsiasi comunicazione; la stessa sorte toccherà per le lettere che cadono in seguito, costringendo gli abitanti a veri e propri contorsionismi linguistici (il libro è composto da  fare clic sull'immagine per ingrandirlauna serie di lipogrammi sempre più complessi che giocano con l’ortografia dell’inglese, come nell’esempio a destra). La speranza di salvezza è legata a un pangramma e, tra i vari esempi forniti dalla protagonista Ella Minnow Pea, si impara che J.Q. Vandz struck my big fox whelp contiene tutte 26 le lettere dell’alfabeto inglese senza alcuna ripetizione, mentre di poco più lunghi sono Quick zephyrs blow, vexing daft Jim (29) e Few quips galvanized the mock jury box (32). Altri esempi di pangrammi qui.

Lettere - Fiaba espistolare in lipogrammi progressiviNell’edizione italiana, Lettere. Fiaba epistolare in lipogrammi progressivi, il traduttore Daniele Petruccioli ha trovato un equivalente davvero efficace per il pangramma chiave: Fu questa volpe a ghermir d’un balzo il cane (36 caratteri, 7 in meno della traduzione “classica” Ma la volpe col suo balzo ha raggiunto il quieto Fido). Appaiono anche Che strazio quando Giambi fa il VIP (29) e Pochi frizzi mostrò quel divo balengo (32).

Un’ultima nota sul romanzo: l’avevo letto in inglese e mi ero divertita molto con le invenzioni linguistiche e lessicali, a partire dal nome della protagonista. L’idea di fondo è molto originale e la lettura è piacevole anche se non sempre avvincente, forse perché la trama e la caratterizzazione dei personaggi non sono così approfonditi come ci si aspetterebbe.

Aggiornamento: Daniele Petruccioli racconta come ha tradotto in italiano Ella Minnow Pea in Letteralmente a pezzi.

Aggiornamenti sulle parole dell’anno 2009: il dizionario americano Webster ha scelto distracted driving, preferita a cloud computing, wrap rage, netbook, wallet biopsy e go viral. La parola dell’anno per il New Oxford American Dictionary è unfriend.

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