Post nella categoria “inglese”
Dizionari di inglese online
Ancora a proposito di dizionari di inglese, The Guardian qualche giorno fa ha pubblicato un breve articolo sui dizionari di inglese consultabili online gratuitamente. Le statistiche del blog indicano che la ricerca di dizionari inglesi è piuttosto frequente e quindi ho pensato di riproporre l’elenco:
| ▄ | Collins, consultabile la versione con definizioni molto sintetiche (quella completa è scaricabile a pagamento). |
| ▄ | Chambers, anche questo è in versione ridotta ma include esempi e indicazioni terminologiche. Nella stessa pagina si può consultare anche il thesaurus e la versione del 1997 di un dizionario biografico. |
| ▄ | Macmillan, definizioni sintetiche, accesso al thesaurus e particolare attenzione alle differenze tra inglese britannico e inglese americano (tutte le definizioni sono consultabili in ciascuna delle due varianti). |
| ▄ | OneLook è una pagina di ricerca che include i tre dizionari di cui sopra e molti altri (ad es. thesaurus e dizionari bilingui). Si possono personalizzare le modalità di ricerca e usare caratteri jolly per ricerche specifiche; si può risalire alle parole partendo dalle definizioni (reverse dictionary) o conoscendo solo alcune lettere di una parola, ad es. h?m??g??s permette di trovare humongous, utile per i cruciverba. |
Per chi preferisce l’inglese americano, ovviamente all’elenco va aggiunto
| ▄ | Merriam-Webster, con esempi d’uso, etimologia e parole che fanno rima con la voce consultata. |
Per chi non è di madrelingua inglese sono sicuramente molto utili i già citati
| ▄ | The Longman Dictionary of Contemporary English (LDOCE), con esempi, collocazioni, tabelle esplicative, riferimenti incrociati, informazioni sulla frequenza nella lingua scritta e/o parlata per le 3000 parole più comuni. Sono proposte inoltre alcune categorie di lemmi raggruppati per argomento, ad es. il cricket). |
| ▄ | Oxford Advanced Learner’s Dictionary (OALD), con molti esempi; per ogni lemma è ascoltabile sia la pronuncia britannica che quella americana ed è indicata la trascrizione fonetica. |
sinonimi…
Dizionari delle collocazioni dell’inglese
Mi è piaciuto il Macmillan Collocations Dictionary, un dizionario delle principali collocazioni della lingua inglese, le combinazioni di parole che tendono ad apparire assieme (ad es. il malcontento in italiano serpeggia).
Il dizionario è uscito da un paio di mesi ed è stato sviluppato in particolare per chi studia o parla inglese come seconda lingua. Si possono consultare alcune pagine di esempio, precedute da un’introduzione.
L’avevo ordinato dopo aver letto Macmillan Collocations Dictionary: from start to finish, un articolo in cui il lessicografo Michael Rundell spiega come è stata creata l’opera e accenna a metodi e risorse usati, con alcuni dettagli sul software di analisi del corpus e sui criteri di scelta dei lemmi. Vengono inoltre illustrate la struttura delle voci e il tipo di informazioni incluse nelle note d’uso, come le indicazioni sulla colligation (la tendenza di alcune parole ad apparire solo in certe forme, quali il passivo per certi verbi o il plurale per alcuni sostantivi), visibili nella voce di esempio critic.
Una risorsa simile è l’Oxford Collocations Dictionary, al momento consultabile online qui.
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Per alcuni esempi di collocazioni in inglese e in italiano: X probabilità su Y e Binomi lessicali italiani e inglesi.
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Aggettivi indefiniti subdoli
Sono capitata nella pagina italiana di un sito dove si avverte che la spedizione di certi prodotti potrebbe subire un ritardo di parecchi giorni, un’informazione davvero poco incoraggiante dal punto di vista di un potenziale acquirente.
Ho cercato il testo originale: come immaginavo, la pagina inglese dice che la spedizione “may be delayed by several days”, un’attesa tutto sommato accettabile.

Ce lo ripetevano in continuazione il primo anno di università: in inglese several indica una quantità imprecisata ma limitata, in genere meno di dieci, quindi tradurre con parecchio o aggettivi che indicano un numero rilevante è quasi sempre un errore; in base al contesto, andrebbero preferite alternative quali qualche, alcuno, più (di uno), ecc.
Ho avuto modo di notare che è un tipo di errore che può sfuggire ai revisori, soprattutto se il resto del testo rispetta le indicazioni della guida di stile, è scorrevole e la terminologia è corretta. L’esempio di parecchi giorni credo dimostri che invece si dovrebbe fare attenzione a queste sviste: anche un aggettivo indefinito, per quanto apparentemente banale, può influenzare negativamente la percezione di un prodotto o di un servizio.

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“portmantologist” e parole da salvare
Sono andata a curiosare su Save the Words, un’iniziativa degli editori dell’Oxford English Dictionary per “salvare” parole insolite che stanno cadendo nel dimenticatoio (a quanto pare, in inglese il 90% delle comunicazioni avviene con non più di 7000 parole). Per fare una pausa può essere divertente dare un’occhiata a qualche definizione o leggere i suggerimenti di spread the word (attenzione all’audio!).
Quando ho fatto clic, del tutto a caso, tra le centinaia di caselle colorate, ho trovato buffo che la prima parola apparsa fosse portmantologist, ovvero chi studia o crea parole formate dalla fusione di due parole, come ad esempio malware, malicious+software.
In inglese si parla di portmanteau word, un termine coniato da Lewis Carrol per descrivere le parole inventate per il poemetto Jabberwocky e che Humpty Dumpty spiega ad Alice con la metafora del “baule armadio”, caratterizzato da due parti unite da una cerniera:
| `Well, "slithy" means "lithe and slimy". "Lithe" is the same as "active". You see it’s like a portmanteau — there are two meanings packed up into one word.’ […] …"mimsy" is "flimsy and miserable" (there’s another portmanteau for you). (Through the Looking Glass) |
Il termine linguistico inglese è blend, quello più scherzoso frankenword. In francese c’è il calco mot-valise e in tedesco Kofferwort, e anche in italiano c’è chi dice parola valigia. Io preferisco parola macedonia, non mi dispiace tamponamento (di parole) mentre trovo orrendo composto aplologico.
Una caratteristica delle parole macedonia inglesi nate in ambito tecnico e informatico è che di solito vengono adottate in italiano come prestiti. Qualche esempio: modem (modulator+demodulator), transistor (transfer+resistor), transceiver (transmitter+receiver), transponder (transmitter+responder), codec (coder+decoder), bit (binary+digit), pixel (picture+element), widget (windows+gadget), camcorder (camera+recorder), blog (web+log), vlog (video+blog), netiquette (Internet+etiquette), emoticon (emotion+icon), podcast (iPod+broadcast), webinar (web+seminar), spim (spam+IM), termbase (terminology+database). Altri esempi nei post con tag parole macedonia.
Tornando invece a Save the Words e a iniziative simili per l’italiano, nell’ultima edizione del Vocabolario Zingarelli sono segnalate oltre 2900 “parole da salvare” e da qualche anno la Zanichelli indice il concorso Salva Parola, a cui sono associate le riflessioni di Osservatorio della lingua italiana (esempi qui e qui).
A me piace il Dizionario delle parole perdute: non tutte le parole sono dimenticate od obsolete ma è divertente curiosare tra le varie voci perché tutte includono un ricordo di chi le ha proposte, ad es. una parola che io non sentivo più dai tempi della scuola è cimosa.
Anche il blog Kielipiha ha iniziato un “viaggio alla ricerca delle parole italiane obsolete”.
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Vedi anche: La lingua inglese vista dall’Oxford English Corpus.
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Tradurre obscenicon? #$*%@!!
In inglese trovo efficace la parola obscenicon, suggerita dal linguista e lessicografo Benjamin Zimmer per descrivere le sequenze di caratteri usati in fumetti e vignette al posto di imprecazioni o volgarità. Esempi tipici sono
#$&%?!
Un termine alternativo per lo stesso concetto è grawlix, coniato dal fumettista Mort Walker.
Già nel XIX secolo esisteva la convenzione tipografica di sostituire le lettere di parole volgari con trattini e asterischi, mentre nei fumetti apparivano delle stelle per comunicare il dolore, a cui si sono aggiunti in seguito altri simboli, ad esempio vari tipi di spirale per indicare linguaggio censurabile. Con l’introduzione delle macchine da scrivere, i vignettisti hanno iniziato a usare i caratteri #$&%?!, facilmente accessibili perché sugli stessi tasti dei numeri, e da qui la pratica è passata ai fumetti (dettagli e centinaia di esempi in Grawlixes Past and Present).
In genere la sequenza dei caratteri è casuale e questo rende gli (le?) obscenicon una convenzione internazionale subito riconoscibile e usata in molte lingue*. Ci sono poche eccezioni, ad esempio in inglese $#!+ fa subito venire in mente SHIT.
L’idea di parlare di obscenicon mi è venuta leggendo una striscia di Dilbert che mi ha fatto pensare che non vorrei essere al posto di un eventuale traduttore italiano:
Ovviamente qui i caratteri
non sono casuali ma scelti per costruire la battuta… Qualcuno ha suggerimenti brillanti, magari aiutandosi anche con il leet speak?
E a proposito del verbo ship, in italiano non ha un equivalente e di solito è reso con locuzioni tipo “mettere in commercio”. È un verbo ben noto a chi lavora nella localizzazione, soprattutto per il concetto di simship, il rilascio simultaneo della versione originale di un prodotto e delle versioni localizzate in altre lingue, rese disponibili contemporaneamente nei diversi mercati. Come prevedibile, in questo ambito si mantiene il termine inglese simship e gergalmente si dice “scippare” (o forse dovrei scrivere shippare?!?).
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* Non credo esista un termine italiano per obscenicon ma ho trovato una risorsa
interessante, un glossario dei termini tecnici del fumetto in 8 lingue.
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Vedi anche: animoticon, un neologismo tutto italiano, e alcune differenze tra emoticon occidentali e orientali.
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Ai giornalisti “parlamento appeso” piace proprio!
Elezioni in Australia: nessuno dei due principali schieramenti ha raggiunto la maggioranza necessaria per formare il governo, situazione di stallo nota in inglese come hung parliament.
È un’espressione che i media italiani insistono a descrivere come “parlamento appeso”, traduzione poco azzeccata di cui ho già parlato in Hung Parliament: non è "appeso".
significato…
Ancora segnaletica orizzontale…
Mi ha divertita AHEAD STOP in xkcd, con immancabile nota esplicativa (appare al passaggio del mouse):
Mi sono sempre domandata quanti leggano la segnaletica orizzontale scritta su più righe nell’ordine previsto e quanti, invece, comincino dall’alto come me…
Una nota linguistica: engineer è una parola spesso ostica da tradurre in italiano perché indica competenze anche molto diverse, cosicché engineer=ingegnere può essere un falso amico. A seconda dei contesti, engineer può infatti corrispondere a tecnico, macchinista, motorista, meccanico specializzato, addetto alla manutenzione, geniere, a vari tipi di perito ed esperto, e anche, ma non sempre, a ingegnere. Se si tratta di figure professionali più recenti, in italiano sembra prevale il prestito: software engineer, project engineer, quality engineer, ecc.
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Vedi anche: altri post con il tag falsi amici.
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Associazioni di immagini e parole
Via Language Log, un video che gioca con la polisemia di alcune parole inglesi molto comuni. Non ho capito immediatamente come funzionasse, poi è scattato il meccanismo per associare le parole giuste a ciascuna immagine e mi è piaciuto davvero molto.
Il video, descritto come un esempio di “visual wordplay”, è stato realizzato per il programma Words di Radiolab da Daniel Mercadante e Will Hoffman.
Qui sotto l’elenco delle parole associate alle immagini.
Le parole sono play, blow, break (e brake), split, run, fly, fall, light, space e il passaggio tra l’una e l’altra non è casuale, ad es. run – run away – runway – fly.
Ci sono alcune parole con significati specifici dell’inglese americano: la più nota è fall per l’autunno ma c’è anche run, la smagliatura delle calze che è invece ladder in inglese britannico, l’espressione give/flip someone the bird per “mostrare il dito medio”, ecc.
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So much PUN!
Settimana di ferragosto, siamo in piena silly season. Per stare in tema, suggerisco il sito so much PUN! per sorridere con giochi di parole visivi di vario genere, spesso demenziali.
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Falsi amici all’ombra del sicomoro
Probabilmente anche altri lettori di un importante quotidiano italiano sono rimasti perplessi dal titolo di un articolo su una turbina eolica innovativa, costruita da un’azienda britannica:
Il testo dell’articolo spiega che Il design [della turbina] è ispirato al seme del sicomoro, che cade a terra a spirale grazie ad «ali» a V.
Basta però fare doppio clic sulla parola sicomoro nell’articolo stesso per accedere alla definizione del Dizionario Sabatini-Coletti e confermare il sospetto che si tratti di una notizia tradotta: non è stato considerato che, in italiano, il sicomoro (ficus sycomorus) è una pianta che cresce in climi caldi e i cui frutti, simili ai fichi, non sono certo provvisti di ali.
In inglese, invece, sycamore è il nome di tre diversi tipi di albero:
| 1 | in Europa indica l’acero montano (acer pseudoplatanus) |
| 2 | in America settentrionale è il platano (platanus occidentalis) |
| 3 | in Africa e Medio Oriente descrive il ficus sycomorus, in italiano sicomoro* |
Nel caso della turbina eolica progettata nel Regno Unito, il riferimento è sicuramente all’acero, il cui seme, sàmara nella terminologia scientifica, ha due ali membranacee che gli consentono di ruotare in aria. Chi ha visitato il Museo della Scienza e della Tecnologia di Milano ricorderà che Leonardo Da Vinci aveva preso ispirazione proprio dai semi d’acero per progettare la macchina nota come “elicottero di Leonardo”. E in inglese il nome colloquiale delle samare è helicopter seeds, in azione in questo documentario della BBC (dal minuto 3:00):
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* Tra i principali dizionari italiani, solo il Vocabolario Zingarelli include “acero montano” come significato alternativo di sicomoro: probabilmente non viene più considerato un falso amico ma un calco entrato in italiano tramite ripetute traduzioni letterali? Non credo però che questa accezione, ancora poco comune, giustifichi la scelta lessicale nell’articolo citato (o nelle traduzioni di romanzi ambientati in Gran Bretagna e in Irlanda).
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Una casa shabby al punto giusto…
Mi è capitata tra le mani una rivista di arredamento non specializzata, destinata a chi vive in case di piccole e medie dimensioni. Ha una grafica accattivante ed è molto piacevole da sfogliare, però più che i mobili ho notato l’uso massiccio di parole inglesi, ben oltre i prevedibili look, appeal, trendy, hi-tech e altri prestiti ormai comuni in italiano.
Qualche esempio (corsivi miei):
| ▄ | in stile navy, stile British, dondolo old style |
| ▄ | rigorosamente white&blue, black&white, se sei blu-addicted [sic], total white, il tuo green party, green & chic, cucinare: blue link |
| ▄ | English Mood, scegli il tuo mood |
| ▄ | wallpaper anni ‘70, daybed |
| ▄ | pattern iper-materico, forma sixties |
| ▄ | tre modi di dire outdoor, complementi d’arredo outdoor |
| ▄ | tutto mooolto glam, coffee-table iperglam [sic] |
| ▄ | soft budget, nice design, cucina young, ambiente open, temperature hot, decoro easy |
| ▄ | apparecchi new generation, case stress-free, il divano è un comodo no-name |
| ▄ | mix & match, shopping in & out |
| ▄ | bookmaniaci, Face & cook |
I testi delle riviste italiane infarciti di parole inglesi non sono certo una novità, ho però l’impressione che la loro presenza nelle pubblicazioni destinate a un pubblico generico sia un fenomeno un po’ più recente: mi viene in mente la rivista del supermercato Esselunga, che si chiama NEWS e pullula di parole inglesi, ad es. i prodotti alimentari sono sempre rigorosamente descritti come food. Mi domando che effetto faccia sulle persone più anziane e su chi non ha molta familiarità con l’inglese…
O forse in alcuni casi si dà per scontato che il lettore tipico abbia una comprensione abbastanza ristretta dell’inglese? Una casa descritta come accogliente e shabby, ad
esempio, può sembrare una specie di ossimoro a chi ha padronanza della lingua, però può darsi che chi legge la rivista di arredamento interpreti la parola shabby unicamente come riferimento allo stile shabby chic, senza associarla ai significati negativi dell’aggettivo inglese (misero, squallido, in cattivo stato, degradato).
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Vedi anche: Terminologia e utente tipico.
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# nomi inglesi del cancelletto #
Ho trovato interessante hash / pound / number sign (il titolo fa riferimento ai tre termini inglesi più comuni associati al simbolo #) e scoprire, in particolare dai commenti a questo e a un altro post, The "pound sign" mystery, che il cancelletto viene chiamato in molti altri modi in inglese, spesso con differenze d’uso nella varietà americana e in quella britannica.
Alcuni esempi di nomi: octothorpe e le varianti octothorp, octathorp, octothorn, and octatherp (le possibili etimologie sono molto curiose ma fanno quasi tutte risalire oct- alle otto punte del simbolo), crosshatch symbol, square (UK), gate (UK), double cross symbol (diverso da ‡, double dagger), tick-tack-toe sign (con riferimento al gioco del tris), crunch (gergale, usato in ambito mainframe) e sharp symbol (in questo caso # viene confuso con ♯, il simbolo musicale del diesis, che però ha le barrette lunghe perpendicolari e quelle corte inclinate, l’opposto del cancelletto).
Il simbolo # ha inoltre il significato di “inserire spazio” nelle revisioni di testo e può indicare “frattura” negli appunti dei medici americani.
In molti fanno risalire l’etimologia di pound sign all’abbreviazione lb per la libbra (pound): nella scrittura a mano le due lettere sarebbero state unite in ℔ e da qui si sarebbe poi arrivati alla forma del cancelletto, ma ci sono altre teorie, come descritto in The "pound sign" mystery: in seguito a una revisione del codice Baudot (un sistema di codifica di caratteri per telescriventi), a una specifica combinazione di tasti nelle versioni internazionali del codice era stato assegnato il simbolo £, usato anche per la sterlina (pound) e per questo poco utile negli Stati Uniti, cosicché nella versione americana alla stessa combinazione era stato fatto corrispondere il simbolo # e questo, in inglese americano, potrebbe aver portato al nome pound sign per il cancelletto.
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Vedi anche: hashtag, una delle parole dell’anno tecnologiche del 2009 negli Stati Uniti.
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Tu Vuo’ Fa’ l’Americano?
Inizialmente incuriosita da un errore di battitura sul sito del Corriere della Sera, ho notato una formattazione insolita nelle pagine della Cronaca di Roma: tutte le parole nel titolo degli articoli nel percorso di navigazione hanno l’iniziale maiuscola.
Le iniziali maiuscole per sostantivi, aggettivi e verbi nei titoli (di solito non per preposizioni o articoli) sono una convenzione tipicamente americana raramente usata in italiano, se non in alcune traduzioni che riproducono pedissequamente il testo originale. E può bastare il titolo per capire se il testo che segue è in inglese britannico o americano:
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Vedi anche: Giornata della punteggiatura (USA), su alcune convenzioni di scrittura che variano in base al paese, e Dr Johnson, per una breve nota sul diverso uso dei punti nelle abbreviazioni in inglese americano e britannico.
Aggiungo il riferimento alla combinazione di tasti MAIUSC+F3 in Microsoft Word, funzionalità che nella modalità “iniziali maiuscole” probabilmente è usata solo dagli americani.
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Traduzione enogastronomica
Mi sembra davvero interessante il Laboratorio “Traduzione e scrittura in ambito enogastronomico” proposto da Langue&Parole. Tra i vari argomenti trattati: il formato di pubblicazione, le tipologie di testo, i lettori, la scelta se e come tradurre o “localizzare” in base al contesto, ecc.
L’unica volta che ho avuto a che fare con la traduzione “alimentare” è stato per la mia tesi di laurea (in traduzione), in cui avevo analizzato i primi due diari di Adrian Mole di Sue Townsend (The Secret Diary of Adrian Mole Aged 13 3/4 e The Growing Pains of Adrian Mole), best seller umoristici pubblicati negli anni ‘80 in Gran Bretagna e caratterizzati da un’ambientazione tipicamente inglese e numerosissimi riferimenti culturali che potevano risultare sconosciuti al lettore italiano. Piatti tipici e prodotti alimentari erano spesso elementi essenziali di una situazione e quindi andavano trovate soluzioni specifiche che non distraessero il lettore (ad es. con spiegazioni o note a piè di pagina) ma mantenessero il sapore inglese dell’originale.
Un paio di esempi di “localizzazione”:
Per chi fosse eventualmente interessato ad altri esempi dalla mia tesi, con tutte le limitazioni di un’analisi fatta una ventina di anni fa, quindi per alcuni aspetti ormai datata,
La traduzione di nomi di alimenti nei diari di Adrian Mole.
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Vedi anche: Pasta e differenze culturali, Cibo e cultura (e ClipArt di Office) e Alcuni termini natalizi inglesi, per alcune differenze alimentari/culturali in italiano e in inglese, e Narcisi, cultura inglese e traduzione, per un altro esempio di adattamento da uno dei diari di Adrian Mole.
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John Doe, Mario Rossi e i loro parenti
Tra le notizie di ieri, una decisione della Corte Suprema degli Stati Uniti che dovrebbe consentire processi civili contro la Santa Sede. All’origine del caso la denuncia di una vittima che a suo tempo ha subito abusi e che ha preferito non rivelare la propria identità. Nel primo articolo italiano che ho letto ho però notato che alla vittima veniva dato un nome che probabilmente è familiare agli appassionati di telefilm polizieschi americani:
| Il cittadino dell’Oregon, John V. Doe, ha denunciato di aver subito abusi negli anni ‘60 nella scuola cattolica che frequentava. […] Il prelato […] è stato infine trasferito nell’Oregon, dove Doe lo conobbe quando era quindicenne. |
Chi guarda CSI o programmi simili si sarà sicuramente accorto che le vittime non identificate si chiamano sempre John Doe, se uomo, e Jane Doe, se donna: sono infatti i nomi fittizi (variabili metasintattiche) che nel sistema legale degli Stati Uniti vengono usati per fare riferimento a persone sconosciute, ad es. se cadavere, o nei procedimenti giudiziari quando l’identità della persona coinvolta non è nota o non può/deve essere rivelata. È appunto il caso della causa civile di cui sopra, denominata “John V. Doe v. Holy See”, un dettaglio sfuggito al Corriere della Sera ma non ad altri che hanno interpretato i riferimenti a “John V. Doe” eliminandoli e sostituendoli con “anonimo”.
Negli Stati Uniti John Doe viene anche usato come nome generico negli esempi, tipo Mario Rossi in Italia, John Smith e Joe Bloggs nel Regno Unito, Juan Pérez in Messico, Kovács János in Ungheria o Jan Kowalski in Polonia (un elenco di nomi fittizi in vari paesi qui).
Non credo invece che in ambito legale italiano esista un nome simile a John Doe ma non ho competenze in materia e potrei sbagliarmi. Qualcuno mi sa dire se vengono usate iniziali, simboli tipo pallini neri o altro?
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