Post nella categoria “differenze culturali”
temperature in contesto
Ieri in Gran Bretagna temperature record con picchi di
22 C, previste anche per il fine settimana e definite addirittura Mediterranean temperatures.
Mi sono tornate in mente le descrizioni usate dai meteorologi in Irlanda negli anni ‘90: attorno ai 20 C si parlava di heat wave mentre in inverno, negli sporadici casi in cui il termometro scendeva attorno allo zero, si trattava di Siberian temperatures.
Chissà cosa direbbero se avessero a che fare con il tremendo clima italiano!
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Quando localizzare = eliminare
Il testo italiano sull’involucro di un prodotto DELL, dove si leggono soffocazione e altre traduzioni opinabili, è discusso in Lexical innovation, or retrogression?.
Altamente improbabile che il traduttore fosse di madrelingua: scelte lessicali inadeguate, incongruenze di stile e registro, ignoranza delle formule standard usate in questi contesti:
| inglese | italiano |
| Warning! To avoid danger of suffocation, keep away from babies and children. Do not use in cribs, beds, carriages or playpens. This bag is not a toy. |
Avvertimento! Per evitare la soffocazione tenete via dai neonati e bambini. Non si deve usare nelle culle, nei letti, nelle carrozzine per bambini oppure nei quadrati di gioco. Questa borsa non è un giocattolo. |
C’è anche un problema abbastanza tipico di mancato riconoscimento di differenze culturali: qui, per questioni soprattutto legali (le famigerate cause americane impensabili altrove!), il testo inglese specifica esplicitamente dove NON lasciare l’involucro di plastica ma in italiano questi dettagli sono già impliciti nell’avvertenza di tenere lontano dalla portata dei bambini e diventano quindi superflui.
In questo caso, l’intervento di localizzazione più adeguato consisterebbe nell’eliminare le informazioni irrilevanti dal testo italiano perché potrebbero creare perplessità e distogliere dal messaggio che si vuole comunicare (“Come mai le carrozzine ma non i passeggini?”, “Ma perché uno dovrebbe mettere questo sacchetto di plastica nel letto?” ecc.).
I testi con funzioni specifiche, come le istruzioni o le informazioni di sicurezza, tendono a essere conformi a formulazioni standard che li rendono subito riconoscibili e più facilmente assimilabili. Il mancato rispetto delle convenzioni (lessicali, terminologiche, stilistiche ecc.) può quindi avere un impatto negativo sull’esperienza dell’utente e sulla sua curva di apprendimento.
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Vedi anche: Localizzazione di esempi e riferimenti e [aggiornamento] Istruzioni inutili, contesto e utente finale. Per sorridere sulle istruzioni americane: Avvertenze dettagliate.
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| PS | La traduzione Warning! = Avvertimento! mi ha fatto tornare in mente il comico Giole Dix sulle diversità culturali che emergono dai diversi stili di comunicazione di una particolare targhetta multilingue dei treni italiani. Si può riascoltare qui. … |
17 marzo – San Patrizio
Il 17 marzo è anche San Patrizio, festa nazionale irlandese. Ormai è tradizione che un amico di Dublino, dove ho vissuto alcuni anni, mi mandi il link a un video con alcuni personaggi del Muppet Show che cantano Danny Boy:
Entrambi lo troviamo esilarante, sembra invece che molti americani di origine irlandese lo ritengano offensivo. Danny Boy infatti è una canzone che per gli irlandesi d’America è particolarmente struggente, tanto che viene spesso suonata ai funerali, mentre nella Repubblica d’Irlanda non viene considerata una canzone tradizionale. Il testo è stato scritto da un inglese all’inizio del secolo scorso e, secondo l’interpretazione più comune, è il saluto a un giovane in partenza per una guerra dalla quale si sa che non tornerà più.
Nel video ci sono alcuni riferimenti irlandesi:
| ▄ | Kiss the Blarney stone descrive una leggenda ben conosciuta dai turisti: baciando la Blarney stone, una pietra all’interno di una specie di feritoia in cima al castello di Blarney, vicino Cork, si dovrebbe ottenere il dono dell’eloquenza (the gift of the gab). Per farlo ci si deve sdraiare sulla schiena e piegarsi all’indietro nel vuoto, operazione non sempre facile per i corpulenti turisti americani che affollano il luogo. La parola blarney, chiacchiere continue che possono “intortare”, deriva chiaramente da qui. |
| ▄ | Leprechaun è il tipico folletto della mitologia irlandese. |
| ▄ | The luck of the Irish è un modo di dire nato in America, in origine soprattutto sarcastico, per indicare una fortuna sfacciata e inaspettata capitata a un irlandese (ed è noto che, storicamente parlando, gli irlandesi non sono certo una popolazione favorita dalla sorte). |
| ▄ | I tre pupazzi indossano una versione semplificata di Aran jumper (in Irlanda anche gansey), il “maglione irlandese” i cui punti e motivi potevano avere significati simbolici. |
Vedi anche: San Patrizio, pizzicotti e "Oirishness".
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Atlante delle strutture linguistiche (…e del tè!)
The World Atlas of Language Structure Online (WALS) è un database che cataloga proprietà strutturali (fonologiche, grammaticali e lessicali) di centinaia di lingue e consente di rappresentarne visivamente i tratti distintivi in 141 mappe.
Si tratta soprattutto di informazioni molto tecniche ma ci sono varie mappe interessanti anche per chi non è un linguista. Qualche esempio:
| ▄ | rapporto consonanti-vocali delle lingue |
| ▄ | raffronto tra lingue che hanno due parole diverse per mano e dito (521) e lingue che invece usano la stessa parola (72) |
| ▄ | basi numeriche (la maggior parte delle lingue analizzate usa il sistema decimale mentre altre contano in base 20 o preferiscono sistemi ibridi o altre basi) |
| ▄ | varie mappe sui sistemi dei nomi dei colori, ad es. rappresentazione di verde e blu e di rosso e giallo |
In particolare, mi hanno molto incuriosita la mappa e il testo esplicativo per le parole che in 230 lingue diverse danno il nome al tè. È stato scelto questo esempio perché non si tratta di un concetto legato ad alcun “universale culturale” ma fa riferimento a un prodotto agricolo di introduzione relativamente recente e mostra come siano stati dei fattori culturali, in questo caso le rotte commerciali anziché la contiguità geografica tra lingue, a influenzare la parola adottata nel lessico di ciascun paese.
Sorprende che nell’83% delle lingue analizzate, in tutto il mondo, vengano usate sostanzialmente solo due parole per denominare il tè, entrambe di origine cinese ma entrate nelle varie lingue per strade diverse. Ecco cosa è successo in Europa:
| ▄ | i commercianti olandesi, i principali importatori di tè in Europa a partire dal XVII secolo, avevano contatti commerciali soprattutto nel Fujian, dove si parla il cinese min nan, la cui parola te55 divenne thee in olandese e fu poi adottata con minime variazioni nelle altre lingue dell’Europa occidentale |
| ▄ | in portoghese tè si dice invece cha /ʧa/ perché i portoghesi, primi importatori di tè in Europa, seguivano rotte che passavano da Macao, da dove presero in prestito la parola cantonese cha, equivalente al mandarino chá |
| ▄ | in varie lingue dell’Europa orientale si dice chai perché in quei paesi il tè arrivava via terra dall’oriente e non dall’Olanda |
Io sono una grande consumatrice di tè e mi ero molto divertita quando un collega giapponese mi aveva fatto vedere che il mio nome, e più precisamente la seconda sillaba /ʧa/, si può scrivere con il carattere 茶 che in giapponese vuole appunto dire tè.
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Aggiornamento: nel Collins English Dictionary si può ascoltare la pronuncia in 25 lingue diverse della parola che in ciascuna lingua indica il tè.
Vedi anche: espressioni idiomatiche inglesi che hanno a che fare con il tè, con alcuni commenti che evidenziano come il concetto associato alla bevanda non sia esattamente lo stesso in tutte le lingue. Altri commenti sulle connnotazioni culturali del tè in Traduzione enogastronomica.
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Il cognome delle donne, una questione di sicurezza
Il cognome delle donne sposate
Leggendo qualche articolo sui premi Oscar, ho notato che la moglie italiana* di Colin Firth, miglior attore protagonista, tende a essere chiamata Livia Firth negli articoli in inglese e Livia Giuggioli in quelli in italiano.
In questo caso ci saranno sicuramente motivi d’immagine, però il fatto che in alcuni paesi come l’Italia e la Spagna le donne sposate mantengano sempre il loro cognome può ancora suscitare qualche stupore in interlocutori inglesi e soprattutto americani: è una differenza culturale a cui non sono abituati.
Il cognome delle madri (domande di sicurezza)
In particolare ricordo che anni fa, quando erano apparsi i primi servizi online che prevedevano una domanda di sicurezza (security question) per poter recuperare la password nel caso venisse dimenticata, la domanda predefinita in inglese riguardava sempre il cognome da nubile della propria madre, what is your mother’s maiden name?
A quanto pare era una consuetudine in uso già da tempo nel sistema bancario americano e proprio per questo poteva risultare difficile spiegare agli sviluppatori americani che in alcuni mercati, come quello italiano, non aveva molto senso.
acqueforti, farfalle, stampe giapponesi e francobolli
Nell’animazione inserita nell’ultimo post appare un esempio che Steven Pinker in The Stuff of Thought usa ripetutamente per illustrare le implicature conversazionali:

La frase Would you like to come up and see my etchings? è un’allusione ammiccante subito riconoscibile perché fa parte delle conoscenze enciclopediche dei parlanti di lingua inglese, come la collezione di farfalle per gli italiani. L’aspetto curioso è che lo stesso doppio senso scherzoso esiste anche in altre lingue europee, con la stessa intenzione comunicativa, ma come oggetto ha un diverso tipo di raccolta: acqueforti in inglese(etchings), farfalle in italiano, stampe giapponesi in francese (estampes japonaises) e francobolli in tedesco (Briefmarkensammlung) e spagnolo (colección de sellos).
Chissà cosa ha determinato il tipo di collezione in ciascuna cultura e se in altri paesi ci sono ulteriori variazioni sul genere?
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snow angel
Ogni volta che trovo riferimenti agli snow angel mi viene in mente The Favourite Game di Leonard Cohen, un romanzo letto parecchi anni fa che mi aveva affascinata per la scrittura davvero poetica. Ed è proprio da Cohen che avevo imparato che uno snow angel è l’impronta lasciata stendendosi sulla neve fresca e polverosa e poi muovendo le braccia e le gambe per formare la veste e le ali di un angelo: come si vede nei film americani, è un gioco che piace molto a chi vive nelle zone più nevose di Canada e Stati Uniti.
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Vedi anche: terminologia “invernale” nei post ciaspole, ciaspe, racchette da neve… e racchettoni, snowshoe spamming, freeze, effetto neve, schema snowflake.
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Affinità con i piccoli utenti
Nell’ultimo post ricordavo che le scelte di localizzazione devono tenere conto delle aspettative e delle esigenze dell’utente finale. I manuali di stile o altre linee guida forniscono indicazioni generali ma ci sono casi in cui vanno adottate soluzioni ad hoc.
Immagini e icone tipiche della cultura di partenza non sono sempre universali e riconoscibili anche nella cultura di arrivo, come sottolinea La differenza culturale passa (anche) attraverso le immagini (a piè di pagina), che mi ha fatto ricordare un aneddoto che ripropongo qui perché ha a che fare con utenti finali un po’ particolari.
All’inizio degli anni ‘90 era uscito un elaboratore di testi per bambini con una funzionalità che trasformava alcune parole sostituendole con immagini stilizzate, simili a icone:
| Un |
C’erano stati vari problemi nella fase iniziale di localizzazione perché la traduzione in italiano delle parole trasformabili era stata fatta senza considerare le immagini corrispondenti, ad es. nella versione alfa scrivendo topo non succedeva niente mentre mouse faceva apparire una figurina dell’animale (chi aveva tradotto dall’inglese doveva aver pensato che mouse fosse un termine informatico). In altri casi le immagini “americane” erano poco riconoscibili e avevano richiesto adattamenti personalizzati.
Un esempio divertente è quello della parola cookie, che nella versione originale era
associata a un’immagine del tipico chocolate chip cookie americano, simile a quella qui a destra, però non molto rappresentativa per l’italiano biscotto.
La soluzione adottata, dopo avere consultato alcuni bambini e maestre, è un esempio di localizzazione forse non molto ortodossa ma efficace, molto apprezzata dagli utenti finali: l’immagine del cookie americano appariva quando i bambini italiani scrivevano cacca!
Ovviamente avevamo evitato di farlo sapere agli sviluppatori americani, che sicuramente non avrebbero trovato molto politically correct la nostra affinità con i piccoli utenti…
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Vedi anche: Localizzazione di esempi e riferimenti e Immagini, traduzione automatica e tazze (problemi con le parole chiave associate alle immagini).
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Vecchi ricordi: Adrian Mole e carta igienica inglese
Chi ha apprezzato i primi due diari di Adrian Mole potrebbe trovare interessante una conversazione con la loro autrice, Sue Townsend, ascoltabile nel sito di The Guardian
(è piuttosto lunga ma si può scaricare il podcast).
I diari sono ambientati nella prima metà degli anni ‘80 in Inghilterra e il protagonista è un ingenuo adolescente che si crede un intellettuale. Durante l’intervista viene citata un’osservazione fatta da Adrian dopo essere andato per la prima volta da Sainsbury’s, un supermercato considerato esclusivo da chi, come lui, appartiene alla working class:
| But I must say that I take my hat off to Sainsbury’s, they seem to attract a better class of person. I saw a vicar choosing toilet paper; he chose a four-roll pack of purple three-ply. He must have money to burn! He could have bought some shiny white and given the difference to the poor. What a hypocrite! |
Il riferimento a shiny white mi ha fatto tornare in mente uno dei tanti shock culturali del mio primo soggiorno studio in Inghilterra, ai tempi del liceo: la carta igienica dei bagni pubblici (scuole, piscine, treni, pub ecc.), in rotolo o foglietti impilati, usata anche nelle case di alcune famiglie che ospitavano studenti stranieri. Era fatta di un materiale translucido molto simile alla carta oleata, piuttosto rigido e con potere assorbente praticamente nullo (un compagno di corso aveva fatto la prova: inclinando un foglietto, si poteva facilmente fare scorrere delle gocce d’acqua da un’estremità all’altra mantenendole integre).
Non ero l’unica a domandarsi come mai in Gran Bretagna ne facessero così vasto uso, vista l’inadeguatezza allo scopo, ma il mio inglese non all’altezza e il tipo di argomento mi avevano impedito di indagare e di capire che si trattava di un prodotto “medicato”. Negli anni successivi gli incontri ravvicinati erano drasticamente diminuiti perché nel frattempo ne era cessata la produzione e così solo ora scopro che neanche gli inglesi apprezzavano particolarmente l’orrenda carta igienica, come si può leggere in un articolo di The Times:
| […] the medicated Izal toilet roll — now sufficiently a part of history for us to get nostalgic about it rather than hating it as much as we did at the time. For those too young and fortunate not to have experienced it, the Izal loo roll was a sort of shiny white thing with the consistency of lino (it was best to scrunch it up before use, make it a bit more malleable) and smelling of coal tar. It didn’t do its job properly, tending to — how to put this delicately — spread the work rather than clean it up. Put another way, it … OK, maybe better not put it another way. Ask an older person if you’re that interested. […] the growth of the inside lavatory meant many more people went for the Izal and its cheaper, non-medicated competing brands than the more traditional forms of tending to your bitt-bott, such as torn up newspapers and string sacks that had formerly contained oranges. A cunning marketing campaign whereby municipal buildings were given free rolls in exchange for placing bulk orders of the disinfectant made going to a public lavatory an ordeal by fire for decades. By the Sixties, though, a more sophisticated clientele demanded a toilet roll that wouldn’t do untold damage to the perineum, and by the late Eighties the Izal roll was no more. The surprising thing was that it took that long to die off. |
Ne parla anche The Guardian in un elenco di 101 cose di cui non si sente la mancanza:
| 61 Izal toilet paper Was it really cheaper, the shiny, scratchy stuff that could actually draw blood if you lost concentration for a moment and became over-vigorous? Or was it some kind of tease campaign, to ready us for Andrex, and teach us to greet it with proper delight? [Andrex = Scottex, stesso tipo di pubblicità con cucciolo di labrador] |
Sembra però che ultimamente questo tipo di carta igienica sia stato reintrodotto sul mercato, come riporta The Independent, con una certa perplessità, in Minor British Institutions: Izal toilet paper. Mah!
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Vedi anche: qualche esempio dai primi due diari di Adrian Mole in
| ▄ | Narcisi, cultura inglese e traduzione (riferimenti culturali impliciti: un plagio volutamente penoso di I Wandered Lonely as a Cloud di William Wordsworth) |
| ▄ | Traduzione enogastronomica e La traduzione di nomi di alimenti nei diari di Adrian Mole (riferimenti a piatti e prodotti tipici) |
| ▄ | Traduzione di nomi propri: Maxwell House (adattamento e traduzione di nomi propri di persona) |
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Simboli natalizi nordeuropei: il pettirosso
Qualche giorno fa alla Rinascente mi sono ritrovata a parlare con una ragazza finlandese che mi ha descritto la linea natalizia Himmeli di Iittala, spiegandomi che prende il nome dalle tradizionali decorazioni tridimensionali finlandesi fatte con steli di paglia.
Ho subito notato che su tutti gli oggetti appariva anche un pettirosso e la ragazza mi ha confermato che in Finlandia è un tipico simbolo natalizio, come in Gran Bretagna e Irlanda.
Nel frattempo mi è arrivato un biglietto di auguri dall’Irlanda e sul francobollo emesso per Natale (Nollaig) 2010 c’è proprio il pettirosso: è associato al Natale perché in Europa settentrionale è l’unico uccellino che si può vedere in questo periodo dell’anno, anche grazie al suo comportamento abbastanza disinvolto che lo fa avvicinare facilmente all’uomo per cercare il cibo.
In origine anche in inglese il nome comune era red breast ma poi ha preso il sopravvento il soprannome robin (da Robert) perché si riteneva erroneamente che solo il maschio avesse il piumaggio colorato. Al pettirosso sono legate anche molte leggende, superstizioni e poesie. Per saperne di più: The Robin (in Icons, a portrait of England).
Infine, un paio di curiosità: negli Stati Uniti il pettirosso non è associato al Natale ma è un simbolo della primavera. L’uccello che gli americani chiamano robin appartiene infatti a un’altra specie, Turdus migratorious, che ha aspetto e comportamento diversi dal pettirosso europeo, Erithacus rubecola. Le uova del pettirosso americano si distinguono inoltre per un colore turchese intenso noto come Robin Egg Blue (#00CCCC).
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TANTISSIMI AUGURI DI BUONE FESTE!
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Vedi anche:
Alcuni riferimenti natalizi inglesi e Auguri politicamente corretti
Ambiguità dell’inglese: Round Robin.
Aggiornamento: un altro simbolo natalizio introdotto dagli inglesi è il vischio. Ne riassume la storia Il Post in Cosa c’entra il vischio con il Natale?
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Eurofestival e “nul points”
Una notizia che ho letto la settimana scorsa potrebbe aver portato un leggero sgomento tra gli italiani che vivono o hanno vissuto all’estero: Eurofestival, dopo 13 anni torna l’Italia.
L’Eurofestival, in inglese Eurovision Song Contest, è una specie di Festival di Sanremo internazionale, un trionfo del kitsch che in molti paesi europei e del bacino mediterraneo rappresenta l’evento televisivo non sportivo dell’anno. In Italia l’Eurofestival è praticamente sconosciuto (non solo adesso ma anche quando i cantanti italiani partecipavano ancora), invece altrove è impossibile ignorarlo, tanto che la BBC ha addirittura un sito apposito.
Quando vivevo a Dublino, per settimane alla televisione irlandese non si parlava d’altro e i colleghi scandinavi organizzavano gruppi d’ascolto per vedere la trasmissione. Per gli italiani, invece, l’assoluta indifferenza al concorso era motivo di orgoglio e una delle poche argomentazioni per reagire alle innumerevoli canzonature sui programmi trash della televisione italiana (e ovviamente su chi la controlla) a cui è soggetto ogni italiano che vive all’estero. Ora però anche questo debole appiglio potrebbe venire a mancare…
Meglio concentrarsi su aspetti prettamente linguistici. In inglese c’è un’espressione idiomatica che fa specifico riferimento al sistema di votazione dell’Eurofestival e ne conferma la popolarità, in tutti i sensi*: si può dire nul points, come la mancanza di punti assegnati a una canzone, per commentare ironicamente un’esibizione davvero penosa.
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* Ecco come la tipica presentazione delle canzoni dell’Eurofestival veniva ridicolizzata in Father Ted, esilarante sitcom ambientata in Irlanda (per il contesto: Song for Europe):
[ L’episodio di Father Ted continua qui ]
Non solo zuppa!
Il titolo La zuppa Campbell è in crisi mi ha fatto tornare i mente gli anni in Irlanda e quanto i colleghi italiani ed io fossimo restii a usare la parola italiana zuppa per descrivere le varie potato / chicken / mushroom / vegetable soup ecc. che ci venivano propinate proposte nella mensa aziendale: preferivamo la parola inglese soup anche parlando in italiano.
I dizionari italiani definiscono la zuppa come una minestra in brodo con vari tipi di ingredienti, senza pasta, ma servita in genere con fette o pezzi di pane tostati o fritti. Deriva dal germanico suppa, “fetta di pane inzuppata” e all’etimologia è legato anche il modo di dire se non è zuppa, è pan bagnato per descrivere cose sostanzialmente equivalenti.
Non conosco la cucina americana, ma in Gran Bretagna e Irlanda le soup sono in genere creme (piuttosto dense, spesso con l’aggiunta di panna) e a volte minestre in brodo (con pezzetti di carne, verdure o altro ma non pasta) ma raramente equivalgono alle zuppe italiane, che, perlomeno a me, fanno pensare soprattutto a legumi e/o cereali e alla cucina toscana.
Spero comunque che Mara passi di qui perché è sicuramente molto più competente di me in materia! Aggiornamento 18/11: potete leggere un commento di Mara qui sotto e altri dettagli sulle possibili traduzioni in italiano di soup in creme, passati, vellutate e zuppe.
Aggiornamento febbraio 2011: prototypical soup fa una lunga analisi delle differenze tra soup inglese e americana e indica che quella inglese tende ad essere densa (crema o passato) mentre la versione americana, come aveva sottolineato Adriana nei commenti, è più brodosa e include pezzi di carne o verdura (stew per gli inglesi) ma anche pasta, riso, orzo ecc.
Vedi anche: Pasta salad e insalata di pasta, per due termini gastronomici che solo in apparenza sono equivalenti, e Alcuni riferimenti natalizi inglesi, per un menu tipico stagionale di mensa aziendale irlandese.
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Icone culturali inglesi
Aggiornamento agosto 2011 – Come spiegato qui, il sito non è più online e quindi le informazioni e i collegamenti che seguono sono obsoleti.
Mi è piaciuto molto il sito ICONS, a portrait of England, un progetto che si propone di scegliere le 100 icone culturali* che meglio rappresentano l’Inghilterra, nominate e votate da chi frequenta il sito.
Le icone sono ordinate graficamente, alfabeticamente, cronologicamente e geograficamente e a ciascuna è associata una scheda informativa. C’è anche una sezione Learn&Play con suggerimenti didattici per insegnanti, quiz e contenuto multimediale.
* Una definizione di icone culturali dall’introduzione del volume Icone culturali d’Europa:
| […] figure, luoghi, “oggetti” che hanno acquisito una presenza particolare e durevole nell’immaginario collettivo, divenendo parte di un patrimonio simbolico da cui attingono il linguaggio giornalistico e la pubblicità, la comunicazione colta e il parlare comune. Sono frammenti di racconti, rappresentazioni collettive, discorsi o pratiche culturali che, emancipati dal loro contesto di origine, agiscono autonomamente in una pluralità di altri contesti […] |
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Vedi anche: Britannia in Brief e post che parlano di conoscenze enciclopediche.
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Dolcetto o scherzetto
Ho avuto la conferma che Halloween sta inesorabilmente diventando parte dell’immaginario italiano domenica sera, quando hanno suonato alla porta alcuni ragazzi mascherati che passavano di casa in casa intimando allegramente “dolcetto o scherzetto!”
È stato molto divertente e mi ha fatto ripensare all’espressione dolcetto o scherzetto, secondo me una traduzione davvero efficace del trick or treat che tanto appassiona i bambini americani, al punto che sarei curiosa di sapere chi ha avuto questa intuizione e come si è imposta su possibili alternative.
Dubito lo scoprirò mai. Avevo pensato alle strisce dei Peanuts, che immagino abbiano fatto conoscere Halloween a molti italiani, però I Peanuts: analisi di aspetti culturali e strategie traduttive nei fumetti di Schulz identifica anche la variante “la borsa o il malocchio”. Probabilmente all’epoca era accettabile, visto che in pochi sapevano cosa fosse Halloween, ma ora non suona affatto idiomatica (come d’altronde lascia perplessi Grande Cocomero per Great Pumpkin):
Raccontavo dell’episodio di Halloween ad alcuni amici spagnoli da cui ho saputo che la frase spagnola, truco o trato (“o uno scherzo o [facciamo] un patto”), quasi un calco omonimico di trick or treat, viene riconosciuta come espressione idiomatica solo dai giovani o da chi ha familiarità con la cultura americana. A quanto pare anche in Spagna ultimamente ci sono adolescenti che vanno di casa in casa aggiungendo a truco o trato caramelos o te mato (“ti ammazzo”), però quello che ricevono sono soprattutto occhiate perplesse e, anziché dolciumi, al massimo qualche spicciolo.
La frase tedesca è quasi uno scioglilingua, Süßes, sonst gibt’s Saures, più o meno “i dolci, o [per te] si mette male” (con un gioco di parole tra dolce e acido). Non parlo francese ma mi hanno detto che in mancanza di una frase standard si può ricorrere a un bonbon ou un coup de batôn (“o una bastonata”) oppure a friandises ou bêtises (“o le caramelle o [farò qualche] stupidaggine”).
Di solito tendiamo ad adottare i prodotti culturali americani abbastanza pedissequamente, quindi trovo curioso che, non solo in Italia, il trick or treat stia facendo presa soprattutto sui ragazzi, mentre negli Stati Uniti è un’usanza riservata ai bambini.
Forse però questo aiuta a capire le “minacce” che in alcune lingue vengono aggiunte alla richiesta di dolciumi (in America le parole sono molto più blande: smell my feet, give me something good to eat): sarebbero fuori luogo se pronunciate da dei bambini ma sono più che accettabili se dette scherzosamente da dei ragazzi. Queste differenze sono comunque una conferma che la traduzione italiana dolcetto o scherzetto, riferita al contesto americano, è decisamente azzeccata.
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Aggiornamento ottobre 2011: ho trovato molto interessante l’analisi storica e linguistica che si può leggere in Trick or Treat! (Literal Minded). La frase sembra sia nata negli anni ‘20 del secolo scorso, ma era nota solo in alcune regioni degli Stati Uniti; è stata adottata in tutto il paese negli anni ‘50 grazie anche a un cartone animato con protagonista Paperino che l’ha resa popolare. Una curiosità: nelle strisce dei Peanuts inizialmente Schulz preferiva la frase al plurale, Tricks or Treats, ed era passato solo in seguito alla formulazione standard (si può notare questa differenza anche nei due esempi più sopra).
Caratteri maschili e femminili…
C’è un altro modo di interpretare la domanda Font è maschile o femminile?, come si legge oggi in The Guardian in True to type: how we fell in love with our letters: i tipi di carattere con peso maggiore (ad es. con aste spesse) e profili spigolosi danno l’idea di mascolinità (esempio: Colossalis), mentre i caratteri vezzosi e leggeri, con profili sinuosi, richiamano femminilità (esempio: Brioso). Si tratta di un’associazione automatica, come per certi colori: un neonato vestito di rosa ci fa subito pensare che sia una bambina.
Per chi è interessato all’argomento, è un articolo davvero dettagliato che si sofferma sulle connotazioni date dai vari tipi di carattere e il loro uso in pubblicità, branding aziendale e generi letterari e dà a molte informazioni storiche e lessicali (evidenzia anche l’ambiguità terminologica di font e typeface di cui avevo parlato qui).
Non fa accenno, invece, alla possibile influenza della cultura di appartenenza: secondo me, se si prende in mano una rivista o un romanzo scritti in inglese, abbastanza spesso si riesce a capire se è una pubblicazione americana o britannica proprio dal tipo di carattere usato, ma non saprei essere più precisa perché è una sensazione visiva, non basata su conoscenze tipografiche specifiche.
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Vedi anche: Tu Vuo’ Fa’ l’Americano?, sul diverso aspetto di titoli americani e inglesi.
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È stata fatta una ricerca per la categoria “differenze culturali”.






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