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Terminologia, localizzazione, traduzione e altre considerazioni linguistiche

Post nella categoria “differenze culturali”

L’inglese, una “lingua educata”

Nel libro Translating Cultures, citato in Lingue, funzione fatica e cortesia, Katan dedica due capitoli a due aspetti fondamentali della comunicazione:

la comunicazione transazionale, il cui scopo è la trasmissione di informazioni (prevalgono i fatti)
la comunicazione interazionale, la cui finalità è stabilire, mantenere o rafforzare la relazione tra gli interlocutori (prevalgono gli aspetti personali, sociali o fatici)

Come prevedibile, le maggiori differenze culturali tra una lingua e l’altra si manifestano nella comunicazione interazionale. Nella sezione British Indirectness viene sottolineato come in inglese britannico la cortesia (politeness) venga espressa facendo uso dei principi di “cortesia negativa” (negative politeness)*, ad esempio evitando forme dirette, come l’imperativo, che potrebbero dare l’impressione di volersi imporre sull’interlocutore, usando not con parole positive (ad es. not very convenient) o nelle forme verbali (ad es. wouldn’t it be better if…), scusandosi per quello che si sta per dire ecc.

In particolare, l’inglese britannico ricorre in gran misura a meccanismi linguistici descritti come hedging e cushioning, ovvero dei “riempitivi” che mitigano l’impatto di una comunicazione potenzialmente sgradevole, come ad es. You must forgive me, but I was wondering if… 

how_to_be_polite

Sono strategie molto diverse da quelle italiane. Per illustrarle, viene scherzosamente citato L’inglese. Nuove lezioni semiserie di Beppe Severgnini, che definisce l’inglese una “lingua educata”. Ho trovato l’intero brano qui ed è piuttosto divertente. Un paio di esempi:

  È la psicologia dell’inglese, in altre parole, ad essere complessa, forse perché rappresenta un popolo, quello inglese, altrettanto complesso. Non a caso, il fenomeno della «lingua educata» è quasi esclusivamente britannico. […]
La lingua inglese è talmente impastata di buone maniere che spesso perfino gli insulti diventano moine. Bisogna conoscerle, però, in modo da sapere quando arrabbiarsi. Se qualcuno vuol farvi capire che il vostro inglese è spaventoso, ad esempio, dirà con un sorriso Your English is somewhat unusual [il suo inglese è insolito]. L’equivalente dell’italiano «Che stupidaggine!» è I agree up to a point [sono d'accordo fino ad un certo punto] o I can see a few problems in doing this [Posso vedere alcuni problemi così facendo]. Qualunque frasi inizi con I’m afraid… [ho paura] How strange… [che strano] e I’m sorry, but… [mi spiace, ma] è un segnale preciso: significa che il vostro interlocutore sta pensando di voi tutto il male possibile.

Mi ha ricordato un altro elenco divertente a cui è stato dato risalto recentemente, molto commentato con ulteriori esempi, anche in altre lingue, in Translated phrase-list jokes (Language Log) e This may interest you* (Johnson):

Anglo-EU_TranslationGuide 


* Il concetto di negative politeness fa parte di un modello proposto da Brown e Levinson nel 1987. Si può trovare una sintesi efficace dei punti principali nella lezione Salvare la faccia

[aggiornamento] Stando a stime recenti, in Gran Bretagna ciascuna persona dice sorry in media 8 volte al giorno, più di 233000 nella vita. Ne parla The Independent in Minor British Institutions: Saying sorry.

Lingue, funzione fatica e cortesia

Un articolo della BBC, What Paddington tells us about German v British manners, evidenzia alcune differenze culturali tra tedeschi e inglesi. In particolare, descrive alcune caratteristiche della lingua inglese usate con funzione fatica, quali gli enunciati di cortesia, i convenevoli, il parlare del più e del meno come le considerazioni sul tempo (ovvero lo small talk, un concetto non facile da esprimere in italiano e tantomeno in tedesco), che servono a mantenere aperta la comunicazione tra due o più interlocutori.

I tedeschi tendono a interpretare queste espressioni linguistiche come prive di significato e quindi inutili e, nel caso dei convenevoli, addirittura poco sincere. Gli inglesi, invece, possono percepire il modo di parlare esplicito dei tedeschi, senza tanti giri di parole, come brusco e scortese.

Una distinzione che viene spesso fatta in questi casi* è quella tra culture a basso contesto (low context) e culture ad alto contesto (high context):

basso contesto (LC): vengono privilegiate modalità comunicative esplicite e verbali, in cui vengono enfatizzati fatti, informazioni dirette, regole, coerenza (si mira al punto)
alto contesto (HC): vengono privilegiate modalità comunicative implicite e non verbali, in cui vengono enfatizzati informazioni trasmesse indirettamente attraverso il contesto, sentimenti, flessibilità di interpretazione a seconda delle circostanze (si gira attorno al punto)   

Per un esempio delle diverse strategie di comunicazione adottate dalle varie lingue vengono spesso citate le espressioni di cortesia (per essere più precisi, si fa riferimento al concetto di politeness, che in inglese implica anche l’adeguatezza a una situazione).

LC vs HC

Esempio tipico è Could you pass me the salt, please? in inglese che, se “tradotto” letteralmente in italiano, Potresti passarmi il sale, per favore?, potrebbe suonare irritato o sarcastico (ad es. moglie arrabbiata con il marito, richiesta già fatta ma rimasta inascoltata ecc.) perché in un contesto informale italiano ci si aspetterebbe un semplice  Mi passi il sale? con l’intonazione appropriata: in questo caso la cortesia è implicita nel contesto.

Come evidenziato nell’articolo citato, una modalità comunicativa non prevista per una lingua può portare a fraintendimenti e conclusioni errate.

Concludo con un episodio che mi fa ancora sorridere. Proprio per evitare che i ragazzini italiani che accompagnavo in Inghilterra (secoli fa!) passassero per maleducati, insistevo moltissimo sull’importanza dei vari please e thank you, ovviamente senza scendere in troppi dettagli. Un giorno, a una partita di pallacanestro contro altri studenti, alcuni ragazzi insoddisfatti dell’andamento del gioco erano venuti a chiedermi come si dicesse arbitro in inglese. Non so come fossi riuscita a rimanere impassibile quando, un minuto dopo, li avevo sentiti urlare infuriati un incongruo e per nulla ironico Referee don’t cheat, please! 

Altri dettagli sul concetto di politeness e su come viene realizzato in inglese britannico in L’inglese, una “lingua educata”.

Aggiornamento dicembre 2011 – Ho trovato interessante The Different Levels of Politeness in Different Cultures and Languages, una discussione che include le diverse forme allocutive in inglese americano, giapponese e lingue slave.


* Un libro che analizza questi argomenti e da cui ho tratto spunto per alcuni dettagli è Translating Cultures di David Katan, già citato in Traduzione di nomi propri: Maxwell House e in Torno subito… ma quanto subito?

Americani, inglesi e bustine di tè

teacupL’articolo America’s Nitwit Anglophiles nella versione stampata della rivista americana TIME è illustrato con l’immagine di una tazza di porcellana crepata, mozziconi di sigaretta nel piattino e l’etichetta di una bustina di tè con la bandiera del Regno Unito.

Immagino che l’autore dell’illustrazione viva negli Stati Uniti, sicuramente non in Gran Bretagna. Lo indica un dettaglio che evidenzia una differenza culturale.

teabagÈ ormai parecchio tempo che lo noto nei fumetti e nelle vignette americane: se c’è un personaggio che beve tè, si vede l’etichetta della bustina che pende dal bordo della tazza (o del bicchierone di polistirolo).

Penso che nel Regno Unito o in Irlanda difficilmente verrebbe disegnato lo stesso dettaglio perché le bustine filtro più diffuse (perlomeno fino a qualche anno fa) non sono confezionate singolarmente e non hanno il filo con l’etichetta. In ogni caso, prima di bere il tè l’eventuale bustina viene tolta dalla tazza (e spesso il tè viene preparato nella teiera).


Qualche esempio da strisce americane di persone che bevono tè:

teabag1  teabag6  teabag4 


Vedi anche: Espressioni idiomatiche inglesi che hanno a che fare con il , con alcuni commenti che notano come il concetto associato alla bevanda non sia esattamente lo stesso in tutte le lingue.

Puntine o punturine?

Per pubblicizzare Internet Explorer 9 sono state scelte delle immagini stilizzate graficamente molto piacevoli. Senza leggere il testo associato, però, non è sempre subito chiaro cosa vogliano simboleggiare:

image image image

[per la descrizione originale in inglese, far passare il puntatore su ciascuna immagine]

pinIn particolare, l’immagine centrale mi fa pensare a una siringa, anche se so bene che rappresenta la tipica puntina americana. È un classico esempio di oggetto comune che può avere aspetti diversi in mercati diversi. Ed è proprio la sua “normalità” che lo fa sfuggire alle valutazioni di globalizzazione perché chi sviluppa dà per scontato che invece sia un simbolo riconoscibile internazionalmente.

In questo caso il simbolo è legato anche a una funzionalità recente di Windows che in inglese è descritta dal termine pin: indica la possibilità di “fissare” un elemento (ad es. il collegamento a una pagina Web o a un programma) su un punto specifico pinningdell’interfaccia (e poi rimuoverlo se non serve più, unpin), proprio come se venisse usata una puntina. 

In inglese pin e unpin sono esempi di terminologizzazione. In italiano i due termini sono stati resi con lessico generico, aggiungere e rimuovere, scelte accettabili ma che non imageidentificano il concetto in modo univoco e non sono sempre efficaci, come si può vedere confrontando lo stesso testo in inglese e in italiano.

In questo caso, inoltre, usare l’immagine del materiale marketing americano anche per quello italiano forse non è una buona idea: è poco probabile che gli utenti italiani associno la puntina americana stilizzata alla nuova funzionalità.


Vedi anche: iPad, “flick” e terminologizzazione per alcuni problemi di localizzazione legati ai neologismi semantici.

significato

Fungo e mushroom

Ieri ho sfogliato un bel libro illustrato con proposte per viaggi “da sogno” in tutto il mondo. Ci sono vari itinerari enogastronomici in Italia, tra cui uno dalle parti di Alba. Nella descrizione c’è una frase che, secondo me, fa capire che il libro è tradotto dall’inglese:

Questa è la stagione dei funghi selvatici – porcini, finferli e altre saporite varietà – che spuntano numerosi nei prati e nei sottoboschi del nord.

Non credo che nel contesto “itinerario del gusto nelle Langhe” un italiano specificherebbe selvatici parlando di funghi: lo darebbe per scontato.

Non è però la traduzione di wild mushroom il dettaglio che vorrei evidenziare.

In italiano, se qualcuno mi parla di un piatto o di una ricetta con i funghi, senza specificare quali, penserei a quelli di bosco e non a quelli coltivati.

mushroomMi sembra che in ambito culinario inglese, invece, mushroom si riferisca innanzitutto ai funghi coltivati (come quelli che si mangiano a colazione) e che venga detto esplicitamente wild mushroom (esempio del libro) quando si intende quelli spontanei. La ricerca per immagini mushroom+recipe parrebbe confermare la prevalenza dei funghi coltivati nelle ricette inglesi.

I due concetti rappresentati da fungo e mushroom, intesi come ingredienti generici, mi sembrano quindi leggermente diversi nelle due lingue. Mi piacerebbe però sapere cosa ne pensa chi è più esperto di me, ad esempio Ilaria, Mara o Marina se passano di qui.


Vedi anche: Traduzione enogastronomica e Non solo zuppa!

Parole affascinanti: fascinator

fascinatorA proposito di matrimonio reale e di dettagli che percepiamo come tipicamente inglesi, in Cappelli, cappellini e copricapi c’è una raccolta di foto di invitate che hanno attirato l’attenzione per quello che portavano in testa. Alcune avevano optato per un fascinator, che non è né un cappellino né un copricapo né un’acconciatura che fa parte di una pettinatura elaborata ma è invece una decorazione particolare, spesso vistosa, fatta soprattutto con piume, fiori o materiali insoliti. 

fascinatorÈ un accessorio specifico, tornato in auge da poco (io ne avevo scoperto l’esistenza solo un paio di anni fa a un matrimonio irlandese) e per questo la parola fascinator non è ancora considerata parte del lessico comune inglese, tanto che è spesso accompagnata da una spiegazione del significato. Royal Bride Sparks Fascinator Frenzy riporta però un dato da Google secondo cui le ricerche per fascinator sono aumentate del 67% nell’ultimo anno.

Superstizioni inglesi: “Hello Mr Magpie!”

nidoSu un platano di fronte a casa c’è un nido che dovrebbe essere di gazza (ma per confermare dovrei riuscire a vedere i suoi occupanti, impresa finora fallita).

Da qualche anno le gazze si vedono ovunque, anche in città come Milano, ma non sono sempre state così diffuse. Io le avevo viste per la prima volta in Inghilterra, ormai parecchi anni fa, e da allora le associo agli inglesi per una loro superstizione davvero curiosa. 

Nel Regno Unito, ma anche in Irlanda, vedere una singola gazza (magpie) porta male. Per evitare sventure, bisogna salutarla dicendo “Hello Mr Magpie, how’s your wife?” e sollevando il bordo del cappello, vero o virtuale, in segno di saluto.

MrMagpieChi a suo tempo me l’aveva spiegato mi aveva suggerito di osservare il comportamento delle persone: in effetti, alla vista di una singola gazza, molte si portavano la mano alla fronte, o meglio, appoggiavano l’indice e lo ritraevano, cercando di dissimulare il gesto del saluto con una grattatina o altri movimenti, probabilmente un po’ imbarazzati per la propria superstizione.

Se però le gazze sono più di una, il pericolo è scampato e si avrà un’indicazione sul proprio futuro, da interpretare con questi versi, in base al numero di gazze:

One for sorrow,
Two for joy,
Three for a girl,
Four for a boy,
Five for silver,
Six for gold,
Seven for a secret never to be told.



Vedi anche: Loro sì, nidificano!, sull’infelice traduzione italiana del verbo inglese nest in ambito informatico.

 

Paese che vai, divisioni che trovi

Numbers and Counting: American vs. French descrive alcune differenze culturali relative ai numeri: come vengono usate le dita per contare, l’aspetto dei numeri scritti a mano (ne avevo accennato anch’io in Se i numeri sono un’opinione), i separatori di migliaia e decimali e il modo di scrivere in colonna le divisioni a due o più cifre.

long division symbolMi ha fatto tornare in mente il simbolo matematico “misterioso” di Equation Editor nelle versioni di Microsoft Office fino alla 2003 (a destra e sotto). In italiano era stato incautamente localizzato con divisione lunga (traduzione letterale di long division) ma suscitava solo perplessità: è tipico di Stati Uniti, Messico e altri paesi ma non si usa in Europa. 

EquationEditor

Chiedendo informazioni ai colleghi di varie nazionalità avevo scoperto che, a seconda del paese, ci sono molti modi diversi di scrivere a mano le divisioni: variano la posizione di dividendo e divisore, il modo di annotare i calcoli e l’elemento grafico che separa i numeri. Un paio di esempi di 435 diviso 25:

image

E c’è anche chi, come i tedeschi, non usa elementi grafici (esempio qui; altri esempi delle notazioni usate in varie parti del mondo alla voce Long Division in Wikipedia).

additionAnche altre operazioni in colonna si scrivono in maniera diversa a seconda del paese, ad es. nelle addizioni gli americani posizionano il segno + a sinistra di ciascun addendo a partire dal secondo (per noi va a destra a partire dal primo) e non aggiungono il segno di uguale.

Una delle regole dell’internazionalizzazione del software è quella di non usare testo nella grafica per evitare interventi costosi di localizzazione, mentre si tende a pensare che gli esempi con numeri siano immuni a fattori culturali. Ricordo invece che in un programma di software per bambini appariva una lavagna con alcune addizioni nel formato americano e per la versione italiana si era dovuto sostituire le immagini perché sarebbero potute sembrare “sbagliate” e avrebbero potuto far dubitare del valore educativo del prodotto.

Probabilmente, però, ora quasi nessuno fa più i calcoli a mano e queste differenze stanno diventando irrilevanti!

Politically correct: Pasqua e “sfere di primavera”

Negli Stati Uniti anche la parola Easter, come Christmas, è potenzialmente offensiva.

Easter eggs È di qualche giorno fa e arriva da Seattle l’ennesima notizia degli estremi a cui si spinge il politically correct: una ragazza che voleva portare ai bambini di una scuola degli ovetti di plastica riempiti di dolciumi aveva avuto il permesso di farlo solo se non li avesse chiamati Easter egg ma li avesse descritti come spring sphere.

La reazione dei bambini prova però che, se esiste già del lessico consolidato, gli approcci prescrittivi difficilmente raggiungono il risultato sperato. Il racconto della ragazza:

"When I took them out of the bag, the teacher said, ‘Oh look, spring spheres’ and all the kids were like ‘Wow, Easter eggs.’

Che dire? Buona Pasqua!


Vedi anche: la seconda parte di Uova orientali? Forse no… (Easter egg e sorprese), su alcune differenze culturali tra Stati Uniti e Italia a proposito di uova e di Pasqua.

temperature in contesto

SardegnaIeri in Gran Bretagna temperature record con picchi di
22 C, previste anche per il fine settimana e definite addirittura Mediterranean temperatures.

Mi sono tornate in mente le descrizioni usate dai meteorologi in Irlanda negli anni ‘90: attorno ai 20 C si parlava di heat wave mentre in inverno, negli sporadici casi in cui il termometro scendeva attorno allo zero, si trattava di Siberian temperatures.

Chissà cosa direbbero se avessero a che fare con il tremendo clima italiano!

Quando localizzare = eliminare

Il testo italiano sull’involucro di un prodotto DELL, dove si leggono soffocazione e altre traduzioni opinabili, è discusso in Lexical innovation, or retrogression?.

Altamente improbabile che il traduttore fosse di madrelingua: scelte lessicali inadeguate, incongruenze di stile e registro, ignoranza delle formule standard usate in questi contesti:

inglese italiano
Warning!
To avoid danger of suffocation, keep away from babies and children.
Do not use in cribs, beds, carriages
or playpens. This bag is not a toy.
Avvertimento! 
Per evitare la soffocazione tenete via dai neonati e bambini.

Non si deve usare nelle culle, nei letti, nelle carrozzine per bambini oppure nei quadrati di gioco. Questa borsa non è un giocattolo.

Caution! Hot!C’è anche un problema abbastanza tipico di mancato riconoscimento di differenze culturali: qui, per questioni soprattutto legali (le famigerate cause americane impensabili altrove!), il testo inglese specifica esplicitamente dove NON lasciare l’involucro di plastica ma in italiano questi dettagli sono già impliciti nell’avvertenza di tenere lontano dalla portata dei bambini e diventano quindi superflui.

In questo caso, l’intervento di localizzazione più adeguato consisterebbe nell’eliminare le informazioni irrilevanti dal testo italiano perché potrebbero creare perplessità e distogliere dal messaggio che si vuole comunicare (“Come mai le carrozzine ma non i passeggini?”, “Ma perché uno dovrebbe mettere questo sacchetto di plastica nel letto?” ecc.).

I testi con funzioni specifiche, come le istruzioni o le informazioni di sicurezza, tendono a essere conformi a formulazioni standard che li rendono subito riconoscibili e più facilmente assimilabili. Il mancato rispetto delle convenzioni (lessicali, terminologiche, stilistiche ecc.) può quindi avere un impatto negativo sull’esperienza dell’utente e sulla sua curva di apprendimento.

Vedi anche: Localizzazione di esempi e riferimenti e [aggiornamento] Avvertenze dettagliate (per sorridere sulle istruzioni americane). 



PS La traduzione Warning! = Avvertimento! mi ha fatto tornare in mente il comico Giole Dix sulle diversità culturali che emergono dai diversi stili di comunicazione di una particolare targhetta multilingue dei treni italiani. Si può riascoltare qui.

17 marzo – San Patrizio

Il 17 marzo è anche San Patrizio, festa nazionale irlandese. Ormai è tradizione che un amico di Dublino, dove ho vissuto alcuni anni, mi mandi il link a un video con alcuni personaggi del Muppet Show che cantano Danny Boy:

The Leprechaun Brothers: the Swedish Chef, Beaker e Animal

Entrambi lo troviamo esilarante, sembra invece che molti americani di origine irlandese lo ritengano offensivo. Danny Boy infatti è una canzone che per gli irlandesi d’America è particolarmente struggente, tanto che viene spesso suonata ai funerali, mentre nella Repubblica d’Irlanda non viene considerata una canzone tradizionale. Il testo è stato scritto da un inglese all’inizio del secolo scorso e, secondo l’interpretazione più comune, è il saluto a un giovane in partenza per una guerra dalla quale si sa che non tornerà più.

Nel video ci sono alcuni riferimenti irlandesi:

Kiss the Blarney stone descrive una leggenda ben conosciuta dai turisti: baciando la Blarney stone, una pietra all’interno di una specie di feritoia in cima al castello di Blarney, vicino Cork, si dovrebbe ottenere il dono dell’eloquenza (the gift of the gab). Per farlo ci si deve sdraiare sulla schiena e piegarsi all’indietro nel vuoto, operazione non sempre facile per i corpulenti turisti americani che affollano il luogo. La parola blarney, chiacchiere continue che possono “intortare”, deriva chiaramente da qui.
Leprechaun è il tipico folletto della mitologia irlandese.
The luck of the Irish è un modo di dire nato in America, in origine soprattutto sarcastico, per indicare una fortuna sfacciata e inaspettata capitata a un irlandese (ed è noto che, storicamente parlando, gli irlandesi non sono certo una popolazione favorita dalla sorte). 
I tre pupazzi indossano una versione semplificata di Aran jumper (in Irlanda anche gansey), il “maglione irlandese” i cui punti e motivi potevano avere significati simbolici.  

Vedi anche: San Patrizio, pizzicotti e "Oirishness".

Atlante delle strutture linguistiche (…e del tè!)

The World Atlas of Language Structure Online (WALS) è un database che cataloga proprietà strutturali (fonologiche, grammaticali e lessicali) di centinaia di lingue e consente di rappresentarne visivamente i tratti distintivi in 141 mappe.

Si tratta soprattutto di informazioni molto tecniche ma ci sono varie mappe interessanti anche per chi non è un linguista. Qualche esempio:

rapporto consonanti-vocali delle lingue
raffronto tra lingue che hanno due parole diverse per mano e dito (521) e lingue che invece usano la stessa parola (72)
basi numeriche (la maggior parte delle lingue analizzate usa il sistema decimale mentre altre contano in base 20 o preferiscono sistemi ibridi o altre basi)   
varie mappe sui sistemi dei nomi dei colori, ad es. rappresentazione di verde e blu e di rosso e giallo

In particolare, mi hanno molto incuriosita la mappa e il testo esplicativo per le parole che in 230 lingue diverse danno il nome al . È stato scelto questo esempio perché non si tratta di un concetto legato ad alcun “universale culturale” ma fa riferimento a un prodotto agricolo di introduzione relativamente recente e mostra come siano stati dei fattori culturali, in questo caso le rotte commerciali anziché la contiguità geografica tra lingue, a influenzare la parola adottata nel lessico di ciascun paese.

Sorprende che nell’83% delle lingue analizzate, in tutto il mondo, vengano usate sostanzialmente solo due parole per denominare il , entrambe di origine cinese ma entrate nelle varie lingue per strade diverse. Ecco cosa è successo in Europa:

i commercianti olandesi, i principali importatori di tè in Europa a partire dal XVII secolo, avevano contatti commerciali soprattutto nel Fujian, dove si parla il cinese min nan, la cui parola te55 divenne thee in olandese e fu poi adottata con minime variazioni nelle altre lingue dell’Europa occidentale
in portoghese si dice invece cha /ʧa/ perché i portoghesi, primi importatori di tè in Europa, seguivano rotte che passavano da Macao, da dove presero in prestito la parola cantonese cha, equivalente al mandarino chá
in varie lingue dell’Europa orientale si dice chai perché in quei paesi il tè arrivava via terra dall’oriente e non dall’Olanda 

Tea map

clever teaIo sono una grande consumatrice di tè e mi ero molto divertita quando un collega giapponese mi aveva fatto vedere che il mio nome, e più precisamente la seconda sillaba /ʧa/, si può scrivere con il carattere che in giapponese vuole appunto dire .


Vedi anche: espressioni idiomatiche inglesi che hanno a che fare con il , con alcuni commenti che evidenziano come il concetto associato alla bevanda non sia esattamente lo stesso in tutte le lingue. Altri commenti sulle connnotazioni culturali del tè in Traduzione enogastronomica.

Oscar, domande di sicurezza e “upcycling”

Leggendo qualche articolo sui premi Oscar, ho notato che la moglie italiana* di Colin Firth, miglior attore protagonista, tende a essere chiamata Livia Firth negli articoli in inglese e Livia Giuggioli in quelli in italiano.

In questo caso ci saranno sicuramente motivi d’immagine, però il fatto che in alcuni paesi come l’Italia e la Spagna le donne sposate mantengano sempre il loro cognome può ancora suscitare qualche stupore in interlocutori inglesi e soprattutto americani: è una differenza culturale a cui non sono abituati. 

In particolare ricordo che anni fa, quando erano apparsi i primi servizi online che prevedevano una domanda di sicurezza (security question) per poter recuperare la password nel caso venisse dimenticata, la domanda predefinita in inglese riguardava sempre il cognome da nubile della propria madre, what is your mother’s maiden name?
A quanto pare era una consuetudine in uso già da tempo nel sistema bancario americano e proprio per questo poteva risultare difficile spiegare agli sviluppatori americani che in alcuni mercati non aveva molto senso.

Sono convinta che ora vengano privilegiate altre domande non tanto per esigenze di internazionalizzazione (o perché il cognome della madre è un’informazione facilmente recuperabile e quindi poco sicura), quanto per un altro fattore a cui gli americani sono particolarmente sensibili: si devono essere resi conto che non è politically correct fare questa domanda, visto che non tutte le madri sono (state) sposate. 


foto* Livia Giuggioli / Firth ha fatto notizia per l’abito “ecologico” (in inglese eco-dress) indossato alla cerimonia, ricavato riciclando undici diversi vestiti del periodo in cui è ambientato il film Il discorso del re.

È un esempio di upcycling, il processo di “riciclo creativo” di materiali usati o già riciclati che dà al prodotto ottenuto maggior valore dei componenti originali, un concetto trasparente ma difficile da rendere in italiano in maniera efficace, come ha sottolineato Ilaria Dal Brun.


acqueforti, farfalle, stampe giapponesi e francobolli

Nell’animazione inserita nell’ultimo post appare un esempio che Steven Pinker in The Stuff of Thought usa ripetutamente per illustrare le implicature conversazionali:

 

etchings

La frase Would you like to come up and see my etchings? è un’allusione ammiccante subito riconoscibile perché fa parte delle conoscenze enciclopediche dei parlanti di lingua inglese, come la collezione di farfalle per gli italiani. L’aspetto curioso è che lo stesso doppio senso scherzoso esiste anche in altre lingue europee, con la stessa intenzione comunicativa, ma come oggetto ha un diverso tipo di raccolta: acqueforti in inglese(etchings), farfalle in italiano, stampe giapponesi in francese (estampes japonaises) e francobolli in tedesco (Briefmarkensammlung) e spagnolo (colección de sellos).

Chissà cosa ha determinato il tipo di collezione in ciascuna cultura e se in altri paesi ci sono ulteriori variazioni sul genere?