Terminologia etc.

Terminologia, localizzazione, traduzione e altre considerazioni linguistiche

Post nella categoria “differenze culturali”

Quando Eminem è meglio di John Wayne…

Mi è piaciuto David Crystal Guest Post: Who’s John Wayne? un intervento del noto linguista inglese su alcune difficoltà che può incontrare un autore quando scrive per un tipo di lettore diverso dal solito, nel caso specifico adolescenti e pre-adolescenti inglesi a cui è rivolto il suo ultimo libro A little book of language, un’introduzione alla linguistica.

Crystal aveva fatto leggere le bozze a una ragazzina di 12 anni, chiedendole di sottolineare tutto quello che non capiva. Mai si sarebbe aspettato che a essere messo in questione fosse il nome John Wayne, usato per spiegare il concetto di pseudonimo:locandina del film Ombre rosse, titolo originale Stagecoach. Dal sito trovacinema.repubblica.it

I gave some examples of pseudonyms. “Do you know who Marion Morrison is?” I had written, and followed up my question with “You’ll know him better as John Wayne.” My young reader underlines John Wayne. “Why have you underlined him?” I ask her. “Who’s John Wayne?” she says. I am temporarily at a loss for words. “You don’t know who John Wayne is??” “No.” “What about Stagecoach?” “What?” “You’ve never seen Stagecoach?” I explain the fantastic chase at the end of the film. Her face is totally blank. I realize there is a yawning chasm between our cultural mindsets.

È un esempio efficace di mancata corrispondenza tra autore e lettore di “conoscenze enciclopediche”, tutte quelle informazioni extralinguistiche di conoscenza del mondo condivise da chi appartiene a una cultura specifica. In questo caso, le differenze culturali sono di tipo generazionale, che Crystal ha risolto sostituendo l’esempio di John Wayne con quello di Eminem (vero nome: Marshall Bruce Mathers).

Molte conoscenze enciclopediche sono legate a un paese specifico (ad es. personaggi e programmi televisivi, prodotti, avvenimenti, tradizioni, ecc.) e ci sono riferimenti che risultano incomprensibili quando ci si sposta altrove, pur parlando la stessa lingua. Crystal fa vari esempi, tra cui è divertente quello di una pubblicità neozelandese (e poi altri aggiunti dai lettori nei commenti).

Ovviamente le difficoltà di comprensione causate dalle conoscenze enciclopediche non condivise aumentano in maniera esponenziale nel passaggio da una lingua all’altra, come ben sa chi parla una lingua straniera e soprattutto i traduttori che devono riuscire a identificare tutti gli aspetti di un testo con connotazioni “enciclopediche” e decidere le strategie di traduzione più adatte in base alle competenze del lettore tipico di quel testo (o, nel caso della localizzazione, dell’utente finale).

Vedi anche: esempi di conoscenze enciclopediche nella categoria differenze culturali (ad es. Traduzione enogastromica, Competenze culturali nel ciclo di vita del prodotto, Il clima italiano visto da Italia.it, Segnali di globalizzazione).

Tu Vuo’ Fa’ l’Americano?

Inizialmente incuriosita da un errore di battitura sul sito del Corriere della Sera, ho notato una formattazione insolita nelle pagine della Cronaca di Roma: tutte le parole nel titolo degli articoli nel percorso di navigazione hanno l’iniziale maiuscola.  

Articolo originale: Lo guardo più bello sulla Capitale è di «un milanese a Roma»

Le iniziali maiuscole per sostantivi, aggettivi e verbi nei titoli (di solito non per preposizioni o articoli) sono una convenzione tipicamente americana raramente usata in italiano, se non in alcune traduzioni che riproducono pedissequamente il testo originale. E può bastare il titolo per capire se il testo che segue è in inglese britannico o americano:

US to impose new sanctions on North Korea - The Independent

U.S. to impose More Sanctions Against North Korea - New York Times


Vedi anche: Giornata della punteggiatura (USA), su alcune convenzioni di scrittura che variano in base al paese, e Dr Johnson, per una breve nota sul diverso uso dei punti nelle abbreviazioni in inglese americano e britannico.

Aggiungo il riferimento alla combinazione di tasti MAIUSC+F3 in Microsoft Word, funzionalità che nella modalità “iniziali maiuscole” probabilmente è usata solo dagli americani.

  • Traduzione enogastronomica

    Mi sembra davvero interessante il Laboratorio “Traduzione e scrittura in ambito enogastronomico” proposto da Langue&Parole. Tra i vari argomenti trattati: il formato di pubblicazione, le tipologie di testo, i lettori, la scelta se e come tradurre o “localizzare” in base al contesto, ecc.

    L’unica volta che ho avuto a che fare con la traduzione “alimentare” è stato per la mia tesi di laurea (in traduzione), in cui avevo analizzato i primi due diari di Adrian Mole di Sue Townsend (The Secret Diary of Adrian Mole Aged 13 3/4 e The Growing Pains of Adrian Mole), best seller umoristici pubblicati negli anni ‘80 in Gran Bretagna e caratterizzati da un’ambientazione tipicamente inglese e numerosissimi riferimenti culturali che potevano risultare sconosciuti al lettore italiano. Piatti tipici e prodotti alimentari erano spesso elementi essenziali di una situazione e quindi andavano trovate soluzioni specifiche che non distraessero il lettore (ad es. con spiegazioni o note a piè di pagina) ma mantenessero il sapore inglese dell’originale.

    Un paio di esempi di “localizzazione”:

    Yorkshire pudding - BBC GoodFood Adrian scrive Grandma doesn’t approve of Stick Insect using plain flour for Yorkshire pudding come giustificazione al fatto che la nonna non sopporta più l’amante del figlio (Stick Insect): l’effetto ironico è dato dall’assurdità della scusa. La maggior parte dei lettori italiani, però, non è in grado di identificare lo Yorkshire pudding e soprattutto non ne conosce gli ingredienti. Per mantenere l’effetto dell’originale, nella traduzione italiana avevo sostituito Yorkshire pudding con un’altra pietanza che viene percepita come tipicamente inglese e i cui ingredienti sono sicuramente ben noti al lettore italiano: La nonna non approva che Manico di Scopa usi uva passa anziché uva sultanina per fare il plum-cake.  
    Il postino Courtney Elliot è, o vuole apparire, upper middle class: lo dicono il nome, il modo di vestire e soprattutto il modo di parlare e di agire. Il suo personaggio viene ulteriormente caratterizzato quando, dopo essersi presentato alla famiglia Mole, non accetta una tazza di caffè: Courtney refused a cup of instant coffee, saying that he only drank fresh-ground Brazilian. Una traduzione letterale non avrebbe certamente dato alcun problema di interpretazione ma avrebbe fatto perdere l’informazione contenuta nell’originale, ovvero che è proprio l’appartenenza a una classe sociale diversa che fa “snobbare” a Courtney Elliot un certo tipo di caffè. Al lettore italiano, inoltre, suonerebbe decisamente insolito, e forse addirittura eccentrico o vagamente inospitale, l’offrire caffè istantaneo a un ospite. Avevo quindi deciso di modificare la situazione, per poter conservare l’informazione “sociale” contenuta nell’originale. Considerando che uno degli stereotipi più comuni che riguardano gli inglesi è che questi bevano tè in continuazione, e che gli italiani hanno in genere una conoscenza abbastanza superficiale dei vari tipi di tè, avevo proposto questa traduzione: Quando gli abbiamo offerto una tazza di tè Lipton, Courtney ha detto di no. Ci ha detto che lui beve solo Earl Grey della Twinings, e comunque non in bustina.  

    Per chi fosse eventualmente interessato ad altri esempi dalla mia tesi, con tutte le limitazioni di un’analisi fatta una ventina di anni fa, quindi per alcuni aspetti ormai datata,
    La traduzione di nomi di alimenti nei diari di Adrian Mole.

    Vedi anche: Pasta e differenze culturali, Cibo e cultura (e ClipArt di Office) e Alcuni termini natalizi inglesi, per alcune differenze alimentari/culturali in italiano e in inglese, e Narcisi, cultura inglese e traduzione, per un altro esempio di adattamento da uno dei diari di Adrian Mole.

    John Doe, Mario Rossi e i loro parenti

    Tra le notizie di ieri, una decisione della Corte Suprema degli Stati Uniti che dovrebbe consentire processi civili contro la Santa Sede. All’origine del caso la denuncia di una vittima che a suo tempo ha subito abusi e che ha preferito non rivelare la propria identità. Nel primo articolo italiano che ho letto ho però notato che alla vittima veniva dato un nome che probabilmente è familiare agli appassionati di telefilm polizieschi americani:

    Il cittadino dell’Oregon, John V. Doe, ha denunciato di aver subito abusi negli anni ‘60 nella scuola cattolica che frequentava. […]
    Il prelato […] è stato infine trasferito nell’Oregon, dove Doe lo conobbe quando era quindicenne.  

    Chi guarda CSI o programmi simili si sarà sicuramente accorto che le vittime non identificate si chiamano sempre John Doe, se uomo, e Jane Doe, se donna: sono infatti i nomi fittizi (variabili metasintattiche) che nel sistema legale degli Stati Uniti vengono usati per fare riferimento a persone sconosciute, ad es. se cadavere, o nei procedimenti giudiziari quando l’identità della persona coinvolta non è nota o non può/deve essere rivelata. È appunto il caso della causa civile di cui sopra, denominata “John V. Doe v. Holy See”, un dettaglio sfuggito al Corriere della Sera ma non ad altri che hanno interpretato i riferimenti a “John V. Doe” eliminandoli e sostituendoli con “anonimo”.

    Negli Stati Uniti John Doe viene anche usato come nome generico negli esempi, tipo Mario Rossi in Italia, John Smith e Joe Bloggs nel Regno Unito, Juan Pérez in Messico, Kovács János in Ungheria o Jan Kowalski in Polonia (un elenco di nomi fittizi in vari paesi qui).

    Non credo invece che in ambito legale italiano esista un nome simile a John Doe ma non ho competenze in materia e potrei sbagliarmi. Qualcuno mi sa dire se vengono usate iniziali, simboli tipo pallini neri o altro?

    Calcio, football, soccer… e bambine

    Il Post riprende un intervento di Slate per spiegare perché il calcio viene chiamato in modo diverso da inglesi (football) e americani (soccer): era necessario distinguere tra sport che, pur avendo radici comuni, avevano ben presto sviluppato regole diverse; soccer è un’abbreviazione colloquiale di association football (dalla sillaba soc).

    tipica immagine ClipArt americana che illustra il gioco del calcioUna differenza che non viene citata da Il Post ma che mi ha sempre colpita è che in America il calcio (soccer) è sport popolare soprattutto tra le bambine. Più di una volta nella documentazione di software per uso familiare sviluppato negli Stati Uniti ho visto esempi con ragazzine e calcio, ad es. modelli per creare tabelle con l’orario degli allenamenti o volantini per pubblicizzare le partite, spesso con colori o decorazioni tipicamente femminili. Inutile dire che nella versione italiana andavano sempre localizzati se non addirittura eliminati.

    E se si fa la ricerca “soccer player” in siti americani di immagini o ClipArt (ad es. Office), si troveranno molte immagini di bambine o ragazze che giocano a calcio. Non credo sarebbero altrettanto comuni in siti simili ma di origine 100% italiana!

    Aggiornamento – Nei commenti Filippo segnala due differenze terminologiche. La partita di calcio è match per gli inglesi e game per gli americani, mentre il pareggio è draw in Europa e tie negli Stati Uniti. Aggiungo una differenza grammaticale relativa ai nomi collettivi: in inglese britannico le squadre di calcio prendono il verbo al plurale (Italy are the defending champions) mentre nella varietà americana il verbo è sempre al singolare (Italy is the defending champion). 

    Aggiornamento 2 – John Cleese sulla differenza tra soccer e football (via Translation Guy): 


    Vedi anche: altri esempi di ClipArt in Cibo e cultura, Thanksgiving e tacchini, Alcuni termini natalizi inglesi e Immagini, traduzione automatica e tazze.

    traduzione

    E-Bidet e differenze culturali

    El Diego turns nose up at local loo. Only a high-end toilet will do for Maradona in SA - The Sunday TimesDi solito non seguo il calcio ma Enrico mi fa sapere che anche i media inglesi (ad es. The Guardian) stanno parlando delle polemiche su sfarzi e compensi stratosferici ai calciatori ai mondiali e che è stata ripresa una notizia sulla richiesta di Maradona di installare nuovi sanitari nei bagni del ritiro della squadra argentina, in particolare il lussuoso E-Bidet, un water accessoriato con una seduta riscaldata e getti di acqua e aria calde (simile ai water usati ormai da anni in Giappone):

    The E-Bidet features a heated seat, a warm air blow-dryer and front and rear bidet wands. It sells for 450 dollars at sandman.com, which bills it as "the world’s best toilet seat". [qui]

    Come anticipo di silly season, un paio di commenti sul nome E-Bidet:

    Pensavo che il prefisso e- fosse ormai superato (fa tanto secolo scorso!) ma probabilmente la mia è una percezione relativa ad altri settori, dove le tecnologie non sono più elettroniche ma digitali e il prefisso più attuale è i
    Un prodotto di nicchia come E-Bidet ha un nome che, immagino, vuole evocare innovazione e consuetudini di paesi più sofisticati (basti pensare che la maggior parte degli americani non ha mai visto un bidè). Lo stesso nome avrebbe le stesse connotazioni anche in italiano? Non credo.
    classificazione di prodotti American StandardDubito che in Italia sia facile promuovere un unico sanitario con funzioni water+bidè*. Invece, come avevo già notato parecchi anni fa in Inghilterra, all’estero ci sono produttori e rivenditori di sanitari che classificano il bidè come un tipo di water (o accessorio da water, come nel caso dell’E-Bidet). In effetti chi ha amici stranieri, soprattutto non europei, avrà sicuramente sentito aneddoti vari sull’uso del bidè (sanitario specifico per rifiuti liquidi?) e quindi conosce già questa differenza culturale.   

    water e divieti

    Rimanendo in tema, Toiletology (Language on the Move) fa un’interessante analisi sociolinguistica dei cartelli in bagni frequentati da immigrati di provenienze geografiche diverse, evidenziando le differenze culturali (non occorre andare tanto lontano: gli europei del nord sono abbastanza scioccati dai gabinetti alla turca, per noi invece normali).

    Stalls and cubicles (separated by a common language) chiarisce le differenze linguistiche e “architettoniche” dei bagni nei luoghi pubblici in UK e USA, tra cui l’immancabile spazio verticale tra porta e stipite (anche più di un cm) che in America lascia vedere tutto quello che succede dentro il gabinetto, con notevole imbarazzo degli europei.


    * L’idea water+bidè è addirittura inconcepibile per gli alcuni italiani? Nei nostri giornali la richiesta di Maradona si sdoppia in tavoletta del water e bidè elettronico (qui e qui).

    Sui nomi dei prodotti, vedi anche: Marketing plurilingue: tradurre o non tradurre? e Marchionimi e terminologia.

    ….

    L come…

    È noto che i gesti italiani* incuriosiscono molto gli stranieri. Altrettanto singolari possono essere alcuni gesti usati in altri paesi, eloquenti per chi li condivide ma spesso oscuri per chi non fa parte di quella cultura. Un esempio nella striscia di Dilbert di ieri:

    Dilbert - 27 maggio 2010

    In America settentrionale, il gesto fatto con pollice e indice della mano destra sulla fronte, a simboleggiare la lettera L, significa loser (“perdente” nel senso di “fallito”, “sfigato”).

    poster del film LoserSembra sia nato in Canada all’inizio degli anni ‘90 e si sia poi diffuso grazie al film Ace Ventura: Pet Detective, dove veniva ripetutamente usato dal protagonista Jim Carrey, e poi ad altri film tra cui la commedia romantica Loser (2000), che dava grande risalto al gesto nel materiale promozionale del film (ho fatto una ricerca veloce: appare anche nella versione italiana, uscita con il titolo American School. Sarei curiosa di sapere se e come è stato “localizzato” il riferimento al gesto americano, ma questo non è proprio il mio genere di film e dubito che mi capiterà di vederlo…).

    Altro esempio da una striscia di Stone Soup:

    Stone Soup - 21 novembre 2009             luddite = luddista

    * esempi di gesti italiani spiegati agli inglesi qui, qui, qui, qui, qui.

    Irlanda: “the black stuff” anche di venerdì santo

    Mi piace seguire cosa succede in Irlanda, dove ho vissuto alcuni anni.

    La settimana scorsa c’è stato un evento storico: venerdì (Good Friday*), in occasione di un’importante partita di rugby giocata a Limerick, per la prima volta nella storia della repubblica irlandese è stato concesso un permesso speciale per tenere aperti i pub e servire alcoolici, nonostante pareri contrari di Garda e clero.

    Some pubs have plenty of bite but no booze - The Irish Times

    Una legge del 1927 (Intoxicating Liquor Act) proibisce infatti la vendita di alcoolici il giorno di Natale e il venerdì santo, che sono quindi “dry day”.

    Finora non c’erano mai state deroghe ma anche a Dublino un paio di pub hanno potuto aprire, però solo per servire cibo e bevande non alcooliche, quindi niente Guinness (the black stuff!).

    Dettaglio curioso: in Irlanda, nonostante la notevole influenza della chiesa cattolica, ci sono solo quattro feste religiose (San Patrizio, lunedì dell’Angelo, Natale e Santo Stefano) e il venerdì santo è un normale giorno lavorativo: non sarà un caso che buona parte dei pub aperti venerdì a Dublino fossero in zone con aziende e uffici, ben lontane dal centro. E forse anche quest’anno ci sarà stato qualche ignaro turista costretto suo malgrado al digiuno…

    Molto irlandese anche un titolo dell’Irish Times dopo la storica decisione, ‘You’d swear we were after winning an All Ireland’: qui c’è un riferimento a un’importante finale di calcio gaelico nota come All Ireland e un esempio del cosiddetto Hiberno-English (o Irish-English), la costruzione be after doing something, molto comune nella lingua di tutti i giorni per descrivere un’azione appena compiuta (we were after winning equivale a we had just won). E qui c’è un esempio dell’uso non sempre standard dell’articolo determinativo: a una domanda sul tipo di pietanze servite il venerdì santo, il proprietario di un pub di Dublino risponde “It is a good day for the fish”, invece un inglese avrebbe detto for fish.

    *  L’etimologia di Good Friday non è chiara: secondo alcuni good è sinonimo di holy (ad es. the good book è la bibbia), secondo altri good sarebbe una grafia alternativa di god, usata anche in goodbye, ma ci sono anche altre spiegazioni

     
    Vedi anche: San Patrizio, pizzicotti e “Oirishness", su alcuni stereotipi irlandesi, e  XOXO: baci e abbracci, per una nota sul saluto irlandese How are you?

    Parole proibite alla TV americana

    Un paio di settimane fa Mara in Lavori in corso… ha fatto alcune considerazioni sulla traduzione di alcune espressioni inglesi volgari. Ho aggiunto alcuni commenti a proposito della traduzione italiana dei complimenti entusiasti del vicepresidente americano Biden ad Obama per l’accordo sulla riforma sanitaria, “This is a big fucking deal”.

    L’uscita di Biden è stata subito riportata dai media italiani. Il Sole 24 Ore, ad esempio, è intervenuto due volte, facendo però un paio di considerazioni che non condivido:

    In State per leggere un biiiiip, la frase viene tradotta “questa è una grande fottuta riforma” e fucking è descritto come un “intercalare che gli americani usano come rafforzativo”. Effettivamente fucking, che in inglese è usato con funzioni aggettivali e avverbiali (come descritto qui, può modificare aggettivi, es. fucking huge, avverbi, es. fucking fast e verbi, es. you need to fucking stop that), è un espletivo, ovvero un elemento linguistico che “non ha altra  funzione se non quella, spesso dettata da mere esigenze di ritmo, di contribuire alla forza illocutoria dell’enunciato”. Proprio per questo tradurre fucking con fottuto, come hanno fatto quasi tutti i media italiani, non è una buona soluzione: fottuto in italiano ha connotazioni negative mentre Biden semplicemente sottolineava il suo apprezzamento (alternative di traduzione nel post di Mara).
    In La parolaccia come prosecuzione della politica con altri mezzi, la frase di Biden diventa una cosa fottutamente importante e viene classificata come “un’espressione gergale e niente affatto offensiva” che avrebbe creato scandalo solo per il luogo dove è stata pronunciata. Non penso sia un’interpretazione corretta: nei media di lingua inglese è raro leggere la parola fuck o forme derivate, infatti si usa un asterisco (f*ck) oppure l’eufemismo f-word. Negli Stati Uniti è addirittura una violazione della legge trasmettere programmi in cui venga usato linguaggio sconcio, anche estemporaneo (i cosiddetti fleeting expletive) e la Federal Communications Commission, l’ente governativo che regola le telecomunicazioni, è molto chiara a proposito di fuck:  
    “Profane language” includes those words that are so highly offensive that their mere utterance in the context presented may, in legal terms, amount to a “nuisance.” In its Golden Globe Awards Order the FCC warned broadcasters that, depending on the context, it would consider the “F-Word” and those words (or variants thereof) that are as highly offensive as the “F-Word” to be “profane language” that cannot be broadcast between 6 a.m. and 10 p.m. 

    In questo contesto si può capire meglio il clamore suscitato dall’espletivo di Biden: può anche far parte del linguaggio di tutti i giorni di molti, ma è inaccettabile in televisione.

    The Seven Words You Can't Say on Television - Penguin ebookÈ molto difficile cogliere le sfumature e le implicazioni culturali relative ai tabù linguistici se non si fa parte di quella cultura. Ancora più difficile trovare traduzioni idonee: come sottolineava Mara, e anche Ilaria, abbondano i falsi amici e le interpretazioni errate, e la forza e le connotazioni di certe parole cambiano nel tempo. A questo proposito, una lettura molto interessante è il libretto The Seven Words You Can’t Say on Television, tratto da The Stuff of Thought di Steven Pinker: un’analisi di tipo linguistico, neurologico, semantico e pragmatico delle parolacce, con riferimenti non solo all’inglese ma anche ad altre lingue e culture.

    Concludo questo post lunghissimo con episodio curioso che ha addirittura fatto notizia un paio di giorni fa nel Regno Unito: durante un gioco televisivo di anagrammi sono state estratte le lettere che potevano formare la parola F U C K E D eppure, per quanto ovvia, nessuno dei concorrenti ha osato proporla, né è stata nominata da chi ne ha scritto!

    E spero che non passi di qui per caso nessuna persona di madrelingua inglese: gli esempi espliciti potrebbero risultare fastidiosi, proprio come a me, leggendo un paio di romanzi inglesi con frammenti di dialogo in italiano, aveva fatto un brutto effetto vedere scritte alcune bestemmie che dubito potrebbero essere stampate in Italia (e mi ero domandata se l’autore si fosse effettivamente reso conto del loro peso).

    Aggiornamento: in Language Log, un’analisi che evidenzia come l’uscita di Biden avrebbe avuto ben altro significato se fosse stata senza articolo (anarthrous). In questo caso, big fucking deal avrebbe richiesto una traduzione completamente diversa che trasmettesse perlomeno sarcasmo, tipo “sai che riforma del c…” o qualcosa del genere.

    ….….

    Nota: definizione di espletivo dal Dizionario di linguistica Einaudi


    Vedi anche: Tradurre obscenicon?  #$*%@!!, sui simboli usati per rappresentare parole censurabili, e L’italiano del doppiaggio televisivo, per alcuni riferimenti a errori e falsi amici nella traduzione di espressioni con connotazioni culturali.

    Trenta: quasi un litro in America

    Ho letto in Schott’s Vocab che la Starbucks, la catena di americana di caffè, sta testando un nuovo formato per tè e caffè freddi che corrisponde a 31 once liquide o un quarto di gallone (americano), ovvero circa 900 ml.

    Il nuovo formato si chiama trenta, nella tradizione dei nomi italiani o pseudoitaliani amati da Starbucks, come il formato venti, descritto efficacemente qui da Riccardo come un’unità di misura per il caffè del tutto sconosciuta in Italia (direi che la traduzione migliore in italiano potrebbe essere “secchio”, o magari anche “barile”).

    È buffo come parole della propria lingua possano perdere il loro significato se prese in prestito in altre lingue e si debba quindi imparare a reinterpretarle in contesto:

    formato Starbucks* dimensioni in once in ml
    tall small 12 oz circa 350 ml
    grande medium 16 oz circa 450 ml
    venti large 20 oz per bevande calde,
    24 oz per bevande fredde
    circa 600 ml
    circa 700 ml
    trenta XL 31 oz circa 900 ml

    bicchierino di caffè americano Considerazioni linguistiche a parte, non credo finirò mai di stupirmi delle dimensioni giganti che quasi tutte le cose sembrano avere negli Stati Uniti (ad es. il latte venduto in taniche). Come si fa a ingurgitare tali quantitativi di caffè o tè, considerato che vanno bevuti caldi o freddi e quindi, nonostante i bicchieroni vagamente isolanti, vanno consumati in breve tempo?


    Aggiornamento agosto 2010 – a proposito dei formati venti e grande, una scena dal film Role Models:

    (via Language Log, che aveva discusso la terminologia dei formati di Starbucks qui)

    * fonte: Starbucks Drinks Simplified (kinda)

    Vedi anche: Come si dice caffè a Trieste?, sul lessico italiano alternativo usato a Trieste per descrivere la bevanda,  Bimbos in stilettos eating pepperoni paninis, sui prestiti italiani “mangerecci” in inglese, e Problemi di conversione e di localizzazione, sulla conversione delle unità di misura anglosassoni.

    Verbi con etimologia “animalesca”

    Se non lo conoscete già, vi consiglio Suom(I)taly stories (“appunti semiseri dagli estremi del vecchio continente”), per le osservazioni curiose e acute da un punto di vista italiano su peculiarità linguistiche e differenze culturali finlandesi.

    Nel post Curiosità linguistiche sui comportamenti degli animali ci sono alcuni esempi di verbi finlandesi derivati da comportamenti degli animali, seguiti da un nutrito elenco di verbi italiani come chiocciare, civettare, formicolare, gattonare, gufare, pavoneggiarsi, ecc.

    ape = scimmiottareNe prendo spunto per aggiungere alcuni verbi inglesi “animaleschi”, altrettanto numerosi: ape, badger, bitch, bug, bull(shit) e bulldoze, cat, chicken out, cow, crane, dog, ferret out, fox e outfox, goose, hare, hog, horse around, hound, kid, monkey around, parrot, pig out, rabbit on, ram, rat on e rat out, snake, squirrel away, swan, weasel out, wolf down e wolf whistle, worm out...
    [facendo doppio clic sulle parole si può visualizzare la traduzione con ZanTip]


    Vedi anche: Animali nella terminologia informatica per riferimenti agli animali nel software.

    Competenze culturali nel ciclo di vita del prodotto

    Ogni tanto mi capita di accennare ad analisi linguistiche e a valutazioni di localizzabilità che vengono fatte all’interno del ciclo di vita di un prodotto software, ad esempio qui, nei commenti qui e, con riferimento alla globalizzazione, qui e qui.

    Ho recuperato un articoletto scritto un paio di anni fa per sintetizzare questo tipo di attività,  Competenze culturali nel ciclo di vita del prodotto. Riprende alcune informazioni date anche in Le competenze linguistiche nella localizzazione ma con esempi diversi.

    Cucina italiana al centro dell’attenzione ;-)

    ingredienti della cucina italiana: gatti, ghiri, cavalli e altri animali

    Mi è venuto da chiedermi, è rassicurante o preoccupante che in questi giorni sui media stranieri gli ultimi scandali italiani vengano perlopiù ignorati ma sia invece dato gran spazio alla sospensione di chi in TV ha esaltato le virtù della carne di gatto?
    Mah! Esempi qui, qui, qui e qui.

    E c’è chi ne approfitta per sottolineare che in Italia si mangiano anche ghiri, uccellini vari,  vermi e cavalli: lo shock degli stranieri davanti agli omogeneizzati di carne equina è un classico, indimenticabile la reazione di un mio amico inglese (che peraltro era anche molto colpito dal nome del marchio per l’infanzia Mister Baby, per lui un ossimoro).

    Il clima italiano visto da italia.it

    Una protesta sulle tariffe pagate per la traduzione dei contenuti del portale Italia.it  (qui e qui) con commenti negativi sulla qualità delle pagine già tradotte, ma senza esempi specifici, mi ha fatto venire la curiosità di darci un’occhiata.

    In effetti non c’è da stare molto allegri: traduzioni estremamente letterali, tanto che viene in mente quel famigerato invito in inglese di visitare l’Italia da parte dell’ex ministro Rutelli.

    Soprattutto, però, non mi sembra siano stati fatti molti tentativi di adattare le informazioni al punto di vista dell’utente finale, il potenziale turista, come si può vedere dalla pagina in inglese sul clima. Due esempi banali ma che saltano subito agli occhi:

    Per invogliare a venire in Italia chi non c’è mai stato, il clima viene descritto così:
    tipico inverno italiano: biciclette a Milano, gennaio 2010 in the north the climate is harsh,
    with very cold winters and
    very hot, 
    particularly humid summers […]
    intense cold season […]
    the sultriness of the northern cities […]
    Rispetto al testo originale, tutto sommato accettabile dal punto di vista di chi vive in Italia (equivale alle informazioni dei testi scolastici, quindi fa parte delle conoscenze comuni di tutti gli italiani), nella traduzione sono state enfatizzate alcune descrizioni negative, tra cui collocazioni italiane come clima rigido e inverno rigido che, secondo me, non vanno interpretate letteralmente: in qualsiasi testo promozionale turistico scritto direttamente in inglese sarebbero state sicuramente smorzate, specialmente se destinate a chi vive in climi decisamente meno favorevoli del nostro. O forse è una scelta voluta, per rafforzare lo stereotipo della tendenza italiana all’esagerazione?!?
    Vengono indicate temperature medie per tre città, una per ciascuna area climatica, dando per scontato che anche chi non è italiano sappia esattamente dove si trovino. Le temperature sono in gradi Celsius e le precipitazioni in mm, dati del tutto insignificanti per potenziali turisti americani abituati ai gradi Fahrenheit e ai pollici e per i quali andrebbe prevista la doppia tabella o l’opzione di conversione.

    Per fare un confronto, le stesse informazioni date da Rough Guides che, come tutte le guide turistiche e a differenza di italia.it, dà innanzitutto un’immagine positiva del clima italiano e indica poi anche i periodi migliori per visitare il paese: Italy’s climate is one of the most hospitable in the world, with a general pattern of warm, dry summers and mild winters. There are, however, marked regional variations […].

    Vedi anche: Problemi di conversione (e di localizzazione) su convenzioni culturali e unità di misura,  Localizzazione… e visioni del mondo su conoscenze enciclopediche e punti di vista diversi in base al mercato e Crocchette <> croquettes per altri esempi di traduzioni poco felici in un sito del Ministro del Turismo.

    Localizzazione e… visioni del mondo

    mappamondo in Stone SoupIn una striscia recente di Stone Soup si vede Alix, ragazzina americana, che guarda un mappamondo. Come europea, ho subito notato che l’Europa non ha la sagoma che mi sarei aspettata (probabilmente un dettaglio irrilevante per molti americani) e soprattutto mi sono venuti in mente un paio di ricordi della preistoria della localizzazione, quando il concetto di adattamento del software per un mercato specifico non era così ovvio.

    Per spiegare quali dettagli, informazioni e riferimenti di un prodotto americano potevano essere facilmente riprodotti anche nelle versioni localizzate e quali invece andavano modificati, eliminati o sostituiti, risultavano particolarmente efficaci alcuni esempi legati alla geografia e alle diverse “visioni del mondo”. Oggi appaiono sicuramente scontati ma una ventina di anni fa non lo erano affatto, specialmente se gli interlocutori erano americani:

    il mondo visto da un americanoOgni mercato può avere un punto di vista diverso, anche per gli stessi riferimenti. Esempio tipico: icone e immagini che rappresentano il globo terrestre non sono internazionali, l’utente infatti si aspetta di vedere evidenziato il proprio continente.
    Le cosiddette conoscenze enciclopediche, ovvero il bagaglio di conoscenze comuni a chi appartiene a una certa cultura, non sempre sono condivise. Esempio tipico: a scuola un americano impara che i continenti sono sette (Asia, Africa, North America, South America, Antarctica, Europe, Australia), un italiano invece che sono cinque (Africa, America, Europa, Asia, Oceania).

    Spain, France or Italy? E a proposito di conoscenze enciclopediche di tipo geografico, ricordo divertita alcuni quiz per il mercato americano della prima versione dell’enciclopedia Encarta, come quello con la sagoma qui a sinistra e la domanda, mi pare di livello elevato di difficoltà, se si trattasse di Spagna, Italia o Francia, o quello che chiedeva di identificare il paese di origine dei canguri: Austria o Australia?

    Vedi anche: Localizzazione di esempi e riferimenti e Problemi di conversione e di localizzazione.

    È stata fatta una ricerca per la categoria “differenze culturali”.