Post nella categoria “differenze culturali”
Trenta: quasi un litro in America
Ho letto in Schott’s Vocab che la Starbucks, la catena di americana di caffè, sta testando un nuovo formato per tè e caffè freddi che corrisponde a 31 once liquide o un quarto di gallone (americano), ovvero circa 900 ml.
Il nuovo formato si chiama trenta, nella tradizione dei nomi italiani o pseudoitaliani amati da Starbucks, come il formato venti, descritto efficacemente qui da Riccardo come un’unità di misura per il caffè del tutto sconosciuta in Italia (direi che la traduzione migliore in italiano potrebbe essere “secchio”, o magari anche “barile”). ![]()
È buffo come parole della propria lingua possano perdere il loro significato se prese in prestito in altre lingue e si debba quindi imparare a reinterpretarle in contesto:
| formato Starbucks* | dimensioni | in once | in ml |
| tall | small | 12 oz | circa 350 ml |
| grande | medium | 16 oz | circa 450 ml |
| venti | large | 20 oz per bevande calde, 24 oz per bevande fredde |
circa 600 ml circa 700 ml |
| trenta | XL | 31 oz | circa 900 ml |
Considerazioni linguistiche a parte, non credo finirò mai di stupirmi delle dimensioni giganti che quasi tutte le cose sembrano avere negli Stati Uniti (ad es. il latte venduto in taniche). Come si fa a ingurgitare tali quantitativi di caffè o tè, considerato che vanno bevuti caldi o freddi e quindi, nonostante i bicchieroni vagamente isolanti, vanno consumati in breve tempo?
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* fonte: Starbucks Drinks Simplified (kinda)
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Vedi anche: Come si dice caffè a Trieste?, sul lessico italiano alternativo usato a Trieste, Bimbos in stilettos eating pepperoni paninis, sui prestiti italiani “mangerecci” in inglese, e Problemi di conversione e di localizzazione, sulla conversione delle unità di misura anglosassoni.
Verbi con etimologia “animalesca”
Se non lo conoscete già, vi consiglio Suom(I)taly stories (“appunti semiseri dagli estremi del vecchio continente”), per le osservazioni curiose e acute da un punto di vista italiano su peculiarità linguistiche e differenze culturali finlandesi.
Nel post Curiosità linguistiche sui comportamenti degli animali ci sono alcuni esempi di verbi finlandesi derivati da comportamenti degli animali, seguiti da un nutrito elenco di verbi italiani come chiocciare, civettare, formicolare, gattonare, gufare, pavoneggiarsi, ecc.
Ne prendo spunto per aggiungere alcuni verbi inglesi “animaleschi”, altrettanto numerosi: ape, badger, bitch, bug, bull(shit) e bulldoze, cat, chicken out, cow, crane, dog, ferret out, fox e outfox, goose, hare, hog, horse around, hound, kid, monkey around, parrot, pig out, rabbit on, ram, rat on e rat out, snake, squirrel away, swan, weasel out, wolf down e wolf whistle, worm out...
[facendo doppio clic sulle parole si può visualizzare la traduzione con ZanTip]
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Vedi anche: Animali nella terminologia informatica per riferimenti agli animali nel software.
Competenze culturali nel ciclo di vita del prodotto
Ogni tanto mi capita di accennare ad analisi linguistiche e a valutazioni di localizzabilità che vengono fatte all’interno del ciclo di vita di un prodotto software, ad esempio qui, nei commenti qui e, con riferimento alla globalizzazione, qui e qui.
Ho recuperato un articoletto scritto un paio di anni fa per sintetizzare questo tipo di attività, Competenze culturali nel ciclo di vita del prodotto. Riprende alcune informazioni date anche in Le competenze linguistiche nella localizzazione ma con esempi diversi.
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Cucina italiana al centro dell’attenzione ;-)
Mi è venuto da chiedermi, è rassicurante o preoccupante che in questi giorni sui media stranieri gli ultimi scandali italiani vengano perlopiù ignorati ma sia invece dato gran spazio alla sospensione di chi in TV ha esaltato le virtù della carne di gatto?
Mah! Esempi qui, qui, qui e qui.
E c’è chi ne approfitta per sottolineare che in Italia si mangiano anche ghiri, uccellini vari, vermi e cavalli: lo shock degli stranieri davanti agli omogeneizzati di carne equina è un classico, indimenticabile la reazione di un mio amico inglese (che peraltro era anche molto colpito dal nome del marchio per l’infanzia Mister Baby, per lui un ossimoro).
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Il clima italiano visto da italia.it
Una protesta sulle tariffe pagate per la traduzione dei contenuti del portale Italia.it (qui e qui) con commenti negativi sulla qualità delle pagine già tradotte, ma senza esempi specifici, mi ha fatto venire la curiosità di darci un’occhiata.
In effetti non c’è da stare molto allegri: traduzioni estremamente letterali, tanto che viene in mente quel famigerato invito in inglese di visitare l’Italia da parte dell’ex ministro Rutelli.
Soprattutto, però, non mi sembra siano stati fatti molti tentativi di adattare le informazioni al punto di vista dell’utente finale, il potenziale turista, come si può vedere dalla pagina in inglese sul clima. Due esempi banali ma che saltano subito agli occhi:
| ▄ | Per invogliare a venire in Italia chi non c’è mai stato, il clima viene descritto così: in the north the climate is harsh, with very cold winters and very hot, particularly humid summers […] intense cold season […] the sultriness of the northern cities […] Rispetto al testo originale, tutto sommato ragionevole dal punto di vista di chi vive in Italia, nella traduzione sono state enfatizzate alcune descrizioni negative, tra cui collocazioni italiane come clima rigido e inverno rigido che, secondo me, non vanno sempre interpretate letteralmente: in un testo promozionale turistico scritto direttamente in inglese sarebbero state sicuramente smorzate, specialmente se destinate a chi vive in climi decisamente meno favorevoli del nostro. O forse è una scelta voluta, per rafforzare lo stereotipo della tendenza italiana all’esagerazione?!? |
| ▄ | Vengono indicate temperature medie per tre città, una per ciascuna area climatica, dando per scontato che anche chi non è italiano sappia esattamente dove si trovino. Le temperature sono in gradi Celsius e le precipitazioni in mm, dati del tutto insignificanti per potenziali turisti americani abituati ai gradi Fahrenheit e ai pollici e per i quali andrebbe prevista la doppia tabella o l’opzione di conversione. |
Per fare un confronto, le stesse informazioni date da Rough Guides che, come tutte le guide turistiche e a differenza di italia.it, dà innanzitutto un’immagine positiva del clima italiano e indica poi anche i periodi migliori per visitare il paese: Italy’s climate is one of the most hospitable in the world, with a general pattern of warm, dry summers and mild winters. There are, however, marked regional variations […].
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Vedi anche: Problemi di conversione (e di localizzazione) su convenzioni culturali e unità di misura, Localizzazione… e visioni del mondo su conoscenze enciclopediche e punti di vista diversi in base al mercato e Crocchette <> croquettes per altri esempi di traduzioni poco felici in un sito del Ministro del Turismo.
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Localizzazione e… visioni del mondo
In una striscia recente di Stone Soup si vede Alix, ragazzina americana, che guarda un mappamondo. Come europea, ho subito notato che l’Europa non ha la sagoma che mi sarei aspettata (probabilmente un dettaglio irrilevante per molti americani) e soprattutto mi sono venuti in mente un paio di ricordi della preistoria della localizzazione, quando il concetto di adattamento del software per un mercato specifico non era così ovvio.
Per spiegare quali dettagli, informazioni e riferimenti di un prodotto americano potevano essere facilmente riprodotti anche nelle versioni localizzate e quali invece andavano modificati, eliminati o sostituiti, risultavano particolarmente efficaci alcuni esempi legati alla geografia e alle diverse “visioni del mondo”. Oggi appaiono sicuramente scontati ma una ventina di anni fa non lo erano affatto, specialmente se gli interlocutori erano americani:
| ▄ | Ogni mercato può avere un punto di vista diverso, anche per gli stessi riferimenti. Esempio tipico: icone e immagini che rappresentano il globo terrestre non sono internazionali, l’utente infatti si aspetta di vedere evidenziato il proprio continente. |
| ▄ | Le cosiddette conoscenze enciclopediche, ovvero il bagaglio di conoscenze comuni a chi appartiene a una certa cultura, non sempre sono condivise. Esempio tipico: a scuola un americano impara che i continenti sono sette (Asia, Africa, North America, South America, Antarctica, Europe, Australia), un italiano invece che sono cinque (Africa, America, Europa, Asia, Oceania). |
E a proposito di conoscenze enciclopediche di tipo geografico, ricordo divertita alcuni quiz per il mercato americano della prima versione dell’enciclopedia Encarta, come quello con la sagoma qui a sinistra e la domanda, mi pare di livello elevato di difficoltà, se si trattasse di Spagna, Italia o Francia, o quello che chiedeva di identificare il paese di origine dei canguri: Austria o Australia?
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Vedi anche: Localizzazione di esempi e riferimenti e Problemi di conversione e di localizzazione.
Pasta e differenze culturali
Sul sito della BBC c’è un servizio abbastanza simpatico che spiega cos’è il ragù alla bolognese: nei paesi di lingua inglese se ne prepara infatti una versione “britalian”, rigorosamente servita con gli spaghetti (spag bol), e solo lontana parente della nostra.
Alla fine del servizio si nota un’altra differenza culturale: quando mangia, il giornalista tiene il braccio sinistro lungo il corpo, come fanno gli inglesi, e non appoggia la mano sul tavolo come vorrebbe il galateo italiano (sembra per ragioni storiche: la mano italiana è visibile per dimostrare di non avere cattive intenzioni e non nascondere armi o altro).
In questo caso il giornalista non usa il cucchiaio per avvolgere le tagliatelle, come invece farebbero molti suoi compatrioti. Sarebbe stato interessante vederlo grattugiare il parmigiano: chissà se avrebbe tenuto fermo il pezzo di formaggio nella mano sinistra e mosso avanti e indietro la grattugia con la destra, come tendono a fare quasi tutti gli stranieri, o avrebbe fatto il movimento contrario, più tipicamente italiano!
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Vedi anche: Pasta salad e insalata di pasta (termini simili ma concetti diversi) e Alcuni termini natalizi inglesi (una nota sugli inglesi e il loro uso della saliera a tavola).
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Solo 800 parole?
La Repubblica riprende un articolo del Telegraph secondo cui gli adolescenti britannici userebbero in media un vocabolario di sole 800 parole. Il linguista inglese David Crystal in On the 800-word myth spiega perché questa affermazione, ripresa da molti media, non ha molto senso. Le principali obiezioni:
| ▄ | non esiste un metodo soddisfacente per misurare il vocabolario di una persona; |
| ▄ | le parole diverse pronunciate in una singola giornata non sono un campione rappresentativo del lessico che una persona conosce o usa, variano infatti in base al tipo e all’oggetto di una conversazione; |
| ▄ | difficile analizzare un mondo a cui non si appartiene, come quello degli adolescenti, che in presenza di estranei evitano di discutere argomenti per i quali possono avere un loro vocabolario molto ricco. |
Intanto l’articolo italiano etichetta gli adolescenti come “generazione 20 parole" perché in un terzo delle conversazioni le parole ricorrenti sarebbero appena una ventina, senza però specificare che si tratta in buona parte di parole funzionali come congiunzioni e affermazioni, verosimilmente usate con frequenza simile dalla maggior parte dei parlanti.
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PS Una possibile differenza culturale: un riferimento come 800 parole è forse più significativo per chi è cresciuto in un paese di lingua inglese che non per molti italiani. Nei sistemi scolastici anglosassoni, infatti, veniva specificata la lunghezza in parole per componimenti e relazioni anche quando si scriveva a mano e così, a colpo d’occhio, parecchi inglesi saprebbero dire che questo post è lungo poco più di 250 parole. Più difficile per gli italiani, a meno che non siano traduttori o abbastanza giovani per aver imparato a scrivere “a parole” anche nelle nostre università.
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Auguri politicamente corretti
In molti paesi di lingua inglese resiste la tradizione dei biglietti di auguri da sistemare sul caminetto o mettere in bella mostra in altri modi con un apposito card holder.
Per Natale ne ricevo parecchi anch’io da Stati Uniti, Irlanda e Inghilterra, ed è divertente vedere come svelino il continente di provenienza anche senza busta: la parola Christmas sembra del tutto bandita da quelli americani, dove la formula di auguri che va per la maggiore è Happy Holidays o simili (ad es. Holiday Cheer e Holiday Greetings) ma si vedono molto anche combinazioni di due o tre parole che includono Peace, Love e/o Joy (ad es. Love, Smiles and Happiness). Le immagini americane di solito sono neutre (ad es. paesaggi invernali, fiocchi e pupazzi di neve, poinsettie, ecc.) e sono rari i simboli più tradizionali come alberi di Natale o candele.
Insomma, un vero trionfo del politically correct (il 21 dicembre ho addirittura ricevuto tre email dagli USA intitolati Happy Solstice, in sostituzione dei più tradizionali auguri natalizi). Personalmente trovo abbastanza ridicolo che si voglia vedere un significato religioso in una tradizione che equivale ormai a un semplice atto di cortesia, ma c’è invece chi prende la cosa seriamente: impossibile dimenticare la reazione irata di un collega americano di origine israeliana verso un’ignara collega asiatica che, pensando di fare un gesto gentile verso europei e americani, aveva mandato un tipico messaggio di auguri natalizi…
Non siamo immuni a questa tendenza neanche in Europa (in Inghilterra era stata addirittura coniata la parola macedonia Winterval, da winter+festival, per descrivere in modo neutro questo periodo festivo), però nel Regno Unito e soprattutto in Irlanda continuano ad esistere i biglietti con auguri e simboli tradizionali. E, per quanto kitsch possano essere, a me fa sempre piacere trovarli nella cassetta delle lettere, soprattutto in questi tempi di comunicazioni quasi solo elettroniche. ![]()
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Per rimanere in tema, parlano dell’etimologia di parole inglesi legate al Natale (ad es. Christmas, Yule, frankincense, myrrh, merry) il blog Collins Language in We owe you an Etymology e The Virtual Linguist in Merry Christmas. Sull’etimologia di parole italiane natalizie (ad es. presepe, torrone, vischio, elfo, ghirlanda), Il Natale, a carole nel portale Treccani.
Vedi anche: Alcuni termini natalizi inglesi.
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Oggetti del decennio in UK
BBC News Magazine fa un ritratto dei primi dieci anni del XXI secolo (in inglese the Noughties, da nought; in italiano anni zero) scegliendo dai contributi dei lettori i 20 elementi più rappresentativi per ciascuna di queste categorie: persone, parole, notizie, oggetti e cultura.
Può essere divertente dare un’occhiata al risultato finale per vedere quante scelte sono tipicamente britanniche, quindi difficilmente riconoscibili se non si segue la cultura locale, e quante invece sono riconducibili a un mondo globalizzato, per cui anche in Italia o altri paesi verrebbero viste come rappresentative del decennio appena trascorso. Indovinato? Prevalgono decisamente i riferimenti al mondo anglosassone.
Mi aspettavo comunque una certa globalizzazione nella categoria degli oggetti, e invece, a parte esempi prevedibili legati alla tecnologia, come BlackBerry, iPod, auricolare Bluetooth (Bluetooth earpiece), TV a schermo piatto (flat-screen TV), Playstation, navigatore satellitare (Sat-nav) e Skybox, e un esempio di moda recente che ha attecchito anche qui, gli stivali australiani Ugg, tutto il resto è connotato culturalmente e localmente, a partire da oggetti molto comuni a cui un italiano probabilmente non darebbe importanza, ad es. la pattumiera con ruote (wheelie bin) come quelle per la raccolta differenziata nei nostri condomini, il giubbotto catarifrangente (high-visibility vest) e la piastra per i capelli (hair straightener).
Ci sono poi oggetti legati alla società britannica, come il grattacielo di Londra soprannominato The Gerkhin, l’abbonamento ai trasporti londinesi Oyster card, e hoody (o hoodie), le felpe con cappuccio che sono diventate sinonimo di giovani criminali (coprendo il volto si riesce a mascherare la propria identità se ripresi dalle telecamere a circuito chiuso, diffusissime nel Regno Unito).
Interessante notare le voci legate all’ambiente: oltre a wheelie bin, appaiono Toyota Prius, i generatori eolici (wind turbine), le borse per la spesa riciclabili da usare al posto delle buste di plastica (bag for life) e le cassette di prodotti biologici (organic vegetable box) simili a quelle che in Italia si comprano tramite i gruppi di acquisto solidale (GAS).
Sicuramente prima della fine dell’anno appariranno classifiche del genere anche in Italia. Sono curiosa di vedere cosa salterà fuori!
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Vedi anche: Parole dell’anno “tecnologiche” negli USA per vari esempi di parole in evidenza nel 2009, aggiornato con vari link tra cui Noughtyisms: the best words of the decade, una divertente carrellata di neologismi inglesi nati nell’ultimo decennio.
Aggiornamento 15/12/2009 – sul Corriere della Sera Cosa resterà di questi anni zero?
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XOXO: baci e abbracci
No, non sto pensando al microformato eXtensible Open XHTML Outlines ma all’abbreviazione per hugs and kisses che viene in mente leggendo un articolo del Corriere della Sera, L’uomo «metrotextual»? Manda baci via sms (anche ai maschi)* (originale qui).
Mah, che sia davvero il caso di scomodare gli psicologi per capire perché ora molti uomini inglesi concludono SMS e altri messaggi con uno o più baci, le X, anche quando scrivono ad altri uomini? Forse le X, una volta usate solo dalle ragazze nelle lettere, hanno semplicemente perso parte del significato originale per diventare saluti più neutri, privilegiati perché brevissimi? Mi pare sia un po’ quello che sta succedendo in italiano con baci e bacio alla fine di telefonate e messaggi, sempre più diffusi e sempre meno riconducibili al loro significato letterale.
Lo slittamento di significato è abbastanza comune con i saluti, basti pensare a ciao che nei secoli ha perso qualsiasi riferimento a schiavo o a How are you? che in Irlanda di solito non è una domanda ma un saluto, infatti si tende a rispondere ripetendo How are you?
* L’articolo italiano non chiarisce che in inglese metrotextual è un gioco di parole con metrosexual, un uomo molto preoccupato della propria immagine, etero ma con atteggiamenti di solito associati ai gay (tipo David Beckham), e con text, l’SMS.
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Aggiornamento 9/11/09 – Un paio di commenti divertenti su metrotextual in Schott’s Vocab.
Aggiornamento 19/11/09 – David Crystal riporta che in GB anche il significato del saluto see you later è cambiato, perlomeno tra i più giovani, diventando più generico e non implicando più un incontro nella stessa giornata.
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“Alphabet Song” e alcune differenze culturali
A tre anni quasi tutti i bambini americani conoscono l’Alphabet Song, una canzoncina che aiuta a memorizzare i nomi delle lettere dell’alfabeto: ![]()
La sequenza L M N O P è cantata più velocemente, come se fosse un’unica parola pronunciata /ɛlɛmɛnoʊ pi:/. Ecco così che se si pensa al romanzo Ella Minnow Pea, si capisce che il titolo, dal nome della protagonista, è un gioco di parole: trasparente se i riferimenti culturali sono condivisi ma altrimenti non così ovvio.
In italiano non ci sono canzoni o filastrocche equivalenti all’Alphabet Song e si può notare un’altra differenza culturale: ai bambini italiani in età prescolare non viene insegnato il nome delle lettere (ad es. effe, zeta) come a molti loro coetanei americani che quando vedono una H e una X sanno dire che si chiamano /eɪtʃ/ ed /ɛks/.
In questo modo, però, i neo-scolari americani che devono affrontare l’ortografia complessa dell’inglese si ritrovano poi a dovere anche capire che spesso il nome della lettera, ad esempio /dʌbɨju/, ha poco o nulla in comune con il suono o fonema, ad es. /w/, rappresentato il più delle volte dalla lettera stessa, il grafema W.
Un esempio che a me fa venire qualche dubbio sull’utilità di conoscere i nomi delle lettere prima di imparare a scrivere è in Sesame Street, dove la Y e alcune parole che iniziano per Y sono insegnate da Norah Jones che gioca con il nome della lettera (“I don’t know why Y didn’t come”):
E proprio a proposito di Y e della possibile confusione tra i suoni e i nomi delle lettere durante i primi tentativi di scrittura, nel libro Proust and the Squid: The Story and Science of the Reading Brain ci sono alcuni esempi molto interessanti, come quello di bambini che scrivono “YN” al posto di “wine” e di “win”. Succede perché il simbolo Y viene associato al fonema /w/ per entrambe le parole e poi vengono seguite strategie diverse, nel caso di “wine” al nome della lettera Y, /waɪ/, viene aggiunta una N per il fonema /n/, in quello di “win” il fonema /w/ viene completato con il nome della lettera N, /ɛn/, per rendere “in”. Un esempio simile è “RUDF” per “are you deaf?”, dove vengono combinati i nomi delle lettere R, U e F, /ɑr/, /ju/ ed /ɛf/ con il grafema D.
Improbabile, invece, che un coetaneo italiano possa scrivere “BL” o “SH” al posto di “belle” e “sacca”, a meno che non si diletti già con i giochi enigmistici o gli SMS!
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Vedi anche: Ordinamento alfabetico (lingue diverse e alfabeti diversi), C’è rima e rima (la struttura della sillaba nell’apprendimento della lettura) e alcune vignette che giocano con il nome delle lettere.
Che cosa si deve premere?
Elio mi manda due esempi di quelle che lui chiama “interfacce utonte”:

Qui sopra che cosa si deve premere, Yes, No,
oppure
? E il pulsante
all’interno della finestra di dialogo ha la stessa funzione del pulsante nero di chiusura in alto a destra sulla barra del titolo, anche se ha una combinazione di colori e una forma diversa?
Andrebbe anche detto che il simbolo
(checkmark in inglese, segno di spunta in italiano) non ha lo stesso significato in tutte le culture e quindi potrebbe non essere adatto a prodotti destinati al mercato globale perché potrebbe risultare ambiguo (basti pensare ai questionari compilati a mano dove va fatta una scelta tra varie opzioni marcando delle caselle: noi italiani mettiamo crocette, gli americani segni di spunta).
Nell’altro esempio qui sotto, il segno di spunta dentro la finestra di dialogo e poi ripetuto come pulsante crea ulteriore confusione; il passaggio 2 dà un’informazione e quindi non dovrebbe richiedere conferma da parte dell’utente, eppure il pulsante per passare alla schermata successiva non è attivo:
Non proprio il massimo come esempi di usabilità!
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Vedi anche: Incongruenze del Bancomat e Usabilità e istruzioni per altri esempi di mancata corrispondenza tra istruzioni e interfaccia o illustrazioni.
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Definizioni, interferenze culturali… e purè!
La definizione è ovviamente un campo essenziale in qualsiasi database terminologico. Nelle schede terminologiche usate in ambito aziendale si tende a preferire definizioni brevi che contengono solo le informazioni necessarie a identificare il concetto.
Esistono vari tipi di definizione e nei sistemi concettuali di tipo gerarchico, tra i più comuni, in genere si usano definizioni intensionali: partendo dal concetto sovraordinato, si descrive il concetto in questione evidenziando le caratteristiche restrittive che lo distinguono dai concetti coordinati (quelli che appartengono allo stesso livello e condividono tutte le caratteristiche a parte appunto quella che li differenzia).
In alcuni casi, però, definizioni che appaiono adeguate anche in lingue diverse possono dare luogo a interpretazioni non corrette se intervengono “interferenze culturali” non immediatamente ovvie.
Immaginiamo un esempio in un contesto italiano in cui vengono documentati concetti coordinati quali “utensile da cucina usato per schiacciare e spremere l’aglio” e “utensile da cucina usato per spremere il succo dagli agrumi”. In italiano, al concetto “utensile da cucina usato per ridurre in purea patate bollite” vengono associati senza esitazioni il termine schiacciapatate e il termine passapatate come variante regionale. In inglese, la definizione corrispondente “kitchen utensil used for mashing boiled potatoes” farà pensare altrettanto facilmente a potato masher e a masher come forma abbreviata.
Ma schiacciapatate e potato masher sono equivalenti? Nella traduzione di un romanzo probabilmente sì, in un catalogo di casalinghi decisamente no:
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| schiacciapatate | potato masher |
Come ovviare? In un’ipotetica scheda terminologica, in questo caso potrebbe non essere necessario intervenire sulla definizione, che è concisa e svolge il compito di distinguere il concetto da quelli correlati in quel sistema gerarchico, ma la si può completare con una nota in un campo apposito (ad es. “consta di un recipiente cilindrico o d’altra forma con fondo bucherellato, dotato di un manico fisso e di un altro manico snodabile a leva, opportunamente imperniato per esercitare la necessaria pressione sulle patate mediante una piastra metallica a disco”)* oppure si può aggiungere un contesto visivo per illustrare il concetto anche con un’immagine. Queste soluzioni dovrebbero consentire di associare correttamente i termini potato press e potato ricer (variante americana) per l’inglese.
Le “interferenze culturali” non sono facilmente identificabili proprio perché spesso sono nascoste. Può quindi essere utile che un terminologo di una lingua diversa da quella di partenza riveda concetti, termini e dati associati prima che inizi il lavoro nelle altre lingue e, nella fase successiva del flusso di lavoro, prevedere la possibilità di aggiungere commenti segnalati automaticamente ai colleghi coinvolti nel progetto, che potranno così monitorare in tempo reale i potenziali problemi e le loro soluzioni (ad es. si potrà decidere di creare una scheda anche per il concetto correlato rappresentato da potato masher).
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PS …che poi neanche il purè e le mashed potatoes sono proprio la stessa cosa, ma questa è un’altra storia!
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Vedi anche Tasti di scelta (rapida) per un esempio di concetti sovraordinato e subordinati.
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* La descrizione dello schiacciapatate è adattata dal Vocabolario Treccani
Se i numeri sono un’opinione…
Uno scambio di commenti con Marina sulle differenze di punteggiatura tra lingue diverse mi ha fatto pensare alle differenze di scrittura e a come, spesso, si può riconoscere il paese di origine dalla calligrafia di una persona (o perlomeno si poteva, nell’era pre-computer!). Molti spagnoli, ad esempio, aggiungono un trattino alla gamba della q e alcuni tedeschi scrivono la n come una u con sopra un trattino orizzontale e il numero 1 con due tratti che lo fanno assomigliare a un triangolo senza base.
In particolare, l’incontro con un’amica dell’università mi ha ricordato gli esami di traduzione italiano-inglese di una famigerata professoressa che toglieva mezzo punto al voto finale per ogni occorrenza di numeri “all’italiana” in un testo in inglese, specialmente il 7
con il taglietto e il 4 “aperto”, come negli esempi a sinistra. Ovviamente i testi degli esami contenevano sempre cifre o date e non sono l’unica che, quella volta,
ha preso l’abitudine di scrivere i numeri come si vede nell’esempio qui a destra.
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PS Discorso diverso per gli americani, a quanto pare, specialmente per il numero 4…
È stata fatta una ricerca per la categoria “differenze culturali”.

in the north the climate is harsh, with very cold winters and very hot,
Ogni mercato può avere un punto di vista diverso, anche per gli stessi riferimenti. Esempio tipico: icone e immagini che rappresentano il globo terrestre non sono internazionali, l’utente infatti si aspetta di vedere evidenziato il proprio continente.


