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Terminologia, localizzazione, traduzione e altre considerazioni linguistiche

“Gatti”, pinzare e altri regionalismi

dust bunny

Qualche anno fa in Animali di polvere avevo raccolto alcuni nomi italiani e inglesi per descrivere il laniccio, gli accumuli di polvere e peluria che si formano sotto i letti e altri mobili e che in alcune regioni settentrionali si chiamano gatti (o gatte o gattini).

Ho aggiornato il post con nuovi contributi ricevuti su Twitter, tra cui lana e lanetta in Lombardia e altrove, laniccia a Roma, gomitoli in Sardegna e parecchi altri. Mi ha colpita molto la puffia dell’Alto Piemonte, parola che trovo molto evocativa anche per potenziali aspetti fonosimbolici.

Ho scoperto inoltre che in inglese americano non ci sono solo dust bunnies (coniglietti di polvere) ma anche dust mice (topi) e dust kitties (gattini) e poi beggar’s velvet (velluto del mendicante), ghost turds (stronzi di fantasma) e house moss (muschio).

Questi esempi sono geosinonimi: parole diverse che in luoghi diversi descrivono gli stessi concetti e rappresentano quindi fenomeni di variazione diatopica. Non sempre i parlanti sono consapevoli che si tratta di regionalismi e se ne accorgono solo quando vengono in contatto con parlanti di altre zone.

Pinzare e altri piemontesismi

Non sapevano di usare un regionalismo gli autori di due articoli di cronaca piemontese su quotidiani nazionali quando hanno scritto che a Torino si rischia il ritiro della patente se si viene pinzati dalla polizia municipale al telefono mentre si guida e che chi viene pinzato incappa in una multa da 161 euro. Come si può intuire, il verbo pinzare è usato a Torino (ma non in tutto il Piemonte) come sinonimo di pizzicare e beccare in senso figurato.

Grazie a interazioni su Twitter ho scoperto che sono piemontesismi anche il verbo genare (infastidire, importunare, dal francese gener), il ciapapuer (“prendipolvere”, soprammobile o altro oggetto inutile su cui si accumula la polvere), il grilletto (terrina, dal dialetto grilet) e le burnìe (barattoli di vetro con coperchio metallico).

foto di burnie con coperchio

Sono costruzioni usate principalmente in Piemonte il verbo riflessivo osarsi (non mi osavo a proporlo) e faccio che (faccio che spedirtelo, così ci togliamo il pensiero).

Tipicamente piemontese è anche la locuzione solo più, calco dell’espressione dialettale mac pi e descritta in Solo (o soltanto) più è un’espressione solo piemontese?. Esempi d’uso: le vacanze di Natale son quasi finite, lunedì si torna in ufficio: è rimasto solo più un giorno di vacanza; apri il pacchetto di sigarette e ti accorgi che devi andare dal tabaccaio perché ne hai solo più due (via Marisa Baretti).

Altri regionalismi, dalla Liguria alla Puglia

A La Spezia il verbo pinzare si usa invece per le punture degli insetti, cfr. Se la zanzara lascia il segno…

Ha una storia curiosa il nome usato a Genova per il fruttivendolo, besagnino, che deriva dal fiume Bisagno lungo il quale c’erano i terreni usati dai contadini per coltivare la frutta poi venduta in città (via Rosaria Rizza).

Questa foto fatta a Roma da Carlo Nardone rimanda invece a un prodotto tipico del Gargano, la paposcia.  

Paposceria

La paposcia è una focaccia ripiena di forma simile a una ciabatta. Il nome deriva dalla forma allungata e schiacciata che ricorda una pantofola o babuccia, in dialetto paposcia. È invece un esempio di paretimologia la derivazione dal francese sac à poche per la forma a tasca.

A Napoli invece la paposcia è la calzatura o un’ernia e deriva dall’arabo bābūğ, la babbuccia orientale a punta. 


Contributi via Twitter di Tony Thorne, Edoardo, Mary Kay, Marco, Marisa Baretti, Maria Strada , Francesco Ponzin, Alice in Translation, Marco Morello, Lorenz, Paola Carbonetto, Alfredo Sasso, Donatella Bellò, luposelvatico, Patty, Almost Blue, Guido Rescio, Exit poll e altri 7, ’Pataphysicien Drôle, Alliandre Translations, Francesco La Regina, M. Teresa Paratore, Chiara Franciosi, Simone Viganò, Trent’Anni&Qualcosa, Donatella Semproni, Valerio Porcu, Sara Monsurrò, Mauro Morello, Tomasa Zanda, Quintino Melis. Grazie a tutti!


Vedi anche:

♦  Si dice in Romagna…
♦  …e si dice in Lombardia
♦  Regionalismi a Palermo
♦  Dialettismi e regionalismi
♦  Geosinonimi italiani in ALIQUOT 
♦  Regionalismi e gestione della terminologia
♦  altri post con il tag regionalismi

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20 commenti a ““Gatti”, pinzare e altri regionalismi”

  1. 8 gennaio 2019 16:32

    .mau.:

    non togliermi il “solo più” 🙂 (“genare” non l’ho mai sentito, gli altri piemontesismi sì)

  2. 8 gennaio 2019 18:29

    Mauro:

    Grilletto io lo ho sentito in molte zone d’Italia, non solo in Piemonte.

  3. 8 gennaio 2019 19:19

    Federico:

    Pinzare nel senso di beccare e nel senso di pungere li usiamo anche a Genova e levante ligure. Così come grilletto nel senso di terrina, contenitore per cibi.

  4. 8 gennaio 2019 23:07

    Marco Zanette:

    Un’altra parola/concetto che in piemontese io trovo meravigliosa è “sgiai”, una cosa che è metà tra lo schifo ed il senso. “Quella pettinatura mi fa sgiai.” “che sgiai!!”, di fronte ad esempio ad un riccio schiacciato dalle ruote di una auto, ma anche a un dolce di gelatina:-)

  5. 9 gennaio 2019 09:55

    Flavia:

    ‘Gati’ anche in Veneto; le ‘gate’ invece sono il solletico, sempre al plurale come i ‘gati’. Una ‘gata’ indica l’influenza, ma anche una sbornia (nella frase “el ga ciapà ‘na gata” il significato è ambiguo senza il contesto); tornando al plurale, “fare i gatè(l)i” significa ‘vomitare’ (forse, meglio i ‘conati’ del vomito), si possono usare i ‘cagnìti’ – in questa frase – al posto dei ‘gatèli’.
    Infine, un ‘gatéjo’ è un groviglio di fili, ma pulito, senza la polvere… una ‘gatejàra’ è una situazione aggrovigliata, inestricabile; dei capelli arruffati si dice che sono ‘ingatejà’.
    Gattonare è “a gato-megnào’. 😀

  6. 9 gennaio 2019 11:18

    Andrea:

    Confermo da Pisa che pinzare si usa normalmente anche qui. E quelli di polvere sotto il letto sono i batuffoli (mi sembra naturale no?)

  7. 9 gennaio 2019 11:28

    granmadue:

    Ho avuto modo di notare quanto sia diffuso l’uso inconsapevole di regionalismi un po’ di anni fa, trasferendomi dal Lazio in Lombardia; Brescia, per la precisione. Immagino, ovviamente, che chi avesse eventualmente compiuto il percorso inverso, avrebbe avuto la medesima impressione.
    “Gatti”, in effetti, non lo avevo mai sentito, nella prima parte della mia vita.
    Né avrei mai immaginato che quelli che avevo sempre conosciuto come “fagiolini” potessero essere chiamati “cornetti” (se non ricordo male, se ne è già parlato in questo blog).
    Altri esempi: si può essere certi che un bresciano, per dire “vicino a” o “a fianco di”, userà tranquillamente “in parte a”. Oppure, invece di “già”, dirà “ancora”.
    Ricordo bene quando mi imbattei per la prima volta in questo per me curioso, e all’inizio fuorviante, scambio di avverbi. Era il periodo in cui uscì al cinema il film La stanza del figlio di Nanni Moretti. Mi chiesero: “L’hai visto ancora?” Confesso di essermi trattenuto appena in tempo, perché di prima intenzione stavo rispondendo: “Ehm… no, veramente l’ho visto una volta sola…”

  8. 9 gennaio 2019 11:49

    Anna B.:

    Cara Licia,
    grazie del post. Anch’io, da brava piemontese, non ero assolutamente consapevole che “solo più” fosse un regionalismo … e gli esempi di alternative nell’articolo sul sito della Crusca mi suonano molto costruiti. Non dubito però che in altre regioni siano le soluzioni più utilizzate. Tra parentesi, forse il mio regionalismo è stato rafforzato da un’interferenza con il tedesco “nur noch”.

    Per i gatti di polvere, ricordo di aver letto in un romanzo della torinese Stefania Bertola (di cui purtroppo non ricordo il titolo), l’espressione “topi di polvere”. Era una battuta di due suocere, se non ricordo male, che, sparlando di una donna più giovane, dicevano che le donne che leggono molto hanno i topi di polvere sotto il letto … e non soltanto quelli di polvere.

    A proposito di “genato” “genà”, conosco anche il contrario “des-genà”, con il significato di “spigliato, disinvolto”, ma anche “informale” o, negativamente, “sfacciato” (privo di riserbo).

  9. 9 gennaio 2019 12:54

    alessandro:

    Mi lascia un po’ perplesso l’affermazione «A La Spezia il verbo pinzare si usa invece per le punture degli insetti».
    Io sono spezzino e a Spezia (che per gli spezzini non ha l’articolo) non ricordo di aver mai sentito dire «Mi ha pinzato una zanzara».
    Facendo qualche ricerca in rete, sarei invece propenso a ritenerlo un uso toscano. Per esempio il «Vocabolario pratese-italiano» dice che «pinzare» sta per «pungere (da un insetto)»; e il vocabolario Treccani dice: «pinzo2 s. m. [der. di pinzare], tosc. – Atto, effetto del pinzare, puntura: un p. di vespa».
    A Spezia ho sentito semmai usare «pinzare» nel senso di «adescare qualcuno con intento di seduzione» ma anche in questo caso l’origine potrebbe essere toscana.

  10. 9 gennaio 2019 15:48

    Sab:

    Ciao Licia,

    Trovo molto interessante la sua blog. Imparo molto grazie ai articoli de terminologia. (Scusa per gli errori, sono francese).
    –> In Francia diciamo che ci sono “moutons” (pecore) sotto i letti. Ancora un altro ‘animale’ 🙂
    Saluti !

  11. 9 gennaio 2019 18:26

    Blumudus.it:

    Confermo quello che scrive Federico sugli usi anche a Genova, a cui aggiungo la traduzione corrispondente al concetto di soprammobile=pigliapolvere, che diventa chéuggipûa.

    Sono rimasto molto colpito dal fatto che nel basso Lazio, e a quanto capisco anche altrove, si usa “busta” per indicare il sacchetto della spesa, “conservare” per mettere via, riporre (anche oggetti non deperibili), “mantenere” al posto di tenere (perché “tenere” già è usato per sostituire avere), “cucinare” al posto di cuocere

  12. 9 gennaio 2019 22:18

    alessandro:

    Quando abitavo a Bologna mi resi conto che i bolognesi non erano consapevoli del carattere di regionalismi di molte parole, tanto da usarle anche in sedi «istituzionali»: ricordo per esempio una targhetta «Tassa sul rusco» nell’ufficio comunale che si occupava della tassa sull’immondizia; e l’indicazione stampata «tiro» sul pulsante dell’apriporta in molti portoni.
    D’altra parte mi accorsi anche con stupore (non prima di incorrere in qualche equivoco più o meno grande) che i bolognesi dicevano «senza dubbio» o «non c’è dubbio» intendendo «assolutamente no»: per esempio, «Verrai domani domani sera al concerto?» «Senza dubbio» (risposta che le prime volte interpretavo come: «Certo che sì», mentre per loro significava «Certo che no»).

  13. 10 gennaio 2019 02:00

    Finelli:

    Una piccola precisazione (da bolognese che usa quell’idioma): se dico “senza dubbio”, allora la frase ha valore affermativo, sono le espressioni “ma senza dubbio”, o “non c’è dubbio” che hanno invece significato negativo, e ironico.

    In generale direi che viene ribadito il verbo dell’interrogativa, come in: “Farai quella cosa ?” “Non c’è dubbio che la faccia” (questa a Bologna equivale a “Manco per sogno”), il semplice “Non c’è dubbio” indicherebbe quello che ci si aspetta nel resto di Italia, ovvero una risposta affermativa.

  14. 10 gennaio 2019 12:19

    Lele:

    Dall’Oltrepò pavese riporto:

    da genare l’aggettivo genà, con un accezione un po’ diversa da quelle citate: vess genà significa essere intimorito, essere imbarazzato, un po’ come si sentirebbe un elefante in cristalleria; 😉

    il grilletto, la terrina, tipo quella dell’insalata, a casa mia (forse solo lì, non so) veniva chiamata biella;

    una domanda:

    “A La Spezia il verbo pinzare si usa…”

    Dice @alessandro che gli spezzini non usano l’articolo e dicono “A Spezia”.

    Per tutti gli altri, ero convinto che la convenzione fosse quella di utilizzare l’articolo che fa parte del nome proprio come se fosse un nome comune. Infatti io direi “il Tribunale della Spezia”. Sbaglio?

  15. 11 gennaio 2019 00:23

    alessandro:

    @Lele: sulla questione “Uso delle preposizioni
    prima dei nomi propri che contengono un articolo” c’è una risposta dell’Accademia della Crusca in
    http://www.accademiadellacrusca.it/it/lingua-italiana/consulenza-linguistica/domande-risposte/uso-preposizioni-prima-nomi-propri-contengon

  16. 12 gennaio 2019 09:07

    mav:

    Da siciliano trapiantato a Pisa (22 anni fa) mi aggancio a quanto detto da Andrea su pinzare per evidenziare un fatto:
    nella culla della lingua italiana pochi si accorgono che, come in tutte le regioni, anche qui sono in uso regionalismi, forse più che altrove dove la maggioranza dei suddetti provengono da o ricadono nel dialetto locale.
    Anni fa, una “bimba” (ragazza da 0-100 anni) mi “brontolò” (rimproverò, redarguì) perché avevo parlato di “morso di zanzara” adducendo come motivazione che le zanzare non hanno i denti.
    Solo anni dopo ho realizzato che avrei potuto ribattere che non hanno i denti, ma nemmeno le pinze (o chele o mandibole), perció non pinzano, ma semmai pungono.

  17. 12 gennaio 2019 09:56

    mav:

    Escludendo i regionalismi toscani (o localismi pisani) noti ai parlanti come tali (es: gaire=morire, vaìni=soldi, etc), ce ne sono altri meravigliosi riportati dai dizionari ed usati fuori regione in modo inconsapevole. Pochi esempi:
    mòta – fango, fanghiglia
    popóne – melone
    mézzo – fradicio (di pioggia, o anche “bria’o mézzo”)
    granata e cassetta – scopa e paletta
    punto/punti – nessuno/neanche uno. “un c’è punti posti, dicano!”: dicono non ci siano posti / non c’è neanche un posto, dicono. Notare anche la tipica non concordanza di numero (“c’è persone dentro?”: ci sono persone dentro?) e la coniugazione particolare dell’indicativo (dicano, scendano, tipicamente non sono congiuntivi o imperativi ma indicativi; non vale per la prima coniugazione: “parlano”, non “parlino”)

  18. 21 gennaio 2019 07:00

    mummufucca:

    Ripordo che qui a Galatina, nel Salento, mia mamma (un ramo della quale presenta natali di Presicce) mi insignò a chiamare tuttoccio “carfìa”.
    Il mio paese, purtroppo, non rientra nel mitico entourage del Griko che a mio parere è ormai andato a farsi…benedire. Ad ogni modo, ho pescato un excursus niente male circa codesta voce che ripordo appiè di commento nell’istanzia corrente.
    Ho discoperto il Suo blog giusto adesso ed attingerò con entusiasmo copiose informazioni, La ringrazio.

    http://www.fondazioneterradotranto.it/2011/09/27/la-carpia-ovvero-il-sedicente-intellettuale-sfaticato-e-zozzone/

  19. 1 febbraio 2019 10:39

    Elia B.:

    @lele l’articolo noi spezzini non lo mettiamo proprio a Spezia 😀 ma lo statuto comunale dice che va declinato!
    A me comunque, spezzino (come entrambi i genitori), le zanzare non hanno mai pinzato ma sempre punto!
    Invece le “burnie” in Liguria si chiamano arbanelle, e ho sentito tarantini chiamarle “boccacci”

  20. 1 febbraio 2019 10:50

    Elia B.:

    La storia dell’articolo di Spezia comunque io la so così: in dialetto c’è (aa Speza), ed è conservato anche in vari toponimi di quartieri e paesi (il Fezzano, la Chiappa, il Felettino ecc.) in cui viene sempre declinato (“vado al/sono del Canaletto).
    La città ha perso l’articolo nell’uso comune probabilmente perché ha conosciuto un’immigrazione enorme in breve tempo a metà ‘800 quando è stato costruito l’Arsenale, chi arrivava non vedeva il motivo di mettere l’articolo, e quindi nell’uso comune è scomparso.
    P.s. spezzino si dice con la Z dolce, ed è già una concessione! Infatti in dialetto la lettera Z non esiste proprio: la S è la S sorda (e un po’ sibilante), la Z la S sonora

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