Terminologia etc.

Terminologia, localizzazione, traduzione e altre considerazioni linguistiche

Anglicismi: Gruppo Incipit contro MIUR

La Crusca contro il ministero dell’Istruzione: troppe parole inglesi, abbandona l’italiano. È polemica

Il titolo del Messaggero dell’immagine fa riferimento all’ultimo comunicato stampa del Gruppo Incipit dell’Accademia della Crusca, Sillabo per l’imprenditorialità o sillabario per l’abbandono della lingua italiana?. È una critica severa a un documento recente del MIUR in cui risalta una “meccanica applicazione di un sovrabbondante insieme concettuale anglicizzante”. Contiene vari esempi e si conclude con un appello a un maggiore rispetto nei confronti della lingua e della cultura italiana.

La risposta firmata dalla ministra Fedeli rigetta le accuse ma contiene anche alcune affermazioni che per me confermano che in Italia mancano conoscenze e competenze terminologiche:

  «Non vi sfuggirà che il ricorso a termini stranieri è tutt’altro che “inutile” (come scrivete nel vostro documento) qualora ci si riferisca ad ambiti strettamente specialistici. Nella storia delle lingue è sempre stato e sempre sarà così. Cosa sarebbe stato l’italiano senza i prestiti arabi o senza gli stessi latinismi? Non vi sfuggirà, ne sono convinta, che l’utilizzo di termini stranieri si rivela funzionalmente necessario quando questo “prestito” consente una funzione designativa del tutto inequivoca, specie se si accompagna all’introduzione di nuove “cose”, nuovi “concetti” e delle relative parole. Ciò vale per “team building”, “budget” o “crowdfunding” quando si scrive di imprenditorialità, così come vale oggi per i termini greci o latini “crudi” utilizzati in studi di archeologia, papirologia, esegetica, solo per fare alcuni esempi, magari in grafia originale

Davvero la ministra è convinta che per denominare nuovi concetti in ambiti specialistici si possa ricorrere esclusivamente a prestiti, gli unici che secondo lei hanno valore monosemico? Se è così, temo che non abbia le idee molto chiare.

Prestiti vs formazione secondaria dei termini

Concordo che in molti linguaggi tecnico-scientifici e settoriali i prestiti possono essere la scelta più efficace, e che alcuni anglicismi sono ormai insostituibili. Non vanno però escluse a priori tutte le opzioni “autoctone” nella formazione secondaria dei termini, il processo che analizza un concetto nato in una lingua 1 e gli assegna un nome in una lingua 2.

Se il concetto è recente e non si è ancora affermato, andrebbe sicuramente privilegiata una soluzione in italiano, altrimenti si promuove il messaggio che la nostra lingua non ha risorse lessicali adeguate. Esempio: ora crowdfunding appare insostituibile ma a suo tempo non sarebbero mancate alternative italiane efficaci.

A quanto pare la ministra ignora anche altri aspetti dell’uso degli anglicismi che ho sintetizzato in Le comunicazioni istituzionali e il rischio dell’inglese farlocco, un mio articolo per il Portale Treccani. In particolare, va fatta attenzione al mito della maggiore precisione dell’inglese, spesso dovuto a conoscenze inadeguate della lingua, e ai diversi aspetti culturali, situazionali e cognitivi che condizionano la fruizione della terminologia. Avevo concluso riferendomi proprio al MIUR e alla sua responsabilità per un uso consapevole della lingua, nel rispetto che le istituzioni devono ai cittadini a cui si deve assicurare la massima comprensibilità.

Sillabo e maledizione della conoscenza

Il documento al centro della polemica è Educazione all’imprenditorialità. Sillabo per la scuola secondaria di secondo grado. Nel titolo si nota un calco di syllabus, che in inglese indica un programma di studi o di insegnamento o un curricolo, mentre nell’italiano standard è un documento pontificio o, uso raro, un sommario o raccolta.

Presumo che sillabo vada considerato un termine specialistico nell’ambito dell’istruzione pubblica, ma non se ne trova traccia nel succinto Glossario del MIUR.

È un esempio di maledizione della conoscenza, la difficoltà di immaginare che gli altri non sappiano ciò che si conosce bene. Si manifesta anche nell’uso di abbreviazioni, acronimi, anglicismi e terminologia da addetti ai lavori, senza definizioni o spiegazioni. Il sillabo ne è pieno, come mostrano questi Esempi di attività:

  Valutazione di case histories, fornendo alla classe una serie di esempi di come possono nascere idee imprenditoriali.
  Esercizi per il digital marketing. Progettare piani editoriali per i Social Media, accrescere e monitorare audience e pianificare campagne di marketing efficaci sui Social Network.
  Innovation & Creativity Camp o Startup bootcamps per studenti, presso scuole o sedi di imprese o luoghi dell’innovazione, per coinvolgere gli studenti su sfide creative (challenge) in piccoli gruppi finalizzate alla presentazione dell’idea progettuale al termine del percorso.
  Hackathon e incontri di co-creazione per creare tavoli di confronto su sfide sociali specifiche e individuare nuovi modelli di impresa e loro ambiti applicativi, promuovendo l’incontro tra alunni e stakeholder (anche attraverso format di matchmaking) rilevanti allo sviluppo di prototipi semplici di soluzioni innovative e allo scambio di esigenze e competenze.
  Simulazione di creazione di una campagna di crowdfunding, attribuendo ruoli e responsabilità specifiche (redazione, video, ricerca partnership, community engagement, etc.).
  Design Sistemico, approfondimento metodologico e utilizzo di strumenti per l’indagine contestuale (es. stakeholder map, rilievo olistico, ecc).
  Personas: costruire gli archetipi degli stakeholder correlati ad una sfida/idea specifica (beneficiari, clienti, ecc) a supporto dell’implementazione di un’idea»

Si tratta di maledizione della conoscenza perché nessuno degli anglicismi evidenziati ha una spiegazione, né nel testo né altrove nel sito del MIUR. Si dà per scontato che il significato sia universalmente riconoscibile, anche nel caso di termini come audience che sono usati con un’accezione specialistica, diversa da quella già nota, e che quindi potrebbero causare confusione.

Altre questioni terminologiche

In alcuni casi gli anglicismi usati non sono termini ma parole del lessico comune, come vision (visione), challenge (sfida) ma anche partnership (collaborazione) e fundraising (raccolta di fondi o di finanziamenti), e quindi del tutto superflui e ingiustificati. In questo contesto anche stakeholder mi pare usato genericamente e sostituibile con partecipante. Non ho invece idea di cosa si intenda con format di matchmaking ma sicuramente si può trovare una soluzione in italiano!  

Ho evidenziato anche social media e social network perché, come moneta digitale e cryptocurrencies, non è chiaro se identifichino due concetti diversi oppure se siano usati come sinonimi. È un problema ricorrente nei testi di chi non ha competenze terminologiche, cfr. Variazione vs ripetizione.

Rilevante anche l’esempio di hackathon, a cui il MIUR attribuisce un significato inesistente in inglese: l’ho analizzato in Anglicismi: criteri di condotta (messi in pratica). Non mi stupirei se ci fossero altri anglicismi usati impropriamente.

Altre interferenze dell’inglese

Altri esempi dal sillabo come Personal model canvas, Business Model Canvas e business model canvas, Social Business Model Canvas, Silent Coaching richiamano l’attenzione su un uso molto disinvolto delle maiuscole, “all’americana”, già segnalato in Ortografia ministeriale, che non consente di identificare correttamente eventuali nomi propri.

Cara ministra, caro MIUR…

Nel caso poco probabile che la ministra o qualche funzionario del MIUR leggano queste osservazioni, suggerirei loro di cercare di acquisire competenze terminologiche per poter iniziare a gestire concetti e termini in maniera sistematica.

Ne risulterebbe un’informazione più precisa e comprensibile, con benefici per docenti, studenti, dirigenti scolastici e altri cittadini. E sono sicura che promuovendo una cultura terminologica che fa riflettere sui concetti e le loro designazioni si otterrebbe anche una riduzione del numero di anglicismi.


Qualche suggerimento di lettura sugli anglicismi al MIUR dall’archivio del blog:

♦  La buona scuola, tra anglicismi e sillabazioni
♦  La “via italiana” alla Scuola Digitale
♦  MIUR: lunga vita all’inglese farlocco?
♦  Il public speaking nella scuola pubblica
♦  Nello spazio, DON’T PANIC! Miur, #sapevatelo
♦  #hackschool, hackathon e H-ACK per il MIUR 
♦  Si può leggere il focus?
♦  Anglicismi governativi: STEM
♦  Anglicismi governativi: schoolkit
♦  Anglicismi governativi: School Bonus
♦  Inglese farlocco per le scuole: *bulloff 
♦  hate speech vs incitamento all’odio
♦  Aggiornamenti su coding
♦  TRAINEESHIP prende a calci l’italiano
♦  Inglese farlocco: Contamination Lab (CLab)

Più in generale, su anglicismi e gestione della terminologia:

♦  L’invasione degli anglicismi
♦  Elenco di anglicismi istituzionali
♦  Brainstorming e formazione dei termini in L2
♦  Anglicismi: criteri di condotta (messi in pratica)

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3 commenti a “Anglicismi: Gruppo Incipit contro MIUR”

  1. 18 aprile 2018 13:00

    Mauro:

    Se è così, temo che non abbia le idee molto chiare.

    Perché, ha idee?

  2. 19 aprile 2018 14:32

    Teresa:

    In questo caso la terminologia è solo la punta dell’iceberg: il passo della lettera in cui dice “l’inglese – che ritengo
    debba diventare lingua obbligatoria fin dalla scuola dell’infanzia, insegnato da docenti madrelingua” dimostra chiaramente quali sono le ‘conoscenze’ sulle lingue e il loro insegnamento. Dove sarà questo esercito di volonterosi madrelingua impegnato “sin dalla scuola dell’infanzia” a insegnare l’inglese? A meno che non si vogliano importare in Italia come insegnanti di inglese tutti i britannici scontenti della Brexit…

  3. 19 aprile 2018 19:58

    MariaG:

    Quando insegnavo traduzione nelle universita` statunitensi “syllabus” era “programma del corso” visto che conteneva il calendario delle lezioni di un determinato corso con l’indicazione del contenuto delle lezioni, le date dei compiti in classe e degli esami e il metodo per l’assegnazione dei voti. Il curricolo, nell’uso che se ne fa nelle scuole italiane, mi pare un documento un po’ meno specifico. O sbaglio?

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