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La lezione di Samantha Cristoforetti

Samantha Cristoforetti

Forse conoscete già la vicenda: un periodico online ha pubblicato un’intervista a Samantha Cristoforetti che lei non aveva mai concesso. Ha quindi rimosso la falsa intervista anziché aggiungere un paragrafo introduttivo di spiegazione e scuse ai lettori, come richiesto dall’astronauta.

Cristoforetti ha quindi deciso di spiegare pubblicamente perché questi errori vanno riconosciuti e perché è grave che a qualcuno si attribuiscano parole mai dette.  

Vi consiglio di leggere il testo per la precisione con cui è argomentato, per la sua grande efficacia, perché non c’è una parola di troppo, per la severità del giudizio espressa tuttavia con grande garbo, per l’eleganza di non nominare esplicitamente la persona che ha agito in tale malafede ed evidenziare invece il peso di quanto accaduto.

Ho apprezzato in particolare l’abilità nel sottolineare che la scelta delle parole non è mai neutra e casuale ma conferisce connotazioni e porta sempre con sé conseguenze, anche se si tratta di associazioni logore e cliché scontati e vuoti come spesso si trovano nei media.

Rivolgendosi alla giornalista, Cristoforetti scrive:

  «Le risposte che mi attribuisce sono talmente vaghe e povere di contenuto, che non posso certo rimproverarle di diffondere notizie false. Ma anche dare risposte vaghe e povere di contenuto è una scelta di comunicazione, che dice qualcosa su di me alle persone cui lei ha spacciato questa scelta per mia. Allo stesso modo, la scelta di una parola piuttosto che un’altra, di un’espressione piuttosto che un’altra, di un registro di linguaggio piuttosto che un altro, non è mai casuale. Anche questa scelta è comunicazione, anch’essa dice qualcosa della persona che l’ha operata.»

Se non l’avete già visto, vi consiglio di leggere l’intero testo: è un’ottima lezione di comunicazione.

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Un commento a “La lezione di Samantha Cristoforetti”

  1. 2 marzo 2018 14:33

    Maurizio Bianco:

    Grande Cristoforetti! Oggi non solo si parla “un tanto al chilo”, ma si ascolta pure in modo qualunquistico e approssimativo. Mi capita costantemente e se obietto e faccio notare che “quella parola non l’avevo pronunciata”, spesso mi viene troncato l’eloquio con un “non farla lunga, vieni al dunque: sì o no?”. E poi la beceraggine, se non sconfina persino nella violenza o nel delitto. Un esempio: “M’hai detto sì, ora che mi hai sposato è per sempre e sempre dovrai dirmi sì SU TUTTO. (A buon intenditor, poche parole, e lascio a voi immaginare il “TUTTO”.) Da lì nascono anche gli stalker e lo stalking (per inciso, la ELLE è MUTA, perciò [stoker] e [stokin]) e quel che, ahimè, ne consegue. Perciò condivido di cuore le affermazioni di “AstroSamantha”, anche nelle forme e nei modi in cui le ha espresse; mi ci ritrovo. Credo che esista una “dolce virilità” che è campo di interfaccia insiemistica per femmine e maschi (intelligenti). Così pare a me, almeno, in senso generale. E certamente lo ritengo provato se (ri)leggo (nella versione intera) le parole sagge di S. Cristoforetti.

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